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cronache dallo stato di emergenza

UNA PROPOSTA CHIARA – Sulle iniziative a Viterbo degli scorsi 7 e 8 febbraio
Da https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/03/06/una-proposta-chiara-sul-convegno-di-viterbo-del-7-e-8-febbraio/ UNA PROPOSTA CHIARA Sulle iniziative di Viterbo del 7 e 8 febbraio Sabato 7 e domenica 8 febbraio si sono tenute due giornate di mobilitazione e di approfondimento contro la guerra in tutte le sue espressioni, su tutti i fronti, compreso quello interno della repressione. Il 7 febbraio più di 150 persone sono scese in piazza a Viterbo per una manifestazione dai contenuti radicali che ha indicato come sia possibile e necessario tenere assieme il tema della guerra con quello della repressione: con la resistenza palestinese, per il disfattismo rivoluzionario nella guerra fra NATO e Russia in Ucraina, contro la repressione quale espressione delle politiche di guerra sul fronte interno, contro il 41-bis come carcere di guerra e in solidarietà con Alfredo Cospito. Un’operazione sicuramente ambiziosa, vista la complessità dei contenuti trattati. Non solo nel contesto di calo della mobilitazione a sostegno della popolazione palestinese a seguito del cosiddetto “cessate il fuoco” (ovvero della prosecuzione del genocidio con altri mezzi, durante il quale ci sono già stati oltre un migliaio di morti), peraltro scendendo in piazza con posizioni radicali che rivendicavano la natura rivoluzionaria degli eventi del 7 ottobre 2023, ma anche prendendo posizione su un conflitto ben diverso, come quello NATO-Russia, dove, se non intendiamo farci arruolare in nessuna delle due fazioni capitaliste in guerra, assumiamo l’unica posizione possibile per dei rivoluzionari coerenti: dare addosso alla nostra. E ancora, collegando a questi argomenti il tema della repressione, essa stessa espressione delle politiche di guerra, come manifestazione della guerra nel fronte interno, la guerra che lo Stato porta avanti contro la nostra classe. Una serie di passaggi, sicuramente logici, come abbiamo indicato nel corso dei numerosi interventi che si sono succeduti, ma certamente non così popolari come la mera presa di posizione dal carattere umanitaristico a sostegno di una popolazione sottoposta a sterminio e vittimizzata. Se a questo quadro di clima politico aggiungiamo le condizioni climatiche in senso stretto, con i compagni e le compagne sferzati da condizioni meteorologiche a tratti proibitive, il livello della partecipazione è stato buono. Il corteo è passato davanti all’università, dove sono state ricordate le complicità con l’apparato militare e col genocidio in Palestina, per poi snodarsi per le vie del centro storico, con diversi interventi che hanno comunicato le ragioni della manifestazione nelle varie piazze in cui si è sostati. Significativo che sia finalmente tornato ad attraversare le strade uno spezzone con decine di compagni, anarchici e non solo, che gridava “Fuori Alfredo Cospito dal 41-bis”, dopo l’importante mobilitazione del 2022-’23 e a pochi mesi dal possibile rinnovo della misura (la scadenza del primo ciclo di quattro anni sarà a maggio). Ciò con un certo dispiacere per reazionari e benpensanti. E infatti sin dall’indomani mattina stampa e apparato politico di centrodestra, prevalentemente locale, gridava allo scandalo per la “convergenza di anarchici e propal” che hanno deciso di unire le lotte per liberare Cospito e Hannoun. In un qualche modo comprendendo, sia pure riportato in uno spartito scandalistico e confusionistico, il senso di fondo di questa manifestazione: la natura sostanzialmente unitaria della dinamica guerra-repressione e la necessità di unire le lotte di chi vi si oppone. Domenica 8 febbraio un ricchissimo convegno militante ha approfondito quegli stessi argomenti. Un convegno che probabilmente si è dimostrato tanto più ricco proprio perché animato da compagni e compagne, senza il bisogno di dare la parola ai professori, agli esperti e ai “tecnici” della materia trattata. Le relazioni sono state profuse da militanti che provengono dalle lotte, riuscendo a coniugare con una certa naturalezza (come dovrebbe essere) la concretezza che proviene dal conflitto di classe con un elevato livello di approfondimento teorico, analitico e finanche “tecnico” (senza scadere in tecnicismi). Abbiamo già pubblicato i contributi giunti dalle carceri italiane, da parte di Juan Sorroche e Anna Beniamino, e i saluti giunti dall’Irlanda da parte di Acton for Palestine Ireland. Nelle prossime settimane pubblicheremo altri materiali, raggruppandoli in base al loro contenuto e alla disponibilità. A questo link (in aggiornamento) si possono leggere i testi e ascoltare gli audio degli interventi: https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/02/26/sabotiamo-la-guerra-e-la-repressione-7-8-viterbo/ Dal punto di vista della partecipazione, al convegno sono intervenute un centinaio di persone. Si può quindi ritenere che nelle due giornate le nostre iniziative siano state attraversate da circa 200 tra compagni e osservatori. Una dimostrazione che la nostra iniziativa abbia colto nel segno la possiamo dedurre dalla campagna mediatica che settimane dopo si è scatenata contro di essa. A differenza degli articoli usciti all’indomani del corteo si è trattato, questa volta, di una provocazione programmata a tavolino e con un’ambizione di eco nazionale. E infatti venerdì 20 febbraio – ben due settimane dopo le nostre manifestazioni viterbesi – la prima pagina del quotidiano “Il Tempo” apriva col titolo allarmistico: “Chiamata alle armi – Attacco allo Stato”. Il riferimento è alla lettera che Anna Beniamino ci ha inviato dal carcere di Rebibbia come contributo al convegno. Nonostante le settimane impiegate per ordire la provocazione, il quotidiano romano diretto da Daniele Capezzone non ha potuto citare niente di più pericoloso da quel testo che espressioni come “lotta alla repressione” e “gentaglia al governo”. Contenuti sui quali l’indomani il giornalaccio dell’onorevole Angelucci – organo di stampa che soventemente fa da ventriloquo delle fazioni di estrema destra dei servizi segreti italiani – continuava a ricamare con un’intervista al sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro, così da occupare per un’altra mattina le prime pagine su questa vicenda. Alla domanda su come evitare che fatti così gravi potessero ripetersi – cioè che un prigioniero osasse scrivere “lotta alla repressione” e “gentaglia al governo” – Delmastro rispondeva: “implementando le misure carcerarie per questo tipo di