“Vite che sconfinano”: donne transgender migranti tra tratta, diritti negati e protezione mancata
Le donne transgender migranti provenienti dal Sudamerica sono tra i gruppi
sociali meno assistiti nei percorsi di riconoscimento dello status di rifugiate
e di inserimento sociale. Sono inoltre tra le persone migranti maggiormente
esposte alla tratta a fini di sfruttamento sessuale.
Sono tra le cittadine con background migratorio che, pur potendo contare su una
residenza prolungata in territorio italiano, permangono spesso in uno stato di
precarietà e marginalità molto prolungato che le rende vittima di re-traficking.
È il quadro generale che emerge dal rapporto Vite che sconfinano 1, documento
riassuntivo dell’esperienza del progetto LightonRights 2.
Tra 2023 e 2025, il Progetto ha seguito 30 donne cisgender con background
migratorio e 40 persone lgbtqia+ migranti, soprattutto donne transgender
latinoamericane, escluse dall’accesso a diritti essenziali (soggiorno, salute,
abitare) a causa dell’inefficienza del sistema istituzionale italiano, della
(spesso) poca preparazione dei suoi operatori e della generale mancanza di
risorse del sistema d’accoglienza (anche del Circuito a bassa soglia) nel
territorio di Roma Capitale.
Eppure, gli strumenti giuridici per ottenere la protezione internazionale,
condizione fondamentale per una stabilità di vita e un migliore accesso ai
diritti fondamentali, ci sono.
Vite che sconfinano sottolinea infatti che (sebbene solo di recente) la
giurisprudenza ha stabilito la possibilità concreta di riconoscere la protezione
internazionale a persone che, nel proprio Paese d’origine, potrebbero subire o
subiscono (nel passato, presente e futuro) discriminazioni in base a
orientamento sessuale, identità di genere, espressione di genere o
caratteristiche sessuali 3.
Gli abusi subiti dalle donne transgender si possono poi ascrivere alla violenza
di genere. L’Alto Commissariato delle Nazioni Uniti per i Rifugiati (UNHCR)
definisce “violenza di genere” qualsiasi atto perpetrato contro la volontà di
una persona su base di differenze socialmente costruite (come il genere).
In altre parole, è violenza di genere qualsiasi danno o sofferenza mentale,
sessuale e fisica, la minaccia di questi atti, la coercizione e altre privazioni
della libertà che sono subite da una persona per il modo in cui esprime la sua
identità, modo che è percepito sbagliato dalle norme sociali maggioritarie.
Raccogliendo le testimonianze delle persone assistite e l’esperienza comune
giurisprudenziale e non, il report di LightonRights individua tre attori
principali che operano violenza di genere contro donne transgender.
Lo Stato, con i suoi vari operatori, genera supporta e riproduce discriminazioni
socio-culturali e penali che condannano le persone trangender a condizioni di
marginalità, subordinazione e pericolo di vita.
Per esempio, in diversi Paesi sono vietati i progetti a difesa e sostegno delle
persone lgbtqia+ oppure la queerness nell’espressione di genere e sessuale è
considerata un reato passibile di pena di morte. Ancora, le autorità statali non
attuano le tutele previste dalle leggi esistenti a beneficio di persone
lgbtqia+, ossia le leggi rimangono lettera morta.
Famiglie e comunità sono le altre due sorgenti di violenza di genere. Le norme
sociali che percorrono e costruiscono questi due nuclei puniscono spesso in modo
molto duro chiunque deragli dalla loro via.
Nel caso di donne trangender latinoamericane, è possibile supporre che il loro
contesto socio-culturale sia segnato dalla cultura del machismo e come un
individuo di sesso maschile che esprima la propria identità femminile sia
stigmatizzato in modo violento e negativo.
Non sono però solo il Paese e i nuclei sociali d’origine a produrre violenza di
genere contro donne trangender.
