Vivere con le miniere nell’Africa meridionale
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SENEGAL: 81 ANNI FA IL MASSACRO DI THIAROYE, I FRANCESI SPARARONO AI SOLDATI AFRICANI CHE CHIEDEVANO GLI ARRETRATI
Il Senegal ricorda il massacro da parte dell’esercito coloniale francese dei
fucilieri africani a Thiaroye avvenuto 81 anni fa. Il mattino del 1 dicembre
1944, nel campo militare non lontano dalla capitale Dakar, truppe coloniali
spararono per ordine di ufficiali dell’esercito francese su fucilieri
rimpatriati dopo aver combattuto per l’esercito francese in Europa, durante la
Seconda Guerra Mondiale.
I soldati, originari di Senegal, Mali, Costa d’Avorio, Guinea e Burkina Faso,
chiedevano il pagamento degli arretrati prima di tornare a casa, ricevendo in
risposta il piombo dell’esercito coloniale transalpino. Le vittime ufficiali
furono 35, ma storici africani, considerando che nel campo erano radunati quasi
2mila fucilieri, parlano in realtà di svariate centinaia di morti.
Ricordiamo quanto accaduto a Thiaroye con Cornelia Toelgyes, vicedirettrice di
www.africa-express.info con la quale facciamo anche il punto su alcune altre
notizie che giungono dal Sudafrica e dal Mali. Ascolta o scarica
Radio Africa: Guinea-Bissau, Senegal, Sudafrica, RDCongo
Guinea Bissau: tre giorni dopo le elezioni presidenziali, il capo dello Stato è
stato arrestato e uomini in uniforme hanno annunciato la sospensione del
processo elettorale e la chiusura delle frontiere. Sono stati arrestati anche i
rappresentanti dell'opposizione Domingos Simões Pereira e Fernando Dias. Prima
che la Commissione elettorale pubblicasse i risultati ritenuti ufficiali,
entrambi i candidati alle elezioni avevano rivendicato la vittoria.
Senegal: di fronte a una situazione economica difficile e a tensioni all'interno
della maggioranza, il presidente senegalese Bassirou Diomaye Faye e il suo primo
ministro Ousmane Sonko sembrano vicini ad una rottura, mentre il paese attende
che le promesse fatte da entrambi prima di salire al potere si concretizzino.
Tuttavia, la situazione economica e l'entità senza precedenti del debito, ora
stimato al 132% del PIL, stanno riducendo il margine di manovra del governo .
Sudafrica: la società civile sudafricana, in particolare le donne, si è
mobilitata con lo “sciopero” G20 Women’s Shutdown; l’organizzazione "Women for
Change" ha esortato donne, ragazze e persone della comunità LGBTQ+ ad astenersi
da tutto il lavoro, retribuito e non retribuito, per l'intera giornata di
venerdì 21 novembre, alla vigilia della due giorni del Forum. L’obiettivo era
farsi sentire economicamente, socialmente e simbolicamente. Questa azione si è
iscritta nell’ondata di mobilitazioni che sta attraversando il Sudafrica a causa
del diffondersi di violenza di genere e femminicidi.
RDCongo: nella Repubblica Democratica del Congo, 89 civili sono stati uccisi in
una settimana durante gli attacchi dei ribelli delle Forze Democratiche Alleate
(ADF) nell'est del paese. La RDC orientale è afflitta da violenze da trent'anni.
con una moltitudine di gruppi armati e milizie. Tra gennaio e febbraio, il
gruppo antigovernativo M23, sostenuto dal Ruanda, ha conquistato vaste aree di
territorio nel Nord e nel Sud Kivu.
Radio Africa: Etiopia, Costa d'Avorio, Burkina Faso, Sudafrica
Etiopia: ad Addis Abeba è stata inaugurata la cosiddetta Diga della Rinascita
(Grand Ethiopian Renaissance Dam – GERD). La diga più grande del continente
africano, posta sul corso del Nilo Azzurro che, all’altezza di Khartoum, si
unisce al Nilo Bianco formando il fiume più lungo del mondo. Costata quasi 5
miliardi di dollari. Egitto e Sudan hanno sempre accusato l’Etiopia di non
tenere conto delle conseguenze di un’opera del genere sul comparto agricolo e
sulle riserve idriche dei due Paesi a valle, affermando che la costruzione e il
riempimento del bacino, da 74 miliardi di metri cubi, sono avvenuti in maniera
unilaterale senza che ci fosse un accordo tra le parti per quanto riguarda la
gestione del bacino e dei conseguenti flussi d’acqua. Le tensioni tra i tre
Stati sono continuate fino alla settimana scorsa, quando Egitto e Sudan hanno
rilasciato una dichiarazione congiunta affermando che la diga rappresenta «una
minaccia alla stabilità della regione».
Costa D'avorio: In vista delle elezioni il Consiglio Costituzionale ha
selezionato quattro candidati oltre al Presidente uscente Alassane Ouattara, la
cui posizione di chiaro favorito rimane salda. Sono rimasti esclusi i due
maggiori concorrenti , Laurent Gbabo e Tidjane Thiam mentre il presidente
uscente Ouattara punta ad un terzo mandato forzando la costituzione .
Burkina Faso: lunedì il paese ha adottato una legge che prevede pene detentive
fino a cinque anni per gli "autori di pratiche omosessuali", una novità assoluta
nel Paese. Finora, nessuna legge prendeva specificamente di mira gli omosessuali
in Burkina Faso, che tuttavia vivono in modo discreto. Il disegno di legge è
stato adottato all'unanimità dai 71 membri non eletti dell'Assemblea Legislativa
di Transizione (ALT), che ha svolto le funzioni di parlamento da quando la
giunta ha preso il potere quasi tre anni fa.
Sudafrica: la Procura ha annunciato mercoledì 10 settembre che avrebbe presto
riaperto le indagini sulla morte dell'attivista anti-apartheid Steve Biko in una
cella di Pretoria, quasi cinquant'anni dopo gli eventi. Steve Biko, fondatore
del Black Consciousness Movement, morì all'età di 30 anni nel 1977 dopo essere
stato picchiato fino al coma dalla polizia che lo aveva arrestato un mese prima.
