Israele somministra droghe ai soldati per far loro “dimenticare” gli orrori della guerraRiceviamo e diffondiamo da pungolorosso.com questo interessante articolo. Da
parte nostra, aggiungiamo un aspetto. Per quanto ci riguarda, noi non
stigmatizziamo in assoluto l’uso di sostanze stupefacenti, che – se assunte in
modo consapevole e intelligente – possono essere usate per vari fini: ludico,
ricreativo, introspettivo e – perché no – terapeutico. Ciò detto, che Israele
utilizzi gli psichedelici per far dimenticare ai propri soldati gli orrori di
Gaza ci conferma la sua indole di Stato-laboratorio, in cui la guerra permanente
è il volano per ogni sorta di sperimentazione. Compresa, in questo caso, quella
del controllo mentale degli esseri umani. In questo senso, più che la Germania
nazista, l’inondazione di droghe cui sono sottoposti i soldati e la gioventù
israeliana ci ricorda il progetto MK-Ultra: gli esperimenti di somministrazione
di sostanze (in particolare di LSD) su soldati, prigionieri e persino cittadini
ignari effettuata dalla CIA tra i primi anni Cinquanta e i primi Settanta. Una
sperimentazione strettamente intrecciata – nel pieno della guerra fredda – allo
sviluppo della cibernetica, in cui rientra anche l’elaborazione di quelle
moderne tecniche di tortura senza contatto raccolte nel manuale Kubark del 1963
e successivamente perfezionate nel Human Resource Exploitation Training Manual
del 1983 (su questo si veda questa eccellente ricerca di Charlie Barnao:
https://www.ordines.it/il-soldato-imperfetto-addestramento-militare-polizia-e-tortura-di-charlie-barnao/).
Guerra, industria e tecno-scienze convergono, ancora una volta, nel medesimo
punto: l’ingegnerizzazione dell’umano, fin dentro la sua intimità più profonda.
«Il potere consiste nel fare a pezzi i cervelli degli uomini e nel ricomporli in
nuove forme e combinazioni a nostro piacimento.» (George Orwell, 1984)
Tratto da
https://pungolorosso.com/2026/05/27/israele-la-nazione-della-droga-che-ripulisce-la-guerra/
ISRAELE: LA “NAZIONE DELLA DROGA” CHE RIPULISCE LA GUERRA
Su segnalazione del compagno Alessandro Mantovani riprendiamo da “Orientxxi”
questo articolo di Jean Stern che mostra come lo stato sionista, indiscusso faro
di civiltà in Medio Oriente e nel mondo, abbia deciso di “curare” la follia
omicida di decine di migliaia di militari impiegati nel genocidio di Gaza
(40.000, si dice nel testo) con la somministrazione di droghe di ogni tipo. Del
resto anche in questo campo Israele detiene un record mondiale perché tra il 30%
e il 50% dei suoi abitanti è “sotto l’influenza di una sostanza che crea
dipendenza”.
Il cammino di questa società coloniale intrisa di ferocia e di sadismo verso il
suo inesorabile collasso fa tornare alla mente quanto scrisse Aimé Cesaire nel
suo Discours sur le colonialisme :
lungi dal “civilizzare” il colonizzato, il colonialismo “lavora per
decivilizzare il colonizzatore, per abbrutirlo nel senso proprio del termine,
per degradarlo, per risvegliare i suoi istinti nascosti come l’invidia, la
violenza, l’odio razziale, il relativismo morale […]. ogni volta che in Vietnam
una testa viene mozzata e un occhio cavato e che in Francia si accetti la cosa;
una bambina violentata e che in Francia si accetti la cosa; un malgascio
suppliziato e che in Francia si accetti la cosa; [è] una cancrena che si
sviluppa, un focolaio infettivo che si estende; e in fondo a tutti quei trattati
violati, a tutte quelle menzogne divulgate, a tutte quelle spedizioni punitive
tollerate, a tutti quei prigionieri costretti con legacci e ‘interrogati’, a
tutti quei patrioti torturati, a quell’orgoglio razziale incoraggiato, a quella
iattanza esibita, c’è il veleno instillato nelle vene dell’Europa e il progresso
lento, ma sicuro dell’abbrutimento del continente”.
