Tag - curdi

Rojhelat: la guerra che i curdi non vogliono, ma nella quale Teheran può trascinarli
In Rojhelat, il cessate il fuoco non ha mai coinciso con la fine degli attacchi. Nei mesi trascorsi dalla tregua dell’8 aprile, mentre Washington e Teheran alternavano negoziati, minacce e nuove operazioni militari, sulle sedi dei partiti curdi piovevano bombe. In Iran sono proseguiti gli arresti, le esecuzioni e gli attacchi contro la guerriglia. L’invasione curda immaginata nelle prime settimane della guerra non si è materializzata. La guerra contro i curdi, invece, è continuata. Il 24 aprile erano già diciotto gli attacchi registrati dopo la tregua, attribuiti ai Pasdaran e alle milizie irachene a loro affiliate, che avevano causato quattro morti. Al 17 giugno i bombardamenti censiti erano diventati cinquanta, distribuiti tra le sedi del Partito democratico del Kurdistan iraniano (PDKI), del Partito della libertà del Kurdistan (PAK), delle diverse organizzazioni di Komala e di Xebat. Missili e droni hanno raggiunto anche gli insediamenti dove abitano le famiglie dei militanti. Il trasferimento dei campi e le restrizioni imposte ai partiti non sono bastati a proteggerli. Il rifiuto di diventare la fanteria di Stati Uniti e Israele non è bastato a sottrarre i curdi alla repressione iraniana. Intanto il Rojhelat, il Kurdistan orientale dentro i confini dell’Iran, ha cominciato ad assumere un peso nuovo nella geografia politica curda. > Mentre in Turchia e in Siria processi diversi e ancora reversibili stanno > ridisegnando il rapporto tra movimento curdo, lotta armata e Stato, in Iran > rimane aperta la questione di quale assetto possa emergere dalla crisi. Il > Partito della vita libera del Kurdistan (PJAK) è uno degli attori meglio > preparati a intervenire in questa fase. La strategia dei tunnel, affinata dall’esperienza dell’ultimo decennio di guerra tra il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) e lo Stato turco, tiene i membri del partito in relativa sicurezza, ma nessuna tattica può evitare indefinitamente lo scontro se Teheran insiste nel cercarlo. Il 28 giugno, sulle alture di Gagesh, tra Mahabad e Piranshahr, quattro membri delle Unità di Protezione del Kurdistan orientale (YRK), la forza di autodifesa legata al PJAK, sono caduti combattendo contro i Pasdaran. L’operazione iraniana, condotta con droni, artiglieria e mezzi corazzati, ha interessato un fronte di circa 400 chilometri ai piedi dello Zagros, a ridosso del confine con la regione del Kurdistan in Iraq. Le YRK hanno annunciato le perdite il 30 giugno e rese pubbliche le identità il 4 luglio: Arjîn Garzan, Bawer Cûdî, Cîhan Sîrwan e Şahan Gabar, due donne e due uomini. La geografia delle loro biografie attraversa il Kurdistan: Tatvan e Muş a nord, Marivan e Khoy a est. Anche mentre cambiano le forme organizzative della lotta, i percorsi dei militanti continuano a ignorare confini che sul terreno restano molto più porosi di quanto appaiano sulle carte politiche. La repressione non si ferma ai combattenti. Il 26 luglio il fotografo e attivista Mehdi Tavakoli, sua sorella Somayeh e la madre Maryam Aslani sono stati uccisi sulla strada tra Baneh e Marivan. La restituzione dei corpi sarebbe stata subordinata al silenzio della famiglia e alla presentazione dell’accaduto come incidente stradale. Nel solo mese di agosto sono state arrestate in Iran 117 persone, 75 delle quali curde. almeno 89 le esecuzioni. Per settimane partiti diversi, reti clandestine e popolazioni civili sono stati compressi nell’immagine di un esercito in attesa degli ordini americani. Quando Donald Trump ha accusato i curdi di avere trattenuto armi destinate ai manifestanti iraniani, questa rappresentazione ha offerto a Teheran un argomento ulteriore per presentare l’opposizione come un’emanazione dei servizi stranieri. > Gli attacchi e le esecuzioni restano responsabilità di chi li ordina e li > compie. Ma trasformare una società in una presunta riserva militare > dell’Occidente significa contribuire a renderla un