Mantova, progetto con la Polizia nelle scuole: “Aiutati che la polizia ti aiuta!”
È settembre, iniziano le lezioni scolastiche e la Polizia di Stato lancia il suo
annuncio in forma di progetto per evangelizzare studenti, studentesse e, ahimè,
anche insegnanti e famiglie. La segnalazione all’Osservatorio contro la
militarizzazione delle scuole e delle università ci giunge anonima da Mantova.
Ma l’anonimato poco importerebbe, se non servisse a evidenziare lo stato di
timore e di ricatto che serra ormai in una morsa coloro che, dalle scuole,
spesso in posizione di eterno precariato o di nuova assunzione in anno di prova,
notano le manovre dei Dirigenti Scolastici atte a consentire alle Forze Armate
di attivare progetti di propaganda politica.
Sì, proprio quella politica, quell’attività con cui si spingono avanti idee,
indirizzi, si appoggiano agende e interventi che riguardano la società civile.
Quella stessa attività di giudizio politico il cui esercizio viene vietato, come
fatto esecrabile, in difesa della sacralità presuntamente inviolabile ai fatti
esterni di un collegio docenti o di una classe. A scuola si devono insegnare le
discipline, ordinate nelle pagine delle Indicazioni Nazionali e dei libri di
testo, per lo più faziosi.
Se un/una insegnante racconta la storia della Palestina, se prova a risvegliare
l’orrore e il bisogno di capire – perché emozionarsi e solidarizzare è
importante ma non basta – il genocidio in atto al dì là del Mediterraneo,
incorre in avvertimenti, sanzioni e subisce ispezioni.
Provvedimenti indimidatori che, a tutt’oggi, rimangono pressoché inefficaci
rispetto agli effetti concreti perché la libertà docente è ancora protetta
costituzionalmente, ma che riescono a ridurre al silenzio. Da qui l’anonimato
che spesso ci viene chiesto. Del resto, altre segnalazioni analoghe sono
arrivate e le abbiamo commentate sulle nostre pagine (clicca qui).
Il contenuto della segnalazione ci rivela che la Questura di Mantova invia il 29
settembre scorso una breve comunicazione all’Ufficio Scolastico Regionale e alla
referente per la Legalità e delle Politiche Educative con ui avvisa – non chiede
se possibile, avvisa – che proseguiranno le attività del Progetto “Aiutaci ad
aiutarti“. La secchezza della nota firmata dal dirigente in capo all’Ufficio
Anticrimine contiene parole-chiave di quell’agenda politica a cui si accennava.
La premessa generale è che occorre fare prevenzione con gli adolescenti del
primo e del secondo anno delle superiori di secondo grado; dal postulato si
evince la convinzione che la gioventù è sempre pericolosa, instabile, facile al
crimine; ne consegue che le politiche giovanili – considerata la seconda
destinataria della nota – si fanno sotto la voce legalità, ovvero il rispetto
anodino e acritico delle Legge; il progetto aiuterà i poliziotti ad aiutare i
giovanissimi a non sgarrare, come sarebbero indotti – dal loro scarso giudizio –
a farlo.
Insomma, meno male che il poliziotto c’è, ed è un educatore, un po’ ruvido
forse, ma più efficace di un insegnante o di un genitore. Se la genitorialità in
questo periodo storico sembra perdere il suo smalto in ambito famigliare e
scolastico, ci pensano i poliziotti a supplire. L’opuscolo “Non sei solo”
insegnerà ai ragazzi e alle ragazze come ci si prende carico dell’altro e quando
si è in difficoltà (uno spinello? un nuovo tatuaggio? un bullo o una vittima di
una banda di bulli? una giovinetta ignara che subisce attacchi maschilisti dai
compagni? La lista è lunga…) forse un’eco dell’I care stavolta non di un prete,
ma di un poliziotto.
