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Mantova, progetto con la Polizia nelle scuole: “Aiutati che la polizia ti aiuta!”
È settembre, iniziano le lezioni scolastiche e la Polizia di Stato lancia il suo annuncio in forma di progetto per evangelizzare studenti, studentesse e, ahimè, anche insegnanti e famiglie. La segnalazione all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ci giunge anonima da Mantova. Ma l’anonimato poco importerebbe, se non servisse a evidenziare lo stato di timore e di ricatto che serra ormai in una morsa coloro che, dalle scuole, spesso in posizione di eterno precariato o di nuova assunzione in anno di prova, notano le manovre dei Dirigenti Scolastici atte a consentire alle Forze Armate di attivare progetti di propaganda politica. Sì, proprio quella politica, quell’attività con cui si spingono avanti idee, indirizzi, si appoggiano agende e interventi che riguardano la società civile. Quella stessa attività di giudizio politico il cui esercizio viene vietato, come fatto esecrabile, in difesa della sacralità presuntamente inviolabile ai fatti esterni di un collegio docenti o di una classe. A scuola si devono insegnare le discipline, ordinate nelle pagine delle Indicazioni Nazionali e dei libri di testo, per lo più faziosi. Se un/una insegnante racconta la storia della Palestina, se prova a risvegliare l’orrore e il bisogno di capire – perché emozionarsi e solidarizzare è importante ma non basta – il genocidio in atto al dì là del Mediterraneo, incorre in avvertimenti, sanzioni e subisce ispezioni. Provvedimenti indimidatori che, a tutt’oggi, rimangono pressoché inefficaci rispetto agli effetti concreti perché la libertà docente è ancora protetta costituzionalmente, ma che riescono a ridurre al silenzio. Da qui l’anonimato che spesso ci viene chiesto. Del resto, altre segnalazioni analoghe sono arrivate e le abbiamo commentate sulle nostre pagine (clicca qui). Il contenuto della segnalazione ci rivela che la Questura di Mantova invia il 29 settembre scorso una breve comunicazione all’Ufficio Scolastico Regionale e alla referente per la Legalità e delle Politiche Educative con ui avvisa – non chiede se possibile, avvisa – che proseguiranno le attività del Progetto “Aiutaci ad aiutarti“. La secchezza della nota firmata dal dirigente in capo all’Ufficio Anticrimine contiene parole-chiave di quell’agenda politica a cui si accennava. La premessa generale è che occorre fare prevenzione con gli adolescenti del primo e del secondo anno delle superiori di secondo grado; dal postulato si evince la convinzione che la gioventù è sempre pericolosa, instabile, facile al crimine; ne consegue che le politiche giovanili – considerata la seconda destinataria della nota – si fanno sotto la voce legalità, ovvero il rispetto anodino e acritico delle Legge; il progetto aiuterà i poliziotti ad aiutare i giovanissimi a non sgarrare, come sarebbero indotti – dal loro scarso giudizio – a farlo. Insomma, meno male che il poliziotto c’è, ed è un educatore, un po’ ruvido forse, ma più efficace di un insegnante o di un genitore. Se la genitorialità in questo periodo storico sembra perdere il suo smalto in ambito famigliare e scolastico, ci pensano i poliziotti a supplire. L’opuscolo “Non sei solo” insegnerà ai ragazzi e alle ragazze come ci si prende carico dell’altro e quando si è in difficoltà (uno spinello? un nuovo tatuaggio? un bullo o una vittima di una banda di bulli? una giovinetta ignara che subisce attacchi maschilisti dai compagni? La lista è lunga…) forse un’eco dell’I care stavolta non di un prete, ma di un poliziotto. Il fatto che la Questura dia per scontato che il progetto potrà proseguire, non è la conseguenza di una decisione degli organi collegiali che hanno deliberato il Piano Triennale dell’Offerta Formativa, comprensivo della ormai estesa progettualità esternalizzata a presunti esperti dell’extra scuola, ma deriva direttamente dalla cogenza dei protocolli ministeriali, interministeriali, siglati fin dal 2014. Il loro scopo è attivare le forze congiunte che fanno capo al Ministero delle Difesa, delle Politiche del Lavoro e Sociali, al MIM (Ministero Istruzione e Merito). Un protocollo firmato dal MIUR con quello della Difesa nel 2017, ad esempio, pur avendo a tema un segmento dell’istruzione che non è quello a cui si riferisce la segnalazione mantovana, aveva un paragrafo sugli scopi e sull’operato del Ministero della Difesa, attraverso le Forze Armate. Esso abbracciava tematiche ampie, che danno conto dell’ideologia che le ispira. Nella premessa vi è in primis il ruolo che si riservano MIM e MIUR come referenti di un ampio progetto di innovazione di tutto il sistema educativo (attenzione alle parole in corsivo) e di rinforzo del rapporto fra mondo del lavoro e la scuola (da cui il titolo ambiguo del documento). Insomma, entrambi i dicasteri richiamano il lavoro delle agende già da anni operanti per disarticolare la scuola, per influire sul periodo di formazione culturale ed etica dei giovani e far convergere ogni sforzo educativo verso le esigenze del mercato. Si tratta di istruire forza-lavoro, capitale umano (aspetti cognitivi, affettive relazioni, come si evince dalle ricerche sulle soft skill e sul mantra delle competenze per il lavoro). Il ruolo del Ministero della Difesa è racchiuso nel preambolo in cui si afferma la particolare attenzione ai valori etico-sociali e il focus è rappresentato dalla cultura della difesa. Il secondo paragrafo sottolinea che non riguarda solo i percorsi universitari, ma l’operato è rivolto anche alle scuole di ogni ordine e grado. E se non fosse chiaro, nel quarto si delinea come scopo l’attenzione alla scuola secondaria, dove studenti e studentesse saranno ben orientati al futuro. Il quinto paragrafo non dimentica le competenze tecnologiche che, del resto, abbiamo visto in mostra negli eventi che lo stesso protocollo cita come esempi di attività di routine nelle forze armate e di polizia. Questi protocolli i Dirigenti Scolastici li ritengono vincolanti e prescrittivi, così quando le Questure, i Carabinieri, Marinai, aviatori e Alpini avvisano, allertano, chiamano, la risposta è signorsì. Per quanto concerne l’Università i protocolli realizzano il sovrapporsi e il mescolarsi delle tre missioni che la Ministra Maria Stella Gelmini aveva delineato nella famigerata riforma del 2010, dopo il tre-più-due-uguale-a-zero del buon Luigi Berlinguer. La prima missione – la didattica – subisce l’influsso diretto del mercato su ciò che è bene insegnare; la seconda – la ricerca – subisce i rigori dell’ANVUR (Agenzia Nazionale Valutazione Ricerca Universitaria) e cade direttamente nelle mani delle aziende private; la terza – l’apertura alla società, ai territori – diventa consegnare gli studenti ai poliziotti che realizzano i loro progetti di orientamento e di propaganda (clicca qui). Mantova è una splendida città su tre laghi che vive apparentemente tranquilla appoggiata ai suoi palazzi e alle bellezze naturali. Ma nell’apparente sonnolenta vita di una città di provincia si muovono gli stessi problemi che affannano il nostro Paese: le disuguaglianze sociali, la mancanza di un lavoro che non sia di puro sfruttamento o di costrizione alla fuga dal proprio paese, concretamente per i più giovani l’evaporarsi della speranza di realizzare una vita che dignitosa. Ormai un po’ da tutti i siti culturali e politici si leva la voce contro il processo di militarizzazione della scuola, a ogni livello e, anche se spesso dimenticano di citare l’ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole delle università, noi suoniamo sullo sfondo il tema-guida e proviamo a fare canone (qui un interessante approfondimento di Futura D’Aprile). Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Bambini e giovani dinamici: la ginnastica militare nelle scuole
