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Operazione del 16 giugno: il Riesame si è espresso, Pietro rimane in carcere
Riceviamo e diffondiamo, con rabbia solidale: ARRESTI DEL 16 GIUGNO. IL RIESAME CONFERMA IL CARCERE PER PIETRO https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/pietro_riesame/ Il Tribunale del Riesame, chiamato il 23 luglio ad esprimersi sulla misura della detenzione, ha confermato le misure cautelari in carcere per Pietro, arrestato nell’ambito dell’operazione antianarchica del 16 giugno scorso. Non abbiamo parole. Mentre tuttx le altre persone arrestate sono state già scarcerate dal riesame di Roma, quello di Bologna (competente per territorio) ha deciso di far proseguire la reclusione del nostro compagno! Ricordiamo che Pietro era stato arrestato con l’accusa di “terrorismo della parola” (270 quinquies comma terzo), reato introdotto dal penultimo decreto sicurezza, per alcuni opuscoli sequestrati durante la perquisizione. Toni, detenuto con la medesima accusa, era già stato scarcerato nei giorni scorsi dal Riesame di Roma. Pietro resta invece tutt’ora rinchiuso nel carcere di Terni nel circuito dell’Alta Sorveglianza. A questo punto gli avvocati faranno ricorso per Cassazione e nel mentre, quando si avranno anche le motivazioni del provvedimento, valuteranno un’istanza al Gip di modifica della misura. Ma serve fin d’ora continuare ad esprimergli la nostra vicinanza e solidarietà! Scriviamogli e antenne dritte sulle prossime mobilitazioni. Pietro Rosetti C.C. Terni Strada delle Campore 32 05100 Terni Solidali dalla Romagna 
July 24, 2026
il Rovescio
Automi assassini. Bologna, 19 luglio 2026
Riceviamo e diffondiamo: Dolore e rabbia per ancora un altro omicidio di stato. Il potere mostra la sua odiosa essenza lasciando un corpo senza vita sull’asfalto, soffocato per mano dei suoi professionisti addestrati. È il corpo di un oppresso come noi, un individuo che a suo modo non ci stava al gioco sporco di chi domina il mondo nel nome del profitto e del terrore. Con Abderrahim Fakir e tutti gli esseri umani assassinati dallo stato. Gruppo anarchico fuoricontrollo – Savona Automi assassini – Bologna 19 luglio 2026 Domenica 19 luglio, quartiere Pilastro di Bologna, un uomo di 42 anni viene ucciso sull’asfalto. Un fatto orrendo, purtroppo l’ennesimo omicidio di stato. Ma qualcosa lo rende speciale: c’è un video di circa cinque minuti ripreso dall’alto da parte di qualcuno che ha intuito la drammaticità e l’orrore che si sta compiendo. Questo video (pubblicato su acta-media) è la variabile imprevista che fa esplodere la collera nella città (e oltre) e squarcia la coltre di menzogne che altrimenti avrebbero cercato di coprire il vero deviando l’attenzione sui consueti binari delle veline da questura. Peraltro la strategia delle menzogne partirà ugualmente ma fuori tempo, quando ormai i buoi sono fuori dal recinto o meglio quando il video è sfuggito alla censura ed ha già fatto il suo corso. La potenza del video è sconvolgente, innanzitutto perché sono immagini di morte (si sta ammazzando un uomo che spende le sue ultime energie per mantenersi vivo e urla “aiuto” e “basta!”), ogni essere umano non ancora “sterilizzato” e deumanizzato si identifica con Abderrahim Fakir, l’uomo che agonizza sull’asfalto. Il secondo motivo è che sono in tre che infieriscono contro di lui portandolo a morire soffocato mentre intorno ci sono quattro o cinque “spettatori passivi” che appaiono del tutto indifferenti a ciò che sta accadendo. Analizziamo lo scenario: chi sono gli attori in causa? Questo scenario rappresenta in modo esatto e inequivocabile una triste allegoria del mondo che viviamo e che è stato predisposto dal potere e dal suo culto, dall’indifferenza e dalle peggiori pulsioni umane diventate “norma”. In posa muscolare con le ginocchia sul dorso del morente due giovani palestrati che indossano le polo blu della polizia di stato con anfibi d’ordinanza e guanti: il più intraprendente si impegna a spingere con entrambe le mani la nuca dell’uomo in posizione prona, facendo sì che la sua bocca rimanga premuta contro l’asfalto (prova anche ad ammanettare la vittima), il secondo si mantiene a cavalcioni un po’ più indietro impedendo ogni movimento del bacino. Questi due si prendono la centralità della scena, possiamo definirli “quelli che comandano”, sono il potere, l’ordine costituito. A collaborare con i due in divisa si nota un altro giovane in abiti civili che si mantiene sopra i polpacci e le caviglie di Abderrahim, già bloccate con una fascetta in plastica; non sappiamo come questo sia entrato nella scena (se su “ordine” o richiesta degli altri o per sua diretta iniziativa) il fatto è che collabora ad assassinare di buon grado. Costui è il collaboratore o secondo un altro gergo “l’infame”. Quello che potrebbe, anzi dovrebbe solidarizzare con l’essere umano che subisce e invece sceglie di schierarsi con chi comanda, sommando i suoi sforzi alla forza esercitata da chi reprime e soffoca. Ci sono ancora i quattro militi della Croce Rossa riconoscibilissimi per gli abiti, questi risultano spaventosi per il fatto di non battere ciglio di fronte a ciò che sta accadendo sotto i loro occhi a un metro di distanza. Non una parola né un cenno a chi sta infierendo (del resto indossa l’uniforme, è l’autorità…) anche dopo che le urla disperate sono cessate non vi è solerzia nel constatare le condizioni dell’uomo e portare cure (del resto sarebbe il loro compito primario, giusto?). Con tutta calma i quattro attendono che il più grosso tra gli energumeni in divisa si alzi per accertare che non c’è più traccia di pulsazione alla carotide. Non si scompongono né si affrettano. Come se la procedura fosse completata. I militi del soccorso sono i “tecnici”, gli addetti che in ogni caso sono subalterni al potere. C’è ancora un uomo in abiti civili che ad un certo punto si avvicina in silenzio per allontanarsi poco dopo, non mostra segni di disapprovazione