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Le ambiguità della “resistenza” iraniana all’estero. Intervista a Minoo Mirshahvalad
La rappresentazione della situazione politica iraniana offerta in questi anni dalla grande maggioranza dei media mainstream nel nostro Paese può essere facilmente accusata di superficialità. Da un lato, si racconta, c’è una spietata “dittatura teocratica”; dall’altro un popolo oppresso e ostile, pronto a rovesciarla, magari anche grazie al generoso (e […] L'articolo Le ambiguità della “resistenza” iraniana all’estero. Intervista a Minoo Mirshahvalad su Contropiano.
July 3, 2026
Contropiano
MEDIO ORIENTE: TRA PALESTINA, SIRIA E LIBANO, 1000 CHILOMETRI QUADRATI GIA’ INGLOBATI PER LA “SICUREZZA” DI ISRAELE
Si riapre, pericolosamente, un altro fronte di guerra ai confini orientali del Mediterraneo. Nel sud della Siria, a Daraa, scontri aperti tra milizie locali e quelle governative di Al Jolani, l’ex jihadista scelto da Usa, Turchia e Ue per gestire quel che resta del Paese. In mezzo al caos ci sguazza Tel Aviv, che ha lanciato colpi di artiglieria dalle alture del Golan occupate da mezzo secolo e da Quneitra, occupata invece nelle ore convulse seguite alla caduta di Assad. L’obiettivo di Tel Aviv è approfittare del caos per rubare un altro pezzo di territorio siriano, arrivando alle porte di Damasco, spingendo sul fuoco della settarizzazione della Siria, in particolare strumentalizzando parte della comunità drusa. “L’aggressione sionista contro la Siria è un’estensione di quella in Palestina e Libano, un tentativo di realizzare il mito del ‘Grande Israele'”. Così Abu Ubaida, portavoce militare delle Brigate Qassam, il braccio armato di Hamas. “Dobbiamo stroncare sul nascere questo mito e contrastarlo prima sia troppo tardi” aggiunge il movimento islamico palestinese. Tra Palestina (Gaza), Siria e Libano, Israele ha rubato circa 100 chilometri quadrati di territorio ai Paesi vicini, con la scusa sempiterna della “sicurezza”. Intanto continua il genocidio israeliano nella Striscia di Gaza. 4 palestinesi uccisi in un attacco israeliano a Deir al-Balah: tra loro un bambino di soli otto anni. 8 i feriti. Dall’entrata in vigore del farlocco cessate il fuoco dell’11 ottobre dello scorso anno uccisi 1.048 palestinesi, 3400 i feriti, 786 i corpi recuperati sotto le macerie. Allargando lo sguardo all’inizio del genocidio conclamato, ottobre 2023, le vittime palestinesi accertate sono 73.058; più dell’intera popolazione residente in una media città italiana, come Potenza o Asti, spazzata via per sempre. Da Gaza alla Cisgiordania, dove un ragazzino di soli 15 anni è stato ucciso da spari alla testa dei soldati occupanti, asserragliati dentro un fortino – check point vicino Al Bireh. Altri militari hanno poi fatto irruzione nell’Università di Birzeit, a nord di Ramallah. Colpita la Facoltà di Scienze Motorie; distrutti arredi e attrezzature. Una pratica, quella di aggressioni e distruzioni di beni studenteschi, oltre alla confisca di materiali e attrezzature, sempre più frequente, non solo contro le università, ma pure contro le scuole superiori. Solo oggi arrestati 4 studenti che si stavano recando a sostenere il primo giorno del Tawjihi, l’esame di maturità, fondamentale per determinare poi l’accesso agli atenei. Salgono così a 65 gli studenti arrestati in tempo d’esami, come denuncia la Società palestinesi per i diritti dei prigionieri. Vi proponiamo un passaggio del comunicato odierno della Società palestinese. Ascolta o scarica Le scosse telluriche del caos generato prima da Israele e poi dagli Usa oggi si riverberano anche in Iraq. Baghdad ha lanciato un ultimatum alle potenti milizie armate sciite; disarmare entro il 30 settembre. L’annuncio giunge alla vigilia della visita negli Stati Uniti del nuovo primo ministro, Ali Al-Zaidi. Proprio Washington sta esercitando pressioni sul governo iracheno affinché consegnino le armi. Alcuni di questi gruppi avevano ripetutamente preso di mira le strutture statunitensi in Iraq nel corso del conflitto scaturito dall’offensiva israelo-americana contro Teheran. Andiamo proprio a Teheran. In vigore una nuova sospensione degli attacchi tra Usa e