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Dal Messico alla Sardegna: complici e solidali
Si è svolto a Cagliari un interessante incontro col Congreso Nacional Indigena e il Centro per i Diritti Umani Frayba.  – di Carlo Bellisai (da Pressenza) Raccontiamo l’incontro con la Gira Zapatista a Cagliari, di cui abbiamo segnalato l’appuntamento in Bottega, riprendendo un articolo di Carlo Bellisai su Pressenza e il comunicato delle associazioni organizzatrici Dal Messico alla Sardegna: complici
Soldati statunitensi armati in Messico
Il Senato messicano autorizza l’ingresso di 139 uomini della 101ª Divisione aviotrasportata per esercitazioni in Chihuahua: è il quarto contingente statunitense ammesso quest’anno e di gran lunga il più numeroso. Sheinbaum parla di cooperazione “senza subordinazione”, mentre Washington militarizza la guerra al narcotraffico in America Latina. di redazione Pagine Esteri (*) Centotrentanove soldati statunitensi entreranno armati in Messico il 20
September 23, 2026
La Bottega del Barbieri
Cagliari, 22 settembre: lotte in Messico
Indigeni e contadini in difesa della vita e del territorio, incontro con la delegazione del  Congreso Nacional Indígena del Messico e del Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de Las Casas: martedì 22 settembre alle 18,45.   Martedì 22 sett. h 18,45 – Casa di Quartiere Is Mirrionis, Via Nebida 36, Cagliari Una delegazione del Congreso Nacional Indígena del Messico
September 20, 2026
La Bottega del Barbieri
Acqua per le persone o per le multinazionali della tecnologia?
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- A Querétaro, in Messico, i governi statale e federale sembrano aver dato una risposta a questa domanda: per le grandi aziende tecnologiche, come Amazon, Microsoft, Google e ora CloudHQ, l’acqua viene prima di tutto. Dopo che altre mega-industrie, come quella aerospaziale e automobilistica, avranno esaurito le falde acquifere e i pozzi della regione, ciò che rimarrà verrà smaltito dai giganti tecnologici globali. Si tratta delle stesse aziende che controllano oltre due terzi del cloud computing, dove finisce la stragrande maggioranza delle informazioni digitali di individui, istituti scolastici, operatori sanitari, agenzie governative e altri. Questo fornisce una solida base per le loro attività, che includono il sostegno al genocidio in Palestina e lo sviluppo di sistemi estremi di sorveglianza della popolazione (). Nell’ultimo anno, tre delle più grandi aziende tecnologiche al mondo – Amazon Web Services (AWS), Google e ora CloudHQ – hanno annunciato l’intenzione di stabilire le proprie attività in quella città, aggiungendosi ai precedenti investimenti multimiliardari di queste e altre aziende come Microsoft Azure. Stanno installando data center hyperscale, una scala necessaria per i nuovi sistemi di intelligenza artificiale (El negocio de la guerra tecnológica). I data center sono il fondamento fisico del cloud computing e del traffico digitale. L’hyperscale implica migliaia di computer interconnessi, che richiedono enormi quantità di energia e acqua per raffreddare il calore che producono. Generano inoltre rumore costante: tre fattori che, praticamente ovunque nel mondo, sono stati sviluppati senza consultazione e senza tenere conto del benessere e dell’accesso delle popolazioni locali e indigene. A Querétaro, come in altre città latinoamericane che ospitano grandi data center, come quelle in Brasile e Cile, le grandi aziende tecnologiche godono di numerosi vantaggi: esenzioni fiscali, terreni gratuiti o sovvenzionati, accesso estremamente favorevole ad acqua potabile ed energia e scarsa o nessuna regolamentazione o supervisione. A malapena devono conformarsi a pochi documenti formali, come le dichiarazioni di impatto ambientale, che non vengono né monitorate né sottoposte a verifiche. Pertanto, le aziende più ricche del mondo ricevono ingenti sussidi ambientali e pubblici. Tuttavia, prove e rapporti, compresi quelli delle Nazioni Unite, si moltiplicano di mese in mese, dimostrando che i data center sono consumatori voraci di acqua pulita ed energia. È il settore industriale in più rapida crescita a livello globale in termini di percentuale di domanda energetica. Entro il 2022, i data center di tutto il mondo hanno consumato più energia di interi paesi ad alto consumo come la Francia (ottava nella classifica mondiale dei consumi). Si stima che entro il 2026, il loro fabbisogno di energia e acqua raddoppierà. Nel 2020, l’industria digitale ha emesso tra l’1,53 e il 3,2% delle emissioni di gas serra che causano il cambiamento climatico, superando le emissioni di tutto il trasporto marittimo e aereo internazionale. Data la rapida crescita del settore, queste percentuali sono già state ampiamente superate. Querétaro è una regione arida e l’acqua utilizzata dalle industrie proviene in gran parte dalla falda acquifera della valle di San Juan del Río. Le industrie hanno sistematicamente estratto da questa falda più acqua di quanta ne possa ricaricare, con conseguente deficit annuo di 56,8 miliardi di litri. Molti pozzi a Querétaro sono in condizioni critiche. Ciononostante, questa è la fonte da cui le grandi aziende tecnologiche attingono, e continueranno ad attingere, la loro acqua (Los centros de datos de todo el mundo consumen más energía que Francia). In molti paesi, i giganti della tecnologia hanno scelto intenzionalmente di insediarsi in regioni aride vicino alle città perché ciò riduce i costi di prevenzione della corrosione delle apparecchiature, consente l’accesso ad acqua di falda pulita per il raffreddamento e fornisce acqua potabile trattata alla popolazione. Questo ha portato a numerose proteste e resistenze locali (Las guerras del agua no son virtuales). A seguito di queste proteste, le aziende tecnologiche hanno promesso in Messico e in altri paesi di ridurre il consumo idrico utilizzando sistemi di raffreddamento alternativi. Ma queste tecnologie richiedono più energia, il che ha portato a un utilizzo ancora maggiore dei combustibili fossili e anche al fatto che tutte le grandi aziende tecnologiche abbiano contratti e/o spingano, ad esempio, l’espansione dell’energia nucleare, un altro incubo in divenire. Le aziende tecnologiche operano con grande opacità e, in diversi casi, è stato necessario ricorrere alle vie legali per costringerle a rivelare il loro reale consumo idrico. A Querétaro, l’approvazione della legge statale sui servizi idrici nel 2022 ha di fatto privatizzato tali servizi, pertanto il governo statale non ritiene di poter o dover interrogare le aziende tecnologiche in merito, né controlla se queste rispettino gli impegni presi sull’utilizzo dei sistemi di raffreddamento (Querétaro y los centros de datos: el alto costo hídrico y social del paraíso tecnológico de México). Inoltre, secondo Andrés Barreda, ricercatore presso l’UNAM (Università Nazionale Autonoma del Messico), la recente iniziativa di istituire una “doppia” legge sull’acqua – una per i cittadini e un’altra per l’industria – garantirà e rafforzerà i privilegi idrici di cui già godono le aziende. L’acqua deve essere per le persone, per le comunità, per la biodiversità, per la vita. Questa è la risposta che dobbiamo difendere. -------------------------------------------------------------------------------- Fonte: La Jornada (qui pubblicato con l’autorizzazione dell’autrice) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Acqua per le persone o per le multinazionali della tecnologia? proviene da Comune-info.