Siamo una società dinamica, anzi capace di accelerazioni spettacolari, di superamenti dei limiti umani e di una protervia senza confini nell’uso delle tecnologie. Il corpo, la sua armonia complessa ne fa le spese. Non va accompagnato nella crescita come si annaffia e si cura un germoglio, ma spinto, incurvato, teso verso la prestazione eccellente; il corpo – soprattutto quello dei più giovani – diventa l’icona della bellezza patinata delle pubblicità, magrezza atletica, setosità della pelle, muscolatura ben disegnata. Allora si deve iniziare presto ad allenare questi corpi poveri di anima, bisogna fin da subito far capire che non si sta parlando del gioco, dello sport come gioco, del movimento come essenziale aspetto del vivere e dello stare in relazione, ma del competere per essere soli al traguardo. Ogni coach (e già, così, in inglese d’obbligo), allenatore, preparatore, maestro di discipline, è soprattutto il mentore del corpo competitivo. Allora, ecco l’ennesima segnalazione arrivata all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sulla ginnastica in stile militare per uomini, donne, bambini: siamo con la Sezione Lecce dei gruppi che, dalla fine degli anni Settanta, curano la pratica sportivo-militare, in collaborazione con il CONI (clicca qui). Non che i vecchi non debbano anche loro andare in palestra, anzi, sono proprio loro che devono dimostrare quanto è bello invecchiare sani e vigorosi perché tanto si è lavorato in palestra da bambini e da giovani. La morte avrà i nostri occhi alla fine, ma non le apparterranno le nostre muscolature ancora tese. Ironia macabra e amara, lo so, ma sembra proprio che a vedere le pubblicità e gli inviti pressanti alla ginnastica, si tratti proprio di scongiurare la morte, di pensarla come un affare di altri. Sì, anche questo lo sappiamo è tutt’altro che ironico, visto l’infuriare delle guerre. Ginnastica è un termine che era diventato desueto. Come sappiamo viene dalle parole ginnasio e ginnasta, il luogo dove praticare l’esercizio del corpo, e la persona che lo frequentava esponendosi nudo, come avveniva nella lotta e nei giochi greci. Finita l’era dell’ISEF (Istituto Superiore di Educazione Fisica ) che preparava gli insegnanti di ginnastica per le scuole superiori, si cominciò a usare altri modi di designare il movimento: la psicomotricità, l’educazione motoria, le arti motorie, le varie specialità sportive che si ibridano fra loro e nuove ne inventano, per non parlare delle diverse branche delle medicina sportiva. E perché serve oggi ripristinare la ginnastica accostandovi l’aggettivo militare? La risposta sta al cuore del nostro lavoro come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Siamo una società malata, risentita, costantemente allertata contro un ipotetico nemico, contro il barbaro alle porte della città, le cui mure sono sempre più alte, robuste, elettrificate. Su questo vasto sentire collettivo che ci avvelena, prosperano i corpi militari che, ad ascoltare ministri, sottosegretari, ex generali prestati alla politica e politici del male minore, ci dovrebbero difendere. Se il volantino che è arrivato a noi appare ricco di iniziative anche più gentili, meno orientate alla possanza muscolare che pure molte immagini nel sito espongono, il mantra della Sezione di Lecce è esplicito, la scuola è ginnica, si tratta di mettersi alla prova con attività ad alta intensità. La danza e la musica si possono del resto praticare in molti modi, non sono solo allietanti e festivi. Anche al Conservatorio oggi si deve essere performanti, è un costume acquisito la competizione, prima del piacere, della giocosità del gesto. In tutte le attività in cui ci si occupa del corpo, proprio e altrui, sano, giovane, vecchio, malato «Quando la tensione non viene tenuta si trasforma in altro», scrive la filosofa Giusi Venuti, e il tenere qui allude al contenere e al ben indirizzare, senza forzature, anzi a risanare il trauma che spesso il vivere comporta e il corpo patisce. «Il corpo sa prima che la mente articoli. È da questo sapere del corpo […] che una riconfigurazione diventa possibile» (G. Venuti Il vero si tocca. Del gesto che pensa Orthotes, Napoli 2026 p.109). Se un istruttore, un allenatore, un ginnasta non mette a tema il sapere del corpo nell’insieme cooperativo con gli altri corpi, può mostrare pratiche perfette ma dannose per sé, per gli altri. Quando eravamo bambine e bambini, nelle periferie delle città e nelle campagne, solo i figli dei ricchi andavano in piscina, a giocare a tennis, in palestra si andava per curare la scoliosi e la lordosi giovanili, oppure se si intraprendeva una disciplina sportiva, la danza per le bambine, i maschi non erano ben visti alla sbarra di fronte al grande specchio e giocavano a calcio. Ma per tutte e tutti il movimento vero era quello fuso con il gioco, la palla, la corda, la bicicletta erano i protagonisti nei cortili e nelle strade, nei pratoni spogli fra le case. Dinamici fino allo sfinimento e forse, nello squallore dei luoghi, più felici. Fonti: https://osservatorionomilscuola.com/?s=puleo+ginnastica+militare; https://osservatorionomilscuola.com/2026/08/04/sport-militarizzazione-generazioni-giocano-guerra-ginnastica-dinamica-militare/; https://osservatorionomilscuola.com/2024/12/01/luoghi-comuni-e-meglio-se-lo-sport-lo-insegnano-istruttori-militari-la-ginnastica-dinamica-militare-italiana-gdmi/; https://osservatorionomilscuola.com/2025/09/21/monza-sport-city-day-2025-partita-pace-ginnastica-dinamica-militare-ambiguita/; https://osservatorionomilscuola.com/2023/07/14/ginnastica-dinamica-militare-gdm-la-militarizzazione-dello-sport-intervista-ad-antonio-mazzeo-su-radio-onda-durto/ Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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Pennuti che passione!
La segnalazione arrivata all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è dell’estate scorsa, quindi siamo in ritardo nel commentarla, anche se più volte ci siamo occupati di raduni e campi organizzati dal Corpo degli Alpini. Qui siamo in Valtellina, nella frazione di Rodolo, comune di Colorina, provincia di Sondrio. Luogo ameno, ci dicono le guide turistiche, di boschi e montagne. Il sito del raduno è infatti la faggeta di Alfaedo, nel cui nome sta la radice dialettale “fai”, faggio. Non sarebbe entrato nei nostri interessi e scopi l’avviso contenuto nel manifestino, se queste manifestazioni restassero un fatto interno al corpo stesso che le organizza, per i propri membri. Vale anche per altre manifestazioni delle Forze Armate, fiere di armi, esibizioni di volo, visite a navi scuola, a caserme, ecc. Così non è. Perché soldati, graduati e semplici di tutte le armi, rivolgono la loro attenzione alle creature piccole e giovani e trasformano attività addestrative o dimostrative interne in fatti pubblici. Si tratta di mettere in atto qualcosa che ha un valore aggiunto nel momento in cui donne e uomini in divisa, la differenza nel genere dipende dalle circostanze, si improvvisano educatori, pedagoghi, maestri, consulenti. Sforando, crediamo noi, le funzioni proprie, per andare in supplenza a chi, insegnante e o genitore, per mandato istituzionale e per dovere etico, si occupa dell’educazione e dell’istruzione dei più piccoli. L’obiettivo dell’uscita dai ranghi, dai luoghi propri, dell’esternalizzazione delle abitudini militari verso la società civile e verso l’età giovane (più permeabile), è l’indottrinamento. Indottrinare, in senso proprio, è introdurre un neofita a una dottrina: precetti, regole, scopi, funzioni, usi. Un campeggio militare, per quanto innocuo possa sembrare, è una forma evidente di propaganda, serve a creare consuetudine con la disciplina, l’obbedienza, il rispetto assoluto (ab-soluto: libero e non derogabile ad altro) alle regole di ingaggio di un eventuale – e sperato, quando non apertamente proposto – arruolamento. Succede molto spesso che, mediante la veste allegra e apparentemente pacifica dell’incontro fra divise e gente comune, venga veicolata la normalizzazione di un assunto ben diverso: sotto la bonarietà c’è tutto il dolore che potrà venire “dall’armatevi e partite”. Succedeva alle stazioni dei piccoli centri, chissà magari anche a Colorina quando la stazione ancora non era stata inghiottita dall’alta velocità, i contadini, i montanari, le donne, piangevano la partenza dei figli, dei mariti, dei fratelli, che ignari cantavano. Succede ancora oggi, nelle piazze, nelle strade dei nostri paesi e delle nostre città che si possa ridere e gioire di ciò che allude alla guerra, oggi così presente nel nostro quotidiano. E nel merito del corpo di cui qui parlo, la novantasettesima adunanza degli Alpini è scesa al mare, a Genova, il maggio scorso, bloccando una città …festante. (clicca qui e qui). L’ alpino ha la penna sul cappello e anche il bambino che – nell’immagine – sorride rivolto alla roccia. Saluta militarmente un altro cappello e una fascia tricolore, ne sembra molto fiero. Le penne ornano il cappello del bersagliere che corre, mentre l’alpino alpeggia, si arrampica, cammina con il passo lento del montanaro. Sono piumati gli elmi dei guerrieri alle mura di Troia e Odisseo lo ribadisce come punto d’onore dei capi. Sono meravigliosamente