Il testo di Jean Stern ci informa anche sul fatto che lo stato sionista sta
adoperandosi per esportare il proprio “modello terapeutico” nel mondo, trovando
orecchie attente negli Stati Uniti, in Australia, Svizzera e Francia… A quando
l’aggiunta della sempre volonterosa (in questo genere di cose) Italia? (Red.)
Dal 7 ottobre 2023, migliaia di militari israeliani di ritorno da Gaza vengono
trattati con droghe. Dalla cannabis all’LSD, passando per l’ecstasy, qualsiasi
sostanza sembra buona per affrontare i disturbi post-traumatici che gli
israeliani — compiacendosi del ruolo di vittime — hanno ribattezzato «ferite
morali».
Jean Stern, 11 maggio 2026
https://orientxxi.info/Israel-la-drug-nation-blanchit-la-guerre
Il gruppo pop-rock Hatikva 6 conta 150 cantanti provenienti da 16 brigate
diverse ed è guidato da Òmri Glickman, un quarantenne barbuto e imponente. Il
videoclip della sua canzone «Himnon ha’lokhem» è finanziato dall’esercito
israeliano. Questo inno del combattente ha come ritornello, ripetuto quattro
volte, le seguenti parole:
«Allora chi è pazzo?
Sono io quello pazzo.»
Filmata nella scuola di formazione degli ufficiali, la troupe in mimetica danza
allegramente su immagini di distruzione a Gaza.
Questa follia omicida Israele la tratta con le droghe. Dopo tre anni di guerra,
la “drug-nation”, ripiegata su sé stessa, è inquieta e impaurita. Nel centro di
Tel Aviv, gli odori dell’erba impregnano le terrazze. La città, malinconica
rispetto alle sue abitudini frenetiche precedenti al 2023, si abbandona allo
sballo, ricreativo o medico, perché la maggior parte dei fumatori consuma
cannabis su prescrizione. (1) Sono spesso ex militari, uomini e donne, rientrati
da Gaza.
Israele ama considerarsi il laboratorio dell’Occidente. Medici stipendiati
dall’esercito mettono a punto trattamenti a base di droghe per curare i disturbi
da stress post-traumatico (PTSD) delle migliaia di coscritti e riservisti che
hanno prestato servizio a Gaza. In realtà, il termine “curare” non è del tutto
esatto. La somministrazione di sostanze mira piuttosto a far dimenticare una
guerra di cui soltanto giornalisti palestinesi hanno potuto testimoniare. Tra
loro, fino a oggi, 262 sono stati uccisi da soldati israeliani. Hashish, erba,
metanfetamine, funghi allucinogeni: dei 500.000 militari che hanno servito a
Gaza, circa 40.000 vengono così “curati”.
Il “Paziente 1”
Prima di questo, l’unico paese che abbia drogato massicciamente i propri soldati
— ma anche la propria popolazione — in una situazione di guerra fu la Germania
di Hitler, a partire dal 1939. La pervitina, una metanfetamina euforizzante che
dà una forte dipendenza, contribuì, scrive il saggista tedesco Norman Ohler, a
mettere «il paese in surriscaldamento». Soldati, studenti, operai, macchinisti e
perfino medici ne facevano uso senza riserve. «La pervitina è in sintonia con la
Germania nazista», spiega Norman Ohler, e permise «l’ondata di autoguarigione
nazionale» del popolo tedesco.
I nazisti, pur ritenendo che la droga fosse un’invenzione dei medici ebrei,
(2) la lasciarono circolare ampiamente, almeno fino al 1941. Milioni di persone
ne facevano uso. Hitler stesso si faceva iniettare sostanze ogni giorno dal suo
medico personale, che lo aveva maliziosamente soprannominato «Paziente 1». Oggi
chiamata crystal meth, la pervitina continua a essere prodotta e venduta
clandestinamente, come testimoniano i fans di Breaking Bad (3).
