Intervista all’On. Stefania Ascari: no alla militarizzazione delle scuole
Dall’11 al 16 ottobre è prevista a Reggio Emilia una visita di studio promossa
da Reggio Children, realtà educativa a partecipazione comunale. Sulla
composizione della delegazione la deputata Stefania Ascari ha presentato
un’interrogazione (4/09208) ai Ministri dell’Istruzione e degli Esteri,
chiedendo di chiarire quali criteri debbano valere nelle collaborazioni
educative internazionali con istituzioni legate ad apparati militari.
INTERVISTA ALL’ON. STEFANIA ASCARI
D: On. Ascari, perché ha ritenuto necessario portare la questione in Parlamento?
R: Perché non siamo di fronte a una questione che riguarda l’identità religiosa
o nazionale di un gruppo di insegnanti. Il punto che ho posto è diverso: occorre
verificare se tra le realtà coinvolte nella visita vi siano istituzioni che
abbiano sostenuto, promosso o normalizzato rapporti con l’esercito israeliano,
mentre a Gaza e nei territori palestinesi occupati sono documentati gravissimi
crimini di guerra e contro l’umanità. Reggio Children rappresenta nel mondo un
patrimonio educativo italiano fondato sui diritti dell’infanzia, sulla pace,
sull’inclusione e sul rifiuto di ogni discriminazione. Proprio per questo
ritengo necessario che ci sia la massima trasparenza sulle realtà con cui entra
in relazione. Portare la vicenda in Parlamento significa chiedere alle
istituzioni nazionali di chiarire quali criteri debbano valere quando soggetti
educativi italiani instaurano rapporti internazionali con realtà che potrebbero
avere collegamenti con apparati militari coinvolti in un genocidio.
D: Che cosa chiede concretamente a Reggio Children e al Comune?
R: Chiedo innanzitutto trasparenza. Chiedo che venga verificata, scuola per
scuola e organizzazione per organizzazione, la natura dei rapporti eventualmente
intrattenuti con l’IDF o con soggetti che ne sostengono le attività. E chiedo
coerenza rispetto a quanto Reggio Children stessa aveva dichiarato nel settembre
2025, quando annunciò che non avrebbe accolto né partecipato a progetti con
istituzioni che sostenessero le politiche del Governo israeliano a Gaza. Non
chiedo di selezionare le persone sulla base della nazionalità, della religione o
delle opinioni individuali. Sarebbe inaccettabile. Chiedo invece di valutare i
rapporti istituzionali e le condotte concrete delle organizzazioni coinvolte. La
Carta “Per una educazione democratica e partecipata”, che impegna a ripudiare la
guerra e a tenere le scuole fuori da ogni forma di militarizzazione, rappresenta
un passo importante. Ma occorre capire come questi principi vengano
concretamente applicati.
D: Perché un’interrogazione ai Ministri dell’Istruzione e degli Esteri, visto
che Reggio Children è un soggetto a partecipazione comunale? Che cosa si aspetta
concretamente come risposta?
R: Sono perfettamente consapevole che il Governo non possa sostituirsi al Comune
di Reggio Emilia nelle decisioni che competono a Reggio Children.
L’interrogazione non chiede ai Ministri di esercitare poteri che non possiedono.
Chiede però al Ministero dell’istruzione di chiarire quale sia l’indirizzo del
Governo rispetto alla collaborazione del sistema educativo italiano con
istituzioni straniere che presentino eventuali rapporti con apparati militari
coinvolti in conflitti e al Ministero degli esteri di valutare la questione nel
quadro più generale delle relazioni internazionali dell’Italia e del rispetto
del diritto internazionale. Mi aspetto soprattutto una risposta su un principio,
quali criteri deve adottare l’Italia affinché la cooperazione educativa
internazionale non diventi, anche involontariamente, uno strumento di
legittimazione o normalizzazione di condotte incompatibili con il diritto
internazionale e con i valori che le nostre istituzioni educative dichiarano di
rappresentare?
D: Una risposta scritta arriverà dopo la visita. Che senso ha quindi lo
strumento?
R: Un’interrogazione parlamentare non serve soltanto a fermare un evento. Serve
a chiamare il Governo ad assumere una posizione e lascia agli atti del
Parlamento una questione che va molto oltre la visita prevista dall’11 al 16
ottobre. Il problema continuerà ad esistere anche dopo quella data, riguarda i
criteri con cui vengono costruite collaborazioni internazionali, study group,
partnership e attività formative. Inoltre, quando ho presentato l’interrogazione
la visita era prevista. Dopo le contestazioni e il confronto sviluppatosi in
città, la delegazione ha chiesto alcuni giorni per valutare le condizioni della
partecipazione. Questo dimostra che porre pubblicamente delle domande può
produrre un confronto prima ancora dell’arrivo della risposta formale.
D: Che cosa risulta dai precedenti del 2025, cioè l’annuncio di verifica di
settembre e il caso Temple Beth Sholom? Reggio Children ha davvero sospeso
quella collaborazione?