piumate le teste dei capi pellerossa, e sono bianche di piume le ali degli angeli. Il fascino del piumaggio ha tutta una simbologia e una sua retorica che qui tralascio rilevando solo gli elementi più ovvii, che son poi quelli che incantano i bambini: le piume servono a quel muoversi oltre la forza di gravità che gli uomini hanno sempre invidiato, creando mitologie di voli spesso puniti dagli Dei, e hanno dato vita ai favolosi disegni di Leonardo. Una fascinazione antica che, come sempre accade per ciò che ci incanta, cattura la nostra immaginazione e ha parentela con l’eros, con gli amorini alati nelle raffigurazioni rinascimentali che circondano Afrodite. Poi, passo passo oggi si arriva alla magia arrogante e minacciosa dell’aerodinamica dei caccia di guerra. Fonti: https://osservatorionomilscuola.com/2026/03/23/rivarolo-alpini-campi-estivi-scuola-lavoro-patria/; https://osservatorionomilscuola.com/2026/06/22/questa-estate-non-studiare-con-gli-alpini-devi-andare/; https://osservatorionomilscuola.com/2025/11/28/campi-scuola-alpini-formazione-addestramento-militare/; https://osservatorionomilscuola.com/2026/06/04/campo-scuola-alpini-sona-palazzolo-verona/ Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Ah, Reggio Emilia, sì bella e perduta! Centro Malaguzzi sotto accusa: tra scuola e sionismo
Ieri, 6 ottobre, a Reggio Emilia si è svolta una manifestazione-presidio per protestare contro la visita didattica e, ovviamente, di puro proselitismo pro-Israele, di alcuni direttori e docenti delle scuole ebraiche statunitensi, alle scuole del Centro Malaguzzi Reggio Children (clicca qui). Cosimo Pederzoli, insegnante e giornalista, lo segnala sulla sua pagina social, perché la storia di Reggio Emilia e delle sue scuole d’infanzia famose in tutto il mondo – come recita lo slogan sul loro sito – sta diventando una brutta storia, troppo spesso al disonore della cronaca (qui il profilo Facebook). Il fatto segnalato all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è relativo al “Paradigm Project”, «ovvero l’organizzazione e l’arrivo della delegazione di cui su, prevista dall’11 al 16 ottobre. Si tratta di una rete di scuole ebraiche riunite per l’innovazione nell’educazione ebraica della prima infanzia, finanziata principalmente da fondazioni filantropiche e organizzazioni della comunità ebraica nordamericana», così scrive Pederzoli e continua, «la loro formazione è avvenuta proprio al Centro Malaguzzi». Quindi si tratta di amicizie di coloro che dirigono le scuole d’infanzia, finanziate dal Comune di Reggio Emilia e dai fondi che la Fondazione Malaguzzi ricava da corsi a pagamento e pubblicazioni. Ne abbiamo già scritto in altre occasioni: l’eccellenza indubbia è stata guadagnata anche con forme di rigida conduzione, prima da parte dello stesso Loris Malaguzzi e oggi da chi le dirige (clicca qui; oppure qui; o anche qui). Poco ammesse le critiche al modello, pena l’esclusione. Il pedagogista è di ormai consolidata santificazione, un Lorenzo Milani comunista, icona intoccabile. Insomma, a giudizio di chi scrive e quella realtà la conosce, il famoso Approach pedagogico (meglio scrivere in inglese, perché si è visto serve…) è solido, le scuole – ad esempio la Diana e la Anna Frank – sono ubicate in spazi bellissimi (quelle primarie statali, in edifici comunali, cadono a pezzi), le docenti (quasi tutte donne) sono preparate sulla psicologia della prima infanzia e sulle strategie educative, ed è un formarsi continuo, così comunitario da sconfinare nel religioso e nel ritualizzato. «Se questa delegazione Paradigm Projects in arrivo a Reggio fosse confermata  – continua Pederzoli – c’è da porsi qualche domanda: come possono essere compatibili le attuali connessioni tra la delegazione ebraica-americana, il sostegno all’IDF e il documento di ReggioChildren? Conosciamo i profili dei partecipanti? Possiamo escludere con certezza di fornire servizi a personale educativo vincolato ad una pedagogia militare sionista? Da anni queste domande a Reggio Emilia non si possono porre. E chi lo fa è un antisemita». La risposta del Centro Malaguzzi è scontata, innocente. Il portavoce del Comune vuole aprire un’indagine; perfino la CGIL ha una scossa di orgoglio sindacal-politico. Il diniego è deboluccio e tutto da verificare (clicca qui). La Senatrice Stefania Ascari in quota 5Stelle ha presentato un’interrogazione al Governo sulla visita statunitense a Reggio. Per capire dove sta andando questa città serve anche muoversi di lato rispetto ai fatti oggetto della segnalazione. Il perno post fascista delle amministrazioni comunali e regionali è stato per anni, fino allo scioglimento e le varie coloriture assunte dalla falce e martello e all’attuale PD, il Partito Comunista. Il centro-sinistra con l’elezione diretta alla vigilia delle elezioni del 2019, ne ha assunto una fioca eredità (clicca qui). Lo schianto delle cooperative rosse finite in uno scandalo finanziario, sono un aspetto del declino ideale della sinistra storica. Più di recente, vanno ricordati i giri di valzer sull’Autonomia Differenziata per la Regione di iniziativa di Stefano Bonaccini, formalmente ritirata dal Presidente Michele De Pascale, nel 2025, probabilmente per il successo di firme ottenuto con il referendum contro la legge 26/96/2024 n 86 (non ammesso dalla Corte, purtroppo clicca qui). E, fresco fresco di questi ultimi giorni di confusioni ideologiche e storiche, la delirante proposta di legge depositata alle Camere e approvata come Ddl (Forza Italia, Lega, Italia Viva), primo firmatario Graziano Delrio, già sindaco (2004/2013) che volutamente confonde antisemitismo con antisionismo, dando così una mano al prodigo Ministro meritevole Giuseppe Valditara e le sue ispezioni anti ProPal, per altro sterili ma intimidatorie. Il PD , partito di cui Delrio è senatore, si astiene (clicca qui; e anche qui). Del resto, le astensioni della sedicente opposizione sono abituali, anche per le spese militari, gli armamenti. Tornando al Centro Malaguzzi, il problema su chi abbia autorizzato la visita è confuso, ma non cambia la sostanza dell’accoglienza accordata. Uno sguardo attento su quel che sta avvenendo in Palestina, in Libano, in Siria è un obbligo morale per degli educatori, qualsiasi cosa si pensi sui diritti a esistere di Israele, sulle manovre presunte di Hamas in preparazione del 7 ottobre, sugli aiuti del governo israeliano alla sua sussistenza, come ha affermato Benjamin Netanyahu durante gli interrogatori condotti per venire a capo della sua decennale vicenda giudiziaria. In proposito, per non perdere il filo, per evitare strumentalizzazioni sulle responsabilità del genocidio in atto in Palestina è bene vedere The Bibi Files documentario amaricano proiettato in tutte le sale, Naza, a cui abbiamo già accennato, e Palestina 1936. La storia non finisce purtroppo, e va ben oltre la Pianura Padana. Questa città per molti che la vivono in modo politicamente attivo, per chi come me la ama perché vi abitano amici carissimi, è una ferita aperta, un vulnus che purtroppo non viene solo dalle Sentinelle in piedi che leggono la Bibbia in piazza contro le donne che abortiscono, dagli integralisti contro l’educazione di genere nelle scuole, ma dal cuore stesso della sinistra nata nel dopoguerra, un dopoguerra costituzionale anche grazie ai partigiani che su quelle montagne morirono. Reggio, come molte cittadine gentrificate, oggi vive di marchi. Ha fatto una icona dei Fratelli Cervi, di Antonio Ligabue, il pittore che capiva gli animali e i bambini, spesso ospite dell’ospedale psichiatrico della città e, più prosaicamente, ha difeso a marchio impresso a lettere di fuoco, il parmigiano del suo Appenino proprio dall’attacco dei falsari statunitensi. Ne scriveremo ancora. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Bardonecchia, i bambini tra corse vietate e prontezza militare con le forze dell’ordine
