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Campagne elettorali USA
interventi di Domenico Maceri, Anthony M. Quattrone, con la segnalazione di un libro di Alessia Gasparini Campagne elettorali USA: dai Super PAC a Elon Musk, chi finanzia la corsa alle urne – Domenico Maceri “La maggior parte degli studiosi ha trovato pochissime prove del fatto che i contributi alle campagne politiche comprino i voti dei legislatori”. Così si è espressa
October 19, 2026
La Bottega del Barbieri
La bilancia commerciale USA sprofonda: le importazioni raggiungono livelli record nonostante i dazi
La strategia del presidente Donald Trump basata sui dazi, volta a diminuire il deficit commerciale USA, si sta rivelando – almeno al momento – fallimentare, stando ai dati commerciali disponibili. Secondo il Dipartimento del commercio statunitense, infatti, ad agosto il deficit commerciale della potenza a stelle e strisce è aumentato del 13,7% raggiungendo i 105,6 miliardi di dollari, il livello più alto da marzo 2025. Quando Trump è stato eletto per il secondo mandato, invece, il disavanzo era pari a 79,8 miliardi di dollari: «Le politiche commerciali dell’amministrazione si sono rivelate in gran parte un fallimento; i dazi doganali non hanno fatto nulla per ridurre la dipendenza degli Stati Uniti dall’importazione di beni prodotti all’estero», ha affermato Christopher Rupkey, capo economista di FWDBONDS. Le importazioni USA sono aumentate del 4,3%, raggiungendo il livello record di 420,8 miliardi di dollari, mentre le esportazioni sono cresciute solo dell’1,4 percento raggiungendo i 315,2 miliardi di dollari. In particolare, Washington ha registrato notevoli disavanzi con molti dei Paesi con cui ha ingaggiato una vera e propria guerra commerciale, tra cui Cina, Unione europea e Canada, mentre ha segnato livelli record di deficit nei confronti di Messico, Vietnam e Malesia. Tra le cause dell’insuccesso della strategia trumpiana si possono annoverare un aumento della domanda interna di beni di consumo e un elevato costo del lavoro che non permette una produzione nazionale a prezzi competitivi. «Il costo del lavoro americano è semplicemente troppo elevato per produrre beni qui a prezzi sufficientemente bassi da indurre i consumatori a prenderli in considerazione. Anche se i produttori statunitensi fossero disposti a farlo, non si potrebbero costruire fabbriche qui abbastanza velocemente da produrre i beni da cui i consumatori dipendono», ha aggiunto Christopher Rupkey. In particolare, nel secondo trimestre del 2026, la domanda interna è aumentata al ritmo più sostenuto degli ultimi tre anni e mezzo, soprattutto per quanto riguarda le spese in attrezzature legate all’intelligenza artificiale. La stessa tendenza si è protratta anche nel terzo trimestre: i dati del mese di agosto mostrano, infatti, una forte spesa dei consumatori con ordini e spedizioni di beni strumentali non destinati alla difesa, esclusi gli aeromobili. L’aumento delle importazioni è stato sostenuto in primo luogo da un incremento nelle forniture e materie prime industriali, tra cui il petrolio, pari a 9,1 miliardi di dollari. Le importazioni di petrolio greggio sono aumentate di 3,3 miliardi di dollari, mentre quelle di beni strumentali sono aumentate di 