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Iraq. Sinistra, sindacati e organizzazioni di massa
Le prospettive di rinnovamento e unificazione del movimento sindacale e di massa nei paesi del Sud Globale: l’Iraq come modello La maggior parte dei paesi del Medio Oriente e del Sud Globale che operano sotto regimi autoritari condivide un’unica crisi strutturale: la frammentazione e la debolezza acuta e cronica che […] L'articolo Iraq. Sinistra, sindacati e organizzazioni di massa su Contropiano.
June 2, 2026
Contropiano
[2026-05-17] Aggiornamenti dal Kurdistan @ Zazie nel metrò
AGGIORNAMENTI DAL KURDISTAN Zazie nel metrò - Via Ettore Giovenale 16, Roma (domenica, 17 maggio 13:30) Questa iniziativa vuole costruire uno spazio di ascolto e condivisione di aggiornamenti dalle quattro parti del Kurdistan, mettendo in relazione le diverse realtà curde con le trasformazioni politiche e geopolitiche che attraversano oggi l’Asia occidentale. Dal Kurdistan turco, Bakur, e la nuova fase del conflitto tra Stato e movimento curdo, al futuro del Rojava nel quadro siriano; dalle tensioni interne del Kurdistan iracheno, Başûr, al ruolo centrale dei curdi nelle mobilitazioni in Iran,Rojhelat, dopo “Jin, Jiyan, Azadî”. L’incontro intreccerà aggiornamenti, testimonianze e letture provenienti dai diversi territori, mostrando come la questione curda continui a rappresentare uno dei principali nodi politici dell’Asia occidentale. Ne parleremo con alcun@ comp@s di UikiOnlus Pranzo curdo a cura di Barbagianni a sostegno del progetto “Nuovo Cinema Amoude”. Sarà presente anche il progetto Staffetta Sanitari Per le prenotazioni del pranzo scivere o chiamare il numero presente sulla locandina.
May 13, 2026
Gancio de Roma
Emissioni di guerra: quello che i numeri sul carbonio non misurano
Uranio impoverito, CO₂ e i limiti della contabilità ambientale dei conflitti  Ottocentocinquanta Tomahawk in quattro settimane. È la notizia che il Washington Post ha pubblicato il 27 marzo 2026, confermata da CBS News e Middle East Eye: in sole quattro settimane di guerra contro l’Iran, gli Stati Uniti hanno lanciato oltre 850 missili da crociera Tomahawk, 400 dei quali nelle sole prime 71 ore del conflitto. La notizia è stata ripresa ovunque per il suo significato strategico: le scorte si erodono più velocemente di quanto la produzione possa reintegrare, e alcuni funzionari del Pentagono sono allarmati. Nessuno, però, ha fatto un altro calcolo. Molto più semplice. E molto più inquietante. IL CALCOLO CHE NESSUNO HA FATTO Il professor Massimo Zucchetti, docente di Impianti nucleari al Politecnico di Torino, ha analizzato in studi pubblicati a partire dal 1999 — e ripresi in occasione del conflitto in Libia nel 2011 — la composizione dei missili Tomahawk prodotti da Raytheon, impiegati in tutti i conflitti statunitensi dagli anni Novanta in poi. La conclusione è documentata nella letteratura scientifica: i Tomahawk contengono uranio impoverito. Nel caso più conservativo, tre chili per missile come stabilizzatore nelle ali; nel caso più grave, fino a quattrocento chili nelle testate. Applicando lo scenario minimo: 850 missili per tre chilogrammi. Il risultato è 2.550 chilogrammi di uranio impoverito dispersi sul territorio iraniano in quattro settimane. Riferiti alla sola tipologia Tomahawk, nella sola ipotesi di impiego ridotto. Nessun giornale ha scritto questo numero. L’uranio impoverito non è un contaminante ordinario. È un sottoprodotto dell’arricchimento dell’uranio, con una densità una volta e mezza superiore al piombo e un’altissima piroforia: all’impatto brucia e libera nell’aria particelle ultrasottili che si depositano nel suolo e nelle falde acquifere, vengono inalate o ingerite dalla popolazione, e inducono leucemie, linfomi, tumori renali e polmonari, malformazioni congenite nei bambini nati negli anni successivi. I suoi effetti si manifestano con latenze di dieci, quindici, anche vent’anni dalla contaminazione. Non sparisce con il cessate il fuoco. Non è bonificabile senza interventi enormemente costosi e prolungati. Rimane. LA CONTRADDIZIONE ISTITUZIONALE Ora consideriamo cosa fa l’AIEA in questo momento in Iran. