Source - il Rovescio

Sull’orlo del baratro. Guerra totale alla Russia e formazione di un complesso scientifico-militare-industriale euro-ucraino
Avanti tutta… verso la guerra. Se uno scontro diretto con la Russia sarebbe semplicemente una catastrofe per l’Europa, è esattamente in questa direzione che stanno spingendo le élite europee e soprattutto tedesche. Le più intente, queste ultime, a ristrutturare la loro produzione industriale (in particolare il settore dell’automotive) in senso bellico per non essere travolte da una crisi economica sempre più incombente e minacciosa, e da una crisi politica che potrebbe davvero mandare tutti a casa. Per questo ci sembra il caso di proporre questa raccolta di contributi che – al di là delle posizioni politiche di chi ha scritto questo o quell’articolo – aiutano a fare il punto sulla situazione reale (tra crescenti provocazioni alla Russia, con attacchi «in profondità» che colpiscono sempre più spesso la popolazione civile, esercitazioni militari nelle stesse metropoli occidentali e rilancio della nuclearizzazione). Non si tratta di provare più o meno simpatia per “l’Orso russo” o per il Cremlino, né di abboccare alle fiabe sul “multipolarismo”, ma di ricordare la semplice verità enunciata in modo cristallino da Simone Weil: la guerra dello Stato, prima ancora che contro i propri rivali, è rivolta contro la propria stessa popolazione: già stretta, alle nostre latitudini, tra l’economia di guerra e la minaccia della trincea, e ormai in fondo al tritacarne sociale in Ucraina. De nobis fabula narratur. UCRAINA: COME CAMBIA IL CONFLITTO, TRA DRONI, UE E RISCHIO NATO di Michele Manfrin Il conflitto in Ucraina sta attraversando una fase di profonda mutazione tattica e geopolitica, in cui i primi, inediti segnali di apertura diplomatica si scontrano con una preoccupante escalation militare ed economica. Se da un lato il Cremlino accenna per la prima volta a un possibile dialogo diretto con la leadership di Kiev, forte di una posizione di vantaggio sul terreno, dall’altro la realtà sul campo racconta una storia di logoramento asimmetrico e espansione del conflitto. Tra la massiccia campagna ucraina di droni in territorio russo, la risposta missilistica di Mosca e la progressiva integrazione industriale tra l’Unione Europea e Kiev, i confini dello scontro si stanno allargando pericolosamente, portando l’ombra della guerra ai margini dello spazio NATO. L’APERTURA DI PUTIN A ZELENSKY Il 9 maggio, durante il discorso tenuto in occasione delle celebrazioni per la Giornata della Vittoria sul nazismo, Vladimir Putin ha dichiarato che la guerra in Ucraina è vicina alla sua conclusione. In seguito alla cerimonia, tenutasi in “versione ridotta” a causa della minaccia ucraina dei droni, per la prima volta dall’inizio delle operazioni militari su larga scala, il presidente russo ha rotto il tabù del riconoscimento dell’interlocutore, dichiarandosi disposto a intavolare un dialogo diretto con Volodymyr Zelensky. Putin ha però voluto specificare che questo dovrebbe avvenire una volta che le trattative siano ben avviate. E al momento non sembrano esserci grossi margini, dal momento che gli interessi e le volontà non coincidono e non sembrano avere possibilità di convergenza. Non si può in ogni caso non notare un netto mutamento di postura rispetto alla rigida linea precedente, che vedeva Mosca rifiutare qualsiasi legame diplomatico con l’attuale leadership di Kiev, considerata un “regime illegittimo” e, oltretutto, una semplice pedina nello scontro con la NATO. Per questo infatti, il dialogo si svolge tra Mosca e Washington e non con altri. Dialogo che, nonostante tutti i proclami e gli annunci di Trump, non ha portato ancora a niente di concreto.  La disponibilità russa al dialogo rispecchia la posizione di forza sul campo di battaglia ucraino, dove l’esercito mantiene il quasi totale controllo di quattro regioni (Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson), formalmente unitesi alla Federazione Russa dopo i referendum svolti nel settembre 2022. L’invito al tavolo delle trattative, dunque, si configura come un tentativo di capitalizzare i successi prima che nuove variabili industriali e tecnologiche possano modificare i rapporti di forza.  I DRONI E-UCRAINI METTONO PRESSIONE ALLA RUSSIA Negli ultimi mesi l’Ucraina ha intensificato sistematicamente i raid sul territorio sovrano della Federazione Russa. Non si tratta più di azioni isolate dal valore puramente simbolico, ma di una campagna coordinata di guerra asimmetrica che mira a colpire infrastrutture energetiche, depositi di carburante e nodi logistici vitali posizionati anche a diverse centinaia di chilometri dal fronte. La modalità è quella della saturazione, un approccio che abbiamo visto funzionare nel teatro mediorientale. Centinaia di piccoli droni che in massa invadono lo spazio aereo, mettendo in crisi le difese aeree nemiche, le quali non riescono a neutralizzare tutte le minacce. Il risultato: alcuni di questi droni passano lo scudo difensivo e vanno a bersaglio.  Secondo quanto riportato da ABC News, così come da altre testate o think tank (come lo statunitense Institute for the Study of War), gli attacchi ucraini con droni stanno diventando sempre più sistemici e di portata considerevole. Nel mese di marzo, per la prima volta dall’inizio del conflitto su vasta scala nel 2022, l’Ucraina ha lanciato più attacchi con droni che la Russia: il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver abbattuto 7.500 droni solo a marzo. Il picco più alto dall’inizio della guerra era stato dicembre 2025 con 4.300 abbattimenti. Nel mese di maggio appena concluso, i numeri sono aumentati ancora. Sono infatti quasi 9.000 i droni che il sistema di difesa russo ha intercettato sul proprio territorio nel solo mese di maggio, con diversi droni che hanno bucato le difese e colpito a terra. I danni inflitti alla Russia sono in aumento, non solo nelle regioni limitrofe ma in vari Stati della Federazione, anche migliaia di chilometri in profondità. I più bersagliati sono i terminal petroliferi ma ci sono anche basi e strutture militari, così come attacchi ai civili come quelli recenti al collegio di Starobilsk e al bus di linea Mosca-Sinferopoli, che hanno provocato la morte di numerose pesone, soprattutto ragazzini. Mosca ha immediatamente denunciato l’evento come un atto terroristico mirato contro la popolazione civile.  Questo tipo di penetrazione profonda sta producendo effetti politici in Russia, incrinando la percezione di assoluta sicurezza che la presidenza ha sempre cercato di garantire ai propri cittadini. Il dibattito interno si è inasprito, evidenziando una spaccatura tra due correnti: l’ala pragmatica e diplomatica, favorevole a sfruttare l’attuale vantaggio sul campo per congelare il conflitto attraverso un accordo che sancisca però il controllo russo sulle regioni occupate; i falchi e i blogger militari che accusano i vertici di eccessiva prudenza, chiedendo un’accelerazione definitiva delle operazioni, la distruzione totale delle infrastrutture critiche ucraine e ventilando apertamente la necessità di ricorrere all’uso di armi nucleari tattiche come mezzo per arrivare alla fine delle ostilità con l’Ucraina e come deterrente nei confronti dei Paesi NATO. L’ASSE INDUSTRIALE KIEV-UE Di fronte a un parziale disimpegno finanziario e militare degli Stati Uniti, guidati dalle logiche trumpiane domestiche e transazionali, l’Unione Europea ha deciso di non poter più dipendere esclusivamente dalle scorte strategiche dei singoli Stati membri, ormai ampiamente intaccate, e continuare a far fluire soldi (300 miliardi di euro fin qui) senza che questo produca qualcosa di concreto, sia sul fronte militare che nel bilancio.  La svolta strategica consiste nella transizione dall’invio di armi alla coproduzione industriale direttamente sul suolo ucraino o nelle sue immediate retrovie. Grandi consorzi della difesa europei hanno avviato joint venture con società ucraine per la costruzione di impianti destinati alla riparazione e alla produzione di armamenti, droni compresi. Se questo trend è già iniziato nel 2023-2024, come evidenziato allora dall’European Union Insittute for Security Studies, con le prime produzioni occidentali in Ucraina, adesso la partnership ha assunto una dimensione più vasta. Basta scorrere le notizie lanciate dal sito del ministero della Difesa ucraino per vedere quanti accordi sono stati stipulati con società private di Paesi europei. E adesso anche attraverso modalità differenti dall’approvvigionamento programmato a livello centrale. Germania (più di tutti), Lituania, Romania, Norvegia, Svezia, Canada ma anche Stati Uniti, per mezzo dell’ormai onnipresente Palantir, sono tutti Paesi citati nei soli mesi di aprile e maggio riguardo a partnership e joint venture nel campo della produzione militare. Se prima l’Ucraina combatteva la guerra grazie all’utilizzo di fondi e scorte di armamenti dei Paesi NATO, adesso, oltre al continuo flusso di denaro che mantiene lo Stato ucraino, il settore privato è entrato a tutti gli effetti in campo. D’altronde rispecchia la volontà politica europea di riarmo e di una spinta alla conversione dell’industria automobilistica (in enorme crisi) alla produzione militare (e non solo per il fronte ucraino). Il Cremlino considera questo salto di qualità industriale come un coinvolgimento diretto e formale dei Paesi europei nel conflitto. La dottrina militare russa è stata aggiornata per includere questi impianti produttivi, e le aziende occidentali che vi partecipano, nella categoria degli “obiettivi militari legittimi”, indipendentemente dalla loro collocazione geografica. Questa dinamica trasforma l’Europa da mero fornitore a vero e proprio attore industriale della guerra. Il rischio di escalation a guerra diretta tra Russia e NATO non fa così che aumentare. LA MASSICCIA RISPOSTA DI MOSCA E LA GUERRA AL CONFINE NATO La risposta militare del Cremlino alla pressione ucraina e alle stragi di civili non si è fatta attendere. Le forze aerospaziali russe hanno scatenato l’ondata di attacchi aerei e missilistici più massiccia e coordinata dallo scorso anno. Centinaia di droni d’attacco, uniti a missili balistici e da crociera ipersonici, hanno preso di mira i nodi strategici di Kiev, Odessa, Kharkiv e Leopoli, paralizzando ciò che restava della rete elettrica ucraina e colpendo i centri logistici legati alla catena di approvvigionamento occidentale. Sul piano diplomatico, questa escalation militare è stata accompagnata da canali di comunicazione formali estremamente tesi. I vertici della diplomazia russa hanno inviato duri moniti ai propri omologhi statunitensi ed europei, avvertendo che la tolleranza di Mosca nei confronti degli attacchi in profondità sul proprio territorio è esaurita. Il messaggio, filtrato attraverso i canali di intelligence, conteneva l’invito esplicito a evacuare il personale diplomatico e i consiglieri occidentali dalle aree sensibili di Kiev, preannunciando una campagna di bombardamenti ancora più pressante sui centri decisionali. L’aspetto più allarmante di questa ulteriore escalation è l’estensione geografica, così come in numero, degli incidenti di frontiera (o operazioni false flag) che rischiano portare l’Alleanza Atlantica in un confronto diretto con la Russia.  