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Mauritania, diario di viaggio – Parte 4
Il mio viaggio in Mauritania, iniziato per andare a conoscere il progetto di Rossana Berini con i bambini, mi ha permesso di conoscere la realtà di questo paese e della sua zona mineraria. In quest’ultima parte conosceremo meglio questo progetto. La premessa a questo progetto sono le precarie condizioni sanitarie e in particolare l’assistenza al parto, praticamente inesistente. Non stupisce dunque l’elevato numero di disabilità per Paralisi Cerebrali Infantili dovute anche a traumi da parto. Se il sistema educativo-scolastico è povero per i bambini “sani”, difficile pensare che a quelli con disabilità venga riservato un trattamento dignitoso. Ci sono scuole “speciali”, ma davvero tristi… Nella sua casa ampia e ben disposta, Rossana ha organizzato l’accoglienza di una quindicina di bambini/ragazzi tra il 2 e i 14 anni, tutti con lesioni cerebrali gravi: pochi camminano. Due camere grandi, un salone e un bagno sono destinati e ben attrezzati per ricevere i ragazzi. Su due turni giornalieri, i 5 operatori che collaborano con Rossana fanno ripetuti giri in taxi, presso le famiglie, per raccogliere i bambini e poi riportarli a casa a fine mattinata o nel tardo pomeriggio. Con i bambini/ragazzi, quasi tutti non deambulanti e non parlanti, gli operatori propongono con pazienza movimenti, giochi, musiche. Quando possibile, vengono massaggiati per facilitare il lavoro muscolare e ridurre la contrazione degli arti. Vengono lavati e cambiati i pannoloni. Vengono imboccati per la merenda. Insomma, viene garantito loro un trattamento dignitoso di accoglienza e soprattutto una relazione di attenzione e di stimolo con gli operatori e con gli altri bambini. Ho aiutato Rossana a rendere puliti ed accoglienti i locali e con le due grandi valige colme di vestiti, farmaci e giochi, abbiamo arricchito gli scaffali. Inoltre abbiamo organizzato un breve corso di alfabetizzazione alla salute rivolto agli operatori: un pomeriggio tutti insieme, con operatori e ragazzi disabili. Un modo per cominciare a parlare del corpo, loro e dei ragazzi disabili, della salute, delle medicine di cui fanno uso e abuso: pare che ad esempio molte donne prima di potersi sposare cerchino di assumere ormoni per poter arrivare al matrimonio più grasse. Poi via via, dopo le gravidanze, il peso aumenta e molte fanno quasi fatica a camminare, con piedi gonfi e gambe deformate: si trascinano e trascinano le ciabatte che sono praticamente l’unica calzatura esistente. Inutile dire che le informazioni sulla “salute” e la conoscenza del proprio corpo sono quasi inesistenti: scopriamo ad esempio che per le donne le mestruazioni sono la raccolta “dello sporco” del corpo. Le Centre de Santé: predisposizione di spazi per visite Esiste una specie di Poliambulatorio – le Centre de Santé- recintato e costituito da basse costruzioni, ciascuna con alcuni locali, una decina in tutto. Di queste costruzioni, le uniche attive erano: quella dove vanno le donne in gravidanza a fare qualche visita e a partorire, un locale destinato a “farmacia” e un “ufficio del direttore”. Gli altri locali erano praticamente in stato di abbandono, i locali sporchi, i pochi strumenti presenti ricoperti di polvere e arrugginiti. Di tanto in tanto questi locali vengono in parte ripristinati e in qualche modo puliti per permettere a gruppi di medici stranieri – di solito appartenenti a ONG – di effettuare visite. In questi casi, in pochi giorni vengono effettuate centinaia di visite, poi i medici se ne vanno e tutto torna nell’incuria. Non essendovi assistenza sanitaria gratuita, questi medici stranieri, più o meno volontari, rappresentano una delle poche opportunità