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha monitorato con attenzione certosina le scorte di uranio arricchito iraniano — la ragione dichiarata dell’intero conflitto. Il direttore generale Rafael Grossi ha certificato numeri, posizioni, gradi di arricchimento. Quando Israele ha colpito l’impianto di produzione di yellowcake ad Ardakan il 27 marzo 2026, l’AIEA ha prontamente verificato che non si registrassero aumenti di radioattività all’esterno del sito. Una risposta istituzionale corretta, per il tipo di rischio che l’Agenzia è deputata a monitorare. Ma non risulta che abbia avviato alcuna campagna di rilevamento radiometrico sui siti colpiti dai Tomahawk, dove l’uranio impoverito si è depositato nel suolo e nelle falde. Non lo fece nel 1991 in Iraq, non lo fece nel 1999 nei Balcani, non lo fece nel 2003 a Bassora, non lo fece nel 2015 a Gaza. Non è nemmeno una questione di risorse o di competenze tecniche. L’AIEA dispone di ispettori, laboratori, strumentazione radiometrica. La scelta di non rilevare è una scelta politica, coerente con il mandato originario dell’Agenzia: vigilare sulla non proliferazione, non sulla protezione delle popolazioni civili dai contaminanti radioattivi di origine militare. Questo mandato non è mai stato messo seriamente in discussione nei consessi internazionali, perché nessuno degli Stati che siedono nel Consiglio dei Governatori ha interesse a farlo. L’uranio arricchito è una minaccia per gli Stati che lo temono. L’uranio impoverito è una minaccia per le popolazioni civili dei paesi bombardati. Le due categorie non hanno lo stesso peso. IL PRECEDENTE ITALIANO I precedenti documentati sono inequivocabili. Nel 1999, in settantotto giorni di campagna aerea sulla Jugoslavia, la NATO impiegò oltre tredici tonnellate di uranio impoverito in 112 distinti bombardamenti, contaminando decine di siti tra Montenegro, Serbia e Kosovo. La stessa Alleanza ha confermato l’utilizzo di oltre 31.000 proiettili DU nella sola guerra in Kosovo. Le conseguenze sanitarie sulla popolazione civile serba e kosovara sono documentate e gravi: la Serbia presenta oggi uno dei più alti tassi di incidenza oncologica d’Europa. Il dato che parla con più forza all’Italia riguarda i propri soldati. La Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito, conclusa con la relazione finale del 15 febbraio 2018, ha riconosciuto nei metalli pesanti inalati durante le missioni di peacekeeping nei Balcani la possibile causa della morte di oltre 400 militari e della malattia di almeno altri 8.000. Le patologie riconosciute includono 236 casi di leucemia (97 deceduti), 846 linfomi (91 deceduti), 27 tumori del sistema linfatico e 118 neoplasie dei tessuti molli. Quattro commissioni parlamentari d’inchiesta, decenni di udienze, 119 sentenze di condanna al Ministero della Difesa: un’odissea istituzionale che rivela quale sia l’attitudine dello Stato quando deve fare i conti con i propri errori letali. IRAQ, GAZA, UCRAINA: UNA SEQUENZA ININTERROTTA In Iraq le proporzioni sono state incomparabilmente maggiori: circa 300 tonnellate di DU nella sola Tempesta del deserto del 1991, fino a 2.000 tonnellate nell’invasione del 2003. I rilevamenti eseguiti ad Abu Khasib, nella periferia di Bassora, documentavano livelli di radioattività sulle carcasse dei carri armati iracheni 