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Navdanya International: la guerra è oltraggio all’umanità ed anche all’ambiente
Messaggio della Direttrice esecutiva di Navdanya International, Ruchi Shroff, in occasione della Giornata Mondiale della Terra 2026 “In occasione della giornata mondiale della Terra vogliamo ricordare come la guerra sia un oltraggio non solo per l’umanità ma anche per l’ambiente che sostiene la nostra vita. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha innescato non solo una crisi energetica ma anche l’ennesima debacle dell’agricoltura industriale. Fino a un terzo del commercio mondiale di fertilizzanti transita nello Stretto di Hormuz e quasi la metà dell’urea vi passa ogni anno. La sua chiusura ha già spinto in alto i prezzi dei fertilizzanti del 20–45% con un rincaro globale su mais, riso e grano. Urea e ammoniaca sono così diventate materie prime strategiche al pari del petrolio. L’agricoltura industriale si mostra per quello che è: una filiera estremamente fragile dipendente dai fossili e da pochi stretti e porti controllati da alleanze militari e oligopoli industriali. L’agroecologia non è, allora, l’ennesima “soluzione tecnica”, ma una rottura politica. Significa rigenerare la fertilità dei suoli; rimettere i semi nelle mani dei contadini oltrepassando la logica dei brevetti; accorciare le filiere e promuovere la sovranità alimentare perché il cibo non dipenda dalle rotte militari ma dalle reti di solidarietà tra comunità. Si tratta di un’alternativa bottom up che ha già dimostrato la sua capacità di rigenerare suolo e comunità. Continuiamo a lavorare in armonia con la Terra per una rigenerazione ecologica e sociale.” Ruchi Shroff, Navdanya International – Direttrice Esecutiva Navdanya International
April 22, 2026
Pressenza
Crisi dei fertilizzanti: è giunto il momento di un’agricoltura resiliente e sostenibile
> La primavera è un periodo cruciale per l’agricoltura. Il frumento invernale è > in attesa della seconda concimazione azotata, i campi vengono preparati per la > semina di barbabietole da zucchero, colza, mais, orzo e grano estivi. Ma > proprio ora i mercati dei fertilizzanti sono sotto pressione. Il conflitto > iraniano e il blocco dello Stretto di Hormuz fanno salire i prezzi delle > energie fossili. La dipendenza dell’agricoltura industriale dal petrolio è > quindi particolarmente evidente. IL FERTILIZZANTE SINTETICO PROVIENE DAL GAS NATURALE Già nel 2022, l’aumento dei prezzi del gas ha temporaneamente portato alla cessazione della produzione di ammoniaca e fertilizzanti azotati in Europa. Per l’agricoltura convenzionale ciò significava costi più elevati e il rischio di carenze di approvvigionamento – una seria sfida per la sicurezza alimentare globale. L’ammoniaca, la materia prima centrale per i fertilizzanti minerali, è prodotta da azoto e idrogeno. Quest’ultimo proviene quasi esclusivamente da gas naturale. La produzione ad alta intensità energetica rende il settore estremamente vulnerabile alle crisi geopolitiche e all’aumento dei prezzi. L’attuale crisi rivela la vulnerabilità del sistema alimentare globale: circa la metà degli alimenti prodotti nel mondo dipende direttamente o indirettamente dal fertilizzante azotato sintetico. I metodi di coltivazione ecologici e rigenerativi dimostrano che si può fare diversamente. Rotazioni delle colture, leguminose, composti e fertilizzazione organica possono restituire in modo sostenibile l’azoto al suolo, promuovere la biodiversità e aumentare la resilienza delle aziende agricole. L’AGROECOLOGIA AUMENTA LA RESILIENZA Il ministro federale tedesco dell’agricoltura Alois Rainer deve agire ora. Data la scarsità di fertilizzanti e l’aumento dei prezzi, è necessario promuovere attivamente l’agricoltura biologica e rigenerativa per rendere il nostro sistema alimentare resiliente, per un’agricoltura forte e sostenibile. Un’agricoltura ecologica e rigenerativa è meno dipendente da input esterni di energia e prodotti chimici e dalla fornitura locale di fertilizzanti, aumenta la resilienza all’aumento dei prezzi delle materie prime a lungo termine. “La guerra in Iran dovrebbe essere un campanello d’allarme”, sottolinea Agnes Streber, direttrice dell’Istituto per l’alimentazione mondiale “Un sistema alimentare a prova