Iran dopo un week end di alta tensione: raid iraniani su basi Usa in Bahrein e Kuwait, a seguito degli attacchi aerei disposti da Trump in alcune aree militari iraniane, a loro volta replica ai colpi contro una nave commerciale battente bandiera di Singapore che non stava rispettando la rotta voluta dall’Iran. Una situazione molto complicata, a cui – per ora – viene messa un’altra pezza. E’ giallo però sul nuovo incontro, che fonti Usa in mattinata hanno dato per certo già domani a Doha. Teheran smentiva, affermando che ‘non sono previsti incontri tecnici dei gruppi di lavoro per questa settimana’, mentre Trump confermava: “L’Iran ha richiesto un incontro. Si svolgerà domani a Doha’, ha scritto il tycoon, salvo poi correggersi; “Witkoff e Kushner saranno a Doha…ma solo in settimana”. Il tutto mentre i Pasdaran hanno attaccato il Kurdistan iraniano. Le Unità di difesa del Kurdistan orientale (YRK) si sono scontrate con Teheran nella zona di confine di Mahabad. L’organizzazione guerrigliera legata all’esperienza del confederalismo democratico ha dichiarato che qualsiasi ulteriore attacco non resterà impunito,: “Non accettiamo attacchi. Se ciò dovesse ripetersi, daremo la risposta necessaria. Proteggere vita e beni del popolo è una delle nostre responsabilità fondamentali”. Infine il Libano. Qui Tel Aviv ha colpito almeno 3 volte nella notte via cielo e terra a sud, tra Nabatieh e Mayfadoun, mentre oggi pomeriggio intensi raid d’artiglieria su alcuni edifici di Deir Syrian, lungo il fiume Litani. Tutto questo nonostante l’accordo voluto dagli Usa e firmato da Netanyahu con Beirut, ma senza il sostegno di buona parte della rappresentanza politica libanese e in particolare dei partiti sciiti. Contrario pure il presidente del Parlamento Nabih Berri, terza carica dello Stato, la più alta sciita, alleato di Hezbollah con il suo partito Amal. “Questo accordo non sarà adottato né attuato nella sua forma attuale, è un diktat contro i diritti del Libano”. L’intervista su Radio Onda d’Urto a Mauro Pompili, giornalista freelance da Beirut. Ascolta o scarica
June 29, 2026
Radio Onda d`Urto
“Guerra necessaria, mito occidentale”
A volte nella geopolitica, come in altri campi, ci sono cose che non si spiegano mentre avvengono e spesso anche dopo. Le guerre appartengono alla categoria delle cose che non si spiegano mai. Prima che scoppino non si percepiscono o si rifiutano i segnali di preavviso, mentre si combattono la […] L'articolo “Guerra necessaria, mito occidentale” su Contropiano.
June 28, 2026
Contropiano
Iraq. Sinistra, sindacati e organizzazioni di massa
Le prospettive di rinnovamento e unificazione del movimento sindacale e di massa nei paesi del Sud Globale: l’Iraq come modello La maggior parte dei paesi del Medio Oriente e del Sud Globale che operano sotto regimi autoritari condivide un’unica crisi strutturale: la frammentazione e la debolezza acuta e cronica che […] L'articolo Iraq. Sinistra, sindacati e organizzazioni di massa su Contropiano.
June 2, 2026
Contropiano
[2026-05-17] Aggiornamenti dal Kurdistan @ Zazie nel metrò
AGGIORNAMENTI DAL KURDISTAN Zazie nel metrò - Via Ettore Giovenale 16, Roma (domenica, 17 maggio 13:30) Questa iniziativa vuole costruire uno spazio di ascolto e condivisione di aggiornamenti dalle quattro parti del Kurdistan, mettendo in relazione le diverse realtà curde con le trasformazioni politiche e geopolitiche che attraversano oggi l’Asia occidentale. Dal Kurdistan turco, Bakur, e la nuova fase del conflitto tra Stato e movimento curdo, al futuro del Rojava nel quadro siriano; dalle tensioni interne del Kurdistan iracheno, Başûr, al ruolo centrale dei curdi nelle mobilitazioni in Iran,Rojhelat, dopo “Jin, Jiyan, Azadî”. L’incontro intreccerà aggiornamenti, testimonianze e letture provenienti dai diversi territori, mostrando come la questione curda continui a rappresentare uno dei principali nodi politici dell’Asia occidentale. Ne parleremo con alcun@ comp@s di UikiOnlus Pranzo curdo a cura di Barbagianni a sostegno del progetto “Nuovo Cinema Amoude”. Sarà presente anche il progetto Staffetta Sanitari Per le prenotazioni del pranzo scivere o chiamare il numero presente sulla locandina.