6,2 miliardi di dollari, raggiungendo il livello record di 146,4 miliardi di dollari, trainate da semiconduttori e altri macchinari industriali. Allo stesso tempo, sebbene le importazioni di accessori per computer siano diminuite di 1,6 miliardi di dollari, hanno totalizzato 158,5 miliardi di dollari nei primi otto mesi dell’anno, rispetto agli 89,5 miliardi di dollari dello stesso periodo del 2025. Secondo gli economisti, il disavanzo commerciale statunitense ha ripercussioni negative sul Pil della nazione d’oltreoceano e stimano che potrebbe ridurlo di ben 2,5 punti percentuali nel terzo trimestre, come riferisce l’agenzia di stampa Reuters. Il commercio estero, infatti, ha inciso negativamente sul PIL per tre trimestri consecutivi e gli analisti della banca americana Goldman Sachs hanno rivisto al ribasso la loro stima di crescita del PIL per il terzo trimestre, portandola al 3,1% su base annua, rispetto al 3,4% precedentemente previsto. Il deficit commerciale non ha solo ricadute sul Pil, ma anche sull’inflazione, in quanto è determinato da un eccesso di domanda. Per questo motivo, la Federal Reserve (Fed) potrebbe decidere un nuovo aumento dei tassi d’interesse: «La Fed farebbe bene a prestare molta attenzione a tutta questa questione della domanda eccessiva», ha affermato Carl Weinberg, capo economista di High Frequency Economics, aggiungendo che «Alla base dello shock dei prezzi dovuto all’aumento dei prezzi dell’energia, c’è una sfida inflazionistica trainata dalla domanda nell’economia statunitense. I prezzi dell’energia sono solo una sovrapposizione a questo fenomeno». Il mese scorso, la banca centrale statunitense ha aumentato il suo tasso di interesse di 25 punti base, portandolo nella fascia compresa tra il 3,75% e il 4 percento, il primo aumento in tre anni, e ha preannunciato ulteriori incrementi dei costi di finanziamento. Mentre, da un lato, la guerra commerciale dell’amministrazione Trump sta indirettamente scardinando i meccanismi della globalizzazione, dall’altro, non sta raggiungendo – almeno per ora – gli obiettivi che si era prefissata. Si evidenzia, infatti, oltre a uno squilibrio della bilancia commerciale, una diminuzione del Pil e un aumento senza precedenti del debito pubblico statunitense. The post La bilancia commerciale USA sprofonda: le importazioni raggiungono livelli record nonostante i dazi appeared first on L'Indipendente.
October 16, 2026
L'INDIPENDENTE
Furundulla 342- Nooo…bel colpo…
…Navi Pillay non è in buona compagnia ma… di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) “Se applaudite un po’ più forte” Telemorte “La Corte Penale Internazionale? Penalizziamola internazionalmente!” Mondo pacco     L’origine del nome dato alla rubrica Furundulla: hastagasa La Furundulla precedente:
October 15, 2026
La Bottega del Barbieri
A proposito di gasolio
articoli di Demostenes Floros, Fabrizio Russo e Alberto Capece (ripresi da OttolinaTV, lafionda.org, ilsimplicissimus2.com)   L’Europa, grazie ai suoi milieu politici di infimo livello sia a livello nazionale che comunitario, è stata gravemente ferita dalla rinuncia alle risorse energetiche russe e oggi viene finita da quello che era, sì, il padrone, ma che per vecchio e inveterato inganno, veniva chiamato amico.