September 9, 2026
Comune-info
CUBA, MESSICO E BOLIVIA: IL PUNTO DELLA SITUAZIONE CON ANDREA CEGNA DELLA NEWSLETTER “IL FINESTRINO”
Cuba, Messico e Bolivia. Su Radio Onda d’Urto tocchiamo, nei primi giorni del settembre 2026, questi 3 Paesi del LatinoAmerica con Andrea Cegna, nostro storico collaboratore e curatore della newsletter “Il Finestrino”, che entra in questi giorni nel proprio terzo anno di vita, cercando di raccontare quello che accade nel Continente al pubblico italofono. CUBA – L’infame bloqueo Usa in corso da quasi 70 anni – reso ancora più violento e criminale nel gennaio 2026, con il diktat di Trump contro l’arrivo sull’isola di carburante e beni essenziali – rende sempre più drammatica la vita quotidiana a Cuba, che tuttavia al momento resiste, ancora una volta, di fronte all’ingombrante e aggressivo vicino. Per capire cosa stia accadendo davvero a L’Avana e dintorni, lo stesso Cegna ha lanciato un crowdfunding su Produzioni dal Basso (qui per contribuire). Obiettivo: “provare a raccontare Cuba in un momento determinante della sua storia. Da una parte l’attacco senza precedenti, da un punto di vista economico/politico, che gli Usa hanno sferrato all’isola. Dall’altra il ricordo di Fidel”, morto 10 anni fa, il 25 novembre 2016. Cegna, con altri due report indipendenti, Giovanni e Marco, per realizzare un documentario, una mostra e un libro sulla Cuba di oggi. MESSICO – “Per l’umanità e contro il capitalismo”.  Così, da diversi anni, l’Ezln zapatista definisce se stesso e la propria lotta, partita dal Sud – Est del Messico ma rivolta al mondo intero, dove sempre più “il sistema capitalista è morte, non soltanto per l’umanità, ma per l’intero pianeta…la lotta contro il capitalismo è la lotta per la vita e viceversa», ha detto più volte da Marcos, per poi aggiungere: “Le guerre attuali servono a conquistare territori e per questo non importa quanta gente venga assassinata né quanti edifici, ospedali, scuole con dentro bambine-i e interi quartieri vengano distrutti. Di questo si tratta nella guerra capitalista: distruggere per poi ricostruire; spopolare per poi riorganizzare il territorio conquistato”. Partendo da qui, tra pochi mesi zapatiste-i ricorderanno la loro del 1 gennaio 1994 per la prima volta non in Chiapas, ma nella capitale Città del Messico. Lo faranno incontrando il movimento delle madres buscadoras, “dispiegate in tutto il Paese e, da lì, provare – aggiunge sempre Cegna in un altro Finestrino – a costruire un futuro diverso per il Messico e forse per l’America Latina tutta”. Il tutto mentre su uno dei casi più noti di desaparecidos – i 43 studenti normalisti di Ayotzinapa, fatti sparire nel settembre 2014 – nelle ultime ore sono comparsi altri 20 sacchi con resti umani, collegati proprio ad Ayotzinapa. BOLIVIA – Infine la Bolivia, dove tengono banco i risultati definitivi del Censo de Población y Vivienda 2024: sulle 36 lingue originarie del Paese andino, riconosciute dalla Costituzione del 2009 approvata ai tempi della presidenza di Evo Morales e ancora oggi in vigore, almeno una trentina rischino di sparire. “Quechua e aymara continuano a essere le grandi lingue originarie della Bolivia, il guaraní – scrive Cegna su “Il Finestrino” – conserva una presenza significativa, ma scendendo verso le lingue dei popoli numericamente più piccoli la distanza diventa enorme. Tsimane’, weenhayek, mojeño trinitario, yuqui, yaminawa, leco, tapiete, pacahuara, baure, machineri, canichana, moré, cayubaba, guarasu’we: dietro alcuni di questi nomi le persone che dichiarano la lingua come propria si contano ormai solamente nelle centinaia, nelle decine o addirittura nelle singole unità”. L’intervista di Radio Onda d’Urto ad Andrea Cegna, realizzata nella mattinata di mercoledì 2 settembre 2026 su Cuba, Messico e Bolivia. Ascolta o scarica.  
September 2, 2026
Radio Onda d`Urto
Intervista con Abundia Alvarado: “Diffondere le reti dell’abbondanza”
Sta per iniziare (28 e 29 agosto al Parco Falcone di Catania) il tour di Abundia Alvarado, attivista ambientale, donna trans, oltre che nativa delle comunità Nahuatl e Apache. Originaria del Messico, vive da tempo nel Sud degli Stati Uniti ad Atlanta, dove ha partecipato a lotte ambientaliste, per la causa lgbtq+, per la restituzione della terra alle comunità native, per i diritti dei lavoratori e degli animali e nel movimento Stop Cop City, che tra il 2021 e il 2024 ha tentato di impedire la costruzione di un enorme Centro di Addestramento antisommossa, che ha comportato la devastazione di una magnifica foresta.     Abundia sarà in Italia fino al 13 settembre, dalla Sicilia fino alla Val Susa, nell’ambito di un tour europeo che sta svolgendo insieme al regista Lev Omelchenko e altri attivisti, per promuovere il progetto The Autonomous Kitchen Councils (Consigli Autonomi di Cucina) nato durante quei tre anni di mobilitazioni (tutte le date sono alla fine dell’intervista). Qui a seguire alcuni stralci della lunga chiacchierata che abbiamo avuto con lei. Raccontaci innanzitutto di te e del tuo percorso come attivista Sono nata a Monterrey, città industriale nel Nord del Messico. La mia era una famiglia numerosa (ho sei fratelli e sei sorelle) e quando nacqui mia madre guidava un gruppo di donne nell’occupazione del quartiere doveva vivevamo, Canteras. La polizia la arrestò, minacciando di separarci poco dopo il parto, finché non la rilasciarono. Ma intanto io venivo allattata collettivamente da un gruppo di donne che non tolleravano intrusioni dai poliziotti: ogni volta che salivano la collina, venivano accolti da una pioggia di pietre e le loro camionette venivano spinte giù da un dirupo. Erano gli anni ‘60, questa difesa con le unghie e con i denti coinvolgeva gente di etnie diverse e richiedeva molto lavoro di mediazione. Già prima che arrivassero gli allacci per l’acqua, la corrente e il gas, le persone si erano unite per scavare i primi gradini nella montagna, sorsero le prime case di cartone e uno spazio per il trattamento del mais: tutti al lavoro nelle cucine che, diversamente da quelle dei bianchi, erano spazi comunitari. Io passavo un sacco di tempo con le donne a cucinare e portavo i capelli lunghi, il che rinforzava in me e negli altri la percezione che fossi più femmina che maschio: in cucina non mi sentivo disforica. Il nome che porto e che ho scelto quando ho cominciato la transizione di genere è quello di mia nonna Abundia. Non l’ho mai conosciuta, di lei non mi rimane neanche una foto. So che era una guaritrice Apache Chiricahua. Oltre a gestire una cantina, cosa non facile per una donna sola, aiutava le donne ad abortire quando in Messico era ancora illegale. Da bambina amavo esplorare la montagna presso Canteras, prima che diventasse un quartiere di lusso. Cercavo un posto solo per me, dove costruire altari per le divinità femminili della montagna. Fiori, piante, cascate, piccoli laghi dove facevo il bagno, persino i serpenti velenosi mi affascinavano (non a caso alcune divinità atzeche come Coatlicue hanno attributi serpentini). Anche con le formiche rosse avevo un rapporto di rispettosa coesistenza: a volte per impressionare i turisti sedevo su un formicaio e mi lasciavo coprire dagli insetti, del tutto incolume. Finché non diventai grande, non mi accorsi della mia povertà, grazie alle mamme nel vicinato che di nascosto mi nutrivano (mantenni un rapporto con loro anche dopo lo svezzamento) e grazie ai frutti di cui era ricca la montagna: è da lì che nasce l’idea della Rete dell’Abbondanza che mi vede attualmente impegnata, a partire dal nostro rapporto comunitario con la terra, in contrapposizione al regime di scarsità imposto dalla società capitalista. Mio padre era stato un sindacalista importante negli anni ‘50 durante lo sciopero contro la Hilados de México, che produceva fibre sintetiche. Fu uno degli scioperi più grandi nella storia del Messico e terminò con l’accoglimento di tutte le richieste de3 lavorator3. Ma dopo si demoralizzò, cominciò a bere. Quando compii diciotto