«Alla primaria non ci fanno più correre in cortile: è pericoloso». Questa è l’informazione che un bambino appena entrato in prima classe della primaria fornisce a mio nipote che, nello stesso cortile della stessa scuola, ancora nella sezione della scuola dell’infanzia, può correre. Occorre smettere di correre, di giocare ad acchiapparella, di saltare la corda, di andare in bicicletta per fare altro. Cosa? La prontezza prevista nel novero delle abilità non cognitive (soft skills) si guadagna in altri modi. E dire che le soft skills sono insieme fisiche, emotive e cognitive, perché i corpi che noi siamo non vivono in schizofrenica separazione fra facoltà mentali e abilità, destrezza fisiche. Aggiungo che, quando da dirigenti scolastici ci fecero fare i corsi al CONI per addestrare a nostra volta i docenti (lo so: è quasi comico), ci ricordavano a ogni lezione che le abilità primarie, di base, che presiedono all’armonia del movimento, sono correre, saltare, rotolare, lanciare, afferrare. Dove, allora, possono oggi esercitarle i bambini e le bambine? Non nei cortili, meno che mai in quelli condominiali, non nei parchi pubblici. Non per coloro che vivono in periferia, a Roma ad esempio, perché sono pochi, mal messi, spesso luoghi di spaccio. Riflessioni che vengono in mente guardando un filmato inviato come segnalazione all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università (https://www.facebook.com/reel/1346086810476006). Siamo a Bardonecchia, piccolo comune dell’Alta Val di Susa, Piemonte, posto non tanto di valligiani ma di villeggianti di lusso: la neve prestigiosa dei principi del capitalismo italiano, gli Agnelli, i Nasi, i Pininfarina (clicca qui). Tuttavia, le creature piccole sono tali in ogni luogo, giocano, ridono e imparano, qui fra i ricchi e nelle discariche o fra le macerie. Infatti, i bambini e le bambine che vediamo per pochi minuti sono ridenti, felici, e felici lo sono i poliziotti che li issano sulle potenti motociclette, che mostrano loro le attrezzature che servono a garantire la sicurezza dei cittadini, dei bambini e le bambine in primis. Felici coloro che plaudono nei commenti all’iniziativa, esperienza bellissima, di cui render grazie. Questo il mantra che i filmati, ne arrivano a centinaia, veicolano: la destrezza, la velocità, si imparano grazie all’imitazione di quel che viene mostrato dagli eroi in divisa. I neuroni specchio lavorano bene nelle giovani menti infantili, le sinapsi si muovono veloci. In altri filmati si vedono inseguimenti di scippatori e ladri in fuga (corrono!!!), e corrono i cani e i cavalli, anche loro – come direbbe la mia amica antispecista – creature ingenue dal cuore limpido come quello dei bambini, ma altrettanto plasmabili. Questione di addestramento a vedere, a provare, a immaginare di diventare forti, nuovi guerrieri nel quotidiano tran-tran delle nostre vite vulnerabili. Esiste una memoria dei gesti e una memoria emotiva. Se mi insegnano come impugnare un’arma, se mi fanno vedere quanto è potente e minaccioso, proprio per struttura, un mezzo militare, anche solo una grossa motocicletta, se mi insegnano a stare su una torretta per individuare un nemico, se mi dicono che la polizia attiva la sirena e corre in barba a qualsiasi divieto, se mi fanno credere che tutto questo è un bene, qualcosa che mi fa stare bene, sicuro, impugnerò quell’arma in futuro, cercherò il cecchino o lo diventerò, correrò forte perché a me è permesso. Logiche della memoria e logiche del potere. Perché, checché ne dicano i soloni della difesa, della sicurezza dal rischio che si elimina nel prevenirlo, siamo animali che si vulnerano, facilmente, si danneggiano, basta vivere, e si sa. Questo non vuol dire che siamo fragili e da proteggere. La fragilità viene dopo, quando abbiamo sperimentato la vulnerabilità, ed è bene che questa esperienza avvenga. La vulnerabilità nostra e dell’altro, di qualsiasi vivente, è fragilità soprattutto all’inizio e alla fine della vita, vale per una donna, un uomo, per un cane, per un albero. Si chiama ecopedagogia la cultura dell’educazione a vivere senza violenza la casa comune, a farsene carico. Ed è il contrario della psicoistruzione (Michele Lucivero, Andrea Petracca in AAVV, Cantiere scuola. Scavare nelle macerie e ricostruire fra utopie, visioni e attrezzi per andare oltre, Aracne, Roma 2026 p. 356), quella che si appropria del corazòn infantile (cuore e mente come dice il matematico Fernando Zalamea) e divora dentro. Un approfondimento su cui educatori, genitori, attivisti dovremmo sostare, è come proteggere davvero la vulnerabilità infantile.  Manon Pignot ha ricordato, in un convegno del 2025, a cura della Società delle Storiche, che crescere in contesti di guerra e genocidio dove si muore come Naza (effetto collaterale della strategia di guerra), vuol dire stare sotto il segno della violenza che, nelle parole della storica francese, è uno specchio del disordine sociale sperimentato come ingiustizia a cui far seguire risentimento e odio (clicca qui). La spirale continua a girare. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Taranto spartana: open day militare in caserma, bambini tra armi, navi e sommergibili
> All’epoca in cui vivranno i nostri nipoti, > qui nascerà una città. > Ovidio A settembre è arrivata all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, corredata da inequivocabili immagini fotografiche, una segnalazione di un genitore, relativa all’open day svoltosi il 14 dello stesso mese presso il Centro di Addestramento Aeronautico della Marina Militare di Taranto, il Maricendatt, sito nella bella borgata San Vito (clicca qui per le informazioni). Come si legge sul sito del Ministero della Difesa, il Maricentadd è un grande complesso, ben sette Reparti Speciali, parecchi uffici amministrativi e, all’interno della struttura una sede distaccata del COBAR. Se cerchiamo in rete cos’è questo ultimo ufficio in elenco, troviamo due informazioni. La prima, di carattere prettamente militare sembrerebbe riferita alla sigla della Sezione Studi e Rappresentanza della Difesa, con tanto di casa editrice di riviste specializzate, di fascicoli di propaganda per l’arruolamento, di testi sulla storia e sulle attività dei diversi corpi armati. La seconda – e si direbbe più attinente al Maricentadd – è riferita al nome di una società per azioni che restaura e costruisce edifici di grandi dimensioni, in genere ad uso pubblico (teatri, musei, caserme) e importanti infrastrutture: fatturato dichiarato 340 milioni di euro. Vocata alla bellezza come recita il sito, è attualmente impegnata nella costruzione di una nuova caserma, la Farinati di Taranto, ad uso della Flottiglia Sommergibili (clicca qui). Inutile dire che i denari sono dei contribuenti, forse del PNRR che non è un cortese regalo europeo all’Italia. Ma, come dice, in uno dei pochi dialoghi apprezzabili in Minerva: la scuola (mini serie Netflix), il comandante in capo e preside del liceo militare a una professoressa, «se i soldi vanno alle accademie militari, al bilancio della difesa e non alla sanità e all’istruzione, è perché rappresentano una priorità. Infatti, grazie alla educazione all’ordine, alla disciplina, all’obbedienza e all’onore nella difesa della patria, si preparano cittadini migliori, e in migliori condizioni fisiche» (cito a memoria). Così, rincuorati da questa convinzione e abbagliati dalla bellezza del complesso Maricendatt, entriamo – come ha fatto il genitore che segnala – con i nostri bambini e le nostre bambine all’open day organizzato dai marinai, nonché aviatori. Cos’è un open day a scuola lo sappiamo bene. Si tratta di mostrare le strutture, le materie prime (culturali, disciplinari e dispositivi tecnologici) e presentare l’offerta di prodotto finale di un istituto scolastico perché le famiglie lo scelgano per i loro figli e figlie. L’americanata del giorno aperto arriva in Italia con l’Autonomia Scolastica. La mostra di mercanzia di competenze professionali impiegata a ottenere migliori competenze scolastiche da parte degli alunni è, nei fatti, concorrenza fra i migliori, è lotta per le iscrizioni. Ormai uno squallido rituale annuale. Quale mercanzia sui banconi del Maricendatt si offrono alle famiglie in visita? Ovviamente armi, modellini di aerei, navi, sommergibili. Forze giovanili da arruolare per la guerra, che è già qui, per cui è meglio abituare anche i più piccoli al futuro che li aspetta, se non in divisa, almeno a supporto civile durante e dopo il disastro. Gli Spartani bellicosi sono utilissimi, anche solo per mostrare le spade affilate al nemico eventuale, al barbaro che stiamo aspettando attacchi la fortezza Italia. Le foto inviate sono chiarissime, e sono fra le tantissime che, nei nostri tre anni di vita come associazione, quotidianamente riceviamo. Una domanda mi sorge spontanea: il/la genitrice/tore che le ha scattate perché non ha prontamente allontanato il suo bambino da un luogo dove, sicuramente in buona fede, lo ha portato in visita? La parola chiave è responsabilità, che non è l’accountability con cui si ha a che fare in una logica procedurale di ottenimento di risultato, ma è etica, è la chiamata rivolta all’adulto affinché, con