per curarsi. Il triage Donne in attesa presso il Centre de Santé Con Rossana abbiamo ripulito il più possibile e predisposto i locali per permettere le visite ai medici specialisti di una ONG spagnola che hanno lavorato lì circa una settimana: dentisti, chirurghi, radiologi e altri specialisti. I chirurghi hanno dovuto appoggiarsi all’Ospedale della Miniera (privato) che ha reso disponibile la sala operatoria per effettuare alcuni interventi urgenti. Durante queste giornate centinaia di persone si sono accampate davanti al Centre de Santé, anche per più giorni, in attesa di poter essere registrate e indirizzate agli specialisti di riferimento, con l’aiuto di due/tre persone che oltre all’arabo parlavano spagnolo. In seguito a questa esperienza ho pensato e ripensato a quali conclusioni tirare. Non ne ho. C’è solo un’immagine che mi sorge: l’”organizzazione” della Terra e delle sue ricchezze si fonda sul genocidio diffuso di tre quarti della sua popolazione: per fatiche estreme, per sfruttamento del lavoro, per fame, per mancanza di cure, per paura, per assenza della possibilità di parola. E se tutto questo non bastasse….la guerra. Direi che possiamo usare la parola genocidio.   Testo e foto di Franca Laviola Redazione Italia
July 23, 2026
Pressenza
Mauritania, diario di viaggio – Parte 3
Dopo il primo impatto con il Paese e aver preso contatto più da vicino con questa realtà, nella terza parte daremo uno sguardo più preciso alla economia legata alla miniera che è la grande ricchezza ma anche il cuore dello sfruttamento della popolazione mauritana. Parliamo di conseguenza di un governo che ha il controllo della popolazione, di schiavitù e di mancanza di assistenza sanitaria. Il complesso della Miniera La miniera di Zouerat Arrivando a Zouerat con l’autobus, si passa -per chilometri- tra centinaia di geometrici cumuli piramidali di ferro neri-rossicci, tutti perfettamente uguali, alti 4-6 metri. Una visione surreale, quasi metafisica, difficile da fotografare da un mezzo in movimento. Il risultato di un lavoro svolto da macchinari ciclopici che scaricano e ricaricano cumuli calcolati con precisione nel peso e nella dimensione (non possono superare un certo peso perché sprofonderebbero nella sabbia). Lungo questo percorso non si vedono esseri umani, ma alla gestione del processo lavorano dai 7 ai 10mila dipendenti della SNIM – Società Nazionale Industrie e Miniere -, sulla base dei progetti di espansione (per il 2026 è previsto un raddoppio della produzione). Si arriva a 20mila se si considerano i lavoratori stagionali e la logistica (manutenzione dei binari e dei macchinari, trasporti, sicurezza). Questi lavoratori arrivano spesso da paesi confinanti come il Senegal o il Mali, ma ci sono anche cinesi che vivono in comunità ermetiche con ritmi di lavoro estenuanti. Tutti ruotano intorno ai turni di estrazione e sono minatori e operatori delle macchine che guidano enormi dumper (camion grandi quanto una casa di 3-4 piani) ed escavatori nelle miniere a cielo aperto. Le squadre di tecnici ferroviari mantengono funzionante la ferrovia e il treno lungo 3 chilometri. Il treno della miniera Le squadre di carico gestiscono i terminali dove i cumuli geometrici vengono caricati sui vagoni con precisione millimetrica. Il treno viene caricato con un sistema ad altissima tecnologia, in poche ore. Turni massacranti di uomini che sono costretti d’estate a sfidare il Sahara a 45 gradi con una polvere finissima che entra ovunque. Sono presenti infine ingegneri e geologi, spesso formati all’estero o nelle scuole d’élite della stessa SNIM, che studiano i giacimenti e le esplosioni per sbriciolare la montagna. Questi ultimi arrivano da Francia-Europa, Turchia, Marocco, Cina. Le Miniere di