di crisi è possibile, ma richiede determinazione politica, riforme strutturali e un cambiamento sociale verso una produzione e un’alimentazione sostenibili”. TRASFORMAZIONE ECOLOGICA E MENO SPRECHI Le molteplici crisi rendono chiaro che una trasformazione radicale dell’agricoltura e del sistema alimentare è urgente se vogliamo ancora avere qualcosa da mangiare in futuro. “Ma questo non è sufficiente”, afferma Agnes Streber, “dobbiamo ridurre gli sprechi alimentari”. In Germania, circa 10 milioni di tonnellate di alimenti commestibili vengono ancora gettati via ogni anno. Il dimezzamento di questi rifiuti consentirebbe di risparmiare una parte significativa della produzione necessaria e ridurrebbe il fabbisogno di energia e fertilizzanti. Inoltre, la nostra dieta dovrebbe essere più basata sulle piante. Meno consumo di carne libererebbe aree che oggi vengono utilizzate per l’alimentazione animale e ridurrebbe la dipendenza da metodi di produzione ad alta intensità energetica e di fertilizzanti, secondo l’Istituto per l’alimentazione mondiale. VERTICE UE SUI FERTILIZZANTI: IL SETTORE BIOLOGICO CHIEDE L’ABBANDONO DELLA DIPENDENZA DAI COMBUSTIBILI FOSSILI In occasione dell’incontro sulla crisi da parte del commissario per l’agricoltura Christophe Hansen sull’economia dei fertilizzanti lunedì prossimo, la Federazione tedesca dell’industria alimentare ecologica (BÖLW) invita il governo federale e la Commissione europea a concentrarsi sull’agricoltura biologica come via d’uscita dalla dipendenza dai fertilizzanti fossili. Tina Andres, presidente del consiglio di amministrazione del BÖLW, afferma: “La guerra in Medio Oriente dimostra ancora una volta quanto siamo impotenti quando le fonti fossili si chiudono e le rotte commerciali globali vengono bloccate: anche il nostro pane quotidiano viene messo in pericolo. Per questo l’agricoltura biologica è giustamente una missione dell’UE: perché gli agricoltori biologici possono fare a meno dei fertilizzanti sintetici. L’economia circolare non solo protegge il clima, ma significa anche uscire dalle dipendenze globali.” PIÙ BIO SIGNIFICA PIÙ SICUREZZA E FUTURO Il commissario europeo per l’agricoltura Hansen persegue l’obiettivo di convertire un ettaro su quattro di terreno al biologico entro il 2030. Il BÖLW chiede che alle parole seguano ora i fatti e cita i seguenti punti chiave: * orientamento coerente del sostegno agricolo europeo (PAC) verso metodi di produzione resilienti come l’agricoltura biologica * l’uscita dall’uso di combustibili fossili come fertilizzanti azotati sintetici e pesticidi * Rafforzamento dei processi biologici come il ricavo naturale dell’azoto attraverso una maggiore coltivazione di legumi Bruxelles e Berlino dovrebbero ora creare le condizioni affinché in futuro il cibo non venga a mancare a causa di guerre e crisi sulle quali l’Europa non ha influenza. Promuovere il biologico significa promuovere un sistema alimentare resiliente. Più bio significa più sicurezza e futuro per la Germania e l’Europa, secondo l’Associazione dei leader del biologico. Fonti: Institut für Welternährung e.V. Bund Ökologische Lebensmittelwirtschaft e.V. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO FILOMENA SANTORO. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza Muenchen
April 16, 2026
Pressenza
Il battito della terra
In questo redazionale abbiamo avuto come ospite allo studio di Via dei Volsci a Lucy, compagna di Bread and Roses Bari dell'Associazione Solidaria, che lavora nel ambito dell'agroecologia. Con lei abbiamo parlato del proggetto di solidarietà internazionalista che Solidaria porta avanti insieme al PAC (Popular Art Center), di Ramallah, che si occupa di cultura palestinese e agricoltura supportando una rete cooperativa agroecologiche.  Lucy ci ha raccontato del loro viagio in Cisgiordania, tra ottobre e novembre del 2025, e di com'è la resistenza del popolo palestinese attraverso la protezione e cura della propria terra, come forma di sostentamente per le persone ma anche come una forma di lotta contro l'occupazione sionista. Oltre ai proggetti nell'ambito dell'agroecologia, la collaborazione tra Solidaria e PAC ha prodotto un documentario chiamato "The heartbeat of the land", con voci e immagini della resistenza quotidiana in Cisgiordania.  