October 12, 2026
La Bottega del Barbieri
Trump si accorda con Putin sul gasolio russo e chiede la sostituzione di Zelensky
Prima l’accordo energetico con la Russia, poi l’auspicio di nuove elezioni in Ucraina. In poche ore, il presidente USA Donald Trump ha messo (nuovamente) all’angolo il suo omologo ucraino, Volodymyr Zelensky. «Avrebbe potuto porre fine a questa guerra molte, moltissime volte. Sceglie di non farlo. Vuole creare problemi al mondo. Vuole creare problemi ai nostri agricoltori colpendo le raffinerie russe. Credo sia giunto il momento che l’Ucraina abbia un nuovo presidente», ha dichiarato Trump, facendo registrare un nuovo minimo nelle relazioni con Zelensky, dopo l’umiliazione dello scorso anno alla Casa Bianca. Viene così troncato il graduale riavvicinamento degli ultimi mesi. Dal Cremlino esultano, confermando allo stesso tempo l’accordo voluto da Trump per immettere sul mercato gasolio russo e sospendere così le sanzioni. Su Truth, Trump ha annunciato trionfalmente che «la Russia fornirà immediatamente oltre 300.000 tonnellate di carburante diesel al mercato americano e globale, altre 500.000 tonnellate durante il mese di novembre e 1.000.000 di tonnellate immediatamente dopo». Tuttavia, convertendole in barili, le forniture ammontano a circa 2,2 milioni di barili nell’immediato e 3,7 milioni a novembre — due tranche spalmate in più settimane da 5,9 milioni di barili complessivi, pari a un quinto dei 30 milioni di barili di gasolio che ogni giorno vengono bruciati a livello globale. A limitare gli entusiasmi di Trump c’è un altro dato: la cifra concordata con Mosca equivale a circa una settimana di esportazioni russe ai ritmi dell’anno scorso, quando superavano gli 800mila barili al giorno. Al di là degli effetti sui mercati, che si prospettano limitati se non nulli, la sospensione delle sanzioni voluta da Trump veicola un’apertura non trascurabile verso il Cremlino, vista l’attuale congiuntura internazionale. Una mossa coerente con l’agenda di Washington, che già a marzo aveva allentato per due mesi le sanzioni sul petrolio russo. All’inizio del suo secondo mandato, Trump ha più volte messo in discussione il ruolo di Zelensky, passato dal godere di una certa protezione sotto Biden all’essere l’ostacolo principale ai processi di pace. «Suggerisco che gli ucraini si dotino di un nuovo leader capace di raggiungere un accordo, perché l’attuale avrebbe potuto concluderne molti, ma per qualche motivo non lo ha fatto», ha dichiarato Trump, chiedendo la sostituzione di Zelensky e incrinando un rapporto che negli ultimi mesi pareva essersi risollevato, dopo le tensioni iniziali. Pur riconoscendo l’imprevedibilità politica di Trump, è possibile ipotizzare un catalizzatore alle sue ultime uscite. Alle elezioni di metà mandato manca infatti meno di un mese e il capo della Casa Bianca deve fare i conti con una crisi energetica innescata dall’aggressione all’Iran e una popolarità ai minimi. Nel suo programma era stato dedicato ampio spazio alla fine del conflitto in Ucraina. Prometteva di raggiungere l’obiettivo in appena 24 ore. Oggi, a distanza di due anni, sono rimaste soltanto le parole. Ecco dunque che, con il fronte iraniano bloccato, arriva l’accelerazione sull’Ucraina, nel tentativo di mobilitare la base MAGA, rilanciare la propria credibilità politica ed evitare che il Congresso finisca nelle mani dei democratici. Lo fa mettendo pressione sulle autorità di Kiev, a partire da Zelensky. Quest’ultimo, in tutta risposta, ha dichiarato ad ABC: «con tutto il rispetto che nutro per Trump, spetta al nostro popolo scegliere il proprio leader. Se Trump desidera davvero che si tengano elezioni in Ucraina, chieda alla Russia di concederci due mesi, 60 giorni di cessate il fuoco totale, e noi organizzeremo le elezioni. Naturalmente, saremo pronti a qualsiasi scelta del nostro popolo». Pochi minuti dopo, Trump ha annunciato un «cessate il fuoco energetico immediato» tra Russia e Ucraina, spiazzando le parti e aggiungendo un nuovo tassello alla sua campagna elettorale. The post Trump si accorda con Putin sul gasolio russo e chiede la sostituzione di Zelensky appeared first on L'Indipendente.