La violenza e le figure del lavoro domestico dal Sudafrica al Brasile (e da noi)
Mentre il mondo intero ha dato molta attenzione al presunto genocidio bianco in
Sudafrica, poco o quasi nulla viene detto della violenza contro le donne in
Sudafrica. Una violenza che si manifesta non solo in atti di violenza fisica
confermati dai più alti indici di stupro registrati nel mondo, ma anche da una
violenza naturalizzata. Se la violenza fisica contro le donne, a volte, riceve
forti denunce – come nel 2017, quando durante Afro Punk Joburg Thandiswa Mazwai,
esibendosi con la band BLK JKS, prese il microfono per dichiarare «Men are
trash» (gli uomini sono spazzatura), riferendosi alla tragica morte di Karabo
Mokoena, scomparsa e poi ritrovata uccisa e bruciata dal suo compagno, dando
così vita a una controversa campagna – altri tipi di violenza restano invece
taciuti.
> Se dal 2019, sulle buste di plastica di uno dei supermercati più popolari del
> paese, si legge “END Gender-Based Violence” (fermiamo la violenza contro le
> donne), nelle case della maggior parte dell’élite sudafricana — sia essa
> bianca o nera — si consuma quotidianamente una “soft violence”.
Secondo Amy Jo Murray e Kevin Durrheim, University of Johannesburg, in Sudafrica
le lavoratrici domestiche rappresentano circa il 25% del settore informale non
agricolo. Si tratta di donne nere, con bassa istruzione, che si prendono cura
delle case e dei figli delle famiglie benestanti. È una scena familiare anche in
Brasile. Ma se in Brasile ci sono stati progressi normativi significativi, in
Sudafrica la maggior parte di esse continua a lavorare – appunto – in nero. Oggi
la media dei salari è di circa 600 rand (meno di 30 euro al giorno), incluso il
trasporto, un altro aspetto importante parlando della subalternità di queste
persone. In entrambi i Paesi, queste donne devono percorrere lunghe distanze
dalle periferie povere per soddisfare i bisogni dei suoi “padroni” che vivono,
invece, nelle zone ricche della città.
In Brasile “as patroas” è sempre al femminile, riflettendo una visione
patriarcale che riserva alla donna qualsiasi funzione domestica. In Sudafrica,
il tragitto è spesso insicuro: vecchi kombi non revisionate e sovraffollate.
Siamo lontano dalle denunce per contatti fisici molesti in mezzi pubblici. La
logistica del trasporto è rappresentativa della disumanità delle nostre società.
Più povero sei, più lontano vivi, più paghi per spostarti per lavorare, meno
tempo hai per vivere. Che sia riposare o goderti la vita. A Rio, durante il
governo Bolsonaro, si sono messi in atto diversi provvedimenti per espellere i
giovani dalle aree di divertimento della zona sud, riducendo le linee o, cosa
che avviene anche a Cape Town, sospendendo il servizio pubblico diretto al mare
nel weekend. Parlare di “trasporto pubblico” in Sudafrica è, comunque, irreale.
La fine dell’apartheid nel 1994 ha portato al superamento – sulla carta – di
differenze razziali e la garanzia di uguali diritti per tutte le cittadine e
tutti i cittadini, anche sul lavoro. Ci sono stati miglioramenti nel salario
minimo e l’introduzione di contratti. Questi progressi legislativi portarono ad
alcuni miglioramenti nel salario minimo e all’uso di contratti di lavoro per i
lavoratori domestici. Tuttavia pratiche radicate in una mentalità razzista,
classista e paternalista permangono: straordinari non pagati, compensi in natura
(es. alloggio). La questione dell’alloggio è un altro aspetto disumano. Mentre
alle domestiche brasiliane viene riservata una stanza della dimensione di un
letto singolo, localizzato sul retro della cucina, il “quarto de empregada”, lo
stesso non esiste in Sudafrica dove le domestiche non entrano nello spazio della
casa.
A Sea Point, ricco quartiere di Cape Town, ogni palazzo ha un portinaio. Alcuni
non sono visibili come nei palazzi di Copacabana a Rio, dove passano giorni e
notti seduti all’ingresso. Essendosi i ricchi spostati dalle ville agli
appartamenti, la donna continua nella sua funzione di cameriera, mentre l’uomo
da giardiniere è stato adattato a tuttofare. Questi uomini vivono in
microstanze, situate nei garage o solai o, se fortunati, in aree esterne.
Comunque gli ingressi alle loro “celle dormitorio” sono spesso posizionate a
lato alla raccolta dei rifiuti. Vengono però salutati affettuosamente per nome,
con annesso sorriso, dai condomini.
> In entrambi i Paesi, il modo in cui la classe media e ricca gestisce queste
> relazioni lavorative è grottesco. I datori di lavoro sensibili agli stereotipi
> razziali – forse per coscienza o per vergogna – cercano di mascherare il tutto
> come una relazione neutrale.
Tuttavia, ciò che li accomuna a chi invece non vede nulla di strano nella
divisione di classe tra padrone/servo è l’idea condivisa che “la collaboratrice
domestica è come parte della famiglia”. E in un certo senso lo è: passa più
tempo con i figli dei datori di lavoro che con i propri. Nei voli
Brasile-Italia, non è raro vedere queste donne (non bianche) accudire neonati le
cui madri (bianche) non sanno come placarne il pianto. Le nannies, as babás,
spesso poi dimenticate da questi bambini una volta raggiunta l’adolescenza.
È necessario che ogni attività lavorativa sia disciplinata da regole oggettive e
rispettose della dignità di ognuno. Senza addentrarci nell’analisi del lavoro
domestico e riproduttivo (Federici, 2014) la relazione ambigua che regola il
lavoro di cura delle donne a servizio della classe media e ricca sudafricana e
brasiliana perpetua relazioni perverse basate su reciproche pretese che esulano
normali rapporti di lavoro. Ad esempio, se da una parte la datrice di lavoro
normalizza che la dipendente sia a sua disposizione (tempo extra e servizio),
dall’altra la dipendente normalizza che la datrice di lavoro le garantisca
(denaro extra e accesso) in caso di emergenza. Si instaura così un equilibrio
implicito, non regolato da norme oggettive ma da aspettative basate su due
opposte posizioni di potere: superiorità e subordinazione. Questa ambiguità
consente pratiche di lavoro potenzialmente ingiuste, di sfruttamento e di
paternalismo, sotto la maschera di relazioni “familiari”.
