Luci da dietro la scena (XXXV) – Di certi Protocolli e della loro reale funzioneQui in pdf: Luci da dietro la scena (XXXV)
Luci da dietro la scena (XXXV) – Di certi Protocolli e della loro reale funzione
Un’opera che non poteva essere tollerata
Nel 1864, lo stesso anno in cui viene fondata a Londra l’Associazione
Internazionale dei Lavoratori, Maurice Joly scrive e pubblica il suo Dialogo
agli Inferi tra Machiavelli e Montesquieu. Ex-ragazzo ribelle, procuratore
legale e futuro esule, osserva con estrema lucidità la messa in opera dei nuovi
meccanismi del potere.
Machiavelli è qui il portavoce del dispotismo moderno: espone cinicamente i suoi
scopi, i suoi procedimenti e il loro sviluppo storico. Inizialmente la forza
bruta, il colpo di Stato militare, il rafforzamento della polizia e
dell’esercito, la preminenza degli alti funzionari sugli eletti, e
l’allineamento dei magistrati, dell’università, della stampa.
Ma la forza, ostentatamente dispiegata, suscita sempre delle forze contrarie.
Non viene utilizzata che per modificare in alcuni anni le istituzioni, la
Costituzione, e per creare forme legali per il nuovo dispotismo. Così la
carcerazione dei giornalisti deve essere rapidamente sostituita con disposizioni
economiche sulla stampa e con la creazione di giornali devoti al governo. Una
tale tribuna associata ad astute divisioni in circoscrizioni elettorali consente
di mantenere una tirannide eletta a suffragio universale.
Per farla finita con tutte queste forme di opposizione, di partiti, di
consorterie, di trame, di complotti, che davano tanto fastidio agli antichi
despoti, lo Stato moderno deve creare esso stesso la propria opposizione,
rinchiuderla entro forme adeguate, e attirarvi i malcontenti. […]
Un ultimo meccanismo regolatore garantisce infine la perpetrazione del nuovo
regime: una tale società sviluppa velocemente nei suoi membri un insieme di
qualità che lavorano per essa: la viltà, l’asservimento e il gusto per la
delazione sono allo stesso tempo i frutti e le radici di questa organizzazione
sociale. Il cerchio si chiude.
La forza bruta impiegata dalle antiche tirannie non ha dunque più ragione
d’essere, tranne che in rare circostanze. Nel tempo del macchinismo si sanno far
lavorare le forze ostili a mezzo di dispositivi adeguati. Si può perfino
utilizzare la loro energia assertiva per assoggettare quelle che potrebbero
sorgere. Questa autoregolazione è alla base di tutte le società veramente
moderne.
Di fronte a questo nuovo potere, nell’opera di Joly personificato da
Machiavelli, cosa rappresenta Montesquieu? Gli antichi princìpi politici, morali
e ideologici di uomini che, un secolo prima, si preparavano ad assumere la
direzione della nuova società. Il genio di Machiavelli consiste nel citare
volentieri Montesquieu: l’attuale dispotismo non è in nulla in contraddizione
con quei fondamenti e quell’ideologia.
Il nostro XX secolo ha riccamente illustrato la tesi di Joly. Ma si avrebbe
torto a evocare qui le molteplici dittature totalitarie in cui l’esercito e la
polizia si mostrano ovunque, in cui i tiranni non dissimulano ancora il loro
potere. Il modello descritto da Joly è precisamente al di là di questa fase
storica: è quello del Capo di Stato eletto a suffragio universale, quello degli
alti funzionari inamovibili, quello delle consultazioni elettorali che
mascherano la vera cooptazione del personale politico. Questo tipo di governo
non è quello del partito unico, bensì quello degli pseudo scontri tra partiti
politici che parlano “tutti i linguaggi” del Paese, quello dei falsi complotti
organizzati dallo Stato stesso, quello infine in cui l’apparato educativo e
mediatico, nelle mani dello stesso potere, mantiene un tale avvilimento degli
spiriti e dei costumi, che non vi è più alcuna resistenza possibile. Il sistema
di governo descritto da Jolly è quello del complotto permanente occulto dello
Stato moderno per mantenere indefinitamente la servitù, sopprimendo, per la
prima volta nella storia, la coscienza di questa infelice condizione.
Una tale opera non poteva essere tollerata da uno Stato moderno ancora fragile.
