Assegno unico universale: eliminato il requisito di residenza biennale e inclusi i figli residenti in Paesi UE
L’art. 7-bis della legge di conversione (L. 50/2026) del D.L. 19/2026 (il
decreto PNRR 2026) introduce importanti cambiamenti alla normativa che
regolamenta l’erogazione dell’Assegno unico universale per i figli a carico. Qui
di seguito ASGI illustra le modifiche e risponde ad alcune domande frequenti.
L’AUU, introdotto dal DL 230/2021, è una misura di sostegno economico alle
famiglie riconosciuto per ogni figlio/a a carico fino al compimento dei 18 anni,
fino al compimento dei 21 anni per i figli studenti e lavoratori a basso reddito
e senza limiti d’età per i figli con disabilità. L’importo riconosciuto varia a
seconda del numero di figli e della condizione economica del nucleo
familiare calcolata sulla base dell’ISEE valido al momento della domanda;
l’importo minimo (58,30 per il 2026) è riconosciuto indipendentemente dal
reddito.
La prima modifica apportata dalla Legge 50/2026 consiste nell’abrogazione del
requisito di residenza biennale, anche non continuativa, in Italia (che poteva
essere sostituita dal requisito alternativo del “contratto di lavoro a tempo
indeterminato o a tempo determinato di durata almeno semestrale“).
Dunque dal mese di aprile l’assegno spetta (a domanda) a decorrere dal primo
mese di residenza in Italia.
La seconda modifica riguarda invece il luogo di residenza dei figli e delle
figlie per i quali è possibile richiedere l’assegno: il nuovo comma 2-bis
dell’art. 1 DL 230/2021 prevede che ai fini dell’attribuzione dell’AUU “si
considerano anche i figli residenti in un altro Stato membro dell’Unione europea
che siano fiscalmente a carico ai sensi della normativa italiana vigente“.
Sinora, infatti, per l’assegno venivano computati esclusivamente i figli
residenti in Italia e conviventi, e come tali inclusi nell’ISEE.
Questi due requisiti erano stati oggetto di una procedura di infrazione avviata
dalla Commissione UE contro l’Italia. La Commissione ne aveva rilevato
il carattere discriminatorio perché entrambe le limitazioni risultavano
contrastanti con il principio di libera circolazione (rappresentando un ostacolo
indiretto alla mobilità tra uno stato membro e l’altro) e perché la seconda
risultava contrastante con l’art. 67 Regolamento 883/04/CE a norma del quale
“Una persona ha diritto alle prestazioni familiari ai sensi della legislazione
dello Stato membro competente, anche per i familiari che risiedono in un altro
Stato membro, come se questi ultimi risiedessero nel primo Stato membro”.
Le modifiche sono dunque adottate con riferimento a una procedura di infrazione
che riguardava i soli cittadini UE (e dunque, rispetto a questi, ha certamente
effetto “retroattivo”): quanto alla modifica circa il luogo di residenza dei
figli, resta tuttavia da chiedersi se, stante le clausole delle direttive che
garantiscono parità di trattamento quantomeno ai cittadini di paesi terzi
titolari di permesso di lungo periodo o di permesso unico lavoro, la stessa non
possa essere estesa anche ai cittadini stranieri per i figli residenti in paesi
terzi, tornando così alla medesima situazione che si era creata per gli assegni
al nucleo familiare (ANF) dopo le due sentenze del 25.11.2021 della Corte di
Giustizia UE e la sentenza n. 67/2022 della Corte Costituzionale.
Il nuovo testo è vigente dal 21 aprile 2026.
FAQ – DOMANDE FREQUENTI
Cosa succede alle domande già presentate che difettavano del requisito di
residenza biennale?
Difficile che l’INPS interpreti la norma come retroattiva e dunque sarà
probabilmente necessario andare in giudizio prospettando l’effetto
indirettamente discriminatorio del requisito (effetto riconosciuto dalla
Commissione nel momento in cui ha aperto la procedura) per le persone con
cittadinanza extra UE che godono del diritto alla parità di trattamento nelle
prestazioni di sicurezza sociale (sicuramente i titolari di permesso di lungo
periodo ex art. 11 direttiva 2003/109, i titolari di permesso unico lavoro ex
art. 12 direttiva 2011/98, i titolari di permesso per protezione internazionale
ex art. 29 direttiva 2011/95).
Per le situazioni antecedenti la modifica di legge i due anni possono essere
calcolati tenendo conto della residenza di fatto (e non “anagrafica”)?
Sì, sul punto sono già intervenute alcune sentenze che hanno riconosciuto la
rilevanza della residenza di fatto, anche in assenza di residenza anagrafica.
La possibilità di includere nel computo i figli e le figlie a carico residenti
all’estero vale anche per le persone con cittadinanza non UE?
Come detto più sopra, è una posizione sostenibile alla luce degli obblighi di
parità di trattamento per lungosoggiornanti, titolari di permesso unico lavoro,
titolari di protezione. In senso contrario depone il fatto che la Commissione
sia giunta alla conclusione sopra indicata per salvaguardare il diritto alla
libera circolazione, del quale le persone straniere extra UE non sono titolari.