esplicita ma reagisce con scarso coinvolgimento o forse una punta di disagio. È il passante occasionale che vede e non vuole sapere: l’ignavo, quello che gramscianamente appartiene alla categoria degli indifferenti. In questo scenario da incubo c’è qualcosa che sconvolge più del resto: la netta impressione che compimento ed esito del dramma appaiano ineluttabili, una procedura fredda e automatica. Il più attivo dei due “tutori dell’ordine” quando non sente più resistenza provenire dal corpo su cui ha insistito con tutta la sua forza, si alza, fa qualche passo, simula due mossette rispetto a ciò di cui è stato attivo protagonista, si riavvicina all’uomo che ha ucciso, gli dà un lieve schiaffetto sulla guancia come per rianimarlo, atto che a questo punto suona grottesco, poi se ne va fuori dalla scena rimettendosi gli occhialetti da sole sul volto. I suoi gesti sono quelli di un automa, senza sentimenti, passione né tantomeno compassione, senza odio (o forse con un odio introiettato a fondo e reso gelido), senza anima; non è un lottatore che vive la disputa con il nemico, piuttosto l’esecutore di una procedura tecnica. Quelli che collaborano e quelli che osservano non si discostano dal paradigma. Unico elemento dissonante sono le urla di chi muore e non si arrende alla sequenza che lo vuole annichilire. L’assassinio di Abderrahim è l’epitome di un mondo disumanizzazato in cui la tecnica la fa da padrona, i protocolli, gli algoritmi, le applicazioni e le procedure seguono il loro corso, pertanto i fatti del mondo che riguardano, sempre e necessariamente, il vivente (per non limitarsi agli esseri umani) ricadono sotto il dominio del gelido potere che si occupa solo di profitto, ordine (immancabilmente mortifero) ed eliminazione di ogni traccia residua di autenticità umana, ancorché con la sua molteplicità contraddittoria. Nessuno spazio è più concesso alla dimensione umana, allo scarto o al dissenso rispetto ai piani dettati dal dominio. Non è questo un mondo che ha futuro oltre ad essere rivoltante: questo mondo deve essere demolito prima che giunga a compimento il suo piano di morte e controllo totale, sterminio e irreggimentazione, terrore e pianificazione di ogni suo ingranaggio. Palantir, programma di controllo globale, e il suo padrone Peter Thiel, Elon Musk e soci delle meraviglie digitali, Donald Trump, Benjamin Netanyahu e suoi sgherri sterminatori seriali, Javier Milei e molti altri… I fratellini d’italia che si azzerbinano, il generaluccio chiacchierone, neonazisti disseminati per il globo sotto qualunque bandiera, propagandisti sovranisti digitali, fascistelli e razzisti vari del web… Siete tutti coinvolti dentro questo incubo, ognuno con la sua porzione di responsabilità, che siate prezzolati o utili idioti poco cambia. E ancora un pensiero per i perbenisti, i borghesucci che si sentono tranquilli perché intanto queste brutte cose accadono soltanto nei quartieri ghetto, abitati dalla plebe, dai devianti e dagli “stranieri”: non cullatevi sugli allori, giacché potrà succedere un giorno che vostro figlio o nipote, una sera in cui ha alzato il gomito o sbagliato sostanza, arrecherà disturbo e allora potrebbe imbattersi in una pattuglia o più di solerti tutori dell’ordine per i quali oggi parteggiate e vi fanno sentire così sicuri e immaginate cosa potrebbe succedere… Sia chiaro che questo non è un augurio ma una considerazione molto amara perché non dovrebbe mai più esserci un altro omicidio di stato. Troppi sono gli esseri umani stroncati sulle strade in circostanze simili a quella sopra descritta. Un nome per tutti: Federico Aldrovandi, ragazzo diciottenne massacrato di botte e lasciato morto a Ferrara il 25 settembre 2005. Gli autori dell’omicidio furono quattro agenti di polizia che lo percossero con violenza tale da spezzare due manganelli in dotazione e infine lo uccisero per “asfissia da posizione”, con il torace schiacciato sull’asfalto dalle loro ginocchia. Sempre la stessa tristissima storia. Ma la tristezza deve farsi consapevolezza tra oppressi e sfruttati per diventare azione. In chiusura una nota vitale e umana: bellissima la manifestazione in piazza che ha seguito di poche ore l’assassinio di Abderrahim, migliaia di persone a Bologna hanno rotto la cappa mortifera del potere e dei suoi guardiani, unitamente allo sciopero nel polo logistico cittadino. Nessuno escluso, chi è rimasto composto e chi ha fronteggiato i reparti della celere, dimostrando fino a notte che l’addomesticamento delle coscienze ne ha parecchia ancora di strada da compiere. Quando gli oppressi si riconoscono e si manifestano con determinazione e rabbia, è sempre un bel momento, nonostante la piazza fosse sconvolta e addolorata da un lutto enorme. Quando gli oppressi si fanno vivi e mostrano il loro sangue che pulsa nelle vene insieme a intelligenza e coraggio, il potere arretra e ingoia il rospo (iniziando il suo piagnisteo e la diffusione di menzogne fuorvianti ma comunque accusando il colpo, eccome). A proposito di formulette evasive rispetto alla questione, ben presto diffuse da Meloni e dai suoi sottoposti: «accertare eventuali responsabilità ma è irresponsabile alimentare odio verso le forze dell’ordine». Pura ipocrisia e comunque non c’è alcun odio da alimentare, lo alimentano le divise stesse con il loro agire quotidiano arrogante, violento e talvolta (troppo spesso) omicida, cercando poi di recuperare consensi tramite deliranti comunicati prodotti da sindacati di polizia in odore di fascismo. Solidarietà a quelli che sono stati in piazza, le distinzioni le lasciamo agli pseudo-oppositori di questo infame sistema di morte e sfruttamento. Non finisce qui. Con Abderrahim Fakir e tutti gli esseri umani assassinati dallo stato. Gruppo anarchico fuoricontrollo
July 24, 2026
il Rovescio
Tragedie e tragediatori (“IL MOVENTE” – speciale infranumero – luglio 2026)