Non lo è stata. Stampato in Belgio nel 1864 e introdotto clandestinamente in
Francia, Il Dialogo agli Inferi viene immediatamente sequestrato dalla polizia e
il suo autore imprigionato a Sainte-Pélagie. Nello stesso anno, una traduzione
tedesca tenta di diffondere altrove questo testo. Nel 1868 nuova stampa
francese, sempre in Belgio. In seguito, il libro apparentemente sparisce per 80
anni, sconosciuto a tutti, tranne chiaramente che ai servizi di polizia che lo
hanno sequestrato.
L’interdizione poliziesca di quest’opera non era tuttavia risposta degna di un
potere moderno del quale Joly aveva descritto il funzionamento; e innanzitutto
perché una tale risposta era insufficiente nei confronti di un testo a proposito
del quale l’autore fa notare che è non solamente un’opera individuale, ma che è
già il frutto di una corrente di pensiero quasi impersonale. Ecco una forza
pericolosa che si può certamente arginare in modo brutale in un primo momento,
ma che un vero Stato moderno deve poter manipolare e far lavorare a proprio
vantaggio. Cosa sono diventati questo libro e questa consapevolezza del
complotto permanente occulto durante tutti questi anni in cui nessuno ha
ritenuto opportuno ripubblicarlo?
Al cuore della controrivoluzione mondiale del XX secolo
All’inizio del nostro secolo compare a Mosca uno straordinario pamphlet, che
diventerà ben presto un best-seller, e sarà il libro più venduto al mondo dopo
la Bibbia: I Protocolli dei Savi di Sion.
L’origine di quest’opera è oggi nota: è una falsificazione del Dialogo agli
Inferi di Joly, secondo un procedimento che i situazionisti francesi chiameranno
più tardi una “maspérisation” (dal nome di un editore parigino che si era reso
famoso in quest’arte). Tale procedimento, che consiste nell’impadronirsi di un
testo importante, nel cambiarne alcune parole, nel sopprimere qualche frase,
nell’intercalarne altre, permette di conservare la struttura di un’analisi
(della quale si sa che incontra già troppi spiriti disposti a comprenderla) ma
di modificarne il bersaglio e di portare così una corrente di opposizione, che
rischierebbe di diventare pericolosa, verso azioni inoffensive o persino utili
ai manipolatori. Permette di accattivarsi gli spiriti per poi fuorviarli,
illustra precisamente il procedimento esposto nel Dialogo agli Inferi: parlare
tutte le lingue allo scopo di deviarne il corso.
Joly è dunque vittima di quella manovra che aveva denunciato. Nei Protocolli dei
Savi di Sion si conserva l’analisi del Dialogo, la requisitoria contro il
complotto totalitario occulto, l’esposizione precisa dei suoi mezzi convergenti,
finanziari, politici, polizieschi e mediatici. Ma il complotto statale per il
mantenimento dell’ordine è sostituto da un preteso complotto ebreo teso a
impadronirsi del potere mondiale. Il testo falsificato si presenta come il
verbale di una riunione ultrasegreta di capi della cospirazione ebrea.
Qualificare, come è stato fatto in seguito, un tale procedimento come “plagio”,
lascia intendere che si tratterebbe in qualche modo di una vaga truffa
letteraria ai danni di un infelice autore. Aggiungere che si tratta di “falso” e
di una “mistificazione” permette di scagionare, con sollievo o rammarico, la
malignità giudaica, e di concludere che insomma non vi è complotto, se non,
forse, contro i soli ebrei. In verità, questa falsificazione di un testo
effettivamente importante non è che l’aspetto superficiale di una manovra ben
più generale che è al cuore della controrivoluzione mondiale del XX secolo.
Le condizioni di creazione e diffusione dei Protocolli permette di seguire i
grandi movimento di questa storia.
La contraffazione poliziesca di un’agitazione rivoluzionaria
La prima edizione esca a Mosca nell’agitazione rivoluzionaria di inizio secolo.
