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Nel 4° anniversario della rivolta ‘Donna Vita Libertà’, presentata l’inchiesta “Architettura delle atrocità”
Amnesty International oggi ha pubblicato il rapporto in cui riferisce che durante la sanguinosa repressione delle proteste le autorità iraniane hanno commesso crimini contro l’umanità e un documento che descrive le uccisioni di 377 manifestanti e passanti, di cui 56 minorenni. L’approfondita indagine ha ricostruito la catena di comando responsabile dell’attuazione della politica statale di ricorso alla forza letale per stroncare le proteste e ha individuato 87 funzionari che dovrebbero essere indagati per crimini contro l’umanità. Il rapporto documenta che le autorità iraniane hanno colpito in modo sproporzionato i curdi e i beluci, con una repressione letale che va considerata crimine contro l’umanità di persecuzione. Intitolato Architettura delle atrocità: l’apparato statale che ha orchestrato i crimini contro l’umanità durante la rivolta ‘Donna Vita Libertà’ del 2022 in Iran, il nuovo rapporto di oltre 1000 pagine descrive nel dettaglio come le autorità iraniane abbiano commesso i crimini contro l’umanità di omicidio, tortura, sparizione forzata, detenzione, stupro nonché quello di persecuzione per motivi politici, di genere, etnici e religiosi allo scopo di reprimere la rivolta. Documenta inoltre le operazioni letali di repressione delle proteste e le relative strutture di comando, individuando 87 funzionari che dovrebbero essere sottoposti a indagini per crimini contro l’umanità. Amnesty International ha chiesto che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite istituisca con urgenza un meccanismo internazionale di giustizia penale, per garantire che le autorità iraniane responsabili di crimini contro l’umanità siano chiamate a risponderne e per impedire il ripetersi di atrocità come i massacri su vasta scala delle persone manifestanti compiuti l’8 e il 9 gennaio 2026. Alla luce delle ostilità in corso dopo gli attacchi illegali condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, a ulteriore conferma della necessità di un cessate il fuoco duraturo e dell’accertamento delle responsabilità, compresi eventuali crimini di guerra, Amnesty International ha ribadito la richiesta di indagini indipendenti sugli attacchi compiuti durante il conflitto e sollecitato le Nazioni Unite a intervenire per garantire l’accertamento delle responsabilità per le violazioni della propria Carta e del diritto internazionale umanitario. Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, ha dichiarato: > Le numerose prove raccolte e analizzate nel nostro rapporto non lasciano alcun > dubbio: le autorità iraniane hanno commesso crimini contro l’umanità per > reprimere la rivolta ‘Donna Vita Libertà’ del 2022. Hanno condotto un attacco > esteso e sistematico contro una popolazione civile che chiedeva dignità, > diritti umani e un cambiamento politico fondamentale, in attuazione di una > politica statale basata sull’uso della forza letale per annientare il > dissenso. > Il nostro rapporto mostra inoltre come i crimini contro l’umanità in Iran > siano alimentati da un sistema di impunità incorporato negli assetti > costituzionali, legislativi, politici e giudiziari del paese. > Il terribile risultato è stato un susseguirsi sempre più grave di uccisioni di > massa di manifestanti, culminato nel massacro di migliaia di persone nell’arco > di appena 48 ore, l’8 e il 9 gennaio 2026. L’Assemblea generale delle Nazioni > Unite deve porre fine all’inaccettabile normalizzazione delle uccisioni di > massa di manifestanti in Iran e istituire un meccanismo internazionale di > giustizia penale finalizzato a perseguire le persone maggiormente coinvolte > nei crimini contro l’umanità. > Questo rapporto viene pubblicato mentre la popolazione iraniana subisce anche > le devastanti conseguenze degli attacchi illegali di Stati Uniti e Israele. > Amnesty International si oppone fermamente alle violazioni del diritto > internazionale commesse da tutte le parti e respinge qualsiasi tentativo di > strumentalizzare le sofferenze di chi ha subito violazioni dei diritti umani > in Iran per giustificare attacchi illegali che causano ulteriori danni alla > popolazione civile. > Da anni, le persone in Iran vanno incontro a repressione brutale e > persecuzione per mano