April 2, 2026
Radio Onda Rossa
Una riflessione ecologica (finalmente) non “green”
Mi sembra che da un po’ di tempo il concetto di ecologia si stia confondendo in maniera un po’ grottesca con quello di tecnologia “green”: pannelli solari, turbine eoliche, auto e bici elettriche. Al contrario, l’ecologia è la scienza che … Leggi tutto L'articolo Una riflessione ecologica (finalmente) non “green” sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Auletta: una storia meridionale di lotta
di Sara Manisera (*) Introduzione: re-immaginare i margini Nell’ambito degli studi sullo sviluppo territoriale e sulla transizione ecologica, i cosiddetti “margini” svolgono un ruolo cruciale nell’elaborazione di alternative sociali e istituzionali. Come sostiene l’intellettuale afroamericana bell hooks, il margine non è solo una categoria geografica, ma uno spazio epistemico, politico di “apertura radicale”, capace di produrre visioni non assimilate ai centri
Palestina: una terra che vuole vivere
La vita quotidiana della resistenza palestinese attraverso le immagini dalla Palestina e le voci dei e delle palestinesi nel documentario Hearbeat of the land. di Solidaria Bari (*) Foto: unsplash.com Raccontare la vita quotidiana della resistenza palestinese attraverso le immagini dalla Palestina e le voci dei e delle palestinesi. Questo è l’intento di Hearbeat of the land. Il battito della terra –
February 23, 2026
La Bottega del Barbieri
[Ponte Radio] Cibo organico genuino e sovversivo
Interviste alla collettiva bolognese Simbiosi Organica Sovversiva, Michele Caravita di Campi Aperti ed Errico Milazzo del Progetto Climavore Monoculture Meltdown. Parliamo di agroecologia, garanzia partecipata, mercati contadini, condivisione di saperi e di semi.  
January 9, 2026
Radio Onda Rossa
Che succede a Mondeggi? Facciamo il punto
Pubblichiamo l’intervista che Ornella De Zordo ha fatto a Roberto Checcucci, storico attivista di Mondeggi già intervistato nell’aprile 2022, all’inizio del percorso che ha portato Mondeggi Bene Comune a partecipare al bando di manifestazione di interesse della Città metropolitana di … Leggi tutto L'articolo Che succede a Mondeggi? Facciamo il punto sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Contadini in Cisgiordania, tenere ad ogni costo
Ottobre 2025 Le Monde Diplomatique dai nostri inviati speciali LÉONORE AESCHIMANN e PIERRE CASAGRANDE * giornalisti Dall’inizio dell’anno, l’esercito e i coloni israeliani hanno provocato il trasferimento forzato di  cinquantamila palestinesi della Cisgiordania. Imponendo leggi inique ed esercitando violenze quotidiane, Tel Aviv prosegue un’annessione rampante che punta innanzi tutto all’appropriazione delle terre agricole e alla costruzione di nuove colonie, illegali sul piano del diritto internazionale Ali M. rovista tra le rovine di una casa distrutta nell’inverno 2024 dai bulldozer israeliani per estrarne sbarre di ferro con cui rafforzare la recinzione delle sue capre. Questo allevatore sui vent’anni è interrotto dalla consegna di acqua da parte di un vecchio camion Citroën arrugginito su cui sobbalza una gigantesca cisterna che sta risalendo il sentiero. Ali accoglie il conducente, che divide la sua vita tra il lavoro di professore di biologia a Gerico e le consegne, vitali per le famiglie della regione. Siamo nel villaggio di Al-Maleh, nell’estremo nord della Cisgiordania, in una piccola vallata rocciosa che scende verso il fiume Giordano. Sotto la staccionata, uno strato di sassi testimonia l’esistenza passata di un ruscello che scorreva ancora vent’anni fa. Ormai, nella valle, si spinge solo il vento carico di polvere. «I coloni sono arrivati nel 1967 e hanno cominciato a pompare acqua nel 1973 a oltre 100 metri di profondità», spiega Ali. Le cinque fonti che alimentavano il corso d’acqua si sono progressivamente prosciugate. Questo rifornimento in camion basterà per il consumo dei villaggi e del bestiame ma, sfortunatamente, non