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Francia-antifascismo: il dovere del momento
APPELLO CONTRO LA VERSIONE DELLA DESTRA. Dopo la morte di Quentin Deranque (*) Romanzieri, storici, scrittori, sociologi o rappresentanti eletti, 180 personalità chiedono un’azione coordinata contro la strumentalizzazione da parte dell’estrema destra, della destra, del governo e dei media dominanti, della morte di Quentin Deranque. Si cerca così di zittire la sinistra e di invertire i ruoli tra fascisti e antifascisti.
February 24, 2026
La Bottega del Barbieri
Le Marche prime in Italia per lupi morti a causa del bracconaggio
Nelle Marche, solo nelle prime sei settimane del 2005, la stampa locale ha prodotto oltre 15-20 articoli sul tema “lupi”, tra avvistamenti e gestione, mentre nello stesso periodo di quest’anno, gli articoli dedicati al lupo sono oltre 15. Da questi dati si potrebbe dedurre che la proliferazione del lupo nelle Marche rappresenti indubbiamente il problema, se non addirittura l’emergenza, più seria della regione, tale da prevalere sulle inefficienze della sanità, sulle difficoltà del mondo economico, su gravi problemi ambientali, sull’aumento del 10% della disoccupazione solo nel secondo semestre del 2025. Eppure, il tema lupo tiene banco nel mainstream regionale. Ma solo gli avvistamenti, o presunti tali, di lupi vivi, mentre il tema della mortalità del lupo viene completamente ignorato. Il perché dell’interesse mediatico per questo animale è legato esclusivamente alla logica del clickbait; ovvero alla tecnica editoriale e di web marketing utilizzata per attirare l’attenzione degli utenti e spingerli a cliccare su link, immagini o video. Si basa su titoli sensazionalistici, esagerati o volutamente incompleti che creano curiosità. Ogni click sull’articolo apre banner pubblicitari; più click ci sono su un articolo, più l’inserzionista è stimolato a investire in promozione. E come tutte le cose che attivano le nostre paure o fantasie, il lupo fa notizia; basta un articolo con un presunto, se non finto avvistamento, con una foto scaricata da google di un lupo che magari stava nella tundra, a far impennare i click dei lettori social. Non solo nelle Marche, ma in tutta la Penisola, questo modo di fare informazione, unitamente alla capacità di lobbying di alcune organizzazioni agricole e delle associazioni venatorie, ha portato lo scorso anno a livello prima europeo, e poi nazionale, al declassamento del lupo a livello legislativo. Da “specie rigorosamente protetta” a “specie protetta”, il decreto è stato pubblicato a gennaio 2026. Questo significa che da ora in poi ai lupi si potrà sparare con piani di abbattimento controllati, fissando un “tasso massimo di prelievo” annuo. Le Regioni possono definire i prelievi (modo ipocrita della politica legislativa per definire gli abbattimenti), con un tetto massimo di 160 sull’intero suolo nazionale. Per le Marche il numero fissato è di otto. Al momento, per fortuna, questo iter procedurale si è bloccato, grazie alla Regione Campania che ha espresso parere sfavorevole e ha stoppato lo schema di decreto del Ministero dell’Ambiente. La motivazione, come ha spiegato l’assessora Zabatta, “nasce da una lacuna fondamentale: la mancanza di dati scientifici recenti e rappresentativi. La conservazione della biodiversità richiede gestione, ma non si può stabilire una percentuale di abbattimento senza conoscere il numero reale dei lupi presenti”. Infatti siamo fermi al primo monitoraggio nazionale condotto fra il 2020 e il 2021 e coordinato dall’Istituto per la Protezione dell’Ambiente (ISPRA), che fornisce i dati sui lupi grigi (Canis lupus) attualmente presenti in Italia: circa 3.501 esemplari (valore medio in un intervallo fra 2.949 – 3.945 individui) distribuiti sul territorio nazionale, con circa 952 lupi nell’area alpina, e circa 2.557 lungo l’area peninsulare e la dorsale appenninica, a esclusione della Sardegna, dove il lupo è assente. Indubbiamente negli ultimi anni c’è stato un aumento della popolazione, che lo stesso ISPRA nel 2025 solo per l’arco alpino ha stimato intorno al 18%. Se dessimo però invece dare retta al mainstream marchigiano, solo in questa regione ci dovrebbero essere più lupi della complessiva stima presente in tutto il suolo nazionale. Ma la ragione di questo