ferro vengono gestite dalla SNIM dal 1960, dopo che la Francia ha “concesso” l’indipendenza in cambio-sembra-del 40% della proprietà della miniera stessa. La Società quindi è governativa, ma ha una gestione privata; controlla non solo la miniera, ma gestisce un ospedale privato, a cui hanno accesso i minatori e le loro famiglie, una scuola privata, in cui vi è una “formazione di eccellenza”, ed altri servizi in funzione della gestione di questa enorme ricchezza. Il Governo e il Parlamento La Mauritania si definisce una Repubblica Islamica ed è presieduta dal Presidente che viene eletto dai cittadini (Repubblica presidenziale). Questi nomina il Governatore (Primo ministro). Il Presidente al momento è un militare, eletto nel 2019 e poi rieletto nel 2024 “con elezioni popolari”. La Mauritania è divisa in 15 regioni, tra cui quella di Zouerat-Miniera, e il Governatore nomina direttamente i Governatori regionali, mentre i deputati che costituiscono il Parlamento a Camera unica, l’Assemblea Nazionale, vengono eletti direttamente dai cittadini. In pratica il Parlamento ha il compito di votare le leggi ma il Governatore regionale (sotto il controllo diretto del Primo ministro) ha il compito di metterle in atto e il suo potere supera di gran lunga quello dei deputati, anche a livello regionale. Insomma tutto è in mano al Governatore regionale che dipende direttamente da quello nazionale, guidato dal Primo ministro. La schiavitù In Mauritania le dichiarazioni, anche ufficiali, testimoniano la presenza di un sistema di schiavitù per ascendenza e una pesante repressione degli attivisti che denunciano la situazione, soprattutto dell’IRA (Iniziative for the Resurgence of the Abolitionist movement) che lotta per l’abolizione della schiavitù. La Mauritania è il 3° paese al mondo, per numero di schiavi, dopo paesi come Corea del Nord ed Eritrea, dove persiste la schiavitù per status ereditario: se una donna è schiava, i figli sono schiavi, di proprietà totale del padrone e le donne sono costrette a matrimoni forzati per partorire figli al padrone. Ufficialmente la schiavitù è stata abolita nel 1981 ed è punita dal 2007, ma ad oggi si stima che siano circa 150mila le persone ancora in condizioni di schiavitù su una popolazione di 5 milioni. Altre stime, che includono le persone in totale dipendenza economica, arrivano a parlare di 500mila schiavi. Si tratta soprattutto di “mori neri”, il 40% della popolazione, sottomessi dai “mori bianchi” (arabo-berberi, pari al 30% della popolazione. La salute e l’assistenza sanitaria Il pronto soccorso dell’ospedale pubblico Nell’unico colloquio avuto con uno dei medici responsabili dell’ospedale della miniera, qualche accenno alla salute degli abitanti è emerso: tanti problemi respiratori come conseguenza dell’impatto che la miniera a cielo aperto ha sulla cittadina “sottostante”, diffusione di Hiv per mancanza di cultura della” prevenzione sessuale” e presenza di manodopera migrante anche da zone/paesi vicini, che solo saltuariamente torna alle proprie famiglie. Gli ho chiesto un incontro successivo per avere dati più dettagliati sulla situazione sanitaria e in particolare sugli infortuni in miniera, ma in quell’occasione non mi ha detto più nulla: occorreva che avesse l’autorizzazione dalla Direzione… Inoltre è complesso capire come le persone possano curarsi: sul territorio non esistono medici gratuiti e accessibili. Certo, all’ospedale governativo si accede, ma qualsiasi terapia o presidio è a carico del malato: medicazioni, pannoloni, farmaci. Praticamente viene offerta la visita a volte il ricovero, la diagnostica è quasi inesistente, e non c’è nient’altro… In pochi casi vengono offerte alcune cure, ma è necessario prima verificare che il paziente