Riceviamo e diffondiamo: Fervono i preparativi per il secondo numero de IL MOVENTE, che pensiamo di poter far uscire attorno a settembre/ottobre! Prima di poter far annunci e proporre una pubblicazione sufficientemente strutturata e in linea con i propositi di non voler rincorrere gli eventi e gli accadimenti, come per il primo numero, ci vorrà quindi ancora un po’ di tempo. Tuttavia dei fatti di non trascurabile rilevanza ci portano a voler condividere una riflessione che vogliamo non rimanga sospesa per troppo tempo. Negli ultimi mesi, in Sicilia è stato inscenato un teatrino dai toni allarmistici e drammatici, prontamente alimentato dallo Stato e dai sui protettori, per rafforzare l’immaginario – razzista e estrattivista – di un’escalation di violenze e antichi mali che dall’oltretomba sarebbero tornati ad assediare le nostre quotidianità. Lo scopo? Più carceri, più polizia, più militarizzazione e, chi lo avrebbe mai detto, proteggere il profitto dei soliti pochi. Puoi leggere “tragedie e tragediatori” qui: https://ilmoventerivista.noblogs.org/2026/07/21/tragedie-e-tragediatori/ (eggià, c’è pure il blog ora!) In allegato, trovate anche una versione impaginata dell’articolo nel caso voleste stamparla e diffonderla in autonomia. Invitiamo tutte le persone che hanno voluto confrontarsi con la proposta del primo numero a commentare o inviare riflessioni, mosse da spiriti complici, alla mail: ilmoventerivista@bruttocarattere.org PS: abbiamo ancora qualche copia. Il ricavato della distribuzione va a sostenere la cassa VUMSeC – Voglio Un Mondo Senza Carceri una copia 7€, per più di dieci 5€. spedizione esclusa. a presto! La redazione de IL MOVENTE Qui lo speciale infranumero in pdf: Tragedie e tragediatori
July 23, 2026
il Rovescio
Luci da dietro la scena (XXXV) – Di certi Protocolli e della loro reale funzione
Qui in pdf: Luci da dietro la scena (XXXV) Luci da dietro la scena (XXXV) – Di certi Protocolli e della loro reale funzione   Un’opera che non poteva essere tollerata Nel 1864, lo stesso anno in cui viene fondata a Londra l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, Maurice Joly scrive e pubblica il suo Dialogo agli Inferi tra Machiavelli e Montesquieu. Ex-ragazzo ribelle, procuratore legale e futuro esule, osserva con estrema lucidità la messa in opera dei nuovi meccanismi del potere. Machiavelli è qui il portavoce del dispotismo moderno: espone cinicamente i suoi scopi, i suoi procedimenti e il loro sviluppo storico. Inizialmente la forza bruta, il colpo di Stato militare, il rafforzamento della polizia e dell’esercito, la preminenza degli alti funzionari sugli eletti, e l’allineamento dei magistrati, dell’università, della stampa. Ma la forza, ostentatamente dispiegata, suscita sempre delle forze contrarie. Non viene utilizzata che per modificare in alcuni anni le istituzioni, la Costituzione, e per creare forme legali per il nuovo dispotismo. Così la carcerazione dei giornalisti deve essere rapidamente sostituita con disposizioni economiche sulla stampa e con la creazione di giornali devoti al governo. Una tale tribuna associata ad astute divisioni in circoscrizioni elettorali consente di mantenere una tirannide eletta a suffragio universale. Per farla finita con tutte queste forme di opposizione, di partiti, di consorterie, di trame, di complotti, che davano tanto fastidio agli antichi despoti, lo Stato moderno deve creare esso stesso la propria opposizione, rinchiuderla entro forme adeguate, e attirarvi i malcontenti. […] Un ultimo meccanismo regolatore garantisce infine la perpetrazione del nuovo regime: una tale società sviluppa velocemente nei suoi membri un insieme di qualità che lavorano per essa: la viltà, l’asservimento e il gusto per la delazione sono allo stesso tempo i frutti e le radici di questa organizzazione sociale. Il cerchio si chiude. La forza bruta impiegata dalle antiche tirannie non ha dunque più ragione d’essere, tranne che in rare circostanze. Nel tempo del macchinismo si sanno far lavorare le forze ostili a mezzo di dispositivi adeguati. Si può perfino utilizzare la loro energia assertiva per assoggettare quelle che potrebbero sorgere. Questa autoregolazione è alla base di tutte le società veramente moderne. Di fronte a questo nuovo potere, nell’opera di Joly personificato da Machiavelli, cosa rappresenta Montesquieu? Gli antichi princìpi politici, morali e ideologici di uomini che, un secolo prima, si preparavano ad assumere la direzione della nuova società. Il genio di Machiavelli consiste nel citare volentieri Montesquieu: l’attuale dispotismo non è in nulla in contraddizione con quei fondamenti e quell’ideologia. Il nostro XX secolo ha riccamente illustrato la tesi di Joly. Ma si avrebbe torto a evocare qui le molteplici dittature totalitarie in cui l’esercito e la polizia si mostrano ovunque, in cui i tiranni non dissimulano ancora il loro potere. Il modello descritto da Joly è precisamente al di là di questa fase storica: è quello del Capo di Stato eletto a suffragio universale, quello degli alti funzionari inamovibili, quello delle consultazioni elettorali che mascherano la vera cooptazione del personale politico. Questo tipo di governo non è quello del partito unico, bensì quello degli pseudo scontri tra partiti politici che parlano “tutti i linguaggi” del Paese, quello dei falsi complotti organizzati dallo Stato stesso, quello infine in cui l’apparato educativo e mediatico, nelle mani dello stesso potere, mantiene un tale avvilimento degli spiriti e dei costumi, che non vi è più alcuna resistenza possibile. Il sistema di governo descritto da Jolly è quello del complotto permanente occulto dello Stato moderno per mantenere indefinitamente la servitù, sopprimendo, per la prima volta nella storia, la coscienza di questa infelice condizione. Una tale opera non poteva essere tollerata da uno Stato moderno ancora fragile. Non lo è stata. Stampato in Belgio nel 1864 e introdotto clandestinamente in Francia, Il Dialogo agli Inferi viene immediatamente sequestrato dalla polizia e il suo