persone, inserendole nei circuiti giusti al fine di renderle inoffensive”. Un suggerimento esplicito di trasferimento in 41 bis, o forse un’anticipazione di una ristrutturazione generale dei circuiti differenziati. Conosciamo bene il personaggio. È lo stesso che tre anni fa, mentre il governo cercava disperatamente un modo per arginare la mobilitazione a fianco dello sciopero della fame di Alfredo Cospito (e l’ampia simpatia che suscitava nella popolazione), prima faceva trasferire Alfredo in una diversa sezione, con la sola compagnia di tre persone condannate come boss della criminalità organizzata, e poi imbastiva il teorema della “alleanza tra Cospito e la mafia”, tutto basato su generiche frasi di incoraggiamento rivolte ad Alfredo dagli altri detenuti. Ovvero… le uniche persone che il compagno poteva vedere a parte le guardie! Una spregevole manovra spettacolare che, se a suo tempo ha permesso al governo di contrattaccare sul piano mediatico, è costata a Delmastro una condanna a 8 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio. Oggi come allora Delmastro mette in campo una strategia della confusione, fondamentalmente perché debole sul terreno delle ragioni. Se è vero che non c’è un pericolo fascista in questo periodo storico, ma una svolta autoritaria di diversa natura connessa con la tendenza alla guerra, ciò non toglie che certi personaggi davvero sono usciti dalle fogne del neofascismo. Lo sono da un punto di vista biografico e come caratura morale. La menzogna, la congiura e il manganello sono nella loro cassetta degli attrezzi. Nel mentre rinnoviamo la nostra solidarietà alla compagna, osserviamo che questo tipo di reazioni isteriche sono un segno di debolezza piuttosto che di forza da parte dello Stato. Se si sente “sotto attacco” (come ha titolato “Il Tempo”) per via di un convegno è perché evidentemente barcolla. D’altronde, cari signori, in questo pasticcio vi ci siete infilati da soli. Le convergenze e le saldature che evocate con orrore sono quelle che avete creato con le vostre politiche. Uno Stato che estende sempre di più la legislazione antiterrorismo contro le lotte sociali è uno Stato che in un certo senso aiuta i rivoluzionari a uscire dall’isolamento. Se la DNAA si presta a ogni tipo di iniziativa repressiva, anche sperimentale – dal 41 bis utilizzato contro i rivoluzionari alle inchieste per la redazione di un giornale, fino agli arresti di palestinesi su espressa indicazione di Israele – è proprio essa che sta costruendo la saldatura di un fronte contro se stessa. E ancora, la stampa dabbene si lamenta della pericolosità per lorsignori della divulgazione delle idee anarchiche, ma è proprio l’aver messo Cospito in 41-bis ad aver fornito agli anarchici una tribuna con un’eco senza precedenti. E potremmo continuare. Difficilmente si potrebbe fare diversamente, in quanto il precipitare della contraddizioni internazionali in una Grande Guerra – di cui gli eventi delle ultime ore, a seguito dell’attacco sionista e statunitense all’Iran, sono un potente acceleratore – sarà sempre più accompagnato dalla stretta repressiva, non solo per i fatti ma anche per le idee: d’altronde la censura è un classico di guerra. Ma questa contraddizione di sistema indica anche la strada per chi vuole abbatterlo: inserire la resistenza contro la repressione dentro una cornice di opposizione internazionalista alla guerra, perché la repressione altro non è che l’espressione della guerra sul fronte interno. In conclusione, anche questi attacchi sguaiati sono il segno del discreto successo della nostra iniziativa. Che il messaggio che abbiamo voluto lanciare sia risultato indigesto per chi ci governa indica semmai che siamo sulla strada giusta. D’altro canto, parliamo di una classe dirigente – politici, giornalisti, magistrati – che è infangata di fronte alla storia come complice di un genocidio. E che non può davvero permettersi di darci lezioni morali. Assemblea Sabotiamo la Guerra Rete dei comitati e collettivi di lotta
March 6, 2026
il Rovescio
Fuori Alfredo dal 41 bis! Iniziative a Carrara e a Pisa, 14 e 18 marzo 2026
Riceviamo e diffondiamo: Qui in pdf: fuori-alfredo-dal-41-bis-carrara-pisa-14-18-marzo-2026 Fuori Alfredo dal 41 bis Iniziative a Carrara e a Pisa, 14 e 18 marzo 2026 Ai servi del potere dico una cosa sola: potete tenermi in galera per il resto della vita ma rassegnatevi, non riuscirete a togliermi la coerenza e il rispetto di me stesso, né tanto meno il piacere e la voglia di combattervi. Alfredo Cospito, 2021 Il 41 bis impiegato contro i rivoluzionari è una tra le principali espressioni dell’offensiva repressiva avviata dagli ultimi governi. Alfredo Cospito, anarchico finito in carcere nel 2012 per aver colpito uno dei responsabili del disastro nucleare che verrà, dopo quasi 10 anni veniva trasferito in regime di 41 bis e al contempo messo a rischio di una condanna all’ergastolo ostativo. La nuova inquisizione di Stato desiderava un annientamento totale. Tuttavia, in particolare dopo l’inizio di un lunghissimo sciopero della fame da parte di Alfredo, si è sviluppato un grande movimento di solidarietà internazionale, che ha infranto la coltre di silenzio che vigeva su un regime detentivo prima di allora inviolabile e ostacolato la macchina della repressione. Risale allo scorso anno la sentenza di non luogo a procedere nei confronti di una decina di anarchici, tra cui Alfredo Cospito, inquisiti a Perugia per la pubblicazione di un giornale anarchico rivoluzionario. Un’inchiesta che era stata un importante sostegno al trasferimento in 41 bis. A prescindere da condanne e assoluzioni, sappiamo bene come il ministero della galera sia capace di scovare sempre nuove motivazioni per mantenere Alfredo in quella tomba per vivi. Così come sappiamo quanto il 41 bis sia un perno fondamentale nel sistema carcerario. Lo vediamo oggi con la riorganizzazione del regime detentivo al fine di concentrare una consistente parte dei detenuti in alcune carceri in Sardegna. Con l’approssimarsi della scadenza dei primi quattro anni di applicazione di questo regime nei confronti di Alfredo, torniamo in piazza contro il 41 bis. Nell’attuale contesto di guerra la tortura bianca del 41 bis è un monito contro quanti potrebbero decidere di farla finita con lo Stato e il capitalismo. Contro tutti i padroni della guerra, dello sfruttamento e delle tecno-scienze, continueremo sempre a sostenere le ragioni dell’azione diretta e rivoluzionaria. Presidi Sabato 14 marzo 2026: Marina di Carrara, piazza Ingolstadt, ore 17:30. Mercoledì 18 marzo 2026: Pisa, piazza Vittorio Emanuele II, ore 17:30.