delle medesime autorità. Oggi parte della popolazione > sta pagando anche il costo umano delle azioni militari illegali condotte da > Stati Uniti e Israele. Una risposta fondata sui principi richiede di > respingere sia l’impunità per i crimini contro l’umanità sia l’uso illegale > della forza. > La comunità internazionale deve perseguire strategie diplomatiche incentrate > sulle persone, che pongano al centro la protezione della popolazione civile, > la prevenzione delle atrocità, la giustizia e l’accertamento delle > responsabilità. Dopo oltre sei mesi di attacchi aerei che hanno ucciso e > ferito persone civili, danneggiato l’ambiente e provocato ingenti distruzioni > delle infrastrutture civili, è urgentemente necessario un cessate il fuoco > duraturo, accompagnato da indagini indipendenti e da un intervento > dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite volto ad accertare le > responsabilità per le violazioni della Carta delle Nazioni Unite e del diritto > internazionale umanitario e per eventuali crimini di guerra commessi da tutte > le parti del conflitto”. Il rapporto di Amnesty International, pubblicato quattro anni dopo che la morte in custodia di Zhina Mahsa Amini per mano della cosiddetta polizia “morale” innescò proteste in tutto l’Iran, documenta come le autorità iraniane abbiano mobilitato forze di sicurezza munite di armi da fuoco di tipo militare e fucili caricati con pallini metallici, impartendo ordini che hanno agevolato l’uccisione illegale di centinaia di manifestanti e passanti, tra cui decine di minorenni. Tra i crimini contro l’umanità figurano anche l’arresto arbitrario, la sparizione forzata, i maltrattamenti e le torture ai danni di migliaia di uomini, donne e minorenni, nonché la persecuzione dei familiari delle persone uccise. Insieme al rapporto, Amnesty International ha pubblicato anche un documento, intitolato Vite spezzate brutalmente: persone uccise nei crimini contro l’umanità durante la rivolta ‘Donna Vita Libertà’ del 2022 in Iran, che ricostruisce la morte di 377 persone, di cui 56 minorenni. Elaborato raccogliendo informazioni e prove nell’ambito dell’indagine dell’organizzazione sui modelli ricorrenti di uccisioni compiute dalle forze di sicurezza in tutto il paese, contiene anche i ritratti delle persone uccise e, ove disponibili, le fotografie dei luoghi della loro sepoltura. Oltre a chiedere all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di istituire un meccanismo internazionale di giustizia, alla luce dello stallo politico al Consiglio di sicurezza, della gravità e dell’entità dei crimini commessi e dell’elevato rischio che possano ripetersi, Amnesty International ha esortato gli stati a chiedere al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di deferire la situazione in Iran all’Ufficio del procuratore della Corte penale internazionale. L’organizzazione ha sollecitato inoltre le autorità giudiziarie di tutto il mondo ad avviare indagini, sulla base del principio della giurisdizione universale o di altre forme di giurisdizione extraterritoriale, nei confronti dei funzionari iraniani sospettati di essere responsabili di crimini contro l’umanità compresi quelli descritti nel rapporto, e, laddove vi siano prove sufficienti, a emettere mandati d’arresto. La ricerca condotta da Amnesty International nell’arco di diversi anni per la realizzazione del rapporto ha incluso interviste a 270 persone, tra cui manifestanti, ex detenuti, familiari di persone uccise o detenute, testimoni oculari, avvocati, difensori dei diritti umani, giornalisti e personale sanitario. L’organizzazione ha inoltre analizzato oltre 2000 video e un’ampia documentazione, tra cui dichiarazioni ufficiali, documenti ufficiali trapelati, provvedimenti delle procure, decisioni giudiziarie e documentazione forense. Amnesty International ha scritto alla Guida suprema dell’Iran e ad alti funzionari delle forze di sicurezza per condividere i risultati dell’indagine e informare gli 87 funzionari individuati nel rapporto. Al momento della pubblicazione non ha ricevuto alcuna risposta. Un attacco su scala nazionale attuato sulla base di una politica statale Le indagini di Amnesty International sui crimini contro l’umanità commessi per reprimere la rivolta “Donna Vita Libertà” del 2022 hanno rivelato che due delle principali forze di polizia, il Corpo dei Guardiani