Per Ruchama Marton, psicoterapeuta e psichiatra israeliana, fondatrice di
Physicians for Human Rights, che combatte contro l’occupazione dei territori
palestinesi e difende il diritto alla salute, «la cannabis non cura
assolutamente nulla. Ti accompagna. Se sei di buon umore, accentuerà quello
stato, ma se sei depresso, lo sarai ancora di più». Ian Hamel, medico generico a
Tel Aviv, ritiene che «trattare con droghe persone che hanno conosciuto l’orrore
a Gaza, o che provano vergogna per ciò che hanno fatto, sia miope. E gli effetti
collaterali? E la dipendenza?». Anche il dottor Michael Zeitoun si preoccupa per
gli effetti a lungo termine: «Le distruzioni e le morti, Israele aveva imparato
a gestirle con gli attentati degli anni Novanta. Dopo Gaza è stato necessario
passare al livello superiore. La droga è arrivata al momento giusto. Ma ci manca
la prospettiva necessaria».
Non è la prima volta che la psichiatria moderna sperimenta le droghe come
strumento terapeutico, ma è la prima volta che lo fa in una situazione di
guerra. «Per molto tempo la sindrome post-traumatica è stata considerata dagli
psichiatri militari una forma di isteria», ricorda Ruchama Marton.
«La psichiatria considerava l’isteria una malattia femminile, e i soldati
definiti isterici venivano disprezzati. Qual era il trattamento? Bagni di
ghiaccio, elettroshock. La crudeltà psichiatrica non li ha guariti, perché
nulla, tranne la morte, poteva cancellare ciò che avevano visto. Alla fine
spesso li rimandavano sul campo di battaglia affinché morissero.»
Ordini imprecisi
Per gli israeliani che continuano a combattere su più fronti, la guerra a Gaza
si è trasformata in una gigantesca post-cura. Dina, una sottufficiale di 34 anni
dal tono rabbioso, ha servito tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024 nella
logistica.
«Ho visto operatrici di droni che coprivano con delle coperte gli schermi di
controllo e sceglievano così cosa vedere», evitando per esempio di guardare le
distruzioni delle case. «Quando torni da Gaza», continua Dina, «c’è uno scarto
tra ciò che senti e il modo in cui vieni accolto. Ti parlano di eroismo mentre
sai di aver fatto cose immonde. Nelle basi i giovani fumano molto hashish,
quindi poi…»
Dina ha canalizzato la sua rabbia senza droghe né medicinali, al contrario di
molti amici riservisti. Il suo impegno militante accanto alle famiglie degli
ostaggi e dei refuznik (4) le è servito da terapia.
Anche Tuli Flint ha servito per molti anni in Cisgiordania e a Gaza. Oggi
appartiene ai Combatants for Peace, una ONG fondata nel 2005 composta da ex
militari israeliani e resistenti palestinesi. Dottore in criminologia, ex
ufficiale e psichiatra militare, riceve in un seminterrato dall’arredamento
orientalista vicino alla piazza Rabin. Il suo sguardo è benevolo, ma indossa
ancora la mimetica, come se il medico “di sinistra” non avesse del tutto
abbandonato l’abito di guerra.
«Molte persone vogliono risultati immediati, concreti, mirati, per “resettare” i
traumi, che sono eventi che superano le tue capacità di tolleranza. All’inizio
della guerra il trauma era più facile da trattare. Ma quando il conflitto si è
intensificato, e con esso le polemiche, è diventato più complicato. Ci sono
state le manifestazioni, le polemiche sugli ostaggi. I soldati sono tornati in
guerra con meno convinzione. Hanno visto il tradimento dell’ideale, si sono
sentiti soli di fronte al pericolo.»
Secondo lui, il trauma dei soldati deriva anche dal fatto che hanno difficoltà a
distinguere tra guerra e crimine di guerra. È sorprendente constatare,
attraverso diverse testimonianze, che gli ordini ai soldati erano spesso vaghi e
imprecisi, come se l’esercito non volesse esporsi troppo sul terreno. Lasciati a
sé stessi, i soldati hanno commesso atrocità. «Per questi post-traumi non esiste
guarigione», prosegue il dottor Flint. «Non esiste una soluzione magica, anche
se alcune droghe come la MDMA possono calmare. Si può anche dire che la cannabis
medica ha salvato la vita di persone con PTSD e ne ha stabilizzate molte, ma ne
ha distrutte ancora di più. La cannabis calma ma non cura.»
Con lucidità, il dottor Flint conclude che «non sono i PTSD che bisogna curare,
ma piuttosto la colonizzazione e l’apartheid».