anni mi avviò agli studi seminariali, per liberarsi del figlio queer che non voleva in casa. Come me, più di metà dei seminaristi era queer: per un ragazzo indigeno di umili origini studiare da prete era un modo per migliorare il proprio status sociale, oltre al fatto di uscire dal quartiere e magari viaggiare all’estero. In quattro anni mi laureai infatti in filosofia e negli anni successivi ebbi l’opportunità di venire spesso in Europa. Nel 1994, tornata in Messico, partecipai ai negoziati con l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. In tantissimi, soprattutto indigen3, si erano trasferiti nel Sud del Messico per unirsi al movimento, accettando di condividere i propri beni e mezzi di produzione, come presa di coscienza della propria identità: per la prima volta si discuteva di cosa significasse essere indigen3 e non solo messican3. Lavorando nell’ambito dell’associazionismo (con student3 internazionali o operai3 sottopagat3) e spostandomi spesso tra Messico e Stati Uniti, riuscii ad ottenere la cittadinanza statunitense. Molt3 amic3 che vivono negli Stati Uniti continuano ad attraversare il confine di nascosto per far visita alle loro famiglie. Nel 2015 ho fondato FaunAcción, un gruppo antispecista che si è molto impegnato in Messico per sostenere progetti educativi su diversi ambiti dell’animalismo, anche all’interno delle Università, perché gli/le student3 capissero chi approfitta della sperimentazione sugli animali. Dopo la pandemia abbiamo ripreso con El Molcajete, un furgoncino di volontar3 che, mediante la distribuzione di cibo vegano nelle aree più povere di Città del Messico informano sulla giustizia alimentare e sulla cucina messicana pre-ispanica, in ottica anticolonialista. Nel 2021 ho contribuito a fondare Mariposas Rebeldes, un collettivo di persone queer e trans indigene e latino americane che a partire dalla creazione di orti comunitari organizzano iniziative sull’identità di genere e di razza nella città di Atlanta. Il nome significa Farfalle Ribelli, come le farfalle monarca che migrano tra il Messico e il Canada. Come icona abbiamo scelto la dea atzeca Itzpapalotl, che può assumere sembianze di donna, ma anche di farfalla guerriera. Nell’estate del 2021, durante la pandemia, abbiamo organizzato il Dendalion Fest secondo l’esempio zapatista di scambio gratuito di cibo e risorse, ma anche di ricette, rituali, arti, conoscenze. Sia ad Atlanta che altrove siamo riusciti a coinvolgere molta gente della comunità latina, che normalmente non avrebbe partecipato. Anche piantare nopales (fichi d’india) in un parco pubblico, una pianta considerata inadatta a crescere in un clima umido, ha per me il significato di Land Back: non solo come restituzione delle terre strappate alle popolazioni indigene, ma come più profondo rapporto con la terra. Raccontaci del movimento “Stop Cop City” e del contributo che hai dato Atlanta è una citta che sta crescendo molto, forte degli investimenti di industrie multinazionali, ma vanta anche una forte tradizione di attivismo che risale al movimento per i diritti civili di Martin Luther King. È anche la città più ricca di foreste degli Stati Uniti. Nel 2021 una di queste foreste, in un’area a sud della città, è stata destinata alla costruzione della più grande base di addestramento della polizia negli Stati Uniti, che il movimento chiamò “Cop City”. Oltre alla devastazione ambientale, senza alcuna consultazione popolare, in continuità con la storia razzista e coloniale della città (la foresta era stata infatti una piantagione e una fattoria-prigione), questa mossa è stata vista come un oltraggio dal movimento Black Lives Matter, che nel 2020 si era affermato a livello nazionale con un’ondata di rivolte contro le violenze della polizia. Black Lives Matter chiedeva che quei fondi per l’addestramento delle forze di polizia a tecniche militari antisommossa (tra l’altro in collaborazione con i servizi d’ordine israeliani nell’ambito del programma GILEE) venissero piuttosto investiti in servizi sociali. L’immediata risposta a quel progetto fu Stop Cop City, un vasto movimento ambientalista con una forte presenza Muscogee (la tribù che originariamente abitava nel territorio di Atlanta e che era stata dislocata nel lontano Oklahoma due secoli fa) e delle comunità trans e queer. Non a caso la foresta venne rinominata Weelaunee (“Acque Limacciose” in lingua Muscogee) e per tre anni è stata occupata dagli attivisti, con l’obiettivo di ritardare l’inizio dei lavori in tutti i modi possibili, compreso il sabotaggio dei macchinari. In tutti gli Stati Uniti si è cercato di fare pressione sulle grandi corporazioni coinvolte nel progetto perché rescindessero il contratto con Cop City, mentre a livello locale il movimento godeva del crescente sostegno della popolazione, dalle scuole alle associazioni di quartiere: nel 2023 sono state raccolte 116.000 firme perché fosse la città a pronunciarsi mediante referendum circa il proseguimento del progetto, ma l’iniziativa è stata ignorata in quanto fuori tempo massimo! L’occupazione è terminata nel 2023 con lo sgombero degli accampamenti da parte della polizia e negli scontri ha perso la vita Manuel Esteban Paez Terán, not3 come Tortugita, attivista venezuelan3 al3 quale ero molto legata. Nel corso di un anno più di settanta attivist3 sono stat3 arrestat3, con accuse di terrorismo e cospirazione a delinquere. Dal 2025 Cop City può dirsi completata e la polizia che era stata addestrata lì dentro è stata subito impiegata per reprimere le rivolte contro l’ICE della popolazione messicana in California. Nell’inaugurazione di Cop City e nella distruzione della foresta di Atlanta riconosco un piano di annientamento sociale e ambientale che avanza da secoli: la foresta era un tempo la casa del popolo Muscogee, divenne poi latifondo, con gli abitanti originari deportati dall’altra parte degli Stati Uniti. Diventò poi piantagione, con lavoratori neri impiegati come schiavi e, dopo l’abolizione della schiavitù, come condannati ai lavori forzati. Dopo decenni di abbandono, durante i quali era ridiventata parco pubblico, la foresta è ora di nuovo inglobata nel progetto coloniale americano. Stop Cop City protests in Atlanta on 22/01/2023 | By Tatsoi – Own work, CC BY-SA 4.0, Link Abitando ad Atlanta a pochi chilometri dalla foresta Weelaunee, ho partecipato al movimento Stop Cop City sin dall’inizio; il mio contributo è stato ribadire la centralità delle comunità nere e Muscogee. Per la prima volta da quando vivo negli Stati Uniti mi sono sentita parte di una comunità, soprattutto durante le cerimonie per risacralizzare la foresta. Ritengo importante portare questo elemento di spiritualità nelle lotte di stampo occidentale, troppo legate a un razionalismo che compartimentalizza il mondo. Dobbiamo restituire importanza ai miti e alle cosmogonie: a Weelaunee ci sono state cerimonie indigene, cristiane, ebraiche e persino inventate. È in questo contesto di lotta anti-coloniale che sono arrivata a elaborare insieme ad altr3 il concetto di abbondanza, in quanto rete vivificante di rapporti con le persone, con l’ambiente e con gli animali. Non possiamo costruire il socialismo senza riconsiderare il nostro rapporto con la natura. Se non viene infranta, parcellizzata e privatizzata, questa rete procura ricchezza a sufficienza per il mantenimento e la prosperità di tutt3. Si tratta di un processo costante di guarigione, su cui costruire comunità libere e autonome. Seppur danneggiata, questa rete esiste già: è stata tessuta continuamente e collettivamente per miliardi di anni da piante, funghi, animali, dagli elementi come da3 nostr3 antenat3. Si tratta di re-imparare come connetterci. Parlaci del progetto AKC (Autonomous Kitchen Council – Consigli Autonomi di Cucina) che stai presentando in tutta Europa: anche loro nascono dal contesto della lotta per la foresta di Atlanta Negli ultimi due anni mi sono concentrata su questo progetto di “liberazione” della cucina dalle tradizioni