C’è stato il recente caso del drone che si è schiantato su un centro abitato in territorio rumeno, provocando danni a strutture civili e ferendo alcuni cittadini. Mosca ha respinto le accuse parlando di una provocazione o di un missile della contraerea ucraina fuori controllo, ma il fatto ha costretto Bucarest a sollevare la questione della sicurezza dei confini integrati all’interno dei canali di coordinamento della NATO, con il coro occidentale che subito, senza nemmeno alcuna verifica, aveva già individuato il responsabile: la Russia. Nei cieli sopra l’Estonia e la Lettonia si moltiplicano i casi di droni commerciali e militari intercettati o deviati dalle loro rotte originarie. Questo fenomeno è il risultato diretto della massiccia guerra elettronica. Il disturbo sistematico dei segnali satellitari non solo acceca i sistemi di navigazione ma devia i droni verso altre destinazioni rispetto all’obiettivo originario, con il rischio che si verifichino incidenti di grossa portata che potrebbero far scattare l’attivazione dell’articolo 5 della NATO, ovvero l’attivazione automatica a difesa di un Paese alleato che avesse subito un chiaro ed evidente attacco, trasformando uno o più episodi in un casus belli per la guerra diretta. CONCLUSIONE In definitiva, l’apparente spiraglio diplomatico emerso dalle celebrazioni del 9 maggio a Mosca non deve trarre in inganno: la traiettoria del conflitto non si sta direzionando verso una pace immediata, ma verso una fase di pericolosa cronicizzazione e scontro sistemico. La trasformazione dell’Europa da semplice fornitore a partner industriale attivo nelle retrovie ucraine, unita all’intensificarsi della guerra elettronica e degli incidenti di frontiera nei cieli dell’Europa dell’Est, amplifica drammaticamente il rischio di un errore, di un incidente o di una false flag che potrebbe portare ad uno scontro diretto tra potenze. (da https://www.lindipendente.online/2026/06/04/ucraina-come-cambia-il-conflitto-tra-droni-ue-e-rischio-nato/) -------------------------------------------------------------------------------- SULL’ORLO DEL BARATRO: LA NATO VERSO LA GUERRA TOTALE CON LA RUSSIA DI THOMAS FAZI La vicenda del drone russo che stanotte ha colpito un condominio in Romania mostra che il rischio di un conflitto totale tra la Nato e la Russia è più alto di quanto sia mai stato – persino all’apice della Guerra fredda. Il presidente rumeno Nicușor Dan ha successivamente chiarito che il velivolo aveva cambiato traiettoria dopo essere stato «colpito cineticamente», finendo per schiantarsi contro l’edificio residenziale di Galați. A pesare è il livello di profondo coinvolgimento delle due parti in quello che, a tutti gli effetti operativi, è un confronto militare sempre più diretto, anche se si continua formalmente a mantenere la finzione della non belligeranza. A differenza della Guerra fredda, quando le superpotenze mantenevano rigidi protocolli concepiti per evitare lo scontro diretto, oggi le linee di demarcazione sono sfumate al punto da essere quasi invisibili. Una guerra che si supponeva dovesse rimanere confinata entro i confini ucraini si è progressivamente metastatizzata in qualcosa di ben più pericoloso: un conflitto per procura in cui il ruolo della Nato è diventato così centrale dal punto di vista operativo che la distinzione tra attore delegato e principale è di fatto crollata, e in cui ogni settimana porta nuove prove del fatto che la logica dell’escalation sta correndo molto più velocemente di qualsiasi capacità politica di controllarla. Gli eventi delle ultime settimane lo hanno reso inequivocabilmente chiaro. La scorsa settimana, un drone ucraino nel Donbas ha colpito uno studentato, uccidendo 21 persone, per la maggior parte studenti. Ciò rappresenta una gravissima escalation nell’intensificazione dell’offensiva di droni condotta dall’Ucraina contro la Russia negli ultimi mesi — che include un numero crescente di attacchi in profondità effettuati in territorio russo. Solo poche settimane fa, almeno tre persone sono rimaste uccise e diverse altre ferite in un attacco di droni ucraini su larga scala nella regione di Mosca. Nel frattempo, secondo la Reuters, a marzo gli attacchi dei droni ucraini contro i tre principali terminal di esportazione russi sulle coste occidentali — Novorossijsk sul Mar Nero, e Primorsk e Ust-Luga sul Baltico — avevano messo fuori uso circa il 40% della capacità di esportazione di petrolio della Russia. Secondo una stima del New York Times, all’inizio di aprile gli attacchi ucraini avevano anche danneggiato o distrutto circa il 20% della capacità di raffinazione del petrolio russa. Solo questo mese, i droni ucraini hanno colpito due dozzine di raffinerie di petrolio russe, secondo il Ministero della Difesa ucraino. Alcuni dei siti presi di mira più di recente si trovavano fino a 1.500-1.700 km dal confine ucraino, il che segnala un notevole miglioramento delle capacità dei droni a lungo raggio dell’Ucraina. Come ha osservato John Mearsheimer in una recente intervista con Glenn Diesen, gli attacchi ucraini con droni e missili sul territorio russo, inclusa Mosca, rappresentano un passo significativo verso l’alto nella scala dell’escalation. Pur non essendo impressionato dal loro effetto militare immediato, la traiettoria lo preoccupa profondamente: «L’entità del danno che questi droni possono fare non è così grande… non influenzerà certamente l’esito della guerra in alcun modo significativo. Questo non succederà. Ma penso che il grande pericolo per il futuro sia che gli ucraini, lavorando con gli europei che restano determinati a sconfiggere la Russia, aumenteranno il numero di attacchi e il tipo di attacchi sulla Russia». La Russia ha già risposto all’attacco dei droni contro lo studentato del Donbas con un massiccio assalto a Kiev, uno dei più grandi dall’inizio della guerra, che ha visto anche l’impiego di missili Oreshnik con capacità nucleare. E ha già minacciato di lanciare una nuova ondata di «attacchi sistematici» contro la capitale. I nuovi raid prenderanno di mira «centri decisionali e posti di comando», oltre a impianti di produzione di droni nella città, ha dichiarato il Ministero degli Esteri russo in un comunicato. Mosca ha invitato i cittadini stranieri e i diplomatici a lasciare Kiev «il prima possibile» e ha avvertito i cittadini di tenersi lontani dagli edifici amministrativi e militari. Finora Mosca si è astenuta dal colpire i quartieri generali ucraini — un fatto piuttosto singolare se si considera che le forze armate ucraine hanno ripetutamente preso di mira i quartieri generali russi, come ha osservato Anatol Lieven. Martedì, lo Stato Maggiore ucraino ha rivendicato di aver distrutto un importante centro di comando e controllo russo a Lugansk con missili da crociera britannici Storm Shadow. L’uso efficace di questi missili — che l’Ucraina lancia da due anni — richiede i dati di puntamento statunitensi. Nonostante ciò, Mosca non ha preso di mira i quartieri generali ucraini a Kiev proprio a causa della probabilità che soldati e ufficiali dell’intelligence statunitensi e di altri Paesi Nato venissero uccisi, rischiando come risposta una drastica escalation da parte dell’Occidente. Da quando Donald Trump è tornato alla presidenza e ha riaperto i negoziati diplomatici, il governo russo è stato frenato anche dal desiderio di non contrariarlo né di indebolirlo. Tuttavia, la scorsa settimana il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che i colloqui di pace sono a un punto morto e che «al momento non ci sono colloqui in corso». Questo indica non solo una pericolosa escalation della guerra – ma anche la sua potenziale espansione oltre i confini dell’Ucraina. Dopotutto, sebbene questi attacchi vengano formalmente eseguiti dall’Ucraina, la realtà è che l’Ucraina non potrebbe mai compiere questi attacchi con droni sul territorio russo senza il supporto satellitare e di intelligence della Nato – e degli Stati Uniti nello specifico. Nonostante le aperture di pace di Trump, la sua amministrazione ha continuato a fornire all’Ucraina l’intelligence per effettuare attacchi con droni a lungo raggio contro le infrastrutture energetiche russe, secondo quanto riferito da molteplici funzionari statunitensi e ucraini. Le informazioni d’intelligence aiutano l’Ucraina a «definire la pianificazione delle rotte, l’altitudine, la tempistica e le decisioni di missione, consentendo ai droni d’attacco unidirezionali a lungo raggio dell’Ucraina di eludere le difese aeree russe». Una fonte ha descritto la forza di droni dell’Ucraina come lo «strumento» che gli Stati Uniti stanno usando per raggiungere l’obiettivo di indebolire l’economia russa e spingere Putin verso un accordo. Anche la Cia è stata coinvolta nel potenziamento del programma di droni ucraino. Il grado di coinvolgimento degli Stati Uniti va ben oltre la semplice condivisione di informazioni d’intelligence. Mentre un funzionario statunitense ha affermato che l’Ucraina seleziona l’obiettivo e gli Stati Uniti forniscono informazioni sulle sue vulnerabilità, altri funzionari hanno dichiarato che gli Stati Uniti hanno effettivamente stabilito le priorità degli obiettivi per l’esercito ucraino – il che significa che gli Stati Uniti stanno di fatto scegliendo cosa colpire. Gli Stati Uniti forniscono anche supporto satellitare – sia sotto forma di guida Gps in tempo reale (in particolare sul territorio ucraino e su quello ucraino annesso alla Russia tramite Starlink di Elon Musk) sia attraverso la fornitura di dati geospaziali che consentono ai droni di operare senza un segnale Gps in tempo reale, come nelle aree in cui il segnale viene disturbato: mappe del terreno precaricate, dati sulle rotte, coordinate degli obiettivi e profili di elusione della difesa aerea, tutti elementi che dipendono dalla ricognizione satellitare e dall’intelligence americana. Ciò significa che le operazioni di attacco in profondità dell’Ucraina contro la Russia sono di fatto un’operazione Usa-Nato sotto bandiera ucraina. Ma la Nato non si limita a fornire l’intelligence e il supporto satellitare per questi attacchi — e naturalmente i soldi per i droni. Sempre più spesso, fornisce i droni stessi. Anche se la stragrande maggioranza dei droni utilizzati dalle forze ucraine è prodotta all’interno della stessa Ucraina, uno sviluppo più recente e strategicamente significativo è la deliberata espansione della produzione di droni nei Paesi europei, in parte per ridurre la vulnerabilità agli attacchi russi sulle strutture ucraine. Zelensky ha annunciato piani per l’apertura di 10 imprese congiunte per la produzione di droni in Europa nel 2026. Il Paese al centro di questa dinamica è la Germania. Il governo Merz sta approfondendo la cooperazione militare con Kiev, diventando sempre più un co-belligerante nel conflitto con la Russia. Con il disimpegno americano, la Germania è da tempo il principale sostenitore finanziario dell’Ucraina. Ma a metà aprile, per la prima volta, il governo tedesco ha stretto una partnership strategica con il settore della difesa di un Paese in guerra. L’accordo apre la strada alla co-produzione di sistemi d’arma, droni con una portata fino a 1.500 km e missili a lungo raggio, assieme a Kiev. Uno degli esempi più evidenti è la Quantum Frontline Industries in Germania — una joint venture tra Quantum Systems e l’ucraina Frontline Robotics — dove il primo drone è uscito dalla linea di produzione meno di due mesi dopo l’annuncio della partnership. Con un colpo di penna, il governo tedesco ha spazzato via l’intero dibattito interno degli ultimi anni sulla fornitura di armi tedesche all’Ucraina per attacchi contro obiettivi all’interno del territorio russo. Come ha scritto l’ex deputata tedesca Sevim Dagdelen, con l’integrazione delle industrie della difesa di Berlino e Kiev stiamo assistendo all’emergere di un complesso militare-industriale tedesco-ucraino sotto l’egemonia di Berlino. In effetti, è probabile che droni a lungo raggio di fabbricazione tedesca siano stati utilizzati nei recenti attacchi a Mosca e nella regione di Mosca. Anche altri Paesi europei sono coinvolti. Dalla fine del 2024, il gruppo finlandese Summa Defence ha avviato diverse joint venture con aziende ucraine per produrre droni in Finlandia. L’azienda britannica Prevail Partners e l’ucraina Skyeton hanno unito le forze a luglio 2025 per produrre il drone da sorveglianza Raybird nel Regno Unito. Skyeton ha anche aperto una linea di produzione del Raybird in Slovacchia e sta negoziando ulteriori partnership europee, mentre consorzi di droni ucraini stanno costruendo impianti di assemblaggio e componenti in Finlandia e Danimarca. Ciò significa che le nazioni europee — in primis la Germania — sono coinvolte in modo sempre più diretto nel conflitto. Questo aumenta seriamente il rischio di attacchi di ritorsione russi sul territorio europeo. In effetti, a metà aprile, il Ministero della Difesa russo ha pubblicato i nomi e gli indirizzi delle società europee – tra cui diverse aziende italiane – coinvolte nella produzione di droni ucraini, affermando che «l’opinione pubblica europea dovrebbe comprendere chiaramente le vere ragioni delle minacce alla propria sicurezza e conoscere gli indirizzi e le sedi delle imprese ‘ucraine’ e ‘congiunte’ che producono Uav e componenti per l’Ucraina sul territorio dei loro Paesi». A peggiorare le cose, vi sono crescenti prove del fatto che i droni ucraini stiano attraversando lo spazio aereo dei paesi Nato del Baltico per attaccare obiettivi russi — come i droni che hanno colpito i terminal petroliferi russi a Primorsk e Ust-Luga sul Mar Baltico. Solo questo mese, i droni ucraini hanno provocato ripetuti allarmi nello spazio aereo di Estonia, Lettonia e Lituania, spingendo i caccia della Nato a decollare in diverse occasioni, con almeno un drone ucraino abbattuto da un jet della Nato sull’Estonia il 19 maggio. Solo pochi giorni prima, un altro drone ucraino aveva colpito un deposito di petrolio vuoto in Lettonia. Le ricadute politiche sono state significative, provocando il crollo del governo lettone per il modo con cui aveva gestito la crisi. La Russia ha accusato i Paesi baltici e la Nato di consentire attivamente ai droni ucraini di utilizzare il loro spazio aereo per gli attacchi contro la Russia, definendola un’aggressione della Nato. Il consigliere presidenziale Nikolai Patrushev ha sottolineato che ciò costituisce una partecipazione diretta dei Paesi della Nato agli attacchi sul territorio russo. Da parte loro, l’Ucraina e i Paesi baltici hanno respinto le accuse di collusione deliberata, accusando la Russia di utilizzare la guerra elettronica e il disturbo dei segnali per reindirizzare i droni ucraini nello spazio aereo baltico — sebbene questo non spieghi perché la Russia si sia dimostrata incapace di prevenire gli attacchi dei droni contro obiettivi sensibili e civili, anche a Mosca. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è spinta a dire che «la Russia e la Bielorussia hanno la responsabilità diretta» delle incursioni dei droni ucraini. Ciò che è chiaro è che le tensioni nel Baltico sono più alte che mai. Il rischio che scoppi un conflitto tra la Nato e Mosca in quell’area è ulteriormente accresciuto dal recente annuncio della creazione di una forza navale congiunta, battezzata Northern Navies Initiative, che comprende Regno Unito, Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia, Islanda, Estonia, Lettonia, Lituania e Paesi Bassi. Questa forza sembra avere l’esplicito obiettivo di contenere la Russia tra l’Artico e il Baltico, potenzialmente ostacolando il traffico commerciale di Mosca – e in particolare la sua cosiddetta «flotta ombra». Provocazioni come l’abbordaggio di navi russe, o addirittura un blocco navale, costituirebbero un evidente casus belli. A ciò va aggiunta la militarizzazione della Finlandia, entrata recentemente nella Nato, e le operazioni di spionaggio e sorveglianza aerea condotte dal suo territorio contro Mosca — fattori che stanno trasformando il Paese scandinavo in una nuova minaccia strategica agli occhi della Russia. Non è un’esagerazione affermare che ci troviamo a un solo incidente di distanza — reale o orchestrato — dal rapido degenerare della situazione in una guerra diretta tra Nato e Russia. Ciò è particolarmente preoccupante se si considera il fatto che le provocazioni occidentali stanno rinvigorendo i falchi a Mosca. Tra gli approcci più radicali spicca quello di Sergey Karaganov — politologo di lungo corso, già consigliere sia di Mikhail Gorbaciov sia di Boris Eltsin, e attualmente tra i consiglieri di Vladimir Putin. Fin dall’inizio del conflitto, Karaganov ha sostenuto il possibile uso di armi nucleari in Europa. La sua tesi è che le élite europee siano interamente screditate e prive della legittimità per rimanere al potere. Ma soprattutto, sono incapaci di raggiungere un compromesso con la Russia. Devono essere fermate con la forza delle armi per impedire al conflitto di estendersi all’intera Europa — in primo luogo colpendo obiettivi militari strategici e fortemente simbolici sul territorio europeo con armi convenzionali. Secondo Karaganov, se questo non fosse sufficiente a «persuadere» le élite europee a scendere a patti con la Russia, sarebbe necessario ricorrere a un attacco nucleare «dimostrativo», o persino mirato a eliminare le stesse élite europee. Tali idee, ampiamente marginali all’inizio del conflitto, stanno progressivamente guadagnando terreno sia nei circoli militari sia in quelli politici della Russia. Parallelamente, cresce la pressione su Putin per un cambio di strategia. Mearsheimer prende sul serio l’argomentazione avanzata da Karaganov – secondo cui la Russia dovrebbe colpire obiettivi europei con armi convenzionali, passando al nucleare se necessario – notando come quella che un tempo era la posizione di una minoranza abbia trovato ampio consenso all’interno della Russia: «Sostiene ora, e lo prendo in parola perché è una persona onesta, che la stragrande maggioranza delle persone con cui parla concorda con lui. I russi, in un certo senso, ne hanno abbastanza». Riguardo alla dimensione nucleare, Mearsheimer spiega perché la sola prospettiva dell’uso dell’atomo conferisca alla strategia di Karaganov la sua logica coercitiva: «Una volta che si inizia a salire la scala dell’escalation, tutti capiscono che a un certo punto là in alto… da qualche parte su quella scala c’è l’uso del nucleare. Su uno dei pioli c’è l’uso delle armi nucleari… la sola minaccia delle armi nucleari avrà un enorme valore di deterrenza». Il politologo traccia anche un fulmineo parallelismo storico in merito alle violazioni delle linee rosse da parte dell’Occidente: «È davvero stupefacente che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna abbiano aiutato l’Ucraina quando ha invaso la madrepatria russa nell’estate del 2024. Questa è l’offensiva di Kursk… l’idea che avremmo aiutato un alleato a invadere l’Unione Sovietica, questo non sarebbe mai successo… o che avremmo aiutato un alleato ad attaccare una delle componenti della triade nucleare strategica. Questo è semplicemente impensabile. Era semplicemente troppo pericoloso». La sua conclusione sul dilemma strategico della Russia è la seguente: «Se ti trovi a giocare la carta della Russia… dovrai battere il pugno sul tavolo, come diceva mia madre. E dovrai inviare un segnale molto chiaro che questo è semplicemente inaccettabile». Il rischio della guerra non è una astrazione distante — è una realtà concretamente pericolosa e imminente. Il meccanismo di escalation che ci ha portato a questo punto è ben noto: ogni passo sulla scala, compiuto sulla scorta della presunzione fiduciosa che l’altra parte cederà, rende il passo successivo più probabile e lo spazio per la de-escalation più stretto. I leader occidentali si sono convinti, attraverso una combinazione di pio desiderio e inerzia istituzionale, che la Russia continuerà ad assorbire le provocazioni senza rispondere in modo analogo. Ma ogni settimana che passa senza una via d’uscita diplomatica ci avvicina al momento in cui tale presupposto verrà testato fino alla distruzione. Ciò che rende la situazione attuale eccezionalmente pericolosa non è solo l’escalation militare, ma il completo collasso della visione politica in grado di arrestarla. Non ci sono realisti della Guerra fredda, non ci sono canali secondari, non c’è alcun leader europeo serio che abbia l’autorevolezza e la volontà di proporre un accordo negoziato. C’è solo lo slancio della macchina bellica, ormai distribuita in una dozzina di Paesi e migliaia di aziende, che produce armi nelle fabbriche finlandesi, nelle joint venture tedesche e nelle officine britanniche — tutte a rinfocolare un conflitto che, in assenza di un urgente intervento politico, non ha altro esito logico se non la catastrofe. La responsabilità ricade, in ultima analisi, sui cittadini europei. I nostri governi non stanno agendo in nostro nome o nel nostro interesse. Spetta a noi – prima del prossimo incidente, del prossimo errore di calcolo, del prossimo drone che attraverserà lo spazio aereo sbagliato – pretendere che facciano un passo indietro dal baratro. (da https://krisis.info/it/2026/05/aree/europa/sullorlo-del-baratro-la-nato-verso-la-guerra-totale-con-la-russia/) -------------------------------------------------------------------------------- La guerra in casa (…) SIMULAZIONI METROPOLITANE E POTENZIAMENTO DELLA PRIMA LINEA SUL TERRENO La capillarità di questa preparazione si manifesta in modo evidente nei centri nevralgici delle infrastrutture civili occidentali. Nel silenzio delle gallerie sotterranee di Charing Cross (vedi nota [1]), una delle stazioni metropolitane più frequentate di Londra, centinaia di militari del Regno Unito, degli Stati Uniti, della Francia e si sono addestrati simulando uno scenario di guerra aperta e diretta contro le forze russe. Questa esercitazione, denominata Arrcade Strike, è guidata dall’Allied Rapid Reaction Corps (ARRC), il principale corpo d’armata a schieramento rapido della NATO sotto comando britannico. Il fatto che l’addestramento strategico al conflitto si sposti nei sotterranei di una capitale civile testimonia la profondità con cui l’apparato militare sta pianificando le dinamiche logistiche e operative di uno scontro continentale. Parallelamente all’addestramento, il potenziamento fisico della prima linea sul fronte orientale sta subendo un’accelerazione decisiva. La cooperazione strategica tra Washington e Varsavia si è ulteriormente rinsaldata in seguito agli sviluppi politici polacchi e all’elezione del presidente Karol Nawrocki. In questo contesto, una decisione che fa seguito alle manovre del Segretario alla Guerra Pete Hegseth volte a ottimizzare la dislocazione e a stabilizzare la rotazione delle brigate corazzate sul territorio europeo. Questo massiccio afflusso di contingenti d’élite e mezzi pesanti sul fianco est conferma la volontà di strutturare una barriera d’assalto avanzata. LA SPINTA NUCLEARE: IL FRONTE SCANDINAVO E LA MILITARIZZAZIONE TEDESCA Il tassello più critico e pericoloso di questa architettura di pressione è rappresentato dalla. In una svolta storica che cancella decenni di neutralità nordica, il governo della Finlandia ha formalizzato la volontà di revocare le restrizioni legislative che vietavano la presenza di ordigni atomici sul proprio suolo. I vertici della difesa di Helsinki, per bocca del ministro Antti Hakkanen, hanno chiarito che la nuova proposta mira ad allineare completamente il paese alla politica nucleare della NATO, legalizzando l’introduzione, il trasporto, la consegna o il possesso di armi nucleari in Finlandia. L’apertura a un potenziale schieramento atomico a ridosso dei confini settentrionali russi cancella definitivamente ogni residua zona grigia diplomatica ed avviene calpestando il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) che la Finlandia aveva firmato nel 1968, lo stesso anno in cui il trattato fu aperto alla firma, e ratificato l’anno successivo, nel 1969, impegnandosi quale membro del TNP a non sviluppare, ospitare o acquisire armi nucleari. Questo processo di nuclearizzazione del continente trova il suo secondo e fondamentale pilastro in Germania, attraverso una duplice dinamica di riarmo strategico. Da un lato, ha preso forma il progetto statunitense di riportare sul suolo tedesco i cosiddetti “euromissili”, ovvero lo stanziamento di capacità missilistiche a lungo raggio e sistemi ipersonici convenzionali e nucleari, capaci di colpire in profondità il territorio russo e precedentemente banditi dai trattati di disarmo (Trattato INF). Seppure oggi appare sospeso l’originario intento emerso nell’estate del 2024 con cui l’allora amministrazione americana e il governo tedesco avevano stretto un accordo per rischierare in Germania, a partire dal 2026, missili a lungo raggio statunitensi come i celebri Tomahawk, con una gittata di circa 1.600 chilometri (attualmente esauriti a causa dell’ampio consumo di munizionamento ed equipaggiamenti nell’Operazione Epic Fury in Medio Oriente, che ha costretto gli Stati Uniti a razionalizzare le scorte di Tomahawk rimaste), i sistemi di difesa SM-6 e i nuovi vettori ipersonici Dark Eagle, oggi l’attenzione si è spostata sul progetto ELSA (European Long-Range Strike Approach), un consorzio che unisce Germania, Francia, Polonia, Regno Unito e Svezia. Poiché questo sistema non vedrà la luce prima del 2030, Berlino sta parallelamente investendo nell’ammodernamento d’emergenza dei propri arsenali nazionali e nella produzione di varianti avanzate dei vettori già in dotazione. Dall’altro, all’interno dei circoli politici e militari di Berlino, si è aperto un inedito e profondo dibattito circa la necessità per la Germania di dotarsi di una propria forza di deterrenza nucleare autonoma o di partecipare direttamente alla gestione di un ombrello atomico sovrano, un’ambizione che capovolge completamente la postura geopolitica tedesca dal secondo dopoguerra a oggi. Il Cancelliere Friedrich Merz ha infatti aperto alla storica proposta francese di europeizzare la force de frappe, avviando un coordinamento strategico più stretto con Parigi e Londra. Anche in questo caso la volontà di dotarsi di un arsenale nucleare avviene nonostante i rigidi vincoli giuridici del Trattato di non proliferazione e degli accordi di riunificazione del 1990 che vietavano tassativamente a Berlino il possesso di ordigni propri. RICONVERSIONE INDUSTRIALE E ASSUEFAZIONE PSICOLOGICA AL CONFLITTO Questo sforzo operativo di riarmo poggia su una radicale ristrutturazione macroeconomica. La totalità degli alleati europei ha raggiunto o superato l’obiettivo del due percento del PIL destinato alle spese militari, registrando aumenti di budget senza precedenti. Questa transizione economica risponde alla presa d’atto che le classi dirigenti europee hanno accettato di assumersi l’intero onere logistico del teatro continentale, un riarmo a debito che comporta dolorosi tagli alla spesa pubblica, nello stato sociale e nel welfare in generale. Nel contempo, mentre procede l’ucrainizzazione dell’Europa occidentale, gli Stati Uniti riorientano strategicamente il grosso delle proprie forze verso il quadrante del Pacifico per contrastare la Cina nell’ottica di conservazione dell’unipolarismo globale. A fare da collante a questa mobilitazione strutturale interviene una militarizzazione sistematica del discorso pubblico. Il dibattito europeo è dominato da un tribalismo mediatico che, mentre alimenta l’emergenza bellica dettata dall’idea del nemico russo che dopo l’Ucraina intende invadere i paesi europei, riduce la complessità geopolitica a una narrazione binaria, anestetizzando l’opinione pubblica ed eliminando il senso del rischio atomico. Si diffonde così l’idea illusoria che sia possibile infliggere danni strategici continui a una superpotenza nucleare senza subire conseguenze, ignorando la dottrina di Mosca che considera la pressione occidentale come una minaccia esistenziale. Questa espansione coordinata genera un’inevitabile e speculare spirale escalatoria. La risposta russa si è già concretata in massicce esercitazioni nucleari che hanno coinvolto 64.000 militari e 7.800 mezzi di lancio balistici nei distretti di Leningrado e in quello Centrale (vedi nota [2]). Ci si domanda se la Russia assisterà passivamente al riarmo europeo senza intervenire in alcun modo per frenarlo o scoraggiarlo prima che esso maturi in conflitto diretto. Di fronte al crollo della diplomazia e alla conversione degli apparati industriali, appare evidente che l’asse Washington-Londra, insieme ai partner europei della NATO, piuttosto che a ricostruire quell’architettura di sicurezza europea che hanno distrutto, stia attivamente e sistematicamente posando i binari strutturali e psicologici per il prossimo, catastrofico conflitto globale a cui ogni cittadino europeo è chiamato ad opporsi prima che sia troppo tardi. Con la Russia, come incita a fare persino De Scalzi di ENI, abbiamo urgente bisogno di ristabilire rapporti di buon vicinato e di tornare alle loro risorse energetiche anche per ovviare a quella che secondo Tabarelli di Nomisma sarà la via obbligata del lockdown energetico di quest’autunno. (tratto da Francesco Cappello, I preparativi di guerra USA/NATO con la Russia nel mirino, https://www.francescocappello.com/)