October 11, 2026
L'INDIPENDENTE
Elezioni in Brasile: un bivio
Il risultato uscito dalle urne la sera del 4 ottobre nelle elezioni brasiliane è stato del tutto diverso dalle previsioni dei sondaggi di indirizzi e metodologie differenti. Ne è emerso un Paese sconosciuto, abitato da masse ignote assorbite da una destra estrema che ha fagocitato ampie aree del centro destra e del centro. Al momento risultano definitivamente eletti gli organismi legislativi della Federazione e degli Stati e alcuni governatori, mentre parte di questi ultimi e il Presidente della Repubblica andranno al ballottaggio il 25 ottobre. Particolarmente preoccupante per la tenuta democratica e istituzionale è il prevalere di Flavio Bolsonaro (con il 47,07% dei voti validi) su Lula (con il 45,12%). Per valutare le conseguenze, nelle istituzioni e nel Paese, di queste elezioni occorrerà vedere quale dei due candidati presidenti prevarrà. Qui mi limito, dunque, ad alcune informazioni sullo stato delle cose, rinviando a un secondo momento scenari e interpretazioni privi oggi di riscontri reali. Due fatti dominano su tutti. Il primo riguarda i governatori degli Stati. Nello Stato di San Paolo l’esponente di destra Tarcísio de Freitas è stato rieletto al primo turno con il 62,65% dei voti validi e il maggiore collegio del Paese, con 46 milioni di abitanti, incide molto sul risultato complessivo. In altri 19 Stati il governatore è già assegnato, con il successo dell’estrema destra nella regione Sud. In solo tre unità prevale la sinistra. Mancano sette Stati, fra cui Rio de Janeiro, pesantemente contaminato dalle milizie, che andranno al ballottaggio. L’onda lunga dell’antipolitica è giunta anche in Brasile con 33 milioni di astensioni, mentre 3 milioni 700.000 schede sono risultate nulle e 2 milioni 300.000 bianche. Quindi il suffragio di 40 milioni, pari a un quarto degli aventi diritto al voto, non è entrato nel computo. Un brutto panorama, dunque, che si conferma nella composizione delle assemblee legislative. Va tenuto anche presente che i governatori hanno potere esecutivo sulle polizie militari e civili degli Stati, corpi armati (molto armati), propensi alla gestione repressiva dell’ordine pubblico caro alle destre. Il secondo fatto ormai consolidato è la composizione del Senato, di cui sono stati rinnovati due terzi, cioè due eletti per ogni Stato. Si è rafforzato l’obiettivo prioritario dell’area bolsonarista di controllare questo ramo del Parlamento. Perché? Perché alla Camera alta sono attribuiti dalla Costituzione poteri su importanti passaggi istituzionali (deposizione del presidente, dei giudici del Tribunale Supremo Federale e di alti quadri giudiziari e amministrativi, nonché convalida di nomine di prerogativa del Presidente della Repubblica) che spesso richiedono una maggioranza di due terzi, cioè a 54 voti necessari su 81, al fine di evitare che il Senato blocchi provvedimenti già approvati dalla Camera e che sia alterato l’impianto istituzionale). Il Partito Liberale/PL, di cui fa parte la famiglia Bolsonaro, inoltre, intende imporre un’amnistia per i condannati del tentativo di colpo di Stato dell’8 gennaio 2023 rendendo di fatto del Parlamento, titolare del potere legislativo, un revisore delle decisioni giudiziarie (in questo caso delle sentenze dell’odiato Tribunale Supremo Federale). Anche la Camera dei Deputati si è ulteriormente spostata a destra. In teoria si può pensare che gli elettori abbiano scelto il proprio candidato in base al programma depositato da ciascuno di loro presso il Tribunale Superiore Elettorale/TSE, un documento vincolante al di là di semplici promesse di campagna. Scorrere tali programmi consente di cogliere la divergenza insanabile fra i due percorsi proposti. Probabilmente pochi elettori hanno avuto conoscenza di questi testi, che