sia davvero molto povero!!! Qualche recente articolo di propaganda governativa, che parlava di inaugurazioni e fondi destinati all’implementazione dell’assistenza sanitaria, riportava come importante obiettivo che circa la metà dei cittadini di Zouerat arriverà ad avere un’assicurazione privata… mentre il programma di forfait ostetrico prevederebbe il pagamento di una di somma di 4000 oubie (circa 100 euro) per coprire le necessità di una gravidanza e del parto: una cifra inarrivabile per la maggior parte della popolazione povera locale. L’ospedale vecchio: difficile immaginarlo La guardiola d’ingresso dell’ospedale vecchio Nell’unica struttura pubblica ospedaliera esistente, dove sono entrata, in teoria dovrebbero lavorare almeno 5 specialisti e una decina di medici generici, oltre che personale infermieristico. Quando siamo entrati, io accompagnata da Rossana, un governativo e un ospite Saharawi non abbiamo incontrato nessuno, ma forse erano i giorni del Ramadan! Abbiamo vistolocali in uno stato di totale rovina, poche attrezzature danneggiate o arrugginite, stanze senza lettini nè sedie ma solo qualche muretto-panca su cui le persone possono sdraiarsi. Non oso immaginare come potrebbero essere i reparti, a cui non abbiamo potuto accedere. Il solo ospedale abbastanza “attrezzato” è quello privato della miniera, ma è riservato. L’ospedale” nuovo”: una vera cattedrale nel deserto Si tratta di un edificio in costruzione, una costruzione fantasma al limitare della città, in mezzo al deserto. Tempi di ultimazione? Buco nero (anche sul cartello). Personale previsto? Non si sa. Costi? Degni di una struttura europea: 6 milioni di euro. In Italia, con la stessa cifra, si riesce ad edificare una RSA di 60-70 posti letto su più piani (…nonostante tutto). Pare che che vi sia stata anche una grande inaugurazione dell’ospedale nuovo da parte delle “autorità”: una struttura che dovrebbe essere il polo di riferimento per tutta la provincia desertica delle miniere. In arrivo tanti soldi…ma non si sa a chi vadano. Questo racconto, insieme ai precedenti, mostrano chiaramente come la povertà in Mauritania e nella maggior parte dell’Africa non sia un caso. L’Africa è ricca di tutto ciò che serve al capitalismo internazionale. La povertà in cui vive la maggior parte della popolazione mauritana si spiega col grande sistema di sfruttamento – fino alla schiavitù – delle immense ricchezze (materie prime minerarie ma anche il pescato della costa) del Paese: un sistema che porta vantaggi a pochi (tra cui sistema politico e governatori) e che obbliga la popolazione a vivere in condizioni minime di sussistenza, di mancanza di diritti, di cure, di possibilità di emancipazione. Nella quarta e ultima parte racconterò alcuni momenti della mia esperienza diretta nella casa di Rossana con i bambini e gli operatori, e del lavoro presso le Centre de Santé.   Fine terza parte   Testo e foto di Franca Laviola Redazione Italia
July 6, 2026
Pressenza
Mauritania, diario di viaggio – Parte 2
Continua il racconto del viaggio, che vede me e Rossana a Zouerat, nella zona mineraria a nord della Mauritania. Il primo sguardo alle case intorno dà subito l’idea di un’immensa povertà: case basse più o meno tenute insieme da muri di blocchi di cemento o di argilla, quasi tutte di un solo piano, a volte con tetti di lamiera e chiuse con porte di fortuna. Le vie sono ben squadrate geometricamente, ma non hanno nome né tantomeno numeri e le poche case aperte sulla strada sono quelle più belle o quelle destinate a piccoli negozi. Molte sono come contenute in muri di cinta, dentro le quali probabilmente convivono più famiglie, capre e quant’altro.  