June 9, 2026
il Rovescio
Israele somministra droghe ai soldati per far loro “dimenticare” gli orrori della guerra
Riceviamo e diffondiamo da pungolorosso.com questo interessante articolo. Da parte nostra, aggiungiamo un aspetto. Per quanto ci riguarda, noi non stigmatizziamo in assoluto l’uso di sostanze stupefacenti, che – se assunte in modo consapevole e intelligente – possono essere usate per vari fini: ludico, ricreativo, introspettivo e – perché no – terapeutico. Ciò detto, che Israele utilizzi gli psichedelici per far dimenticare ai propri soldati gli orrori di Gaza ci conferma la sua indole di Stato-laboratorio, in cui la guerra permanente è il volano per ogni sorta di sperimentazione. Compresa, in questo caso, quella del controllo mentale degli esseri umani. In questo senso, più che la Germania nazista, l’inondazione di droghe cui sono sottoposti i soldati e la gioventù israeliana ci ricorda il progetto MK-Ultra: gli esperimenti di somministrazione di sostanze (in particolare di LSD) su soldati, prigionieri e persino cittadini ignari effettuata dalla CIA tra i primi anni Cinquanta e i primi Settanta. Una sperimentazione strettamente intrecciata – nel pieno della guerra fredda – allo sviluppo della cibernetica, in cui rientra anche l’elaborazione di quelle moderne tecniche di tortura senza contatto raccolte nel manuale Kubark del 1963 e successivamente perfezionate nel Human Resource Exploitation Training Manual del 1983 (su questo si veda questa eccellente ricerca di Charlie Barnao: https://www.ordines.it/il-soldato-imperfetto-addestramento-militare-polizia-e-tortura-di-charlie-barnao/). Guerra, industria e tecno-scienze convergono, ancora una volta, nel medesimo punto: l’ingegnerizzazione dell’umano, fin dentro la sua intimità più profonda. «Il potere consiste nel fare a pezzi i cervelli degli uomini e nel ricomporli in nuove forme e combinazioni a nostro piacimento.» (George Orwell, 1984) Tratto da https://pungolorosso.com/2026/05/27/israele-la-nazione-della-droga-che-ripulisce-la-guerra/ ISRAELE: LA “NAZIONE DELLA DROGA” CHE RIPULISCE LA GUERRA Su segnalazione del compagno Alessandro Mantovani riprendiamo da “Orientxxi” questo articolo di Jean Stern che mostra come lo stato sionista, indiscusso faro di civiltà in Medio Oriente e nel mondo, abbia deciso di “curare” la follia omicida di decine di migliaia di militari impiegati nel genocidio di Gaza (40.000, si dice nel testo) con la somministrazione di droghe di ogni tipo. Del resto anche in questo campo Israele detiene un record mondiale perché tra il 30% e il 50% dei suoi abitanti è “sotto l’influenza di una sostanza che crea dipendenza”. Il cammino di questa società coloniale intrisa di ferocia e di sadismo verso il suo inesorabile collasso fa tornare alla mente quanto scrisse Aimé Cesaire nel suo Discours sur le colonialisme : lungi dal “civilizzare” il colonizzato, il colonialismo “lavora per decivilizzare il colonizzatore, per abbrutirlo nel senso proprio del termine, per degradarlo, per risvegliare i suoi istinti nascosti come l’invidia, la violenza, l’odio razziale, il relativismo morale […]. ogni volta che in Vietnam una testa viene mozzata e un occhio cavato e che in Francia si accetti la cosa; una bambina violentata e che in Francia si accetti la cosa; un malgascio suppliziato e che in Francia si accetti la cosa; [è] una cancrena che si sviluppa, un focolaio infettivo che si estende; e in fondo a tutti quei trattati violati, a tutte quelle menzogne divulgate, a tutte quelle spedizioni punitive tollerate, a tutti quei prigionieri costretti con legacci e ‘interrogati’, a tutti quei patrioti torturati, a quell’orgoglio razziale incoraggiato, a quella iattanza esibita, c’è il veleno instillato nelle vene dell’Europa e il progresso lento, ma sicuro dell’abbrutimento del continente”. Il testo di Jean Stern ci informa anche sul fatto che lo stato sionista sta adoperandosi per esportare il proprio “modello terapeutico” nel mondo, trovando orecchie attente negli Stati Uniti, in Australia, Svizzera e Francia… A quando l’aggiunta della sempre volonterosa (in questo genere di cose) Italia? (Red.) Dal 7 ottobre 2023, migliaia di militari israeliani di ritorno da Gaza vengono trattati con droghe. Dalla cannabis all’LSD, passando per l’ecstasy, qualsiasi sostanza sembra buona per affrontare i disturbi post-traumatici che gli israeliani — compiacendosi del ruolo di vittime — hanno ribattezzato «ferite morali». Jean Stern, 11 maggio 2026 https://orientxxi.info/Israel-la-drug-nation-blanchit-la-guerre Il gruppo pop-rock Hatikva 6 conta 150 cantanti provenienti da 16 brigate diverse ed è guidato da Òmri Glickman, un quarantenne barbuto e imponente. Il videoclip della sua canzone «Himnon ha’lokhem» è finanziato dall’esercito israeliano. Questo inno del combattente ha come ritornello, ripetuto quattro volte, le seguenti parole: «Allora chi è pazzo? Sono io quello pazzo.» Filmata nella scuola di formazione degli ufficiali, la troupe in mimetica danza allegramente su immagini di distruzione a Gaza. Questa follia omicida Israele la tratta con le droghe. Dopo tre anni di guerra, la “drug-nation”, ripiegata su sé stessa, è inquieta e impaurita. Nel centro di Tel Aviv, gli odori dell’erba impregnano le terrazze. La città, malinconica rispetto alle sue abitudini frenetiche precedenti al 2023, si abbandona allo sballo, ricreativo o medico, perché la maggior parte dei fumatori consuma cannabis su prescrizione. (1) Sono spesso ex militari, uomini e donne, rientrati da Gaza. Israele ama considerarsi il laboratorio dell’Occidente. Medici stipendiati dall’esercito mettono a punto trattamenti a base di droghe per curare i disturbi da stress post-traumatico (PTSD) delle migliaia di coscritti e riservisti che hanno prestato servizio a Gaza. In realtà, il termine “curare” non è del tutto esatto. La somministrazione di sostanze mira piuttosto a far dimenticare una guerra di cui soltanto giornalisti palestinesi hanno potuto testimoniare. Tra loro, fino a oggi, 262 sono stati uccisi da soldati israeliani. Hashish, erba, metanfetamine, funghi allucinogeni: dei 500.000 militari che hanno servito a Gaza, circa 40.000 vengono così “curati”. Il “Paziente 1” Prima di questo, l’unico paese che abbia drogato massicciamente i propri soldati — ma anche la propria popolazione — in una situazione di guerra fu la Germania di Hitler, a partire dal 1939. La pervitina, una metanfetamina euforizzante che dà una forte dipendenza, contribuì, scrive il saggista tedesco Norman Ohler, a mettere «il paese in surriscaldamento». Soldati, studenti, operai, macchinisti e perfino medici ne facevano uso senza riserve. «La pervitina è in sintonia con la Germania nazista», spiega Norman Ohler, e permise «l’ondata di autoguarigione nazionale» del popolo tedesco. I nazisti, pur ritenendo che la droga fosse un’invenzione dei medici ebrei, (2) la lasciarono circolare ampiamente, almeno fino al 1941. Milioni di persone ne facevano uso. Hitler stesso si faceva iniettare sostanze ogni giorno dal suo medico personale, che lo aveva maliziosamente soprannominato «Paziente 1». Oggi chiamata crystal meth, la pervitina continua a essere prodotta e venduta clandestinamente, come testimoniano i fans di Breaking Bad (3). Per Ruchama Marton, psicoterapeuta e psichiatra israeliana, fondatrice di Physicians for Human Rights, che combatte contro l’occupazione dei territori palestinesi e difende il diritto alla salute, «la cannabis non cura assolutamente nulla. Ti accompagna. Se sei di buon umore, accentuerà quello stato, ma se sei depresso, lo sarai ancora di più». Ian Hamel, medico generico a Tel Aviv, ritiene che «trattare con droghe persone che hanno conosciuto l’orrore a Gaza, o che provano vergogna per ciò che hanno fatto, sia miope. E gli effetti collaterali? E la dipendenza?». Anche il dottor Michael Zeitoun si preoccupa per gli effetti a lungo termine: «Le distruzioni e le morti, Israele aveva imparato a gestirle con gli attentati degli anni Novanta. Dopo Gaza è stato necessario passare al livello superiore. La droga è arrivata al momento giusto. Ma ci manca la prospettiva necessaria». Non è la prima volta che la psichiatria moderna sperimenta le droghe come strumento terapeutico, ma è la prima volta che lo fa in una situazione di guerra. «Per molto tempo la sindrome post-traumatica è stata considerata dagli psichiatri militari una forma di isteria», ricorda Ruchama Marton. «La psichiatria considerava l’isteria una malattia femminile, e i soldati definiti isterici venivano disprezzati. Qual era il trattamento? Bagni di ghiaccio, elettroshock. La crudeltà psichiatrica non li ha guariti, perché nulla, tranne la morte, poteva cancellare ciò che avevano visto. Alla fine spesso li rimandavano sul campo di battaglia affinché morissero.» Ordini imprecisi Per gli israeliani che continuano a combattere su più fronti, la guerra a Gaza si è trasformata in una gigantesca post-cura. Dina, una sottufficiale di 34 anni dal tono rabbioso, ha servito tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024 nella logistica. «Ho visto operatrici di droni che coprivano con delle coperte gli schermi di controllo e sceglievano così cosa vedere», evitando per esempio di guardare le distruzioni delle case. «Quando torni da Gaza», continua Dina, «c’è uno scarto tra ciò che senti e il modo in cui vieni accolto. Ti parlano di eroismo mentre sai di aver fatto cose immonde. Nelle basi i giovani fumano molto hashish, quindi poi…» Dina ha canalizzato la sua rabbia senza droghe né medicinali, al contrario di molti amici riservisti. Il suo impegno militante accanto alle famiglie degli ostaggi e dei refuznik (4) le è servito da terapia. Anche Tuli Flint ha servito per molti anni in Cisgiordania e a Gaza. Oggi appartiene ai Combatants for Peace, una ONG fondata nel 2005 composta da ex militari israeliani e resistenti palestinesi. Dottore in criminologia, ex ufficiale e psichiatra militare, riceve in un seminterrato dall’arredamento orientalista vicino alla piazza Rabin. Il suo sguardo è benevolo, ma indossa ancora la mimetica, come se il medico “di sinistra” non avesse del tutto abbandonato l’abito di guerra. «Molte persone vogliono risultati immediati, concreti, mirati, per “resettare” i traumi, che sono eventi che superano le tue capacità di tolleranza. All’inizio della guerra il trauma era più facile da trattare. Ma quando il conflitto si è intensificato, e con esso le polemiche, è diventato più complicato. Ci sono state le manifestazioni, le polemiche sugli ostaggi. I soldati sono tornati in guerra con meno convinzione. Hanno visto il tradimento dell’ideale, si sono sentiti soli di fronte al pericolo.» Secondo lui, il trauma dei soldati deriva anche dal fatto che hanno difficoltà a distinguere tra guerra e crimine di guerra. È sorprendente constatare, attraverso diverse testimonianze, che gli ordini ai soldati erano spesso vaghi e imprecisi, come se l’esercito non volesse esporsi troppo sul terreno. Lasciati a sé stessi, i soldati hanno commesso atrocità. «Per questi post-traumi non esiste guarigione», prosegue il dottor Flint. «Non esiste una soluzione magica, anche se alcune droghe come la MDMA possono calmare. Si può anche dire che la cannabis medica ha salvato la vita di persone con PTSD e ne ha stabilizzate molte, ma ne ha distrutte ancora di più. La cannabis calma ma non cura.» Con lucidità, il dottor Flint conclude che «non sono i PTSD che bisogna curare, ma piuttosto la colonizzazione e l’apartheid». Un paese di dipendenze Le cifre danno le vertigini. In generale, Israele è un paese di dipendenze. Nel 2017, il 27% della popolazione tra i 18 e i 65 anni aveva fumato almeno una volta erba o hashish nell’anno precedente, un record mondiale all’epoca. Secondo i dati del progetto Medspad, (5) il 14,8% dei ragazzi israeliani tra i 15 e i 17 anni aveva fumato cannabis almeno una volta, contro il 4,3% dei ragazzi egiziani. Per le metanfetamine tipo MDMA, il 3,5% dei ragazzi israeliani ne aveva fatto uso almeno una volta, al pari dei ragazzi algerini. Secondo un rapporto ufficiale israeliano, il 54% dei coscritti, prima di entrare nell’esercito, aveva già fumato cannabis o cannabis sintetica -una droga particolarmente diffusa nel Vicino Oriente. Secondo i dati raccolti da Natal, associazione specializzata nel trattamento dei disturbi post-traumatici, le dipendenze, per l’insieme della popolazione, sono aumentate fortemente dal 7 ottobre 2023: +180% per i