doping mediatico è riconducibile alle pressioni sulla politica da parte delle associazioni venatorie per prime, preoccupate che la presenza maggiore del lupo abbia portato negli ultimi tempi ad una riduzione drastica del cinghiale, che per i cacciatori rappresenta un importante business. Nell’informazione mainstream delle Marche, invece non viene fatta menzione del numero dei lupi rinvenuti morti negli ultimi anni. Al circo mediatico non interessa certo diffondere i dati dello studio, pubblicato nel novembre 2025, “La mortalità del lupo (Canis lupus) in Italia nel periodo 2019-2023” a cura di “Io non ho paura del lupo APS”, una delle realtà più attive in Italia per la tutela e la convivenza con questo predatore. La relazione fornisce un quadro aggiornato e approfondito sulla mortalità del lupo nel quinquennio, e i dati utilizzati per questa analisi sono stati reperiti presso gli enti competenti a livello nazionale e regionale per la raccolta e la gestione delle informazioni relative alla fauna selvatica. L’obiettivo principale è stato quello di quantificare il numero di esemplari di lupo rinvenuti morti annualmente in Italia e di analizzare le cause di morte, suddividendole per categorie omogenee e riconoscibili, al fine di comprenderne la distribuzione e l’incidenza sul territorio nazionale. In particolare, la relazione distingue tra cause naturali (ad esempio, mortalità intraspecifica, malattie o invecchiamento), cause antropiche dirette (ossia il bracconaggio, che generalmente avviene tramite uccisione con arma da fuoco, trappole o avvelenamento), cause antropiche indirette (soprattutto investimenti stradali e ferroviari) e cause indeterminate, ovvero quei casi in cui non è stato possibile accertare i motivi del decesso. Per quanto riguarda le Marche, i dati sono stati raccolti tramite interlocuzioni tra l’associazione e il settore Forestazione e Politiche Faunistiche Venatorie della Regione, l’Istituto Zooprofilattico Marche e Umbria e l’ISPRA. A fronte di un totale di lupi rinvenuti morti in Italia pari a 1.639 (210 nel 2019, 278 nel 2020, 320 nel 2021, 382 nel 2022, 449 nel 2023), nelle Marche tra il 2019 e il 2023 sono stati rinvenuti morti 173 lupi (25 nel 2019, 23 nel 2020, 31 nel 2021, 52 nel 2022, 42 nel 2023). Il primo dato di confronto che si evidenzia è che la regione si colloca al quarto posto per mortalità dopo il Piemonte, l’Emilia-Romagna e l’Abruzzo. Rispetto alle cause accertate di mortalità, il 64% è dovuto a investimenti, il 21% al bracconaggio, il 12% a cause indeterminate e il 3 % a cause naturali. Considerata l’estensione territoriale della regione, la densità della mortalità è pari a 0,018 (n. individui/kmq di superficie). Un rapporto che pone le Marche al secondo posto dopo l’Abruzzo rispetto a tutte le altre regioni, ma, dato più grave, al primo posto per mortalità dovuta al bracconaggio. I dati dello studio ci forniscono una situazione molto differente dalla narrazione mainstream sul lupo, sia nelle Marche che nel resto d’Italia, che però ha portato a rendere accettabile da parte dell’opinione pubblica il fatto che ora si potranno abbattere i lupi. Farci accettare qualcosa che, fino a poco tempo prima, la nostra sensibilità, razionalità, cultura ed etica avrebbero considerato indicibile: questa è la potenza del mainstream. Cosa questa, per la nostra quotidianità, molto più pericolosa della, seppur remota, possibilità di trovarci davvero faccia a faccia con un lupo. Leonardo Animali
February 17, 2026
Pressenza
Varese, dopo mesi la verità: il presunto drone russo avvistato non è mai esistito
A fine marzo 2025, una spy-story prende forma attorno al Lago Maggiore, a Varese. Il Corriere della Sera pubblica in prima pagina l’esclusiva di un drone “russo”, modello ZALA 421, «manovrato da una zona non lontana», che avrebbe sorvolato svariate volte la sede dell’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che ospita il Joint Research Centre (JRC) dell’UE, minacciando segreti nucleari e industriali. È l’anticamera della famigerata “guerra ibrida” evocata dal ministro Crosetto, che rimbalza nei titoli allarmistici dei quotidiani che speculano sui sabotaggi putiniani. La Procura di Milano apre un’inchiesta. Nove mesi dopo, emerge la verità: nessun drone, nessun russo all’orizzonte. Solo un amplificatore