Nel suo libro Maids and Madams (1980) la sociologa sudafricana Jacklyn Cock
descrive il lavoro domestico come riflesso delle strutture oppressive
dell’apartheid. Le gerarchie razziali erano visibili e brutali. Le lavoratrici
domestiche affrontavano condizioni prossime alla schiavitù con i datori di
lavoro che esercitavano un potere incontrollato sulle loro vite, rafforzando il
ruolo subordinato della “maid” rispetto alla “madam”. Il lavoro domestico
rafforzava una rigida gerarchia razziale, delimitando chiaramente i ruoli e lo
status della “madam/signora” e della “maid/cameriera”.
> Se la figura della domestica è nella società Italiana meno naturalizzata
> rispetto a società con una diretta eredità schiavista (Brasile) e razzialmente
> legalmente segregata (Sudafrica), forse quanto detto finora può aver
> inorridito. I soliti selvaggi.
Cosa succede se trasferiamo tutte le osservazioni e la conseguente indignazione
alla figura di lavoro servile comune in Italia: la badante? Il nome fa
inorridire tanto quanto as patroas, as nanies, as babás. Donne spesso giovani,
immigrate, contrattate dalle famiglie per svolgere lavori domestici e mansioni
infermieristiche nella cura di persone anziane o disabili a domicilio colmando
le carenze dell’assistenza pubblica. Sono figure fondamentali per molte
«famiglie italiane», praticamente parte della “famiglia”, si dice. Qualsiasi
osservazione riguardo questa figura professionale riceve come risposta: «sono
ben pagate».
Come le donne di cui prima si parlava, spesso hanno un livello di istruzione
basso, o in caso contrario non hanno avuto possibilità di inserimento lavorativo
nei luoghi di origine. A volte lasciano Paesi in conflitto, spesso lasciano i
loro figli e le loro figlie, sempre lasciano le loro famiglie. A volte sono più
giovani delle figlie delle persone che le impiegano. Spesso sono celibi, e
guarda caso finiscono per sposarsi con qualche uomo “parte o vicino alla
famiglia”. In cambio di una casa e un salario, dànno disponibilità quasi che
totale. Infatti in quanto domiciliare, significa includere la notte. Spesso si
prendono cura di anziani e malati in condizioni estreme, spesso li accompagnano
alla morte. Mentre abbondano saggi e analisi su queste condizioni, il lavoro di
domestiche, portinai, e badanti continua a basarsi su un disequilibrio tra
bisogno e potere.
L’immagine di copertina è di International Domestic Workers Federation (flickr).
Nella foto un gruppo di lavoratrici del South African Domestic Service and
Allied Workers Union che manifestano di fronte all’Alta corte di Pretoria (Sud
Africa)
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L'articolo La violenza e le figure del lavoro domestico dal Sudafrica al Brasile
(e da noi) proviene da DINAMOpress.
Dal Gruppo dell’Aia sanzioni contro Israele per fermare il genocidio in Palestina
La definizione di misure concrete di pressione e sanzioni contro Israele per
fermare la pulizia etnica, l’apartheid e il colonialismo sono state le
principali ed importanti novità emerse dal vertice interministriale della scorsa
settimana in Colombia. Il Gruppo dell’Aia, composto da un’alleanza di nove paesi
dal Sud globale (Sud Africa, Malesia, Namibia, Colombia, Bolivia, Cile, Senegal,
Honduras e Belize), si è costituito nel gennaio del 2025 per coordinare azioni
diplomatiche ed economiche contro il governo di Israele: alla convocazione di
questo vertice hanno risposto tanti altri paesi, diversi dei quali hanno
annunciato l’adesione al Gruppo e la volontà di unire gli sforzi politici
comuni.
A presiedere la conferenza di Bogotá sono i governi della Colombia e del
Sudafrica, che negli ultimi anni hanno assunto un ruolo chiave nella pressione
internazionale contro Netanyahu: il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha
denunciato nel dicembre 2023 Israele alla Corte Internazionale di Giustizia per
il genocidio di Gaza, mentre Gustavo Petro è stato il primo leader
latinoamericano a rompere le relazioni diplomatiche con l’esecutivo di Tel Aviv,
nel maggio del 2024. Non è un caso che questi due paesi siano in questo momento
riferimenti politici internazionali nella lotta contro le azioni di Netanyahu:
la loro storia, di guerra, violenza, apartheid, genocidio e colonizzazione, e le
lotte contro queste logiche e contro queste politiche che hanno profondamente
segnato le vicende degli ultimi decenni dei due paesi, ci indicano oggi
possibili traittorie di trasformazione che sfidano la continuità della radice
coloniale dei conflitti nei Sud del mondo.
*
Tra gli ospiti internazionali invitati alla conferenza di Bogotá, ha destato
una significativa attenzione la presenza della relatrice ONU Francesca Albanese,
di recente divenuta la prima funzionaria delle Nazioni Unite a ricevere sanzioni
individuali da parte degli Stati Uniti. I giorni più intensi della persecuzione
pubblica nei confronti di Albanese, accusata dal Segretario di Stato degli USA
Marco Rubio di “antisemitismo sfrontato e sostegno al terrorismo”, sono coincisi
con un’intensificazione della solidarietà nei suoi confronti da parte di ampi
settori della società civile e dei governi non allineati alle politiche di
Netanyahu. Nelle strade e nelle piazze di Bogotà, così come nelle conferenze e
al vertice, la piena solidarietà si è unita al sostegno pubblico e politico
delle denunce che Francesca Albanese porta avanti da anni.
Nell’incontro inaugurale della conferenza di Bogotà, Albanese ha ribadito le
necessità di applicare politiche di pressione nei confronti di Israele
attraverso la sospensione dei legami “militari, strategici, politici,
diplomatici, economici” sia da parte delle entità statali che dei rispettivi
settori privati, quali “le compagnie assicurative, le banche, i fondi pensione,
le università e gli altri fornitori di beni e servizi nelle catene di
approvvigionamento”.