autore imprigionato a Sainte-Pélagie. Nello stesso anno, una traduzione tedesca tenta di diffondere altrove questo testo. Nel 1868 nuova stampa francese, sempre in Belgio. In seguito, il libro apparentemente sparisce per 80 anni, sconosciuto a tutti, tranne chiaramente che ai servizi di polizia che lo hanno sequestrato. L’interdizione poliziesca di quest’opera non era tuttavia risposta degna di un potere moderno del quale Joly aveva descritto il funzionamento; e innanzitutto perché una tale risposta era insufficiente nei confronti di un testo a proposito del quale l’autore fa notare che è non solamente un’opera individuale, ma che è già il frutto di una corrente di pensiero quasi impersonale. Ecco una forza pericolosa che si può certamente arginare in modo brutale in un primo momento, ma che un vero Stato moderno deve poter manipolare e far lavorare a proprio vantaggio. Cosa sono diventati questo libro e questa consapevolezza del complotto permanente occulto durante tutti questi anni in cui nessuno ha ritenuto opportuno ripubblicarlo? Al cuore della controrivoluzione mondiale del XX secolo All’inizio del nostro secolo compare a Mosca uno straordinario pamphlet, che diventerà ben presto un best-seller, e sarà il libro più venduto al mondo dopo la Bibbia: I Protocolli dei Savi di Sion. L’origine di quest’opera è oggi nota: è una falsificazione del Dialogo agli Inferi di Joly, secondo un procedimento che i situazionisti francesi chiameranno più tardi una “maspérisation” (dal nome di un editore parigino che si era reso famoso in quest’arte). Tale procedimento, che consiste nell’impadronirsi di un testo importante, nel cambiarne alcune parole, nel sopprimere qualche frase, nell’intercalarne altre, permette di conservare la struttura di un’analisi (della quale si sa che incontra già troppi spiriti disposti a comprenderla) ma di modificarne il bersaglio e di portare così una corrente di opposizione, che rischierebbe di diventare pericolosa, verso azioni inoffensive o persino utili ai manipolatori. Permette di accattivarsi gli spiriti per poi fuorviarli, illustra precisamente il procedimento esposto nel Dialogo agli Inferi: parlare tutte le lingue allo scopo di deviarne il corso. Joly è dunque vittima di quella manovra che aveva denunciato. Nei Protocolli dei Savi di Sion si conserva l’analisi del Dialogo, la requisitoria contro il complotto totalitario occulto, l’esposizione precisa dei suoi mezzi convergenti, finanziari, politici, polizieschi e mediatici. Ma il complotto statale per il mantenimento dell’ordine è sostituto da un preteso complotto ebreo teso a impadronirsi del potere mondiale. Il testo falsificato si presenta come il verbale di una riunione ultrasegreta di capi della cospirazione ebrea. Qualificare, come è stato fatto in seguito, un tale procedimento come “plagio”, lascia intendere che si tratterebbe in qualche modo di una vaga truffa letteraria ai danni di un infelice autore. Aggiungere che si tratta di “falso” e di una “mistificazione” permette di scagionare, con sollievo o rammarico, la malignità giudaica, e di concludere che insomma non vi è complotto, se non, forse, contro i soli ebrei. In verità, questa falsificazione di un testo effettivamente importante non è che l’aspetto superficiale di una manovra ben più generale che è al cuore della controrivoluzione mondiale del XX secolo. Le condizioni di creazione e diffusione dei Protocolli permette di seguire i grandi movimento di questa storia. La contraffazione poliziesca di un’agitazione rivoluzionaria La prima edizione esca a Mosca nell’agitazione rivoluzionaria di inizio secolo. Henri Rollin esita tra l’attribuirne i meriti alla polizia segreta dello Zar, la famosa Okhrana, e alla principale opposizione ultrareazionaria basata sulla grande proprietà fondiaria (H. Rollin, L’apocalypse de notre temps, ed. Allia, 1991). In ogni caso i suoi due primi editori sono noti: Krouchevan e Boutmi sono cofondatori delle “centurie nere”, organizzazione paramilitare incaricata di armare sicari per assassinare alcuni democratici e socialisti. Durante la prima controrivoluzione russa del 1905, l’opera è diffusa massivamente e il metropolita di Mosca ne ordina la lettura in tutte le chiese della capitale. Poi la sua diffusione rallenta e il libro esplode nuovamente nel 1917. I milieu dell’emigrazione russa lo portano nei loro bagagli mentre si instaura nell’antico impero degli Zar un potere apertamente dittatoriale. Nel corso dell’intenso fermento rivoluzionario che segue al primo conflitto mondiale, i Protocolli sono tradotti in una quarantina di lingue e diffusi in tutta Europa, negli Stati Uniti e in Giappone. Vi accreditano la voce, diffusa da altri emissari, che i democratici e i socialisti non sono che agenti pagati da una cospirazione ebrea internazionale per impadronirsi del governo del mondo. È uno degli strumenti della propaganda nazista, inizialmente in Germania, nelle condizioni rivoluzionarie che seguono al crollo dell’Impero, poi nella sua guerra contro i paesi a regime parlamentare. Tanto che Henri Rollin, agente dei servizi segreti francesi, si permette di rivelarne nel 1940 l’inganno e l’origine. Il suo libro viene quasi immediatamente sequestrato dalla polizia tedesca e mandato al macero. Dopo il 1945, l’impero europeo ridiviene “liberale”. È riuscito a distruggere o riassorbire le vecchie energie rivoluzionarie, grazie al lavoro efficace dei partiti stalinisti e dei loro compagni di viaggio. I Protocolli perdono allora la propria efficacia e non sopravvivono più se non in qualche setta di riserva. Hanno trovato un nuovo terreno di manovra nell’agitazione del terzo mondo che segue, dalla fine della guerra, al crollo degli antichi imperi coloniali, e in particolare nei paesi arabi dove dal 1951 non hanno cessato di essere ripubblicati e diffusi. Recentemente infine, la sparizione dell’impero sovietico – e il terribile marasma economico che l’accompagna – ha visto riapparire il