2.500 volte superiori alla norma, con l’area circostante contaminata di venti volte rispetto ai valori di riferimento. Gli ispettori operavano in tuta protettiva. I bambini del quartiere giocavano sulle stesse carcasse. I tassi di tumore in Iraq sono passati da 40 casi ogni 100.000 abitanti nel periodo pre-1991 a 800 nel 1995 e a 1.600 nel 2005 — dati considerati per difetto, data la progressiva demolizione del sistema sanitario pubblico iracheno sotto embargo e poi sotto occupazione. Nel 2015 l’utilizzo di uranio impoverito negli attacchi alla Striscia di Gaza fu riconosciuto dall’Unione Europea; nel marzo 2023 il governo britannico annunciava la fornitura a Kiev, insieme ai carri armati Challenger 2, di proiettili all’uranio impoverito, consegne poi regolarmente effettuate nel silenzio dei media europei. CO₂ E URANIO IMPOVERITO: DUE PESI, DUE MISURE Nel frattempo il dibattito ambientale sui conflitti si concentra altrove. Il Climate and Community Institute ha pubblicato il 21 marzo 2026 uno studio sulle emissioni di gas serra dei primi quattordici giorni di guerra contro l’Iran: circa 5,1 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, più di quanto l’Islanda produca in un anno. Il dottor Benjamin Neimark della Queen Mary University of London ha osservato che le emissioni da conflitto armato restano largamente invisibili nelle politiche climatiche globali. È un’osservazione corretta, e la ricerca è metodologicamente seria. Ma, come ha notato Paolo Selmi su Pluralia (26 aprile 2026), la CO₂ è misurabile, negoziabile, inseribile in accordi internazionali. L’uranio impoverito no. La differenza non è tecnica. È politica: la CO₂ si presta a summit, obiettivi, rendicontazioni. L’uranio impoverito si processa solo davanti ai tribunali civili, quando le vittime sopravvivono abbastanza a lungo da intentare una causa e trovano uno Stato disposto ad ammettere la propria responsabilità — cosa che, come insegna il caso italiano, richiede decenni di battaglie legali e quattro commissioni parlamentari. Ottocentocinquanta Tomahawk. Duemilacinquecentocinquanta chilogrammi di uranio impoverito, nello scenario più conservativo. Nessun rilevamento AIEA. Nessun titolo. I civili iraniani pagheranno questo conto tra dieci anni, in silenzio, con i propri corpi. E nessun modello matematico sul carbonio li conterà. FONTI PRINCIPALI Paolo Selmi, «I veri danni di guerra e il bluff sul fossile», Pluralia, 26 aprile 2026. Climate and Community Institute, rapporto sulle emissioni del conflitto USA-Israele-Iran, 21 marzo 2026. Washington Post, «U.S. has burned through hundreds of Tomahawk missiles in Iran war», 27 marzo 2026. CBS News. Middle East Eye. 19FortyFive. Massimo Zucchetti, studi sull’uranio impoverito nei missili Tomahawk, Politecnico di Torino, 1999–2011. Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito, relazione finale, 15 febbraio 2018. Euronews, attacco israeliano all’impianto di Ardakan, 27 marzo 2026, dichiarazione AIEA. Francesco Russo
May 3, 2026
Pressenza
Abolire la guerra: per questo Emergency vive
di Bruno Lai 21 aprile 1948: nasce Gino Strada. Gino Strada è un chirurgo di guerra fortemente determinato nel volere l’abolizione della guerra. Suole ripetere: «Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra». Ed aggiunge altre considerazioni del tipo: «Abolire la guerra è una necessità urgente e un obiettivo realizzabile», oppure: «Se la guerra non viene buttata fuori dalla
La Senatrice Susanna Camusso ha ricordato il genocidio del popolo curdo