Un paese di dipendenze
Le cifre danno le vertigini. In generale, Israele è un paese di dipendenze. Nel
2017, il 27% della popolazione tra i 18 e i 65 anni aveva fumato almeno una
volta erba o hashish nell’anno precedente, un record mondiale all’epoca. Secondo
i dati del progetto Medspad, (5) il 14,8% dei ragazzi israeliani tra i 15 e i 17
anni aveva fumato cannabis almeno una volta, contro il 4,3% dei ragazzi
egiziani. Per le metanfetamine tipo MDMA, il 3,5% dei ragazzi israeliani ne
aveva fatto uso almeno una volta, al pari dei ragazzi algerini. Secondo un
rapporto ufficiale israeliano, il 54% dei coscritti, prima di entrare
nell’esercito, aveva già fumato cannabis o cannabis sintetica -una droga
particolarmente diffusa nel Vicino Oriente.
Secondo i dati raccolti da Natal, associazione specializzata nel trattamento dei
disturbi post-traumatici, le dipendenze, per l’insieme della popolazione, sono
aumentate fortemente dal 7 ottobre 2023: +180% per i sonniferi e soprattutto
+70% per gli oppioidi prescritti. Questo fenomeno sta destando grande
preoccupazione in Israele, che già nel 2020 si classificava al primo posto nel
mondo per consumo di oppioidi, come il fentanil, osserva il dottor Nadav
Davidovitch in un altro rapporto. (6)
Il paese conta 10 milioni di abitanti, di cui 500.000 riservisti. Il professor
Shaul Lev-Ran, fondatore del centro israeliano per le dipendenze, stima che tra
il 30% e il 50% degli israeliani siano sotto l’influenza di una sostanza che
crea dipendenza, contro uno su sette prima dell’autunno 2023.
Israele autorizza inoltre la cannabis terapeutica da quasi vent’anni e ha
allentato le regole sul suo utilizzo nell’aprile 2024, sulla scia della guerra a
Gaza, poiché la pressione dei medici e dei loro pazienti si era fatta
particolarmente forte. Nell’aprile 2026, 135.000 israeliani fumano cannabis
prescritta dal medico. Almeno 8.000 ex militari ne hanno beneficiato nel 2024,
altri 3.500 nel 2025, e il ritmo non sembra destinato a rallentare, visto che
l’esercito ha anticipato che nel 2026 ci saranno tra i 5.000 e gli 8.000 soldati
da trattare.
Il dipartimento di riabilitazione del ministero della Difesa riceve circa 1.500
richieste mensili di riconoscimento di disturbi post-traumatici, secondo quanto
riporta Times of Israël. (7) Lo stesso dipartimento segnala 78.000 infortuni da
ottobre 2023, una parte significativa dei quali riguarda “traumi psicologici”.
Come riporta l’Agence France-Presse (AFP), il professor Shaul Lev-Ran stima un
aumento del 25% nel consumo di “farmaci da prescrizione, droghe illegali e
alcol” negli ultimi tre anni.
Il prezzo del silenzio
Il problema è umano, ma anche economico: l’associazione Natal, che lavora sui
disturbi da stress post-traumatico (PTSD) da trent’anni, stima il costo
complessivo dei traumi legati alla guerra a Gaza in 500 miliardi di shekel nei
prossimi cinque anni, pari a circa 145 miliardi di euro nel 2026. È più o meno
l’equivalente del bilancio della salute mentale in Francia. Secondo uno studio
dell’assicurazione sanitaria, il costo complessivo dei disturbi psichici in
Francia, paese sette volte più popoloso, è stimato in 24,7 miliardi di euro
all’anno.
In Israele, dove l’ipercapitalismo è da una ventina d’anni il motore del
sistema, i soldati vittime di disturbi post-traumatici negoziano indennizzi per
compensare la perdita di reddito, poiché molti sono incapaci di riprendere un
lavoro regolare. Attribuiti da commissioni specializzate composte da civili e
militari, questi indennizzi permettono loro di restare a galla. Non si vuole in
alcun modo assistere, come negli Stati Uniti dopo il Vietnam o l’Iraq, a
veterani impazziti e abbandonati per strada. Le immagini di quegli ex soldati
trascinati nella miseria, con carrelli della spesa stracolmi, hanno perseguitato
a lungo l’America.Grandi film come Il cacciatore (The Deer Hunter, 1978) di
Michael Cimino raccontano il dolore del ritorno alla vita ordinaria.