GSM difettoso utilizzato da una famiglia della zona per migliorare la connessione internet della propria abitazione, che ha ingannato i sistemi anti-drone con falsi positivi. Le indagini, coordinate dal pool antiterrorismo milanese, hanno escluso qualsiasi velivolo reale: nessuna traccia nei radar, nessun testimone oculare, nessun drone, tantomeno “russo”. La Procura di Milano ha chiesto al Gip l’archiviazione dell’inchiesta aperta a fine marzo. È stato chiarito anche un ulteriore elemento inizialmente ritenuto sospetto: una Cadillac gialla individuata nei pressi del centro di ricerca. Gli accertamenti hanno stabilito che il veicolo apparteneva a un imprenditore in contatto telefonico con cittadini russi, poi risultati essere proprietari di ville nella zona, senza alcun legame con attività illecite. I titoli dei quotidiani, però, sono granitici quanto la certezza che la minaccia sui cieli dell’Ispra sia di matrice russa: “Il giallo dei droni russi che sorvolano il centro ricerca UE sul Lago Maggiore. Cosa sappiamo” (La Stampa); “Drone russo in volo sul Lago Maggiore obiettivo il Jrc di Ispra” (Varesenews); “Un drone russo ha sorvolato il Centro europeo di ricerca sul Lago Maggiore” (Wired). E così via, in una sterminata serie di articoli copia e incolla. In un contesto dominato dalla propaganda, la realtà è stata piegata al sensazionalismo, arrivando a inventare dettagli di sana pianta, come il presunto modello del drone “russo”, attribuito arbitrariamente al ZALA Aero Group, un’azienda sanzionata dopo l’inizio dell’Operazione Speciale. Questa vicenda non è solo un errore tecnico, ma un esempio lampante di come i media mainstream, in preda a russofobia cronica, amplifichino echi vuoti per alimentare paure ataviche, creando allucinazioni collettive senza verificare fonti o attendere i fatti. Così, quotidiani blasonati e testate “autorevoli” hanno preso un’anomalia tecnica e l’hanno trasformata in un caso geopolitico, inseguendo pregiudizi ideologici e urgenze narrative. Il drone “russo” diventa una presenza data per certa, i sorvoli si moltiplicano sulle colonne dei quotidiani, la no-fly zone violata diventa simbolo di una “guerra ibrida” immaginaria che annovera il falso jamming all’aero di von der Leyen atterrando sui cieli di Varese. A dicembre 2025, con la richiesta di archiviazione al Gip, la bufala è implosa, sgonfiando la bolla mediatica. Proprio i mezzi di informazione hanno giocato un ruolo da protagonisti, presentando ipotesi come fatti assodati. Solo alcuni esempi: Il Corriere della sera titolava il 30 marzo “Ispra, drone russo in volo sul centro di ricerca Ue sul lago Maggiore”, dando per scontata l’origine russa e i cinque passaggi sul’Ispra, senza condizionali che mitigassero l’allarme. Similmente, La Stampa parlava di “giallo dei droni russi che sorvolano il centro ricerca Ue sul Lago Maggiore”, evocando misteri spionistici da guerra fredda. Rai News non era da meno: “Droni russi su centro di ricerca Ue a Ispra sul Lago Maggiore, 5 avvistamenti“, con enfasi su una no-fly zone violata, ignorando la fragilità dei rilevamenti e sbattendo nel titolo ben cinque chimerici avvistamenti, mai avvenuti. Mentre Il Manifesto in “Drone russo su Ispra, indagini e malumori” riportava sei sorvoli in una settimana come minaccia concreta, la testata che ospita la ben nota sezione di fact-checking, Open, sospendeva la verifica delle fonti per attestare la minaccia russa a partire dal titolo: “Drone russo sul centro di ricerca europeo di Ispra, la procura di Milano apre un’indagine”. Questi esempi mostrano come i quotidiani, inseguendo click e narrazioni anti-Mosca, abbiano trasformato una anomalia in un casus belli, senza attendere verifiche. Non si è trattato di un semplice incidente giornalistico: è una radiografia del sistema informativo contemporaneo che riflette un pattern di disinformazione, dove il sensazionalismo e la fretta mediatica incontrano pregiudizi ideologici, creando mostri inesistenti. Il caso Ispra insegna una lezione scomoda: non tutte le bufale nascono ai margini del sistema. Alcune vengono pubblicate in prima pagina, con il timbro dell’autorevolezza. E proprio per questo sono le più pericolose.   L'Indipendente
December 26, 2025
Pressenza
Zohran Mamdani, quali posizioni su Palestina, Israele e sionismo?