il suo habitus quotidiano di comportamento e con la sua capacità di allontanare dal pericolo il minore, sia esempio e riferimento nella sua crescita. Quando Ovidio scrisse le parole in esergo si riferiva ad altre città dell’Egeo, perché Taranto era già vecchia di oltre 700 anni. Vecchiezza che mostrano le sue rovine, rughe e cicatrici che segnano il suo aspetto ancora superbo, il meraviglioso affaccio sui due mari. Dal porto, portando lo sguardo sulla destra si vedono le ciminiere e i fumi dell’Italsider, paesaggio surreale, come lo è Marghera vista dal campanile di San Marco. Sembra che lo sviluppo industriale italiano abbia dovuto, per una qualche ragione irragionevole, collocare le aziende più inquinanti e dannose nei luoghi più magici del paese, tentando poi, dopo anni di disastri economici, svendite del capitale nazionale e avvelenamenti, di disfarsene. E allora, Taranto è anche il Quartiere Tamburi, la città a-normale, dove per lavorare si muore e si fa morire spesso proprio quell’infanzia che di cui siamo responsabili. Ma il discorso si allargherebbe oltre gli scopi di questo commento. Magari chi legge dia un’occhiata al Piano Taranto elaborato da un comitato di cittadini con collaborazioni professionali eccellenti, costantemente rinnovato con nuove ricerche e nuovi elementi di contesto. Altrettanto costantemente ignorato da TUTTI i governi negli ultimi anni (clicca qui). E, visto che l’immaginario collettivo è fatto anche di storie, servirebbe vedere il film Palazzina Laf del regista e attore tarantino Michele Riondino. Fra nazionalizzazioni striscianti e strani connubi con proprietà straniere, arresti eccellenti, sentenze della magistratura, silenzio dei sindacati, vige sempre il ricatto fra perdita del lavoro (anche cassa integrazione,ovviamente) e il rischio di malattia e morte. In una acciaieria che, come dice amaramente un operaio nel film, non ha mai prodotto nemmeno una forchetta, ma forse, aggiungo io, si riconvertirà in produzioni di armi. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Succede a Bellano e dintorni
Dalla provincia di Lecco, da Bellano, un foglio online locale segnala, con la solita solerzia compiacente, grazie al filo diretto proveniente dalle scuole e dagli Uffici Scolastici Regionali, alcune imprese studentesche, forse PCTO, chissà capolavori da presentare a fine corso di studi (clicca qui). La stampa dei piccoli centri dedica in genere molta attenzione ai nuovi istituti tecnico-professionali, convertiti con la recente riforma – 4 + 2 di specializzazione Academy – in luoghi di addestramento orientati da, più che orientanti verso, aziende, uffici amministrativi e corpi delle forze armate (Missione 4 del PNRR). Provo a seguire passo-passo la segnalazione, così come dal blog territoriale è arrivata all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Il titolo «Gli studenti affiancano i dipendenti comunali svolgendo attività concrete legate ai loro percorsi di studio», va subito al sodo, alla concretezza del progetto elaborato, rimanda alla pratica di utilizzo senza fronzoli delle competenze acquisite, da implementare con quelle del personale del Comune di Bellano, negli uffici, all’Infopoint. Esperienza lavorativa «vera a propria» ci tiene a sottolineare il Sindaco Antonio Rusconi (Lista civica Guarda avanti!, in quota Pd ), da dieci anni al governo della cittadina. Infatti, gli studenti Matteo e Tommaso che frequentano il quarto anno dell’Istituto Tecnico Marco Polo di Colico, indirizzo informatico, hanno progettato e lavorato sodo. Il programma sviluppato riorganizza gli archivi di vari uffici, della biblioteca (meno male!) e quello della Polizia Locale. Hanno lavorato su un’allerta automatica di notifiche amministrative e di relativi rischi di sanzioni per gli inadempienti, anche solo in difficoltà di accesso ai siti. Come capita ormai non solo agli anziani, a fronte della burocrazia da affrontare per qualsiasi pratica sui cellulari, senza che sia possibile parlare con un essere umano. Ma forse, Tommaso e Matteo proprio a questa cittadinanza, che male si muove sui dispositivi, avranno pensato. Del sofware destinato ai vigili urbani non sappiamo nulla. Si fa cenno anche al lavoro, lavoro vero, svolto da Giovanni che frequenta il quarto anno Geometri dell’Istituto Romegialli di Morbegno, con il progetto di un trampolino al lido del paese. Tutti soddisfatti, impiegati, poliziotti, e cittadini ringraziano. Bellano è un comune sul Lago di Como, di manzoniana memoria non so se presente ai giovani futuri tecnici, che conta 3500 residenti. Morbegno è una comunità alpina malgrado la modesta altezza, in provincia di Sondrio, sempre le stesse valli, circa 12.000 abitanti. Ovviamente per entrambi i paesi al saldo delle presenze turistiche. Lecco è fra le province con più alto reddito pro capite, ma ovviamnete non ben distribuito verso le zone interne che soffrono della sindrome tipica della provincia italiana di spopolamento (clicca qui). La provincia di Sondrio, sta poco al disotto, ma di nuovo i dati vanno scorporati, la media è sempre quella del pollo di Trilussa (clicca qui). Anni luce fa, quando ancora educazione e formazione scolastica erano una funzione costituzionale, non solo un diritto-dovere, nessun tirocinio lavorativo poteva essere svolto prima della conclusione dell’obbligo scolastico. Il valore-guida era quello della separatezza, sacertà, della scuola, rispetto al mondo adulto, quello del lavoro e degli impegni concreti. Poi, è stato eroso un anno e a 15 anni si può effettuare un percorso di apprendistato (clicca qui). Quando si sta a scuola, si svolgono i progetti di Formazione-Scuola-Lavoro (FSL), ex PCTO. Prima ancora si trattava di Alternanza Scuola Lavoro, percorsi di infausta memoria, noti per lo sfruttamento del lavoro giovanile gratuito e per i molti incidenti, anche mortali, in cui sono incorsi i ragazzi. Cambiano i nomi, resta la sostanza, anzi, si fa via via, più densa, vira verso il controllo delle aziende sugli istituti scolastici (clicca qui). A questo proposito racconto un aneddoto inquietante. A Reggio Emilia, in una biblioteca comunale dove si presentava il libro Cantiere scuola. Scavare nelle macerie e ricostruire fra utopie, visioni e attrezzi per andare oltre (R. Leoni, R. Puleo, E. Wolken Aracne, Roma, 2026), un insegnante di lettere di un liceo classico cittadino è intervenuto lamentando come nel testo si criticassero i PCTO/FSL, da lui ritenuti molto utili se svolti bene. Non pago di una risposta argomentata di due autrici del testo, a fine presentazione mi ha fermato. «Cara dirigente, la FSL serve soprattutto ai nuovi istituti tecnici, frequentati dalla maranza che vuole e deve lavorare, non ha tempo per curare altri percorsi più culturali». Rimango un attimo basita: «Maranza?» Inutile aggiungere altro all’episodio. La lingua salviniana è molto penetrante, è come il gergo volgare, squallidamente razzista di Trump. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Palermo: controllo vaccini nelle scuole da parte dei Carabinieri tra militarizzazione e politiche securitarie
Il titolo di questo articolo non rappresenterebbe alcuna novità, visto che arrivano all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università continue segnalazioni su attività svolte dalle forze armate, in funzione dimostrativa, e purtroppo educativa, sempre ideologicamente orientate a rendere normale la guerra e la repressione veicolata come ordine pubblico. Tuttavia, stavolta si tratta di altro. Infatti, i Carabinieri sono andati a visitare gli uffici amministrativi di alcune scuole dell’infanzia e primaria di Palermo su imposizione del giudice minorile, della Procura della città, come previsto dalla procedura quando il magistrato ravvisa l’ipotesi di un reato. Un controllo effettuato sugli elenchi degli iscritti (su piattaforma istituzionale SIDI), per individuare i minori ai quali gli esercenti la potestà genitoriale non hanno fatto effettuare le vaccinazioni obbligatorie, previste dalla normativa vigente. Operazione normale, fatta già in tempi non sospetti, non toccati da paranoica difesa della libertà delle famiglie, rispetto alle scelte di cura sui figli e le figlie, ma si sa, il caso della famiglia nel bosco, ha aperto il fronte dei pro e dei contro. Un caso di discuria, come purtroppo se ne incontrano molti altri, celati dietro le porte delle case, sia sottoproletarie che borghesi, fra le macerie a cui la guerra sottopone la parte più fragile delle popolazioni. La vecchia carta stampata della pseudo sinistra radical