In Israele, invece, nulla di simile: né libri né film, e si è già visto cosa ne
sia stato della musica. Non bisogna permettere che qualcuno inizi a mettere in
discussione quel pilastro dell’identità nazionale che è l’esercito, raccontando
i crimini commessi a Gaza. Il silenzio ha un prezzo. Alcune commissioni
stabiliscono il valore della «ferita morale», espressione comunemente usata per
indicare i PTSD, mentre altre prescrivono droghe per cancellarne il ricordo. Per
il momento, il sistema funziona. L’esercito israeliano, di solito così loquace,
sull’argomento resta quasi completamente muto.
Tuttavia, la questione degli indennizzi ai soldati traumatizzati sta diventando
sempre più delicata. Se il governo considera già troppo elevato il costo di
queste compensazioni, le famiglie dei «post-traumatici» giudicano invece
insufficienti le somme ricevute. Oltre a devastare la vita familiare, la guerra
li ha ridotti economicamente sul lastrico. Senza spendere una parola per i
palestinesi — ma del resto in Israele quasi nessuno parla di loro — la moglie di
un riservista tornato traumatizzato da Gaza sta pensando di creare
un’associazione di familiari per ottenere risarcimenti più consistenti. È
difficile non restare colpiti da questo fronte secondario della guerra.
Un trauma nazionale
Le moderne varietà di cannabis, prodotte in laboratorio e geneticamente
modificate, hanno effetti estremamente potenti. Prescritte in Israele, vengono
importate dal Canada e dagli Stati Uniti. Per i medici israeliani sono comunque
preferibili ai cannabinoidi sintetici illegali, come il Nice Guy o il Dosa.
Secondo un rapporto dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle
tossicodipendenze, queste droghe, facili da produrre, vengono fabbricate in
particolare in laboratori situati a Costantina, in Algeria, e introdotte in
Israele passando attraverso la Giordania. (8)
Di fronte a queste sostanze economiche, ma altamente assuefacenti e
particolarmente dannose per la salute, molti medici preferiscono utilizzare
prodotti che danno altrettanta dipendenza ma il cui uso, a loro avviso, può
essere controllato, piuttosto che lasciare migliaia di giovani perdere
completamente il controllo — o peggio. Tra gli ex coscritti e riservisti passati
da Gaza si registrano 22 suicidi nel solo 2025 (60 dall’ottobre 2023) e 279
tentativi di suicidio tra il 2024 e il 2025.
Per far fronte all’ondata di disturbi post-traumatici, il ministero israeliano
della Salute ha aperto, dal 7 ottobre 2023, quattordici nuove cliniche
traumatologiche all’interno degli ospedali psichiatrici. Inoltre, le autorità
fanno largo affidamento su associazioni come Natal. «I traumi erano un tabù
nella società israeliana», spiega a Orient XXI Ifat Morad, portavoce
dell’associazione. «Il nostro obiettivo è curarli e permettere alle persone di
tornare alla vita. Offriamo tutto questo sotto un unico ombrello.»
Questa organizzazione senza scopo di lucro, presente in tutto il paese, si
definisce «apolitica» e conta tra i suoi 140 dipendenti e i suoi 1.100 terapeuti
«ebrei, arabi e drusi». Propone trattamenti, anche basati sull’uso di droghe, e
si occupa inoltre del reinserimento sociale. «Tra i pazienti post-traumatici
esistono moltissime dipendenze da oppioidi, alcol e droghe sintetiche», aggiunge
la psichiatra Liat Barnea. «Nel trattamento adottiamo un approccio integrato: la
droga può far parte della terapia allo stesso modo di altri farmaci.»
Liat Barnea preferisce parlare di «trauma nazionale» piuttosto che di «ferite
morali». «È qualcosa di molto più ampio della guerra», spiega. «È il semplice
fatto di vivere qui. La società è depressa e ha perso fiducia sia nel governo
sia in sé stessa. Questo trauma nazionale nasce dal sentimento di una fiducia
tradita. Per Israele è una questione vitale, perché rischia di provocare il
collasso del paese.»