Il 14 aprile è la giornata ufficiale della commemorazione di Anfal, il genocidio del popolo curdo perpetrato dal regime di Saddam Hussein contro la popolazione del Bashur, nel Kurdistan occupato dall’Iraq. Non è solo dolore, né soltanto una pagina tragica della storia di un popolo: è anche il segno di una disumanità che continua ancora oggi, nell’indifferenza della comunità internazionale che troppo spesso ignora questa tragedia. In occasione della commemorazione, la senatrice Susanna Camusso ha ricordato Anfal nell’aula del Senato. Un gesto importante, che si inserisce nella campagna di UDIK – Unione Donne Italiane e Curde – per il riconoscimento ufficiale del genocidio di Anfal. La stessa proposta era stata presentata lo scorso anno dalla senatrice Camusso al Senato, affinché venisse discussa. All’interno di questa campagna, diversi comuni hanno già riconosciuto il genocidio, tra cui Firenze, Torino, Mirano e Castelnuovo ne’ Monti, San Giuliano Terme e Massarosa. Lo stesso appello è stato lanciato anche al Parlamento Europeo. Restiamo in attesa, con fiducia, che i nostri rappresentanti scelgano almeno di dare voce a questa memoria e a questa richiesta di giustizia nelle sedi istituzionali. Perché ricordare non basta: serve riconoscere, e serve agire. Grazie Onorevole Camusso per la sua concreta solidarietà al popolo kurdo. https://www.instagram.com/reel/DXI_CLjiNAn/?igsh=cmE3MHJiMThzNXpw Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)
April 15, 2026
Pressenza
Nessun accordo a Islamabad
Nessun accordo… Mentre continuano i massacri israeliani in Palestina e in Libano, nessun accordo è sortito a Islamabad, in Pakistan, tra le delegazioni statunitense e iraniana. Una trattativa serrata, durata 21 ore, in parte indiretta tramite il premier pakistano e in parte diretta, con le delegazioni nella stessa sala. La delegazione Usa era guidata dal vice presidente Vance e quella iraniana dal presidente del parlamento Qalibaf. In una conferenza stampa, Vance ha addossato alla parte iraniana la responsabilità del fallimento “perché non ha accettato le condizioni statunitensi. Non è una buona notizia per gli iraniani”, ha affermato. L’agenzia iraniana Tansim ha riferito che il fallimento è dipeso dalle richieste eccessive di Washington, che voleva ottenere con il negoziato ciò che non aveva ottenuto con le armi. “Volevano l’apertura di Hormuz da subito senza accordi e non volevano impegnarsi per la fine delle aggressioni”. Lo Stretto di Hormuz ha visto ieri un traffico importante: sono passate 11 navi, ma tutte dopo l’autorizzazione di Teheran e ispezioni da parte della marina iraniana. Il Pentagono continua a sostenere che due navi militari Usa hanno attraversato lo stretto ieri, ma le piattaforme di tracciamento della navigazione hanno smentito le dichiarazioni propagandistiche, “rilasciate per sorreggere le dichiarazioni tuonanti e strampalate di Trump”. Nessuna delle due parti ha un piano alternativo su come proseguire il confronto. Washington sostiene che il dossier è nelle mani di Trump che annuncerà i passi futuri: ripresa delle ostilità prima della scadenza delle due settimane di tregua oppure aprire ad un secondo round di trattative. Leone d’Africa Domani, il papa inizierà dall’Algeria il suo viaggio africano. Leone XIV si appresta a compiere il suo viaggio più lungo, quello in Africa del 13-23 aprile: quattro Paesi (oltre all’Algeria, Camerun, Angola, Guinea equatoriale), undici giorni, una decina di città. Affronterà tematiche diverse care alla chiesa: famiglia, ambiente, tragedia delle migrazioni, l’impegno contro le guerre e relazioni tra le fedi. Alla vigilia del viaggio è ancora viva la polemica contro i messianici statunitensi dell’amministrazione guidata da Trump: “A una diplomazia che promuove il dialogo si va sostituendo una diplomazia della forza”, aveva affermato il papa. Presidente curdo in Iraq, ma non è confederalismo democratico Eletto il nuovo presidente iracheno. Ieri, il parlamento iracheno ha eletto Nizar Amidi, politico curdo e candidato dell’Unione Patriottica del Kurdistan, come nuovo presidente del Paese, succedendo all’ex presidente Abdul Latif Rashid. Nella Costituzione, scritta dal governo coloniale statunitense dopo l’invasione del 2003, le cariche istituzionali sono spartite secondo uno schema etnico-confessionale: il presidente curdo, il premier sciita e il presidente del parlamento sunnita. ANBAMED