della rivoluzione islamica (Cgri) e il Comando di polizia della Repubblica islamica dell’Iran, noto con l’acronimo persiano Faraja, hanno guidato la soppressione violenta e letale delle proteste, attuando una politica statale elaborata attraverso il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, il Consiglio per la sicurezza dello stato e i consigli di sicurezza provinciali e locali. Agenti del Faraja e del Cgri hanno ripetutamente sparato contro la folla utilizzando fucili d’assalto di tipo militare, pistole e fucili caricati con pallini metallici. Oltre a ciò, hanno inseguito manifestanti e passanti in fuga, raggiungendo persone disarmate che non costituivano alcuna minaccia per le forze di sicurezza o per altre persone e uccidendole con colpi d’arma da fuoco esplosi a distanza ravvicinata. Tra le unità del Faraja coinvolte figuravano la Polizia di prevenzione, comprese le sue Unità di assistenza, e le Unità speciali. Tra le unità del Cgri coinvolte figuravano le divisioni operative, le Unità provinciali di sicurezza e diversi battaglioni basij, tra cui i Battaglioni Imam Ali e i Battaglioni Beit Al-Moghaddas. Queste unità del Cgri operavano sotto il comando dei rispettivi corpi provinciali, a loro volta sottoposti alla supervisione di sedi regionali. Le dichiarazioni ufficiali e i documenti trapelati analizzati nel rapporto mostrano come la politica statale abbia trovato attuazione attraverso riunioni strategiche, ordini vincolanti, piani di dispiegamento, stanziamenti di fondi e armi e istruzioni affinché la risposta fosse “ferma e severa”. In un ordine trapelato è stata impartita l’istruzione di “rispondere senza pietà, fino a provocare la morte”. Numerosi testimoni hanno descritto strade simili a campi di battaglia a causa degli incessanti colpi d’arma da fuoco esplosi dalle forze di sicurezza. Mahshid, che aveva partecipato alle proteste a Mahabad, nella provincia dell’Azerbaigian occidentale, ha raccontato ad Amnesty International: “Non avevo mai visto scene del genere… La situazione era terrificante, sembrava una zona di guerra. Le forze di sicurezza continuavano semplicemente a sparare”. La maggior parte delle 377 persone manifestanti e passanti la cui morte è stata documentata da Amnesty International è stata uccisa dalle forze di sicurezza durante la dispersione delle proteste tra settembre e dicembre 2022. Altre persone sono morte mentre si trovavano in custodia, dopo la scarcerazione o in circostanze sospette che fanno ritenere possibile una responsabilità dello stato. In linea con una prassi consolidata di negazione e insabbiamento dei fatti, le autorità hanno riconosciuto soltanto 202 morti e hanno falsamente attribuito la maggior parte di esse ad attori non statali, “rivoltosi” o “terroristi armati”, nonostante le schiaccianti prove del contrario. Anziché intervenire per fermare i crimini man mano che le prove si accumulavano, alti funzionari hanno ripetutamente elogiato le forze di sicurezza e ordinato la prosecuzione delle operazioni. Individuati 87 funzionari nei cui confronti dovrebbero essere avviate indagini penali Sulla base di una dettagliata documentazione relativa alle forze di sicurezza coinvolte e di un’analisi approfondita delle loro strutture di comando, Amnesty International ha individuato 87 funzionari iraniani nei cui confronti dovrebbero essere avviate indagini penali per crimini contro l’umanità. L’elenco, che non è esaustivo, comprende persone ai più alti livelli dell’apparato di sicurezza iraniano fino a funzionari operanti a livello provinciale e locale. Le 87 persone individuate comprendono 62 comandanti delle forze di sicurezza – tra cui 33 comandanti del Cgri e 27 del Faraja – e 25 funzionari del ministero dell’Interno, tra cui governatori provinciali e locali. Tra loro figurano dieci funzionari di livello nazionale e 77 funzionari di livello regionale, provinciale e locale, con responsabilità relative alle 17 municipalità delle province del Kurdistan, di Kermanshah e dell’Azerbaigian occidentale sulle quali Amnesty International ha condotto indagini approfondite. Tra le persone individuate figurano il defunto Ali Khamenei, Guida suprema e comandante in capo di tutte le forze armate, e il defunto Mohammad Bagheri, capo di stato maggiore delle Forze armate, entrambi uccisi nel febbraio 2026 in attacchi aerei condotti durante l’offensiva militare