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La scintilla di Tell e la polveriera cisgiordana
Riprendiamo da http://invictapalestina.org questo articolo che aiuta a leggere, inquadrandoli nel loro contesto, i fatti dello scorso 24 luglio nel villaggio cisgiordano di Tell (quegli stessi fatti che TG1 e TG2 sono riusciti a presentare come aggressione a un gruppo di escursionisti!) La scintilla a Tell: come la Resistenza di un villaggio ha sconvolto la strategia israeliana in Cisgiordania di Ramzy Baroud Durante un’incursione militare sulla piccola città di Tell, a Sud-ovest di Nablus, un momento di aperta Resistenza ha infranto l’illusione della totale sottomissione palestinese. Di fronte alle incessanti incursioni militari, alla confisca delle terre e alle vessazioni e violenze dei coloni, gli abitanti del villaggio e gli agricoltori locali si sono rifiutati di arrendersi. Nello scontro che ne è seguito, un singolo palestinese ha disarmato un soldato israeliano e aperto il fuoco contro le forze d’invasione vicino all’avamposto dell’insediamento illegale di Havat Gilad, uccidendo due soldati e ferendone altri tre. Ciò che è accaduto dopo è stata la prevedibile e implacabile furia dell’Occupazione: le forze israeliane e i coloni armati sostenuti dallo Stato hanno lanciato immediatamente una serie di incursioni a Tell e nelle comunità limitrofe, uccidendo quattro palestinesi, incendiando case e trasformando edifici residenziali in centri di interrogatorio da campo. In una rapida campagna di Punizione Collettiva, le Forze di Occupazione Israeliane hanno arrestato oltre 70 palestinesi, di cui più di 40 solo a Tell, estendendo al contempo le incursioni militari a Jenin, Tubas, Tulkarm, Ramallah, Hebron (Al-Khalil), Betlemme e Gerico. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Ministro della Difesa Israel Katz hanno immediatamente ordinato “un’operazione militare su vasta scala”, mentre la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha condannato inequivocabilmente gli attacchi congiunti dell’esercito e dei coloni definendoli “pogrom contro civili indifesi”, ribadendo la richiesta di un embargo immediato sulle armi e di sanzioni commerciali contro Israele. Tuttavia, per comprendere la scintilla di Tell, è necessario comprendere la pentola a pressione esplosiva in cui si è trasformata la Cisgiordania Occupata. Il calcolo primitivo di Netanyahu  La risposta immediata di Netanyahu all’incidente di Tell non è stata un allontanamento dalla politica, bensì l’attivazione di una vecchia e radicata dottrina: ogni atto di Resistenza palestinese, per quanto localizzato, deve essere strumentalizzato per accelerare il furto di terre palestinesi sponsorizzato dallo Stato. Per decenni, l’apparato di sicurezza israeliano ha utilizzato la Resistenza locale come copertura per raggiungere ambizioni demografiche e territoriali di lunga data. Sotto l’attuale coalizione di estrema destra, questa strategia ha raggiunto livelli di velocità e brutalità senza precedenti. L’entità della distruzione  Dall’ottobre 2023, mentre l’attenzione dei media globali si concentrava principalmente sugli orrori di Gaza, Israele ha sistematicamente esteso la sua offensiva in tutta la Cisgiordania Occupata: Oltre 1.090 palestinesi, tra cui almeno 239 bambini, sono stati uccisi dalle forze israeliane e dai coloni armati sostenuti dallo Stato. Oltre 6.800 palestinesi sono rimasti feriti da proiettili veri, schegge e aggressioni fisiche, con gli attacchi dei coloni che rappresentano la maggior parte dei recenti feriti civili. Più di 10.000 palestinesi sono stati sfollati con la forza a causa della demolizione delle loro case, delle violenze dei coloni e delle severe restrizioni di accesso. Intere comunità beduine e rurali nelle colline a Sud di Hebron e nella valle del Giordano sono state sistematicamente spopolate e ripulite. Oltre 11.000 palestinesi sono stati arrestati durante rastrellamenti notturni militari e posti in detenzione amministrativa arbitraria senza accusa né processo. Sotto la guida del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, a cui erano stati conferiti poteri ufficiali sugli affari civili in Cisgiordania, il governo israeliano ha dichiarato decine di migliaia di dunam di territorio palestinese “terra demaniale”, segnando la più grande e continua appropriazione di terre dai tempi degli Accordi di Oslo. Contemporaneamente, decine di avamposti di coloni illegali sono stati legalizzati retroattivamente e sono state promosse migliaia di nuove unità abitative negli insediamenti. Scopo strategico dietro la recrudescenza  La campagna sistematica di Israele in Cisgiordania persegue tre distinti obiettivi politici e militari per Netanyahu e il suo governo. Primo, prevenire un secondo fronte:  Israele si è reso conto che se la Cisgiordania si sollevasse in una ribellione organizzata su vasta scala mentre il suo esercito è impegnato in una snervante e interminabile Campagna Genocida a Gaza, contenere entrambe le entità si rivelerebbe praticamente impossibile. Non essendo riuscito a schiacciare la Resistenza palestinese a Gaza nonostante la sua schiacciante forza militare, Israele ha applicato una violenza preventiva e brutale in Cisgiordania per terrorizzare la popolazione e costringerla alla sottomissione totale. Secondo, proteggere Netanyahu attraverso l’influenza dell’estrema destra: Per sopravvivere alle conseguenze politiche interne del 7 ottobre e al fallimento del suo esercito nel raggiungere gli obiettivi di guerra dichiarati, Netanyahu ha avuto bisogno di mantenere intatta la sua coalizione. Ha concesso ai ministri di estrema destra Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir assoluta libertà di attuare la loro agenda ideologica: espandere gli insediamenti illegali, annettere l’Area C, armare le milizie dei coloni e invadere