May 13, 2026
Gancio de Roma
Emissioni di guerra: quello che i numeri sul carbonio non misurano
Uranio impoverito, CO₂ e i limiti della contabilità ambientale dei conflitti  Ottocentocinquanta Tomahawk in quattro settimane. È la notizia che il Washington Post ha pubblicato il 27 marzo 2026, confermata da CBS News e Middle East Eye: in sole quattro settimane di guerra contro l’Iran, gli Stati Uniti hanno lanciato oltre 850 missili da crociera Tomahawk, 400 dei quali nelle sole prime 71 ore del conflitto. La notizia è stata ripresa ovunque per il suo significato strategico: le scorte si erodono più velocemente di quanto la produzione possa reintegrare, e alcuni funzionari del Pentagono sono allarmati. Nessuno, però, ha fatto un altro calcolo. Molto più semplice. E molto più inquietante. IL CALCOLO CHE NESSUNO HA FATTO Il professor Massimo Zucchetti, docente di Impianti nucleari al Politecnico di Torino, ha analizzato in studi pubblicati a partire dal 1999 — e ripresi in occasione del conflitto in Libia nel 2011 — la composizione dei missili Tomahawk prodotti da Raytheon, impiegati in tutti i conflitti statunitensi dagli anni Novanta in poi. La conclusione è documentata nella letteratura scientifica: i Tomahawk contengono uranio impoverito. Nel caso più conservativo, tre chili per missile come stabilizzatore nelle ali; nel caso più grave, fino a quattrocento chili nelle testate. Applicando lo scenario minimo: 850 missili per tre chilogrammi. Il risultato è 2.550 chilogrammi di uranio impoverito dispersi sul territorio iraniano in quattro settimane. Riferiti alla sola tipologia Tomahawk, nella sola ipotesi di impiego ridotto. Nessun giornale ha scritto questo numero. L’uranio impoverito non è un contaminante ordinario. È un sottoprodotto dell’arricchimento dell’uranio, con una densità una volta e mezza superiore al piombo e un’altissima piroforia: all’impatto brucia e libera nell’aria particelle ultrasottili che si depositano nel suolo e nelle falde acquifere, vengono inalate o ingerite dalla popolazione, e inducono leucemie, linfomi, tumori renali e polmonari, malformazioni congenite nei bambini nati negli anni successivi. I suoi effetti si manifestano con latenze di dieci, quindici, anche vent’anni dalla contaminazione. Non sparisce con il cessate il fuoco. Non è bonificabile senza interventi enormemente costosi e prolungati. Rimane. LA CONTRADDIZIONE ISTITUZIONALE Ora consideriamo cosa fa l’AIEA in questo momento in Iran. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha monitorato con attenzione certosina le scorte di uranio arricchito iraniano — la ragione dichiarata dell’intero conflitto. Il direttore generale Rafael Grossi ha certificato numeri, posizioni, gradi di arricchimento. Quando Israele ha colpito l’impianto di produzione di yellowcake ad Ardakan il 27 marzo 2026, l’AIEA ha prontamente verificato che non si registrassero aumenti di radioattività all’esterno del sito. Una risposta istituzionale corretta, per il tipo di rischio che l’Agenzia è deputata a monitorare. Ma non risulta che abbia avviato alcuna campagna di rilevamento radiometrico sui siti colpiti dai Tomahawk, dove l’uranio impoverito si è depositato nel suolo e nelle falde. Non lo fece nel 1991 in Iraq, non lo fece nel 1999 nei Balcani, non lo fece nel 2003 a Bassora, non lo fece nel 2015 a Gaza. Non è nemmeno una questione di risorse o di competenze tecniche. L’AIEA dispone di ispettori, laboratori, strumentazione radiometrica. La scelta di non rilevare è una scelta politica, coerente con il mandato originario dell’Agenzia: vigilare sulla non proliferazione, non sulla protezione delle popolazioni civili dai contaminanti radioattivi di origine militare. Questo mandato non è mai stato messo seriamente in discussione nei consessi internazionali, perché nessuno degli Stati che siedono nel Consiglio dei Governatori ha interesse a farlo. L’uranio arricchito è una minaccia per gli Stati che lo temono. L’uranio impoverito è una minaccia per le popolazioni civili dei paesi bombardati. Le due categorie non hanno lo stesso peso. IL PRECEDENTE