patriarcali e coloniali: gli Autonomous Kitchen Councils definiscono una rete internazionale di associazioni di quartiere, gruppi di vicinato o spontanei, che cucinando insieme sperimentano nuove forme di socialità. Durante il tour presenteremo anche la traduzione italiana di una “zine” (rivista, abbreviazione di magazine) che racconta questo progetto e terremo qualche laboratorio di cucina precolombiana. Dalla mobilitazione di Atlanta ho capito che bisogna coniare nuove forme di aggregazione che portino gioia e vita nelle nostre comunità, che migliorino il nostro modo di stare insieme per meglio affrontare i momenti di crisi. Mentre si intensificano le minacce derivanti dall’estrattivismo, dal fascismo, dal colonialismo e dal cambiamento climatico a livello globale, le nostre lotte sono sempre più intrecciate e diventa quindi fondamentale elaborare modelli organizzativi che mettano al centro comunità storicamente emarginate, in ruoli anche di leadership: donne trans e cis, persone senza documenti, migranti, ner3, indigen3, in condizioni di povertà, queer, con disabilità. Credo che il progetto AKC (Autonomous Kitchen Council) possa assolvere a problemi di burnout, eccesso di potere o individualismo che vediamo in tanti gruppi, promuovendo una cultura di cura e connessione profonda, offrendo nuovi modi di relazionarci con la terra e con tutti gli esseri viventi, con gli spazi che abitiamo, con il cibo, i medicinali e le altre risorse. Questa etica di cura e condivisione è nata dalla teoria dell’abbondanza e dalla comunità che si è formata all’interno di Weelaunee, la foresta di Atlanta. Le date del tour italiano di Abundia Alvarado e degli altri attivisti di Stop Cop City: * Catania, 28 e 29 agosto al Parco Falcone, * Palermo, 31 agosto a Eglise, con Scuola Restanza e Futuro, * Verona, 2 settembre a Sobilla con Non Una di Meno, * Milano, 4 settembre in occasione del festival anti-razzista di Cantiere Abba Vive, * Val Susa, 5 e il 6 settembre, rispettivamente a VisRabbia di Avigliana e a La Credenza di Bussoleno, * Pisa, 8 settembre con L3 Reiett3 e Spazio Sociale Apuano, * Napoli, 10 settembre presso la Mensa Occupata dell’Università Federico II, * Roma, l’11 e 12 settembre al CSOA exSNIA in collaborazione con Collettivo Blocco Decoloniale e Vivèro – luogo di quartiere. Per contribuire alle spese di viaggio potete donare su Produzioni dal Basso Centro Sereno Regis
August 27, 2026
Pressenza
«Siamo tutti deportati»
Per trentacinque anni Luís Valentan ha vissuto negli Stati Uniti come lavoratore migrante senza documenti. Ha fatto il jornalero, si è organizzato con altri lavoratori, è diventato uno dei volti del National Day Laborer Organizing Network (NDLON) e ha dato vita a Radio Jornalera, una radio comunitaria nata per raccontare le esperienze e le lotte delle persone migranti con la loro stessa voce. Oggi vive nuovamente in Messico. Non per scelta, ma perché le politiche dell’amministrazione Trump lo hanno costretto a lasciare il paese in cui aveva costruito la propria vita. PH: Radio Jornalera L’ho conosciuto durante manifestazioni contro il razzismo e le politiche anti-migranti, megafono in mano, e successivamente attraverso Radio Jornalera. In questi anni è stato protagonista dell’organizzazione di numerose mobilitazioni tra Messico e Stati Uniti, come quella del 28 maggio scorso, in solidarietà con le grandi proteste che hanno attraversato contemporaneamente gli Stati Uniti e diverse città europee. Manifestazioni che rivendicavano un mondo senza re, senza genocidi, senza migranticidi e senza politiche di frontiera fondate sulla violenza. Una violenza che oggi non si limita più ai confini, ma entra nelle città, nelle scuole, nelle case e nei luoghi di lavoro. Una persecuzione quotidiana che continua a provocare morti, come quelle di Lorenzo Salgado Araujo 1, Joan Sebastián Durán Guerrero 2 e di Juan Jairo Coronilla Duran 3, cittadino messicano entrato legalmente negli Stati Uniti ed è stato investito da un camion mentre cercava di evitare un incontro con gli agenti dell’ICE. Una spirale di violenza che non colpisce soltanto chi vive senza documenti, ma alimenta un clima di paura capace di travolgere chiunque venga percepito come persona migrante. In questa intervista Luís Valentan racconta il proprio percorso: dall’arrivo negli Stati Uniti a diciassette anni all’impegno nell’organizzazione dei lavoratori migranti, dalla nascita di Radio Jornalera fino al ritorno forzato in Messico. È il racconto di una storia personale che attraversa oltre trent’anni di politiche anti-migranti, ma anche di resistenza collettiva. «PREFERISCO CHE NESSUNO DEBBA EMIGRARE NEGLI STATI UNITI» SEI PARTITO A DICIASSETTE ANNI. OGGI DICI CHE, SE DIPENDESSE DA TE, PREFERIRESTI CHE NESSUNO EMIGRASSE NEGLI STATI UNITI. PERCHÉ? Perché oggi chi arriva trova condizioni terribili. Da una parte ti criminalizzano, dall’altra ti concedono visti stagionali che, di fatto, ti riducono in una condizione di sfruttamento. È una grande ipocrisia. Gli Stati Uniti hanno costruito la loro ricchezza sullo schiavismo e continuano a sfruttare il lavoro migrante. Molti pensano che “dall’altra parte del muro” troveranno una vita facile. In realtà li aspettano precarietà, esclusione e persecuzione. Vivranno in appartamenti sovraffollati, lavoreranno senza tutele e saranno costantemente esposti al rischio di essere arrestati. EPPURE LE PERSONE CONTINUANO A MIGRARE. È SEMPRE STATO COSÌ, ANCHE PER CHI DALL’ITALIA EMIGRAVA NELLE AMERICHE O NEL NORD EUROPA. TU STESSO RIVENDICHI IL DIRITTO DI MIGRARE. Certo. Nessuno può fermare le migrazioni: fanno parte della storia dell’umanità. Per molte comunità impoverite del Messico anche una vita durissima negli Stati Uniti può rappresentare un miglioramento. Quando non hai nulla, anche pochissimo può sembrare molto. PARLI ANCHE DELLA TUA ESPERIENZA PERSONALE. Sì. Anch’io sono partito perché non avevo alternative. MA HAI SCELTO DI NON LIMITARTI A SOPRAVVIVERE. HAI DECISO DI ORGANIZZARTI E DI LOTTARE. Esatto. DALLA STRADA ALL’ORGANIZZAZIONE DEI LAVORATORI Il percorso di Luís nell’attivismo prende forma negli anni trascorsi in Arizona, dove entra in contatto con alcune delle principali organizzazioni di base impegnate nella difesa dei diritti delle persone migranti. Luís Valentan: Ho iniziato con i jornaleros, i lavoratori a giornata, partecipando alle attività di Puente Arizona Human Rights Movement e Tonatierra. Successivamente ho continuato questo lavoro in California. Organizzavamo percorsi di formazione perché le persone migranti conoscessero i propri diritti: diritti del lavoro, diritti civili, diritti costituzionali e diritti umani. Allo stesso tempo partecipavamo alle campagne contro le leggi razziste e contro le politiche che criminalizzavano chi viveva senza documenti. Ogni giorno i nostri centri accoglievano lavoratori e lavoratrici in cerca di occupazione. Li aiutavamo a ottenere salari dignitosi, ma soprattutto cercavamo di trasformare quei luoghi in spazi di organizzazione collettiva. Non semplici uffici dove trovare lavoro, ma comunità capaci di difendere i propri diritti e costruire forza politica. DALLE LEGGI RAZZISTE ALL’ERA TRUMP NEL CORSO DELL’INTERVISTA DEFINISCI GLI STATI UNITI UN SISTEMA FONDATO SULLO SFRUTTAMENTO. GUARDANDO AGLI ULTIMI DECENNI, VEDI UNA CONTINUITÀ NELLE POLITICHE MIGRATORIE? Luís Valentan: Sì. L’offensiva contro le persone migranti non è iniziata con Trump. Già durante le amministrazioni Bush abbiamo assistito a un progressivo irrigidimento delle politiche migratorie. Negli anni Novanta il capitalismo statunitense ha rafforzato un modello fondato sul razzismo e su forme di schiavismo moderno. In California, nel 1994, la Proposition 187 cercò di escludere completamente le persone migranti dai servizi pubblici: sanità, istruzione, welfare. Contemporaneamente cresceva una narrazione sempre più aggressiva. Dicevano: “Qui si parla solo inglese“, ma nello stesso tempo chiudevano i corsi gratuiti di inglese destinati alle nostre