Lungo i muri e le strade solo pattumiera, sacchetti di plastica e rifiuti vari che decine e decine di capre brucano al posto dell’erba. Non c’è sistema di raccolta in strada. I rifiuti prodotti nelle case vengono ritirati da uomini che con asini portano via i sacchetti, dietro pagamento diretto di una somma equivalente a circa 1 euro. Chi non può pagare… I rifiuti raccolti, mi dicono, finiscono ovviamente in una immensa discarica a cielo aperto. I punti di riferimento per non perdersi sono le costruzioni “diverse”: un “albergo” un po’ più alto, un negozio con qualche vetrina, una pompa di benzina, delle strutture basse e ben fatte dedicate alla preghiera. Ce n’è una ad ogni angolo di strada che delimita una zona, con il proprio minareto da dove 5 volte al giorno si chiamano i fedeli attraverso gli altoparlanti. Ad ogni chiamata, decine di uomini di tutte le età escono come per magia dalle case e si dirigono verso le moschee. Non ho mai visto accorrere donne. Il mercato e i negozi Nel mercato “coperto” – un misto di garage e capannoni col tetto di lamiera – i carretti tirati da asini rappresentano il principale mezzo di trasporto delle merci. Non ci sono orti o coltivazioni: viene venduta pochissima frutta e verdura, per lo più importata e di pessima qualità. Occorre quindi acquistare qua e là il meno peggio. Sulle bancarelle di tessuti sono esposte soprattutto centinaia di melfe, teli unici coloratissimi e senza cuciture che, legati con alcuni nodi, coprono l’intero corpo compreso il capo. Ma, non essendovi turismo, la vendita è assai ridotta e non si comprende come possa dare da vivere. Poco altro. Tanti bambini scalzi che, se possono, comprano qualche piccola golosità o lattine di “bibite spazzatura”. Nei negozi piccolissimi locali solitamente senza finestre, viene stipato scatolame vario, acqua in boccioni da 20 litri, pochissima frutta, pesata su vecchie bilance. Si può trovare un po’ di tutto, ma a prezzi tutt’altro che adeguati allo stipendio (quando c’è) di chi lavora, intorno ai 200 euro al mese. Una baguette di 3 etti costa 35 centesimi quindi un kg di pane costa circa 1 euro, un litro di latte 1 euro e mezzo, così come un chilo di banane. La carne si aggira sui 7-10 euro al kg, ma viene consumata prevalentemente nelle grandi feste o in occasioni particolari. Quotidianamente le famiglie consumano soprattutto cous cous di cereali poveri, come il miglio o il più economico riso spezzato, con poche verdure (carote e cipolle) e fagioli. SLIDE SHOW: MERCATO, NEGOZI E VENDITORI AMBULANTI I trasporti Ovunque si vedono taxi verdi, scassati fuori e dentro, che attraversano le strade asfaltate e non, caricando tutte le persone che incontrano finché c’è spazio, a prezzo fisso e popolare. Ne fanno uso tutti, donne con bambini e uomini. In tutta la città non esiste altro mezzo di trasporto pubblico, tantomeno una ferrovia, fatta eccezione per il “treno della miniera” che taglia la Mauritania da nord fino al porto e che occasionalmente porta anche privati cittadini. Per spostarsi da Zouerat solo bus privati con frequenza giornaliera. Poi vi sono decine di auto private, anche belle, o furgoni Toyota che appartengono ai più benestanti. Un giovane, con una battuta, mi dice che le macchine belle sono di dipendenti del governo o della miniera, oppure di chi traffica droga. Leggo infatti che la Mauritania è considerata un hub logistico per il transito della cocaina proveniente dal Sud America, grazie alle sue coste (quando arriva via mare), alla vasta estensione desertica (dove viene spesso stoccata) e ai grandi confini difficilmente controllabili, per transitare poi verso Nord attraverso il Sahara occidentale e il Marocco, o verso est (Mali e Niger) e raggiungere l’Europa. Esiste un legame stretto tra narcotraffico e gruppi terroristici, come Al Quaeda, che