ITALIANO I precedenti documentati sono inequivocabili. Nel 1999, in settantotto giorni di campagna aerea sulla Jugoslavia, la NATO impiegò oltre tredici tonnellate di uranio impoverito in 112 distinti bombardamenti, contaminando decine di siti tra Montenegro, Serbia e Kosovo. La stessa Alleanza ha confermato l’utilizzo di oltre 31.000 proiettili DU nella sola guerra in Kosovo. Le conseguenze sanitarie sulla popolazione civile serba e kosovara sono documentate e gravi: la Serbia presenta oggi uno dei più alti tassi di incidenza oncologica d’Europa. Il dato che parla con più forza all’Italia riguarda i propri soldati. La Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito, conclusa con la relazione finale del 15 febbraio 2018, ha riconosciuto nei metalli pesanti inalati durante le missioni di peacekeeping nei Balcani la possibile causa della morte di oltre 400 militari e della malattia di almeno altri 8.000. Le patologie riconosciute includono 236 casi di leucemia (97 deceduti), 846 linfomi (91 deceduti), 27 tumori del sistema linfatico e 118 neoplasie dei tessuti molli. Quattro commissioni parlamentari d’inchiesta, decenni di udienze, 119 sentenze di condanna al Ministero della Difesa: un’odissea istituzionale che rivela quale sia l’attitudine dello Stato quando deve fare i conti con i propri errori letali. IRAQ, GAZA, UCRAINA: UNA SEQUENZA ININTERROTTA In Iraq le proporzioni sono state incomparabilmente maggiori: circa 300 tonnellate di DU nella sola Tempesta del deserto del 1991, fino a 2.000 tonnellate nell’invasione del 2003. I rilevamenti eseguiti ad Abu Khasib, nella periferia di Bassora, documentavano livelli di radioattività sulle carcasse dei carri armati iracheni 2.500 volte superiori alla norma, con l’area circostante contaminata di venti volte rispetto ai valori di riferimento. Gli ispettori operavano in tuta protettiva. I bambini del quartiere giocavano sulle stesse carcasse. I tassi di tumore in Iraq sono passati da 40 casi ogni 100.000 abitanti nel periodo pre-1991 a 800 nel 1995 e a 1.600 nel 2005 — dati considerati per difetto, data la progressiva demolizione del sistema sanitario pubblico iracheno sotto embargo e poi sotto occupazione. Nel 2015 l’utilizzo di uranio impoverito negli attacchi alla Striscia di Gaza fu riconosciuto dall’Unione Europea; nel marzo 2023 il governo britannico annunciava la fornitura a Kiev, insieme ai carri armati Challenger 2, di proiettili all’uranio impoverito, consegne poi regolarmente effettuate nel silenzio dei media europei. CO₂ E URANIO IMPOVERITO: DUE PESI, DUE MISURE Nel frattempo il dibattito ambientale sui conflitti si concentra altrove. Il Climate and Community Institute ha pubblicato il 21 marzo 2026 uno studio sulle emissioni di gas serra dei primi quattordici giorni di guerra contro l’Iran: circa 5,1 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, più di quanto l’Islanda produca in un anno. Il dottor Benjamin Neimark della Queen Mary University of London ha osservato che le emissioni da conflitto armato restano largamente invisibili nelle politiche climatiche globali. È un’osservazione corretta, e la ricerca è metodologicamente seria. Ma, come ha notato Paolo Selmi su Pluralia (26 aprile 2026), la CO₂ è misurabile, negoziabile, inseribile in accordi internazionali. L’uranio impoverito no. La differenza non è tecnica. È politica: la CO₂ si presta a summit, obiettivi, rendicontazioni. L’uranio impoverito si processa solo davanti ai tribunali civili, quando le vittime sopravvivono abbastanza a lungo da intentare una causa e trovano uno Stato disposto ad ammettere la propria responsabilità — cosa che, come insegna il caso italiano, richiede decenni di battaglie legali e quattro commissioni parlamentari. Ottocentocinquanta Tomahawk. Duemilacinquecentocinquanta chilogrammi di uranio impoverito, nello scenario più conservativo. Nessun rilevamento AIEA. Nessun titolo. I civili iraniani pagheranno questo conto tra dieci anni, in silenzio, con i propri corpi. E nessun modello matematico sul carbonio li conterà. FONTI PRINCIPALI Paolo Selmi, «I veri danni di guerra e il bluff sul fossile», Pluralia, 26 aprile 2026. Climate and Community Institute, rapporto sulle emissioni del conflitto USA-Israele-Iran, 21 marzo 2026. Washington Post, «U.S. has burned through hundreds of Tomahawk missiles in Iran war», 27 marzo 2026. CBS News. Middle East Eye. 19FortyFive. Massimo Zucchetti, studi sull’uranio impoverito nei missili Tomahawk, Politecnico di Torino, 1999–2011. Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito, relazione finale, 15 febbraio 2018. Euronews, attacco israeliano all’impianto di Ardakan, 27 marzo 2026, dichiarazione AIEA. Francesco Russo