ripetutamente e alterare lo status quo nel complesso della Moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme Est Occupata. Terzo, mascherare il fallimento con atteggiamenti offensivi: Nel disperato tentativo di evitare di apparire come un leader impotente intrappolato in una guerra di logoramento su più fronti, Netanyahu ha utilizzato operazioni militari, attacchi con droni e incursioni di mezzi corazzati nei campi profughi della Cisgiordania (da Jenin e Tulkarem a Nablus) per proiettare un’immagine di forza e controllo davanti al suo elettorato interno di destra. Il terrore dei coloni e il fallimento dell’Autorità palestinese  Questa campagna di espansione sponsorizzata dallo Stato è stata agevolata da due fattori principali sul campo. Primo, paramilitarismo incontrollato dei coloni: Armate dal Ministero della Sicurezza Nazionale di Itamar Ben-Gvir, le bande violente di coloni sono state pienamente integrate nelle milizie paramilitari sponsorizzate dallo Stato. I coloni lanciano regolarmente Pogrom organizzati contro i villaggi palestinesi, incendiando case, distruggendo uliveti, rubando bestiame e sparando contro i civili, con la protezione diretta e la partecipazione attiva dell’esercito israeliano. Secondo, la sottomissione e l’inazione dell’Autorità Palestinese:  L’Autorità Palestinese ha completamente abbandonato il suo dovere fondamentale di proteggere il suo popolo. Invece di formulare una strategia di difesa nazionale o di fornire almeno una dirigenza simbolica per resistere all’espropriazione delle terre, le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese hanno continuato a coordinarsi con l’Occupazione. L’Autorità Palestinese ha represso attivamente i combattenti della Resistenza locale, confiscato armi e represso manifestazioni pubbliche, agendo come forza amministrativa subappaltata per gestire la sottomissione palestinese per conto di Israele. Perché l’analisi corrente fallisce  La maggior parte dei media e degli analisti politici inquadrerà inevitabilmente l’attuale recrudescenza in base a ristretti parametri parlamentari. Faranno riferimento alle imminenti elezioni israeliane, sostenendo che Netanyahu sta provocando la violenza unicamente per consolidare il voto dell’estrema destra, accontentare Ben-Gvir e Smotrich e sbaragliare i suoi rivali politici. Gli organismi internazionali per i diritti umani lanceranno i soliti avvertimenti, organizzazioni umanitarie come Medici Senza Frontiere esprimeranno allarme per gli attacchi contro strutture mediche come l’Ospedale Specializzato di Nablus, e blocchi politici come l’Unione Europea lanceranno appelli inefficaci a “tutte le parti per una distensione”. Nel frattempo, il governo degli Stati Uniti continua a fornire miliardi di dollari in armamenti pesanti a Israele, rafforzando un episodio di Complicità storica. Ciò che queste analisi non riescono costantemente a cogliere è la realtà dell’azione palestinese. Trattano i palestinesi come vittime passive in attesa di un intervento internazionale o di cambiamenti politici a Tel Aviv e Washington. Ma l’esplosione di Tell ha dimostrato che lo status quo di accerchiamento totale, umiliazione quotidiana e spossessamento esistenziale è intrinsecamente insostenibile. La ribellione non è iniziata dove si aspettavano gli analisti militari tradizionali: è divampata in una piccola cittadina agricola tra persone che hanno deciso che la Resistenza era l’unica risposta possibile a un lenta e graduale annientamento. La Cisgiordania non rimarrà in silenzio per sempre; si solleverà nel momento e nel luogo scelti dal suo popolo, rendendo inutili le previsioni politiche convenzionali. [Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di “The Palestine Chronicle”. È autore di sei libri, tra cui La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano, curato insieme a Ilan Pappé. Il suo ultimo libro è Prima del Diluvio. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).]
August 1, 2026
il Rovescio
Le parole sono pietre, le pietre sono parole: riguardo il riesame di Pietro
Riceviamo e diffondiamo: LE PAROLE SONO PIETRE, LE PIETRE SONO PAROLE. Dopo il riesame negativo di Pietro, compagno anarchico arrestato nell’operazione del 16 giugno Mentre scorrono ancora sugli schermi di tutta Italia le immagini dell’omicidio per mano di due poliziotti di Abderrahim Fakir al Pilastro; mentre gli sbirri assassini che hanno ammazzato Fakir godranno dello “scudo penale” introdotto da questo governo per le forze dell’ordine; mentre un bottegaio milionario che ha assassinato due persone sparando loro alle spalle, il “gioielliere Roggero”, diventa l’icona pop di un fascismo suprematista che nulla ha da invidiare al trumpismo; mentre nel “paese del Duce” centinaia di fascisti in camicia nera sfilano per commemorare il compleanno di un dittatore; mentre il governo “licenzia” l’ennesimo pacchetto di leggi liberticide contro “i maranza”, per annichilire definitivamente ogni spinta di ribellione giovanile, ecco, mentre tutto questo accade (e purtroppo ce ne sarebbero molte altre da dire) il tribunale del Riesame di Bologna decide (23/07) che un compagno anarchico debba restare in cella nel carcere di Alta Sicurezza di Terni per “detenzione di opuscoli terroristici”. Senza voler sminuire l’importanza della parola scritta e della sua diffusione e senza voler cedere all’indignazione democratica, ci pare però doveroso (oltre che necessario per sfogare un po’ di nausea) concentrare le nostre energie su questa fotografia: il paese in cui viviamo è uno stato di polizia sempre più attrezzato all’eliminazione del dissenso interno (eliminazione anche fisica) e sempre più razzista, colonialista, fascista. Questo dato di fatto, che non è nuovo per nessunx che abbia avuto negli anni un certo sguardo critico sul mondo, con la contestazione sempre più frequente (specialmente per quelle persone accusate di “terrorismo islamico”) del 270quinques ter. sta davvero segnando una svolta repressiva inaudita anche per queste desolate terre italiche. Il “terrorismo della parola” sta colpendo principalmente lx anarchicx e lx solidalx palestinesi, ma, come sempre, dopo gli apripista facili da sbattere sul giornale, si passerà alla sua più larga attuazione. In questo momento di rabbia e di incredulità, dobbiamo mantenerci saldx, con l’esempio che ci mandano lx compagnx prigionierx in tutto il mondo (dal Cile alla Grecia alla Palestina passando per l’Italia) che resistono fermamente nonostante la situazione più sfavorevole possibile, come il compagno Alfredo Cospito, tumulato nel 41bis. Saldx e serenx e fierx di questx compagnx e delle idee che portano nel cuore, idee, che sulla carta stampata, adesso valgono la galera: difenderle è ancora più importante e necessario. Il nemico è sempre più spietato, sta a noi essere sempre più unitx nella diversità ma accumunatx dalla gioia rabbiosa di voler veder cancellato questo mondo di sopruso e oppressione come il più infame degli incubi del genere umano. Che la calura dell’estate non ci ottenebri i pensieri e i sogni, che la rabbia non ci accechi ma ci faccia affinare la mira, che la tristezza per l’ennesimo fratello dietro le sbarre non ci immobilizzi, ma ci sproni a proseguire con gioia nelle (anche) sue scelte di lotta e di vita! Pietrino libero e selvaggio!! 🙂 Tuttx liberx! Forza amicx, compagnx, sorelle e fratelli, avanti tutta!!  Cassa Antirepressione Capitano ACAB        capitanoacab@insiberia.net
July 28, 2026
il Rovescio
Assemblea No CPR di Milano: Sull’operazione anti-anarchica del 16 giugno (e non solo)
Riceviamo e diffondiamo dall’Assemblea No CPR di Torino questo contributo, che – a partire dalla solidarietà ai compagni arrestati e indagati – tocca un tema importante: il controllo delle emigrazioni come laboratorio del controllo poliziesco e tecnologico che si stringe sul mondo intero. Qui l’introduzione: L’operazione del 16 giugno 2026 non può lasciarci indifferenti. In quanto persone che si organizzano contro i CPR, ci fa rabbia e ci spinge all’azione ogni strumento che lo stato adopera per bloccare i corpi dentro le strette maglie di ciò che è permesso e di ciò che non lo è, in nome di un ordine democratico da difendere e dei suoi confini da salvaguardare. Sappiamo bene quanto questo fantomatico ordine da difendere sia basato su gerarchie razziste e classiste, e per questo non possiamo che essere profondamente solidalx con chi cerca di metterlo in discussione. Ma, oltre al desiderio di esprimere solidarietà, questo testo punta anche a mettere in luce alcuni aspetti in comune tra la repressione che subiscono alcune figure che lo stato identifica come nemiche. Che si tratti di persone in movimento o di chi crede che lo Stato sia una contingenza storica oppressiva e non necessaria, quello che constatiamo con angoscia è la continuità dei dispositivi tecnologici e di controllo che vengono adoperati. Infatti, se di per sé non sono niente di nuovo le operazioni ‘anti-anarchiche’ e le indagini per 270, se è vero che non c’è alcuna novità particolare nel fatto che lo Stato cerchi di controllare chi può attraversare e stanziare nel suo territorio e chi no (si tratta di uno dei suoi obiettivi fondanti), quello che rappresenta una novità è la capillarità con cui alcune nuove tecnologie si diffondono silenziosamente nelle vite di tutti i giorni, fornendo materiale per operazioni giudiziarie fondate sul nulla, controllando ogni azione che avviene durante un corteo, o ancora tracciando gli indesiderati da rispedire oltre i confini della Fortezza Europa. Qui il testo completo: 16giugno.nocprmilano  
July 27, 2026
il Rovescio
Per chi interrompe il sonno dei potenti. Un contributo sull’operazione del 16 giugno
Riceviamo e diffondiamo: Il 16 giugno 2026 la polizia irrompe in casa di molti compagni e compagne in tutta la penisola per effettuare perquisizioni ed arresti. In nove sono accusati di associazione sovversiva con finalità di terrorismo e, fra questi, alcuni sono anche indagati, insieme ad altri compagni e compagne, per alcuni sabotaggi alla linea ferroviaria dell’alta velocità in occasione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Inoltre due compagni, in seguito al ritrovamento di alcuni opuscoli nelle loro abitazioni, vengono anche accusati di 270 quinquies ter, il cosiddetto “terrorismo della parola” e condotti anche loro in carcere. I giornali, con la retorica giustizialista delle aule di tribunale, riportano fedelmente le veline della Questura: “terrorismo”, “violenti”, “cellula terroristica”, “pianificavano azioni violente”. ll potere ha sempre trovato un nome per chi interrompeva il suo sonno, rendendolo il nemico interno di cui avere paura. Crea il mostro e lo sbatte in prima pagina. Dal canto nostro invece sappiamo bene che esiste una differenza profonda tra la violenza che serve a conservare un dominio e quella che nasce dal desiderio di spezzarlo. La prima appartiene ai potenti: ha eserciti, bilanci, tribunali e uffici stampa. La seconda nasce dalle mani comuni, dalle vite ordinarie, da chi non dispone di altro se non della propria immaginazione e della complicità di spiriti affini. Vediamo sempre più chiaramente che il progresso coincide – per questo sistema – con opere che cancellano foreste, quartieri e costringono alla fuga popolazioni. Negli anni abbiamo infatti visto ferrovie divorare montagne, fiumi spostati e il cielo riempito di cavi, antenne, droni, satelliti. Questa distruzione viene amministrata, finanziata, inaugurata con i nastri e gli applausi. Eppure nessuno osa chiamarla violenza. Ne abbiamo avuto esempi anche con questi ultimi giochi olimpici invernali: i residenti della Val di Flemme chiusi fra recinti e check-point; interi