comunità. Poi arrivò la sezione 287(g), che consente alle forze di polizia locali di collaborare con l’ICE, consegnando le persone migranti alle autorità federali. Infine, nel 2010, la legge SB1070 dell’Arizona legalizzò di fatto la profilazione razziale e aprì la strada agli arresti arbitrari. Con Trump quella strategia è diventata ancora più violenta. Ha costruito il consenso presentando continuamente le persone migranti come criminali, terroristi o membri dei cartelli della droga. Trasmettevano immagini di estrema violenza per alimentare paura e odio. La pandemia ha rallentato solo temporaneamente questo processo. Per noi era chiaro che la SB1070 fosse stata un laboratorio di sperimentazione delle politiche che oggi vediamo applicate su scala nazionale. Allo stesso tempo abbiamo sempre saputo che, pur con linguaggi diversi, repubblicani e democratici hanno condiviso la stessa impostazione di fondo. I primi ci criminalizzano apertamente; i secondi ci guardano con compassione. Ma nessuno dei due ha realmente trasformato la condizione delle nostre comunità. Per questo non abbiamo mai smesso di organizzarci. COSTRUIRE COMUNITÀ PER RESISTERE COME È CAMBIATA LA VOSTRA ORGANIZZAZIONE IN QUESTI ANNI? La SB1070 ci ha costretto a ripensare completamente il nostro modo di lavorare. Abbiamo iniziato a costruire comitati di quartiere, gruppi di base, reti comunitarie presenti ovunque: nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei mezzi pubblici, nelle strade. L’esperienza delle pattuglie comunitarie create da Unión del Barrio a San Diego ci ha mostrato che era possibile organizzare forme di autodifesa collettiva contro gli abusi. Durante la pandemia la situazione è stata drammatica. Migliaia di lavoratori migranti sono morti perché non potevano permettersi di restare a casa. Chi non aveva documenti non riceveva alcun sostegno economico. Abbiamo lottato perché anche i lavoratori migranti fossero riconosciuti come lavoratori essenziali. Alla fine quella battaglia l’abbiamo vinta. Abbiamo partecipato anche alle mobilitazioni di Black Lives Matter dopo l’assassinio di George Floyd, così come abbiamo difeso i Dreamers e le altre comunità a cui Trump voleva revocare le protezioni legali. Molte battaglie le abbiamo vinte nei tribunali. Ma era evidente che Trump si considerasse al di sopra della legge. Per questo abbiamo continuato a rafforzare le nostre reti territoriali. UNA RESISTENZA SEMPRE PIÙ AMPIA COSA È CAMBIATO CON IL RITORNO DI TRUMP ALLA CASA BIANCA? La paura è cresciuta enormemente. Le persone senza documenti hanno paura perfino di uscire di casa. Ma, allo stesso tempo, abbiamo visto qualcosa di nuovo. Molti cittadini statunitensi bianchi hanno iniziato a mobilitarsi contro la violenza delle deportazioni e contro gli abusi della polizia. Abbiamo condiviso con loro un patrimonio di pratiche costruito in decenni di lotta. Oggi sanno come documentare un arresto, come proteggere un quartiere, come organizzare una rete di solidarietà, come raccogliere prove utili nei procedimenti giudiziari. Sono nati gruppi di autodifesa comunitaria composti da trenta, quaranta, a volte ottanta persone, collegati tra loro in una rete sempre più capillare: nei condomini, agli angoli delle strade, nei posti di lavoro, nelle scuole e nei tribunali. Per la prima volta abbiamo visto partecipare alle manifestazioni persone che fino a poco tempo fa restavano completamente estranee a queste lotte. LE ALLEANZE CHE CAMBIANO IL MOVIMENTO Il secondo mandato di Trump ha favorito alleanze che fino a pochi anni fa sembravano impensabili. Oggi lavoriamo insieme a realtà come Indivisible e partecipiamo alle manifestazioni del movimento No Kings, nato per difendere la democrazia e denunciare le violazioni dei diritti umani commesse dall’amministrazione Trump. Non chiediamo solidarietà fondata sulla pietà. Costruiamo alleanze tra persone che comprendono come la difesa dei diritti delle comunità migranti riguardi la qualità della democrazia di tutti. «SOLO IL POPOLO SALVA IL POPOLO» QUAL È L’ASPETTO PIÙ INNOVATIVO DI QUESTO PERCORSO? Luís Valentan: Abbiamo creato spazi comunitari che prima non esistevano. Per organizzare un semplice incontro sui diritti dei lavoratori ci ritroviamo nelle case, condividiamo un pranzo, una grigliata, discutiamo di come proteggerci e di come costruire solidarietà. Così molte persone statunitensi scoprono cosa significa vivere ogni giorno sotto la minaccia dell’ICE. Diventano nostre alleate non per carità, ma perché comprendono che la nostra è una battaglia comune. È questo che vogliamo: costruire un movimento capace di trasformare la società. Per questo diciamo che solo il popolo salva il popolo. Per noi la lotta non significa soltanto resistere. Significa anche cantare, fare musica, dipingere murales, celebrare la vita. Dentro NDLON l’arte e la cultura sono strumenti di organizzazione politica. Come dice Pablo Alvarado: «La lotta non è solo lottare, è anche cantare e celebrare.» Vogliamo costruire un movimento che non si esaurisca nella fatica della resistenza, ma che continui a generare forza, relazioni e speranza. DARE VOCE AI LAVORATORI: LA NASCITA DI RADIO JORNALERA IL TUO PERCORSO DI ATTIVISTA TI HA PORTATO ANCHE A DIVENTARE COMUNICATORE. COME NASCE RADIO JORNALERA? Luís Valentan: È stato un percorso naturale. Dopo l’esperienza in Arizona ho lavorato con diverse organizzazioni popolari e, nel 2017, sono entrato a far parte di NDLON. Nel frattempo avevo frequentato un laboratorio di conduzione radiofonica con Rubén Tapia, giornalista della radio comunitaria KPFK di Los Angeles. Lì ho capito che la comunicazione poteva diventare uno strumento fondamentale di organizzazione. Proposi a NDLON di creare una radio comunitaria, ma all’inizio nessuno era convinto. Così organizzai un corso di comunicazione per un piccolo gruppo di jornaleros. Alla fine del laboratorio realizzammo una trasmissione pilota. Quando i responsabili di NDLON la ascoltarono rimasero sorpresi: non immaginavano che quei programmi fossero stati prodotti da lavoratori migranti senza alcuna esperienza professionale. Fu allora che decisero di investire davvero nel progetto. Cominciammo in una piccola stanza, con pochissimi mezzi, ma con una convinzione molto forte: i lavoratori migranti dovevano poter raccontare la propria realtà senza intermediari. Per me il risultato più importante non è stato creare una radio. È stato vedere persone che non avevano mai preso la parola in pubblico scoprire di essere capaci di parlare, raccontare, condurre una trasmissione, informare altre persone. La radio ha restituito fiducia a molti lavoratori. Ci siamo appropriati di strumenti da cui eravamo sempre stati esclusi: internet, il linguaggio digitale, i microfoni. Soprattutto abbiamo conquistato qualcosa di essenziale: il diritto di rappresentarci da soli. QUINDI SEI STATO L’IDEATORE DI RADIO JORNALERA? L’idea iniziale è stata mia, ma Radio Jornalera è il risultato di uno sforzo collettivo. Senza i lavoratori e le lavoratrici che hanno creduto nel progetto non sarebbe mai esistita. Oggi la rete conta ripetitori in diversi Stati degli USA e anche in Guatemala, El Salvador e Costa Rica. È diventata uno spazio di informazione e formazione sui diritti delle persone migranti, costruito direttamente dalle comunità. IL RITORNO FORZATO IN MESSICO Dopo oltre trent’anni negli Stati Uniti, Luís si è trovato dall’altra parte della frontiera. Come migliaia di altre persone deportate o costrette a lasciare il paese, ha dovuto ricominciare da zero. CHE COSA ACCADE OGGI A CHI VIENE DEPORTATO? Le persone arrivano spesso senza documenti, senza soldi e senza telefono. Il governo messicano ha creato un programma di accoglienza che dovrebbe facilitare il rilascio dei documenti, l’accesso alla sanità e ad alcuni sostegni economici. Ma nella pratica le cose funzionano molto peggio. Molti uffici sono impreparati, prevalgono burocrazia, disorganizzazione e scarsa comprensione dei traumi vissuti da chi è stato deportato. Per