bersaglio politicamente > spendibile. All’inizio di luglio sono cominciati a emergere i dettagli del piano con cui il Mossad avrebbe voluto provocare il rovesciamento del regime iraniano, abortito nelle sue fasi iniziali. Il nome in codice, «Gatto con gli stivali», non era nemmeno la parte più surreale del piano. Secondo le ricostruzioni emerse, i gruppi curdi avrebbero dovuto scendere in battaglia per favorire il ritorno al potere di Mahmoud Ahmadinejad, questa volta come figura sulla quale Israele riteneva di poter esercitare influenza. A ispirare la strategia, secondo una ricostruzione pubblicata da Haaretz, sarebbe stata la rapida caduta di Assad: l’Iran, dopo pochi mesi di bombardamenti, avrebbe dovuto cedere come la Siria dopo anni di guerra civile. Un’avanzata curda avrebbe dovuto produrre un’insurrezione iraniana; l’eliminazione dei vertici avrebbe dovuto disarticolare gli apparati repressivi e le capacità tattiche delle forze armate iraniane; l’indebolimento dello Stato avrebbe dovuto generare un nuovo ordine controllabile dall’esterno. La popolazione, le sue organizzazioni e i suoi obiettivi politici comparivano come variabili subordinate a questa sequenza. Quando i funzionari israeliani presentarono il piano alla delegazione americana, la reazione sarebbe stata un misto di sconcerto e ilarità. Marco Rubio avrebbe definito il progetto una «stronzata», il direttore della CIA John Ratcliffe una «farsa». Alcuni ufficiali israeliani, racconta una fonte citata dal giornale, scherzavano sul momento in cui si sarebbe aperto il «tiro al bersaglio» contro i curdi. È forse il particolare che racconta meglio la gerarchia delle vite su cui poggiava l’intera operazione. Tutte le fonti concordano su almeno un punto: le organizzazioni considerate portatrici di  «un’agenda esplicitamente antiturca» erano state escluse a priori. «Abbiamo fatto in modo di non entrare in questo gioco» rivendicava il 25 Agosto Ahwen Chiako, dirigente del PJAK. > La vicenda racconta bene il rapporto intermittente dell’Occidente con la > questione curda. I curdi vengono periodicamente riscoperti quando possono > contribuire alla strategia di qualcun altro. La loro visibilità cresce insieme > alla presunta disponibilità a combattere; diminuisce quando chiedono > riconoscimento politico, garanzie e il diritto di stabilire tempi e forme > della propria lotta. Il problema riguarda anche lo sguardo di chi racconta la regione: all’inizio del conflitto, mentre circolavano le voci di una prossima offensiva, in molti si sono affrettati ad accusare il movimento curdo di partecipare a supposti piani imperialisti sulla sola base delle dichiarazioni degli stessi attori in guerra. Quando quella narrazione si è sgonfiata di fronte ai fatti, sul Rojhelat è tornato il silenzio. In Turchia, dopo l’annuncio dello scioglimento del PKK nel 2025, il nodo centrale è diventato il rapporto tra disarmo e garanzie. Il Parlamento ha approvato il 10 agosto la legge numero 7595, pubblicata in Gazzetta ufficiale il 18, che definisce il quadro giuridico successivo al disarmo. È un passaggio concreto, ma una legge, da sola, non risolve la questione curda: molto dipenderà da come verrà applicata e dallo spazio che saprà aprire alla politica democratica. Il movimento ispirato a Öcalan si trova così davanti alla possibilità di trasferire una parte decisiva del conflitto sul terreno politico e dell’organizzazione sociale. Ma la sequenza conta. Chiedere prima la rinuncia a ogni capacità di difesa e lasciare a un momento indefinito le garanzie significa trasformare il negoziato in un atto di fiducia unilaterale. Il 25 agosto Mazloum Abdi ha annunciato lo scioglimento delle Forze della Siria democratica (SDF) come forza militare indipendente, dopo l’integrazione dei suoi combattenti nell’esercito siriano. Abdi ha annunciato anche l’integrazione delle istituzioni dell’Amministrazione autonoma nello Stato siriano. Le SDF cessano così di esistere come struttura militare indipendente dopo aver difeso per anni l’autogoverno del