R: Questo è precisamente uno degli aspetti sui quali ritengo necessario fare
chiarezza. Nel settembre 2025 Reggio Children dichiarò pubblicamente di avere
avviato una verifica delle relazioni con le scuole che sostenevano il Governo
israeliano e annunciò che non avrebbe accolto né partecipato a progetti insieme
a tali soggetti. Pochi giorni dopo fu resa nota la sospensione temporanea delle
attività di collaborazione con la Innovative School of Temple Beth Sholom di
Miami Beach, dopo che era emerso che la comunità di riferimento indicava tra gli
enti da sostenere un’organizzazione a favore dei soldati dell’IDF. La
sospensione riguardava le attività di collaborazione, non l’interruzione di ogni
rapporto, Reggio Children precisò infatti di voler mantenere aperto il dialogo
con insegnanti e responsabili della comunità. Proprio questo precedente rende
legittimo chiedere oggi quale sia stato l’esito complessivo delle verifiche
annunciate nel 2025 e quali criteri siano stati successivamente adottati.
D: Qual è il criterio con cui si stabilisce se un’istituzione educativa non
debba essere accolta?
R: Il criterio non può essere la nazionalità. Non può essere la religione. E non
può nemmeno essere una generica appartenenza culturale. Deve essere fondato su
elementi oggettivi. Occorre verificare se un’istituzione sostenga materialmente
apparati militari, organizzi raccolte di fondi a loro favore, promuova la
militarizzazione all’interno dei propri percorsi educativi oppure mantenga
collaborazioni istituzionali direttamente funzionali a strutture coinvolte in
gravi violazioni del diritto internazionale. E lo stesso criterio deve valere
per tutti, non soltanto per Israele. Bisogna distinguere sempre tra governi e
cittadini, tra istituzioni e singoli insegnanti. È proprio questa distinzione
che consente di evitare qualsiasi discriminazione e, contemporaneamente, di
pretendere responsabilità dalle istituzioni.
D: Che peso ha avuto la mobilitazione dei genitori e delle realtà del
territorio?
R: Un peso importante. Famiglie, associazioni, sindacati e realtà del territorio
hanno posto domande precise e chiesto trasparenza. Non considero questo un
problema per un sistema educativo, considero il confronto con la comunità una
parte essenziale della sua credibilità. Reggio Children stessa ha riconosciuto
il valore di questo confronto e ha spiegato che la Carta “Per una educazione
democratica e partecipata” sarà discussa anche con la Consulta delle famiglie.
Quando si parla di educazione dei bambini, le famiglie non possono essere
considerate spettatrici.
D: Ci sono altri casi in Italia di collaborazioni educative o universitarie con
istituzioni legate a forze armate coinvolte nel conflitto? Che criteri propone
di adottare in generale?
R: Il tema è molto più ampio di Reggio Emilia. In questi mesi è emersa anche la
questione dei rapporti di università italiane con istituzioni israeliane
impegnate in attività di ricerca o cooperazione collegate al settore militare.
Su questo ho già chiesto chiarimenti attraverso gli strumenti parlamentari. Il
principio dovrebbe essere generale e applicabile a qualunque Paese, trasparenza
preventiva sulle partnership, verifica dell’utilizzatore finale delle attività
di ricerca e formazione, esclusione di collaborazioni direttamente funzionali ad
attività militari coinvolte in gravi violazioni del diritto internazionale e
valutazione periodica degli accordi in essere. Non dobbiamo inventare criteri
diversi a seconda dello Stato coinvolto. Dobbiamo costruire criteri trasparenti,
verificabili e uguali per tutti.
D: Come risponde a chi sostiene che l’educazione debba restare uno spazio di
dialogo anche con le parti in conflitto, che è la linea espressa a suo tempo da
Reggio Children?
R: Condivido il principio che l’educazione debba essere uno spazio di dialogo.
Ma dialogare non significa rinunciare ai propri principi. Anzi, un autentico
spazio educativo deve essere capace di dire con chiarezza che la vita di un
bambino palestinese e quella di un bambino israeliano hanno esattamente lo
stesso valore, che nessun bambino deve essere educato alla guerra e che una
scuola non può diventare luogo di normalizzazione della violenza o della
militarizzazione. Per questo considero significativa la Carta elaborata da
Reggio Children, che chiede a chi partecipa alla sua rete di ripudiare la guerra
e di tenere le scuole fuori da ogni forma di militarizzazione. Se arrivano
singoli insegnanti che accettano realmente questi principi, la situazione è
diversa rispetto all’accoglienza istituzionale di organizzazioni che sostengono
materialmente un apparato militare.
Il dialogo deve rimanere aperto alle persone. La responsabilità deve essere
richiesta alle istituzioni. È questa distinzione che permette di difendere
contemporaneamente il dialogo, il diritto internazionale, la libertà educativa e
il rifiuto di ogni forma di antisemitismo e di discriminazione.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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