March 6, 2026
il Rovescio
[it, ru] La diserzione in Ucraina non si arresta – Intervento di “Assembly” al convegno di Viterbo dello scorso 8 febbraio
Riprendiamo da https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/03/03/il-rifiuto-della-guerra-in-ucraina-tra-diserzioni-attacchi-ai-reclutatori-e-solidarieta-diffusa/ Qui alcuni interventi precedenti di “Assembly” già usciti sul giornale “disfare” utili a contestualizzare la situazione: https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/files/2026/03/assembly_disfare-2.pdf IL RIFIUTO DELLA GUERRA IN UCRAINA, TRA DISERZIONI, ATTACCHI AI RECLUTATORI E SOLIDARIETÀ DIFFUSA   Buongiorno a tutti, cari compagni! * Abbiamo iniziato quest’anno in un momento interessante. L’esercito ucraino si sta sciogliendo sotto i nostri occhi. Come ha dichiarato questa settimana Alina Mikhailova del Consiglio comunale di Kiev, dei 30.000 mobilitati ogni mese, 20.000 finiscono in SZČ (abbandono non autorizzato del servizio) e solo 10.000, «storti e malandati», non riescono a «scappare oltre la recinzione» e restano nell’esercito. Inoltre, alcuni giorni fa, il capo della Polizia nazionale Ivan Vygovskij ha riconosciuto «la riluttanza della maggioranza ad arruolarsi nell’esercito» e l’aumento dei casi di resistenza ai reclutatori. Ha anche affermato che «quasi ogni giorno si registrano episodi di aggressione contro i militari dei centri di reclutamento». * Cosa dire, se persino il giornale del Partito Democratico degli Stati Uniti scrive che «i sondaggi mostrano una crescente disponibilità a concessioni territoriali tra una popolazione stanca della guerra, a condizione che all’Ucraina vengano fornite garanzie di sicurezza affidabili» e che «ciò rappresenta un notevole cambiamento nella coscienza della popolazione ucraina stanca della guerra» * https://www.nytimes.com/2026/02/04/world/europe/ukraine-russia-war-donbas-region.html * Questo significa che siamo sull’orlo di una rivoluzione sociale? No, non lo significa. Per ora la classe lavoratrice dell’Ucraina e della Russia è ancora molto più disposta ad andare al macello che anche solo a unirsi minimamente nella lotta per i propri interessi immediati. Non esiste alcuna situazione rivoluzionaria nemmeno all’orizzonte, e persino il crollo del fronte ucraino — che potrebbe rappresentare il modo più semplice per restituire a tutti la libertà di movimento e la possibilità di scegliere il luogo dove stare — continua a essere rinviato a un futuro indefinito. Al posto di coloro che sono fuggiti o sono finiti in prigione, lo Stato ne cattura di nuovi, e non se ne vede la fine. * Alla generazione precedente, finita nelle trincee della guerra di posizione, sono bastati appena tre anni dall’inizio per realizzare la Rivoluzione di Febbraio attraverso lo sciopero generale e la conquista della capitale da parte dei soldati rivoltosi, nonché per minare la posizione di Kerenskij, che insisteva sulla prosecuzione della guerra. A ciò non impedirono né l’assenza di Internet, né l’analfabetismo della maggior parte della popolazione, né il sostegno alla continuazione della guerra da parte degli alleati della triplice intesa. * In queste condizioni vediamo il momento ideale per sviluppare forme di mutuo aiuto orizzontale nella questione oggi più urgente: come uscire dal più grande campo di concentramento del mondo. Una delle principali scoperte dello scorso anno è stata l’iniziativa «La solidarietà è la via», lanciata un paio di mesi fa e ispirata dai nostri reportage e dalle interviste con ucraini che sono riusciti a fuggire all’estero attraversando montagne e fiumi. Per saperne di più, potete visitare il sito: https://solidarityactivities.noblogs.org * Come noi, questa rete non si identifica formalmente con l’anarchismo, che in Ucraina ha ormai praticamente smesso di significare qualcosa, così come le parole «socialismo», «comunismo», «fascismo», «antifascismo» e così via. Vale a dire,che il nostro rifiuto di questa etichetta (senza modificare la nostra linea editoriale) è legato alla totale assenza di qualsiasi attività antimilitarista da parte di coloro che in Russia si definiscono anarchici internazionalisti. Come si suol dire, a questo gioco si gioca in due. Se per loro il mantenimento di tale auto-identificazione sembra essere un modo per risolvere problemi psicologici personali, noi non abbiamo tali esigenze. Preferiamo quindi unirci attorno a cause e pratiche comuni, piuttosto che a parole. * Un altro motivo per cui è così importante creare reti di questo tipo è che oggi, su entrambi i lati della linea di demarcazione che divide la nostra regione slobožana (Il territorio, che era al confine sudoccidentale del Regno russo, corrisponde all’intero oblast’ di Kharkiv e parzialmente agli oblast’ ucraini di Sumy, Donec’k e Luhansk, e agli oblast’ russi di Kursk e Voronež), l’attivismo di strada della sinistra internazionalista è praticamente impossibile. L’esempio più vicino a Kharkiv di cui siamo a conoscenza è l’Organizzazione dei marxisti di Voronež * (https://t.me/communistvrn/369),a quasi 700 km dalla nostra città. Questo è il risultato della fuga massiccia di molte persone attive e dell’inasprimento dei controlli su quelle rimaste. Tuttavia, ciò non significa che la situazione non possa cambiare improvvisamente. Costruendo ora queste reti, saremo pronti alle opportunità che si apriranno e potremo mobilitarci rapidamente per agire in nuove condizioni. * In sostanza, è più o meno così come stanno le cose. Grazie per l’invito, seguite i nostri aggiornamenti su https://libcom.org/tags/assemblyorgua e scriveteci se avete bisogno di qualcosa! * -------------------------------------------------------------------------------- * Всем доброго времени суток, уважаемые товарищи! Начало этого года мы встретили в интересный момент. Украинская армия тает на глазах. Как сказала на этой неделе Алина Михайлова из Киевсовета, из 30 тыс. ежемесячно мобилизованных 20 тысяч уходят в СЗЧ и только 10 тысяч «кривых и косых» не могут «убежать за забор» и остаются в армии. Также несколько дней назад глава Нацполиции Иван Выговский признал «нежелание большинства идти в армию» и рост числа случаев сопротивления людоловам. И что «почти ежедневно есть факты нападения на военнослужащих центров комплектования». Что говорить, если даже газета Демпартии США пишет, что «опросы показывают растущую готовность к территориальным уступкам среди уставшего от войны населения при условии предоставления Украине надежных гарантий безопасности» и что «это представляет собой заметный сдвиг в сознании уставшего от войны украинского населения» (https://www.nytimes.com/2026/02/04/world/europe/ukraine-russia-war donbas-region.html) Значит ли это, что мы на пороге социальной революции? Нет, не значит. Пока что трудящиеся Украины и России всё еще готовы шагать на убой гораздо больше, чем даже минимально объединяться в борьбе за самые насущные интересы. Революционной ситуации нет даже на горизонте, и даже обрушение украинского фронта (которое могло бы стать самым простым способом для всех вернуть себе свободу передвижения и выбора места проживания) всё сдвигается куда-то вдаль. На смену сбежавшим и посаженным в тюрьмы государство отлавливает новых, и конца-края этому не видно. Предыдущему поколению, попавшему в окопы позиционной мясорубки, трех лет с момента её начала оказалось достаточно, чтобы совершить Февральскую революцию посредством всеобщей забастовки и захвата столицы восставшими солдатами, а также расшатать кресло под требовавшим воевать дальше Керенским. Не помешали ни отсутствие интернета, ни неграмотность большей части населения, ни поддержка продолжения войны союзниками по Антанте. В этих условиях мы видим идеальное время для развития горизонтальной взаимопомощи в наиболее остром на данный момент вопросе – как покинуть крупнейший в мире коцлагерь. Одним из главных открытий прошлого года стала появившаяся пару месяцев назад инициатива «Солидарность это путь», вдохновленная нашими репортами