nord-est. Lo scioglimento formale, però, non basta a stabilire quale spazio resterà alle istituzioni nate dall’autogoverno e alla società che le ha costruite. > Presentare il Rojava come già cancellato impedisce di vedere la continuità > delle sue organizzazioni e la portata del cambiamento sociale che ha promosso; > leggere l’integrazione come il pieno riconoscimento delle sue rivendicazioni > nasconde invece i rapporti di forza e i compromessi che hanno accompagnato > l’accordo con Damasco. Turchia e Siria pongono così, in forme diverse, lo stesso problema: come trasformare la forza accumulata durante un conflitto in diritti capaci di sopravvivere alla sua conclusione? In Iran manca persino l’avvio di un percorso comparabile. Qui il potere continua a trattare l’organizzazione politica curda come una minaccia da eliminare, mentre la crisi rimette in discussione la struttura stessa della Repubblica Islamica. Il peso assunto dal Rojhelat dipende anche da ciò che è accaduto nella società iraniana dal 2022. La rivolta di Jin, Jiyan, Azadî, esplosa dopo il femminicidio di Jina Amini, ha mostrato come una mobilitazione radicata nel Kurdistan potesse parlare all’intero Iran. La libertà delle donne, la contestazione dell’autoritarismo e il riconoscimento delle comunità oppresse si sono saldati nella stessa mobilitazione. La rivoluzione delle donne nel Rojava ha contribuito ad alimentare un immaginario che nel Rojhelat si è tradotto anche in forme civili, politiche e sociali, ben oltre la lotta armata. Il PJAK condivide riferimenti ideologici, una storia politica e relazioni transfrontaliere con il PKK. Rivendica però strutture decisionali proprie e una strategia determinata dalle condizioni iraniane. Il 26 agosto Rivar Abdanan ha ribadito che lo scioglimento del PKK non comporta automaticamente quello del PJAK. In Iran, ha osservato, non è stato aperto alcun processo politico che renda praticabile lo stesso percorso. «L’integrazione non è il primo passo e al momento non è nella nostra agenda», ha affermato Gelawêj Ewrîn, portavoce stampa del PJAK. Perché diventi una possibilità occorrono il riconoscimento dell’identità e della volontà politica curda, la cessazione della repressione e garanzie che rendano la partecipazione una scelta libera. Se Ankara e Damasco trattano, pur con contraddizioni profonde, mentre Teheran continua a colpire, l’appartenenza alla stessa famiglia politica non rende sovrapponibili le tre situazioni. Il rifiuto di entrare in guerra, inoltre, non significa neutralità verso il regime. Nella prima parte di agosto si sono susseguite uccisioni di uomini indicati dalle organizzazioni curde come jash: membri o collaboratori dei Pasdaran. Il 12 agosto le YRK hanno rivendicato l’uccisione di Omar Dehqan, avvenuta alcuni giorni prima nell’area di Mahabad, accusato di avere contribuito all’operazione in cui erano caduti i quattro guerriglieri di Gagesh e di aver preso parte alla repressione di Jin, Jiyan, Azadî. Il 6 agosto, a Sarvabad, è stato ucciso Mohammad Ali Rahimzadeh; l’8 agosto, a Sine, Salar Rangamiz. La scelta di non aprire un’offensiva non dipende dunque dall’assenza di capacità militare. Conservare le forze, sottrarsi a una guerra di logoramento imposta dall’esterno e organizzare la società sono decisioni politiche. «La nostra strategia non deve essere dettata dagli eventi». Riassume Amir Karimi, co-presidente del PJAK. Nella sua analisi, la crisi dello Stato iraniano può creare possibilità, ma aspettare semplicemente il suo indebolimento consegnerebbe il futuro a chi dispone già di un piano e delle risorse per imporlo. La coalizione dei partiti curdi, annunciata a febbraio, serve a costruire una posizione comune nel Rojhelat e a impedire che l’ingresso in un fronte iraniano più ampio dissolva le rivendicazioni condivise del Kurdistan. La partecipazione all’Iran Freedom Congress porta invece quella posizione dentro l’opposizione iraniana: senza un accordo sulla natura plurale del paese, un eventuale cambiamento a Teheran potrebbe lasciare intatta