statunitense-israeliana contro la Repubblica islamica dell’Iran. Amnesty International indica inoltre Ahmad Vahidi, all’epoca ministro dell’Interno e successivamente divenuto comandante generale del Cgri, e Majid Mir Ahmadi, all’epoca viceministro dell’Interno per la polizia e la sicurezza. “Questa indagine mette in luce i diversi livelli di comando e coordinamento alla base della repressione letale delle proteste da parte delle autorità iraniane. Gli agenti presenti nelle strade operavano all’interno di una catena di comando gerarchica e coordinata che li collegava ai funzionari che hanno diretto, reso possibili, agevolato e sostenuto crimini commessi su vasta scala”, ha dichiarato Agnès Callamard. “I funzionari indicati nel rapporto continuano a sottrarsi alla giustizia in Iran. La maggior parte ricopre tuttora incarichi dai quali può scatenare nuove repressioni letali, mentre alcuni, dopo i crimini contro l’umanità del 2022, hanno persino ottenuto promozioni all’interno della catena di comando. Le conseguenze del perdurare dell’impunità sono state devastanti. È più che mai necessario istituire un meccanismo internazionale di giustizia penale per l’Iran prima che si verifichi un altro massacro di manifestanti”, ha aggiunto Callamard. Le devastanti conseguenze per i curdi e i beluci Le persone appartenenti alle perseguitate comunità beluci e curde dell’Iran che hanno partecipato alle proteste hanno subito in misura devastante la repressione letale: rappresentano il 62 per cento del totale delle persone la cui morte è stata documentata, pur costituendo rispettivamente il cinque per cento e tra il dieci e il 15 per cento della popolazione del paese. Amnesty International ha documentato l’uccisione illegale da parte delle forze di sicurezza di 106 persone manifestanti e passanti beluci, tra cui 20 minorenni, nella provincia del Sistan e Belucistan, pari al 33 per cento delle persone uccise documentate. Soltanto il 30 settembre 2022, 87 persone sono state uccise illegalmente quando le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco dopo la preghiera del venerdì a Zahedan, in quello che da allora è chiamato il “Venerdì di sangue”. L’organizzazione ha inoltre documentato le circostanze dell’uccisione illegale di 95 persone manifestanti e passanti curde, tra cui 13 minorenni, durante la dispersione delle proteste o in aree militarizzate in prossimità di proteste ancora in corso o concluse da poco, in 17 municipalità delle province del Kurdistan, di Kermanshah e dell’Azerbaigian occidentale, pari al 29 per cento delle persone uccise documentate. La maggior parte è stata uccisa da colpi d’arma da fuoco; altre persone sono morte dopo essere state picchiate, colpite da candelotti lacrimogeni o deliberatamente investite da veicoli delle forze di sicurezza. Iman, testimone oculare a Sanandaj, nella provincia del Kurdistan, ha dichiarato: “Gli agenti sparavano a chiunque capitasse nel loro campo visivo, senza preoccuparsi che si trattasse di donne, minori, passanti o manifestanti”. Amnesty International ha accertato che nelle province del Kurdistan, di Kermanshah e dell’Azerbaigian occidentale le forze di sicurezza hanno utilizzato sistematicamente fucili da tiratore scelto, fucili d’assalto, mitra e mitragliatrici pesanti montate su pick-up. Amnesty International ha concluso che gli atti di omicidio e tortura ai danni di manifestanti curdi e beluci sono stati commessi con intento discriminatorio per motivi politici ed etnici e che, per questi gruppi specificamente presi di mira, ricorrono gli elementi costitutivi del crimine contro l’umanità di persecuzione. Un sistema disegnato sull’impunità In Iran, l’impunità per i crimini di diritto internazionale e per altre gravi violazioni dei diritti umani è sistemica e intenzionale. La costituzione iraniana pone il sistema giudiziario sotto il controllo diretto della Guida suprema, che, oltre a essere comandante in capo delle forze di sicurezza, nomina il capo del potere giudiziario, il quale a sua volta nomina giudici di alto grado e procuratori. I casi riguardanti gravi violazioni dei diritti umani commesse da membri delle forze di sicurezza sono trattati dalle procure e dai tribunali militari, nei quali giudici e procuratori possono provenire essi stessi dalle forze di sicurezza e fanno abitualmente affidamento sulle ricostruzioni fornite dagli stessi