Anche il Paese e la società d’arrivo hanno responsabilità, perché anche in
questi contesti esistono norme comuni e atteggiamenti istituzionali che
designano le persone transgender/lgbtqia+ migranti come individui di serie B. in
Italia, sembra che l’unica possibilità di inserimento sociale delle persone
trangender provenienti dal Sudamerica (e in particolare delle donne) sia il
lavoro sessuale, in strada o in case d’appuntamento.
Questa visione restrittiva e predeterminata del loro progetto migratorio ed
esistenziale, che dovrebbe invece essere autodeterminato, alimenta il meccanismo
di loro traffico a fini di sfruttamento sessuale.
Anche i media alimentano questo meccanismo, descrivendo le donne transgender
come vite a perdere: donne destinate al lavoro sessuale “per abitudine”,
destinate a rimanere sulla strada per una sorta di incapacità di riscatto e/o
predisposizione derivata dalla loro identità di genere e sessuale. Persone che
non vogliono o non possono riabilitarsi.
Questo quadro costringe le donne trangender a condizioni di estrema precarietà
esistenziale, che a sua volte le svolgere attività lavorative obbligate e/o di
sussistenza come il sex work, spesso tra l’altro fonte di guadagno per la
famiglia e la comunità che le ripudia.
Esclusione sociale e marginalizzazione economica sono solo due delle forme che
prendono gli abusi sulle donne transgender nelle comunità di partenza, passaggio
e arrivo. Gli altri hanno carattere fisico (aggressioni), sessuale (stupro) ed
emotivo (maltrattamenti verbali ed esclusione sociale).
Ci sono anche l’esclusione dall’accesso ai diritti e alle risorse a essi
collegati e la violenza assistita (ossia il fatto di essere persone testimoni
dirette o indirette di violenze subite da altre persone transgender).
Inoltre, il timore nei confronti delle Forze dell’ordine (causato e alimentato
da esperienze negative vissute) e delle ritorsioni di trafficanti, sfruttatori e
cittadini violenti ferma spesso la volontà di denuncia, primo passo verso
l’uscita dalla condizione di sfruttamento e discriminazione.
La specificità dell’identità di questi individui e il vissuto, la coscienza, la
storia comune e condivisa ne fanno un “particolare gruppo sociale”.
Pertanto, le persone transgender (e lgbtqia+) possono essere titolari di tutela
da parte del diritto internazionale come rifugiate secondo le Convenzione di
Ginevra del 1951, recepita a livello europeo dalla Direttiva qualifiche del 2004
(diffusa nel 2011).
L’art. 2 di questa Direttiva mette in chiaro quali sono i principi secondo cui è
riconoscibile lo status di rifugiat3, mentre l’art. 10 specifica cosa significhi
appartenere a un particolare gruppo sociale3.
L’art. 7 determina che le misure di protezione per queste persone poste in
essere dallo Stato d’origine possono essere ritenute effettive solo se sono
durature, effettive e accessibili.
Ossia, come detto sopra, non basta una legge anti-discriminazione: è necessario
che esistano strumenti pratici che assicurino alle persone queer una protezione
costante e abilitante all’accesso ai diritti e al godimento di una vita
dignitosa.
L’art. 5 stabilisce che le persone transgender devono essere tutelate anche in
riferimento a minacce e violenze subite durante o dopo la partenza dal Paese
d’origine.
In generale, poi, il pericolo sempre attivo che minaccia queste persone rende
per loro valido il principio di non refoulement: non possono cioè essere
espulse, perché l’espulsione comporterebbe per loro un rischio troppo grande di
ricadere nella discriminazione e nei circuiti di sfruttamento di cui sono state
vittime nel Paese d’origine e durante il percorso migratorio.
L’applicazione della Convenzione di Ginevra sopracitata è facilitata anche dalle
Linee guida UNHCR in materia di riconoscimento dello status delle persone
rifugiate in base a orientamento sessuale e/o identità di genere. L’Alto
Commissariato riconduce ancora questo riconoscimento al fatto che le persone
trangender, così come lgbtqia+, sono ascritte in un particolare gruppo sociale.