All’interno di Natal, ogni militare viene seguito contemporaneamente sul piano
terapeutico e su quello sociale. Il servizio sociale diretto da Shaked Arieli è
cresciuto a una velocità impressionante: tre anni fa contava cinque dipendenti,
oggi quarantacinque. «Nel mondo del lavoro non c’è posto per i
tossicodipendenti», spiega, «eppure il ritorno al lavoro costituisce di per sé
un obiettivo terapeutico.»
«Li aiutiamo, ma li escludiamo»
All’ospedale psichiatrico Merhavim, i soldati rientrati da Gaza vengono trattati
con droghe molto potenti. Questo insieme di edifici bassi e ridipinti si trova
in un parco collinare nella grande periferia di Tel Aviv, non lontano da Beer
Yaakov. L’istituto, circondato da recinzioni, è ormai stretto tra eleganti
palazzi residenziali di recente costruzione. Nuovi abitanti, una nuova stazione
ferroviaria, nuove strade: tutto sta cambiando in questa zona d’Israele, che un
tempo era una campagna abitata dalla popolazione araba. Gli edifici
dell’ospedale erano originariamente una caserma britannica ai tempi del Mandato.
«Molti ospedali psichiatrici sono ospitati in vecchie strutture militari inglesi
o giordane», spiega il dottor Eran Harel, direttore dell’ospedale diurno.
Questo giovane sessantenne dai tratti decisi e dallo sguardo diretto ci riceve
nella stanza dove, insieme a due colleghi, somministra a pazienti volontari —
selezionati in accordo con l’esercito — LSD (dietilamide dell’acido lisergico),
MDMA, meglio nota come ecstasy, e psilocibina, derivato dei funghi allucinogeni.
Conduce due protocolli sperimentali da trenta pazienti ciascuno, destinati a
seguire diciotto sedute. Secondo lui, queste sperimentazioni sono promettenti.
«Cerchiamo di capire come sostanze chimicamente diverse, come la MDMA o l’LSD,
agiscano sul cervello. Nel caso di PTSD legati a un evento traumatico, il
trattamento mira a modificare la percezione di ciò che i soldati hanno sentito,
visto e compreso», spiega il medico.
Anche Eran Harel, però, non crede all’efficacia della cannabis nel trattamento
dei traumi.
«Per il 90% dei traumatizzati di Gaza, il problema consiste nell’affrontare
questa domanda: qual è il tuo grado di innocenza politica? In un paese dove
esiste un addestramento ideologico basato sull’educazione, sui valori e sulla
disciplina militare, il trauma individuale diventa una questione profondamente
politica.»
La psicoanalista Annette Feld, a Tel Aviv, condivide questa lettura: «La droga
rappresenta una forma di debolezza: li aiutiamo, ma al tempo stesso li
escludiamo. Perché la droga non risponde alla domanda fondamentale: di cosa sono
malati?» Del loro paese, gravemente. E se questo non può essere detto, allora
non può nemmeno essere curato.
La colpa deve restare a Gaza
A raccontarlo è Hofit X., una donna che incontriamo sulla terrazza semivuota di
una pasticceria di Tel Aviv. Dice che «l’esercito le ha portato via il marito».
Ben, quarantadue anni nel 2023, riservista, è tornato da Gaza profondamente
traumatizzato e ha seguito una terapia a base di cannabis. «La mia famiglia
sembra normale e da fuori non si vede quello che ci sta succedendo. Ma quando è
tornato da Gaza era un altro uomo. Non riusciva più a concentrarsi, non riusciva
ad alzarsi dal letto, viveva come chiuso in una bolla e ha iniziato a fumare».
Ben, che si era offerto volontario fin dall’inizio della guerra, non combatteva
in prima linea. «Entrava a Gaza di notte, nei convogli logistici, con la
sensazione costante di essere vulnerabile e senza indicazioni chiare su dove
andare. Il suo senso di colpa», racconta Hofit, «deriva dal fatto che pensa di
aver forse ferito dei bambini.»