organismi di sicurezza implicati nei crimini. La Legge iraniana sull’uso delle armi da fuoco da parte delle forze armate in situazioni di necessità consente di utilizzare armi da fuoco per disperdere le proteste, in palese violazione del diritto internazionale, che ne permette l’uso soltanto come ultima possibilità di fronte a una minaccia imminente di morte o di lesioni gravi. La legge esenta inoltre, in linea generale, gli agenti statali dalla responsabilità civile e penale. “Le persone sopravvissute e le famiglie delle persone uccise in Iran sono intrappolate in un sistema nel quale le stesse istituzioni che dovrebbero garantire giustizia sono controllate da autorità che hanno le mani sporche di sangue. Le famiglie che chiedono verità e giustizia vengono perseguitate – ha dichiarato Agnès Callamard – Rivolgere richieste di accertamento delle responsabilità alle autorità giudiziarie iraniane complici di crimini contro l’umanità significa ignorare la realtà. La comunità internazionale deve promuovere subito percorsi internazionali di giustizia. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite deve occuparsi di questa crisi dell’impunità, che espone le persone in Iran a uccisioni di massa di manifestanti sempre più frequenti e gravi”. Amnesty International ha pubblicato questo rapporto in un momento in cui le persone in Iran sono a rischio di subire crimini di diritto internazionale su due fronti. Da un lato, sono esposte a violazioni del diritto internazionale umanitario da quando, il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno attaccato illegalmente l’Iran in violazione della Carta delle Nazioni Unite. Dall’altro, rischiano di essere vittime di ulteriori crimini contro l’umanità nel contesto della repressione delle proteste. Le autorità iraniane hanno sfruttato la copertura offerta dalle “condizioni di guerra” per intensificare la repressione interna, militarizzare ulteriormente gli spazi pubblici, minacciare apertamente di compiere uccisioni di massa di manifestanti e dissidenti e aumentare il ricorso a esecuzioni arbitrarie motivate politicamente. Dal dicembre 2017 l’Iran è attraversato da successive ondate di proteste contro il sistema politico, durante le quali le persone sono scese ripetutamente in strada per chiedere diritti umani, dignità, libertà, la fine del sistema della Repubblica islamica e la transizione verso un nuovo sistema di governo rispettoso dei diritti umani. Le approfondite ricerche condotte da Amnesty International sulla risposta delle autorità alle successive ondate di protesta del dicembre 2017-gennaio 2018, novembre 2019, settembre-dicembre 2022 e gennaio 2026 mostrano un modello ricorrente di uccisioni illegali di massa, tortura, sparizioni forzate e altri crimini di diritto internazionale.   Amnesty International
September 16, 2026
Pressenza
Guerra all’Iran: gli USA bombardano mentre Netanyahu prepara il piano per la guerra permanente a Gaza e in Libano
Nella notte gli Stati Uniti hanno ricominciato a bombardare l’Iran utilizzando come casus belli l’abbattimento dell’aeroplano Apache di qualche giorno fa mentre sorvolava le acque di Hormuz. Secondo Washington la responsabilità è iraniana, dunque, ad aver fatto saltare il banco negoziale, su cui venivano riposte ben poche speranze da entrambe le parti. Sono stati colpiti quindi 20 siti iraniani nell’isola di Qeshm, nella città di Sirik e nel porto di Jask sul Golfo di Oman. Sono stati colpiti anche due serbatoi di acqua potabile tagliandone l’accesso a circa 20 mila persone. L’Iran ha contrattaccato colpendo basi americane nel Golfo in Barhain, Giordania e Kuwait. Il tutto avviene con Israele che continua a violare il “cessate il fuoco” in Libano e prepara l’IDF per una nuova offensiva su larga scala a Gaza, perpetuando violenze e massacri in Cisgiordania e lanciando annunci contro Hezbollah seguendo il copione narrativo già utilizzato contro Hamas. Che sia una opzione per rilanciare sulla sua vittoria alle prossime elezioni o per farle rimandare causa guerra aperta poco cambia, il punto è che l’interesse di Netanyahu continua ad essere quello di una guerra permanente per estendere il suo progetto coloniale e di occupazione, estrarre risorse e sgomberare il campo da altre opzioni politiche nella Regione. Così come la guerra all’Iran ha probabilmente seguito un corso non completamente prevedibile anche il Libano meridionale e la periferia Sud di Beirut confermano una resistenza sul territorio che non è scontata e non va sottovalutata anche da parte degli eserciti più potenti al mondo. Facciamo il punto con Eliana Riva, giornalista per Il Manifesto e PagineEsteri