italiana, Repubblica online, gridava al controllo dei Carabinieri nelle scuole. Direttamente in sezione, in classe? No, ne sono seguiti approfondimenti più o meno corretti con il cenno al caso-pretesto delle verifiche e una sintesi del provvedimento emanato dalla Procura (clicca qui; oppure qui; e anche qui). Brevemente: muore una bambina di quattro anni di difterite (vaccino obbligatorio) e il magistrato decide di indagare per intercettare le famiglie inadempienti e comminare le sanzioni, da pene pecuniarie a misure di restrizione e sospensione della potestà genitoriale, come avvenne nel caso della famiglia nel bosco. Soprattutto riappare il fantasma No Vax, vecchia locuzione quasi infamante nata in Era Covid. La pratica illegale di non vaccinare i minori  è piuttosto vecchia. Molti genitori credono che i vaccini obbligatori siano responsabili di gravi patologie infantili, l’antidoto si commuta in pharmakon, veleno prima di essere cura o prevenzione. Secondo gli obblighi legislativi il/la dirigente è responsabile, cui spetta il primo controllo, il sollecito e la segnalazione ufficiale. Il Dl n. 73  del 7 giugno 2017, emanato dalla Ministra della Salute Beatrice Lorenzin, ha aumentato il numero delle vaccinazioni obbligatorie a 12. Già nel primo anno di applicazione si levarono alcune obiezioni, anche di pediatri, sul numero esagerato di somministrazioni distribuite, oltre al sospetto che dietro il provvedimento ci fosse il suggerimento delle case farmaceutiche, vere e proprie lobbies con pacchetti azionari assai ampi, anche con implicazione nelle ricerche e nelle produzioni legate alla guerra (Cfr. M. Mazzucato, R. Collington, Il grande imbroglio. Laterza. Bari-Roma 2023). In Era Covid si capovolse una intera cultura medica e di saperi farmacologici. Migliaia di persone rifiutarono il vaccino, alcune si organizzarono in movimenti di opposizione, in molti si rassegnarono allo stigma e alle sanzioni. Aspetti drammatici e comici marezzarono il fenomeno, mentre si trascuravano gli aspetti legislativi di rapporto fra legalità e legittimità dei provvedimenti (lockdown ristretto, emissione della carta di transito Gren Pass, controlli stradali). Tragiche furono le sospensioni dal servizio dei funzionari pubblici, dei docenti (successivamente chiusi in sgabuzzini e nelle biblioteche delle scuole), la solitudine degli anziani, le lezioni in video per gli alunni e le alunne (che hanno creato un fenomeno complesso, mai più riassorbito, anzi diventato un modello di didattica), la claustrofobia nelle case e la perdita del salario, la mancanza delle cure ordinarie, e altro ancora. Di fatto, venne sdoganata una forma di governo decretizio, verticalizzato e ideologicamente orientato al controllo securitario della popolazione, resa infantilizzata dal timore. Nell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università siamo ancora svegli e proviamo a non trascurare anche il senso comune, quello che suggerisce appunto attenzione e prudenza, anche quando si svolge un controllo routinario, che i/le dirigenti fanno apparire come qualcosa di straordinario. Soprattutto quando il luogo è la scuola, che dovrebbe esser luogo non facilmente violabile da forze estranee ai compiti educativi, quelli che preludono al controllo e alla militarizzazione strisciante. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Pedagogia di guerra e gestione del conflitto: riflessioni sull’inserto Gutenberg di Avvenire “La lingua della guerra”
> L’eroismo legato alle circostanze, > giocato sul momento, > non vale quanto il tranquillo ordine > delle quotidiane faccende della vita. > Pitagora L’opposizione alla guerra è stato sempre un tema che ha attraversato il mondo dei credenti, cristiani, cattolici, protestanti e di altre confessioni. Certo, una sorta di vena che spesso scorreva molto sotto pelle, occlusa dalla prudenza, al peggio, in alcuni momenti della storia della Chiesa di Roma e di altre religioni, coperta da forme di intolleranza guerriera, di proselitismo violento: la guerra era quella degli altri, contro gli altri, fra difesa e redenzione. Oggi, almeno dalla lettura della stampa cattolica sembrano emergere forti opposizioni alle guerre (plurale di obbligo). Leone XIV affronta nella famosa enciclica il legame con la diffusione della tecnologia. Molte presenze cristiane condividono gli scopi dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole delle università. Impegno importante visti i vergognosi balbettii dei lacerti della sinistra italiana che vota i finanziamenti all’aumento delle spese militari, e quando si smarca, lo fa con troppi distinguo. I governi dell’altro tessuto stracciato che è l’Europa scambiano regole internazionali per autorizzazione al sostegno di alcuni contro altri, nel silenzio dei parlamenti: «Nous sommes en guerre» affermò con protervia da tardo bonapartismo Emmanuel Macron, già nel 2020. L’11 settembre, data emblematica, nel 2001 per l’attentato alle Torri Gemelle e nel 1973 per il colpo di stato in Cile, l’inserto monografico Gutenberg del quotidiano Avvenire, intitolato La lingua della guerra, ha dedicato le sue pagine a riflessioni sulla cultura, sul vocabolario della guerra (https://www.avvenire.it/agora/cultura/la-lingua-della-guerra-tra-storia-linguaggio-e-cultura-il-nuovo-gutenberg-indaga-i-conflitti_112815). Considerazioni capaci di snidare anche gli aspetti oscuri, meno evidenti delle strategie ideologiche che la guerra la diffondono, che alla guerra educano, che alla guerra creano assuefazione. L’esergo tratto da un aforisma del matematico greco, va allora rivisto: l’eroismo lo lasciamo agli dei greci e romani, ad Achille, Enea, Ettore e ai loro compagni per i quali sulle faccende quotidiane prevaleva il legame fra gloria e massacro. L’ordine pitagorico oggi non è tranquillo nemmeno nel rifugio delle proprie case, nella nube dei luoghi socio-digitali, certamente non nelle strade e nelle piazze dove è mantenuto dai manganelli e dalle armi. Dello speciale Gutemberg, alla cui lettura integrale rimando, commento solo tre articoli quelli che – a mio avviso – meglio toccano le tematiche che siamo usi segnalare sul blog dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Lo storico Antonio Musarra sotto il titolo Prima c’è differenza e inimicizia, poi scontro apre ricordando che il conflitto non è guerra, non ne è il responsabile, né tantomeno viene dopo. Le guerre hanno certamente un’origine. Un piccolo incendio, pretestuoso, solleva le fiamme sotto la cenere di scontri sedimentati e più vecchi fra interessi, le guerre hanno dunque scopi a quelli legati, svolgimenti indirizzati non dal fato o dal capriccio di Atena, ma dal rapporto di forze in campo, dal gioco delle alleanze, hanno conclusioni in armistizi e trattati che spesso apriranno altri fronti. Eppure – continua Musarra – «Una storia del conflitto non coincide con la storia delle guerre: è una storia di come le società hanno cercato di governare l’opposizione, affidandola alla legge, al rito, alla diplomazia o lasciandola precipitare nella violenza». Vale – sottolineo io, e più sotto Musarra – per il governo della polis e della stasis che la caratterizza. Nella città la stasis è posizione di stato, luogo in cui stare e principio eventuale di soluzione violenta del conflitto fra gli stessi concittadini, per altro sempre latente. Latente, normalmente presente fra noi perché polemos, è differenza fra le parti (le classi sociali) da volgere in politica, da precipitare nella Parola Politica che ne faccia giustizia e spesso compromesso. Secondo Eraclito polemos era un principio, un archè, perché un consorzio umano (la città come metafora di formazioni statali e sovranazionali) non è una massa omogenea e conforme, ma è qualità emergente dalla complessità dell’unione e dello scontro fra individualità, gruppi, classi, comunità nella città compresenti. «Il polemos non oppone solo stati o eserciti. Attraversa società, famiglie, città, coscienze» e queste parole dello storico richiamano alla mente gli scontri fratricidi delle guerre civili, le diverse posizioni politiche fra consanguinei, gli eccidi genocidari e la pulizia etnica, di cui la Palestina più volte ricordata nelle pagine dell’inserto, è un esempio. “La retorica dell’inimicizia” stravolge a colpi di propaganda la convivenza e il giudizio sulle guerre in atto, si insinua nelle menti delle creature piccole, dei giovani. Malgrado ciò, anche il male che ci rende vittime, commesso dall’altro ai nostri danni, può negarsi alla vendetta, può aprirsi al riconoscimento