la subordinazione politica curda. La mobilitazione, però, non passa soltanto dai partiti. Il 4 settembre, alla vigilia del quarto anniversario di Jin, Jiyan, Azadî, diverse organizzazioni di donne e per i diritti umani hanno sottoscritto un comunicato comune: Tra le firmatarie figurano KJAR, il Consiglio delle donne del PJAK, Asû, legata a Komala, Shivar del Baluchistan e il gruppo delle donne dell’Iran Freedom Congress. Il testo richiama la solidarietà tra comunità e individua nella libertà delle donne una condizione del cambiamento. All’inizio di settembre è ripresa l’escalation diretta tra Stati Uniti e Iran; il 5 settembre il CENTCOM ha annunciato di avere colpito tre petroliere iraniane dopo il lancio di missili contro due navi militari statunitensi. A Kuhestak, un bombardamento statunitense ha colpito una festa di matrimonio. L’Iran parla di almeno quattro morti e decine di feriti. La pressione militare ed economica continua dunque a crescere, senza indicare di per sé alcuna via d’uscita per la popolazione iraniana. Secondo Ahwen Chiako una nuova guerra potrebbe compromettere il controllo iraniano sul Rojhelat. > L’indebolimento del regime, tuttavia, può diventare un’opportunità solo se > incontra una società organizzata e un processo politico capace di garantire > che i curdi non vengano ancora una volta sacrificati a un accordo tra Stati. Nei comunicati di questi giorni ricorre il nome di Simko Serhildan, Majid Kaviani, caduto il 3 settembre 2011 in uno scontro con i pasdaran. Quindici anni dopo, il conflitto che lo portò alla morte resta, nella lettura del PJAK, politicamente irrisolto. Ma la memoria dei caduti non coincide necessariamente con la volontà di aggiungerne altri. Lo afferma Fûad Bêrîtan, nell’intervista diffusa il 2 settembre: «Non vorrei che l’eredità della nostra generazione fosse fatta soltanto di caduti, cimiteri e ricordi di guerra». Nella prospettiva del PJAK, la possibilità di evitare una nuova guerra dipenderà ora da ciò che farà Teheran. Se il potere iraniano aprirà la strada a un cambiamento radicale, aprendo un processo democratico che riconosca i curdi e gli altri popoli del paese, il PJAK vuole parteciparvi e risparmiare alla propria società la morte e la distruzione di un’altra guerra. Un cambiamento reale dovrà significare fermare la repressione e aprire uno spazio reale all’organizzazione e alla partecipazione politica, non semplicemente sostituire qualche dirigente o concludere un’intesa con Washington. Se invece Teheran continuerà a chiudere ogni strada politica e ad attaccare il movimento e la popolazione, per il PJAK non resterà altra opzione che la guerra. La strada che il partito afferma di voler evitare. Tutte le immagini sono state fornite dal PJAK Media Center Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Rojhelat: la guerra che i curdi non vogliono, ma nella quale Teheran può trascinarli proviene da DINAMOpress.
September 9, 2026
DINAMOpress
Iraq, acque agitate in vista del disarmo delle milizie ed il ritiro USA
Il 30 settembre, formalmente, è fissata una doppia deadline in Iraq, ovvero il ritiro delle truppe straniere ed il disarmo di tutte le milizie non statali, con l’integrazione dei propri membri all’interno delle catene di comando dell’esercito centrale. Ovviamente, l’amministrazione statunitense ha affermato di legare il proprio ritiro al disarmo […] L'articolo Iraq, acque agitate in vista del disarmo delle milizie ed il ritiro USA su Contropiano.
September 6, 2026
Contropiano
Il processo di pace in Turchia indica la strada: anche le Ypg/Ypj si sciolgono
Dopo l’approvazione della legge di amnistia parziale nei confronti dei membri del PKK in Turchia, ecco che, di conseguenza, in Siria si assiste ad un’accelerazione del parallelo processo di integrazione delle milizie curde nelle strutture del nuovo stato di marca qaedista, implementando i termini dell’accordo – capestro firmato lo scorso […] L'articolo Il processo di pace in Turchia indica la strada: anche le Ypg/Ypj si sciolgono su Contropiano.