permetterà di irrigare gli appezzamenti. La colonizzazione israeliana colpisce duramente l’agricoltura palestinese. «Dal 1967 e con l’inizio dell’occupazione, il contributo del settore al prodotto interno lordo della Cisgiordania è andato costantemente a calare», spiega Taher Labadi, ricercatore in economia all’Istituto francese del Medioriente (Ifpo) di Gerusalemme. Eppure, il lavoro della terra ha una lunga storia in Palestina. L’agricoltura è caratterizzata da una prevalenza di piccole aziende familiari inferiori all’ettaro, che rappresentano più del 70% delle terre agricole (1). La loro produzione è destinata in primo luogo all’autoconsumo, quindi al mercato locale. In un territorio semi arido e collinare, la coltura a terrazza appartiene a un ricco patrimonio agricolo, il cui simbolo è l’ulivo (2). «100.000 famiglie dipendono parzialmente o totalmente dagli ulivi, all’origine di un rapporto molto speciale tra i palestinesi, la loro terra e gli alberi. È un’identità nazionale che diventa anche identità economica», spiega Moayyad Bsharat, coordinatore di progetto all’Unione dei comitati del lavoro agricolo (Uawc), la principale organizzazione non governativa (Ong) agricola palestinese. Calata la sera, Ali è amareggiato perché non può offrire ai suoi ospiti delle vere camere in cui passare la notte. A causa delle continue distruzioni, la famiglia abita in parte nelle tende. Al-Maleh, che risale all’epoca ottomana, è stato devastato dall’esercito nel 1967, e tutti i suoi abitanti sono dovuti fuggire. Circa sessanta famiglie sono tornate, ma il villaggio non ha potuto recuperare le sue dimensioni di un tempo. Gli agricoltori che, come Ali, scelgono di restare, di lavorare la loro terra o di allevare bestiame sono chiamati samidin, ossia coloro che tengono duro nonostante le crescenti difficoltà poste dalla vita rurale. Con la loro presenza, proteggono la terra dall’annessione dei coloni israeliani – un obiettivo cruciale della resistenza palestinese. Nella famiglia di Ali, le coppie con figli hanno preferito trasferirsi a Tubas, la città più vicina. «Quando vengono costruite delle case, qui, sono distrutte dalle forze d’occupazione», spiega. Dopo gli accordi di Oslo del 1993, la Cisgiordania (5 860 km²) è stata divisa in tre zone A, B e C. La zona A (18%)è sotto l’autorità palestinese, la zona B (22%) sotto controllo misto e la zona C (il 60% della Cisgiordania) sotto controllo diretto israeliano, l’esercito non concede alcun permesso di costruzione nella zona C e commette regolarmente distruzioni di edifici. A maggio, un nuovo regolamento sul censimento fondiario e sulla creazione di un catasto emanato da Tel Aviv ha rafforzato ulteriormente questo controllo, facilitando l’accaparramento delle terre palestinesi da parte dei coloni. Nella valle del Giordano, i palestinesi subiscono una vera e propria annessione, con la confisca delle loro terre coltivabili, mentre l’80% di queste è già nelle mani dei coloni e dell’esercito. Anas H., un osservatore della situazione dei diritti umani nella zona, sospira: «La guerra a Gaza fa rumore, ma qui ci hanno dichiarato una guerra silenziosa». Questa «guerra» indebolisce una sovranità palestinese già compromessa dal passaggio dall’agricoltura di sussistenza a un’agricoltura volta verso l’esportazione. Dagli anni 1990, l’Autorità Palestinese e i donatori internazionali hanno incoraggiato le colture da destinare ai mercati esteri. L’emblema è quella del dattero medjool nella valle del Giordano. «Il dattero è l’agrobusiness  che fa irruzione in Palestina», riassume Julie Trottier, idrologa al Centro nazionale della ricerca scientifica (Cnrs), che lavora sulla Cisgiordania. Con Anas, sulla strada 90, che costeggia il Giordano in direzione del villaggio di Bardala, possiamo constatarlo: immensi appezzamenti di monocultura di dattero si susseguono per chilometri, inframmezzati da alcuni grandi magazzini agricoli. Sebbene sia impossibile distinguere