Sebbene la stampa israeliana parli poco di questi temi, negli ultimi mesi sono
emerse diverse storie simili. Il dottor Yossi Levi-Belz ha raccontato al
quotidiano Haaretz che, durante il suo servizio nella riserva, ha «incontrato
persone il cui compito consisteva nel contrassegnare le case da bombardare».
«Nelle prime settimane, sotto lo shock [degli attacchi di Hamas dell’ottobre
2023] e con quel sentimento del “mai più”, agivano senza riflettere troppo. Più
tardi, alcuni sono venuti da me e mi hanno detto: “Ho dato l’ordine di
distruggere centinaia di case. Migliaia di persone sono state ferite per colpa
mia.” In quel momento pensavano fosse necessario. Ma quando la nebbia si è
dissipata, hanno capito: sono responsabile della morte di migliaia di persone. È
lì che avviene la frattura — ed è una frattura profonda.»
Da quando è tornato da Gaza, Ben non abbraccia più i suoi tre figli di otto,
dodici e quindici anni. Era diventato completamente dipendente, ma con l’aiuto
del suo psichiatra è quasi riuscito a disintossicarsi. Da allora ha compreso che
«il suo male non può essere curato», aggiunge Hofit, sua moglie.
Il senso di colpa è stato al centro anche del lavoro del terapeuta Ido Roth, lui
stesso per anni forte consumatore di cannabis. Secondo Roth, «la cannabis aiuta
a gestire l’ansia e la rabbia, ma soprattutto la colpa». Curando il senso di
colpa dei soldati affetti da disturbi post-traumatici, sostiene il terapeuta, si
evita che quei sentimenti si diffondano all’intera società. La colpa deve
restare confinata a Gaza, perché se iniziasse a propagarsi, l’equilibrio stesso
della società israeliana verrebbe messo in pericolo.
«Nessuno è separato dalla propria famiglia e dal proprio ambiente sociale, da
ciò che chiamiamo “atmosfera sociale”. Le persone affette da PTSD dicono: ho
fatto o visto cose che non avrei dovuto fare o vedere. Ma davanti a quel
pubblico che è Israele non possono dirlo, perché quel pubblico pensa che abbiano
avuto ragione. Qui esiste una vera dicotomia.»
La guerra e le sue conseguenze traumatiche — tanto per i soldati quanto per
l’intera popolazione — hanno incrinato ciò che il professor Levi-Belz, psicologo
ed ex riservista a Gaza, definisce «l’etica israeliana». La ferita morale agisce
come uno squarcio dentro una tradizione guerriera: una lacerazione da cancellare
nel fumo dell’hashish.
Effetto opportunità
La psichiatra Ruchama Marton contesta da decenni questa retorica guerriera
israeliana, giustificata dal fatto che gli israeliani si percepiscono come
vittime dei palestinesi.
«Inventiamo favole. Cerchiamo di cancellare le macchie, persino quelle
indelebili. Ma poiché nulla cancella davvero i crimini, bisogna aumentare le
dosi. La ferita morale è un grande business e, alla fine, il capitalismo vince.
Finiremo per dare droga a tutti.»
Secondo la psicoanalista Annette Feld, la vittimizzazione è anche ciò che
permette agli israeliani di liberarsi dal proprio senso di colpa.
«Della guerra mostriamo ciò che è stato fatto a noi, ma non ciò che facciamo noi
agli altri. I traumi attuali diventano patologici per accumulo. Ci sono stati i
pogrom, poi la Shoah, e ora questa guerra. Si è installata una forma di
continuità nella vittimizzazione. Il soldato che ha servito a Gaza riceverà
empatia e compassione e sarà così dispensato dal dover spiegare ciò a cui ha
partecipato. Nessuna soggettività, nessuna domanda, nessuna responsabilità: la
droga cancellerà ogni traccia della guerra e, in un certo senso, completerà la
distruzione di Gaza.»
«Soffrono prima di tutto di cecità», aggiunge la psicoterapeuta Manal Abou Lak,
palestinese cittadina d’Israele che lavora nel dispensario di Ramleh, non
lontano da Tel Aviv. «La società ebraica coltiva la paura, la paura degli arabi.
L’importante è che i palestinesi vengano cancellati. Come palestinese che lavora
in un’équipe ebraica, non posso parlare di ciò che accade a Gaza: non interessa
a nessuno. Io non esisto, quindi il mio trauma non esiste.»