“Rispondiamo all’oligarchia e all’autoritarismo con la forza che temono. Se c’è un modo per terrorizzare un despota è smantellare le condizioni che gli hanno consentito di accumulare potere” –  con queste parole Zohran Mamdani ha festeggiato nella notte italiana la sua elezione a sindaco di New York. Il secondo più giovane della storia, il primo musulmano, e secondo alcuni persino “socialista”, ma è meglio stare cauti prima di dare etichette non veritiere. Vi era molto entusiasmo a sinistra, in Italia, anche su Obama (il “Premio Nobel per la Pace preventivo” che iniziò una serie di guerre imperialiste senza fine), per Joe Biden (che non ha fatto altro che proseguire le politiche neoliberiste e atlantiste di sempre) e per la sua vice-presidente Kamala Harris (che fu una grande operazione di marketing, volto a riqualificare la sua immagine di ex-procuratrice Iron Lady, e di comunicazione politica fine a se stessa che svanì subito dopo l’elezione). Tutti esempi pessimi che possono avere a che fare con la “sinistra neoliberale”, ma non con la sinistra di sempre: quella socialista e anti-sistema che parla di disuguaglianze sociale, giustizia sociale, diritto alla casa, ridistribuzione delle ricchezze e un’altra politica internazionale che “elevi ad interlocutore”, eviti i conflitti e parli il linguaggio del multipolarismo. Detto questo non si possono negare dei fattori importanti. La vittoria di Mamdani è stata netta con il 50% dei voti con un’affluenza record: hanno votato oltre 2 milioni di newyorkesi come non succedeva dal 1969. Scrive OttolinaTV: “Assiste invece incredula la coalizione di gruppi e interessi – dai repubblicani ai democratici più moderati, ai ricchi e potenti di New York – che hanno fatto di tutto per appoggiare il principale rivale, Andrew Cuomo, il politico della potentissima vecchia guardia democratica, che si è fermato al 41,6 per cento dei voti. Al palo sono rimaste anche diverse diverse lobby ebraiche che hanno fatto di tutto per ostacolare Mamdani date le sue posizioni pro-Palestina.” Ha creato molte divisioni, all’interno della popolazione ebraica di New York, la candidatura alla carica di sindaco di Zohran Mamdani, vincitore delle primarie democratiche e noto per le sue “posizioni filo-palestinesi” e “vicine alla sinistra radicale” (almeno così i media mainstream hanno detto). Verso la fine di giugno 2025, un gruppo di circa sei rabbini ortodossi statunitensi ha contattato il membro dell’Assemblea di New York City Micah Lasher per parlare dell’allora presunto candidato democratico alla carica di sindaco della città, Zohran Mamdani. L’appello del 27 giugno era incentrato sulle preoccupazioni che i rabbini e le loro comunità nutrivano nei confronti di un candidato che si era rifiutato di condannare lo slogan filo-palestinese “globalizzare l’intifada” e aveva anche sostenuto il movimento di boicottaggio di Israele. https://www.timesofisrael.com/new-york-reps-endorsement-of-zohran-mamdani-roils-orthodox-rabbis-on-upper-west-side/ “Se il candidato comunista Zohran Mamdani vincesse le elezioni a sindaco di New York è altamente improbabile che io contribuisca con fondi federali, se non per il minimo indispensabile, alla mia amata prima casa, perché, come comunista, questa città un tempo grande ha zero possibilità di successo, o addirittura di sopravvivenza!” – si legge in un vecchio post di Donald Trump, che addirittura definisce Mamdani “comunista” – “Qualsiasi ebreo che vota per Zohran Mamdani, un comprovato e autoproclamato odiatore di ebrei, è una persona stupida!” – ha ri-scritto sempre Trump su X a urne aperte. Un appello rivolto esplicitamente alla comunità ebraica newyorkese, preceduto da quello del console generale di Israele a New York ed ex Ministro del Likud, Ofir Akunis. https://www.today.it/mondo/mamdani-new-york-elezioni-sindaco-trump-ebreo-stupido.html   Il post di Trump su Truth Poche ore prima, infatti, anche il diplomatico israeliano aveva attaccato Mamdani, affermando che rappresenta un “chiaro e immediato pericolo per la comunità ebraica” di New York a causa del suo sostegno alle manifestazioni pro-palestinesi in città. Per Akunis, riporta il quotidiano israeliano Haaretz, l’elezione di Mamdani rappresenterebbe una “minaccia chiara e immediata per le istituzioni ebraiche” e le sinagoghe, la maggior parte delle quali sono sorvegliate dal Dipartimento di polizia di New York. Circa una settimana