a prima vista i frutteti israeliani da quelli palestinesi, il 70% dei palmeti, secondo Anas, sarebbe coltivato dai coloni. «Un classico caso di economia coloniale». All’epoca, la scelta era ricaduta sulla palma da dattero per diverse ragioni: il basso consumo di acqua e la sua compatibilità anche con acqua leggermente salata. Essendo adatta ai vincoli climatici, rende molto e rapidamente, grazie alle esportazioni, dal momento che le aziende israeliane e alcuni grandi proprietari palestinesi hanno firmato contratti con gli attori dell’agroindustria mondiale. «All’inizio dello sviluppo del dattero, sono state coltivate parcelle da seicento dunum (sessanta ettari), un dato inedito in Palestina», testimonia Trottier. Ma i soldi guadagnati hanno provocato l’aumento delle disuguaglianze all’interno della società palestinese. Prima di questa coltura, le pianure del Giordano erano volte verso la sussistenza e il mercato locale. «I proprietari, solitamente, risiedevano in città, una piantagione di banane di un dunum dava da vivere a una famiglia grazie alla mezzadria», spiega la ricercatrice. I mezzadri ora sono sostituiti da stagionali e operai. Ogni anno, i primi raccolgono per due mesi, mentre i secondi lavorano al confezionamento per 5 mesi. Questo contesto economico, insieme alle violenze coloniali, spiega l’entità dell’esodo rurale. In Palestina la proporzione dei lavoratori del settore agricolo è passata dal 37% del 1975 al 5% del 2023 (3). I beni necessari alla popolazione non sono più prodotti sul posto. La maggior parte di quelli consumati dai palestinesi sono importati attraverso Israele, che può decidere di bloccare la merce. «È un classico caso di economia coloniale: la produzione viene orientata verso le esportazioni, e l’economia del territorio occupato diventa completamente vincolata e dipendente dallo Stato colonizzatore», analizza Labadi. Strutture come l’Uawc si battono per la sovranità alimentare. «L’Autorità palestinese non destina neanche l’1% del suo bilancio al ministero dell’agricoltura, contro il 35% al sistema di sicurezza e ai suoi agenti, che non hanno mai protetto un solo ulivo e una sola contadina contro gli attacchi dei coloni o dell’esercito, afferma con disappunto Bsharat. Gli stanziamenti per l’agricoltura  dovrebbero raggiungere il 10% per essere adeguati ai bisogni dei contadini.» Quest’uomo sui quarant’anni, agronomo di formazione, ha dedicato la sua vita a sostenere i samidin. Conosce perfettamente le comunità rurali della valle del Giordano e porta avanti il suo lavoro presso agricoltori e contadini nonostante le intimidazioni dell’esercito israeliano. La sua Ong, creata nel 1986, è composta da centoventi comitati in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Offre formazione, aiuto materiale o consigli tecnici alle famiglie contadine per emergere dalla dipendenza dagli input chimici importati e adattarsi alla mancanza di acqua. L’Uawc lavora solo con piccoli agricoltori e prevalentemente con comunità guidate da donne. «Al contrario dell’Autorità palestinese e dei donatori occidentali, non vogliamo focalizzarci sul 5% della popolazione con grandi aziende agricole, dimenticando la maggioranza, che vuole produrre il proprio cibo. Non vogliamo solo produrre, vogliamo giustizia sociale», prosegue il nostro interlocutore. Tuttavia, non è sempre facile far adottare i metodi ecologici. «Cerchiamo di far capire agli agricoltori che, se vogliono produrre di più, perderanno anche più rapidamente le terre, perché i metodi industriali esauriscono il suolo dopo alcuni anni», aggiunge, citando il caso della coltura intensiva di datteri che massacra il terreno e aumenta il grado di salinità. L’agroecologia come via verso la sovranità alimentare è un presupposto per cui si batte anche Forum Palestinese di Agroecologia (Fpa) dalla sua creazione nel 2018: «Il nostro rapporto con la terra è cambiato. I nostri metodi tradizionali erano vicini ai principi