e a una riconciliazione dialogante. Non si tratta di perdonare, di dimenticare, ma di spostare l’attenzione verso le motivazioni profonde, quelle che allignano come tratto ontologico, principio alla base di ogni vita. Esperienze praticabili e praticate – aggiungo io – nei tribunali della riconciliazione in Sudafrica, o dopo il cessate il fuoco nei Paesi Baschi. Esperienza culturale e politica profondamente umana, possibile, dove il possibile è apertura e non probabilità della ferrea legge del dato numerico che, soprattutto oggi, sembra smentire ogni speranza. Una sorta di irriducibilità che non a caso chiama in causa l’ontologia, come forma metafisica dell’Essere. Per il filosofo Roberto Finelli è il realizzarsi come individui nella propria originalità spirituale dentro e nel doppio laccio del dono e del ricevimento, dentro i movimenti politici di giustizia di classe. Per il fisico Federico Faggin è l’irriducibile ontologico, è la realtà profonda che la tecnica vuole stringere in una morsa, spegnendo la coscienza e la stessa percezione sul mondo come terra del Vivente, tutto. Il cenno alle generazioni giovani e alla cura che dobbiamo alle loro coscienze per crescerle critiche e disponibili verso l’altro, apre la riflessione del giornalista Eugenio Giannetta. In Dal videogioco fino alla guerra Giannetta parte dal chiedersi se la diffusa pratica dei giochi di guerra ci renda violenti. Secondo Dario Bassani, del cui libro il giornalista suggerisce una lettura attenta, pensa di sì, soprattutto perché l’industria ludica, molte pubblicazioni dedicate ai più giovani, dalla fumettistica al racconto, sono ottimi alleati degli eserciti, dell’educazione alla formazione del soldato in armi o in attesa di scendere in campo. Il gaming diventa uno strumento sia di addestramento sia pedagogico (Dario Bassani Giocare alla guerra. Come l’industria ludica militarizza le nostre menti Nottetempo Milano, 2026). Giannetta ricorda questo nesso nel caso dell’esercito ucraino che, con la gara Drone Bonus (2025), premia il soldato più efficace, quello che uccide più nemici. «I piloti di droni devono caricare su una piattaforma governativa i filmati dei loro attacchi e ottengono un punteggio a seconda del bersaglio eliminato […] i punti accumulati possono esser usati per comprare equipaggiamento […] chi recluta i piloti predilige i candidati che hanno trascorso molte ore di fronte a una playstation». Prontezza, efficacia, efficienza, le principali soft skill propagandate da INVALSI (e altre agenzie di valutazione e formazione a scuola), sono le capacità emotivo-cognitive che fanno un buon soldato e anche un buon manager, un buon venditore, insomma mercato e guerra localizzata e diffusa. Purtroppo anche uno studente meritevole (sic) ne farà uso e le venderà nel suo capolavoro, al termine degli studi. PEDAGOGIA DELLA GUERRA E DELLA DIFESA TOTALE, LA CREAZIONE DEL NEMICO, L’ORGOGLIO PATRIOTTICO SI DIFFONDONO NEI PROGRAMMI DELLE SCUOLE. Da noi con le destrorse vetero-occidentali Indicazioni Nazionali, con le censure alle lezioni, alle attività sulla pace, sulla Palestina. Succede in Croazia, in Russia, ovviamente negli USA di Trump e di Musk ( clicca qui; oppure qui; o anche qui). Il concetto di Patria, già di per sè con una storia difficile, compromessa in epoca di riconquista del suolo patrio contro lo straniero, si ibrida di violenza nella preminenza giuridica del ius sanguinis, in Italia, nella ex Jugoslavia, nella grande Russia, venato di tragica assurdità nella rivendicazione della purezza etnica. Disarmare il linguaggio è il monito e l’invito dello scrittore Alessandro Zaccuri nel suo articolo Disarmare il linguaggio con parole di umanità: non è una battaglia persa. Zaccuri analizza l’uso del vocabolario e del discorso bellico – nell’antitesi irrisolta amico/nemico, suolo nazionale/territorio oltre confine – che hanno colonizzato il nostro immaginario. Propone una sorta di inizio con la guerra al terrore di George W. Bush, le truppe in difesa dei nostri modelli occidentali chiamate interposizione fra schieramenti e missioni di pace. Ma ricorda che la rix e l’agon sono anche la lotta e la contesa contro la parte peggiore che alberga in noi stessi, la resistenza alle forze demoniache della tradizione religiosa. Si possono trovare le stesse espressioni, continua, la stessa sequela di figure retoriche, di metafore e analogie in ambito medico e nella pubblicità farmacologica. Anche il cancro si combatte come un’invasione straniera del nostro territorio corporeo, e se il paziente si deprime, se si lascia andare, beh allora la colpa è sua, non è stato un buon combattente. Lo sottolinea anche la filosofa Donna Haraway e, sulle reazioni al dolore, alle sue immagini e rappresentazioni testimoniali, Susan Sontag. (D.Haraway Manifesto cyborg  Feltrinelli Milano, 1995; Susan Sontag Davanti al dolore degli altri Mondadori Milano, 2003). Le segnalazioni qui commentate sottolineano la necessità di lavorare nelle scuole per dare altri segni, altre segnature reciproche di cui è fatto l’in-segnare. Una contro- pedagogia, l’attenzione agli effetti della psicopedagogia come avvelenamento quotidiano delle menti, perpetrato attraverso le ritualità nazionaliste, il compiacimento per la protezione pastorale delle forze dell’ordine sull’infanzia (clicca qui; e anche qui), che torneremo a commentare. Forse servirebbe, per smentire e disonorare le bugie e gli onori della guerra, mostrare dei conflitti armati, della loro ferocia, immagini, film, docufilm che ne documentano non solo gli orrori ma anche la fatica. La deprimente stanchezza del soldato, il lascito nel reduce di un sentimento di profonda dolorosa estraneità, di chiusura verso il mondo, in odio a se stessi, spesso nella ossessiva impossibilità di smettere di colpire e uccidere, vanno mostrati ai più giovani. Amos Gitai nel film Kippur (2000), sulla guerra scatenata dall’attacco di Egitto e Siria allo stato di Israele, nel 1973, giorno della festività ebraica, di questo parla: noia e fatica estrema del lavoro guerriero. Estraneità a se stessi, senso di inutilità. La squadra del protagonista raccoglie i feriti, i cadaveri, i pezzi di corpo, per giorni, sotto il cielo plumbeo, nel momento della tregua in cui è possibile recuperare chi è caduto. Fango, sporcizia, sangue, umori dei corpi sfatti. Nessuna gloria, nessun eroismo solo profonda noia nel suo profondo significato di vita svuotata. Ho visto il film Palestina 36, Quando tutto ebbe inizio della regista palestinese Anne-Marie Jasir, ricostruzione della Guerra dei Centanni armata dall’Inghilterra con i suoi accordi scellerati in appoggio alla invasione sionista, vero capolavoro diplomatico, maestria che ha consentito – come ricorda ancora Zaccuri citando Tucidide – di cambiare a piacimento il discorso consueto: un’invasione violenta diventa la rivendicazione della Terra dei Padri dell’Ebraismo, la vigliaccheria dei massacri sui civili una serie di atti temerari, la viltà e l’ipocrisia degli alleati europei, prudenza diplomatica. Al festival di Venezia 2026, il film Naza dei registi israeliani Rachel Szor e Yuval Abraham, vince il premio della giuria. E non so se sia consolante perché comunque segnala che l’attenzione sul genocidio a danno dei Palestinesi è viva, o se sia espressione del lato ipocrita dell’Europa: premiare immagini e parole di altri perché si e smarrito e pervertito il senso delle proprie. Benjamin Natanyahu, i fanatici sionisti, le alte sfere dell’esercito israeliano le hanno trovate e sono minacciosamente efficaci: lavoro intollerabile di due traditori. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
«Sarà una risata che vi seppellirà». Considerazioni sulla diserzione e sulla guerra