Henri Rollin esita tra l’attribuirne i meriti alla polizia segreta dello Zar, la
famosa Okhrana, e alla principale opposizione ultrareazionaria basata sulla
grande proprietà fondiaria (H. Rollin, L’apocalypse de notre temps, ed. Allia,
1991). In ogni caso i suoi due primi editori sono noti: Krouchevan e Boutmi sono
cofondatori delle “centurie nere”, organizzazione paramilitare incaricata di
armare sicari per assassinare alcuni democratici e socialisti. Durante la prima
controrivoluzione russa del 1905, l’opera è diffusa massivamente e il
metropolita di Mosca ne ordina la lettura in tutte le chiese della capitale. Poi
la sua diffusione rallenta e il libro esplode nuovamente nel 1917. I milieu
dell’emigrazione russa lo portano nei loro bagagli mentre si instaura
nell’antico impero degli Zar un potere apertamente dittatoriale.
Nel corso dell’intenso fermento rivoluzionario che segue al primo conflitto
mondiale, i Protocolli sono tradotti in una quarantina di lingue e diffusi in
tutta Europa, negli Stati Uniti e in Giappone. Vi accreditano la voce, diffusa
da altri emissari, che i democratici e i socialisti non sono che agenti pagati
da una cospirazione ebrea internazionale per impadronirsi del governo del mondo.
È uno degli strumenti della propaganda nazista, inizialmente in Germania, nelle
condizioni rivoluzionarie che seguono al crollo dell’Impero, poi nella sua
guerra contro i paesi a regime parlamentare. Tanto che Henri Rollin, agente dei
servizi segreti francesi, si permette di rivelarne nel 1940 l’inganno e
l’origine. Il suo libro viene quasi immediatamente sequestrato dalla polizia
tedesca e mandato al macero.
Dopo il 1945, l’impero europeo ridiviene “liberale”. È riuscito a distruggere o
riassorbire le vecchie energie rivoluzionarie, grazie al lavoro efficace dei
partiti stalinisti e dei loro compagni di viaggio. I Protocolli perdono allora
la propria efficacia e non sopravvivono più se non in qualche setta di riserva.
Hanno trovato un nuovo terreno di manovra nell’agitazione del terzo mondo che
segue, dalla fine della guerra, al crollo degli antichi imperi coloniali, e in
particolare nei paesi arabi dove dal 1951 non hanno cessato di essere
ripubblicati e diffusi.
Recentemente infine, la sparizione dell’impero sovietico – e il terribile
marasma economico che l’accompagna – ha visto riapparire il pamphlet, nel luogo
stesso del suo parto, sventolato e diffuso da curiosi emissari, davanti a
compiacenti giornalisti.
I Protocolli dei Savi di Sion sono stati una delle opere di riferimento del
moderno antisemitismo, la cui reviviscenza alimenta ancora periodicamente la
problematica mediatico-universitaria. Si tratterebbe, ci viene detto ora, di una
falsa teoria creata e diffusa da una “paranoia collettiva” uscita perfettamente
armata di decine di milioni di cervelli malati. Ci mettono dunque saggiamente –
ma fermamente – in guardia contro la tentazione di “demonizzare il potere” e di
immaginare ovunque un preteso complotto mondiale dai mille tentacoli economici,
politici, mediatico-universitari, vero e proprio delirio che manifesta una
“fobia collettiva di tipo arcaico”.
Si dovrà tuttavia osservare che i Protocolli non sono stati forgiati nel
calderone diabolico della “paranoia collettiva”, ma nei retroscena polizieschi
di uno Stato autocratico; che non stati inizialmente diffusi da una voce
pubblica ma tramite il metropolita di Mosca e da due poliziotti-editori; che il
partito nazionalsocialista tedesco che ne ha tratto ispirazione non è stato
portato al potere da folli sommosse, ma dagli industriali tedeschi che l’hanno
finanziato; che l’opera di Rollin che rivelava l’origine dei Protocolli non è
stata distrutta dalla “paranoia collettiva”, ma sequestrata e distrutta da una
polizia di Stato; che i Protocolli non sono stati distribuiti negli Stati Uniti
da una voce impazzita ma dall’industriale Henry Ford, che sapeva far lavorare a
suo vantaggio altri deboli; che infine questo libro non è un “miserabile
grossolano falso”, una “nevrosi collettiva in pieno XX secolo”, ma una manovra
poliziesca razionale, la punta di diamante di una guerra controrivoluzionaria.