pamphlet, nel luogo stesso del suo parto, sventolato e diffuso da curiosi emissari, davanti a compiacenti giornalisti. I Protocolli dei Savi di Sion sono stati una delle opere di riferimento del moderno antisemitismo, la cui reviviscenza alimenta ancora periodicamente la problematica mediatico-universitaria. Si tratterebbe, ci viene detto ora, di una falsa teoria creata e diffusa da una “paranoia collettiva” uscita perfettamente armata di decine di milioni di cervelli malati. Ci mettono dunque saggiamente – ma fermamente – in guardia contro la tentazione di “demonizzare il potere” e di immaginare ovunque un preteso complotto mondiale dai mille tentacoli economici, politici, mediatico-universitari, vero e proprio delirio che manifesta una “fobia collettiva di tipo arcaico”. Si dovrà tuttavia osservare che i Protocolli non sono stati forgiati nel calderone diabolico della “paranoia collettiva”, ma nei retroscena polizieschi di uno Stato autocratico; che non stati inizialmente diffusi da una voce pubblica ma tramite il metropolita di Mosca e da due poliziotti-editori; che il partito nazionalsocialista tedesco che ne ha tratto ispirazione non è stato portato al potere da folli sommosse, ma dagli industriali tedeschi che l’hanno finanziato; che l’opera di Rollin che rivelava l’origine dei Protocolli non è stata distrutta dalla “paranoia collettiva”, ma sequestrata e distrutta da una polizia di Stato; che i Protocolli non sono stati distribuiti negli Stati Uniti da una voce impazzita ma dall’industriale Henry Ford, che sapeva far lavorare a suo vantaggio altri deboli; che infine questo libro non è un “miserabile grossolano falso”, una “nevrosi collettiva in pieno XX secolo”, ma una manovra poliziesca razionale, la punta di diamante di una guerra controrivoluzionaria. In verità, l’antisemitismo sta precisamente alla critica sociale come i Protocolli al libro di Joly: non una teoria insensata, come non cessano di ripetere gli ingenui, ma la contraffazione poliziesca di un’agitazione rivoluzionaria. Ecco la ragione del suo successo popolare: esso parla la lingua più pericolosa del Paese per deviarne il corso. […] Così la falsificazione poliziesca del libro di Joly, e il successo mediatico di tale mistificazione, sono sufficienti a garantire la pericolosa verità dell’originale. Il Dialogo agli Inferi non era stato recentemente sottratto all’oblio che per dimostrare la falsità dei Protocolli, quando al contrario è l’operazione mediatico-poliziesca dei Protocolli che prova la verità di Joly. (da L’État retors di Michel Bounan, prefazione all’edizione definitiva del Dialogue aux Enfers entre Machiavel et Montesquieu di Maurice Joly, Edizioni Allia, Parigi, 1992. La traduzione, con il titolo Lo Stato astuto, è quella curata da Banalità di base, nella ristampa pubblicata da Acrati, Bologna, 2005. Del Dialogo agli Inferi tra Machiavelli e Montesquieu esistono due edizioni italiane, una pubblicata da ECIG nel 1995 e un’altra da Ibex nel 2024) Nota Contrariamente a tutte le precedenti, queste Luci da dietro la scena richiedono un accompagnamento. In tanto parlare (straparlare e falsificare) in materia di antisemitismo, è probabile che ben pochi conoscano la storia veridica dei Protocolli dei Savi di Sion, il libro senz’altro più influente dell’antisemitismo moderno; e in Italia ancora meno che in Francia, dove la ristampa, nel 1992, del Dialogo agli Inferi con la prefazione di Bounan l’ha resa nota se non altro in un certo ambito intellettuale e sociale. Non siamo di fronte a una generica mancanza di erudizione, ma all’assenza di un tassello fondamentale di comprensione storica che si proietta sul presente. La “falsificazione poliziesca di un’agitazione rivoluzionaria” – cosa ben diversa, come spiega Bounan, dalla “paranoia collettiva” – è un procedimento molto simile a quello messo in atto rispetto al cosiddetto Piano Kalergi sulla pretesa “sostituzione etnica” dei bianchi da parte dei popoli di colore per gli interessi della “élite mondialista”. Lo scopo è lo stesso: stornare la rabbia sociale nei confronti dello sradicamento capitalista delle proprie vite (nonché della ben reale sostituzione macchinica degli umani) verso gli ultimi o i penultimi della gerarchia sociale. La parodia reazionaria della guerra di classe. L’invenzione di finti complotti per occultare il “complotto statale per il mantenimento dell’ordine”. E parte dello scopo è che a tale falsificazione non si contrapponga un’effettiva agitazione rivoluzionaria, bensì qualche lezione di educazione civica impartita dall’antirazzismo democratico, sempre attento – guarda un po’ – a non “demonizzare il potere”. Un’ulteriore astuzia – una sorta di falsificazione al quadrato – consiste nello scaricare l’accusa di antisemitismo contro gli anticapitalisti (mobilitando in segreto il topos antisemita del capitalista come ebreo e quello suprematista del colono israeliano come vittima che la barbarie palestinese vorrebbe gettare a mare). Grazie a una certa conoscenza storica del potere, si possono smascherare nel presente le falsificazioni mediatico-poliziesche al fine di cogliere delle verità in tempo per il loro uso (cinquant’anni dopo sono capaci tutti e soprattutto non serve a granché); ma si può anche, per dirla filosoficamente, buttarla in vacca. Al primo caso appartiene senza dubbio Il tempo dell’AIDS (1990) di Michel Bounan; al secondo, invece, Logica del terrorismo (2003) dello stesso autore, il quale vi sostiene la tesi tanto rivoluzionaria quanto originale dell’eterodirezione delle Brigate Rosse da parte dei servizi segreti. Con questo brillante risultato: non solo quel libello non è stato sequestrato dalla polizia, ma l’edizione italiana è uscita con la postfazione dell’immondo Gian Carlo Caselli, che di vite sovversive ne ha sequestrate fin troppe, Se insomma ci si può anche scordare del loro autore, le verità storiche descritte ne Lo Stato astuto sono parte necessaria di un collettivo molino delle armi.