boschi abbattuti per costruire le strutture necessarie alle competizioni; l’addetto alla sorveglianza degli impianti lasciato a morire di freddo, le persone sgomberate dai quartieri di Milano in cui vivevano, le strade militarizzate, i rastrellamenti e gli omicidi della polizia. Abbiamo visto l’arrivo di mezzi militari da diverse parti del mondo (ricordiamo la sfilata dei blindati del Qatar) e corpi di polizia, compresi membri dell’ICE, responsabili di rapimenti, torture e omicidi negli Stati Uniti. Non ci stupisce dunque se qualcuno abbia voluto in quelle giornate ricordare che non c’è nulla da festeggiare sabotando la linea ferroviaria dell’alta velocità, soprattutto se guardiamo all’accordo siglato fra RFI e Leonardo due anni fa riguardante la collaborazione per la mobilità militare. Accordo in linea con il piano di riarmo dei Paesi Europei che si preparano alla guerra per cui, anche nel nostro contesto, le infrastrutture civili vengono messe a disposizione per soddisfare le necessità militari di trasporto e di controllo (il cosiddetto dual use) creando così un filo diretto tra i nostri governi e aziende e le guerre odierne vicine e lontane. Quindi nel sabotaggio vediamo la liberazione oltre la distruzione. Il sabotaggio è il gesto con cui chi non possiede eserciti ricorda ai potenti che nessun ingranaggio è invincibile. È il momento in cui una macchina scopre di dipendere da una mano umana. È il momento in cui un sistema, che si racconta perfetto, lascia intravedere una crepa. Il nostro passato vicino e lontano è pieno di sabotaggi che hanno avuto un impatto sulla direzione in cui andavano le cose. Molti sabotaggi sono stati applauditi come quelli avvenuti durante la resistenza o in epoca più recente in territori toccati da grandi opere o grandi eventi: il Castor in Germania e Francia; il TAV in Italia. Il sabotaggio non è lo strumento di chi ha ricchezze, palazzi, ministeri. È accessibile a tutti ed è riproducibile. È il sapere di chi osserva con attenzione, di chi vuole conoscere il funzionamento delle cose e capisce che ogni meccanismo ha un punto vulnerabile. Per questo spaventa. Perché dimostra che gli esseri umani non sono fatti soltanto per eseguire ordini, ma sono fatti anche per trovare le falle, per immaginare deviazioni. Parlando di idee e immaginari ricordiamo che ad aprile 2025 è stato varato un decreto sicurezza – entrato in vigore il 9 giugno 2025 – in cui viene introdotto il reato di terrorismo della parola. Quindi non basta più punire quello che si fa, ma bisogna anche sorvegliare quello che s’immagina. Se pronunci una frase sbagliata, sei terrorista. Se sogni un mondo diverso, sei terrorista. Se possiedi determinati opuscoli, sei terrorista. Le idee fanno così paura che bisogna processarle prima ancora che diventino gesti. Lo abbiamo visto con l’applicazione del regime carcerario del 41bis ad Alfredo Cospito, giustificato anche con il fatto che continuasse a scrivere e ad avere scambi epistolari con altri compagni e compagne nonostante la reclusione. Ogni pensiero deve essere esaminato e sottoposto a censura. Ogni gesto che compiamo deve poter essere osservato. Così ci siamo abituati a convivere con occhi ovunque. Se poco tempo fa gli scenari di controllo totale e capillare facevano solo parte della fantascienza o dei libri di storia per raccontare il nazismo e altri regimi dittatoriali come fossero situazioni lontane, ora la sorveglianza è ormai trasformata in paesaggio, è la norma. A noi non stupisce se qualcuno cerca ancora un angolo d’ombra dove sia ancora possibile esprimersi liberamente ed esistere; colorare di nuovo il proprio immaginario. Una società smette di essere libera molto prima di perdere i suoi diritti. Comincia a perdere la libertà quando non riesce più nemmeno a immaginarla. Quando ogni orizzonte è già stato disegnato da qualcun altro. «Lassù, per la prima volta in vita nostra, ci siamo sentiti veramente liberi e quel paesaggio si è associato per sempre con la nostra idea di libertà.» (I piccoli maestri, Luigi Meneghello) La libertà è questo. Un paesaggio che cambia per sempre il modo in cui guardi il mondo. E dopo averlo visto, non puoi più convincerti che la gabbia sia la natura delle cose. Ma nessuno raggiunge quel paesaggio da solo. Il potere ci vuole individui isolati, concorrenti, sospettosi gli uni degli altri. Vuole che ciascuno difenda soltanto il proprio piccolo recinto. Perché un individuo solo è prevedibile. Una comunità che immagina insieme, invece, è imprevedibile. Quando si vive la stessa oppressione non c’è bisogno di andare a cercare proseliti: si condivide la medesima rabbia ed è quella che fa incontrare e diventare complici. Non per nascondersi gli uni dietro gli altri, ma per vedere più lontano. Perché ogni immaginazione, quando incontra un’altra immaginazione, smette di essere un sogno privato e diventa un progetto comune. È così che nasce un sentiero: una persona da sola lascia un’orma; molte persone lasciano una strada. Ed è questo, forse, che li spaventa più di ogni altra cosa. Non il sabotaggio di una linea ferroviaria, ma il sabotaggio dell’idea che il loro mondo sia l’unico possibile. Perché ogni volta che qualcuno dimostra che un ingranaggio può fermarsi, dimostra anche che la storia può ripartire in un’altra direzione. E finché esisterà qualcuno disposto a immaginarla, nessun sistema potrà dirsi davvero al sicuro. Per quanto ci riguarda saremo sempre al fianco di chi trova i propri complici, di chi non si rassegna ai binari di quest’esistenza, di chi sogna dall’alto delle montagne la libertà. Nel momento in cui pubblichiamo questo testo solo un compagno fra gli/le arrestate del 16 giugno è ancora rinchiuso nella sezione AS2 del carcere di Terni, mentre gli altri e le altre sono state scarcerate dopo l’udienza di Riesame. Libertà per Pietro! Libertà per tutti e tutte!