La incontriamo l’ultimo giorno della nostra inchiesta e ci rendiamo conto che
Manal è la prima persona a parlarci davvero degli abitanti di Gaza.
«Gli operatori sanitari cancellano il genocidio», commenta con amarezza e
rabbia. «Conosco il caso di un soldato che si è suicidato perché non voleva
tornare a Gaza; nessuno si è chiesto perché. Un altro soldato soffre di PTSD
perché, dice lui, ha ucciso qualcuno per errore. Viene curato, quando invece
dovrebbe essere processato.»
E in effetti, se Israele preferisce dimenticare i propri crimini in nuvole di
fumo, il paese sta anche promuovendo un vero e proprio modello terapeutico.
Stati Uniti, Australia e Svizzera conducono sperimentazioni analoghe. Il
presidente statunitense Donald Trump ha autorizzato, il 18 aprile 2026, la
somministrazione di psicostimolanti con proprietà psichedeliche — tra cui
l’ibogaina — agli ex soldati affetti da disturbi da stress post-traumatico.
In Francia, racconta la giornalista Dominique Nora nel libro Voyage dans les
médecines psychédéliques (Grasset, 2025), a Nîmes e Parigi si stanno
sperimentando, su piccola scala, protocolli terapeutici a base di psilocibina,
derivato dei funghi allucinogeni,.
Natal vede in questo anticipo israeliano sull’uso delle droghe per trattare i
PTSD dei soldati una vera opportunità strategica. Forte di trent’anni di
esperienza che mescolano droghe, farmaci, assistenza psichiatrica e
reinserimento sociale, l’associazione sta elaborando un modello terapeutico che
esporta attraverso corsi di formazione in Germania e Ucraina.«In Germania»,
spiega la dottoressa Yifat Reuveni, «abbiamo organizzato una formazione per gli
insegnanti della regione di Essen, per aiutarli a gestire lo stress dei bambini
di fronte all’immigrazione e all’arrivo di altri bambini nelle classi…»
E, conclude Annette Feld con la sua lucida amarezza in un paese devastato da
ideologie mortifere, non bisogna dimenticare l’inno del Betar, il movimento
sionista di estrema destra da cui deriva il Likud di Benjamin Netanyahu:
«Nel sangue e nel sudore
sorgerà per noi una razza
fiera, generosa e crudele.»
Note:
(1) In pratica, la cannabis terapeutica è autorizzata in Israele dal 2007 e le
norme che ne regolano la prescrizione sono state progressivamente allentate: una
prima volta nel 2019 e, in misura ancora maggiore, nel marzo 2024, per far
fronte all’afflusso crescente di richieste.
(2) Nel libro L’Extase totale. Le IIIe Reich, les Allemands et la drogue (La
Découverte, 2016), Norman Ohler racconta il successo della pervitina durante la
Seconda guerra mondiale, il cui utilizzo fu incoraggiato dal regime nazista.
(3) Creata da Vince Gilligan, questa serie cult — sviluppata nell’arco di cinque
stagioni tra il 2009 e il 2013 — racconta la storia di Walter White, un
professore di chimica del New Mexico malato di cancro, che decide di mettersi a
produrre metanfetamine insieme a un suo ex studente.
(4) Obiettori di coscienza israeliani che rifiutano di prestare servizio
nell’esercito israeliano. Si veda Nous refusons. Dire non à l’armée en Israël,
del fotografo Martin Barzilai, Libertalia/Orient XXI, 2025.
(5) Il «Progetto mediterraneo d’indagine scolastica su alcol e altre droghe»,
finanziato dal Consiglio d’Europa, è stato avviato a Rabat nel 2003.
(6) Nadav Davidovitch, Yannai Kranzler e Oren Miron, «Are We Nearing an Opioid
Epidemic in Israel?», rapporto del Taub Center for Social Policy Studies, marzo
2023.
(7) Sue Surkes, «En Israël, des organisations comblent le vide laissé par un
système de santé mentale débordé», Times of Israël, 11 marzo 2026.
(8) «Vue d’ensemble des marchés des drogues dans les pays de la Politique
européenne de voisinage-Sud», Observatoire européen des drogues et des
toxicomanies, 2022.