April 12, 2026
Pressenza
Quando abbiamo lasciato tutto: l’esodo dei kurdi del 1991
L’anniversario dei 35 anni dell’esodo di milioni di kurdi dalla regione del Kurdistan non è solo una pagina dolorosa della nostra storia: è una ferita ancora aperta, ma anche l’inizio di un cambiamento profondo che ha trasformato per sempre l’equilibrio politico dell’Iraq. Dopo il fallimento del regime di Saddam Hussein nell’occupazione del Kuwait e la rivolta del popolo kurdo, per liberare le città kurde dal regime baasthista e i suoi militari, il regime scelse la vendetta. Una vendetta brutale, spietata, che si abbatté senza pietà sulla popolazione civile. Dieci giorni dopo la liberazione della città di Kirkuk il 31 marzo 1991, ci siamo ritrovati costretti a lasciare tutto: le nostre case, i nostri ricordi, la nostra vita. Non perché volessimo partire, ma perché restare significava tornare sotto la repressione, la violenza e la schiavitù del regime. L’esodo verso le montagne, nel 1991, è stato uno dei più grandi e drammatici movimenti di massa del XX secolo. Un popolo intero in cammino, sospeso tra la paura e la speranza. Siamo fuggiti verso i confini con Iran e Turchia, a piedi nudi, affamati, esausti. Portavamo con noi solo ciò che avevamo addosso, ma dentro di noi c’era molto di più: la volontà di sopravvivere, di resistere, di non arrenderci. Il regime minacciava di ripetere gli orrori dell’Operazione Anfal e del bombardamento chimico di Halabja. La paura non era un ricordo: era una realtà viva, presente, che ci accompagnava ad ogni passo. Poi arrivò una risposta dal mondo. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la Risoluzione 688, impose al regime iracheno una no-fly zone lungo il 36º parallelo, offrendo finalmente una protezione al popolo kurdo. Da quel momento, nel 1992, nacque ufficialmente la Regione autonoma del Kurdistan: un primo passo verso la dignità, verso l’autogoverno, verso un futuro diverso. Furono istituiti il Parlamento e il Governo kurdo, simboli concreti di una rinascita dopo la tragedia. E nel 2003, con la caduta del regime di Saddam Hussein, quella realtà conquistata con sofferenza e sacrificio venne riconosciuta nella nuova Costituzione irachena come Regione autonoma del Kurdistan. Questa non è solo storia. È memoria, identità, resistenza. È il ricordo di chi ha camminato tra le montagne con dolore negli occhi e speranza nel cuore. È la prova che, anche nei momenti più bui, un popolo può rialzarsi e riscrivere il proprio destino. Gulala Salih Una dei milioni sfuggiti durante l’esodo. Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)
April 5, 2026
Pressenza
Il genocidio assorda
A Gaza non c’è nessun cessate-il-fuoco All’alba di oggi, sabato, due palestinesi sono rimasti feriti quando navi della marina israeliana hanno aperto il fuoco con mitragliatrici pesanti contro le tende di sfollati nella zona di Mawasi a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Nel frattempo, veicoli militari israeliani hanno aperto il fuoco a nord del campo profughi di Bureij, nella parte centrale della Striscia di Gaza. Dall’11 ottobre, data in cui è stato firmato l’accordo di Sharm Sheikh, il numero totale di palestinesi uccisi a Gaza per il fuoco israeliano è salito a 713, mentre il numero dei feriti ha raggiunto 1.943. Le