July 25, 2026
il Rovescio
Operazione del 16 giugno: il Riesame si è espresso, Pietro rimane in carcere
Riceviamo e diffondiamo, con rabbia solidale: ARRESTI DEL 16 GIUGNO. IL RIESAME CONFERMA IL CARCERE PER PIETRO https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/pietro_riesame/ Il Tribunale del Riesame, chiamato il 23 luglio ad esprimersi sulla misura della detenzione, ha confermato le misure cautelari in carcere per Pietro, arrestato nell’ambito dell’operazione antianarchica del 16 giugno scorso. Non abbiamo parole. Mentre tuttx le altre persone arrestate sono state già scarcerate dal riesame di Roma, quello di Bologna (competente per territorio) ha deciso di far proseguire la reclusione del nostro compagno! Ricordiamo che Pietro era stato arrestato con l’accusa di “terrorismo della parola” (270 quinquies comma terzo), reato introdotto dal penultimo decreto sicurezza, per alcuni opuscoli sequestrati durante la perquisizione. Toni, detenuto con la medesima accusa, era già stato scarcerato nei giorni scorsi dal Riesame di Roma. Pietro resta invece tutt’ora rinchiuso nel carcere di Terni nel circuito dell’Alta Sorveglianza. A questo punto gli avvocati faranno ricorso per Cassazione e nel mentre, quando si avranno anche le motivazioni del provvedimento, valuteranno un’istanza al Gip di modifica della misura. Ma serve fin d’ora continuare ad esprimergli la nostra vicinanza e solidarietà! Scriviamogli e antenne dritte sulle prossime mobilitazioni. Pietro Rosetti C.C. Terni Strada delle Campore 32 05100 Terni Solidali dalla Romagna 
July 24, 2026
il Rovescio
Automi assassini. Bologna, 19 luglio 2026
Riceviamo e diffondiamo: Dolore e rabbia per ancora un altro omicidio di stato. Il potere mostra la sua odiosa essenza lasciando un corpo senza vita sull’asfalto, soffocato per mano dei suoi professionisti addestrati. È il corpo di un oppresso come noi, un individuo che a suo modo non ci stava al gioco sporco di chi domina il mondo nel nome del profitto e del terrore. Con Abderrahim Fakir e tutti gli esseri umani assassinati dallo stato. Gruppo anarchico fuoricontrollo – Savona Automi assassini – Bologna 19 luglio 2026 Domenica 19 luglio, quartiere Pilastro di Bologna, un uomo di 42 anni viene ucciso sull’asfalto. Un fatto orrendo, purtroppo l’ennesimo omicidio di stato. Ma qualcosa lo rende speciale: c’è un video di circa cinque minuti ripreso dall’alto da parte di qualcuno che ha intuito la drammaticità e l’orrore che si sta compiendo. Questo video (pubblicato su acta-media) è la variabile imprevista che fa esplodere la collera nella città (e oltre) e squarcia la coltre di menzogne che altrimenti avrebbero cercato di coprire il vero deviando l’attenzione sui consueti binari delle veline da questura. Peraltro la strategia delle menzogne partirà ugualmente ma fuori tempo, quando ormai i buoi sono fuori dal recinto o meglio quando il video è sfuggito alla censura ed ha già fatto il suo corso. La potenza del video è sconvolgente, innanzitutto perché sono immagini di morte (si sta ammazzando un uomo che spende le sue ultime energie per mantenersi vivo e urla “aiuto” e “basta!”), ogni essere umano non ancora “sterilizzato” e deumanizzato si identifica con Abderrahim Fakir, l’uomo che agonizza sull’asfalto. Il secondo motivo è che sono in tre che infieriscono contro di lui portandolo a morire soffocato mentre intorno ci sono quattro o cinque “spettatori passivi” che appaiono del tutto indifferenti a ciò che sta accadendo. Analizziamo lo scenario: chi sono gli attori in causa? Questo scenario rappresenta in modo esatto e inequivocabile una triste allegoria del mondo che viviamo e che è stato predisposto dal potere e dal suo culto, dall’indifferenza e dalle peggiori pulsioni umane diventate “norma”. In posa muscolare con le ginocchia sul dorso del morente due giovani palestrati che indossano le polo blu della polizia di stato con anfibi d’ordinanza e guanti: il più intraprendente si impegna a spingere con entrambe le mani la nuca dell’uomo in posizione prona, facendo sì che la sua bocca rimanga premuta contro l’asfalto (prova anche ad ammanettare la vittima), il secondo si mantiene a cavalcioni un po’ più indietro impedendo ogni movimento del bacino. Questi due si prendono la centralità della scena, possiamo definirli “quelli che comandano”, sono il potere, l’ordine costituito. A collaborare con i due in divisa si nota un altro giovane in abiti civili che si mantiene sopra i polpacci e le caviglie di Abderrahim, già bloccate con una fascetta in plastica; non sappiamo come questo sia entrato nella scena (se su “ordine” o richiesta degli altri o per sua diretta iniziativa) il fatto è che collabora ad assassinare di buon grado. Costui è il collaboratore o secondo un altro gergo “l’infame”. Quello che potrebbe, anzi dovrebbe solidarizzare con l’essere umano che subisce e invece sceglie di schierarsi con chi comanda, sommando i suoi sforzi alla forza esercitata da chi reprime e soffoca. Ci sono ancora i quattro militi della Croce Rossa riconoscibilissimi per gli abiti, questi risultano spaventosi per il fatto di non battere ciglio di fronte a ciò che sta accadendo sotto i loro occhi a un metro di distanza. Non una parola né un cenno a chi sta infierendo (del resto indossa l’uniforme, è l’autorità…) anche dopo che le urla disperate sono cessate non vi è solerzia nel constatare le condizioni dell’uomo e portare cure (del resto sarebbe il loro compito primario, giusto?). Con tutta calma i quattro attendono che il più grosso tra gli energumeni in divisa si alzi per accertare che non c’è più traccia di pulsazione alla carotide. Non si scompongono né si affrettano. Come se la procedura fosse completata. I militi del soccorso sono i “tecnici”, gli addetti che in ogni caso sono subalterni al potere. C’è ancora un uomo in abiti civili che ad un certo punto si avvicina in silenzio per allontanarsi poco dopo, non mostra segni di disapprovazione esplicita ma reagisce con scarso coinvolgimento o forse una punta di disagio. È il passante occasionale che vede e non vuole sapere: l’ignavo, quello che gramscianamente appartiene alla categoria degli indifferenti. In questo scenario da incubo c’è qualcosa che sconvolge più