Il fatto che la Questura dia per scontato che il progetto potrà proseguire, non
è la conseguenza di una decisione degli organi collegiali che hanno deliberato
il Piano Triennale dell’Offerta Formativa, comprensivo della ormai estesa
progettualità esternalizzata a presunti esperti dell’extra scuola, ma deriva
direttamente dalla cogenza dei protocolli ministeriali, interministeriali,
siglati fin dal 2014. Il loro scopo è attivare le forze congiunte che fanno capo
al Ministero delle Difesa, delle Politiche del Lavoro e Sociali, al MIM
(Ministero Istruzione e Merito).
Un protocollo firmato dal MIUR con quello della Difesa nel 2017, ad esempio, pur
avendo a tema un segmento dell’istruzione che non è quello a cui si riferisce la
segnalazione mantovana, aveva un paragrafo sugli scopi e sull’operato del
Ministero della Difesa, attraverso le Forze Armate. Esso abbracciava tematiche
ampie, che danno conto dell’ideologia che le ispira. Nella premessa vi è in
primis il ruolo che si riservano MIM e MIUR come referenti di un ampio progetto
di innovazione di tutto il sistema educativo (attenzione alle parole in corsivo)
e di rinforzo del rapporto fra mondo del lavoro e la scuola (da cui il titolo
ambiguo del documento). Insomma, entrambi i dicasteri richiamano il lavoro delle
agende già da anni operanti per disarticolare la scuola, per influire sul
periodo di formazione culturale ed etica dei giovani e far convergere ogni
sforzo educativo verso le esigenze del mercato. Si tratta di istruire
forza-lavoro, capitale umano (aspetti cognitivi, affettive relazioni, come si
evince dalle ricerche sulle soft skill e sul mantra delle competenze per il
lavoro).
Il ruolo del Ministero della Difesa è racchiuso nel preambolo in cui si afferma
la particolare attenzione ai valori etico-sociali e il focus è rappresentato
dalla cultura della difesa. Il secondo paragrafo sottolinea che non riguarda
solo i percorsi universitari, ma l’operato è rivolto anche alle scuole di ogni
ordine e grado. E se non fosse chiaro, nel quarto si delinea come scopo
l’attenzione alla scuola secondaria, dove studenti e studentesse saranno ben
orientati al futuro. Il quinto paragrafo non dimentica le competenze
tecnologiche che, del resto, abbiamo visto in mostra negli eventi che lo stesso
protocollo cita come esempi di attività di routine nelle forze armate e di
polizia.
Questi protocolli i Dirigenti Scolastici li ritengono vincolanti e prescrittivi,
così quando le Questure, i Carabinieri, Marinai, aviatori e Alpini avvisano,
allertano, chiamano, la risposta è signorsì. Per quanto concerne l’Università i
protocolli realizzano il sovrapporsi e il mescolarsi delle tre missioni che la
Ministra Maria Stella Gelmini aveva delineato nella famigerata riforma del 2010,
dopo il tre-più-due-uguale-a-zero del buon Luigi Berlinguer. La prima missione –
la didattica – subisce l’influsso diretto del mercato su ciò che è bene
insegnare; la seconda – la ricerca – subisce i rigori dell’ANVUR (Agenzia
Nazionale Valutazione Ricerca Universitaria) e cade direttamente nelle mani
delle aziende private; la terza – l’apertura alla società, ai territori –
diventa consegnare gli studenti ai poliziotti che realizzano i loro progetti di
orientamento e di propaganda (clicca qui).
Mantova è una splendida città su tre laghi che vive apparentemente tranquilla
appoggiata ai suoi palazzi e alle bellezze naturali. Ma nell’apparente
sonnolenta vita di una città di provincia si muovono gli stessi problemi che
affannano il nostro Paese: le disuguaglianze sociali, la mancanza di un lavoro
che non sia di puro sfruttamento o di costrizione alla fuga dal proprio paese,
concretamente per i più giovani l’evaporarsi della speranza di realizzare una
vita che dignitosa.
Ormai un po’ da tutti i siti culturali e politici si leva la voce contro il
processo di militarizzazione della scuola, a ogni livello e, anche se spesso
dimenticano di citare l’ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole
delle università, noi suoniamo sullo sfondo il tema-guida e proviamo a fare
canone (qui un interessante approfondimento di Futura D’Aprile).
Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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