questo NDLON ha costruito una rete di accompagnamento. Diffondiamo informazioni, aiutiamo le persone a orientarsi tra le pratiche amministrative e, quando necessario, mettiamo a disposizione volontari che le seguono nei rapporti con gli uffici pubblici. Molti deportati parlano ormai più inglese che spagnolo. Altri parlano solo lingue indigene. Molte procedure sono esclusivamente online, ma tante persone non possiedono né un computer né una connessione internet. Anche questo diventa un ostacolo. Il nostro obiettivo è creare in Messico Centri per il Lavoro simili a quelli costruiti negli Stati Uniti: luoghi di formazione, organizzazione e sostegno per chi è stato costretto a tornare. E saranno aperti non solo ai cittadini messicani, ma anche alle persone migranti che oggi rimangono bloccate in Messico. «SIAMO TUTTI DEPORTATI» TU HAI SCELTO DI LASCIARE GLI STATI UNITI PRIMA DI ESSERE ARRESTATO. TI RICONOSCI NELLA DEFINIZIONE DI “AUTO-DEPORTATO”? Luís Valentan: Io preferisco dire che siamo tutti deportati. Certo, sono partito con le mie gambe. Ma quando vivi sotto una minaccia permanente, quando sai che puoi essere arrestato in qualsiasi momento, rinchiuso per mesi, trasferito in catene da un centro di detenzione all’altro o mandato in un paese qualsiasi, quella non è una scelta libera. È una deportazione. Con questa amministrazione nessuno può sentirsi al sicuro. Io stesso temevo che il lavoro di controinformazione svolto con Radio Jornalera potesse trasformarmi in un bersaglio. Ho cinque figli. I tre più grandi sono cittadini statunitensi. Le due più piccole vivevano con me. Non volevo che la mia famiglia attraversasse il trauma di un arresto violento o di una lunga detenzione. Dopo trentatré anni di contributi sapevo comunque che non avrei mai avuto diritto alla pensione. A quel punto mi sono detto che non avrei regalato altro tempo della mia vita a quel sistema. Così ho deciso di tornare in Messico. LO SHOCK DEL RITORNO COM’È STATO RICOMINCIARE? È molto più difficile di quanto immaginassi. Dopo trentacinque anni il mio paese era quasi diventato uno sconosciuto. Certo, ho ritrovato la mia comunità, la mia famiglia, luoghi che non vedevo da decenni. Ma un ritorno è sempre anche uno shock culturale. Ci sono giorni in cui ti chiedi se hai fatto la scelta giusta. Poi guardi quello che continua ad accadere negli Stati Uniti e pensi che, nonostante tutto, qui stai meglio. La parte più dolorosa riguarda la mia famiglia. Mia moglie e le mie due figlie più piccole non sono riuscite ad adattarsi al Messico e sono tornate negli Stati Uniti. Quando ero emigrato ero partito da solo. Pensavo che almeno il ritorno lo avrei affrontato insieme alla mia famiglia. Invece oggi vivo qui da solo. Accompagno ogni giorno altre persone deportate, ascolto le loro storie e, nello stesso tempo, continuo a fare i conti con la mia. Non ho avuto nemmeno il tempo di reinserirmi davvero. «TRASFORMARE LA REALTÀ» IN QUESTO NUOVO CONTESTO PUÒ NASCERE UN’ALTRA STAGIONE DI ORGANIZZAZIONE? Luís Valentan: È quello che stiamo cercando di fare. L’esperienza accumulata negli Stati Uniti non deve andare perduta. Può diventare uno strumento per rafforzare le comunità che oggi vivono in Messico, siano esse persone deportate o migranti in transito. Dobbiamo continuare a organizzarci. Dobbiamo trasformare la realtà dei nostri quartieri, delle nostre comunità, dei nostri paesi. Non possiamo limitarci a sopravvivere. 1. Lavoratore edile messicano di 52 anni, residente da circa 35 anni a Houston. È stato ucciso il 7 luglio 2026 da un agente dell’ICE durante un’operazione di controllo. Le autorità sostengono che abbia tentato di investire un agente con il proprio veicolo; la famiglia, i testimoni e i legali contestano questa ricostruzione. La sua morte è oggetto di indagini federali ed è diventata uno dei simboli delle proteste contro le politiche migratorie dell’amministrazione Trump ↩︎ 2. Cittadino colombiano di 25 anni, residente nel Maine con la compagna e la figlia. È stato ucciso il 13 luglio 2026 durante un’operazione dell’ICE a Biddeford, pur non essendo il principale obiettivo del blitz. Anche in questo caso la dinamica è controversa e sono in corso indagini federali ↩︎ 3. Cittadino messicano di 28 anni, originario dello Stato di Guanajuato. È morto il 14 luglio 2026 a St. Augustine (Florida), investito da un camion mentre fuggiva da un’operazione dell’ICE. Secondo la famiglia si trovava negli Stati Uniti con un visto regolare e sarebbe dovuto rientrare in Messico pochi giorni dopo ↩︎
Messico arde
Ci arriva dal Messico il podcast Messico Arde che tenta di raccontare le guerre intestine che divorano il paese centramericano laddove non arrivano i riflettori del mondiale di calcio. Una società squarciata dalla violenza dei militari, delle milizie private, dai narcotrafficanti, dalle grandi industri minerarie e agro-alimentari, sulla pelle delle popolazioni urbane e indigene che continuano a resistere giorno dopo giorno per mantenere la propria autonomia e nel tentativo di chiedere giustizia per tutti i morti e gli scomparsi di questa guerra. Ne parliamo con Francesco del Nodo Solidale. Il podcast lo trovate su: MESSICO ARDE – podcast : Nodo Solidale : Free Download, Borrow, and Streaming : Internet Archive
La mia esperienza in un “albergue de seguridad” per migranti in Messico. Seconda parte
Seconda parte del racconto di Veronica, una giovane volontaria italiana,  sull’esperienza vissuta in un centro riservato a rifugiati e richiedenti asilo a Tapachula, nell’estremo sud-est dello Stato del Chiapas, in Messico, vicino al confine con il Guatemala. Link alla prima parte dell’articolo. Come arrivano le persone all’“albergue de seguridad”? Principalmente attraverso altre associazioni (Acnur, Jesuit Refugees Service, Oim, FrayMa). Quando qualcuno arriva spontaneamente alla porta, specialmente se centroamericano, viene valutata la situazione, verificato che abbia già iniziato un percorso di richiesta asilo e fatto un controllo dei documenti. Questa misura, che al primo impatto mi è sembrata troppo drastica, ha in realtà l’obiettivo di evitare che i persecutori possano entrare, mantenendo al primo posto la sicurezza degli ospiti. Qui le persone ricevono un posto sicuro per dormire, beni di prima necessità e prodotti basici di igiene, abbigliamento e tre pasti al giorno – purtroppo ad oggi, dati i tagli dei fondi, non sufficienti a un’alimentazione equilibrata. Recente il caso di una neonata portata d’emergenza in ospedale, il cui problema era proprio l’alimentazione non corretta della mamma. I dormitori sono suddivisi tra uomini, donne, famiglie (solo nel caso di padri con figlie e famiglie complete con bambini piccoli) e sezione dedicata alle diversità, di fatto l’unica in tutta la provincia. Oltre all’assistenza umanitaria, gestita da un’equipe composta da staff, volontari locali e volontari che come me vengono a passare qui un periodo (solitamente 6 mesi) e vivono all’interno del centro (a maggio eravamo in tutto oltre 15 persone tra staff e volontari nella sezione assistenza umanitaria), esiste un servizio di assistenza integrale. Supporto legale e aiuto nella ricerca di un lavoro, anche se irregolare; visite mediche, dentistiche e supporto psicologico in rete con altre associazioni (MSF, MdM, Save the Children…). Una scuola con ore dedicate a tutte le età. Uno spazio per le donne e un circolo di ascolto, confronto e attività che ha luogo ogni settimana. Una piccola biblioteca, una sala computer, uno spazio di gioco per i bambini, un campo per partite di calcio, basket, o pallavolo. Grazie ai volontari e ad altre associazioni, vengono costantemente promosse attività per adulti e bambini. La notte del cinema, la serata dei talenti, il corso di ballo, quello di spagnolo per la popolazione haitiana. In questi mesi, un’ospite sordomuta ha organizzato con il supporto di un volontario un corso di lingua dei segni, affinché volontari e utenti potessero comunicare con lei e imparare un nuovo