fa, circa 650 rabbini di tutti gli USA si sono opposti pubblicamente al candidato democratico Zohran Mamdani, esprimendo le loro preoccupazioni in una lettera, in cui hanno condiviso i loro punti di vista sul perché ritengono che il 34enne socialista non sia adatto a diventare il leader di New York City, che ospita la più grande popolazione ebraica al di fuori di Israele. La lettera afferma che la sua elezioni potrebbe portare alla “normalizzazione politica dell’antisionismo”, cosa impossibile in un Paese come gli USA. Firmata da oltre 1.100 rabbini, la lettera cita i rabbini di New York Ammiel Hirsch ed Elliot Cosgrove , che avevano ciascuno pubblicato i propri sermoni e video anti-Zohran, insistendo sul fatto che Mamdani rappresenta “un pericolo per la sicurezza degli ebrei della città” e che “il sionismo è parte integrante dell’identità ebraica”.  https://jewishcurrents.org/the-rabbinic-freak-out-about-zohran-mamdani Secondo un sondaggio di settembre della Quinnipiac University, il 75% degli elettori ebrei aveva un’opinione negativa di Mamdani, e solo il 19% ne aveva un’opinione positiva. Si tratta di una minoranza rumorosa, principalmente di giovani che lo sostengono o perché antisionisti, o perché essendo lui giovane si identificano con lui, o perché non sono particolarmente legati alla comunità. Tuttavia, durante tutta la campagna elettorale, Mamdani si è sempre fatto fotografare con importanti personalità del mondo ebraico americano nel tentativo di scoraggiare gli ebrei che gli si oppongono e indurli a rassegnarsi al fatto che verrà eletto: “Sono onorato di ricevere oggi l’appoggio del rabbino Moshe Indig e dei leader Ahronim a Williamsburg, dove si è unito a noi anche il mio amico Lincoln Restler. Insieme combatteremo la piaga dell’antisemitismo e costruiremo una città che sia adatta a ogni newyorkese” – scrisse Mamdani su Instagram. Non è un caso che durante Sukkot, Mamdani è andato a festeggiare con la comunità dei Satmar (ortodossi antisionisti, ndr). Le polemiche sembrano appartenere solamente all’ala ultraconservatrice del sionismo, dal momento che Jews for Racial and Economic Justice (Jfrej), gruppo progressista della comunità ebraica americana, ha da sempre sostenuto la candidatura di Mamdani: «Zohran è un amico. E’ venuto alla mia sinagoga l’anno scorso, è stato lì per tre o quattro ore, solo ad ascoltare le persone e a parlare con loro ho avuto conversazioni personali con lui. Ed è tutto fuorché un antisemita. Ha promesso di aumentare dell’800% il budget per combattere i crimini d’odio. E ha detto di voler lasciare al suo posto la commissaria di polizia di New York Jessica Tisch (che è ebrea, ndr) nonostante la sua famiglia abbia investito 1.2 milioni di dollari contro di lui». – ha dichiarato, in un breve discorso ai volontari di Jfrej, Abby Stein (1), rabbina figlia di immigrati ebrei da Israele, sottolineando come lei stessa abbia respirato l’antisionismo dei suoi genitori che affonda nelle convinzioni religiose hassidiche. Eppure, è errato definire l’elettorato ebraico di Mamdani come interamente “antisionista”. Secondo la stessa rabbina «Zohran sostiene la Palestina, ma naturalmente questo non fa parte della sua piattaforma politica, il motivo per cui se ne parla è che si continua a interrogarlo senza sosta su questo, come se il suo programma girasse intorno alla Palestina». La comunità ebraica non avrebbe motivo di avere paura in quanto Mamdani ha contato anche sul sostegno dei sionisti liberal-progressisti: «Dalle mie conversazioni con tante persone, direi che almeno metà degli ebrei che lo sostengono si definiscono sionisti progressisti o liberali. Per esempio Brad Lander (2). Molti di loro condividono la sua posizione su Israele: non ha mai detto che non ha diritto a esistere, ma che non può esistere in quanto stato suprematista ebraico». Oggi sappiamo che Israele esiste proprio in quanto “entità sionista”, ovvero un non-Stato senza Costituzione fondato sul teocon che nasce da un’ideologia politica nazionalista, etnocentrica e suprematista che è il sionismo. Israele non sarebbe mai nato senza il movimento sionista, quindi come può diventare oggi uno Stato non-suprematista se Israele, oltre a non essere uno Stato e a non avere confini, è nato su un’ideologia suprematista? Questa è l’ambiguità che si cela dietro tutta la questione del conflitto israelo-palestinese, che non è un semplice tifo calcistico, ma