tuttavia si può immaginare che saranno presenti nel confronto delle prossime settimane. Provo, quindi, a riassumere e confrontare le posizioni espresse da Lula e Flavio, l’uno l’opposto dell’altro. Il progetto di Lula ha come filo conduttore la difesa attiva della sovranità e delle risorse naturali e la riduzione delle diseguaglianze, che in Brasile sono enormi e radicate in tutti i versanti, economico, culturale, sanitario, razziale, religioso, di genere e di età. Giustizia tributaria, reindustrializzazione, durata e qualità della giornata lavorativa, programmi sociali per alimentazione, casa, educazione, impegno instancabile per la salute pubblica universale sono i temi dominanti. Il progetto di Flavio è molto tecnologico, nel senso che prevede il ricorso all’informatizzazione per risolvere nodi fiscali, catastali, amministrativi nei servizi pubblici, sanitari, del ciclo scolastico obbligatorio: un’azione quantitativa il cui risultato dipende da ciò che viene imputato. I punti centrali sono equilibrio fiscale, controllo del costo del lavoro e “resistenza alla Repubblica sindacale”, ordine pubblico attraverso repressione primitiva (castrazione chimica, abbassamento dell’età penale a 14-16 anni, riconoscimento facciale capillare, omologazione fra criminalità organizzata e terrorismo). Anche i luoghi nei quali i due schieramenti svolgono la propria campagna elettorale sono diversi. La compagine di sinistra/centro sinistra si rende visibile soprattutto con comizi, manifestazioni (l’ultima molto partecipata a San Paolo il 3 ottobre), incontri nei luoghi di lavoro, nelle piazze ecc. L’alleanza di destra/centro destra ha i suoi canali di organizzazione in buona parte attraverso le infinite parrocchie neopentecostali che controllano in modo severo non solo il comportamento dei propri aderenti, ma anche, e forse soprattutto, le loro opzioni e azioni politiche (oltre a vigilare con meticolosità sulla decima obbligatoria). La criminalità organizzata indirizza i voti dei territori nei quali ha influenza, ovviamente con la minaccia e l’uso della brutalità. Le forze armate al momento tacciano, ma non è dato sapere quale vento soffia nelle caserme. Potente è la capacità della destra di usare le reti e gli influencer, spesso giovani violenti urlanti e vuoti e quindi facilmente assimilabili, che drenano milioni di voti. Non è una novità, poi, che la stampa di proprietà di grandi gruppi privati appoggi sempre le posizioni meno o per niente democratiche e sociali. Ma se non si è parlato di programmi durante il periodo elettorale di che cosa si è parlato? Le prime settimane di propaganda sono state dominate dall’esplosione di una profonda crisi nel Tribunale Supremo Federale, attizzata da una serie di iniziative anomale di alcuni giudici volte a proteggere Flavio dalle ricadute di un possibile enorme illecito finanziario che lo minaccia da vicino. Le settimane successive hanno visto una novità importante, cioè il ritorno sulla scena pubblica, dopo una lunga non innocente assenza, della Chiesa cattolica attraverso il suo massimo organo, la CNBB/Conferenza nazionale dei vescovi brasiliani, con esplicita difesa dell’indiscutibilità della democrazia. Gli aventi diritto al voto sono i cittadini e le cittadine brasiliane, ma altri si prendono la libertà di partecipare. Mi riferisco ovviamente agli Stati Uniti e in scala minore all’Europa nella sua espressione UE. Il governo Trump intende dominare in modalità coloniale l’intera America Latina e ha delegato la funzione all’imbroglione maniacale Marco Rubio. Il sequestro di Maduro è stato il lancio di tale progetto, ma interferenze più discrete si sono ripetute nelle elezioni degli Stati affacciati sul Pacifico (Perù, Colombia, Equador, Honduras) e anche nella continentale Bolivia. Tuttavia lo sforzo maggiore di condizionamento