linguaggio. Poi, quando è possibile, qualche uscita con i bambini, attività specifiche legate a feste o ricorrenze, laboratori per i più piccoli. Tutti gli utenti maggiorenni e senza problemi di salute o impedimenti fisici vengono suddivisi in squadre e ogni mattina, così come dopo ogni pasto, si occupano della pulizia delle aree comuni. Noi volontari controlliamo che tutto venga svolto correttamente e non è il migliore dei lavori. Qualcuno non si presenta, qualcuno si infastidisce perché fa sempre più di altri. Qualcuno torna stanco da 10 ore di lavoro. Ma in realtà sento che questo sistema crea comunità, senso di appartenenza degli spazi, e cosa più importante, evita di cadere nella tentazione dell’assistenzialismo. J., che per la sua età non è coinvolto nelle pulizie, ogni mattina alle 7 si propone come volontario per pulire l’area della spazzatura: mi piace lavorare, dice e almeno sento che anche io posso fare qualcosa. Il lavoro dei volontari consiste principalmente nell’aiutare nella preparazione e distribuzione dei tre pasti al giorno, supervisionare le pulizie e presidiare lo sportello nel quale viene distribuito tutto ciò che può servire: sapone, carta igienica, spazzolini da denti, crema, deodorante, assorbenti, pannolini, rasoi, abbigliamento in caso di bisogno, ma anche giochi per bambini e adulti in prestito, ago e filo, un rasoio o una piastra per i capelli, tagliaunghie, forbici, ecc. Parte del lavoro, svolte le mansioni ordinarie, è poi proprio quello che chiamano “socializzazione”: una partita a domino o a scacchi, una a volley con i ragazzi più grandi, un gioco con i bimbi, o semplicemente sedersi su una panchina e ascoltare. Più di una volta, in queste settimane, mi sono sentita ripetere: “Grazie per avermi ascoltato”. C’è chi vuole raccontare la sua storia, chi vuole solo parlarti del cibo nel suo Paese, chi ha bisogno di sfogare lo stress e il malessere di questi mesi rinchiusi con una partita a carte. Una ragazza mi parla della relazione con il figlio di otto anni che ha dovuto lasciare nel suo Paese. Qualcuno racconta il suo viaggio, qualcun altro mi chiede se, in caso di bisogno, sarei capace di uccidere. A volte è sufficiente un complimento per il nuovo colore di capelli o per un vestito. Una delle frasi che più mi hanno colpito mi è stata detta da E., 63 anni, dopo uno scambio di battute sul pessimo pasto appena mangiato (l’ennesimo piatto di “spaghetti” ai würstel): “Sono grato per tutto ciò che mi date qui. Prima di arrivare qua dormivo per strada, mi lavavo nel fiume, mangiavo quello che trovavo. Qui posso dormire al sicuro, fare la doccia e mi ascoltate. Mi avete fatto sentire di nuovo umano.” È proprio da questo episodio che è nata l’idea di organizzare un’uscita al mare, che si trova appena a mezz’ora, ma che raramente gli utenti visitano: per molti anche solo il biglietto dell’autobus è un costo insostenibile, soprattutto per le famiglie. E poi là, una merenda, o anche solo un posto all’ombra, diventano un ostacolo insuperabile. Ci sono andata nel mio primo giorno libero e al ritorno un signore orgoglioso di essere nato “davanti alla spiaggia più bella del mondo”, mi ha confessato di non vedere il mare da 25 anni. Da lì la decisione di organizzare una piccola raccolta fondi in Italia, tra amici e famigliari, per regalare una giornata diversa a chi per settimane o mesi resta chiuso qua dentro. Hanno risposto tutti con grande generosità, permettendo non solo di portare i minori e gli anziani, ma tutte le persone che ne avevano la voglia e la possibilità. Le difficoltà logistiche, organizzative e il tema della sicurezza non sono state poche, ma la giornata, per quanto semplice, per molti è stata davvero speciale. Dimenticare per un attimo la pressione, l’isolamento, la solitudine. Restituire normalità e dignità. Poi quando si fanno queste cose è sempre bellissimo vedere ciò che si genera: qualcuno quel giorno ha trovato un lavoro dignitoso. Si sono generati nuovi contatti e opportunità per tutti gli utenti e per l’albergue (come una visita gratuita all’acquario) e si è rafforzata la rete territoriale. A volte, solo uscire dalla routine genera opportunità. Sarebbe bello che un luogo così avesse la possibilità economica e i finanziamenti per garantire questo tipo di esperienze con continuità. Sarebbe ingenuo dire che sono quelle che fanno la differenza, quando le persone rischiano la vita o non hanno un luogo in cui dormire, ma sappiamo che sono quelle che ci rendono umani, che ci emozionano e che ricordano la voglia di andare avanti. Con alcune persone si sono creati legami più personali e una delle difficoltà è stata senz’altro mantenere un trattamento egualitario con tutti. Il che non è sempre facile, soprattutto considerando la barriera linguistica con alcune persone e i bisogni e le situazioni profondamente diversi. Per me la difficoltà più grande è stata abituarmi alla rigidità del posto. Il regolamento vieta, ad esempio, di fumare all’interno del centro, stabilisce orari specifici di uscita e proibisce di rientrare dopo le 18 se non per motivi di lavoro (comunque da concordare). Sono proibite anche liti, discussioni, insulti, ma anche relazioni sesso-affettive. Anche per una videochiamata è necessario richiedere una stanza chiusa. Durante la mia permanenza, sono state “espulse” diverse persone per varie ragioni: dai casi di molestia, a una lite con insulti tra due donne, entrambe fatte uscire la mattina seguente. Un caso che mi ha colpito particolarmente è stato quello di una madre con un figlio adolescente, che durante la prima notte avrebbe fumato sulle scale e assunto delle droghe, oltre ad aver scattato foto agli altri ragazzi senza il loro consenso. La mattina seguente, tornando dall’Ufficio Immigrazione, hanno trovato le loro cose fuori dal cancello e si sono ritrovati di nuovo per strada. In quel momento ho avuto forti dubbi sul restare in un luogo che non è in grado di dare supporto anziché voltare le spalle in una situazione del genere. È difficile, soprattutto provenendo dal contesto milanese, ricordare che ci sono dinamiche di rischio e sicurezza diverse e che le problematiche che attraversano le persone sono profondamente differenti. È difficile ricordare che questo è un luogo che non si occupa di integrazione, ma di assistenza umanitaria e protezione. Però qui M., a cui hanno ucciso il primo figlio in Honduras, può andare tutti i giorni a lavorare lasciando l’unico figlio che gli rimane, adolescente, senza doversi preoccupare per la sua incolumità, o per il fatto che possa finire nei giri sbagliati. T., papà solo di 4 figlie, fuggito dal suo Paese quando le pandillas (organizzazioni criminali dette anche maras) hanno accerchiato casa sua per dargli fuoco, mi racconta che aveva insegnato alle ragazze, nel caso sentissero degli spari, a salire sul tetto e a scappare da li, anziché scendere a cercarlo o aspettarlo). Quasi non esce perché è sicuro di essere stato seguito fino in Messico e mi dice con le lacrime agli occhi: “Qui, almeno, capiscono subito se possono fare entrare qualcuno. Ti ricordi quel delinquente che è arrivato con la sua mamma? Lo hanno cacciato il giorno dopo e ora sono più tranquillo.” Non sappiamo se quel ragazzino fosse davvero un delinquente, ma è certo che qui a volte è sufficiente una foto pubblicata, una conoscenza di una conoscenza, una parola di troppo o un nome detto alla leggera sul trasporto pubblico per mettere a serio rischio la vita di una famiglia. È difficile stare in un luogo che non è in grado di accompagnare anche chi è più problematico, ma è certo che qui i bambini giocano sereni, i ragazzi socializzano e si divertono e le madri e i padri finalmente respirano tranquilli perché sanno che i figli strappati dalla violenza, dal pericolo e dalla paura sono al sicuro.   Anna Polo
July 20, 2026
Pressenza
La mia esperienza in un “albergue de seguridad” per migranti in Messico. Prima parte