un questione complessa che richiede studio, conoscenza e soprattutto consapevolezza. Ci si chiede: Zohran Mamdani saprà chiarirsi, prendendo serie posizioni, lontane dal cerchiobottismo, o dovrà cedere – come molti prima di lui – alla realpolitik? E’ inutile farsi troppe illusioni. Come ha scritto molto bene OttolinaTV: “Non può essere certo un Mamdani qualunque a cambiare le strutture del capitalismo e dell’imperialismo americano. Da abitanti della periferia dell’Impero la domanda che dovrebbe veramente interessarci è quanto il successo di figure del genere rallentino o accelerino il declino dell’Impero stesso. Oppure, nel breve periodo, è giusto chiedersi se Mamdani diventerà come già successo in passato il volto friendly e Woke dell’ultraimperialista e capitalista Partito Democratico o potrà magari convincere il partito a virare su posizioni un po’ meno antipopolari e militariste di quelle passate (Clinton, Obama, Biden, Harris etc)”.   (1) A Williamsburg (Brooklyn), dove vive la più grande comunità hassidica al mondo, Abby Stein era stata ordinata rabbino, ma nel 2015 ha intrapreso la transizione di genere e ora è una rabbina. (2) Il revisore dei conti del municipio di New York arrestato dall’Ice per aver difeso dei concittadini immigrati.   Fonti ulteriori: https://ottolinatv.it/2025/11/05/mamdani-il-socialista-antisemita-che-ha-conquistato-new-york-cambiera-anche-imperialismo-usa/ https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-mamdani_e_listerismo_liberal/39602_ 63470/? https://www.today.it/mondo/mamdani-new-york-elezioni-sindaco-trump-ebreo-stupido.html https://www.nytimes.com/2025/09/22/nyregion/mamdani-rosh-hashana-jewish-holidays.html   Lorenzo Poli
November 5, 2025
Pressenza
Paura, potere e disperazione: così la vecchia guardia cerca di fermare Zohran Mamdani
A poche settimane dalle elezioni per la carica di sindaco di New York, il tono della campagna è passato dalla competizione alla disperazione. La prevedibile campagna di paura dell’estrema destra ha trovato un alleato inaspettato nell’arrogante macchina democratica che un tempo serviva Andrew Cuomo e che ancora oggi protegge il suo marchio politico. Insieme, stanno mettendo in atto una strategia su due fronti per danneggiare la credibilità di Zohran Mamdani: demonizzarlo come “troppo radicale” e contemporaneamente sabotarlo dall’interno dell’establishment che lui rappresenta meglio di loro. Il copione dell’estrema destra è familiare. I tabloid urlano “comunista”, “a favore dei terroristi”, “anti-Israele” e “anti-polizia”, riciclando il panico della Guerra Fredda e l’islamofobia post 11 settembre. Trasformano ogni proposta politica progressista in un’arma culturale. Il congelamento degli affitti diventa “lotta di classe”. Il trasporto pubblico gratuito diventa “suicidio fiscale”. Anche l’empatia è sospetta. L’obiettivo non è la persuasione, ma la paura. La loro narrativa si basa su una nostalgia spasmodica per una New York che non è mai esistita, dove il privilegio mascherava la stabilità. In quella città fantastica, la diversità era decorativa, i sindacati erano obbedienti e i miliardari erano generosi. Ma l’opposizione più rivelatrice e pericolosa ora proviene dall’ala Cuomo-Adams dell’establishment democratico. Gli stessi addetti ai lavori che per anni hanno difeso la corruzione, il clientelismo e gli accordi segreti sono improvvisamente preoccupati per l’“inesperienza” di Mamdani. Sono gli stessi democratici che applaudivano la teatralità da uomo forte di Cuomo mentre maltrattava i suoi collaboratori, ignorava la crisi abitativa della classe operaia e premiava gli imprenditori edili. Gli stessi potenti che non sono riusciti a ispirare una generazione di nuovi elettori ora sussurrano che Mamdani non è in grado di “costruire un consenso”. Ciò che intendono realmente è che non accetterà ordini. L’élite democratica sta ora sostenendo apertamente la candidatura indipendente di Cuomo, un atto di sabotaggio politico che rasenta l’autodistruzione. La loro giustificazione? “L’eleggibilità”. La vera paura? Dover rendere conto delle loro azioni. La vittoria di Mamdani alle primarie democratiche non è stata solo una sorpresa, ma anche un atto di accusa contro un partito ormai sordo alle esigenze della propria base. Il messaggio degli elettori era chiaro: vogliono un sindaco che parli a nome degli inquilini, dei lavoratori e dei quartieri dimenticati, non della