Trump alle prese con Hormuz e papa Leone
La guerra di Trump all’Iran ha tutta l’aria di essere un fallimento per gli Stati Uniti: l’ultimo passo indietro rispetto al Project Freedom per sbloccare Hormuz ha dimostrato l’ennesima debolezza. L’intesa sul piano in 14 punti di cui Trump si vanta ai quattro venti è già stata smentita dall’Iran che guarda alla Cina come potenziale mediatore. Nonostante il consenso interno cali e gli uomini del Presidente siano costretti a viaggi riparatori, come quello di Rubio da papa Leone XIV, i grandi colossi americani dalle big tech alle aziende delle armi continuano a guadagnare da questa guerra. Occorre guardare anche alla posizione delle petrolmonarchie che, lungi dall’essere un blocco unico, stanno dimostrando insofferenza nei confronti di un Paese che dovrebbe garantire loro sicurezza ma stenta anche in questo. Un commento alle notizie degli ultimi giorni con Antonello Sacchetti, blogger e esperto di Iran
Iran, dentro la guerra dei corridoi intermodali eurasiatici
La guerra contro l’Iran sta ridefinendo gli equilibri geopolitici mirando da parte israelo americana alla ristrutturazione radicale del sistema della connettività eurasiatica, poiché ne percepiscono lo sviluppo come un potenziale pericolo per la struttura di potere globale che possiamo definire talassocratico su cui si è retta la lunga stagione dell’egemonia americana. Gli israeliani, in particolare, hanno bombardato chirurgicamente, pochi giorni fa, una precisa sezione dei 14.000 km di rete ferroviaria iraniana: giusto quegli otto segmenti e dieci tratte del corridoio ferroviario strategico Iran-Cina, inaugurato ufficialmente il 3 giugno scorso (appena dieci giorni prima dello scatenamento della fase 1 della guerra) e frutto di un significativo investimento cinese, nel quadro della “Belt and Road Initiative”. L’obiettivo strategico di questo corridoio ferroviario è quello di consentire all’Iran di esportare petrolio direttamente in Cina via terra, aggirando lo Stretto di Hormuz e di importare merci, riducendo drasticamente i tempi di trasporto (15 giorni contro i 40 previsti dalla rotta via mare), diminuendo la vulnerabilità al sistema sanzionatorio e al controllo navale navale occidentale dell’Oceano indiano e lo Stretto di Malacca attraverso cui transita il 90% del petrolio che la Cina importa dall’Iran,vera e propria giugulare per il sistema di scambio commerciale cinese. Questi corridoi non sono solo est-ovest ma s’intersecano anche con quelli nord-sud in cui la Russia ha un ruolo significativo , e i corridoi intermodali che trovano nel porto secco di Aprin ,a sud ovest di Teheran , un terminale strategico hanno in Iran uno snodo decisivo. L’incubo dei neocon statunitensi è stato da sempre il rischio dell’unificazione del continente eurasiatico che mettesse in discussione la talassocrazia atlantica ,Brezinski nel 1997 nel libro “La grande scacchiera” metteva in guardia su questo scenario. Il distacco della Russia dall’Europa ,in particolare dalla Germania riunificata è avvenuto con la guerra in Ucraina e il sabotaggio del North Stream , ora con la guerra contro l’Iran l’obiettivo sembra essere quello di colpire i corridoi di connettività eurasiatica .La guerra dei corridoi di connettività rimarrà il principale fattore d’instabilità dall’Asia occidentale all’Asia centrale e non è un caso che gli Stati Uniti ed Israele abbiano bombardato diversi nodi dell’INSTC (il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud che collega tre membri del BRICS Russia, Iran e India.) : il porto di Bandar Anzali, Isfahan, il porto di Bandar Abbas, il porto di Chabahar. Così come un tratto della ferrovia Cina-Iran, parte della BRI e finanziata dalla Cina . Il fatto che Israele stia bombardando questi obiettivi ci dice da un lato che sta sicuramente perseguendo con determinazione i suoi interessi geopolitici locali, ma se bombarda gli asset cinesi in Iran, lo fa per conto di chi conduce un gioco molto più grande per il nazionalismo sionista. Ne parliamo con Salvatore Minolfi studioso di storia contemporanea ed autore di varie pubblicazioni .