и интервью с вышедшими за границу через горы и реки украинцами. Больше о ней вы можете узнать на сайте: https://solidarityactivities.noblogs.org/ Как и мы, эта сеть формально не причисляет себя к анархизму, который в Украине практически перестал уже что-то означать, как и слова «социализм», «коммунизм», «фашизм», «антифашизм» и пр. Не в последнюю очередь наш отказ от этого ярлыка (без изменения редакционной политики) связан с полным отсутствием какой-то либо антивоенной деятельности со стороны тех, кто причисляет себя к анархистам-интернационалистам в России. Как говорится, в эту игру нужно играть вдвоем. Если для них поддержание такой самоидентификации, похоже, является способом решения каких-то личных психологических проблем, то мы таких потребностей не имеем. Поэтому предпочитаем объединяться вокруг общих дел, а не общих слов. Еще одна причина, почему так важно создание таких сетей – если сейчас с обеих сторон нашего разделенного линией фронта Слобожанского региона практически невозможен уличный активизм для интернационалистских левых (ближайший к Харькову примеру, о котором мы знаем – это Организация воронежских марксистов: https://t.me/communistvrn/369, почти 700 км от нашего города) из-за массового выезда одних активных людей и ужесточения контроля за оставшимися, это не значит, что ситуация не способна внезапно измениться. Таким образом мы будем готовы к открывшимся возможностям и сможем оперативно мобилизоваться для действий в новых условиях. В общем, как-то так. Спасибо вам за приглашение, следите за нашими обновлениями на
March 6, 2026
il Rovescio
Futuro anteriore. Note sulla «non-sottomissione»
Pubblichiamo questo intervento per il convegno di Viterbo dello scorso 8 febbraio, pubblicato anche sul quarto numero di “disfare – per la lotta contro il mondo-guerra”. Anche all’indirizzo https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/03/03/futuro-anteriore-note-sulla-non-sottomissione/ Qui il pdf: Futuro anteriore.   Futuro anteriore. Note sulla «non-sottomissione»   Il primo a chiamarla così, mutuando l’espressione dagli antimilitaristi della penisola iberica, fu, credo, Agostino Manni. In genere la si definiva «obiezione totale», a indicare il rifiuto sia del servizio militare sia di quello civile sostitutivo. «Non-sottomissione» chiariva meglio che non si trattava di un’obiezione di coscienza più “completa” di quella prevista dalla legge, ma di un’insubordinazione a un ordine dello Stato. Quelle componenti pacifiste, non-violente, cristiane che si rifiutavano di indossare una divisa e di impugnare un fucile furono in genere “soddisfatte” dall’introduzione, nel 1972, del diritto all’obiezione di coscienza. A quel punto per alcuni di loro la battaglia continuò sotto forma di auto-riduzione del servizio civile (che durava venti mesi contro i dodici di quello militare) e di rifiuto del «congedo militare» al termine del servizio civile. Il «sacro dovere di difendere la Patria» (art. 52 della Costituzione) non veniva messo in discussione. Solo si voleva compierlo senza armi. Il nostro, invece, era l’antimilitarismo dei «senzapatria» (come infatti si chiamava il bimestrale fondato nel 1978), perché «quando lo Stato si prepara ad assassinare si fa chiamare patria». La non-sottomissione agli obblighi di leva prevedeva il carcere militare (di tali strutture in Italia ce n’erano, se non ricordo male, sette). Trascorso l’anno di carcere – a cui spesso si aggiungeva qualche mese supplementare per il rifiuto di tagliarsi i capelli, mettersi sull’attenti o fare il «cubo», cioè ripiegare lenzuola e coperte come in caserma), la Patria non era soddisfatta. Se il tribunale militare non riconosceva le ragioni dell’obiezione, e la condanna veniva emessa per «mancanza alla chiamata» o per «diserzione», scontato l’anno di carcere arrivava di nuovo la cartolina-precetto. In caso di ulteriore rifiuto, si aprivano di nuovo le porte della prigione militare, a meno che lo Stato non trovasse qualche pretesto per “congedare” l’antimilitarista – come è successo a qualche compagno. Altrimenti, per legge la spirale cartolina-rifiuto-carcere-cartolina poteva continuare fino al compimento del 45° anno di età, a partire dal quale decadevano gli obblighi di leva. La legge fu poi cambiata con una sentenza della Corte Costituzionale, in base alla quale il non-sottomesso non poteva essere condannato per più di tre volte e la pena non poteva superare complessivamente l’anno di carcere. È nota come “sentenza Cospito”, perché fu pronunciata in seguito a uno sciopero della fame condotto per oltre cinquanta giorni da Alfredo Cospito nel carcere militare – se non ricordo male – di Forte Boccea a Roma. Era il 1991. Alfredo era già stato in carcere militare qualche anno prima ed era stato riarrestato per «diserzione» (per essere definiti disertori non era necessario aver abbandonato il servizio militare; anche la «mancanza alla chiamata», se ripetuta, diventava «diserzione»). Lo sciopero di Alfredo – attorno a cui si mobilitò un discreto movimento antimilitarista – ci parve all’epoca lunghissimo. Ma fu in fondo “poca cosa” rispetto a quello, davvero impressionante, che ha condotto tre anni fa contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo. Per anni non fummo mai più di 4 o 5 a fare contemporaneamente la scelta della non-sottomissione. Solo nella seconda metà degli anni Novanta – dopo la “sentenza Cospito” e un certo allentamento nei tempi dei processi e delle condanne – arrivammo ad essere più di venti. Come noto, nel 2005 la leva fu “sospesa” (non abolita) e i casi di non-sottomissione in corso furono “congedati”. Preziosi nel sostenere i non-sottomessi furono il giornale «senzapatria» – che pubblicava le dichiarazioni di “obiezione totale” e le lettere dal carcere insieme alle azioni antimilitariste in giro per il mondo – e la Cassa di solidarietà antimilitarista, che stampava manifesti e volantoni e sosteneva economicamente i non-sottomessi nei giri di propaganda, nei periodi di latitanza e poi in carcere militare (la latitanza era in genere vissuta come sfida pubblica, con l’obiettore totale ricercato dalla polizia che prendeva parola durante le manifestazioni per farsi arrestare in modo plateale). Eravamo quasi tutti anarchici (esclusi i Testimoni di Geova, per cui andrebbe fatto un discorso a parte). La diserzione, negli ambiti dell’Autonomia e in quelli marxisti-leninisti, era una sorta di tabù. Il riferimento di quelle aree era ancora l’esperienza dei «Proletari in divisa», ma senza più quell’atteggiamento concretamente «disfattista» da mantenere in caserma. Per cui quei pochi casi di non-sottomessi che si definivano comunisti – ricordo con affetto Salvo e Guido, passati poi entrambi all’anarchia – ricevettero appoggio e solidarietà solo dal movimento anarchico. Lo stesso vale per Gianni, un simpaticissimo veneziano che si definiva «liberal-socialista» e «gobettiano», autore di una splendida lettera ai suoi coetanei (specie di sinistra) che deridevano il suo gesto perché «individuale». Come si può immaginare, la scelta della non-sottomissione – tra dichiarazioni pubbliche, periodi di latitanza e compagni detenuti da sostenere – ci univa molto anche sul piano umano. In queste parabole esistenziali ci sono stati due eventi storici che hanno fatto della non-sottomissione una sorta di precipitato collettivo e, con gli occhi di oggi, di anticipazione del futuro: la guerra nel Golfo del 1991 e poi la guerra in ex-Jugoslavia, soprattutto con i bombardamenti del 1999. Personalmente, non mi presentati alla visita di leva nel luglio del 1990. Non sottoporsi alla visita militare comportava l’accusa di «renitenza alla leva» (un reato civile per cui era previsto il carcere civile). Per una delle non poche coincidenze fortunate della mia vita, proprio quell’estate fu cambiata la legge, che prima prevedeva l’arresto immediato del renitente. Quando decisi di rispondere «signornò!» (fummo, in un lustro, quattro compagni a fare tale scelta) c’era