del resto: la netta impressione che compimento ed esito del dramma appaiano ineluttabili, una procedura fredda e automatica. Il più attivo dei due “tutori dell’ordine” quando non sente più resistenza provenire dal corpo su cui ha insistito con tutta la sua forza, si alza, fa qualche passo, simula due mossette rispetto a ciò di cui è stato attivo protagonista, si riavvicina all’uomo che ha ucciso, gli dà un lieve schiaffetto sulla guancia come per rianimarlo, atto che a questo punto suona grottesco, poi se ne va fuori dalla scena rimettendosi gli occhialetti da sole sul volto. I suoi gesti sono quelli di un automa, senza sentimenti, passione né tantomeno compassione, senza odio (o forse con un odio introiettato a fondo e reso gelido), senza anima; non è un lottatore che vive la disputa con il nemico, piuttosto l’esecutore di una procedura tecnica. Quelli che collaborano e quelli che osservano non si discostano dal paradigma. Unico elemento dissonante sono le urla di chi muore e non si arrende alla sequenza che lo vuole annichilire. L’assassinio di Abderrahim è l’epitome di un mondo disumanizzazato in cui la tecnica la fa da padrona, i protocolli, gli algoritmi, le applicazioni e le procedure seguono il loro corso, pertanto i fatti del mondo che riguardano, sempre e necessariamente, il vivente (per non limitarsi agli esseri umani) ricadono sotto il dominio del gelido potere che si occupa solo di profitto, ordine (immancabilmente mortifero) ed eliminazione di ogni traccia residua di autenticità umana, ancorché con la sua molteplicità contraddittoria. Nessuno spazio è più concesso alla dimensione umana, allo scarto o al dissenso rispetto ai piani dettati dal dominio. Non è questo un mondo che ha futuro oltre ad essere rivoltante: questo mondo deve essere demolito prima che giunga a compimento il suo piano di morte e controllo totale, sterminio e irreggimentazione, terrore e pianificazione di ogni suo ingranaggio. Palantir, programma di controllo globale, e il suo padrone Peter Thiel, Elon Musk e soci delle meraviglie digitali, Donald Trump, Benjamin Netanyahu e suoi sgherri sterminatori seriali, Javier Milei e molti altri… I fratellini d’italia che si azzerbinano, il generaluccio chiacchierone, neonazisti disseminati per il globo sotto qualunque bandiera, propagandisti sovranisti digitali, fascistelli e razzisti vari del web… Siete tutti coinvolti dentro questo incubo, ognuno con la sua porzione di responsabilità, che siate prezzolati o utili idioti poco cambia. E ancora un pensiero per i perbenisti, i borghesucci che si sentono tranquilli perché intanto queste brutte cose accadono soltanto nei quartieri ghetto, abitati dalla plebe, dai devianti e dagli “stranieri”: non cullatevi sugli allori, giacché potrà succedere un giorno che vostro figlio o nipote, una sera in cui ha alzato il gomito o sbagliato sostanza, arrecherà disturbo e allora potrebbe imbattersi in una pattuglia o più di solerti tutori dell’ordine per i quali oggi parteggiate e vi fanno sentire così sicuri e immaginate cosa potrebbe succedere… Sia chiaro che questo non è un augurio ma una considerazione molto amara perché non dovrebbe mai più esserci un altro omicidio di stato. Troppi sono gli esseri umani stroncati sulle strade in circostanze simili a quella sopra descritta. Un nome per tutti: Federico Aldrovandi, ragazzo diciottenne massacrato di botte e lasciato morto a Ferrara il 25 settembre 2005. Gli autori dell’omicidio furono quattro agenti di polizia che lo percossero con violenza tale da spezzare due manganelli in dotazione e infine lo uccisero per “asfissia da posizione”, con il torace schiacciato sull’asfalto dalle loro ginocchia. Sempre la stessa tristissima storia. Ma la tristezza deve farsi consapevolezza tra oppressi e sfruttati per diventare azione. In chiusura una nota vitale e umana: bellissima la manifestazione in piazza che ha seguito di poche ore l’assassinio di Abderrahim, migliaia di persone a Bologna hanno rotto la cappa mortifera del potere e dei suoi guardiani, unitamente allo sciopero nel polo logistico cittadino. Nessuno escluso, chi è rimasto composto e chi ha fronteggiato i reparti della celere, dimostrando fino a notte che l’addomesticamento delle coscienze ne ha parecchia ancora di strada da compiere. Quando gli oppressi si riconoscono e si manifestano con determinazione e rabbia, è sempre un bel momento, nonostante la piazza fosse sconvolta e addolorata da un lutto enorme. Quando gli oppressi si fanno vivi e mostrano il loro sangue che pulsa nelle vene insieme a intelligenza e coraggio, il potere arretra e ingoia il rospo (iniziando il suo piagnisteo e la diffusione di menzogne fuorvianti ma comunque accusando il colpo, eccome). A proposito di formulette evasive rispetto alla questione, ben presto diffuse da Meloni e dai suoi sottoposti: «accertare eventuali responsabilità ma è irresponsabile alimentare odio verso le forze dell’ordine». Pura ipocrisia e comunque non c’è alcun odio da alimentare, lo alimentano le divise stesse con il loro agire quotidiano arrogante, violento e talvolta (troppo spesso) omicida, cercando poi di recuperare consensi tramite deliranti comunicati prodotti da sindacati di polizia in odore di fascismo. Solidarietà a quelli che sono stati in piazza, le distinzioni le lasciamo agli pseudo-oppositori di questo infame sistema di morte e sfruttamento. Non finisce qui. Con Abderrahim Fakir e tutti gli esseri umani assassinati dallo stato. Gruppo anarchico fuoricontrollo
July 24, 2026
il Rovescio
Tragedie e tragediatori (“IL MOVENTE” – speciale infranumero – luglio 2026)