sonniferi e soprattutto +70% per gli oppioidi prescritti. Questo fenomeno sta destando grande preoccupazione in Israele, che già nel 2020 si classificava al primo posto nel mondo per consumo di oppioidi, come il fentanil, osserva il dottor Nadav Davidovitch in un altro rapporto. (6) Il paese conta 10 milioni di abitanti, di cui 500.000 riservisti. Il professor Shaul Lev-Ran, fondatore del centro israeliano per le dipendenze, stima che tra il 30% e il 50% degli israeliani siano sotto l’influenza di una sostanza che crea dipendenza, contro uno su sette prima dell’autunno 2023. Israele autorizza inoltre la cannabis terapeutica da quasi vent’anni e ha allentato le regole sul suo utilizzo nell’aprile 2024, sulla scia della guerra a Gaza, poiché la pressione dei medici e dei loro pazienti si era fatta particolarmente forte. Nell’aprile 2026, 135.000 israeliani fumano cannabis prescritta dal medico. Almeno 8.000 ex militari ne hanno beneficiato nel 2024, altri 3.500 nel 2025, e il ritmo non sembra destinato a rallentare, visto che l’esercito ha anticipato che nel 2026 ci saranno tra i 5.000 e gli 8.000 soldati da trattare. Il dipartimento di riabilitazione del ministero della Difesa riceve circa 1.500 richieste mensili di riconoscimento di disturbi post-traumatici, secondo quanto riporta Times of Israël. (7) Lo stesso dipartimento segnala 78.000 infortuni da ottobre 2023, una parte significativa dei quali riguarda “traumi psicologici”. Come riporta l’Agence France-Presse (AFP), il professor Shaul Lev-Ran stima un aumento del 25% nel consumo di “farmaci da prescrizione, droghe illegali e alcol” negli ultimi tre anni. Il prezzo del silenzio Il problema è umano, ma anche economico: l’associazione Natal, che lavora sui disturbi da stress post-traumatico (PTSD) da trent’anni, stima il costo complessivo dei traumi legati alla guerra a Gaza in 500 miliardi di shekel nei prossimi cinque anni, pari a circa 145 miliardi di euro nel 2026. È più o meno l’equivalente del bilancio della salute mentale in Francia. Secondo uno studio dell’assicurazione sanitaria, il costo complessivo dei disturbi psichici in Francia, paese sette volte più popoloso, è stimato in 24,7 miliardi di euro all’anno. In Israele, dove l’ipercapitalismo è da una ventina d’anni il motore del sistema, i soldati vittime di disturbi post-traumatici negoziano indennizzi per compensare la perdita di reddito, poiché molti sono incapaci di riprendere un lavoro regolare. Attribuiti da commissioni specializzate composte da civili e militari, questi indennizzi permettono loro di restare a galla. Non si vuole in alcun modo assistere, come negli Stati Uniti dopo il Vietnam o l’Iraq, a veterani impazziti e abbandonati per strada. Le immagini di quegli ex soldati trascinati nella miseria, con carrelli della spesa stracolmi, hanno perseguitato a lungo l’America.Grandi film come Il cacciatore (The Deer Hunter, 1978) di Michael Cimino raccontano il dolore del ritorno alla vita ordinaria. In Israele, invece, nulla di simile: né libri né film, e si è già visto cosa ne sia stato della musica. Non bisogna permettere che qualcuno inizi a mettere in discussione quel pilastro dell’identità nazionale che è l’esercito, raccontando i crimini commessi a Gaza. Il silenzio ha un prezzo. Alcune commissioni stabiliscono il valore della «ferita morale», espressione comunemente usata per indicare i PTSD, mentre altre prescrivono droghe per cancellarne il ricordo. Per il momento, il sistema funziona. L’esercito israeliano, di solito così loquace, sull’argomento resta quasi completamente muto. Tuttavia, la questione degli indennizzi ai soldati traumatizzati sta diventando sempre più delicata. Se il governo considera già troppo elevato il costo di queste compensazioni, le famiglie dei «post-traumatici» giudicano invece insufficienti le somme ricevute. Oltre a devastare la vita familiare, la guerra li ha ridotti economicamente sul lastrico. Senza spendere una parola per i palestinesi — ma del resto in Israele quasi nessuno parla di loro — la moglie di un riservista tornato traumatizzato da Gaza sta pensando di creare un’associazione di familiari per ottenere risarcimenti più consistenti. È difficile non restare colpiti da questo fronte secondario della guerra. Un trauma nazionale Le moderne varietà di cannabis, prodotte in laboratorio e geneticamente modificate, hanno effetti estremamente potenti. Prescritte in Israele, vengono importate dal Canada e dagli Stati Uniti. Per i medici israeliani sono comunque preferibili ai cannabinoidi sintetici illegali, come il Nice Guy o il Dosa. Secondo un rapporto dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, queste droghe, facili da produrre, vengono fabbricate in particolare in laboratori situati a Costantina, in Algeria, e introdotte in Israele passando attraverso la Giordania. (8) Di fronte a queste sostanze economiche, ma altamente assuefacenti e particolarmente dannose per la salute, molti medici preferiscono utilizzare prodotti che danno altrettanta dipendenza ma il cui uso, a loro avviso, può essere controllato, piuttosto che lasciare migliaia di giovani perdere completamente il controllo — o peggio. Tra gli ex coscritti e riservisti passati da Gaza si registrano 22 suicidi nel solo 2025 (60 dall’ottobre 2023) e 279 tentativi di suicidio tra il 2024 e il 2025. Per far fronte all’ondata di disturbi post-traumatici, il ministero israeliano della Salute ha aperto, dal 7 ottobre 2023, quattordici nuove cliniche traumatologiche all’interno degli ospedali psichiatrici. Inoltre, le autorità fanno largo affidamento su associazioni come Natal. «I traumi erano un tabù nella società israeliana», spiega a Orient XXI Ifat Morad, portavoce dell’associazione. «Il nostro obiettivo è curarli e permettere alle persone di tornare alla vita. Offriamo tutto questo sotto un unico ombrello.» Questa organizzazione senza scopo di lucro, presente in tutto il paese, si definisce «apolitica» e conta tra i suoi 140 dipendenti e i suoi 1.100 terapeuti «ebrei, arabi e drusi». Propone trattamenti, anche basati sull’uso di droghe, e si occupa inoltre del reinserimento sociale. «Tra i pazienti post-traumatici esistono moltissime dipendenze da oppioidi, alcol e droghe sintetiche», aggiunge la psichiatra Liat Barnea. «Nel trattamento adottiamo un approccio integrato: la droga può far parte della terapia allo stesso modo di altri farmaci.» Liat Barnea preferisce parlare di «trauma nazionale» piuttosto che di «ferite morali». «È qualcosa di molto più ampio della guerra», spiega. «È il semplice fatto di vivere qui. La società è depressa e ha perso fiducia sia nel governo sia in sé stessa. Questo trauma nazionale nasce dal sentimento di una fiducia tradita. Per Israele è una questione vitale, perché rischia di provocare il collasso del paese.» All’interno di Natal, ogni militare viene seguito contemporaneamente sul piano terapeutico e su quello sociale. Il servizio sociale diretto da Shaked Arieli è cresciuto a una velocità impressionante: tre anni fa contava cinque dipendenti, oggi quarantacinque. «Nel mondo del lavoro non c’è posto per i tossicodipendenti», spiega, «eppure il ritorno al lavoro costituisce di per sé un obiettivo terapeutico.» «Li aiutiamo, ma li escludiamo» All’ospedale psichiatrico Merhavim, i soldati rientrati da Gaza vengono trattati con droghe molto potenti. Questo insieme di edifici bassi e ridipinti si trova in un parco collinare nella grande periferia di Tel Aviv, non lontano da Beer Yaakov. L’istituto, circondato da recinzioni, è ormai stretto tra eleganti palazzi residenziali di recente costruzione. Nuovi abitanti, una nuova stazione ferroviaria, nuove strade: tutto sta cambiando in questa zona d’Israele, che un tempo era una campagna abitata dalla popolazione araba. Gli edifici dell’ospedale erano originariamente una caserma britannica ai tempi del Mandato. «Molti ospedali psichiatrici sono ospitati in vecchie strutture militari inglesi o giordane», spiega il dottor Eran Harel, direttore dell’ospedale diurno. Questo giovane sessantenne dai tratti decisi e dallo sguardo diretto ci riceve nella stanza dove, insieme a due colleghi, somministra a pazienti volontari — selezionati in accordo con l’esercito — LSD (dietilamide dell’acido lisergico), MDMA, meglio nota come ecstasy, e psilocibina, derivato dei funghi allucinogeni. Conduce due protocolli sperimentali da trenta pazienti ciascuno, destinati a seguire diciotto sedute. Secondo lui, queste sperimentazioni sono promettenti. «Cerchiamo di capire come sostanze chimicamente diverse, come la MDMA o l’LSD, agiscano sul cervello. Nel caso di PTSD legati a un evento traumatico, il trattamento mira a modificare la percezione di ciò che i soldati hanno sentito, visto e compreso», spiega il medico. Anche Eran Harel, però, non crede all’efficacia della cannabis nel trattamento dei traumi. «Per il 90% dei traumatizzati di Gaza, il problema consiste nell’affrontare questa domanda: qual è il tuo grado di innocenza politica? In un paese dove esiste un addestramento ideologico basato sull’educazione, sui valori e sulla disciplina militare, il trauma individuale diventa una questione profondamente politica.» La psicoanalista Annette Feld, a Tel Aviv, condivide questa lettura: «La droga rappresenta una forma di debolezza: li aiutiamo, ma al tempo stesso li escludiamo. Perché la droga non risponde alla domanda fondamentale: di cosa sono malati?» Del loro paese, gravemente. E se questo non può essere detto, allora non può nemmeno essere curato. La colpa deve restare a Gaza A raccontarlo è Hofit X., una donna che incontriamo sulla terrazza semivuota di una pasticceria di Tel Aviv. Dice che «l’esercito le ha portato via il marito». Ben, quarantadue anni nel 2023, riservista, è tornato da Gaza profondamente traumatizzato e ha seguito una terapia a base di cannabis. «La mia famiglia sembra normale e da fuori non si vede quello che ci sta succedendo. Ma quando è tornato da Gaza era un altro uomo. Non riusciva più a concentrarsi, non riusciva ad alzarsi dal letto, viveva come chiuso in una bolla e ha iniziato a fumare». Ben, che si era offerto volontario fin dall’inizio della guerra, non combatteva in prima linea. «Entrava a Gaza di notte, nei convogli logistici, con la sensazione costante di essere vulnerabile e senza indicazioni chiare su dove andare. Il suo senso di colpa», racconta Hofit, «deriva dal fatto che pensa di aver forse ferito dei bambini.» Sebbene la stampa israeliana parli poco di questi temi, negli ultimi mesi sono emerse diverse storie simili. Il dottor Yossi Levi-Belz ha raccontato al quotidiano Haaretz che, durante il suo servizio nella riserva, ha «incontrato persone il cui compito consisteva nel contrassegnare le case da bombardare». «Nelle prime settimane, sotto lo shock [degli attacchi di Hamas dell’ottobre 2023] e con quel sentimento del “mai più”, agivano senza riflettere troppo. Più tardi, alcuni sono venuti da me e mi hanno detto: “Ho dato l’ordine di distruggere centinaia di case. Migliaia di persone sono state ferite per colpa mia.” In quel momento pensavano fosse necessario. Ma quando la nebbia si è dissipata, hanno capito: sono responsabile della morte di migliaia di persone. È lì che avviene la frattura — ed è una frattura profonda.» Da quando è tornato da Gaza, Ben non abbraccia più i suoi tre figli di otto, dodici e quindici anni. Era diventato completamente dipendente, ma con l’aiuto del suo psichiatra è quasi riuscito a disintossicarsi. Da allora ha compreso che «il suo male non può essere curato», aggiunge Hofit, sua moglie. Il senso di colpa è stato al centro anche del lavoro del terapeuta Ido Roth, lui stesso per anni forte consumatore di cannabis. Secondo Roth, «la cannabis aiuta a gestire l’ansia e la rabbia, ma soprattutto la colpa». Curando il senso di colpa dei soldati affetti da disturbi post-traumatici, sostiene il terapeuta, si evita che quei sentimenti si diffondano all’intera società. La colpa deve restare confinata a Gaza, perché se iniziasse a propagarsi, l’equilibrio stesso della società israeliana verrebbe messo in pericolo. «Nessuno è separato dalla propria famiglia e dal proprio ambiente sociale, da ciò che chiamiamo “atmosfera sociale”. Le persone affette da PTSD dicono: ho fatto o visto cose che non avrei dovuto fare o vedere. Ma davanti a quel pubblico che è Israele non possono dirlo, perché quel pubblico pensa che abbiano avuto ragione. Qui esiste una vera dicotomia.» La guerra e le sue conseguenze traumatiche — tanto per i soldati quanto per l’intera popolazione — hanno incrinato ciò che il professor Levi-Belz, psicologo ed ex riservista a Gaza, definisce «l’etica israeliana». La ferita morale agisce come uno squarcio dentro una tradizione guerriera: una lacerazione da cancellare nel fumo dell’hashish. Effetto opportunità La psichiatra Ruchama Marton contesta da decenni questa retorica guerriera israeliana, giustificata dal fatto che gli israeliani si percepiscono come vittime dei palestinesi. «Inventiamo favole. Cerchiamo di cancellare le macchie, persino quelle indelebili. Ma poiché nulla cancella davvero i crimini, bisogna aumentare le dosi. La ferita morale è un grande business e, alla fine, il capitalismo vince. Finiremo per dare droga a tutti.» Secondo la psicoanalista Annette Feld, la