Sulla stessa linea il rappresentante permanente della Palestina all’ONU Riyad
Mansour, che ha segnalato come le azioni sui civili del governo di Netanyahu
siano permesse da un ordine globale “capovolto, che degrada la nostra umanità
comune e annulla il sistema internazionale di leggi e valori che l’umanità ha
costruito negli ultimi ottant’anni”.
Nel pomeriggio del 15 luglio, Albanese è stata protagonista di un incontro
pubblico presso il Museo Nazionale della Colombia, insieme al parlamentare
britannico Jeremy Corbyn e all’europarlamentare franco-palestinese Rima Hassan.
Durante l’evento, animato dai rappresentanti della comunità di migranti di
origine palestinese in Colombia (se ne stimano oltre centomila), Francesca
Albanese ha segnalato l’importanza di pensare la questione palestinese in chiave
anticoloniale globale, enfatizzando così la rilevanza dell’attività del Gruppo
dell’Aia:
> “Siamo in un momento definitorio della storia: un momento che ci impone di
> affrontare un’eredità coloniale che, riattivata da un capitalismo sfrenato, ha
> devastato non solo il popolo palestinese, ma innumerevoli comunità del mondo,
> a partire dai popoli indigeni latinoamericani. Per questo è necessario
> cambiare paradigmi”.
Continua Albanese: “l’orrore sofferto dal popolo palestinese deve spingerci a un
cambio globale più che mai necessario: serve un nuovo ordine mondiale
multilaterale, guidato dalla ‘maggioranza globale’, come chiamo il Sud Globale.
Da paesi come la Colombia, che possono offrire visioni alternative dove viene
messa in primo piano la dignità umana rispetto alle alleanze strategiche, la
comunità rispetto alla conquista. Dove si possono introdurre valori cruciali per
l’umanità nell’ordine legale internazionale: valori come quelli delle
cosmovisioni indigene”.
*
*
La densa agenda dei due giorni colombiani di Albanese ha incluso mobilitazioni
di piazza, eventi pubblici e un incontro privato con Gustavo Petro, che ha
recentemente dichiarato di stare valutando la possibilità di una “presenza
militare colombiana a Gaza per frenare il genocidio”. Nell’occasione, oltre ad
affrontare la questione palestinese, la relatrice speciale dell’ONU ha
consegnato al presidente colombiano una lettera scritta dai genitori di Mario
Paciolla, cooperante italiano dell’ONU morto in Colombia il 15 luglio 2020 in
circostanze mai chiarite: una richiesta di verità e giustizia che si unisce agli
sforzi per difendere i processi costruzione di pace nei diversi contesti del Sud
Globale.
Nella giornata del 16 luglio le mobilitazioni in difesa della Palestina sono
iniziate di prima mattina di fronte al palazzo della Cancelleria, dove si
incontravano i delegati dei governi per il vertice: centinaia di persone hanno
affollato il centro storico per chiedere forti sanzioni nei confronti di
Israele. Le strade del centro di Bogotà sono state occupate da bandiere,
cartelli, la classica batucada che segnava il ritmo dei cori e risuonava nelle
vie circostanti della Candelaria, manifesti e volantini che denunciavano le
imprese conniventi con il genocidio distribuiti ed esposti nelle strade e nei
negozi, slogan che chiedevano sanzioni, fine del genocidio, libertà e
autodeterminazione per la Palestina. A seguire, un concerto nella centralissima
plaza de Bolívar, che si è concluso in tarda serata, con diverse band che si
sono esibite raccogliendo fondi per la solidarietà con il popolo palestinese.
*
Nel pomeriggio si è tenuta al Senato la conferenza “Il sud globale per la
Palestina: giustizia e solidarietà dalla Colombia” organizzata da diversi
esponenti del Pacto Histórico, l’attuale partito di governo in Colombia, come la
senatrice Clara López Obregón, la senatrice Gloria Flórez Schneider, la deputata
Etna Tamara Argote, il deputato Alejandro Toro. Con la partecipazione dell’ex
presidente colombiano Ernesto Samper, sono intervenuti anche l’ambasciatore
colombiano in Palestina, Jorge Iván Ospina, che ha dichiarato: “faremo fino
all’ultimo sforzo possibile per fermare il genocidio”, e l’omonimo palestinese
in Colombia, Raouf Almalky. Poi, come ospiti internazionali, Jeremy Corbyn
dall’Inghilterra, Baltasar Garzón dalla Spagna e l’ex Cancelliere dell’Ecuador
Guillermo Lang, che ha dichiarato la necessità di lottare per “far applicare il
diritto internazionale, non rimanere su prese di posizioni retoriche ma compiere
atti pratici”, denunciando inoltre minacce e pressioni da parte di Stati Uniti e
dell’Unione Europea contro i paesi che hanno partecipato al vertice.
Dopo questi interventi, spazio alla partecipazione di tanti e diversi esponenti
della società civile palestinese e colombiana, il BSD Movement e altre figure
istituzionali, movimenti popolari solidali con la Palestina, assieme alla
comunità palestinese. Invitata speciale la relatrice dell’ONU per i territori
occupati in Palestina Francesca Albanese, che ha ricevuto applausi, solidarietà
e una onorificenza da parte del Senato della Repubblica della Colombia per il
suo impegno nella denuncia del genocidio e nella difesa dei diritti umani, in un
momento in cui sta affrontando sanzioni, minacce e persecuzioni da parte degli
Stati Uniti e di Israele. Visibilmente commossa, Albanese ha chiesto di
rinnovare e rilanciare l’impegno di istituzioni, movimenti dal basso e
organizzazioni sociali in tutto il mondo per fermare il genocidio, rivendicando
l’autodeterminazione del popolo palestinese.
In un breve scambio di battute al margine della conferenza, Albanese ha
confermato il suo entusiasmo per il dialogo portato avanti in Bogotá: “Ci
vorrebbero più attivisti colombiani in Europa”, ha dichiarato la relatrice ONU,
segnalando che l’apertura di un dialogo tra le denunce contro il governo di
Netanyahu e le lotte sociali colombiane è fondamentale, date le comuni storie di
“decolonizzazione e dolore, tanto in guerra come in pace”.