ripercussioni della guerra di genocidio israeliana continuano a pesare gravemente sulla vita delle persone nella Striscia di Gaza, soprattutto dei bambini, molti dei quali hanno perso parte dell’udito a causa del rumore delle esplosioni e della mancanza di assistenza medica e risorse. L’intransigenza dell’occupazione nel prevenire l’ingresso di dispositivi per l’udito, fin dall’inizio dell’invasione, ha rappresentato una minaccia diretta alla vita e ai sogni dei palestinesi e ha costretto molti ad affrontare una difficile realtà sanitaria e psicologica fin dalla giovane età. La fondazione “I nostri figli per i sordi” stima che a Gaza circa 35.000 persone abbiano perso l’udito o siano a rischio di perderlo. Cisgiordania Ieri, venerdì, i coloni ebrei israeliani hanno continuato a spianare terreni di proprietà palestinese nell’area compresa tra le città di Asira al-Qibliya e Immatin, a ovest di Nablus, con l’obiettivo di costruire una strada che colleghi l’insediamento di Havat Gilad a un avamposto vicino. Un grosso bulldozer dei coloni ha iniziato a disboscare terreni palestinesi nella zona. Lo spianamento fa parte della continua espansione degli insediamenti e dell’accaparramento di terre palestinesi a ovest di Nablus per la realizzazione di progetti coloniali e la conseguente deportazione dei palestinesi dalla loro terra. Libano L’avanzata di terra trova una grossa resistenza con gravi perdite tra i soldati e i mezzi. Gli obiettivi dell’invasione nel Libano si sono ridimensionati e l’esercito israeliano sta incontrando notevoli difficoltà nell’accesso ai villaggi di confine. Fonti militari hanno anche affermato che l’esercito non intende occupare tutto il Libano né disarmare Hezbollah, data la vasta mole di forze che tali azioni richiederebbero. Hanno spiegato che il piano attuale si basa sul mantenimento di una presenza militare lungo il confine, che si estende per due o tre chilometri in profondità, impedendo così ai combattenti di Hezbollah di monitorare gli insediamenti e le basi militari israeliane. Siria A Quneitra, un cittadino siriano è stato assassinato dall’esercito israeliano di occupazione. L’artiglieria dio Tel Aviv ha bombardato il suo terreno, mentre lui lo stava lavorando. Un altro lavoratore è stato ferito. Le truppe di occupazione hanno chiuso le strade rurali nel sud della Siria con cumuli di terra, per impedire gli spostamenti dei contadini dalle loro abitazioni verso le terre da coltivare. La stessa tecnica militare usata in Cisgiordania. L’aggressione Israelo-statunitense contro l’Iran Nel 36° giorno dell’aggressione di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, stamattina e per tutta la notte, sono state udite esplosioni nella capitale iraniana, Teheran. Non stati dati i numeri delle vittime, ma si valuta che dall’inizio dell’aggressione siano oltre 2.000. Il terremoto politico-militare a Washington Nel pieno della guerra guidata dagli Stati Uniti contro l’Iran, il ministro della guerra Usa, Pete Hegseth, ha compiuto un passo che, secondo gli osservatori, scuote una delle regole consolidate del pensiero militare e politico: “Non si cambiano i cavalli a metà del guado”. Hegseth ha chiesto al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il Generale Randy George, di dimettersi e ritirarsi immediatamente dal suo incarico. Questa rimozione viene letta dai commentatori militari come la determinazione dell’amministrazione Trump ad andare avanti nella programmazione dell’offensiva di terra, malgrado i pericoli di un’elevata perdita in termini di soldati. Il generale George non era sostenitore di questa scelta scellerata, da lui definita “fortemente pericolosa”. Iraq Una fonte della sicurezza irachena ha riferito che un membro delle Forze di