classe dei donatori. Eppure la vecchia guardia del partito preferisce perdere contro un reazionario piuttosto che vincere con un socialista democratico. Questa ipocrisia è profonda. Gli stessi consulenti politici che predicano “l’unità contro la destra” stanno ora spendendo milioni in pubblicità aggressive che riprendono le posizioni della destra. Denunciano la “divisività” mentre cospirano con miliardari e magnati dei media per dividere l’elettorato sulla base della paura e della classe sociale. Affermano di difendere la democrazia, mentre minano il risultato delle loro stesse primarie. Così facendo, rivelano la loro vera fedeltà: non al partito, all’ideologia o persino al governo, ma al potere stesso. I media mainstream amplificano questa farsa. I principali organi di informazione, alcuni liberali di nome ma conservatori nella struttura, descrivono la campagna di Mamdani come una “prova di estremismo” piuttosto che come un movimento democratico. Questo è ciò che da tempo chiamo giornalismo dell’esclusione: quando le notizie che mettono in discussione la ricchezza e la guerra vengono etichettate come ‘marginali’ e quelle che servono il potere vengono trattate come “obiettive”. In questo modello, il compito dei media non è quello di informare il pubblico, ma di rassicurare l’élite che nulla di fondamentale cambierà. Eppure qualcosa sta cambiando. Ogni attacco, ogni diffamazione, ogni titolo citato in modo errato non fa che chiarire la posta in gioco. L’ascesa di Mamdani non rappresenta solo una campagna, ma un riallineamento politico: un nuovo Secondo Cerchio di lavoratori, sindacati, immigrati e progressisti che vedono oltre il teatro della paura. Sanno che le accuse più veementi di “radicalismo” provengono spesso da coloro che temono di perdere i propri privilegi. La disperazione del vecchio ordine è un segno del suo declino. L’élite al potere e i media che la sostengono possono rallentare la marea, ma non possono invertirla. Quando l’establishment definisce un movimento “pericoloso”, di solito significa che sta finalmente diventando efficace. Se il Partito Democratico continua a sostenere di difendere la democrazia, dovrebbe smetterla di combattere i suoi elettori e iniziare ad ascoltarli. Traduzione dall’inglese di Anna Polo     Partha Banerjee
October 20, 2025
Pressenza
New York, l’ascesa di Zohran Mamdani tra paura, esclusione e alleanze
La campagna ribelle di Zohran Mamdani mette alla prova la capacità del movimento popolare di resistere ai media mainstream, alla politica delle élite e a un clima di paura artificiale, con i principali sindacati e i rappresentanti progressisti che fungono da contrappeso. In una città da tempo prigioniera dei meccanismi dell’establishment, la storica vittoria di Zohran Mamdani alle primarie per il sindaco di New York, ottenuta nonostante una spesa elettorale nettamente inferiore a quella degli avversari, è un segnale forte: l’insurrezione progressista è arrivata. Ora che le elezioni generali si avvicinano, la domanda è: la coalizione  di Mamdani riuscirà a respingere le forze dell’esclusione mediatica, dell’allarmismo delle élite e del consolidamento centrista? I sindacati si schierano con il Secondo Cerchio Dipinti dalla narrativa abituale come conservatori con una grande influenza, questa volta i sindacati si sono schierati con l’insurrezione. Il più grande sindacato sanitario del Paese, l’1199SEIU United Healthcare Workers East, che a New York ha 200.000 membri, ha formalmente appoggiato Mamdani, citando il suo impegno per l’accessibilità economica, l’edilizia popolare e i servizi pubblici. Nel frattempo, il New York City Central Labor Council (AFL-CIO), che riunisce 300 sindacati locali, lo ha appoggiato alla fine di giugno, elogiando la capacità della sua campagna di mobilitare volontari e di parlare direttamente ai lavoratori . Ampliando ulteriormente la sua base sindacale, il 32BJ SEIU, che inizialmente aveva sostenuto Andrew Cuomo, dopo le primarie è passato pubblicamente a Mamdani. Anche il DC37, il più grande sindacato dei lavoratori della città, si è schierato a suo favore. Questi appoggi non servono solo come capitale politico, ma confermano che la coalizione di Mamdani  comprende tutte le classi e tutti i settori, incarnando il Secondo Cerchio.  