Dal vertice del gruppo dell’Aia la decisione sulle sanzioni ha segnato un primo
importante passo avanti nella lotta globale per fermare il genocidio, con
l’invito a continuare la lotta e articolare pressione e mobilitazioni dal basso
con prese di posizione istituzionali che estendano le sanzioni contro Israele.
Albanese ha segnalato l’esito positivo del suo incontro con Gustavo Petro: “I
risultati del nostro incontro si sono visti nelle sue dichiarazioni
dell’indomani: sicuramente il mio rapporto non lo ha lasciato indifferente”.
Dopo l’incontro con Albanese durante il vertice interministeriale, Gustavo
Petro, che aveva già interrotto lo scorso anno le relazioni diplomatiche con il
governo di Netanyahu, ha confermato il blocco delle esportazioni di carbone
verso Israele, annunciando inoltre anche la revoca dello status di paese alleato
della Nato (era l’unico stato dell’America Latina ad avere questo status).
Inoltre, dodici tra i paesi partecipanti alla conferenza hanno annunciato il
blocco immediato delle forniture militari, del passaggio di navi che forniscono
combustibile, armi o tecnologie dual use verso Israele. Poco dopo, il Brasile ha
annunciato che si unirà alla denuncia alla Corte Internazionale di Giustizia
presentata dal Sudafrica per genocidio contro Israele.
> La decisione presa dal vertice del Gruppo dell’Aia rispetto alle pressioni e
> alle sanzioni concrete nei confronti di Israele segna un importante inizio,
> che diventa un precedente, ed un invito ad altri paesi del sud globale e del
> mondo a seguire l’esempio e a contribuire alla lotta per fermare il genocidio,
> il colonialismo e l’apartheid.
Negli stessi giorni, l’Unione Europea ha rifiutato di sospendere Israele come
stato associato, suscitando durissime critiche da parte di Amnesty International
e di altre ONG. Durante il vertice di Bogotá, diverse voci, europee e non solo
(Baltasar Garzón ha dichiarato di provare vergogna di appartenere all’Unione
Europea per la sua complicità con il genocidio), hanno denunciato questa
gravissima, seppur purtroppo non inaspettata, decisione politica, che evidenzia
la volontà di mantenere la gravissima complicità con il genocidio da parte dei
leader europei. La denuncia di Amnesty International è netta e chiara: “E’
qualcosa di più della codardia politica. Ogni volta che l’Unione Europea non
agisce, aumenta il rischio di convertirsi in complice delle azioni di Israele.
Questo manda un messaggio assolutamente pericoloso agli autori di questi crimini
atroci: non solo resteranno impuniti, ma saranno ricompensati”.
*
*
Mentre da Bogotá arrivano parole nette e coraggiose, e finalmente anche sanzioni
concrete, che esplicitano una presa di posizione politica di una serie di figure
istituzionali e non solo, dalla parte dell’umanità e della Palestina, non
bastano alcune tardive, limitate e ipocrite dichiarazioni di facciata da parte
dell’Unione Europea: senza sanzioni reali, embargo e blocco delle esportazioni e
forniture di armi, senza reali pressioni internazionali che possano isolare e
fermare Israele, la complicità con il genocidio continuerà ad essere tale.
Il vertice si chiude con delle decisioni nette, e con la speranza che questo
gesto di dignità e di coraggio che arriva dal sud del mondo possa rafforzare le
lotte popolari e sociali della Palestina globale, le articolazioni tra movimenti
e istituzioni, nazionali e sovranazionali, necessarie per costruire un nuovo
internazionalismo dentro e contro il regime di guerra globale, cominciando dal
mettere in pratica, ed estendere socialmente e politicamente, azioni concrete
per fermare il genocidio.
Tuitte le immagini nell’articolo sono di Alioscia Castronovo da Bogotá.
L'articolo Dal Gruppo dell’Aia sanzioni contro Israele per fermare il genocidio
in Palestina proviene da DINAMOpress.
Colombia, al via il vertice internazionale contro il genocidio in Palestina
Mentre l’Europa e gli Stati Uniti continuano, con poche eccezioni e prese di
posizioni istituzionali, a essere complici con i crimini di Israele, garantendo
l’impunità ai leader israeliani, rispetto alla pulizia etnica, ai ripetuti e
continui crimini di guerra e più in generale con il genocidio portato avanti
sistematicamente dal governo israeliano, una serie di leader del Sud globale
hanno preso parola convocando a costruire posizioni alternative a livello
internazionale, in risonanza con la solidarietà popolare con la Palestina. Una
solidarietà, capace di cominciare a tessere un nuovo internazionalismo, che si è
dispiegata in tutto il mondo a partire da movimenti sociali, studenteschi e
società civile, con le proteste, negli ultimi due anni in particolare, della
cosiddetta Palestina Globale, duramente repressa e perseguitata negli Stati
Uniti e in Europa.
Nato nel gennaio del 2025, il Gruppo de L’Aia è guidato dai governi della
Colombia e del Sudafrica, e ha visto fin dall’inizio la partecipazione dei
governi di Bolivia, Cuba, Honduras, Malesia, Namibia, Senegal, paesi che, come
segnalato da Diana Carolina Alfonso su Diario Red, hanno adottato le seguenti
importanti e significative misure come prime prese di posizione concrete e
condivise: 1) compiere con gli ordini di mandato di arresto emessi da parte
della Corte Penale Internazionale nei confronti di Benjamin Netanyahu e Yoav
Gallant per crimini di guerra; 2) rendere effettivo l’embargo di armi e
combustibile per evitare che Israele continui nell’offensiva; 3) fermare nei
propri porti e territori tutte le navi cargo che siano vincolate al traffico di
armi verso Israele. Una iniziativa che «riflette un impegno con la giustizia
internazionale e una critica frontale all’impunità di Israele, storicamente
sostenuto dai paesi occidentali»
La scorsa settimana, con un articolo pubblicato sul “Guardian”, il presidente
colombiano Petro, che fin da subito ha preso posizione contro il genocidio,
assieme ad altri presidenti (e movimenti) latinoamericani, ha annunciato la
convocazione del vertice interministeriale a cui parteciperanno rappresentati di
oltre trenta paesi e movimenti sociali, per contreibuire a rafforzare il
multilateralismo dal Sud del mondo. Il vertice si terrà oggi e domani a Bogotá,
con l’invito ai leader globali di prendere posizione sul genocidio.