July 22, 2026
il Rovescio
L’ICE è qui. La rabbia non si delega
Riceviamo e pubblichiamo da https://rivista.edizionimalamente.it/2026/07/20/lice-e-qui/ 𝐋’𝐈𝐂𝐄 è 𝐪𝐮𝐢 Il 19 luglio, a 25 anni esatti dall’omicidio poliziesco di Carlo Giuliani, dalle torture e dalle umiliazioni incancellabili delle strade genovesi, della Diaz, delle Pascoli, di Bolzaneto e di altre caserme e carceri, Abderrahim Fakir, 43 anni, è stato ammazzato dalla polizia a Bologna. Ad Abderrahim, ai suoi compagni e familiari va il nostro abbraccio. I video sono evidenti: legato, soffocato a morte, davanti a numerosi testimoni e agli uomini del 118, fermi, impotenti, immobili. Noi li conosciamo gli uomini delle volanti: per lo più giovani reclute, palestrati, arroganti, piccoli rambo tutto muscoli, il cervello a riposo da tempo, servi ciechi di un sistema criminale e corrotto, perfette braccia di una testa che siede sui banchi del ministero dell’Interno, diretto da un questurino che a Bologna ricordiamo bene. Teste e braccia del sistema di polizia fanno parte di un mondo da superare, sono una vergogna e un pericolo costante per tutte e tutti. Alla loro sinistra siedono i politici democratici a guida della città e della regione, sempre pronti a invocare nuove forze “di sicurezza” (la sicurezza di essere ammazzati?) e che oggi fanno finta di indignarsi. Chiedono più polizia e questi sono i risultati, ci sembra evidente: che senso ha la loro indignazione di oggi? Decenni fa i movimenti chiedevano il disarmo della polizia, nel 2026 abbiamo un numero immane di servizi armati dello stato, con nuovi corpi pesantemente militarizzati fino ai vigili urbani e ai vigili del fuoco. È una società militare, la nostra. E questi sono oggi i risultati, i 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑖𝑎𝑚𝑚𝑎𝑧𝑧𝑎𝑡𝑖 per le strade, nelle carceri, nei CPR, nei commissariati e nelle caserme. Di fronte a tutto ciò non chiediamo giustizia. Niente può ridare alla vita un uomo ucciso dalle forze di polizia. Giustizia, non ci può essere. E la verità, quella è già lì, nel video, davanti ai nostri occhi. Piuttosto, vogliamo autodifesa. E 𝑣𝑒𝑛𝑑𝑒𝑡𝑡𝑎 – come atto umano che si fa strumento della 𝑁𝑒́𝑚𝑒𝑠𝑖𝑠 e redistribuisce il destino – perché purtroppo sappiamo che le leggi dello Stato non possono restituire la misura al mondo, né arrestare la violenza criminale di una questura nota per la sua condotta omicida, come le vicende pluriennali della Uno bianca dimostrano: noi non dimentichiamo. Siamo sconvolti di rabbia. I loro muscoli, le loro armi, la loro arroganza devono ritornargli indietro e lasciare solo macerie. Ne va della nostra vita. Edizioni Malamente Urbino (PU) -------------------------------------------------------------------------------- Riceviamo e pubblichiamo: LA RABBIA SI COLTIVA, NON SI DELEGA Il 19 luglio, alla vigilia dei 25 anni dall’assassinio di Carlo Giuliani e dei crimini dello stato italiano nelle giornate del G8 di Genova, nel quartiere già iper-militarizzato del Pilastro a Bologna, veniva ucciso dagli sbirri infami assassini Fakir, 43 anni, origini marocchine. Se la retorica dei giornali è stata quella di parlare di una persona che “ha perso la vita, che è morta” e non che è stata assassinata dai sicari del governo in divisa, quella delle piazze che si sono mosse in solidarietà, è stata anche quella di chiedere “verità e giustizia” per Fakir. Ma qual è questa verità che si chiede, se non quella raccontata limpidamente dai video dell’accaduto, nei quali l’ ennesima persona marginalizzata e razzializzata è atterrata inerme sul pavimento mentre grida aiuto, con le ginocchia di due guardie infami che gli premono sul collo impedendogli di respirare, spruzzandogli spray al peperoncino direttamente in bocca, con il personale sanitario omertoso spettatore dell’omicidio? E se questa è la verità, come si può chiedere giustizia allo stesso stato assassino e fascista che commette questi omicidi rimanendo impunito dietro al suo inscalfibile scudo penale? Come ci si può aspettare “giustizia” dallo stesso stato che seppellisce il dissenso sotto decreti liberticidi, che ammazza nelle carceri e nei cpr, che arma e sponsorizza un genocidio? Come si può delegare tutta questa rabbia alle stesse istituzioni che ne sono la causa diretta e attiva? Finché l’ aspettativa di questa fantomatica giustizia sarà riposta nelle mani sporche di sangue di uno stato criminale e non nell’autodeterminazione di masse arrabbiate che attraverso la rivolta riescono a riscattarsi, non esisterà mai nulla di anche solo vagamente analogo al concetto di “giustizia”. Finché la lotta contro il potere non viene applicata in senso intersezionale e, perciò, guardando a tutte le dinamiche oppressive come connesse dalla stessa matrice fascista degli stati, non sarà mai davvero lotta. Finché la repressione sarà legge la rivolta sarà un dovere indispensabile, imprescindibile e indelegabile. Con Fakir e tutte le persone uccise dallo stato, fuori e dentro le carceri e i cpr. Alcunx arrabbiatx
July 22, 2026
il Rovescio
Rovereto, sabato 25 luglio: Contestiamo la nazionale israeliana al campionato di Eurobasket!