April 25, 2026
Radio Blackout - Info
Lo stretto di Hormuz tra commercio globale, infrastrutture e conflitti: un quadro tra geografia e storia dello sviluppo
Insieme a Fabio Cremaschini, geografo e ricercatore dell’Università degli Studi di Genova, abbiamo ricostruito la complessa mappa di attori e interessi che ruotano attorno allo stretto di Hormuz, snodo logistico cruciale per il commercio energetico globale. Come noto, lo stretto di Hormuz è oggi al centro della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. In questo approfondimento allarghiamo lo sguardo all’intera regione: un’area trasformata negli ultimi cinquant’anni da un’imponente infrastrutturazione portuale, che ne ha ridefinito profondamente il volto, accompagnando l’ascesa dei paesi del Golfo sulla scena internazionale e il crescente coinvolgimento americano. Oggi, oltre al rischio di blocco dello stretto, sono porti e terminal petroliferi a finire nel mirino del conflitto. Ascolta la diretta
March 30, 2026
Radio Blackout - Info
Sardegna: non siamo in guerra, “siamo” la guerra
Noi in retrovia: il caso Sardegna Un veloce dossier su recenti e attuali traffici e movimenti guerreschi dal Porto di Cagliari a Capo Frasca, a Decimomannu e a Quirra   Denuncia Il porto di Cagliari pare venga usato per attività illecite La normativa italiana, a partire dalla legge 185/90, vieta esplicitamente l’esportazione di armamenti verso Paesi in guerra o responsabili
Da Cagliari un nuovo no alla guerra
Convocata dal Comitato di solidarietà per la Palestina, si è svolta venerdì 20 marzo a Cagliari una manifestazione per dire NO alla partecipazione dell’Italia alla guerra scatenata da Israele e USA in medio oriente, in aperta violazione del diritto internazionale e a spregio dei diritti umani. Una guerra che sta già seminando, oltre ai morti e al disastro ecologico, anche altre gravi conseguenze: il rincaro dei carburanti incide negativamente sulla distribuzione delle merci e chi ne paga le conseguenze è il consumatore, che vede i prezzi salire. Per i manifestanti c’è un altro NO importante da sottolineare: quello alla politica di riarmo europea. L’economia armata non può che portare ad un impoverimento economico, alimentare, ma anche ad una regressione culturale, con l’avanzata del militarismo nelle scuole e nelle università e con le proposte di ripristino del servizio di leva obbligatorio (su questo punto si può seguire la campagna del Movimento Nonviolento. https://www.movimentononviolento.it/campagne/obiezione-alla-guerra). Un NO alla repressione del dissenso, che un po’ in tutta Italia si sta scatenando. In Sardegna in particolare, dove semplici “deviazioni dal percorso” di cortei legalmente autorizzati, come quelli in sostegno alla Palestina dello scorso inizio autunno, vengono considerati grave reato per l’ordine pubblico. Alcune centinaia di manifestanti hanno percorso le vie del centro, scandendo slogan in solidarietà con le popolazioni colpite, contro l’imperialismo statunitense e la politica guerrafondaia e genocida di Israele. Oltre a numerose bandiere palestinesi, sventolavano anche alcune bandiere iraniane, in solidarietà non con il governo di quel paese, che pure è stato proditoriamente attaccato, ma col suo popolo, sottoposto ad un’ulteriore violenza. Il corteo è poi confluito in quella che, all’anagrafe municipale, è denominata piazza Yenne, ma che ormai da quasi cinque mesi è stata ribattezzata piazza dell’indignazione. Là dove ogni sera dalle sei e mezza alle otto, si ritrova il presidio giornaliero in solidarietà con la Palestina e contro il genocidio e le guerre. Dopo gli interventi finali, l’assembramento si è sciolto, dandosi appuntamento però per domenica o lunedì, per un altro NO. Carlo Bellisai
March 21, 2026
Pressenza
Guerra in Iran: “coalizione Epstein”?