agroecologici; oggi, non sappiamo neanche quali input chimici siano presenti nel suolo e quante varietà di Ogm (organismi geneticamente modificati) ci siano imposte, spiega Lina Ismaïl, membro dell’Fpa. L’occupazione israeliana ha imposto i suoi semi. Ora, ci sono varietà autoctone di prodotti ormai introvabili nei nostri mercati». Per ovviare a queste mancanze, l’Uawc aveva fondato, nel 2003, una banca di sementi autoctone a Al Khalil – il nome palestinese della città di Hebron. Qui, venivano moltiplicate, stoccate e distribuite con il passare delle stagioni 76 varietà locali. Nelle sale decorate con piante essiccate, Jannat D. accoglieva calorosamente i contadini. Dopo aver ascoltato i loro bisogni, forniva consigli e consegnava sacchetti contenenti le preziose sementi. Secondo Bsharat, la protezione della biodiversità agricola era solo uno dei numerosi benefici di questa iniziativa: «I semi industriali sono più produttivi, a condizione che siano associati a  pesticidi, fertilizzanti chimici e un’abbondante irrigazione. Non è possibile riprodurli e quindi  devono essere acquistati ogni anno. I nostri semi evitano tutte queste insidie. Sono rustici, più  resilienti di fronte al cambiamento climatico e alle malattie, e permettono inoltre un’alimentazione più sana». Quando l’esercito israeliano sradica gli ulivi Tuttavia, per Israele, la sovranità alimentare dei palestinesi è una minaccia. Il 31 luglio scorso, i bulldozer seguiti da uomini incappucciati e soldati israeliani hanno saccheggiato la banca di sementi e demolito l’edificio. Secondo l’Uawc, questo attacco era mirato a «impedire ai palestinesi di rimanere sulle loro terre (4)». Una settimana prima di questa spoliazione, il Parlamento israeliano aveva approvato una mozione simbolica sull’annessione totale della Cisgiordania e convalidato un piano di 275 milioni di dollari a beneficio delle colonie. A fine agosto, in reazione a uno scambio di colpi d’arma da fuoco tra contadini e coloni, l’esercito israeliano ha sradicato 10.000 ulivi – molti dei quali secolari – nel villaggio di Al-Mughayyir, vicino a Ramallah. Dal 1967, in totale, il governo israeliano ha sradicato più di 800.000 di questi alberi e rasato al suolo con i bulldozer centinaia di chilometri di terre agricole in Palestina (5). Ma ad Al-Maleh, quando la giornata volge al termine, Ali continua a scherzare, con il sorriso sulle labbra. Accende un braciere per scaldare il pasto e l’acqua con cui lavarsi. Dietro di lui, la sagoma in filo spinato dell’avamposto militare che domina la valle si staglia nel cielo. Si siede vicino al fuoco, immobile come i massi attorno. Le pietre non lasciano la valle, dice un proverbio palestinese.   (1) Jacques Marzin, Jean-Michel Sourrisseau e Ahmad Uwaidat, «Study on small-scale agriculture in the Palestinian territories», Centro di cooperazione internazionale nella ricerca agronomica per lo sviluppo (Cirad), Parigi, 2019. (2) Si legga Aïda Delpuech, «En Israël, l’arbre est aussi un outil colonial», Le Monde diplomatique, ottobre 2024. (3) Bashar Abu Zarour, Amina Khasib, Islam Rabee e Shaker Sarsour, Economic Monitor, n° 73, Palestine Economic Policy Research Institute – MAS, Ramallah, 2023. (4) Philippe Pernot, «Israël attaque une banque de semences paysannes en Cisjordanie occupée», 2 agosto 2025, https://reporterre.net (5) Qassam Muaddi, «Israël voulait punir un village palestinien. Il a donc détruit 10 000 de ses oliviers», 28 agosto 2025, https://agencemediap Le Monde Diplomatique
October 24, 2025
Pressenza
Manifestazione No OGM a Parma di “Cambiare il Campo”
Riportiamo il comunicato verso la manifestazione di questo sabato e ai nostri microfoni Luca dell’ Associazione Solidarietà Campagna Italiana.  Cambiare il Campo è un gruppo di attiviste e attivisti, contadine e contadini, di diverse zone d’Italia, provenienti da diverse realtà, gruppi, collettivi e associazioni, rurali e cittadine che lavorano per unire le forze e per […]