Hashd Shaabi (Mobilitazione Popolare) è stato ucciso e un altro ferito in un raid aereo che ha preso di mira un quartier generale delle milizie governative Al-Qaim, vicino al confine siriano. Sono attacchi aerei statunitensi o israeliani che non vengono rivendicati. Una fonte della compagnia petrolifera di Basra ha riferito che un drone si è schiantato contro un complesso della compagnia petrolifera a Burjesia e ha innescato un incendio colossale. Anche la fonte di lancio di questi droni rimane al momento misteriosa. Sudan Un gran numero di sfollati sudanesi, tra cui donne, bambini e anziani, è giunto, in condizioni umanitarie drammatiche, nella città di Damazin da Kurmuk, nella regione del Nilo Azzurro, nel Sudan meridionale. La regione del Nilo Azzurro sta subendo una rapida escalation dei combattimenti, con l’intensificarsi degli scontri tra l’esercito sudanese, le Forze di Supporto Rapido, e il Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese-Nord (SPLM-N), che le sostiene. Crescono gli allarmi per un peggioramento della situazione umanitaria, mentre il numero degli sfollati continua ad aumentare. Pakistan Le ripercussioni economiche dell’illegale aggressione di Stati Uniti e Israele contro l’Iran si estendono dai mercati del petrolio e del gas alle decisioni dei governi, poiché le interruzioni delle forniture e l’aumento dei costi di energia, trasporto marittimo e fertilizzanti si traducono in una pressione diretta sui prezzi, sul tenore di vita e sulla produzione. In questo contesto, diversi paesi hanno iniziato ad adottare misure di vario tipo, che vanno dalla riduzione delle tariffe e dall’aumento dei prezzi dei carburanti al contenimento del consumo di elettricità, nel tentativo di contenere gli effetti della crisi e proteggere i mercati interni. Una delle misure più eclatanti è stata intrapresa dal governo di Islamabad. I trasporti pubblici nella capitale del Pakistan e nelle sue aree più popolose saranno gratuiti per il prossimo mese, dopo che il governo ha aumentato significativamente i prezzi del carburante (+ 43%) a causa dell’impennata dei costi energetici globali. ANBAMED
April 4, 2026
Pressenza
CPT: In un mese sono stati perpetrati 474 attacchi contro la Regione del Kurdistan
Il CPT ha annunciato che 14 persone hanno perso la vita e 93 sono rimaste ferite in 474 attacchi perpetrati dall’Iran e da gruppi affiliati nella regione del Kurdistan iracheno nell’ultimo mese. Community Peacemaker Teams (CPT) ha diffuso dati sugli attacchi perpetrati dall’Iran e dai gruppi ad esso affiliati contro la regione del Kurdistan iracheno nell’ultimo mese. Secondo la dichiarazione, nella regione sono stati effettuati complessivamente 474 attacchi con missili e droni. Secondo i dati del team Kurdistan-Iraq del CPT, 307 degli attacchi hanno preso di mira Hewlêr (Erbil), 90 Sulaymaniyah (Silêmanî), 11 Duhok (Dihok) e 3 Halabja (Halpaça). Per quanto riguarda le vittime il comunicato afferma: “14 persone hanno perso la vita e 93 sono rimaste ferite a seguito degli attacchi. Tra i deceduti figurano membri delle forze Peshmerga, civili e sfollati dal Rojhilat Kurdistan (Kurdistan orientale)”. Il CPT ha riferito che 46 edifici civili e 32 veicoli appartenenti a residenti locali sono stati danneggiati a seguito degli attacchi. È stato inoltre affermato che alcune scuole sono state chiuse per motivi di sicurezza. Il comunicato ha sottolineato la necessità di proteggere i civili e di risarcirli per i danni subiti, e ha invitato il governo iracheno a garantire la sicurezza del Kurdistan meridionale attraverso i canali diplomatici. L'articolo CPT: In un mese sono stati perpetrati 474 attacchi contro la Regione del Kurdistan proviene da Retekurdistan.it.
March 29, 2026
Retekurdistan.it