ancora il rischio di essere subito arrestato e quindi di non finire il liceo. Tra compagne e compagni di classe, professori, amici e solidali si creò di conseguenza un certo interesse, date anche le dimensioni della città di Rovereto. Ricordo, per fare un paio di esempi, un professore che presentò una mozione di solidarietà al Collegio docenti e una sala gremita quando spiegai pubblicamente le ragioni della mia scelta. Fui, da prassi, arruolato d’ufficio, processato e condannato a 6 mesi di carcere per «renitenza alla leva» (pena sospesa con la condizionale). La cartolina con cui lo Stato mi “invitava” a presentarmi in una caserma di Casale Monferrato giunse nel gennaio del 1991, in piena guerra del Golfo. Ecco allora che la mia «mancanza alla chiamata», poi «mancanza alla chiamata aggravata» e infine «diserzione» avvenne in un contesto storico in cui la guerra non sembrava affatto lontana (giova qui ricordare che alla coalizione dei bombardatori dell’Iraq partecipò anche l’URSS). Infatti, in quanto non-sottomessi venivamo invitati a parlare ovunque – scuole, università, circoli di paese, piazze. Il nostro ragionamento era che sottrarsi individualmente all’esercito era tanto necessario quanto insufficiente, per cui quel gesto d’insubordinazione andava visto come parte di un più ampio sabotaggio della guerra. Quello contro la guerra in Iraq – chi c’era se lo ricorda bene – fu un movimento di massa, i cui momenti più significativi furono senz’altro i blocchi ferroviari per impedire il passaggio dei carri armati che dalla Germania dovevano arrivare a Livorno, per poi essere imbarcati per il Golfo. Ma a differenziare quel movimento da quelli successivi – lo spartiacque fu in tal senso la guerra in Jugoslavia – era il sentimento diffuso che la guerra avrebbe sconvolto le vite quotidiane. Mi ricordo la vera e propria trepidazione negli animi in piazza la sera – credo il 16 gennaio – in cui scadeva l’ultimatum del governo italiano a quello iracheno. Nei giorni dopo, quando le scuole e le università erano occupate, e anche le fabbriche erano in agitazione, la gente si precipitava nei supermercati a fare incetta di pasta, farina, zucchero, caffè ecc. Per una società dove in molti avevano ancora un ricordo diretto del secondo conflitto mondiale, guerra voleva dire penuria di cibo e figli al fronte. La foglia di fico della «operazione di polizia internazionale» usata dal governo Andreotti non illudeva nessuno. Per dire: che per un mese e mezzo non avessi messo piede a scuola non era sembrato strano né ai miei professori né ai miei famigliari. Mi è capitato di recente di leggere un’eccellente tesi di laurea scritta da una compagna, dedicata ai diari di alcune donne trentine sui bombardamenti del ’43-45. Una di queste donne era stata intervistata proprio nel 1991. Ebbene, raccontava di aver paura di uscire di casa e di guardare il cielo (su quest’ultimo aspetto tornerò dopo). Le guerre successive hanno invece fatto emergere che si potevano bombardare popoli in giro per il mondo senza che la nostra esistenza quotidiana ne venisse sconvolta; che in gioco erano, in fondo, le vite degli altri. Senza trascurare l’infame ruolo giocato dalla sinistra istituzionale – dal governo D’Alema in avanti – nel paralizzare una parte significativa della società, credo che sia stato soprattutto questo «choc rientrato» ad invisibilizzare la guerra. Le manifestazioni del 2003 furono sì oceaniche, ma non avevano né la composizione né l’intensità emotiva di quelle del 1991. Ricordo, durante la guerra del Golfo, la gente più “improbabile” che si lanciava con foga sui binari per fermare i treni della morte, come se da quel gesto dipendessero le sorti dell’umanità. E ricordo che, denunciati a decine, fummo tutti assolti per aver agito in «stato di necessità putativo» – tanta era la gente dentro e fuori l’aula. Uno scrittore parlava degli agguati che ci tende il futuro. In tal senso, il tempo verbale di quel sentire era il futuro anteriore. Molto più vicino, insomma, al nostro presente, segnato contemporaneamente dal moto internazionale in solidarietà con il popolo palestinese e dalla guerra mondiale come orizzonte. Il ritorno della leva obbligatoria, da un lato, e la diserzione come fenomeno di massa in Ucraina, dall’altro, tolgono ogni carattere storiografico alle riflessioni sulla non-sottomissione. Alla fine non sono andato in carcere per diserzione. Di rinvio in rinvio, la condanna a un anno era diventata esecutiva proprio a ridosso della professionalizzazione delle forze armate. Dopo un breve periodo di latitanza, al mandato di cattura si è sostituito il «congedo illimitato». Se paragono il me stesso non ancora diciottenne alle prese con la renitenza alla leva con il me stesso di oggi alle prese con il cosa e il come fare di fronte alla guerra tecno-capitalista totale, noto che in realtà in questi trentasei anni mi sono posto sempre lo stesso problema (formulato, agli albori dell’epoca moderna, dal giovane Étienne de La Boétie nel suo celebre Discorso sulla servitù volontaria). Se immaginiamo il potere come un fuoco (oggi potenzialmente termonucleare), possiamo pensare la non-collaborazione come rifiuto di fornire la legna che lo alimenta, e l’azione diretta come quell’insieme di secchiate d’acqua rese necessarie dal fatto che la non-collaborazione da sola non riesce a spegnere le fiamme. Dovremo affrontare prove molto difficili, e per tanti aspetti inedite. Di alcune cose, tuttavia, possiamo essere abbastanza certi. Scelte individuali e sconvolgimenti storici saranno sempre più intrecciati, come capita quando le tempeste non risparmiano l’ordinarietà dei giorni. La non-collaborazione con i «signori dello sfruttamento e della guerra» – come li chiamava Franco Leggio – tornerà ad essere un’opzione collettiva, a cui dare tutto il nostro contributo internazionalista (come quando, durante la guerra in Jugoslavia, fornivamo appoggio ai disertori serbi, croati, sloveni ecc.). Tale non-sottomissione non sarà sufficiente per sabotare un apparato scientifico-militare-industriale che, incorporando l’alienazione sociale estorta nei secoli, tende a sostituire la variante umana e a congelarne il futuro. Il lavoro di preparazione rivoluzionaria avrà bisogno di sperimentazioni concrete e non di proclami. Dalla guerra al carcere di guerra, un passo avanti sarebbe già quello di sentirsi, materialmente e spiritualmente, parte di un moto internazionale. Una cosa che mi ha colpito leggendo quei diari di guerra scritti da donne poco scolarizzate è come cambiava ai loro occhi la dimensione del cielo. Un cielo stravolto, là dove chi stava in basso si augurava che facesse brutto tempo (condizione atmosferica che rendeva più difficili i bombardamenti), ma soprattutto ambivalente: contemporaneamente luogo immaginario di invocazione ai Santi protettori e spazio reale da cui giungevano terrore, distruzione e morte. Come non pensare a Gaza e al profondo sentimento religioso che soccorre e anima un’umanità «per tre quarti annegata». Dal lato del dominio come da quello degli oppressi, il futuro si carica d’intensità escatologica. Anche l’ateo si fa forza, quando è all’angolo, recitando le proprie poesie preferite (non certo i passi legnosi dei suoi manuali politici). La rivoluzione è sempre stata l’ultima santa a cui votarsi. Carcere di Trento, 11 gennaio 2026 Massimo Passamani
March 6, 2026
il Rovescio
Corpi, luoghi, frontiere. Invito a contribuire a un’iniziativa contro la mercificazione dei territori