vittimizzazione è anche ciò che permette agli israeliani di liberarsi dal proprio senso di colpa. «Della guerra mostriamo ciò che è stato fatto a noi, ma non ciò che facciamo noi agli altri. I traumi attuali diventano patologici per accumulo. Ci sono stati i pogrom, poi la Shoah, e ora questa guerra. Si è installata una forma di continuità nella vittimizzazione. Il soldato che ha servito a Gaza riceverà empatia e compassione e sarà così dispensato dal dover spiegare ciò a cui ha partecipato. Nessuna soggettività, nessuna domanda, nessuna responsabilità: la droga cancellerà ogni traccia della guerra e, in un certo senso, completerà la distruzione di Gaza.» «Soffrono prima di tutto di cecità», aggiunge la psicoterapeuta Manal Abou Lak, palestinese cittadina d’Israele che lavora nel dispensario di Ramleh, non lontano da Tel Aviv. «La società ebraica coltiva la paura, la paura degli arabi. L’importante è che i palestinesi vengano cancellati. Come palestinese che lavora in un’équipe ebraica, non posso parlare di ciò che accade a Gaza: non interessa a nessuno. Io non esisto, quindi il mio trauma non esiste.» La incontriamo l’ultimo giorno della nostra inchiesta e ci rendiamo conto che Manal è la prima persona a parlarci davvero degli abitanti di Gaza. «Gli operatori sanitari cancellano il genocidio», commenta con amarezza e rabbia. «Conosco il caso di un soldato che si è suicidato perché non voleva tornare a Gaza; nessuno si è chiesto perché. Un altro soldato soffre di PTSD perché, dice lui, ha ucciso qualcuno per errore. Viene curato, quando invece dovrebbe essere processato.» E in effetti, se Israele preferisce dimenticare i propri crimini in nuvole di fumo, il paese sta anche promuovendo un vero e proprio modello terapeutico. Stati Uniti, Australia e Svizzera conducono sperimentazioni analoghe. Il presidente statunitense Donald Trump ha autorizzato, il 18 aprile 2026, la somministrazione di psicostimolanti con proprietà psichedeliche — tra cui l’ibogaina — agli ex soldati affetti da disturbi da stress post-traumatico. In Francia, racconta la giornalista Dominique Nora nel libro Voyage dans les médecines psychédéliques (Grasset, 2025), a Nîmes e Parigi si stanno sperimentando, su piccola scala, protocolli terapeutici a base di psilocibina, derivato dei funghi allucinogeni,. Natal vede in questo anticipo israeliano sull’uso delle droghe per trattare i PTSD dei soldati una vera opportunità strategica. Forte di trent’anni di esperienza che mescolano droghe, farmaci, assistenza psichiatrica e reinserimento sociale, l’associazione sta elaborando un modello terapeutico che esporta attraverso corsi di formazione in Germania e Ucraina.«In Germania», spiega la dottoressa Yifat Reuveni, «abbiamo organizzato una formazione per gli insegnanti della regione di Essen, per aiutarli a gestire lo stress dei bambini di fronte all’immigrazione e all’arrivo di altri bambini nelle classi…» E, conclude Annette Feld con la sua lucida amarezza in un paese devastato da ideologie mortifere, non bisogna dimenticare l’inno del Betar, il movimento sionista di estrema destra da cui deriva il Likud di Benjamin Netanyahu: «Nel sangue e nel sudore sorgerà per noi una razza fiera, generosa e crudele.» Note: (1) In pratica, la cannabis terapeutica è autorizzata in Israele dal 2007 e le norme che ne regolano la prescrizione sono state progressivamente allentate: una prima volta nel 2019 e, in misura ancora maggiore, nel marzo 2024, per far fronte all’afflusso crescente di richieste. (2) Nel libro L’Extase totale. Le IIIe Reich, les Allemands et la drogue (La Découverte, 2016), Norman Ohler racconta il successo della pervitina durante la Seconda guerra mondiale, il cui utilizzo fu incoraggiato dal regime nazista. (3) Creata da Vince Gilligan, questa serie cult — sviluppata nell’arco di cinque stagioni tra il 2009 e il 2013 — racconta la storia di Walter White, un professore di chimica del New Mexico malato di cancro, che decide di mettersi a produrre metanfetamine insieme a un suo ex studente. (4) Obiettori di coscienza israeliani che rifiutano di prestare servizio nell’esercito israeliano. Si veda Nous refusons. Dire non à l’armée en Israël, del fotografo Martin Barzilai, Libertalia/Orient XXI, 2025. (5) Il «Progetto mediterraneo d’indagine scolastica su alcol e altre droghe», finanziato dal Consiglio d’Europa, è stato avviato a Rabat nel 2003. (6) Nadav Davidovitch, Yannai Kranzler e Oren Miron, «Are We Nearing an Opioid Epidemic in Israel?», rapporto del Taub Center for Social Policy Studies, marzo 2023. (7) Sue Surkes, «En Israël, des organisations comblent le vide laissé par un système de santé mentale débordé», Times of Israël, 11 marzo 2026. (8) «Vue d’ensemble des marchés des drogues dans les pays de la Politique européenne de voisinage-Sud», Observatoire européen des drogues et des toxicomanies, 2022.
June 9, 2026
il Rovescio
Roma e Spoleto, giugno 2026: Fuori Alfredo dal 41-bis! Appuntamenti solidali
Riceviamo e diffondiamo: Scarica la locandina in pdf: fuori-alfredo-dal-41-bis-12-15-22-giugno-2026 Fuori Alfredo dal 41 bis Presenze solidali con Alfredo Cospito e con i compagni e le compagne a processo per la mobilitazione del 2022-’23 contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo Giugno 2026 Roma, venerdì 12 giugno Ore 09:00, nei pressi del Tribunale di Sorveglianza, via Triboniano. Udienza sul ricorso contro il rinnovo della reclusione in 41 bis nei confronti di Alfredo Cospito da parte del Ministero della Giustizia. Qui l’iniziativa in dettaglio: https://ilrovescio.info/2026/06/01/fuori-alfredo-dal-41-bis-presenza-solidale-in-occasione-delludienza-al-tribunale-di-sorveglianza-di-roma-12-giugno-2026/ Spoleto, lunedì 15 giugno Ore 08:30, piazza Pianciani. Udienza del processo sulla manifestazione del 1º novembre 2022 nei confronti di 20 imputati, tra cui Sara Ardizzone, morta in azione il 19 marzo assieme ad Alessandro Mercogliano. Qui l’iniziativa in dettaglio: https://ilrovescio.info/2026/06/04/spoleto-lunedi-15-giugno-appuntamento-fuori-dal-tribunale-a-fianco-di-alfredo-cospito-con-sara-e-sandro-nel-cuore/ Roma, lunedì 22 giugno Ore 11:00, piazzale Clodio. Udienza del processo sui fatti del 28 gennaio 2023 in piazza Trilussa e nel quartiere Trastevere nei confronti di 13 imputati, tra cui Sara Ardizzone. Per la solidarietà internazionale tra gli oppressi Contro tutti i padroni della guerra e dello sfruttamento Con Sandro e Sara, perché nulla sia stato vano
June 5, 2026
il Rovescio
Da Portella della Ginestra ad Amendolara, il filo nero della repubblica “fondata sul lavoro”
Riprendiamo e rilanciamo da https://pungolorosso.com/2026/06/03/da-portella-della-ginestra-ad-amendolara-il-filo-nero-della-repubblica-fondata-sul-lavoro/ questo ottimo articolo sull’orribile strage di Amendolara. Nella pagina originale del Pungolo rosso si trovano anche due consigli di lettura sulla questione del razzismo di Stato. DA PORTELLA DELLA GINESTRA AD AMENDOLARA, IL FILO NERO DELLA REPUBBLICA “FONDATA SUL LAVORO” La strage di braccianti afghani e pakistani di Amendolara è stata il solo momento di verità di un 2 giugno sommerso dall’ipocrisia di regime degli oligarchi convocati al Quirinale, con un codazzo di giullari, e dalla retorica “pacifista” dei bellicisti organizzatori della sfilata ai Fori imperiali – produttore, regista e primattore l’inamovibile d.c. Mattarella. Per spontanea associazione di idee, ci è tornata alla mente la strage di Portella della Ginestra, 1° maggio 1947. Erano passati solo pochi mesi dal referendum su repubblica o monarchia, addirittura pochi giorni dalla vittoria alle prime elezioni regionali del Blocco del popolo (PCI-PSI). Nella contrada di Piana degli Albanesi qualche centinaio di contadini poveri e braccianti festeggiavano con le famiglie e i loro dirigenti sindacali. Si ballava tra le bandiere rosse. La festa fu spezzata dalle raffiche sparate dalla banda di Salvatore Giuliano: 11 assassinati (tre di loro sotto i 15 anni), più di 50 feriti. Una strage di stato (sicuro il coinvolgimento dei servizi segreti). Bisognava stroncare sul nascere, nel sangue, la speranza di un’Italia democratico-repubblicana radicalmente differente da quella monarchico-fascista, nutrita da quei contadini senza terra e braccianti. Servizi segreti-agrari-mafia e, sullo sfondo anche gli Stati Uniti, collegati in un’azione esemplare per stroncare quella speranza per sempre, caso mai non fosse stata sufficiente la vile amnistia pochi mesi prima concessa alla quasi totalità dei gerarchi e criminali fascisti dal ministro della giustizia “comunista” Palmiro Togliatti. Quella amnistia, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 23 giugno 1946, fu il primo atto politico identificativo della democrazia post-fascista. Era necessario, sostenne Togliatti, “un rapido avviamento del Paese a condizioni di pace politica e sociale”. E dunque, scarcerazione di massa dei fascisti, servi prezzolati delle classi sfruttatrici. Di lì a poco, il Primo Maggio successivo, a Portella della Ginestra “anche le pietre bevvero sangue”… sangue di sfruttati. Ottant’anni dopo, si festeggia l’anniversario della repubblica con la strage di Amendolara. Non c’è bisogno di pensare ai servizi segreti come diretti mandanti. Ma sta di fatto che in questo nuovo crimine ci sono di mezzo ancora una volta la grande proprietà terriera e la mafia: quella piccola di importazione (pakistana) che forse pagherà qualcosa, e quella grande (la ‘ndrangheta) che non pagherà nulla, perché è al servizio delle grandi società che controllano la grande distribuzione e la produzione alimentare. Sono loro a fissare il prezzo dei prodotti alla fonte (si tratti di pomodori, fragole, agrumi, ortaggi), e questo prezzo è tale – in genere – che non consente se non salari da fame, vita in baracche o (come nel caso degli assassinati) in dormitori da dieci in due stanze, orari di lavoro e carichi di fatica fisica da antica schiavitù. E lo stato dov’è? Dalla stessa parte del Primo Maggio 1947. Infatti, era tutto noto a tutti: carabinieri, polizia, magistrati, sindaci, regione, parlamento, governo, vertici dello stato. Lo ammette “la Repubblica” di oggi: “La strage di Amendolara era già scritta nelle inchieste delle procure di Castrovillari, Matera e Potenza. Nelle relazioni delle forze dell’ordine. Nei dossier dei sindacati. Da anni tutti raccontano la stessa storia: quella di un nuovo caporalato pachistano e indiano radicato tra la Sibaritide, il Metapontino e la Puglia. Un caporalato che parla urdu e punjabi, ma che in realtà resta profondamente italiano, perché italiani sono quelli che guadagnano dagli schiavi”. Proprietari terrieri, imprese della commercializzazione, dei trasporti, le grandi bande mafiose, le banche (la vera Cupola) dove finiscono i proventi dello schiavismo, etc. Nelle parole, per una volta semplici e veritiere, del segretario regionale della Cgil: “Gli schiavi lavorano, i caporali controllano, i padroni guadagnano”. La stima è questa: “il business del lavoro irregolare e del caporalato in agricoltura vale circa 4,8 miliardi di euro l’anno”, fondato sull’”asse di ferro tra ‘ndrangheta e caporali: chi si ribella qui, muore”. Altre stime meno restrittive (Eurispes, ad es.) arrivano a 25,2 miliardi di euro – se fosse quest’ultima la stima giusta, sarebbero moltiplicate le ragioni di morte. E’ tutto noto a tutti: l’Istat certifica 117.000 lavoratori in nero nella Calabria, in larga misura in agricoltura. In Italia sono almeno 200.000 i braccianti costretti a lavorare nei campi in condizioni brutali, anche attraverso il ricatto del permesso di soggiorno. Ma non è necessariamente diversa la sorte per quelli che il permesso di soggiorno ce l’hanno, come i 4 bruciati vivi ad Amendolara. 80 anni dopo la Repubblica democratica del capitale “fondata sul lavoro” è sempre quella di Portella della Ginestra. Poco importa se oggi i suoi picciotti sono scuri di pelle e vengono da fuori (come gli ascari dell’esercito monarchico-fascista) – essa resta fondata, come ieri, sullo spietato sfruttamento del lavoro, in particolare del lavoro dei proletari immigrati. E la famosa legge 199 del 2016 contro il caporalato che punisce i caporali con la reclusione da 1 a 6 anni, prevede la confisca dei beni dei condannati e la responsabilità della aziende committenti? Perfino il trombone Saviano riconosce: “è sistematicamente inapplicata non per mancanza di cultura. Per scelta“. Per scelta delle istituzioni della Repubblica democratica, coerente con la propria natura di classe: da Portella della Ginestra ad Amendolara, proprietà privata dei mezzi di produzione e profitto non si possono toccare. Noi onoriamo per la loro ribellione a questo sistema di iper-sfruttamento protetto dallo stato i nostri fratelli di classe afghani e pakistani Fazal Amin Khogiamy (28 anni), Waseem Khan (29 anni), Safi Amjad (19 anni), Ismat Ullah Oiemi (19 anni) assassinati, e il loro compagno sopravvissuto Taj Mohammad (35 anni). Ancora una volta sono loro, dei proletari immigrati, a dare un esempio di combattività. Il momento in cui anche i proletari italiani sapranno essere alla loro altezza, verranno tempi duri per le mafie, le multinazionali e la repubblica dei padroni e dei parassiti che si è auto-festeggiata ieri ai Fori imperiali e al Quirinale.