Riceviamo e diffondiamo: Fervono i preparativi per il secondo numero de IL MOVENTE, che pensiamo di poter far uscire attorno a settembre/ottobre! Prima di poter far annunci e proporre una pubblicazione sufficientemente strutturata e in linea con i propositi di non voler rincorrere gli eventi e gli accadimenti, come per il primo numero, ci vorrà quindi ancora un po’ di tempo. Tuttavia dei fatti di non trascurabile rilevanza ci portano a voler condividere una riflessione che vogliamo non rimanga sospesa per troppo tempo. Negli ultimi mesi, in Sicilia è stato inscenato un teatrino dai toni allarmistici e drammatici, prontamente alimentato dallo Stato e dai sui protettori, per rafforzare l’immaginario – razzista e estrattivista – di un’escalation di violenze e antichi mali che dall’oltretomba sarebbero tornati ad assediare le nostre quotidianità. Lo scopo? Più carceri, più polizia, più militarizzazione e, chi lo avrebbe mai detto, proteggere il profitto dei soliti pochi. Puoi leggere “tragedie e tragediatori” qui: https://ilmoventerivista.noblogs.org/2026/07/21/tragedie-e-tragediatori/ (eggià, c’è pure il blog ora!) In allegato, trovate anche una versione impaginata dell’articolo nel caso voleste stamparla e diffonderla in autonomia. Invitiamo tutte le persone che hanno voluto confrontarsi con la proposta del primo numero a commentare o inviare riflessioni, mosse da spiriti complici, alla mail: ilmoventerivista@bruttocarattere.org PS: abbiamo ancora qualche copia. Il ricavato della distribuzione va a sostenere la cassa VUMSeC – Voglio Un Mondo Senza Carceri una copia 7€, per più di dieci 5€. spedizione esclusa. a presto! La redazione de IL MOVENTE Qui lo speciale infranumero in pdf: Tragedie e tragediatori
July 23, 2026
il Rovescio
L’ICE è qui. La rabbia non si delega
Riceviamo e pubblichiamo da https://rivista.edizionimalamente.it/2026/07/20/lice-e-qui/ 𝐋’𝐈𝐂𝐄 è 𝐪𝐮𝐢 Il 19 luglio, a 25 anni esatti dall’omicidio poliziesco di Carlo Giuliani, dalle torture e dalle umiliazioni incancellabili delle strade genovesi, della Diaz, delle Pascoli, di Bolzaneto e di altre caserme e carceri, Abderrahim Fakir, 43 anni, è stato ammazzato dalla polizia a Bologna. Ad Abderrahim, ai suoi compagni e familiari va il nostro abbraccio. I video sono evidenti: legato, soffocato a morte, davanti a numerosi testimoni e agli uomini del 118, fermi, impotenti, immobili. Noi li conosciamo gli uomini delle volanti: per lo più giovani reclute, palestrati, arroganti, piccoli rambo tutto muscoli, il cervello a riposo da tempo, servi ciechi di un sistema criminale e corrotto, perfette braccia di una testa che siede sui banchi del ministero dell’Interno, diretto da un questurino che a Bologna ricordiamo bene. Teste e braccia del sistema di polizia fanno parte di un mondo da superare, sono una vergogna e un pericolo costante per tutte e tutti. Alla loro sinistra siedono i politici democratici a guida della città e della regione, sempre pronti a invocare nuove forze “di sicurezza” (la sicurezza di essere ammazzati?) e che oggi fanno finta di indignarsi. Chiedono più polizia e questi sono i risultati, ci sembra evidente: che senso ha la loro indignazione di oggi? Decenni fa i movimenti chiedevano il disarmo della polizia, nel 2026 abbiamo un numero immane di servizi armati dello stato, con nuovi corpi pesantemente militarizzati fino ai vigili urbani e ai vigili del fuoco. È una società militare, la nostra. E questi sono oggi i risultati, i 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑖𝑎𝑚𝑚𝑎𝑧𝑧𝑎𝑡𝑖 per le strade, nelle carceri, nei CPR, nei commissariati e nelle caserme. Di fronte a tutto ciò non chiediamo giustizia. Niente può ridare alla vita un uomo ucciso dalle forze di polizia. Giustizia, non ci può essere. E la verità, quella è già lì, nel video, davanti ai nostri occhi. Piuttosto, vogliamo autodifesa. E 𝑣𝑒𝑛𝑑𝑒𝑡𝑡𝑎 – come atto umano che si fa strumento della 𝑁𝑒́𝑚𝑒𝑠𝑖𝑠 e redistribuisce il destino – perché purtroppo sappiamo che le leggi dello Stato non possono restituire la misura al mondo, né arrestare la violenza criminale di una questura nota per la sua condotta omicida, come le vicende pluriennali della Uno bianca dimostrano: noi non dimentichiamo. Siamo sconvolti di rabbia. I loro muscoli, le loro armi, la loro arroganza devono ritornargli indietro e lasciare solo macerie. Ne va della nostra vita. Edizioni Malamente Urbino (PU) -------------------------------------------------------------------------------- Riceviamo e pubblichiamo: LA RABBIA SI COLTIVA, NON SI DELEGA Il 19 luglio, alla vigilia dei 25 anni dall’assassinio di Carlo Giuliani e dei crimini dello stato italiano nelle giornate del G8 di Genova, nel quartiere già iper-militarizzato del Pilastro a Bologna, veniva ucciso dagli sbirri infami assassini Fakir, 43 anni, origini marocchine. Se la retorica dei giornali è stata quella di parlare di una persona che “ha perso la vita, che è morta” e non che è stata assassinata dai sicari del governo in divisa, quella delle piazze che si sono mosse in solidarietà, è stata anche quella di chiedere “verità e giustizia” per Fakir. Ma qual è questa verità che si chiede, se non quella raccontata limpidamente dai video dell’accaduto, nei quali l’ ennesima persona marginalizzata e razzializzata è atterrata inerme sul pavimento mentre grida aiuto, con le ginocchia di due guardie infami che gli premono sul collo impedendogli di respirare, spruzzandogli spray al peperoncino direttamente in bocca, con il personale sanitario omertoso spettatore dell’omicidio? E se questa è la verità, come si può chiedere giustizia allo stesso stato assassino e fascista che commette questi omicidi rimanendo impunito dietro al suo inscalfibile scudo penale? Come ci si può aspettare “giustizia” dallo stesso stato che seppellisce il dissenso sotto decreti liberticidi, che ammazza nelle carceri e nei cpr, che arma e sponsorizza un genocidio? Come si può delegare tutta questa rabbia alle stesse istituzioni che ne sono la causa diretta e attiva? Finché l’ aspettativa di questa fantomatica giustizia sarà riposta nelle mani sporche di sangue di uno stato criminale e non nell’autodeterminazione di masse arrabbiate che attraverso la rivolta riescono a riscattarsi, non esisterà mai nulla di anche solo vagamente analogo al concetto di “giustizia”. Finché la lotta contro il potere non viene applicata in senso intersezionale e, perciò, guardando a tutte le dinamiche oppressive come connesse dalla stessa matrice fascista degli stati, non sarà mai davvero lotta. Finché la repressione sarà legge la rivolta sarà un dovere indispensabile, imprescindibile e indelegabile. Con Fakir e tutte le persone uccise dallo stato, fuori e dentro le carceri e i cpr. Alcunx arrabbiatx
July 22, 2026
il Rovescio
Rovereto, sabato 25 luglio: Contestiamo la nazionale israeliana al campionato di Eurobasket!