Riceviamo e diffondiamo: Come mai un campionato sportivo europeo viene inaugurato da una partita in cui gioca la nazionale israeliana? E soprattutto, perché si permette ancora a Israele – uno Stato guerrafondaio e genocida – di partecipare alle competizioni sportive? Ci riferiamo ovviamente alla partita Israele-Grecia che inaugurerà il campionato europeo di basket under 18 il prossimo 25 luglio (Rovereto, Palamarchetti ore 13), e a quelle che seguiranno nei prossimi giorni a Trento e Rovereto. Mentre la Russia è esclusa da ogni competizione internazionale e negli USA la squadra iraniana è stata vessata in ogni modo alla Coppa del Mondo, a Israele si aprono tutte le porte, comprese quelle della “città della pace”. Si sa d’altronde che le vite non sono tutte uguali, e c’è chi può e chi non può. Israele può demolire case e prendersi terre in Cisgiordania, occupare e bombardare il Libano, avanzare e massacrare nella striscia di Gaza, arrestare, torturare e ammazzare uomini, donne e bambini in tutta la Palestina. Quanto agli israeliani, possono venire a fare vacanze in ogni angolo d’Italia, magari arrampicando ad Arco o giocando a pallacanestro a Rovereto e Trento. I palestinesi, invece, possono al massimo resistere pacificamente lasciandosi divorare come un’anguria. I giovani under 18 invitati a giocare a Rovereto sono membri di un popolo-esercito che massacra da un secolo i palestinesi, e saranno presto chiamati a “servire la patria” come i loro genitori. Sta a noi mostrare loro la possibilità di un esempio diverso, come quello dei loro quasi-coetanei che disertano l’arruolamento. Il che non significa farli giocare in nome della «convivenza civile», ma invitarli a non essere complici, rifiutando noi per primi ogni connivenza con il loro Stato. Per questi ragazzi abbiamo un messaggio: se volete chiedere asilo politico in Italia non per fuggire da crimini di guerra ma per rifiuto di commetterli, per noi siete i benvenuti. Per i roveretani ne abbiamo un altro: boicottare la partita, il Comune che la accoglie e la sua pelosa “solidarietà”. Mentre, in questi giorni, Israele sta cominciando a internare i palestinesi di Gaza in riserve-lager, dobbiamo dare ancora più voce alla solidarietà reale. Contestiamo la partita! Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese Rovereto, 25 luglio Contestiamo rumorosamente la partita di basket under 18 Israele-Grecia al Palamarchetti Appuntamento ai Giardini “Perlasca” (Giardini Milano) dalle ore 12 Qui la chiamata in pdf: rovereto eurobasket 25 luglio Qui le locandine scaricabili:
July 21, 2026
il Rovescio
Brescia, sabato 25 luglio: Iniziative per la chiusura estiva del circolo Bonometti e presidio al carcere
Riceviamo e diffondiamo: sabato 25 luglio , Giornata di chiusura estiva del circolo anarchico Bonometti ORE 11- Presidio al carcere di Brescia ORE 13- Paninata benefit al circolo ORE 15- Musica e caciara Nelle scorse torride giornate, dentro le mura di Canton Mombello, si è innescata la scintilla della rabbia di alcunx detenutx che vivono in una delle carceri più sovraffolate d’ italia. Ancora una volta, il fuoco dei materassi marci sui quali dorme chi è statx privatx della libertà, fa meno rumore dei giorni di prognosi che vengono regalati alle guardie dopo le rivolte. A fare notizia, ancora una volta, non è stata la condizione micidiale di chi sta dietro le sbarre, ma il secondino rimasto “ferito” durante quelle che vengono definite operazioni per riportare la situazione sotto controllo. Sotto quello stesso controllo che spesso e volentieri uccide, sotto i manganelli, in solitudine, nella sporcizia delle celle, soffocando nel contare i respiri. Tutte le carceri e i cpr sono luoghi in cui si muore, o meglio, si viene assassinatx dallo stato e Canton Mombello, con il suo tasso di sovraffollamento del 203%, non fa certo eccezione. Infatti, l’ agosto scorso, dietro quelle mura, una persona è stata suicidata dallo stato nella sua cella rovente, riuscendo a uscirne soltanto con l’ inutile tentativo di raggiungere l’ ospedale. E se nelle gabbie dello stato lo spazio è già infinitamente insufficiente, a toglierne ulteriore ci pensano i decreti legislativi di un governo che fa dei suoi vessilli sicurezza e repressione. L’ ultimo, approvato qualche giorno fa, estende il fermo preventivo, già in vigore nel pacchetto sicurezza, anche ai minori di 18anni. Lo scopo è palesemente quello di profilare razzialmente quella fascia di giovani che fino ad ora venivano “soltanto” fermati dagli sbirri e sparati a sangue freddo nei parchi di Rogoredo, come Abderrahim Mansouri, o investiti sotto le gazzelle delle guardie, come Ramy. In materia di misure preventive il governo Meloni ha dimostrato di averle adottate come strumento prediletto per affogare il dissenso con punizioni esemplari, inasprendo sempre di più le pene ed estendendo il potere d’ intrepretazione della legge a sbirri sempre più armati e legittimati. Ed è proprio nel colpire chi lotta che queste misure trovano la loro massima espressione,come il rinnovo del regime di tortura del 41bis ad Alfredo. Come il carcere preventivo a Luigi e Bak che da 8 mesi sono agli arresti in attesa di giudizio. Come le indagatx del 16 giugno rilasciatx settimana scorsa dopo due settimane agli arresti con la sola “prova” di possedere fanzine di carta, operazione evidentemente costruita con la squallida scusa di sgomberare lo spazio del Bencivenga. O ancora come le 91 persone schedate per aver espresso solidarietà a Sara e Sandro sul luogo della loro morte. Se il potere costituito si illude di riuscire ad affogare la libertà sotto una pioggia di decreti legislativi attraverso il ricatto della prigione, resistere in questa tempesta liberticida, oltre ad essere una necessità inalienabile, è un compito indispensabile alla frantumazione di un sistema sempre più elitario e fascista. Quando la repressione è legge la rivolta è dovere Contro ogni frontiera e ogni prigione Libertà per tuttx! A fianco di Alfredo, Anna, Juan, Bak, Luigi, Pietro, tuttx le indagatx del 16 giugno e tuttx lx detenutx