Riceviamo e diffondiamo: Qui il sito dell’iniziativa in costruzione: https://luoghicorpifrontiere.noblogs.org/ INVITO A CONTRIBUIRE ALL’INCONTRO “CORPI, LUOGHI, FRONTIERE”. – TRE GIORNI CONTRO LA MERCIFICAZIONE DEI TERRITORI SALENTO 26-27-28 GIUGNO 2026 Nell’antica Grecia, la Xénia indicava il rituale dell’ospitalità verso lo straniero che bussava alla porta. Viaggiatore, naufrago o fuggitivo, l’ospite riceveva cure e onori che un giorno avrebbe dovuto ricambiare. Nel corso dei secoli, le regole della Xénia hanno reso il Mediterraneo uno spazio di ibridazioni e incroci, uno spazio di possibilità, dove l’alterità e l’ignoto contaminavano l’identità dei popoli. Oggi, nell’eco lontana di quell’idea, noi abitanti di un piccolo frammento di terra mediterranea sappiamo di vivere ai margini di quel centro di potere chiamato Occidente. Un Impero che ha costretto l’orizzonte universale della storia entro i confini della sua sovranità. A costo di migrazioni forzate, desertificazione, genocidi e distruzione degli ecosistemi, la sua violenza ha imposto il dominio del profitto e il pensiero unico dello sviluppo tecno-industriale inarrestabile. Nel territorio in cui viviamo, al confine meridionale dell’Impero, si parla ancora il griko, un’antica lingua derivata dal greco. In griko, sséno, mutazione di xénos, indica la provenienza da un generico altrove. Ancora oggi, mentre il Mediterraneo è uno spazio di respingimenti, frontiere militarizzate e mercato turistico, sentiamo il legame a questa radice storica ed è questa concezione dello spazio che vogliamo abitare e attraversare. Mentre il potere attribuisce agli stranieri la responsabilità della miseria in cui ha fatto sprofondare intere popolazioni, riconosciamo come complici coloro che, come noi, vivono ai margini dell’Impero e rappresentano una breccia aperta su molteplici possibilità. Vivere ai margini ci permette di vedere da vicino le mura della fortezza, ma anche le sue crepe. Qui, la frontiera è un avvertimento ma anche una sfida. E’ la linea fisica o immaginaria che separa brutalmente la speranza dalla disperazione, il privilegio dallo sfruttamento, il turista dal clandestino. Ma a volte, i centri di detenzione vanno a fuoco. Viviamo in un territorio devastato dal saccheggio capitalista. Una violenza che, dopo lo spopolamento causato dall’emigrazione dei braccianti agricoli senza terra, è proseguita con l’ installazione di impianti industriali predatori. L’acciaieria di Taranto, il complesso petrolchimico di Brindisi e l’estrazione petrolifera in Lucania sono solo le ferite più visibili di un territorio fatto oggetto di operazioni cosmetiche per essere appetibile sul mercato turistico. Proposta Vogliamo organizzare tre giorni di incontri nel nostro territorio, il Salento, per dare voce ad esperienze di lotta provenienti da diversi luoghi ed elaborare insieme analisi politiche a misura delle esigenze del nostro tempo. L’interconnessione dei luoghi di amicizia potrebbe assomigliare a un’esperienza di vicinanza, una mujawara, -come lo definirebbero le nostre compagne libanesi, poiché crediamo che la solidarietà non si basi sul compimento di una «buona azione militante», ma sul considerare le altre lotte come parte delle nostre e viceversa. Riconoscersi è il motore dell’internazionalismo. Cominciamo con l’abitare un luogo dove condividere storie e prospettive, cibo, musica; un luogo di cui saremo ospiti –sséni– sulle rive del Mediterraneo. Organizzeremo, nello spazio di un campeggio, giornate di discussione e convivialità ma anche di scoperta dei territori e condivisione dei progetti di lotta. Vi chiediamo di partecipare alla costruzione di questo incontro proponendo interventi sulle vostre esperienze, analisi e pratiche sviluppate tra centri e margini; rapporti tra frontiere e attraversamenti, tra militarizzazione, speculazione turistica da un lato, ed esperienze di resistenza, sussistenza e solidarietà internazionalista dall’altro. Pubblicheremo prossimamente altri approfondimenti. Organizzeremo le proposte di intervento che perverranno al seguente indirizzo: maisiaturista@riseup.net
March 5, 2026
il Rovescio
Luci da dietro la scena (XXXIII) – Il punto zero della rivoluzione (tecnologia, corpo, autonomia)
Qui in pdf: Luci da dietro la scena (XXXIII)-1 Luci da dietro la scena (XXXIII) – Il punto zero della rivoluzione (tecnologia, corpo, autonomia) Per costruire un’alternativa al capitalismo dobbiamo “reincantare il mondo”, re-immaginare saperi e potenzialità umane distrutti dalla razionalizzazione del lavoro, questo non in vista di un impossibile ritorno al passato ma come ponte verso una società dove i rapporti con gli altri e la natura sono una delle maggiori fonti della nostra ricchezza. È passato quasi un secolo da quando Max Weber in Scienza come vocazione (1918-1919) sosteneva che il destino del nostro tempo è un “processo irreversibile di disincantamento del mondo”, fenomeno che attribuiva all’intellettualizzazione e razionalizzazione prodotta dalle moderne forme di organizzazione sociale. Per “disincantamento” Weber intendeva la scomparsa dal mondo di ciò che è magico, misterioso, insondabile. Ma possiamo interpretare questo concetto in modo più politico, e cioè come l’emergere di un mondo in cui si sta perdendo la capacità di riconoscere una logica diversa da quella dello sviluppo capitalista. Questo “blocco” ha senza dubbio le sue radici nella ristrutturazione del processo produttivo, che ha smantellato le comunità e le forme di organizzazione che la classe operaia aveva creato in secoli di lotta. Ma ciò che impedisce alle nostre sofferenze di diventare produttive di alternative è anche la seduzione esercitata su di noi dai prodotti della tecnologia che sembrano darci poteri senza i quali non sembra possibile vivere. Questo è un mito di cui dobbiamo liberarci. Non propongo uno sterile attacco contro la tecnologia e un impossibile ritorno a un paradiso primitivista, ma è necessario un calcolo dei costi che paghiamo per l’innovazione tecnologica e una rivalutazione dei saperi e delle capacità che abbiamo perso con l’uso di una tecnologia che è essenzialmente finalizzata allo sfruttamento del lavoro e all’accumulazione privata della ricchezza. Quando parlo di “reincantare” il mondo mi riferisco dunque alla scoperta di logiche diverse da quelle dello sviluppo capitalista – che è la condizione perché la crisi del capitale non si trasformi in una crisi dei nostri progetti di trasformazione sociale. Se, infatti, assumiamo che la liberazione dallo sfruttamento passi per un ulteriore sviluppo tecnologico non potremo evitare ulteriori catastrofi economiche ed ecologiche e un’intensa competizione di fronte allo scarseggiare delle risorse. In questo senso, la re-ruralizzazione del mondo (attraverso la bonifica delle terre e dei mari, la lotta alla deforestazione, lo smantellamento delle dighe sui fiumi) e la rivalorizzazione del lavoro di riproduzione sono condizioni indispensabili alla nostra sopravvivenza. Sono la strada per ricongiungere ciò che il capitalismo ha diviso, a cominciare dal nostro rapporto con la natura, con gli altri, e con il nostro stesso corpo. Tecnologia, corpo, autonomia La seduzione che la tecnologia esercita su di noi è l’effetto dell’impoverimento che cinque secoli di sviluppo capitalista hanno prodotto sulle nostre vite, anche (o soprattutto) nei paesi in cui il capitalismo ha raggiunto il suo apice. Questo impoverimento ha molte facce. Invece di creare le condizioni materiali per la transizione al comunismo, il capitalismo ha prodotto scarsità su scala globale, ha svalutato le attività che ricostituiscono i nostri corpi e le nostre menti consumate dal lavoro, ha affaticato la terra al punto che oggi non è più in grado di sostenere la nostra vita e la vita delle piante e degli animali. Come ha scritto Marx in riferimento all’agricoltura: “ogni progresso dell’agricoltura capitalistica costituisce un progresso non solo nell’arte di rapinare l’operaio, ma anche nell’arte di rapinare il suolo”. Oggi il furto industriale della ricchezza della terra non è immediatamente evidente perché il carattere globale dello sviluppo capitalista ci ha fatto perdere di vista molte delle sue conseguenze sociali e materiali, così che è difficile valutare il costo complessivo di ogni nuova forma di produzione. Come ha scritto il sociologo tedesco Otto Ullrich, solo la nostra incapacità di vedere i costi e le sofferenze causati dall’uso quotidiano dei