> Petro ha affermato che «la scelta davanti a cui ci troviamo è dura e
> drammatica, è necessario agire subito: per miliardi di persone nel Sud del
> mondo che contano sul diritto internazionale per la propria protezione, la
> posta in gioco non potrebbe essere più alta. Il popolo palestinese merita
> giustizia. Questo momento richiede coraggio. La storia ci giudicherà
> severamente se non risponderemo alla loro chiamata».
Foto di Alioscia Castronovo
> «Se non agiamo ora, non solo tradiremmo il popolo palestinese, ma diventeremmo
> complici delle atrocità commesse dal governo di Netanyahu»: l’invito è quello
> di espandere tali prese di posizione, ma anche costruire possibilità concrete
> di intervenire nello scenario politico internazionale.
Ha inoltre ricordato che nel mese di settembre del 2024 centoventiquattro Paesi
hanno votato a favore della risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni
Unite sulle politiche e le pratiche di Israele nei Territori Palestinesi
Occupati. In quella occasione, afferma Petro, «ci siamo assunti obblighi
concreti: indagini, procedimenti giudiziari, sanzioni, congelamento dei beni e
cessazione delle importazioni e delle armi». Quella risoluzione fissava un
termine di 12 mesi affinché Israele «ponesse fine senza indugio alla sua
presenza illegale». Centoventiquattro stati «hanno votato a favore, tra cui la
Colombia. Il tempo stringe».
Non è un caso che paesi come Sudafrica e Colombia siano la guida a livello
internazionale di posizione chiare e nette contro il genocidio: la questione di
Gaza viene vissuta e sentita in modo particolare da chi ha vissuto la lunga e
drammatica storia dell’apartheid sudafricano, ma anche le grandi lotte per
sconfiggerlo, così come il lungo conflitto armato colombiano, il genocidio
politico delle sinistre (in particolare quello dell’Unión Patriótica) e il
massacro continuo contro movimenti sociali, indigeni e leader sociali e
sindacali in Colombia. Un paese dove la violenza e gli attori armati in processo
di riconfigurazione continuano a dispiegarsi nei territori del paese, dove è in
corso una crisi umanitaria nel Catatumbo, che segnala i limiti del processo
della Pace Totale del governo Petro, ma anche in altri territori del paese, dove
si dispiega la continuità della violenza dei gruppi paramilitari,
narcotrafficanti, di diversi tipi di gruppi armati e dissidenze delle
guerriglie. La pace come obiettivo, così come la fine di ogni apartheid, è al
centro delle sfide politiche in questi paesi e la questione palestinese viene
sentita e vissuta in maniera particolare e significativa.
> Alle attività del vertice è stata invitata anche Francesca Albanese, relatrice
> speciale ONU per i territori occupati in Palestina, sotto attacco da parte
> degli Stati Uniti e di Israele per i rapporti che ha curato denunciando le
> violazioni dei diritti umani, la pulizia etnica, il genocidio e gli interessi
> politici ed economici che lo sostengono.
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Francesca Albanese sarà ospite di diverse iniziative a Bogotá e sarà accolta da
mobilitazioni sociali di piazza, che sono state rilanciate come momenti di
articolazione di un nuovo internazionalismo contro il genocidio in Palestina.
Martedì 15 sarà ospite del dibattito “Azione collettiva in difesa della
Palestina”, organizzato dal Gruppo de L’Aia, che si terrà al Museo Nazionale,
con la partecipazione di Yaddai Kadamani Fonrodona, ministra della Cultura del
governo colombiano, con Jeremy Corbyn, deputato al parlamento inglese, Rima
Assan, eurodeputata de La France Insumise, e Andrés Macías Tolosa, del Gruppo di
lavoro delle Nazioni Unite sui Mercenari.
Mercoledì 16 ci sarà fin dalla mattina una mobilitazione solidale con la
Palestina e contro il genocidio nel centro della capitale colombiana, chiamata
proprio in occasione della conferenza interministeriale: «Accogliamo con la
nostra mobilitazione la relatrice speciale ONU Francesca Albanese, sotto attacco
da parte degli Stati Uniti e delle imprese multinazionali che lucrano con il
genocidio», scrivono nell’appello: e poi «andremo con bandiere della Palestina
nelle piazze del centro della capitale, dalla Cancelleria alla Plaza de Bolivar,
con una parola d’ordine comune: fermiamo il genocidio». La manifestazione è
stata convocata da movimenti, organizzazioni sociali e politiche solidali con la
Palestina, che invitano a rilanciare una forza transnazionale contro il
genocidio.
Nel pomeriggio della stessa giornata, mercoledì 16 luglio, Francesca Albanese
sarà presente al Senato della Repubblica invitata dalla coalizione di governo
del Pacto Historico per intervenire nel forum “Il Sud Globale per la Palestina:
giustizia e solidarietà dalla Colombia”.
L’incontro di questa settimana rappresenta un’importante presa di posizione
internazionale che rivendica la difesa dei diritti umani a livello globale ed
esprime posizioni sul genocidio chiare, nette, coraggiose e decisive in un
contesto di totale impunità, con l’obiettivo di estendere ad altri paesi queste
prese di posizione politica per contribuire all’urgenza di fermare il genocidio
in corso.
Immagine di copertina: Presidenza della Repubblica della Colombia (da
wikimedia), concerto per la Palestina a Bogotá, 2024
L'articolo Colombia, al via il vertice internazionale contro il genocidio in
Palestina proviene da DINAMOpress.
RADIO AFRICA: I (TANTI) IMPERIALISMI CHE COLPISCONO IL CONTINENTE E LE “TRACCE COLONIALI” DELLA REPRESSIONE ANTILIBICA A USTICA
Radio Africa: nuova puntata, lunedì 26 maggio 2025, per l’approfondimento
quindicinale dedicato all’Africa sulle frequenze di Radio Onda d’Urto, dentro
la Cassetta degli Attrezzi.