June 5, 2026
il Rovescio
Spoleto, lunedì 15 giugno: Appuntamento fuori dal tribunale a fianco di Alfredo Cospito, con Sara e Sandro nel cuore
Riceviamo e diffondiamo: Qui in pdf: sempre al fianco di alfredo cospito 15 giugno 2026 Sempre al fianco di Alfredo Cospito Sara e Sandro, non vi dimenticheremo mai Spoleto, 15 giugno 2026 Lunedì 15 giugno si terrà a Spoleto un’udienza del processo che vede sul banco degli imputati alcuni tra coloro che scesero in piazza il 1º novembre 2022, accusati di aver partecipato a un corteo spontaneo che attraversò alcune vie del centro storico a seguito del presidio fuori dal carcere cittadino in solidarietà con il compagno anarchico Alfredo Cospito, allora al dodicesimo giorno del suo lungo sciopero della fame contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo. Un episodio senz’altro marginale, ma che rappresenta ancora una volta un’occasione per manifestare contro la detenzione del nostro compagno in questo regime di annientamento: è necessario tornare a mobilitarci contro l’estensione indefinita di questo trattamento vendicativo contro un prigioniero che non riescono a piegare. Una giornata che assume un valore particolarmente significativo in quanto si tratta della prima volta in cui si svolgerà un’udienza di un processo nel quale è imputata la nostra compagna Sara Ardizzone, morta tra il 19 e il 20 marzo insieme al compagno Alessandro Mercogliano nell’incidente avvenuto verosimilmente nel corso di una azione rivoluzionaria che stavano preparando. Ricorderemo Sara con la postura che la compagna ha sempre tenuto di fronte alle ingiustizie e agli inquisitori che si ergono a garanzia della loro perpetrazione. Mentre le tensioni internazionali ci trascinano sempre più rapidamente nell’abisso di un conflitto bellico su scala mondiale, con l’Italia – elmetto in testa – schierata al fianco della NATO, degli USA e dei sionisti su tutti i fronti, è bene ricordare come la repressione sia da sempre l’espressione più eloquente della guerra sul fronte interno, dove lo Stato e i padroni fanno di tutto per combattere i rivoluzionari e le classi oppresse. Porteremo con noi il ricordo dolce e l’esempio luminoso di chi è caduto combattendo per la sola guerra che è giusto combattere: quella contro ogni Stato, a partire dal nostro. Pace fra gli oppressi, guerra agli oppressori! Sabotiamo il fronte interno supportando i prigionieri della guerra sociale! Il 41 bis è un carcere di guerra. Vogliamo Alfredo Cospito fuori dal 41 bis! Sara e Sandro, non vi dimenticheremo mai. Ci vediamo lunedì 15 giugno 2026 a Spoleto per una presenza nei pressi del tribunale. Appuntamento in piazza Pianciani alle ore 08:30.
June 4, 2026
il Rovescio
Il compagno Paolo Todde è stato trasferito nel carcere di Oristano
Riceviamo e diffondiamo: Apprendiamo che il nostro amico e compagno Paolo è stato trasferito da due giorni dal carcere di Uta (Cagliari) a quello di Massama (Oristano). Seguiranno aggiornamenti Scriviamogli in massa per fargli sentire la nostra vicinanza! Paolo Todde c.c “Salvatore Soro” Loc. Su Pedriaxiu Massama, SNC 09170 Massama (OR)
June 4, 2026
il Rovescio
La parola ad Alfredo, 2. Trascrizione della testimonianza (Bologna, 18 maggio 2026)
È con grande piacere ed emozione che riceviamo e diffondiamo questa trascrizione della  deposizione di Alfredo Cospito al tribunale di Bologna dello scorso 18 maggio. Parole intelligenti e acuminate oltre che toccanti, che ci forniscono molti spunti di riflessione: sulla natura del regime carcerario 41-bis, sulla minaccia che esso rappresenta per tutti i movimenti di opposizione, sulla capacità delle lotte di sventare gli attacchi del nemico e rispedirli al mittente… Come in precedenti occasioni, ci sembra il caso che queste parole restino a lungo visibili sul nostro sito, così da ridare il più possibile al compagno Alfredo Cospito la voce che gli è stata tolta. L’ultima volta che Alfredo aveva potuto parlare era stato durante un’udienza dell’Operazione Sibilla. La sua presa di parola è leggibile qui: https://ilrovescio.info/2025/01/19/questa-e-la-lebbra-che-chiamate-civilta-parole-vive-dalludienza-preliminare-dellop-sibilla/ (vi si trova, insieme a quelle di altri compagni, anche l’ormai celebre dichiarazione della compagna Sara Ardizzone). Solidarietà ad Alfredo Cospito! Fuori Alfredo dal 41-bis! Qui in pdf: la parola ad alfredo! LA PAROLA AD ALFREDO! Trascrizione della testimonianza Bologna, 18 maggio 2026 In occasione della seconda udienza del processo a carico di sei compagnx, imputati per una serie di episodi inerenti la mobilitazione contro il 41 bis e l’ergastolo, tra i testimoni della difesa è stato ascoltato Alfredo Cospito, in video collegamento dal carcere di Bancali. Per poter rendere meglio leggibili le preziose parole di Alfredo e poterle diffondere anche fuori da quell’aula, abbiamo ridotto al minimo tutti gli interventi dellx altrx interlocutorx. Anarchicx -------------------------------------------------------------------------------- Alfredo inizia con la richiesta che gli venga ridato il foglio con i suoi appunti sequestratogli dai secondini prima di entrare in collegamento. La giudice, dopo aver chiesto al secondino se il sequestro fosse dovuto a disposizioni interne connesse al suo trattamento carcerario e ottenendo in risposta un imbarazzante silenzio, accoglie la richiesta di Alfredo e chiede alla guardia in questione di farglielo riavere trattandosi di suoi appunti per la testimonianza. Di fatto però gli appunti non gli verranno ridati. L’avvocato dei compagnx imputatx spiega ad Alfredo che è stato indicato come testimone della difesa in questo processo, poiché le sue condizioni detentive e la sua protesta hanno creato un acceso dibattito pubblico e i fatti contestati aglx imputatx attengono a manifestazioni di vicinanza e solidarietà nei suoi confronti. Pertanto gli farà alcune domande relative appunto alla sua condizione detentiva e allo sciopero della fame da lui intrapreso. Da quanto tempo è detenuto e in quale regime? Sono detenuto dal 2011 ma sono quattro anni, scattati proprio adesso, di 41 bis. Diciamo che nella mia vita ho fatto varie forme di carcere, dal carcere normale, all’Alta Sicurezza. Il 41 bis è l’ “abiettizzazione” del carcere, qui ne ho visto l’essenza stessa, con il tentativo di annientare l’individuo tagliando ogni tipo di comunicazione. Nell’Alta Sicurezza sono stato a Ferrara e poi a Terni. Nel 2022 vengo direttamente trasferito qui a Sassari, in 41 bis. Decide in quel momento di intraprendere lo sciopero della fame? Per quale motivo? Certo, quasi immediatamente. Per spiegare le mie motivazioni, innanzitutto vorrei dire una cosa, secondo me, inerente alla domanda che mi ha fatto. In questo momento per me è abbastanza emozionante essere qui, perché l’ultima volta che mi hanno tolto la mordacchia, la benda, è stato un anno e mezzo fa, quando ho potuto vedere delle facce amiche di compagni, perché qui l’isolamento è costante. Un anno e mezzo fa da quella parte c’era Sara e c’era Sandrone, che sono morti, e proprio questo isolamento non mi permette neanche di dare la mia solidarietà a tutti quei compagni che amavano Sandrone e Sara quindi do tutta la mia solidarietà a questi compagni. È l’unico modo, per esempio, che ho di esternare questo, perché qui l’isolamento è totale, assolutamente totale. Per esempio nel 41 bis ci sono delle sezioni di quattro persone, di quattro celle isolate. Ci sono persone che hanno ergastoli ostativi qui dentro che, per anni e anni, non vedono più l’erba, un albero, è realmente una cosa abbastanza traumatizzante, ma la cosa che mi ha fatto veramente iniziare lo sciopero della fame è che questa specie di stato di eccezione che è il 41bis sta diventando veramente regola… uno strumento nelle mani dello Stato. Per capire perché ho iniziato lo sciopero della fame, bisogna capire, avere una minima idea di cos’è questo sistema carcerario. Per farvi un’idea: in questo momento, soltanto per venire in questa cella ho dovuto attraversare dei corridoi, come nel Miglio Verde, dove c’è la guardia che urla “Uomo morto che cammina”. La stessa cosa è qui, mentre cammino nel corridoio che è nello sprofondo, sotto il livello della terra, le guardie che stanno affianco a te urlano “Prima, seconda..” perché tu mentre attraversi il corridoio non devi vedere nessun essere umano, nessuno ti deve parlare. Ci sono sezioni di un isolamento mai viste in vita mia, in tutta l’esperienza carceraria che ho fatto. Ogni sezione è di quattro sole celle e tu puoi avere rapporti soltanto con quattro persone quando vai all’aria. L’aria è una vasca di cemento con delle sbarre di ferro che non vedi neanche il cielo. Di solito le persone che sono al 41 bis dopo tanti anni sono delle persone alienate, non hanno più voglia di parlare, neanche più escono dalla prigione. La cosa che mi ha veramente colpito e mi ha portato a fare lo sciopero è vedere le persone qui dentro per le quali veramente l’ergastolo è ergastolo. Sono persone che da vent’anni, qui dentro, davvero non hanno mai visto un albero, non hanno mai visto un filo di erba. È una sensazione realmente terrificante, la censura è totale; nel mio caso la censura, il senso del 41 bis, è proprio non farti parlare, non farti scrivere e neanche leggere. Ovviamente devo fare processi e processi per avere un libro. Addirittura per sentire la musica ci ho messo due anni ad ottenere, attraverso dei processi, la possibilità di avere un lettore cd. La musica che ascolto tentano di bloccarmela perché dicono che è contro il patriarcato, che sono canzoni che esaltano il femminismo quindi fanno ricorsi e ricorsi per non farmi ascoltare musica o farmi leggere libri. Senta, quanto è durato il suo sciopero della fame? Credo il mio sciopero della fame sia durato mesi, esattamente centosessanta giorni [in realtà è durato dal 20 ottobre 2022 al 19 aprile 2023, quindi circa centottanta giorni]. Dopo un bel po’ sono stato portato a Opera, per le mie condizioni di salute, perché lì c’è un reparto medico. Lì mi sono reso conto della situazione. Era pieno di persone anziane, quasi tutte con l’Alzheimer che non si ricordavano neanche chi erano o dove si trovavano, tutte in 41 bis, che andavano in giro con la carrozzella, con il catetere, si pisciavano e cagavano addosso. Però capiamoci, se volete realmente sapere le motivazioni dello sciopero io avevo addosso la quasi certezza dell’ergastolo ostativo e grazie alle manifestazioni dei compagni fuori e alla loro mobilitazione in qualche modo sono stati costretti a togliermelo, perché era veramente assurdo. Mi avevano dato l’ergastolo per una serie di attentati dimostrativi. La cosa che mi ha più motivato e mi ha fatto rischiare la vita sino quasi alla fine è stato che loro vogliono estendere e rendere questo stato di eccezione una regola. La militarizzazione in questo periodo di guerra veramente si vede in modo lampante qui e la volevano estendere oltre. Già ci sono dei compagni delle Brigate Rosse, tre compagni al 