Veronica, una giovane volontaria italiana, ci racconta l’esperienza vissuta in un centro riservato a rifugiati e richiedenti asilo a Tapachula, nell’estremo sud-est dello Stato del Chiapas, in Messico, vicino al confine con il Guatemala. Sono arrivata qui un po’ per caso, come sempre nella mia vita. Mentre cercavo un volontariato da fare in Colombia, dove pianificavo di passare i prossimi mesi, un amico mi ha parlato di questo posto in Messico, un Paese che da tanti anni sogno di conoscere. Quando mi ha detto che si trattava di un centro per rifugiati, dentro di me si sono mosse tante cose. Prima di tutto, la possibilità di dare il mio contributo per il diritto alla mobilità delle persone, nell’ambito di un fenomeno come quello delle migrazioni che da sempre ho creduto prioritario, ma che negli ultimi anni purtroppo mi ha coinvolta personalmente e violentemente. La curiosità di conoscere un sistema diverso di accoglienza, in un Paese così peculiare come il Messico, luogo di partenza, transito e destinazione, la porta di ingresso agli Stati Uniti e il punto di incontro tra nord e sud del mondo. La paura di non saperne gestire il peso emotivo e la speranza di poter conoscere un luogo di accoglienza che funziona. Li ho contattati e sono partita. Dalla città di Tapachula, un pullman stracolmo di persone mi ha portata fino alla cancellata. Mentre portavo le mie cose al dormitorio, un bimbo piccolo mi ha salutato. Come ti chiami? Veronica e tu? Io sono E. e lui e è J, e tu da dove vieni? Noi dal Guatemala. L’ultimo giorno, prima di partire, quando sono andata a salutare la famiglia e ho detto che sarei andata proprio in Guatemala, si sono emozionati. Il piccolo mi ha detto: “Anch’io ci voglio andare, vengo con te e dopo torno qua. Possiamo cercare la mia scuola.” La sua sorellina di otto anni mi ha detto di stare attenta: “Lì a volte sparano.” Alla fine del primo giorno avevo già capito che sarebbe stato più facile del previsto. Nonostante tante criticità che sono emerse poco a poco, lo spazio è umano, le condizioni sono dignitose e anche se molte persone stanno in dormitori da 20 posti con un unico ventilatore in un prefabbricato con temperature medie di 30-35 gradi, la priorità è la relazione umana e ogni persona accolta trova uno spazio sicuro e di ascolto. Tapachula è la città di riferimento di varie frontiere formali, ma anche il punto di arrivo dei cammini di chi entra irregolarmente, attraversando il fiume che in questa regione fa da confine naturale tra Guatemala e Messico. Camminando per il centro, ristoranti cinesi e giapponesi sono testimoni di una migrazione di operai asiatici arrivati a fine XIX secolo (per la costruzione delle rotaie, così mi raccontano, ma non trovo informazioni al riguardo), che si sono poi installati nella regione. Vedo anche venditori ambulanti centroamericani e haitiani, bancarelle di prodotti per i capelli afro e una popolazione africana. La storia delle migrazioni a Tapachula meriterebbe un piccolo approfondimento; io purtroppo non ne conosco i dettagli, ma si percepisce come sia stato punto di transito e meta di diversi gruppi durante gli anni. Più del 60% dei richiedenti asilo in Messico presenta la propria richiesta a Tapachula. Qui li chiamano “albergues”: sono centri di accoglienza temporanea per migranti e a Tapachula ce ne sono una decina, gestiti principalmente da associazioni civili e religiose. Creato nel 2018 a seguito dell’emergenza della “carovana migrante” grazie a un finanziamento di UNCHR-ACNUR e ancora oggi sostenuto principalmente da associazioni e agenzie, quello dove mi trovo è un “albergue de seguridad”, rivolto nello specifico a rifugiati e richiedenti asilo. A causa delle recenti politiche USA, gli ultimi mesi hanno visto un taglio importante dei finanziamenti, che si nota nella quotidianità: i pasti sono sempre più basici (generalmente spaghetti ai würstel, pasta al tonno, soia con verdure e riso, zuppa di fagioli e poco altro) e sono state sospese tutte le attività extra organizzate internamente. Gli ospiti sono principalmente persone che scappano da persecuzioni e violenze; i casi di migranti economici sono rari. Un nuovo fenomeno è invece quello delle persone deportate dagli Stati Uniti. Si tratta principalmente di persone over 60, originarie di Cuba, ma non solo (ad esempio una mamma centroamericana con i suoi due bimbi, la prima nata proprio negli Stati Uniti). Questa nuova utenza presenta bisogni specifici, come cure mediche, letti bassi e dormitori al piano terra (purtroppo nella sezione maschile ne è presente solo uno). Durante la mia permanenza, gli utenti erano tra i 70 e i 77, inclusi minori e neonati. Lo spazio è stato creato per circa 250-300 posti letto, ma ad oggi il numero di ospiti è fortemente ridotto. Da un lato il calo della richiesta è dovuto alla diminuzione delle carovane, al fatto che oggi le persone restano per un tempo molto più lungo – fino a un anno e mezzo- a causa dei ritardi nelle procedure di richiesta di protezione e quindi la popolazione accolta è tendenzialmente più stabile, ma anche la chiusura delle frontiere. Dall’altro la mancanza di fondi rende impossibile abilitare tutti i dormitori (alcuni dei quali avrebbero necessità di manutenzione, i letti andrebbero cambiati ecc) e non permette di offrire un servizio adeguato a un numero così alto di persone, in termini di staff, gestione, alimentazione e distribuzione di beni di prima necessità e servizi. La popolazione si divide, indicativamente, in un 60% di uomini e un 40% di donne, con al momento due utenti che si identificano in “differenze”. Una ventina quasi i minori, che includono adolescenti e giovani, bambini e neonati (l’ultimo è nato nel centro il giorno prima che io arrivassi). Foto di Ale Cárdenas Olguín I principali Paesi di provenienza sono Haiti (33%), Honduras (20%) e Cuba (12%). La maggior parte dei cubani sono in realtà persone migrate molti anni fa negli Stati Uniti (alcuni hanno vissuto là per oltre 25 anni, qualcuno è arrivato che era minorenne e là ha costruito la sua vita), che per mancanza di accordi con Cuba vengono deportati in Messico, proprio nel punto più a sud, per “scoraggiare” un nuovo tentativo di ingresso negli Stati Uniti. Il resto proviene da altri Paesi del centro America e Caraibi (Guatemala, El Salvador, Repubblica Dominicana), da Colombia e Venezuela, ma anche da Benin, Iran e Russia. Alcuni minori sono nati negli USA o in Messico. Tapachula è una regione povera e con un grande problema di criminalità (dai cartelli alla delinquenza), di cui i migranti come sempre sono le prime vittime. Attraversare il Messico non è facile: continui posti di blocco, militari, narcos, rapimenti, aggressioni, tratta di persone. Dal momento della richiesta di protezione fino alla risposta che, se positiva, concede la residenza, le persone ricevono una specie di permesso provvisorio, che non permette loro né di lavorare formalmente, né di spostarsi liberamente nel Paese. Durante questo tempo, che può arrivare a due anni a causa della corruzione, i richiedenti asilo devono presentarsi e firmare all’ufficio COMAR ogni due settimane e non possono uscire dallo Stato nel quale hanno fatto richiesta (per questo le deportazioni avvengono qui) Alcuni vengono per restare. Altri volevano raggiungere gli Stati Uniti, ma con la chiusura delle frontiere decidono di stabilirsi in Messico. Qualcuno aspetta solo la prima occasione per andare oltre confine, o per tornarci. La maggioranza aspetta la residenza per spostarsi al centro o al nord del Paese, dove le opportunità lavorative sono buone e gli stipendi dignitosi. E., ad esempio, mi dice: “Ho lasciato Cuba a 16 anni. Non ho niente là. La mia famiglia, i miei amici, tutti sono negli Stati Uniti. Li ci sono i miei figli. Prima o poi riapriranno la frontiera, aspetto solo il momento giusto, per me qui non c’è niente”. Qualcuno invece sogna di aprire un ristorante in Messico. Per altre persone, l’unica meta è allontanarsi il più possibile dai propri persecutori: si fermeranno dove non riusciranno a trovarli. Anna Polo
July 19, 2026
Pressenza