dispositivi tecnologici, e il divario tra il nostro vantaggio personale e i pericoli collettivi, fa sì che si perpetui il mito secondo cui la tecnologia genera prosperità. In realtà, l’applicazione, da parte del capitale, della scienza e della tecnologia alla produzione si è dimostrata così costosa, considerati i suoi effetti sulla vita umana e sul sistema ecologico, che, se si generalizzasse, distruggerebbe la terra. Come si è spesso sostenuto, la sua generalizzazione sarebbe possibile solo se ci fosse un altro pianeta disponibile per il saccheggio e per l’inquinamento. C’è comunque un’altra forma di impoverimento, meno visibile ma ugualmente devastante, che la tradizione marxista ha ignorato. È la perdita di poteri autonomi, individuali e collettivi. Mi riferisco a quel complesso di bisogni, desideri e capacità che si sono sedimentati in noi attraverso milioni di anni di sviluppo evolutivo in stretto rapporto con la natura e che costituiscono una delle principali fonti di resistenza allo sfruttamento. Mi riferisco al bisogno di sole, vento, cielo, al bisogno di toccare, sentire gli odori, dormire, fare l’amore, stare all’aria aperta invece di esseri circondati da pareti chiuse (tenere i bambini in quattro mura è ancora in molte parti del mondo una delle principali sfide per gli insegnanti). L’insistenza accademica sulla costruzione discorsiva del corpo ha fatto perdere di vista questa realtà. Eppure, questa accumulazione di bisogni e desideri, che è la precondizione della nostra riproduzione sociale, ha costituito un potente limite allo sfruttamento del lavoro, la ragione per cui, fin dalle prime fasi del suo sviluppo, il capitalismo ha dovuto ingaggiare una guerra contro il nostro corpo, facendone un significante di tutto ciò che è limitato, materiale, opposto alla ragione. […] Come ci ricorda Vandana Shiva, tutte le culture del sud-est asiatico hanno avuto origine da società che vivevano in stretto contatto con le foreste, e anche le più importanti scoperte scientifiche hanno avuto origine in società pre- capitaliste nelle quali le vite delle persone erano profondamente marcate dall’interazione quotidiana con la natura. Quattromila anni fa astronomi babilonesi e maya, che studiavano il cielo senza telescopi, hanno scoperto e tracciato le principali costellazioni e i movimenti ciclici dei corpi celesti. A loro volta, i marinai polinesiani potevano navigare in alto mare nelle notti più buie e dirigersi sulla terraferma leggendo i rigonfiamenti dell’oceano, tanto i loro corpi erano sensibili alla direzione e ai mutevoli cambiamenti delle onde. Le popolazioni dei nativi americani hanno prodotto le colture che ancora oggi nutrono il mondo, con una padronanza che non è stata superata da nessuna innovazione introdotta nell’agricoltura negli ultimi cinquemila anni, e generando una tale abbondanza e diversità di raccolti che nessuna rivoluzione agricola ha ancora emulato. Rievoco questo passato poco noto o sottovalutato per sottolineare l’impoverimento che abbiamo subìto con lo sviluppo del capitalismo, che nessun dispositivo tecnologico ha compensato. Infatti, in parallelo alla storia dell’innovazione tecnologica nella società capitalista, potremmo scrivere la storia della disaccumulazione dei saperi e delle capacità pre-capitaliste, che è stata la premessa dello sviluppo delle nostre capacità lavorative. Infatti, la capacità di leggere gli elementi, scoprire le proprietà mediche delle piante e dei fiori, trovare sostentamento nella terra, vivere in boschi, foreste, regioni montuose, farsi guidare dalle stelle e dal vento lungo le strade e per mari è stata una fonte di “autonomia” che doveva essere distrutta. “Autonomia”, in questo contesto, non significa auto-sufficienza e isolamento dagli altri, del tipo che Rousseau e la teoria politica liberale hanno immaginato come costitutivi dell’individui nello “stato di natura”. Significa invece capacità sociale- collettiva di auto-attivazione e indipendenza da poteri esterni. La storia delle regioni montane e forestali è istruttiva a questo riguardo, perché le montagne sono state il luogo privilegiato delle comunità ribelli – di eretici, di uomini senza padroni e di schiavi fuggiaschi. Lo sviluppo della tecnologia industriale si è fondato sulla perdita di questi poteri autonomi e l’ha ampliata, catturando e incorporando nei macchinari gli aspetti più creativi del lavoro vivo. Come ha scritto Marx: “il mezzo di lavoro si presenta come mezzo di soggiogamento, mezzo di sfruttamento e mezzo di impoverimento dell’operaio”. Computer e beni comuni È importante qui ricordare che le tecnologie non sono mai riducibili a particolari dispositivi materiali, ma incorporano e producono specifici sistemi di relazioni sociali, specifici regimi disciplinari e cognitivi che si infiltrano in ogni aspetto delle nostre vite e non tollerano alternative. “A loro si accompagna – scrive Ullrich – una rete infrastrutturale di condizioni tecniche, sociali e psicologiche senza le quali macchinari e prodotti non sono in grado di funzionare”. Esemplare è la ridefinizione della produzione industriale e dello spazio-tempo urbano prodotta dall’automobile, e la militarizzazione dell’ambiente sociale imposta dallo sviluppo delle centrali nucleari. Anche le tecnologie digitali comportano uno specifico programma sociale e politico, in quanto accelerano il trasferimento delle capacità lavorative alle macchine e sono un’ulteriore tappa nella spersonalizzazione dei lavoratori. Tuttavia perdura l’illusione che l’introduzione dei computer e dell’I-phone sia stata un bene per l’umanità, poiché si continua a credere che entrambi riducano il lavoro necessario e aumentino la nostra capacità di comunicare e cooperare. In realtà, invece di ridurre la giornata di lavoro e il peso del lavoro fisico e mentale – la promessa di tutte le tecno-utopie degli anni Cinquanta – la digitalizzazione e la computerizzazione del lavoro li hanno aumentati. Oggi si lavora più che mai, perché il computer e il telefono tascabile ci rendono reperibili e sfruttabili in ogni momento della giornata. Il Giappone – la terra madre della tecnologia digitale – è in testa nel mondo riguardo al nuovo fenomeno che è la morte per lavoro. Nello stesso tempo negli Stati Uniti migliaia di lavoratori muoiono ogni anno per incidenti sul lavoro e contraggono malattie che accorciano le loro vite. La computerizzazione ha anche immensamente aumentato la capacità militare della classe capitalista, e la sorveglianza sul nostro lavoro e le nostre vite. Grazie alla computerizzazione milioni di lavoratori lavorano in condizioni per cui tutto ciò che fanno è monitorizzato e registrato e ogni sbaglio o trasgressione sono penalizzati. Con la digitalizzazione, il dominio sul lavoro e la sua irreggimentazione hanno raggiunto l’apice, portando a compimento la visione di La Mettrie dell’”uomo macchina”. Che livelli di stress questo produce lo possiamo misurare a partire dalle epidemie di malattie mentali – depressione, panico, ansia, incapacità di concentrarsi, dislessia – che sono oggi tipiche dei paesi più tecnologicamente avanzati, e che interpreto come forme di resistenza alla macchinizzazione dei nostri corpi, come rifiuto di “farsi macchina” e interiorizzare i piani del capitale. La digitalizzazione ha anche svuotato i rapporti personali, poiché quando si passano settimane di fronte agli schermi di un computer viene meno il piacere del contatto fisico e delle conversazioni faccia a faccia; la comunicazione diventa più superficiale, poiché l’attrazione esercitata dalla risposta immediata sostituisce la lettera a lungo ponderata, producendo scambi sempre più superficiali. Così nella ricerca di un’illimitata interconnettività si è prodotto un nuovo tipo di isolamento e nuove forme di separazione. Si è anche notato che i ritmi veloci a cui i computer ci hanno abituato generano una crescente impazienza nelle nostre interazioni quotidiane con altre persone, poiché queste non possono