41, però volevano estenderlo al movimento e hanno iniziato con me, con l’anarchico, perché è più facile poi, una volta che mettono me, iniziare ad allargare. Quindi, mi sono detto, “È sopravvivenza”, ho cercato di bloccare questo processo che era iniziato e in quel momento lì mi è sembrato si fosse bloccato, effettivamente lo è. Adesso il 41bis rimane con le restrizioni che ha, però ultimamente ho visto aumentare il numero delle persone che entrano qua dentro per motivi anche abbastanza futili, ho visto persone entrare perché avevano nell’Alta Sicurezza il telefonino o… non ci sono più quei “boss” che c’erano prima. Successivamente allo sciopero della fame, ha potuto notare un ulteriore irrigidimento nelle condizioni detentive? Allora secondo me ci sono state sicuramente delle ritorsioni. Però durante il periodo dello sciopero queste ritorsioni si erano allentate. La posta mi arrivava a frotte, ma lì dipende all’attenzione dei media. Ci sono stati tanti fenomeni all’interno del 41 bis che ho notato, legati anche alla mia lotta. La prima cosa di cui mi sono reso conto è l’influenza che questo governo, attraverso Delmastro, ha avuto rispetto sia alla volontà del DAP che alla direzione del carcere. Per esempio sapendo che dovevano venire dei parlamentari a incontrarmi, nella loro ottica miseramente politica, per usare il 41bis come loro strumento, qualche giorno prima che questi parlamentari arrivassero mi hanno trasferito in un’altra sezione dove c’erano dei boss, così poi potevano rinfacciarmi questa cosa, perché dove stavo prima io c’erano persone che avevano una caratura molto molto minore. Poi grazie all’aver incontrato questi personaggi – tra i primi ad entrare al 41bis – mi sono reso conto che il 41bis, almeno agli inizi, non è servito tanto per non far comunicare i prigionieri con l’esterno, ma per zittire quelle persone che hanno avuto rapporti con lo Stato italiano in passato, con cui hanno fatto accordi, accordi che sono stati spesso non rispettati e adesso li hanno seppelliti qui dentro per non farli parlare. Ho iniziato lo sciopero della fame quando mi sono reso conto del meccanismo assurdo in cui mi trovavo che, oltre ad essere liberticida, usa le persone come strumenti politici per dare addosso a una corrente o all’altra… insomma il motivo è questo. Vorrei chiederle se lei attualmente riceve lettere o può scrivere lettere. In questo momento non ricevo più lettere. Una volta mi venivano notificate, sequestrate e non date, adesso invece non mi vengono neanche più notificate, spariscono. Sono certo che arrivano ma non… eh, sono tipo mesi che non ne ricevo. Adesso ne ho ricevuta una dell’altro anno, dicembre del 2025. Per quanto riguarda la possibilità di lettura, lei ha fatto delle richieste e le sono stati negati dei libri, anche quelli indicati nella lista da cui potrebbe attingere? Questo, diciamo, è un fatto che io conosco perché è stato reso pubblico. Ecco questo non lo sapevo grazie… perché l’isolamento qui dentro è notevole. Sì i libri ultimamente mi vengono bloccati. Allora vi spiego, qui c’è la possibilità di avere libri dalla biblioteca, la piccola biblioteca di sezione del 41bis, quelli mi vengono dati. Poi, dopo qualche anno, sono riuscito a ottenere anche la possibilità di usufruire della biblioteca centrale del carcere. Ho avuto due volte libri da questa biblioteca, dopodiché le mie domande non sono state più soddisfatte, sono state ignorate, infatti ho fatto causa. Quando compro dei libri ogni tanto mi vengono bloccati, ad esempio ultimamente mi hanno bloccato un libro sulla meccanica quantistica, uno sulle sette eretiche dell’inizio del cristianesimo. Sembrano delle ripicche, però fanno da scarica-barile: il comandante dice che la colpa è della direttrice, la direttrice probabilmente dirà che è il DAP, quindi non si sa. Posso dire che secondo me chiaramente sono ritorsioni, posso dire che non hanno voglia di comprarli, però in realtà i libri qui vengono comprati. L’obiettivo è quello di sfiancarti, di isolarti totalmente, hanno iniziato col tagliarmi totalmente qualunque tipo di comunicazione con l’esterno e adesso addirittura cercano di impedirti di leggere libri. Devi stare lì davanti al televisore come un idiota 24 ore su 24 o usufruire dei libri della biblioteca che sono pochissimi. Anche quando chiedi qualcosa al tribunale di sorveglianza, che poi alla fine dopo tanto, un anno o due riesci a ottenere, certe volte non vengono neanche rispettate le cose del tribunale. Ho dovuto lottare quattro anni per ottenere l’abbonamento a “Le Scienze”. Però questo è parte di quel meccanismo di isolamento che per me è importante, è fondamentale rispetto a questo tipo di carcerazione che ha come obiettivo la tortura. Qui dentro le persone sono messe semplicemente per farle parlare quindi devono essere torturate in questo modo qui, è una cosa che è riconosciuta anche dall’Unione Europea a quanto pare. Sono delle leggi speciali fatte in un determinato periodo che adesso stanno diventando regola. E la motivazione è che in determinati momenti una democrazia tenderà a diventare più democratura perché queste leggi stanno iniziando ad essere adottate. L’hanno messa nei miei confronti, l’hanno messa in passato nei confronti dei compagni delle BR, poi inizieranno a portare quelli dell’Alta Sicurezza qui, stanno iniziando a costruire carceri in Sardegna, Sardegna già militarizzata, vogliono costruire altri 41. Quindi è come un cancro all’interno. Anche gli stessi giuristi, io non credo a quel tipo di… però anche gli stessi giuristi lo dicono che il 41bis è un’anomalia che sta dirompendo. E il mio sciopero della fame è stato un modo di attirare l’attenzione. Mi dispiace che molti compagni adesso stanno scontando e rischiano mesi e mesi di galera, anni di galera, però penso realmente ne valga la pena rispetto a quello che lo Stato sta facendo, è un punto veramente importante perché è un’arma micidiale in mano ad uno Stato. Qui dentro per esempio la foglia di fico della Costituzione, della democrazia di diritto, non esiste. Qui cos’è la democrazia, è chiaro, lampante, è una questione di forza, il più forte vince su quello più debole. Qui non hai diritti, hai soltanto proibizioni e anche quei pochi diritti che hai non vengono neanche rispettati perché si attaccano alla burocrazia… Per esempio adesso per vietarmi la lettura dei libri si stanno inventando che devono controllare i libri, ma sono i libri che vanno a comprare loro, perché qui libri per posta non se ne possono ricevere, quindi sanno benissimo che i libri che comprano loro stessi in libreria non hanno messaggi dentro, semplicemente serve a fiaccare. Poi chiaramente c’è uno scontro tra me e l’istituzione, il DAP e anche questo governo che chiaramente fa in modo che ci siano delle ritorsioni, delle pressioni… Questo governo e sicuramente quello che viene dopo, perché nessuno mette in discussione il 41, perché è fondamentale. Scusate la confusione però non avendo il foglio… che dopo un po’ il 41 ti rincoglionisce, perché l’isolamento dopo un po’… parli sempre delle stesse cose… Lei ha percepito che le manifestazioni di solidarietà dall’esterno abbiano portato in qualche modo un contributo anche all’interno e anche alla sua condizione? Sì, nel mio caso posso dire tranquillamente che mi ha salvato la vita. Adesso ho un fine pena che sarà quando avrò 72 anni. Se non c’era tutta quella pressione fuori mi avrebbero tranquillamente confermato l’ergastolo ostativo che era una roba assolutamente certa, l’attenzione ha fatto in modo che non potessero giocare così sporco. La situazione dentro il carcere è rimasta esattamente la stessa, però va bene, non è che me ne lamento, nel senso qui comunque ho deciso di combattere anche per gli altri che stanno qui dentro che non hanno voce, che non riescono neanche a esprimere dei concetti. La vita di un prigioniero anarchico è sempre quella di cercare di cambiare le cose anche per gli altri e io non faccio distinzioni tra un mafioso o uno spacciatore… per me un prigioniero è un prigioniero. Quindi secondo me è un problema che riguarda un po’ tutti perché, se questa cosa si estende, l’obiettivo è usarla poi quando servirà, per reprimere i movimenti sociali, questo è talmente lampante. E comunque saluto tutti i compagni che mi stanno vicino. Attualmente le è stato riconfermato il 41 bis. Come si sente e che tipo di comunicazione a riguardo ha ricevuto e rispetto al fuori, che notizie – anche tramite quotidiani o altro – è riuscito a ricevere? La cosa strana è che il 41 mi è stato riconfermato con un mappazzo di quasi novanta fogli, anche ai “super boss” di solito lo riconfermano con due paginette. Qui sono tutti sorpresi perché è la più grande riconferma della storia del 41bis, neanche a Totò Riina hanno fatto ottanta pagine… Praticamente lo Stato italiano mi ha aggiornato con questi fogli di tutte le lotte che ci son state nel mondo di cui non sapevo niente. Perché lo scopo del 41bis è l’isolamento, mentre invece grazie a Piantedosi, a Nordio c’è proprio un aggiornamento fitto di tutte le azioni successe, in Indonesia, la solidarietà data me… un po’ tutto, il compagno in Grecia che è morto, a cui do la solidarietà, come a tutti i compagni greci. Cose di cui qui dentro ero assolutamente all’oscuro. Questo per far capire le contraddizioni di questo sistema. Nel mio caso, invece di isolarmi dal contesto, in qualche modo mi hanno reso ancor più pericoloso, credo, rispetto al sistema. Hanno esaltato la mia figura, mi hanno fatto da cassa di risonanza. Perché quando stavo in AS avevo i contatti con i compagni però non avevo un’influenza così forte. Da quando sono al 41bis invece… beh questa è una cosa buona del 41, le mie parole comunque poi sono girate di più, quindi nel mio caso c’è un po’ questo paradosso. Paradosso che è addirittura scritto nei fogli che ho letto. L’ultima volta che avevano discusso il 41 avevano dato pareri positivi perché uscissi, dopo è stato riconfermato secondo me come ritorsione e adesso che le mie parole girano dicono che ho un’influenza maggiore, non so loro cosa intendono con influenza rispetto agli anarchici dato che noi ragioniamo individualmente… comunque dicono che ho un’influenza maggiore quindi anche se prima non ero pericoloso adesso il 41 mi ha reso pericoloso… insomma il cane che si morde la coda. Comunque rispetto a tutti quelli che sono al 41 adesso e anche in passato, ho avuto il più grande fascicolo informativo mai visto, l’ha detto sia chi me l’ha consegnato, sia gli altri detenuti con cui ho parlato, sia gli avvocati. È una cosa abbastanza indicativa di quello che è diventato il 41, una specie di involucro vuoto che non sanno neanche più a cosa serve… Serve, sì, serve come un’arma a disposizione quando le condizioni sociali muteranno e allora potranno censurare qualunque tipo di dissenso. Perché nel mio caso è indubbio che sto qui dentro semplicemente per quello che dico, non per quello che faccio, quindi per le mie parole.
June 4, 2026
il Rovescio