July 18, 2026
il Rovescio
Rovereto: Estate zitti. Il Comune accoglie a braccia aperte la nazionale israeliana di basket under 18
Diffondiamo questo volantino, che sta venendo diffuso a Rovereto in varie iniziative patrocinate dal Comune in vista della partita Israele-Grecia, con la quale, il prossimo 25 luglio, si vorrebbe inaugurare il campionato europeo di basket under 18 proprio nella “città della pace”: Qui il volantino: A colori: estate rovereto-1 In bianco e nero: estate rovereto bn ROVERETO, “CITTÀ DELLA PACE”, ACCOGLIE A BRACCIA APERTE LA NAZIONALE ISRAELIANA NEL CAMPIONATO EUROPEO DI BASKET UNDER 18 Come mai un campionato sportivo europeo viene inaugurato da una partita in cui gioca la nazionale israeliana? Israele non è forse uno Stato che si trova fuori dall’Europa, responsabile della cacciata, segregazione, eliminazione di un popolo arrivata al suo ultimo stadio – il genocidio? Ci riferiamo ovviamente alla partita che inaugurerà il campionato a Rovereto il prossimo 25 luglio (Palamarchetti ore 13). A spiegarci il perché – si fa per dire – è lo stesso Comune di Rovereto, in un dépliant dove viene esibita l’immagine di un’anguria (realizzata dagli studenti del Liceo Depero nell’ambito della tristemente nota “alternanza scuola-lavoro”). Con queste parole: «non [è] solo [un] frutto estivo e simbolo di condivisione. Tagliata a fette, rivela infatti i colori della bandiera palestinese […] Nata come emblema di identità e resistenza pacifica, l’anguria è oggi un’icona globale di solidarietà. Attraverso questo potente contrasto visivo, la città di Rovereto si fa portavoce di un messaggio di pace, invitando a superare le apparenze e a riflettere sul valore universale dei diritti umani e della convivenza civile.» Insomma, è questa la “solidarietà” ai palestinesi del Comune di Rovereto: scippare loro un simbolo di resistenza e disarmarlo con tante parole vuote, e un «contrasto» non solo visivo. Mentre la Russia è esclusa da ogni competizione internazionale e negli USA la squadra iraniana è stata vessata in ogni modo alla Coppa del Mondo, a Israele si aprono tutte le porte, comprese quelle della “città della pace”. Si sa d’altronde che le vite non sono tutte uguali, e c’è chi può e chi non può. Israele può demolire case e prendersi terre in Cisgiordania, occupare e bombardare il Libano, avanzare e massacrare nella striscia di Gaza, arrestare, torturare e ammazzare uomini, donne e bambini in tutta la Palestina. Quanto agli israeliani, possono venire a fare vacanze in ogni angolo d’Italia, magari arrampicando ad Arco o giocando a pallacanestro a Rovereto e Trento. I palestinesi, invece, possono al massimo resistere pacificamente lasciandosi divorare come un’anguria, e rinfrescare un po’ le coscienze in una calda estate roveretana. Difficile essere insieme più complici e più ipocriti. Al di là delle «apparenze», i giovani under 18 invitati a giocare a Rovereto sono membri di un popolo-esercito che massacra da un secolo i palestinesi, e saranno presto chiamati a “servire la patria” come i loro genitori. Sta a noi mostrare loro la possibilità di un esempio diverso, come quello dei loro quasi-coetanei che disertano l’arruolamento. Il che non significa farli giocare in nome della «convivenza civile», ma invitarli a non essere complici, rifiutando noi per primi ogni connivenza con il loro Stato. Per questi ragazzi abbiamo un messaggio: se volete chiedere asilo politico in Italia non per fuggire da crimini di guerra ma per rifiuto di commetterli, per noi siete i benvenuti. Per i roveretani ne abbiamo un altro: boicottare la partita, il Comune che la accoglie e la sua pelosa “solidarietà”. Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese
July 18, 2026
il Rovescio
Valsusa: scoperto dispositivo di videoregistrazione davanti a una casa
Riceviamo e diffondiamo: Condividiamo quanto successo in Val Susa in seguito agli arresti e le perquisizioni del 16 giugno. In allegato testo e immagini, da condividere nei modi preferiti, per conoscenza e autodifesa in casi futuri. Nella giornata di martedì 30 giugno due persone vestite da lavoratori ENEL con relativi mezzi, un cestello e un’auto di servizio, son state avvistate mentre installavano, a circa 9 metri di altezza, una scatola elettrica su un palo della luce davanti a una casa di montagna a Mattie, in ValSusa, in uno dei luoghi in cui sono avvenuti gli arresti del 16 Giugno, a scapito di 7 persone anarchiche in giro per l’italia, legati ad attacchi all’infrastruttura ferroviaria ad alta velocità in occasione del magna-magna olimpico. All’interno della scatola, collegata direttamente alla rete tramite un semplice cavo inguainato bianco, son state trovate una videocamera, un trasformatore AC-DC, un dispositivo di controllo a distanza e una SIM. Che in questura si patisca il caldo torinese è risaputo; che sfruttino tutte le occasioni per una trasferta sui monti è comprensibile; che vogliano spiare e rovinare la vita delle persone solo perché ne hanno il potere, rimane tuttora inaccettabile da chi aspira a un mondo diverso. Sapendo che non sarà l’ultima che metteranno, ma neanche l’ultima che cadrà dal palo, continuiamo a rivendicarci una vita di lotta contro un mondo che non sa fare altro che controllare, reprimere e sterminare qualsiasi difformità rispetto al sistema capitalista. Solidarietà a Bibi, Micol, Giu, Luna, Nico, Pietro, Arnau, Stefano e Toni! MILLE MODI, UN SOLO ORIZZONTE: LIBERTÀ! Cassa AntiRepressione delle Alpi Occidentali
July 17, 2026
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