eguagliare la velocità delle macchine. Non ultimo, un bilancio di ciò che è necessario per produrre un computer preclude qualsiasi ottimismo riguardo alla rivoluzione informatica e alla società della conoscenza. Come ci ricorda Saral Sarkar, produrre un solo computer richiede in media tra le quindici e le diciannove tonnellate di materiali e trentamila litri di acqua pura, presumibilmente sottratti alle terre e acque di varie comunità in Africa o nell’America Centrale e del Sud che in molti casi non dispongono nemmeno dell’elettricità. Possiamo, quindi, applicare alla computerizzazione quello che Raphale Sanuel ha scritto a proposito dell’industrializzazione: “se si guarda alla tecnologia [industriale] dal punto di vista del lavoro invece che da quello del capitale, risulta una crudele caricatura presentare i macchinari come capaci di dispensarci dal lavoro o dalla fatica [perché] a parte le richieste che gli stessi macchinari hanno imposto, è stata necessaria un’enorme quantità di lavoro per la fornitura dei materiali grezzi”. […] Tutte queste considerazioni contrastano con la tesi che attribuisce alle nuove tecnologie digitali la capacità di aumentare la nostra autonomia, nonché con il principio secondo cui chi lavora ai più alti livelli dello sviluppo tecnologico è nella migliore posizione per promuovere cambiamenti rivoluzionari. In realtà, è tra le popolazioni meno tecnologicamente avanzate da un punto di vista capitalista che oggi troviamo le lotte più forti e più determinate a cambiare il mondo. I principali esempi di “autonomia” provengono dalle lotte quotidiane e dagli spazi autonomi costruiti dai contadini e dalle comunità indigene delle Americhe, che nonostante secoli di colonizzazione non hanno perso il rapporto con quella “altra” logica, inscritta nei nostri corpi da una vita in stretto contatto con il mondo della natura. Oggi, le basi materiali di questo mondo sono sotto attacco come mai prima, nel mirino di un incessante processo di recinzione da parte di compagnie minerarie e petrolifere, di biocarburanti e dell’agro-business. L’assalto a terre e acque è aggravato dal tentativo, altrettanto pericoloso, da parte della Banca Mondiale e di una pletora di ONG, di portare tutte le attività di sussistenza, che le donne hanno creato per sfuggire alla stretta del mercato, sotto il controllo dei rapporti monetari, attraverso la politica della microfinanza. Questo ha già trasformato in debitrici una moltitudine di donne, commercianti, contadine, dedite alla produzione di cibo e ad altre attività riproduttive nelle proprie comunità. Tuttavia, nonostante questo attacco, questo mondo, che qualcuno ha chiamato “rurbano” per sottolineare la sua reciproca e simultanea dipendenza da città e campagna, non vuole svanire. Ne sono testimoni il moltiplicarsi delle occupazioni di terre, delle guerre per l’acqua e la persistenza di pratiche solidali, come il tequio [una forma di lavoro collettivo che risale al periodo pre- coloniale nell’America Latina], anche tra gli immigrati. […] Le lotte delle donne sul terreno della riproduzione giocano un ruolo cruciale nella costruzione di forme di vita organizzate secondo una logica diversa da quella del mercato. Come ho scritto in Femminismo e politiche del comune, sia per il loro limitato accesso a un reddito monetario sia per il loro coinvolgimento nel lavoro di riproduzione, le donne sono in prima fila nella lotta per mantenere forme autonome di sussistenza. Produrre cibo ed esseri umani è infatti un’esperienza e una pratica qualitativamente diversa dal produrre macchine, in quanto richiede una costante interazione con processi naturali di cui non possiamo controllare le modalità e i tempi. Per questo, il lavoro riproduttivo genera una più profonda comprensione dei limiti naturali al nostro operare, cosa che lo rende essenziale per il re-incantamento del mondo che propongo. Non a caso, il tentativo di imporre al lavoro riproduttivo i parametri dell’organizzazione industriale del lavoro ha avuto degli effetti particolarmente dannosi. Ne sono prova le conseguenze innescate dall’industrializzazione del parto che ha trasformato questo evento, potenzialmente magico, in un’esperienza alienante e spesso terrificante, perché in molti ospedali si obbligano le donne a partorire in una catena di montaggio, con tempi fissi, uniformi, supine, con le membra collegate a varie macchine, in condizioni di totale passività che precludono la possibilità di seguire i ritmi del proprio corpo. Non a caso, sulla scia del movimento femminista degli anni Settanta, sono nate molte iniziative tendenti a ripristinare forme di parto più naturali, spesso considerate “apolitiche” e tuttavia coerenti con la logica dei movimenti che oggi lottano per recuperare il controllo sulla nostra riproduzione e contro la svalutazione a cui è stata soggetta nella società capitalista. Anche attraverso questi movimenti intravediamo l’emergere di un’altra razionalità che non solo si oppone alle ingiustizie sociali ed economiche ma ci ricongiunge con la natura, e reiventa la vita come un processo di sperimentazione e di ridefinizione di cosa significa essere umani. Questa nuova cultura è solo all’orizzonte, perché resta forte la presa dei rapporti capitalisti sulla nostra vita. La violenza che uomini in ogni paese e classe mostrano nei confronti delle donne è la misura di quanta strada ci sia ancora da fare prima di poter parlare di rapporti comunitari. Preoccupa anche il fatto che molte femministe contribuiscano alla svalutazione della riproduzione, a cui troppo spesso si contrappone il lavoro extra-domestico come unica fonte di socialità e creatività. Questo, credo, è un errore profondo, perché nella misura in cui è la base materiale della nostra vita e il primo terreno sul quale possiamo praticare la nostra capacità di autogoverno, il lavoro riproduttivo è il “punto zero della rivoluzione”. (da Silvia Feredrici, Reincantare il mondo. Femminismo e politica dei commons, ombre corte, Verona, 2018)
March 5, 2026
il Rovescio
Sempre al fianco di Alfredo Cospito! Appuntamento a Spoleto il 9 marzo
Riceviamo e diffondiamo: Qui in pdf: sempre al fianco di alfredo cospito 9 marzo 2026 Sempre al fianco di Alfredo Cospito – Lunedì 9 marzo 2026 a Spoleto Lunedì 9 marzo si terrà a Spoleto un’udienza del processo che vede sul banco degli imputati alcuni tra coloro che scesero in piazza il 1º novembre 2022, accusati di aver partecipato a un corteo spontaneo che attraversò alcune vie del centro storico a seguito del presidio fuori dal carcere cittadino in solidarietà con il compagno anarchico Alfredo Cospito, allora al dodicesimo giorno del suo lungo sciopero della fame contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo. Un episodio senz’altro marginale, ma che rappresenta ancora una volta un’occasione per manifestare contro la detenzione del nostro compagno in questo regime di annientamento. In vista del possibile rinnovo della misura, previsto allo scadere dei primi quattro anni nel prossimo mese di maggio, è necessario tornare a mobilitarci contro l’estensione indefinita di questo trattamento vendicativo contro un prigioniero che non riescono a piegare. Mentre le tensioni internazionali ci trascinano sempre più rapidamente nell’abisso di un conflitto bellico su scala mondiale, con l’Italia – elmetto in testa – schierata al fianco della NATO, degli USA e dei sionisti su tutti i fronti, è bene ricordare come la repressione sia da sempre l’espressione più eloquente della guerra sul fronte interno, dove lo Stato e i padroni fanno di tutto per combattere i rivoluzionari e le classi oppresse. Pace fra gli oppressi, guerra agli oppressori! Sabotiamo il fronte interno supportando i prigionieri della guerra sociale! Il 41 bis è un carcere di guerra. Vogliamo Alfredo Cospito fuori dal 41 bis! Ci vediamo lunedì 9 marzo 2026 a Spoleto per una presenza nei pressi del tribunale. Appuntamento in piazza Pianciani alle ore 08:30.
March 5, 2026
il Rovescio