August 19, 2026
Contropiano
AUDIO DEL DIBATTITO “IL PROCESSO DI PACE IN TURCHIA. PROSPETTIVE E ASPETTATIVE” ALLA FESTA DI RADIO ONDA D’URTO
Lunedì 10 agosto 2026 alla Festa di Radio Onda d’Urto si è tenuto il partecipato dibattito “Il processo di pace in Turchia: prospettive e aspettative”. Secondo l’“Appello per la pace e una società democratica” di Abdullah Öcalan, la società turca dovrebbe avviare un percorso di democratizzazione collettiva. A oltre un anno di distanza, abbiamo ragionato su quali siano le aspettative della società civile e quali le prospettive politiche degli attori coinvolti. Ne abbiamo parlato con İdris Baluken, ex deputato del parlamento turco con l’Hdp; Şerife Ceren Uysal, avvocata del Foro di Istanbul specializzata in diritti umani; Rosida Koyoncu, giornalista, documentarista e attivista per i diritti delle persone LGBTQIA+. A moderare il giornalista e nostro collaboratore, Murat Cinar. Incontro introdotto da Michele Borra della redazione di Radio Onda d’Urto. Durante il dibattito si è anche parlato della legge, approvata poche ore dopo l’appuntamento dal Parlamento turco, che prevede la sospensione temporanea e la possibile archiviazione di procedimenti penali contro i militanti curdi, dentro il processo politico scaturito nel febbraio 2025 dall’appello di Ocalan. La cosiddetta “legge sul rafforzamento della solidarietà nazionale e l’integrazione sociale” è stata approvata durante la notte con 468 voti a favore, 88 contrari e 6 astensioni. Ascolta o scarica l’audio del dibattito.Ascolta o scarica
August 11, 2026
Radio Onda d`Urto
Presentata in Turchia la legge sul PKK; è escalation fra Iran e gruppi curdi
È approdata nel parlamento turco la “Legge sul rafforzamento della solidarietà nazionale e dell’integrazione sociale”, approdo di più di due anni di trattative di pace sulla questione curda fra stato turco e Abdullah Ocalan, mediate dal Partito della sinistra filocurda DEM. La proposta prevede che indagini, processi e pene a […] L'articolo Presentata in Turchia la legge sul PKK; è escalation fra Iran e gruppi curdi su Contropiano.
August 10, 2026
Contropiano
Turchia, in arrivo una legge sul PKK e una scissione forzata fra i Repubblicani
Archiviato il vertice NATO, che ha lasciato in eredità i tentativi della Turchia di rientrare nel programma di fornitura degli F-35 – promettendo agli USA la rivendita dei sistemi di difesa missilistica russi S-400 – e di inserirsi nella partita del riarmo europeo tramite la fornitura di droni Baykar, il […] L'articolo Turchia, in arrivo una legge sul PKK e una scissione forzata fra i Repubblicani su Contropiano.
July 22, 2026
Contropiano
Dalla Memoria al Riconoscimento: Roma si confronta con l’eredità del genocidio di Anfal
In un’epoca in cui le convenienze geopolitiche oscurano spesso la verità storica, la lotta contro l’oblio collettivo rimane una delle forme più importanti di difesa dei diritti umani. Un passo significativo in questa direzione è stato compiuto recentemente nel cuore del panorama politico e culturale europeo. Nella storica Sala Di Liegro di Palazzo Valentini, una delle sedi istituzionali più prestigiose di Roma, si è tenuta un’assemblea pubblica non soltanto per commemorare le atrocità del passato, ma anche per chiedere un riconoscimento istituzionale formale del genocidio del popolo curdo e dei crimini sistematici commessi durante la campagna di Anfal. Il simposio internazionale ha riunito rappresentanti politici, attivisti della società civile, difensori dei diritti umani, studiosi e membri della comunità curda. Per i partecipanti, l’incontro è andato ben oltre i confini di un tradizionale evento politico: è stato un potente richiamo alla resilienza di un popolo la cui sofferenza è stata troppo spesso ignorata dalla comunità internazionale. Ad accompagnare il dibattito vi era una toccante mostra documentaria. Attraverso fotografie d’archivio, documenti storici e testimonianze dirette dei sopravvissuti, l’esposizione ha raccontato le conseguenze umane del genocidio e della persecuzione sistematica. Ha inoltre collegato il trauma storico della campagna di Anfal e dell’attacco chimico contro Halabja con il più recente genocidio perpetrato dall’ISIS contro il popolo yazida. Presentando insieme queste tragedie, la mostra ha evidenziato una lezione tanto difficile quanto essenziale: quando un genocidio non viene pienamente riconosciuto, ricordato e affrontato, le condizioni che rendono possibili nuove atrocità rimangono pericolosamente presenti. La scelta di Roma come sede di questa iniziativa possiede un forte valore simbolico e politico. L’obiettivo principale della campagna è ottenere il riconoscimento formale del genocidio di Anfal da parte delle istituzioni democratiche italiane, a partire dal Comune di Roma. Al di là del valore simbolico, questo percorso rappresenta un importante esercizio di responsabilità storica