In verità, l’antisemitismo sta precisamente alla critica sociale come i
Protocolli al libro di Joly: non una teoria insensata, come non cessano di
ripetere gli ingenui, ma la contraffazione poliziesca di un’agitazione
rivoluzionaria. Ecco la ragione del suo successo popolare: esso parla la lingua
più pericolosa del Paese per deviarne il corso.
[…]
Così la falsificazione poliziesca del libro di Joly, e il successo mediatico di
tale mistificazione, sono sufficienti a garantire la pericolosa verità
dell’originale. Il Dialogo agli Inferi non era stato recentemente sottratto
all’oblio che per dimostrare la falsità dei Protocolli, quando al contrario è
l’operazione mediatico-poliziesca dei Protocolli che prova la verità di Joly.
(da L’État retors di Michel Bounan, prefazione all’edizione definitiva del
Dialogue aux Enfers entre Machiavel et Montesquieu di Maurice Joly, Edizioni
Allia, Parigi, 1992. La traduzione, con il titolo Lo Stato astuto, è quella
curata da Banalità di base, nella ristampa pubblicata da Acrati, Bologna, 2005.
Del Dialogo agli Inferi tra Machiavelli e Montesquieu esistono due edizioni
italiane, una pubblicata da ECIG nel 1995 e un’altra da Ibex nel 2024)
Nota
Contrariamente a tutte le precedenti, queste Luci da dietro la scena richiedono
un accompagnamento.
In tanto parlare (straparlare e falsificare) in materia di antisemitismo, è
probabile che ben pochi conoscano la storia veridica dei Protocolli dei Savi di
Sion, il libro senz’altro più influente dell’antisemitismo moderno; e in Italia
ancora meno che in Francia, dove la ristampa, nel 1992, del Dialogo agli Inferi
con la prefazione di Bounan l’ha resa nota se non altro in un certo ambito
intellettuale e sociale. Non siamo di fronte a una generica mancanza di
erudizione, ma all’assenza di un tassello fondamentale di comprensione storica
che si proietta sul presente. La “falsificazione poliziesca di un’agitazione
rivoluzionaria” – cosa ben diversa, come spiega Bounan, dalla “paranoia
collettiva” – è un procedimento molto simile a quello messo in atto rispetto al
cosiddetto Piano Kalergi sulla pretesa “sostituzione etnica” dei bianchi da
parte dei popoli di colore per gli interessi della “élite mondialista”. Lo scopo
è lo stesso: stornare la rabbia sociale nei confronti dello sradicamento
capitalista delle proprie vite (nonché della ben reale sostituzione macchinica
degli umani) verso gli ultimi o i penultimi della gerarchia sociale. La parodia
reazionaria della guerra di classe. L’invenzione di finti complotti per
occultare il “complotto statale per il mantenimento dell’ordine”. E parte dello
scopo è che a tale falsificazione non si contrapponga un’effettiva agitazione
rivoluzionaria, bensì qualche lezione di educazione civica impartita
dall’antirazzismo democratico, sempre attento – guarda un po’ – a non
“demonizzare il potere”.
Un’ulteriore astuzia – una sorta di falsificazione al quadrato – consiste nello
scaricare l’accusa di antisemitismo contro gli anticapitalisti (mobilitando in
segreto il topos antisemita del capitalista come ebreo e quello suprematista del
colono israeliano come vittima che la barbarie palestinese vorrebbe gettare a
mare).
Grazie a una certa conoscenza storica del potere, si possono smascherare nel
presente le falsificazioni mediatico-poliziesche al fine di cogliere delle
verità in tempo per il loro uso (cinquant’anni dopo sono capaci tutti e
soprattutto non serve a granché); ma si può anche, per dirla filosoficamente,
buttarla in vacca. Al primo caso appartiene senza dubbio Il tempo dell’AIDS
(1990) di Michel Bounan; al secondo, invece, Logica del terrorismo (2003) dello
stesso autore, il quale vi sostiene la tesi tanto rivoluzionaria quanto
originale dell’eterodirezione delle Brigate Rosse da parte dei servizi segreti.
Con questo brillante risultato: non solo quel libello non è stato sequestrato
dalla polizia, ma l’edizione italiana è uscita con la postfazione dell’immondo
Gian Carlo Caselli, che di vite sovversive ne ha sequestrate fin troppe,
Se insomma ci si può anche scordare del loro autore, le verità storiche
descritte ne Lo Stato astuto sono parte necessaria di un collettivo molino delle
armi.