May 3, 2026
Pressenza
Abolire la guerra: per questo Emergency vive
di Bruno Lai 21 aprile 1948: nasce Gino Strada. Gino Strada è un chirurgo di guerra fortemente determinato nel volere l’abolizione della guerra. Suole ripetere: «Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra». Ed aggiunge altre considerazioni del tipo: «Abolire la guerra è una necessità urgente e un obiettivo realizzabile», oppure: «Se la guerra non viene buttata fuori dalla
La Senatrice Susanna Camusso ha ricordato il genocidio del popolo curdo
Il 14 aprile è la giornata ufficiale della commemorazione di Anfal, il genocidio del popolo curdo perpetrato dal regime di Saddam Hussein contro la popolazione del Bashur, nel Kurdistan occupato dall’Iraq. Non è solo dolore, né soltanto una pagina tragica della storia di un popolo: è anche il segno di una disumanità che continua ancora oggi, nell’indifferenza della comunità internazionale che troppo spesso ignora questa tragedia. In occasione della commemorazione, la senatrice Susanna Camusso ha ricordato Anfal nell’aula del Senato. Un gesto importante, che si inserisce nella campagna di UDIK – Unione Donne Italiane e Curde – per il riconoscimento ufficiale del genocidio di Anfal. La stessa proposta era stata presentata lo scorso anno dalla senatrice Camusso al Senato, affinché venisse discussa. All’interno di questa campagna, diversi comuni hanno già riconosciuto il genocidio, tra cui Firenze, Torino, Mirano e Castelnuovo ne’ Monti, San Giuliano Terme e Massarosa. Lo stesso appello è stato lanciato anche al Parlamento Europeo. Restiamo in attesa, con fiducia, che i nostri rappresentanti scelgano almeno di dare voce a questa memoria e a questa richiesta di giustizia nelle sedi istituzionali. Perché ricordare non basta: serve riconoscere, e serve agire. Grazie Onorevole Camusso per la sua concreta solidarietà al popolo kurdo. https://www.instagram.com/reel/DXI_CLjiNAn/?igsh=cmE3MHJiMThzNXpw Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)
April 15, 2026
Pressenza
Nessun accordo a Islamabad
Nessun accordo… Mentre continuano i massacri israeliani in Palestina e in Libano, nessun accordo è sortito a Islamabad, in Pakistan, tra le delegazioni statunitense e iraniana. Una trattativa serrata, durata 21 ore, in parte indiretta tramite il premier pakistano e in parte diretta, con le delegazioni nella stessa sala. La delegazione Usa era guidata dal vice presidente Vance e quella iraniana dal presidente del parlamento Qalibaf. In una conferenza stampa, Vance ha addossato alla parte iraniana la responsabilità del fallimento “perché non ha accettato le condizioni statunitensi. Non è una buona notizia per gli iraniani”, ha affermato. L’agenzia iraniana Tansim ha riferito che il fallimento è dipeso dalle richieste eccessive di Washington, che voleva ottenere con il negoziato ciò che non aveva ottenuto con le armi. “Volevano l’apertura di Hormuz da subito senza accordi e non volevano impegnarsi per la fine delle aggressioni”. Lo Stretto di Hormuz ha visto ieri un traffico importante: sono passate 11 navi, ma tutte dopo l’autorizzazione di Teheran e ispezioni da parte della marina iraniana. Il Pentagono continua a sostenere che due navi militari Usa hanno attraversato lo stretto ieri, ma le piattaforme di tracciamento della navigazione hanno smentito le dichiarazioni propagandistiche, “rilasciate per sorreggere le dichiarazioni tuonanti e strampalate di Trump”. Nessuna delle due parti ha un piano alternativo su