Il giornalismo dell’esclusione all’attacco Anche se il potere dei lavoratori sta cambiando, i cani da guardia dei media – il New York Times, la CNN e la Fox – continuano a svolgere il loro ruolo abituale: descrivere Mamdani come un pericoloso radicale non eleggibile. Il Times, ad esempio, lo ha definito “troppo inesperto” e una “versione turbo della sconcertante amministrazione di De Blasio”. Questo è il classico giornalismo dell’esclusione: eliminare le voci dei newyorkesi a favore dei salvatori dell’élite. È un déjà vu: le campagne di Bernie Sanders sono state sistematicamente emarginate – copertura mediatica distorta, tempo di trasmissione negato – anche se la sua base ha dato energia a intere regioni.  Mamdani ora affronta lo stesso atteggiamento dei media mainstream.  L’allarmismo sulla fuga dei ricchi – e la sua smentita Entra in gioco la prossima arma: la paura. I titoli dei giornali metteranno in guardia dalla fuga dei newyorkesi ricchi, dal crollo delle imprese e dall’evaporazione delle basi imponibili sotto un sindaco progressista. Questa narrativa è in sintonia con l’ansia dell’élite, ma ignora due realtà: 1.⁠ ⁠Le città governate da una leadership progressista, come Berlino o Amsterdam, spesso mantengono o aumentano gli investimenti attraverso politiche e pianificazioni infrastrutturali eque. 2.⁠ ⁠La vera resilienza economica deriva dall’inclusione, non dall’esclusione. Le proposte di Mamdani (autobus pubblici, congelamento degli affitti, cooperative alimentari) non sono generatrici di caos, ma ammortizzatori per le famiglie lavoratrici e gli ecosistemi locali. Possiamo introdurre questo concetto come segue: Sì, il piano di Mamdani comporta meno agevolazioni fiscali e più regolamentazione, ma la storia dimostra che le politiche basate sull’equità e la pianificazione non allontanano la ricchezza, ma rafforzano sia le comunità che le imprese. Non si tratta di un esodo, ma di un cambiamento verso una prosperità condivisa. Cronologia delle proiezioni settimana per settimana Ecco uno schema per una cronologia settimana per settimana che si può tradurre in grafici o infografiche: Settimane e sviluppi chiave Da ora a metà settembre (settimane 1-3): Circolano voci sull’incarico di ambasciatore in Arabia Saudita che Trump potrebbe offrire all’attuale sindaco di New York Eric Adams. Il sostegno dei sindacati a Mamdani guadagna terreno. Cuomo si appoggia a figure dell’establishment come Bill Clinton. Metà settembre (settimana 4): I media intensificano le narrazioni allarmistiche: fuga dei ricchi, allarmismo fiscale, panico sulla governance. Fine settembre – inizio ottobre (settimane 5-6): La campagna di Mamdani punta i riflettori sulla coalizione sindacale, rivela la parzialità dei media, confuta i timori economici con fatti e storie. Metà ottobre (settimana 7): Attenzione a potenziali cambiamenti di sostegno, in particolare da parte del senatore democratico Chuck Schumer. Un sostegno che darebbe credibilità a Mamdani in tutti gli schieramenti dell’establishment. Fine ottobre (settimana 8): Ultima ondata di tattiche allarmistiche: storie spaventose su legge e ordine, panico finanziario. Mamdani deve sostenere il messaggio della base. Inizio novembre (settimana delle elezioni): Se il pubblico capisce che si tratta di una messinscena, il Secondo Cerchio potrebbe resistere. Schumer: silenzioso o strategico? Nel nostro ultimo articolo abbiamo sottolineato la posizione cauta di Chuck Schumer. Finora il suo silenzio continua, descritto dalle fonti della campagna come “nessun sostegno immediato”, mentre sono in corso discussioni. Questo vuoto è importante: la voce di Schumer potrebbe influenzare i moderati che cercano legittimità. Senza di essa, quella fascia rimane politicamente orfana. Conclusione: il lungo arco dell’inclusione Questa competizione per la carica di sindaco di New York è ben lungi dall’essere un duello politico a breve termine. È una prova per verificare se la democrazia americana è ancora in grado di intrattenere un’unità e una speranza radicali, o se i nostri poteri istituzionali chiuderanno ancora una volta le porte. Una vittoria di Mamdani convaliderebbe simbolicamente e materialmente il Secondo Cerchio, dimostrando che i lavoratori, i giovani, gli immigrati e i newyorkesi comuni possono strappare il potere alle élite centriste. Anche se fosse sconfitta, la coalizione ribelle ha già smascherato il giornalismo dell’esclusione e gettato le basi per future conquiste. Traduzione dall’inglese di Anna Polo       Partha Banerjee
September 8, 2025
Pressenza