In questi 30 minuti ci occupiamo di:
* Imperialism(i): le tante mani sull’Africa. Il punto della situazione sulle
influenze e le intromissioni di Usa, Russia, Cina e paesi del Golfo (Emirati
Arabi in testa) tra Sudafrica, Burkina Faso (e l’intera fascia subsahariana),
Sudan con Cornelia Toelgyes, vicedirettrice di www.africa-express.info
* Tracce coloniali: il viaggio a Ustica di un folto gruppo di realtà della
società civile italiana, per rendere omaggio agli oppositori libici alla
colonizzazione italiana deportati nelle piccole isole. Pochi giorni fa la
visita al cosiddetto “Cimitero degli arabi” per ricordare una storia, ancora
oggi sconosciuta, iniziata nel 1911 quando, dopo la sconfitta di Shara Shatt,
in Libia, l’occupante italiano rispose con una “caccia all’arabo” e
l’esecuzione sommaria di migliaia di persone. Altre, forse 4000, furono
frettolosamente imbarcate senza processo per Favignana, le Tremiti, Gaeta e
soprattutto Ustica. Le deportazioni continuarono negli anni seguenti, senza
soluzione di continuità tra l’Italia “liberale” e quella fascista, fino ad
almeno il 1934.
La puntata di Radio Africa, su Radio Onda d’Urto, andata in onda lunedì 26
maggio 2025 alle ore 18.45 (in replica martedì 27 maggio, alle ore 6.30) con
Cornelia Toelgyes, vicedirettrice di www.africa-express.info e con Fabio
Alberti fondatore e presidente onorario di Un ponte per tra le realtà
organizzatrici dell’appuntamento di Ustica, tenutosi pochi giorni fa. Ascolta o
scarica
STATI UNITI: A 5 ANNI DALL’OMICIDIO FLOYD, “LA POLIZIA HA INTERIORIZZATO LO SPIRITO DEL SUPREMATISMO BIANCO”
A Minneapolis, nel Minnesota, cinque anni fa si verificò l’omicidio razzista e
di Stato di George Floyd, soffocato dal ginocchio di un poliziotto. Domenica 25
maggio la morte del 46enne afroamericano è stata commemorata in piazza George
Floyd, tra opere d’arte di protesta, rose gialle e un murales con la scritta
“Hai cambiato il mondo, George”.
L’omicida, il poliziotto bianco Derek Chauvin, condannato nel 2022 a 21 anni di
reclusione, potrebbe vedersi concedere la grazia se il Presidente Donald Trump
cedesse alle pressioni degli alleati più razzisti.
Inoltre i dati raccolti tra il 2017 e il 2024, mostrano un aumento degli omicidi
razziali nei confronti delle minoranze statunitensi nere e ispaniche. In calo
invece i numeri delle persone bianche uccise dalla polizia.
Questo attesterebbe una perdita di slancio del movimento Black Lives Matter a
favore del trumpismo e del suprematismo bianco, cui esponenti stanno facendo
cancellare tutte le riforme fatte per cercare di arginare il razzismo. Il
Presidente Trump sta anche demolendo le politiche in favore di diversità, equità
ed inclusione.
Nonostante la eco globale delle proteste del movimento Black Lives Matter, il
suprematismo bianco è oggi in continua ascesa, facendo arretrare sulle recenti
conquiste dei movimenti antirazzisti. Anche le donazioni verso Fondazione Black
Lives Matter sono in continuo calo: dai 79,6 milioni di dollari raccolti nel
2021, si è passati l’anno seguente a soli 8,5 milioni.
Nel frattempo negli Stati Uniti stanno arrivando i primi cosiddetti rifugiati
dal Sudafrica che fuggirebbero dal “razzismo contro i bianchi”. I discendenti
dei coloni europei, gli Afrikaner, che imposero la segregazione razziale fino al
1991, possono ottenere l’asilo negli Stati Uniti: lo stesso diritto viene però
negato alle persone che scappano da povertà, guerre e persecuzioni, come ad
esempio i rifugiati Sudanesi e Congolesi, a cui l’amministrazione Trump ha
bloccato le procedure per richiedere l’asilo.
Ai nostri microfoni l’analisi dello scrittore Salvatore Palidda, già docente in
sociologia presso l’Università di Genova. Ascolta o scarica
Europa, Palestina, Sudafrica: viaggio al termine del colonialismo
Il sito dell’Unione Europea dichiara “Ogni anno il 9 maggio si celebra la Festa
dell’Europa, che celebra la pace e l’unità in Europa”. Come ormai la maggior
parte delle istanze internazionali l’Unione Europea, da sei anni sotto la
direzione di quella che fu la ministra della difesa di Angela Merkel, Ursula von
der Leyen, imbarazza e disgusta nella sua mancanza di volontà politica nel
prendere una posizione radicale contro il genocidio del popolo Palestinese a
Gaza e nella sua insensata – se non alla luce dei profitti che ci stanno dietro
– corsa all’armamento.
In Italia la richiesta di manifestare appoggio e indignazione contro il
massacro, sia online sia per le strade, risulta quasi sterile. Malgrado ciò, a
chi ha ancora la forza di andare in strada, malgrado la stagnante aria di
fallimento che si respira in Europa, va tutta la mia stima. Come uno dei
partecipanti della manifestazione di Milano del 25 Aprile, ricorda in un video:
«È importante ogni tanto stare insieme, e vedere che siamo ancora in tanti».
Online si vede circolare un manifesto, portato in corteo in diverse
manifestazioni pro-Palestina, in diverse città europee che dice «You know what
also died in Gaza? The myth of western Humanity and Democracy» (Sapete cos’è
morto anche a Gaza? Il mito dell’umanità e della democrazia occidentale). Quel
mito è morto, se mai ha avuto ragione per nascere, da molto tempo. È basato
sulla ripetuta incapacità dell’Europa di fare autocritica, di guardare alla
propria storia fatta sul sacrificio e lo sfruttamento degli altri, una storia
che continua tuttora nella forma che le e i migranti, le donne, coloro che non
rientrano nelle regole dei padri fondatori, maschi etero bianchi, sono trattate
e perseguitate.