come proseguire il confronto. Washington sostiene che il dossier è nelle mani di Trump che annuncerà i passi futuri: ripresa delle ostilità prima della scadenza delle due settimane di tregua oppure aprire ad un secondo round di trattative. Leone d’Africa Domani, il papa inizierà dall’Algeria il suo viaggio africano. Leone XIV si appresta a compiere il suo viaggio più lungo, quello in Africa del 13-23 aprile: quattro Paesi (oltre all’Algeria, Camerun, Angola, Guinea equatoriale), undici giorni, una decina di città. Affronterà tematiche diverse care alla chiesa: famiglia, ambiente, tragedia delle migrazioni, l’impegno contro le guerre e relazioni tra le fedi. Alla vigilia del viaggio è ancora viva la polemica contro i messianici statunitensi dell’amministrazione guidata da Trump: “A una diplomazia che promuove il dialogo si va sostituendo una diplomazia della forza”, aveva affermato il papa. Presidente curdo in Iraq, ma non è confederalismo democratico Eletto il nuovo presidente iracheno. Ieri, il parlamento iracheno ha eletto Nizar Amidi, politico curdo e candidato dell’Unione Patriottica del Kurdistan, come nuovo presidente del Paese, succedendo all’ex presidente Abdul Latif Rashid. Nella Costituzione, scritta dal governo coloniale statunitense dopo l’invasione del 2003, le cariche istituzionali sono spartite secondo uno schema etnico-confessionale: il presidente curdo, il premier sciita e il presidente del parlamento sunnita. ANBAMED
April 12, 2026
Pressenza
Quando abbiamo lasciato tutto: l’esodo dei kurdi del 1991
L’anniversario dei 35 anni dell’esodo di milioni di kurdi dalla regione del Kurdistan non è solo una pagina dolorosa della nostra storia: è una ferita ancora aperta, ma anche l’inizio di un cambiamento profondo che ha trasformato per sempre l’equilibrio politico dell’Iraq. Dopo il fallimento del regime di Saddam Hussein nell’occupazione del Kuwait e la rivolta del popolo kurdo, per liberare le città kurde dal regime baasthista e i suoi militari, il regime scelse la vendetta. Una vendetta brutale, spietata, che si abbatté senza pietà sulla popolazione civile. Dieci giorni dopo la liberazione della città di Kirkuk il 31 marzo 1991, ci siamo ritrovati costretti a lasciare tutto: le nostre case, i nostri ricordi, la nostra vita. Non perché volessimo partire, ma perché restare significava tornare sotto la repressione, la violenza e la schiavitù del regime. L’esodo verso le montagne, nel 1991, è stato uno dei più grandi e drammatici movimenti di massa del XX secolo. Un popolo intero in cammino, sospeso tra la paura e la speranza. Siamo fuggiti verso i confini con Iran e Turchia, a piedi nudi, affamati, esausti. Portavamo con noi solo ciò che avevamo addosso, ma dentro di noi c’era molto di più: la volontà di sopravvivere, di resistere, di non arrenderci. Il regime minacciava di ripetere gli orrori dell’Operazione Anfal e del bombardamento chimico di Halabja. La paura non era un ricordo: era una realtà viva, presente, che ci accompagnava ad ogni passo. Poi arrivò una risposta dal mondo. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la Risoluzione 688, impose al regime iracheno una no-fly zone lungo il 36º parallelo, offrendo finalmente una protezione al popolo kurdo. Da quel momento, nel 1992, nacque ufficialmente la Regione autonoma del Kurdistan: un primo passo verso la dignità, verso l’autogoverno, verso un futuro diverso. Furono istituiti il Parlamento e il Governo kurdo, simboli concreti di una rinascita dopo la tragedia. E nel 2003, con la caduta del regime di Saddam Hussein, quella realtà conquistata con sofferenza e sacrificio venne riconosciuta nella nuova Costituzione irachena come Regione autonoma del Kurdistan. Questa non è solo storia. È memoria, identità, resistenza. È il ricordo di chi ha camminato tra le montagne con dolore negli occhi e speranza nel cuore. È la prova che, anche nei momenti più bui, un popolo può rialzarsi e riscrivere il proprio destino. Gulala Salih Una dei milioni sfuggiti durante l’esodo. Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)
April 5, 2026
Pressenza