è stato ed è applicato al Brasile per il suo peso regionale. Qui la campagna elettorale statunitense contro il governo è iniziata a luglio 2025 con dazi alle stelle, sanzioni ad personam contro alti magistrati, minacce intorno ai processi contro i golpisti, sospensione di visti (cose tutte documentabili con date, numeri, attori). Una seconda ondata di misure similari è stata lanciata a distanza di un anno nel luglio agosto 2026. Per tutto il periodo il governo Trump/Rubio ha coltivato rapporti privilegiati e di protezione con il gruppo di autoesiliati variamente golpisti rifugiati negli Stati del sud degli Usa e ha promosso continui inviti e incontri ad alto livello con Flavio, vassallo portatore di promesse di fedeltà e tributi. Senza questa quinta colonna interna al Brasile il gioco statunitense sarebbe ben difficile. Per completare venerdì 2 ottobre, a meno di 48 ore dall’apertura delle urne, il Dipartimento di Stato con grandi annunci ha chiuso le sedi diplomatiche in Brasile dichiarando la situazione pericolosa. Anche l’Australia ha fatto lo stesso, sa il cielo perché. Una pressione psicologica rozza, un incitamento al panico senza fondamento. Delle normali elezioni sono dunque pericolose? In tutto il percorso di attacco alle istituzioni che il Brasile ha conosciuto in questi anni l’Europa ha brillato per omissione, fingendo di non vedere ciò che stava accadendo in America Latina. Valvassore pavido, l’Europa ha mandato un messaggio negativo al governo brasiliano sospendendo il 3 settembre 2026 (un mese e un giorno prima delle elezioni) l’importazione di proteine animali per motivi di controlli chimici. L’Italia, valvassino genuflesso, si è adoperata per ospitare sul proprio territorio personaggi con doppia cittadinanza già ampiamente condannati in Brasile per reati gravissimi. A San Paolo siamo nei primi giorni della primavera australe, con il compito immane di contenere un’onda avvelenata che vuole minare i pilastri di una fragile e incompiuta impalcatura democratica, costruita sulla difficile uscita da vent’anni di dittatura militare e sostenuta dalla Costituzione del 1988, imperfetta ma molto degna e minacciata. Un cielo caliginoso ammorba l’aria e, per riprendere una felice espressione del presidente Lula nel suo discorso in apertura dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 22 settembre 2026, siamo di fronte a un bivio: democrazia o mistificazione, dei corpi, dei luoghi, dei sogni.   Redazione Italia
October 10, 2026
Pressenza
Elezioni presidenziali in Brasile: Bolsonaro in vantaggio, ma sarà ballottaggio con Lula
Si sono aperte nella mattinata di domenica 4 ottobre le urne per oltre 150 milioni di elettori brasiliani, chiamati a scegliere il nuovo presidente dell’ultimo grande Paese sudamericano rimasto ad arginare l’ondata del trumpismo. I candidati erano tredici, ma la vera partita si è giocata tra il presidente uscente Luiz Inácio Lula da Silva e lo sfidante Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, attualmente agli arresti domiciliari con una condanna a 27 anni per tentato colpo di Stato. La campagna elettorale, svoltasi in un clima di scontro acceso e diretto tra i due candidati, ha visto Lula rilanciare un programma che sottolinea il ruolo centrale dello Stato per promuovere sviluppo e giustizia sociale, mentre Bolsonaro ha puntato molto sulle politiche securitarie e sull’austerità fiscale. Al primo turno, Bolsonaro ha staccato Lula di meno di due punti, fermandosi al 47% dei voti validi, al di sotto della soglia di maggioranza necessaria per evitare il ballottaggio. I due candidati si batteranno dunque al secondo turno, in programma il 25 ottobre. I risultati ufficiali del primo turno delle presidenziali brasiliane fissano l’affluenza al 78,92%, in leggero calo rispetto al 79,05% della precedente