La complicità delle grandi banche nei confronti di Epstein è un fatto, lo scrive Lorenzo Tecleme in un articolo dal titolo Jeffrey Epstein, la banca che lo ha sostenuto e la banalità del male apparso su Valori.it e racconta degli interessi tra banche come JP Morgan e altre nel supportare i traffici illegali e violenti di Epstein. La scoperta del contenuto dei files va messa in relazione con quanto sta accadendo con il nuovo fronte di guerra aperta scatenato da USA e Israele, in particolare rispetto alla percezione e ai posizionamenti di determinate composizioni rispetto alle scelte in politica estera di Trump. Gli USA attaccano l’Iran e l’attenzione globale si sposta: all’interno degli USA però ci sono reazioni soprattutto nell’area MAGA molto contrarie all’entrata in guerra, i detrattori di Trump parlano di “coalizione Epstein” per riferirsi a USA e Israele. Sono altre però le figure che dalla Silicon Valley hanno un ruolo di primo piano sia nel forgiare il nuovo ordine tecnologico globale sia nel sostenere Trump con capitali e narrazione mediatica, chi ha un ruolo di spicco come Musk ma anche Thiel infatti finanziano e supportano con infrastrutture tecnologiche le guerre di Trump. Ne parliamo proprio con Lorenzo Tecleme autore per Valori.
Iran: la guerra imperialista si intensifica
Continua e si intensifica la guerra all’Iran lanciata da un attacco congiunto Usa-Israele. Sul campo la capacità dell’Iran di mantenere una tenuta e una reazione non scontata su obiettivi significativi come basi americane e espandendo la risposta alle petrolmonarchie del Golfo. Questo significa che nonostante l’uccisione della guida suprema Khamenei al momento non è data la sua capitolazione, anzi. Non da ultimo l’arma della chiusura dello Stretto di Hormutz è particolarmente forte e scatenerà conseguenze su tutto il globo. Trump parlava di 4 ora di 8 settimane per chiudere il conflitto con il raggiungimento del suo probabile obiettivo, dunque un regime change per aprire la strada al progetto sionista nell’area. Questa guerra non conviene a nessuno se non a Israele e non è ancora chiaro il punto di caduta né la strategia americana. L’intervista svolta a Rassa Ghaffari, sociologa all’università di Genova di origine iraniana, Paese in cui ha vissuto e lavorato e dove continua a mantenere uno stretto contatto, ci parla di una situazione complessa e che lascia intravvedere delle rigidità significative che sostanziano quella che sta venendo definita da più parti una fase di “resistenza esistenziale” per i Paesi che rappresentano un freno all’avanzata sionista e un’opzione per chi resiste in Palestina. Il discorso del leader di Hezbollah di oggi si inserisce in questo quadro, così come ciò che viene raccontato da Rassa rispetto ai sentimenti anche contraddittori diffusi in Iran e alla consapevolezza che una guerra imperialista non sarà l’occasione per l’autodeterminazione e la liberazione dei popoli. Abbiamo affrontato insieme alcuni temi centrali come la strategia americana nel colpire luoghi legati alla repressione come caserme di polizia e prigioni e di come possa essere una tecnica per far accrescere il consenso della popolazione verso l’intervento estero, la questione della successione a Khamenei che indica aspetti interessanti in merito alla linea della Repubblica Islamica e molto altro.
Si riaccende il fronte tra Pakistan e Afghanistan
Tra il 26 febbraio e il 2 marzo sono avvenuti raid pakistani contro l’Afghanistan riaprendo il fronte tra i due Paesi, la guerra tra i due paesi è ancora in corso, e ancora non si hanno previsioni su una fine certa. Nonostante non sia slegato da ciò che sta accadendo nella regione e in Asia Occidentale, le ragioni del conflitto tra Pakistan e Afghanistan non sono sovrapponibili con la guerra in Iran, anche perchè quest’ultima è scoppiata dopo l’inizio degli attacchi pakistani a Kabul. Quasi immediatamente però, a seguito dell’attacco degli USA all’Iran, le proteste si sono accese in diversi territori dell’area. In particolare, le immagini dell’assalto da parte della popolazione pakistana al consolato americano a Karachi hanno fatto il giro del mondo. Le forze americane e quelle relative all’establishment pakistano hanno represso nel sangue la manifestazione. E’ significativo ricordare che il Pakistan ospita la seconda comunità sciita al mondo, dopo l’Iran e inoltre è in una faglia di interessi contrapposti che vedono la presenza cinese sul territorio come un elemento non indifferente per la linea Trump. Ne abbiamo parlato con Sara Tanveer, giornalista che scrive per diverse testate tra cui Altraeconomia e il Manifesto sul Pakistan.
March 5, 2026
Radio Blackout