Riceviamo e diffondiamo: Come mai un campionato sportivo europeo viene inaugurato da una partita in cui gioca la nazionale israeliana? E soprattutto, perché si permette ancora a Israele – uno Stato guerrafondaio e genocida – di partecipare alle competizioni sportive? Ci riferiamo ovviamente alla partita Israele-Grecia che inaugurerà il campionato europeo di basket under 18 il prossimo 25 luglio (Rovereto, Palamarchetti ore 13), e a quelle che seguiranno nei prossimi giorni a Trento e Rovereto. Mentre la Russia è esclusa da ogni competizione internazionale e negli USA la squadra iraniana è stata vessata in ogni modo alla Coppa del Mondo, a Israele si aprono tutte le porte, comprese quelle della “città della pace”. Si sa d’altronde che le vite non sono tutte uguali, e c’è chi può e chi non può. Israele può demolire case e prendersi terre in Cisgiordania, occupare e bombardare il Libano, avanzare e massacrare nella striscia di Gaza, arrestare, torturare e ammazzare uomini, donne e bambini in tutta la Palestina. Quanto agli israeliani, possono venire a fare vacanze in ogni angolo d’Italia, magari arrampicando ad Arco o giocando a pallacanestro a Rovereto e Trento. I palestinesi, invece, possono al massimo resistere pacificamente lasciandosi divorare come un’anguria. I giovani under 18 invitati a giocare a Rovereto sono membri di un popolo-esercito che massacra da un secolo i palestinesi, e saranno presto chiamati a “servire la patria” come i loro genitori. Sta a noi mostrare loro la possibilità di un esempio diverso, come quello dei loro quasi-coetanei che disertano l’arruolamento. Il che non significa farli giocare in nome della «convivenza civile», ma invitarli a non essere complici, rifiutando noi per primi ogni connivenza con il loro Stato. Per questi ragazzi abbiamo un messaggio: se volete chiedere asilo politico in Italia non per fuggire da crimini di guerra ma per rifiuto di commetterli, per noi siete i benvenuti. Per i roveretani ne abbiamo un altro: boicottare la partita, il Comune che la accoglie e la sua pelosa “solidarietà”. Mentre, in questi giorni, Israele sta cominciando a internare i palestinesi di Gaza in riserve-lager, dobbiamo dare ancora più voce alla solidarietà reale. Contestiamo la partita! Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese Rovereto, 25 luglio Contestiamo rumorosamente la partita di basket under 18 Israele-Grecia al Palamarchetti Appuntamento ai Giardini “Perlasca” (Giardini Milano) dalle ore 12 Qui la chiamata in pdf: rovereto eurobasket 25 luglio Qui le locandine scaricabili:
July 21, 2026
il Rovescio
Rovereto: Estate zitti. Il Comune accoglie a braccia aperte la nazionale israeliana di basket under 18
Diffondiamo questo volantino, che sta venendo diffuso a Rovereto in varie iniziative patrocinate dal Comune in vista della partita Israele-Grecia, con la quale, il prossimo 25 luglio, si vorrebbe inaugurare il campionato europeo di basket under 18 proprio nella “città della pace”: Qui il volantino: A colori: estate rovereto-1 In bianco e nero: estate rovereto bn ROVERETO, “CITTÀ DELLA PACE”, ACCOGLIE A BRACCIA APERTE LA NAZIONALE ISRAELIANA NEL CAMPIONATO EUROPEO DI BASKET UNDER 18 Come mai un campionato sportivo europeo viene inaugurato da una partita in cui gioca la nazionale israeliana? Israele non è forse uno Stato che si trova fuori dall’Europa, responsabile della cacciata, segregazione, eliminazione di un popolo arrivata al suo ultimo stadio – il genocidio? Ci riferiamo ovviamente alla partita che inaugurerà il campionato a Rovereto il prossimo 25 luglio (Palamarchetti ore 13). A spiegarci il perché – si fa per dire – è lo stesso Comune di Rovereto, in un dépliant dove viene esibita l’immagine di un’anguria (realizzata dagli studenti del Liceo Depero nell’ambito della tristemente nota “alternanza scuola-lavoro”). Con queste parole: «non [è] solo [un] frutto estivo e simbolo di condivisione. Tagliata a fette, rivela infatti i colori della bandiera palestinese […] Nata come emblema di identità e resistenza pacifica, l’anguria è oggi un’icona globale di solidarietà. Attraverso questo potente contrasto visivo, la città di Rovereto si fa portavoce di un messaggio di pace, invitando a superare le apparenze e a riflettere sul valore universale dei diritti umani e della convivenza civile.» Insomma, è questa la “solidarietà” ai palestinesi del Comune di Rovereto: scippare loro un simbolo di resistenza e disarmarlo con tante parole vuote, e un «contrasto» non solo visivo. Mentre la Russia è esclusa da ogni competizione internazionale e negli USA la squadra iraniana è stata vessata in ogni modo alla Coppa del Mondo, a Israele si aprono tutte le porte, comprese quelle della “città della pace”. Si sa d’altronde che le vite non sono tutte uguali, e c’è chi può e chi non può. Israele può demolire case e prendersi terre in Cisgiordania, occupare e bombardare il Libano, avanzare e massacrare nella striscia di Gaza, arrestare, torturare e ammazzare uomini, donne e bambini in tutta la Palestina. Quanto agli israeliani, possono venire a fare vacanze in ogni angolo d’Italia, magari arrampicando ad Arco o giocando a pallacanestro a Rovereto e Trento. I palestinesi, invece, possono al massimo resistere pacificamente lasciandosi divorare come un’anguria, e rinfrescare un po’ le coscienze in una calda estate roveretana. Difficile essere insieme più complici e più ipocriti. Al di là delle «apparenze», i giovani under 18 invitati a giocare a Rovereto sono membri di un popolo-esercito che massacra da un secolo i palestinesi, e saranno presto chiamati a “servire la patria” come i loro genitori. Sta a noi mostrare loro la possibilità di un esempio diverso, come quello dei loro quasi-coetanei che disertano l’arruolamento. Il che non significa farli giocare in nome della «convivenza civile», ma invitarli a non essere complici, rifiutando noi per primi ogni connivenza con il loro Stato. Per questi ragazzi abbiamo un messaggio: se volete chiedere asilo politico in Italia non per fuggire da crimini di guerra ma per rifiuto di commetterli, per noi siete i benvenuti. Per i roveretani ne abbiamo un altro: boicottare la partita, il Comune che la accoglie e la sua pelosa “solidarietà”. Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese
July 18, 2026
il Rovescio