e di giustizia di transizione. Esso riflette la convinzione che una pace duratura non possa essere costruita sul silenzio, sulla negazione o sulla cancellazione della memoria storica. La campagna di Anfal, condotta dal regime baathista di Saddam Hussein tra il 1987 e il 1988, provocò la morte di circa 180.000 civili curdi, la distruzione di oltre 4.000 villaggi e lo sfollamento forzato di intere comunità. Organizzazioni per i diritti umani, studiosi di diritto internazionale e ricercatori specializzati negli studi sui genocidi hanno ampiamente riconosciuto questi eventi come un atto di genocidio. Eppure, nonostante la vastità delle prove storiche disponibili, il riconoscimento politico internazionale rimane ancora incompleto. A più di trent’anni di distanza, i sopravvissuti e i loro discendenti continuano a confrontarsi con il doloroso divario tra memoria e riconoscimento ufficiale. I progressi raggiunti a Roma sono stati possibili grazie all’impegno di diverse figure chiave della vita politica e civile italiana. Un particolare riconoscimento è stato rivolto a Claudia Papatà, membro del Consiglio Comunale di Roma, la cui iniziativa, dedizione e determinazione hanno svolto un ruolo fondamentale nell’avanzamento di questo processo di riconoscimento. I partecipanti hanno inoltre espresso gratitudine nei confronti della Senatrice Susanna Camusso, che ha costantemente utilizzato il proprio ruolo istituzionale per portare all’attenzione delle istituzioni democratiche italiane la tragedia vissuta dal popolo curdo. Il suo sostegno è stato particolarmente evidente durante la commemorazione del 14 aprile, Giornata della Memoria delle vittime di Anfal, quando ha pubblicamente onorato la memoria delle vittime e ribadito l’importanza della responsabilità storica. L’evento ha inoltre messo in evidenza il contributo significativo di Tamara Ferretti e della Commissione Nazionale Donne dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia). La loro partecipazione ha sottolineato il legame profondo tra le lotte storiche e quelle contemporanee contro l’oppressione. L’ANPI, organizzazione nata dalla Resistenza italiana contro il fascismo e il nazismo, rappresenta da sempre i valori della democrazia, della solidarietà e della dignità umana. Il suo impegno al fianco della società civile curda riflette una comune volontà di contrastare le persecuzioni, difendere i diritti umani e preservare la memoria storica. Le riflessioni emerse all’interno di Palazzo Valentini hanno infine superato i confini geografici del Kurdistan. I relatori hanno sottolineato come il riconoscimento di un genocidio non sia mai un semplice gesto simbolico. Si tratta di una responsabilità morale e politica. Riconoscere un genocidio significa contrastare l’impunità, proteggere la verità storica e rafforzare la coscienza collettiva dell’umanità. In un mondo sempre più segnato da narrazioni concorrenti e interessi geopolitici, dove la sofferenza delle comunità marginalizzate viene spesso ignorata o minimizzata, iniziative come quella di Roma rappresentano un richiamo fondamentale: la giustizia non nasce nei tribunali, ma dal coraggio di ricordare. La memoria di Anfal continua a vivere non soltanto nel popolo curdo, ma anche nelle persone e nelle istituzioni che, in tutto il mondo, credono che i crimini contro l’umanità non debbano mai essere dimenticati, negati o cancellati dalla storia. Mentre il percorso verso un riconoscimento istituzionale formale prosegue, l’assemblea di Roma rappresenta una testimonianza potente di una verità duratura: la memoria, quando è ancorata alla verità, può trasformare il trauma storico in responsabilità collettiva e il ricordo in un’azione concreta. L’autore desidera esprimere la propria gratitudine a Gulala salih, relatore al simposio di Roma, per i preziosi contributi e le importanti riflessioni che hanno arricchito la stesura di questo articolo. Shayan Moradi
June 18, 2026
Pressenza
Con il «no» svedese Bella Demhat rischia la vita
di Murat Cinar Bella Demhat, attivista trans e curda perseguitata in Turchia, rischia l’espulsione dalla Svezia nonostante il rischio certo di morte. Le istituzioni europee ignorano la violenza sistematica contro le persone lgbtqi+ in Turchia, preferendo alleanze geopolitiche alla protezione dei diritti umani. QUI L’ARTICOLO COMPLETO: https://ilmanifesto.it/trans-curda-attivista-bella-demhat-con-il-no-svedese-rischia-la-vita  
Erdogan “il mediatore” schiaccia l’opposizione
Nella giornata di ieri, la polizia turca ha fatto irruzione nella sede nazionale del CHP, il principale partito di opposizione al governo di Erdogan, con tanto di gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Un’azione che ha lasciato molti senza parole, per la sua immediatezza e per l’audacia con cui il […] L'articolo Erdogan “il mediatore” schiaccia l’opposizione su Contropiano.
May 25, 2026
Contropiano