tornata elettorale, svoltasi nel 2022. Bolsonaro guida la corsa con il 47,03% delle preferenze, seguito dal presidente in carica Lula con il 45,16%. Dei tredici candidati, escludendo Bolsonaro e Lula, solo tre hanno ottenuto almeno un punto percentuale: lo scrittore Augusto Cury, del partito centrista Avante, ha ottenuto il 2,89%; Renan Santos, del partito di destra Missão, è arrivato al 2,24%; Ronaldo Caiado, del Partido Social Democrático, di centrodestra, si è fermato al 2,18%. In passato Avante ha appoggiato Lula nella coalizione di governo, ma Cury ha affermato che manterrà «il più assoluto silenzio riguardo a chi parteciperà al ballottaggio». Anche il candidato di Missão ha annunciato la neutralità del proprio partito, così come il leader del PSD, Gilberto Kassab. Il ballottaggio è previsto per il prossimo 25 ottobre e la corsa è ancora aperta. Lula ha proposto un programma che mette al centro il ruolo dello Stato nell’economia, mantenendo l’attuale cornice fiscale e puntando sugli investimenti strategici. Lula intende raggiungere la sovranità energetica promuovendo una spinta sulle fonti rinnovabili, ma anche rilanciando il colosso petrolifero del Paese, Petrobras. Propone inoltre il rafforzamento della sovranità nazionale, attraverso l’istituzione di un Consiglio Nazionale ad hoc e il potenziamento dell’infrastruttura nazionale dei dati. Il programma di Bolsonaro, invece, ruota attorno a una riduzione della spesa pubblica, una generale sburocratizzazione e una maggiore apertura ai mercati esteri, nell’ottica di attrarre investimenti. Bolsonaro promette inoltre un piano per semplificare la nascita di nuove imprese. Il programma del figlio dell’ex presidente è orientato anche verso una generale svolta securitaria e prevede, tra le altre misure, l’abbassamento dell’età per il riconoscimento della responsabilità penale, l’introduzione della castrazione chimica, e un generale inasprimento delle pene. La campagna elettorale tra i due candidati non ha visto sconti. Gli Stati Uniti sono stati inoltre particolarmente coinvolti, con l’amministrazione Trump accusata da esponenti del governo e dell’intelligence brasiliani di tentare di influenzare il voto a favore di Bolsonaro. Anche il rapporto con le piattaforme digitali è stato al centro di tensioni: a settembre Meta ha temporaneamente disabilitato gli annunci pubblicitari sul profilo Facebook di Lula, ripristinandoli poche ore dopo senza fornire una spiegazione. Parallelamente, un’inchiesta di Agência Pública ha rilevato che almeno 1.069 annunci con riferimenti a Lula o Flávio Bolsonaro sono stati finanziati in dollari durante la campagna elettorale, per un valore complessivo di almeno 120.800 dollari. Negli ultimi mesi, i rapporti tra Lula e Trump sono stati particolarmente tesi, anche a causa delle divergenze sulla politica commerciale e sulla regolamentazione delle piattaforme digitali. Trump ha invece mantenuto stretti rapporti con la famiglia Bolsonaro, e Flávio, suo alleato politico, ha incontrato il presidente statunitense alla Casa Bianca a maggio. Trump ha sempre mantenuto un rapporto di vicinanza con la famiglia Bolsonaro, maggiormente propensa ad aprire il mercato brasiliano agli investimenti statunitensi. Il Brasile è oggi uno dei pochi Paesi sudamericani – nonché il più importante – rimasti a opporsi manifestamente a Trump: negli ultimi anni, le tornate elettorali del continente hanno infatti visto affermarsi diversi candidati vicini al presidente degli Stati Uniti, anche in Paesi come la Colombia, precedentemente guidati da presidenti che mantenevano rapporti più conflittuali con Washington. La vittoria di Bolsonaro segnerebbe una svolta significativa per il continente, sempre più vicino a tornare a essere il «cortile di casa» degli USA. L'Indipendente
October 5, 2026
Pressenza