L’Università di Bologna continua a collaborare con Israele: presentata un’interrogazione
È passato più di un anno da quando il Senato Accademico dell’Alma Mater di
Bologna ha approvato una mozione per interrompere le collaborazioni con gli
atenei israeliani legate a possibili progetti a doppio uso, civile e militare.
Ancora oggi, tuttavia, l’applicazione concreta di tale decisione pare lontana
dal realizzarsi. Il nodo dei rapporti con gli enti di ricerca israeliani nasce
da un’inchiesta di Investigate Europe e Reporters United, che rileva come
l’ateneo emiliano sia coinvolto in un progetto nell’ambito del programma europeo
Horizon, dedicato allo sviluppo di tecnologie di IA potenzialmente utilizzabili
anche nel settore della difesa. Sul caso, la deputata del Movimento 5 Stelle
Stefania Ascari ha presentato un’interrogazione parlamentare: «È necessario fare
assoluta chiarezza sulle collaborazioni ancora attive tra l’Università di
Bologna e soggetti israeliani finanziati, direttamente o indirettamente, con
risorse pubbliche italiane ed europee», ha dichiarato Ascari a L’Indipendente.
«Ho chiesto al Governo una mappatura completa e pubblica dei rapporti ancora in
essere, non solo a Bologna ma anche negli altri Atenei italiani, e criteri
chiari per valutare la natura dual use dei progetti».
L’inchiesta di Investigate Europe e Reporters United si concentra sulle
collaborazioni degli atenei europei con le istituzioni accademiche israeliane,
analizzando il programma europeo Horizon, nell’ambito del quale Israele figura
come Paese partner. In totale, Israele partecipa a 793 progetti del programma,
l’80% dei quali coinvolge enti israeliani legati al settore della difesa. Le
università europee coinvolte in progetti di ricerca con entità israeliane sono
386, e 34 di queste, provenienti da Spagna, Paesi Bassi, Italia e Belgio, hanno
sottoscritto 38 nuovi progetti legati proprio alla difesa; tra di esse, anche
Bologna. Il progetto più controverso in cui è coinvolta l’università emiliana è
denominato NeAixt e vede la collaborazione del produttore israeliano di
semiconduttori Weebit Nano, che, fino all’inizio del 2026, collaborava con Elbit
Systems, una delle maggiori aziende belliche israeliane.
L’Università di Bologna ha motivato la possibile contraddizione tra la
partecipazione a NeAixt e gli impegni assunti in Senato facendo riferimento a
presunti obblighi internazionali della Repubblica Italiana. La stessa inchiesta
di Investigate Europe e Reporters United, tuttavia, ricorda che, nel dicembre
2025, l’Università di Delft era riuscita a defilarsi dal progetto. Il caso di
Delft, insomma, solleva dubbi sull’effettiva impossibilità di ritirare la
propria partecipazione a NeAixt. In ogni caso, il coinvolgimento dell’ateneo ha
rinnovato la mobilitazione studentesca: il 15 settembre, in occasione
dell’inaugurazione dell’anno accademico, gli studenti hanno organizzato un
corteo per chiedere lo stop alla partecipazione a progetti con le università
israeliane.
Sul caso è intervenuta anche la deputata Ascari, che nella sua interrogazione
parlamentare ricostruisce quanto deliberato negli anni dall’Università di
Bologna, per poi rimarcare il suo coinvolgimento nel progetto NeAixt. L’ateneo,
ci ha spiegato la deputata, «ha assunto un impegno pubblico dichiarando di non
avviare nuove collaborazioni con soggetti israeliani e di valutare con
attenzione quelle già esistenti, soprattutto quando possono riguardare
tecnologie utilizzabili anche in ambito militare. Le successive precisazioni
relative agli obblighi derivanti dai programmi europei non possono tradursi in
una zona d’ombra». La deputata solleva diverse questioni e chiede una mappatura
completa, corredata di dati su oggetto, durata e fonti di finanziamento, delle
collaborazioni attive tra l’ateneo e gli enti israeliani di ricerca; una
verifica delle relazioni tra i partner israeliani e l’esercito di Tel Aviv; un
chiarimento sui criteri utilizzati per definire i progetti a doppio uso. Ascari
chiede inoltre al governo se intenda promuovere linee guida nazionali sulla
trasparenza delle collaborazioni scientifiche che potrebbero essere utilizzate
in ambito militare e se interverrà in sede europea affinché Horizon garantisca
tali standard. La deputata chiede infine conferma del grado di partecipazione
degli atenei italiani a progetti a doppio uso con Israele. «Non è ovviamente una
richiesta contro la ricerca né contro il mondo accademico», precisa Ascari, «ma
una richiesta di coerenza, responsabilità e controllo democratico sull’uso delle
risorse pubbliche, a maggior ragione in un contesto segnato da crimini di
guerra, contro l’umanità e genocidio».
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