Le sue Linee guida determinano che, nel dare protezione internazionale, bisogna
tenere in considerazione non solo gli episodi di sfruttamento già avvenuti ma
anche i danni che la tratta 4 ha causato nel Paese d’origine, anche se le
persone in questione non sono a rischio di re-trafficking.
Insieme alle diverse fonti legislative che sostengono il riconoscimento dello
status di persone rifugiate per le donne transgender, il rapporto Vite che
sconfinano richiama anche il Protocollo Addizionale alla Convenzione delle
Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, volto a
prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare donne e
bambini. La sua esistenza costituisce di per sé un’ulteriore conferma della
necessità di considerare le persone migranti LGBTQIA+ e transgender vittime di
tratta come soggetti a rischio, da tutelare attraverso strumenti di protezione
internazionale.
Esistono quindi diverse fonti di diritto internazionale che spingono alla
protezione delle persone trangender migranti. La Direttiva qualifiche europea è
vincolante per gli Stati membri, quindi anche per l’Italia.
Eppure, in Italia non esistono percorsi davvero efficaci per la tutela e
l’inclusione di queste soggettività. Oltre alle cause fondamentali già elencate
sopra, bisogna tenere in considerazione un altro fattore determinante in questa
questione: l’intersezionalità rappresentata dalle persone lgbtqia+ migranti.
Le donne trangender latinoamericane seguite dal progetto LightonRights non sono
solo persone queer, ma sono anche migranti, sono latinoamericane, sono donne,
sono spesso in condizioni di precarietà abitativa e hanno spesso un accesso
claudicante alle cure mediche.
Sono persone a cui la violenza subita ha lasciato in eredità malattie di
carattere psichico e/o che l’instabilità esistenziale ha spinto verso dipendenze
da sostanze.
Appunto mettendo in pratica la complessità della vita trangender migrante in
Italia, il rapporto Vite che sconfinano approfondisce anche la questione
dell’accesso al diritto alla salute e all’abitare mettendola in relazione alla
mancanza di un qualsiasi permesso di soggiorno nel territorio italiano.
Quello che il progetto LightonRights ha fatto davvero emergere è quindi la
necessità di affrontare un problema per il quale esistono tutte le premesse
risolutive con uno sguardo multidisciplinare e intersezionale.
Perché tutela e accesso ai diritti implicano un ripensamento della cittadinanza
in senso più inclusivo e partecipato, che coinvolge non solo persone migranti
lgbtqia+ e chi opera nel settore, ma anche la società nel suo complesso.
1. Leggi il report ↩︎
2. LightonRights è un progetto di Diritti di Frontiera-Laboratorio di teoria e
pratica dei diritti APS e di Libellula Italia APS che ha lo scopo di
supportare (con un atteggiamento multidisciplinare e intersezionale) persone
lgbtqia+ e queer nella rivendicazione dei loro diritti attraverso uno
sportello socio-legale all’Università degli Studi di Roma Tre. LightonRights
è finanziato da ActionAid International Italia E.T.S e Fondazione Realizza
il Cambiamento nell’ambito del progetto “THE CARE – Civil Actors for Rights
and Empowerment” cofinanziato dall’Unione Europea ↩︎
3. L’Art. 10 specifica anche che un particolare gruppo sociale è costituito da
quelle persone che hanno un’identità o una storia comune, che definisce la
loro identità, basata su un tratto identitario irrinunciabile e al quale non
dovrebbero rinunciare in ragione di discriminazioni da esso derivanti,
soprattutto nel Paese d’origine. Specifica che l’individuazione di un
particolare gruppo sociale avviene anche in base a considerazioni di genere
e in base all’orientamento sessuale ↩︎
4. La definizione di tratta adottata comunemente è contenuta nel “Protocollo
Addizionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità
organizzata transnazionale per prevenire, reprimere e punire la tratta di
persone, in particolare donne e bambini” ↩︎