Nel suo Discorso sul Colonialismo (1950) Césaire, commentando la differente
risposta della società occidentale alle atrocità dell’olocausto e della
schiavitù, già lo fece notare parecchio tempo fa: «hanno tollerato quel nazismo
prima che fosse loro inflitto, lo hanno assolto, hanno chiuso gli occhi su di
esso, lo hanno legittimato, perché, fino ad allora, era stato applicato solo ai
popoli non europei». Esistono gradi diversi di applicare le universali europee
norme di umanità e democrazia. La guerra in Ucraina, contemporanea alla guerra
in Palestina, lo ha reso ancora più palese. Secondo Van Bever Donker, della
University of Western Cape, «Ciò che la civiltà [europea] ha raggiunto, il punto
a cui è giunta, non equivale ad altro che alla sua morte». E forse per questo
tollera la morte ovunque.
In contrasto allo stato di asfissia europeo e di reazione programmata come
strategia di sopravvivenza, la quotidianità della solidarietà al popolo
Palestinese da parte del popolo sudafricano impressiona nella sua naturalezza,
nel suo non bisogno di spettacolarità. Innumerevoli sono le iniziative in
solidarietà e concreto sostegno.
Lo si vede nei muri delle case, dove messaggi in sostegno al popolo Palestinese
sono continui, negli adesivi nelle autovetture, nelle molte bandiere presenti
nei festeggiamenti di Eid al-Fitr, o semplicemente Eid, la festa in cui
musulmani di tutto il mondo celebrano la fine del mese di digiuno dall’alba al
tramonto del Ramadan.
Domenica 27 aprile in occasione del Freedom Day, una dozzina di nuotatori hanno
organizzato una staffetta percorrendo a nuoto il tratto di 7,4 km da Robben
Island a Bloubergstrand, nelle acque gelide di Cape Town. Lo hanno fatto per
raccogliere fondi necessari per l’assistenza umanitaria a Gaza e per
sensibilizzare l’opinione pubblica sull’impossibile situazione dei palestinesi.
«I nuotatori sono semplici sudafricani che si tuffano in acque simbolo della
nostra storia di lotta e prigionia in solidarietà con chi soffre sotto
l’oppressione», hanno dichiarato gli organizzatori che si proponevano di
raccogliere almeno 500mila euro e ne hanno raccolti 600.000, circa 30.000 euro
in poche ore.
I fondi sono stati ripassati a Gift of the Givers una versione sudafricana di
Emergency, fondata nel 1992 da un medico sudafricano, Imtiaz Ismail Sooliman,
per offrire soccorso in caso di calamità e assistenza umanitaria in tutto il
mondo, a gennaio 2025 l’organizzazione ha dichiarato di impiegare oltre 600
persone con uffici in nove aree, tra cui Somalia, Yemen e Palestina. Con
finanziamenti da aziende sudafricane e donazioni private, l’organizzazione ha
distribuito oltre 6 miliardi di Rand (319 milioni di dollari) in aiuti in 47
Paesi in 32 anni, ed è la più grande agenzia di risposta ai disastri di origine
africana.
La prossima settimana a Johannesburg si terrà il Jozi Palestinian Film Festival,
due serate di film e dibattiti sulla situazione palestinese organizzate da South
Africa BDS Coalition. I biglietti sono esauriti dopo due giorni dall’annuncio
del festival, anche quelli delle overflow seating, sedie di plastica, da
aggiungere in sala ovunque ci sia spazio. Il documentario Al-Nakba: The
Palestinian Catastrophe (2024) di Rawan Damen apre la rassegna il giorno – 15
maggio – in cui la Nakba (catastofe) viene commemorata ogni anno. Tra il 1947 e
1949, 531 città e paesi furono distrutti dalle milizie israeliane. Dei 1,4
milioni di abitanti palestinesi dell’epoca si stima che ci siano oltre 9 milioni
di rifugiati palestinesi sparsi in tutto il mondo. Alla luce del genocidio di
2,3 milioni di abitanti della Striscia di Gaza oggi la Nakba assume un nuovo
significato.
Nel corso del festival verranno presentati Eyes of Gaza (2024) di Mahmoud
Atassi, sull’indicibile numero di giornalisti uccisi in un anno nella guerra tra
Israele e Gaza, più alto in qualsiasi altro conflitto da quando il Comitato per
la Protezione dei Giornalisti ha iniziato a raccogliere dati nel 1992. Mercoledì
21 l’University of Johannesburg insieme alla Birtzeit University Occupied
Palestine, ospiterà la terza lezione pubblica , dal titolo Genocidio e
apartheid: terra e identità in Palestina e Sudafrica, in memoria di Shireen Abu
Akleh, la giornalista palestinese statunitense uccisa nel 2022 da un soldato
israeliano mentre seguiva un raid nel campo profughi di Jenin, nella
Cisgiordania occupata da Israele nel 2022. Sarà possibile seguire l’evento
online.
Segue Al-Shifa Hospital: The Crimes They Tried to Bury (2024), un breve
documentario prodotto da Al Jazeera che mira a scoprire la verità dietro le
atrocità commesse durante l’assedio dell’ospedale Al-Shifa da parte
dell’occupazione israeliana. Il documentario funge da contro-narrativa alle
distorsioni e garantisce che le voci delle vittime e dei testimoni vengano
ascoltate. La proiezione sarà seguita da una sessione di domande e risposte con
gli Healtchcare Workers 4 Palestine. HW4P, è stata co-fondata in Inghilterra da
un gruppo di medici nel 2023 per combattere la censura e difendere i diritti
degli operatori sanitari palestinesi e il diritto dei palestinesi all’assistenza
sanitaria.
Il sabato Nathi Ngubane, scrittore e illustratore del libro da colorare From the
River to the Sea, i cui ricavati della vendita sono devoluti al popolo
palestinese tramite Penny Appeal South Africa, terrà un laboratorio per bambine
e bambini mentre chiuderà il festival il documentario girato in Libano e nella
Palestina occupata, The Last Sky (2024) di Nicholas Hanna’, avvocato
libanese-australiano, seguito da una sessione di domande e risposte con il
regista.
Tutte le immagini sono di Laura Barucco
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