Il breve esergo ci serve per commentare il fenomeno della resistenza alle armi che, come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, registriamo. Nel mondo, attualmente, si stanno svolgendo decine e decine di conflitti locali e di guerre dichiarate. E sono migliaia i renitenti alla leva nelle guerre o coloro che disertano. Potremmo partire da quelle considerate – dalla retorica patria – più gloriose. Ad esempio, durante il Risorgimento venivano reclutati i contadini meridionali, ignari spesso di quel che andava accadendo, ma sicuri di dover lasciare nell’incuria e nell’ulteriore miseria le loro campagne. Oppure possiamo citare le centinaia di soldati passati per le armi durante la Prima guerra mondiale, perché avevano osato fraternizzare in trincea con l’esercito nemico o si erano rifiutati di obbedire a ordini suicidi. L’origine della didascalia è incerta, ma certo è l’orgoglio dell’irrisione anarchica alla repressione, alla guerra. Certa è l’efficacia del messaggio: il cambiamento sociale e politico è ineluttabile: siamo dalla parte vincente e la storia ce ne darà atto. OGNI GUERRA SI PORTA DIETRO IL SUO BEL NUMERO DI MORTI, DI RENITENTI CHE PAGANO LA LORO CORAGGIOSA SCELTA CON ANNI DI CARCERE. In Ucraina da mesi sono particolarmente forti le proteste contro i reclutatori che passano di villaggio in villaggio catturando giovani in età da militare per spedirli al fronte, cronaca documenta da decine di episodi culminati anche in feriti e morti. La fuga verso la Polonia è iniziata quasi subito, soprattutto da parte dei frontalieri che, ad esempio in Galizia, andavano oltre confine a lavorare, integrando così i magri salari e la perdita di ogni tutela sociale, dagli anni Novanta. I disertori sono più numerosi di quelli presenti nelle statistiche ufficiali. C’è chi non risponde alla chiamata militare, chi scappa all’estero, chi abbandona l’esercito facendo perdere le tracce. Ci sono gli obiettori di coscienza che rifiutano di prendere le armi e, meno numerosi, ma sicuramente presenti, coloro che hanno rifiutato anche impieghi civili in subordine alla macchina militare. Unimondo – testata giornalistica che si occupa di temi legati alla sostenibilità ambientale e alla pace (temi correlati, ovviamente) – ha documentato e provato a quantificare la diserzione (https://www.unimondo.org/dossier/dossier-disertori-1). Un paragrafo di questo dossier a cura di Raffaele Crocco offre una panoramica esaustiva della diserzione nella guerra in corso in Ucraina. Il numero che ha raggiunto, pur considerando che negli ultimi mesi il governo non ha aggiornato i dati (sarebbero una pessima propaganda antipatriottica) arriva a circa 200mila disertori, spesso militari assenti senza autorizzazione dei comandi (importanti sono le distinzioni che il giornalista opera in incipit, fra tipologie di abbandono): «Nel settembre 2025 l’Ufficio del Procuratore generale ucraino fornì una delle ultime serie statistiche dettagliate disponibili. Dall’inizio dell’invasione su vasta scala erano stati registrati: 202.650 procedimenti per assenza non autorizzata dal reparto; 50.029 procedimenti per diserzione. Soltanto 12.448 procedimenti del primo tipo e 670 per diserzione erano stati trasmessi ai tribunali. È un dato importante: un procedimento aperto non equivale ad una condanna e neppure necessariamente ad una persona diversa. In realtà, il fenomeno sta accelerando rapidamente. Nei primi dieci mesi del 2025 sono stati registrati 161.461 nuovi procedimenti per AWOL, circa quattro volte più di quelli dello stesso periodo dell’anno precedente. La media era arrivata a circa 16.000 procedimenti al mese. Poi, dal 2026, i numeri sono diventati più difficili da conoscere. Nel dicembre 2025 l’Ufficio del Procuratore generale ha deciso di limitare l’accesso pubblico alle statistiche relative ai reati militari, comprese assenza non autorizzata e diserzione, sostenendo che la loro diffusione durante la legge marziale avrebbe potuto fornire informazioni sensibili sulla situazione delle forze armate». Teniamo conto che in questi anni di guerra sono intervenuti anche i legislatori per consentire ai disertori di rientrare volontariamente in servizio evitando l’arresto. Non è dato conoscere il numero dei detenuti per renitenza alla leva. Lo stesso diritto alla obiezione di coscienza, insieme ad abusi di varia natura, viene denunciato dall’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU. Pur riconoscendo teoricamente il diritto ad un servizio alternativo a quello militare di cui si è tuttavia perso traccia. Anzi, ad onore del vero, non esiste alcuna possibilità concreta di scegliere l’obiezione di coscienza. E i numeri ci confermano quanto vasta sia la renitenza al servizio militare. Continua il dossier: «Circa 200.000 militari AWOL, secondo la dichiarazione del ministro della Difesa del gennaio 2026. Circa due milioni di persone ricercate in relazione alla mobilitazione. Centinaia di migliaia di procedimenti aperti negli anni precedenti. Programmi speciali per convincere chi è scappato a rientrare. Non possiamo chiamarli tutti disertori, questo lo abbiamo chiarito. Possiamo però dire che la guerra sta producendo una frattura. Da una parte c’è uno Stato, inteso come organizzazione e istituzione, che ha bisogno di uomini per continuare a difendersi. Dall’altra ci sono individui che, per ragioni diversissime e legittime, non vogliono partire, non vogliono tornare o non vogliono proprio combattere». LA GUERRA PRODUCE DRAMMATICHE FRATTURE, RICORDA CROCCO. LE GUERRE SONO SEMPRE ANCHE GUERRE FAMIGLIARI, QUANDO NON APERTAMENTE CIVILI. UN ASPETTO CHE STA CARATTERIZZANDO ANCHE LA PIÙ COMPAGINATA SOCIETÀ RUSSA: LA GUERRA-LAMPO, SECONDO L’INTENTO PUTINIANO, STA CORROMPENDOSI IN ORMAI QUATTRO ANNI DI CONFLITTO, E ANCHE LA POPOLAZIONE RUSSA È STANCA. SONO STANCHI GLI ISRAELIANI? È sdegnata una parte della società chiamata alle armi, generazioni e generazioni di giovani, di riservisti, donne e uomini, da oltre un secolo. E, certo, non basta perché cessi il genocidio in atto. Ma, mentre occorrerebbe leggere la prosecuzione del lavoro documentario di Unimondo su questo punto, e non è l’intento di questo commento, scriviamo qualche annotazione conclusiva. Mentre i dati sono numeri dotati di qualche oggettività razionale, per altro sempre incerta, importanti in tutte le guerre sono anche le testimonianze. Il testimone, il testis, in greco màrtys (così accolto nella liturgia cristiana) è colui che ha visto, ha patito e che può raccontare. Annette Wieviorka scriveva che la testimonianza è dentro e fuori della lingua, sta fra l’indicibile, il rimosso, il volutamente dimenticato, o manipolato, e la potenza della parola spesa di fronte a chi ascolta, e non ha né vissuto, né visto direttamente le vicende raccontate (L’era del testimone, Cortina Editore, Milano 1998). Il testimone spesso non è attendibile (o gli viene attribuito un eccesso di veridicità), lo si è visto nei clamorosi processi di Norimberga del 1945/’46 e di Gerusalemme a Adolf Eichmann nel 1961. Nelle aule dei tribunali ordinari ugualmente è difficile per le parti in gioco appurare l’attendibilità del testimone. In Italia lavorano migliaia di donne ucraine. Ciascuna di loro ha una storia di emigrazione da raccontare che data da prima della guerra del 2022. Risale al crollo del regime sovietico. È il caso di Irina (nome di fantasia) che, ginecologa all’ospedale di Leopoli, perde il lavoro dopo la privatizzazione del sistema sanitario. Viene a lavorare in Italia, suo figlio, laureato in economia, è impiegato in banca. Deve costantemente integrare lo stipendio con lavori da manovale in Polonia, frontiera che passa molto spesso. Ha partecipato alle manifestazioni di Piazza Maidan del 2014, ci ha creduto, malgrado le manipolazioni evidenti, credeva nell’Europa come nuova cornice valoriale ed economica, sistema migliore del regime precedente. Nel 2022 è stato reclutato: è morto mettendo la testa fuori dalla sua trincea, come si moriva nella Prima Guerra Mondiale. Suo cugino, coetaneo, è scappato, forse in Germania. Irina, che pure vive i rigori della guerra sentendosi vittima, si chiede perché suo figlio non ha fatto altrettanto. E, ancora, non testimone, ma prestigioso corrispondente per il New York Times, Yaralov Trofinov, in una conversazione con Lucio Caracciolo condotta da Massimo Cacciari, glissa sulle responsabilità delle NATO, continua a credere che l’Europa aiuterà l’Ucraina a respingere la Russia, tratteggia un ritratto di Volodymyr Zelensky statista democratico nonché di origini ebraiche (titolo di merito?). Malgrado lo correggano spesso – anche se non proprio decisamente, Caracciolo e Cacciari – per lui la guerra in Ucraina è paragonabile a quella del Peloponneso, che crede sia un modello di arroganti invasori cacciati ai margini della storia. Al tema di questo nostro pezzo, il rifiuto della guerra, accennano il conduttore e l’altro ospite. Il giornalista testimonia solo le ragioni del paese invaso e anche lui – come il ragazzo di Maidan – crede che l’Europa lo salverà dall’orso russo. ALLORA, VISTO CHE LE GUERRE DISPENSANO ONORI E INFAMIE, NOI STIAMO A FIANCO DEL RENITENTE, DEL DISERTORE, DI CHI FUGGE, DI CHI OBIETTA CHE LA GUERRA NON È MAI LA SUA.   Federico Giusti, Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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