offrono protezione al passaggio della droga in cambio di finanziamenti per le armi. Bambine e bambini: il sistema educativo L’età media in Mauritania è di circa 18 anni (in Italia 48 anni), il che significa che metà della popolazione ha meno di 18 anni, con un tasso di fecondità di 4,5 figli per donna ed una mortalità infantile di 70 per mille (in Italia è inferiore al 3 per mille). In Mauritania a fronte di 5 milioni di abitanti nascono circa 178 mila bambini all’anno, cosa che presupporrebbe un investimento enorme nel sistema educativo, oltre che sanitario. A Milano, su 1 milione e mezzo circa di abitanti, ci sono circa 9000 nati all’anno. Nella sola regione di Zouerat, di circa 60 mila abitanti, si stimano 2000 nascite all’anno. Più di cinque volte tanti. Girando per le strade, appare evidente che di bambini/e ce ne sono molti: gironzolano a gruppetti di età varie, ti avvicinano per avere qualche soldo, usando le poche parole in inglese che sanno. Del sistema educativo non sono riuscita a capire molto. Se chiedi, ti dicono che c’è una scuola pubblica primaria che inizia a 6 anni e dura 6 anni, il college, che dura altri 3 anni- e poi… Non si capisce. Alcune statistiche dicono che al primo anno della scuola primaria è iscritto il 110% (!!!!!) dei bambini/e di Zouerat. Una percentuale improbabile, ma che afferma una verità: spesso i bambini arrivano a scuola quando hanno 7-8 anni, poi la abbandonano, e dopo un certo tempo tornano in prima. Quindi al primo anno ci sono più bambini/e di quelli che hanno effettivamente 6 anni. Solo il 65-70% della popolazione infantile arriva a completare la scuola primaria. Per quanto riguarda le donne, la situazione del percorso di formazione scolastica è ancora più grave. Il tasso di abbandono dopo la prima elementare è via via più alto, soprattutto nei villaggi sperduti del deserto: per la distanza delle scuole, per la mancanza di bagni dedicati alle donne, ma soprattutto perché le bambine sono tenute a casa per la cura dei fratelli. Il numero delle bambine che terminano il ciclo della scuola primaria è ancora più basso dei bambini. Poche frequentano la scuola dopo i 10-12 anni e pochissime raggiungono la scuola superiore. Infine una curiosità: girando per le strade non di rado ci si imbatte in strutture basse, uffici blindati con nomi impegnativi scritti in due lingue, arabo e francese, come per esempio “Direction Regional de l’Education e du System d’Enseignement” o altre definizioni di questo tenore. Mi dicono che a volte ci entra qualcuno, forse un funzionario, ma nessuno sa a cosa servano. Sono riuscita ad entrare in uno di questi edifici: bello internamente, con un custode che mi ha mostrato “la sala riunioni”. Nulla di più. Qualcuno, più anziano, a volte parla qualche parola di francese, ma sembra che nelle scuole pubbliche venga insegnato sempre meno… per una questione di identità, dicono. Nella terza parte parleremo delle miniere, della schiavitù e del Governo del paese.   Fine 2^ parte   Testo e foto di Franca Laviola Redazione Italia
June 19, 2026
Pressenza
Mauritania, diario di viaggio – Parte 1
Mi presento: sono Franca Laviola, medico da pochi mesi in pensione; ho sempre vissuto a Sesto San Giovanni, in provincia di Milano, dove fin dagli anni ’70 con altri abbiamo fatto un capillare lavoro politico anche per il diritto alla salute, ma non solo. Ho saputo del progetto di Rossana Berini (spostatasi, dopo molte vicissitudini, dai campi profughi Saharawi alla Mauritania) e ho deciso di conoscere la difficile realtà dove opera da circa due anni. Mi sono quindi recata in Mauritania per due settimane, viaggiando con lei all’andata. Non posso negare che sia stata un’esperienza molto forte, a tratti sconvolgente. Ho creduto quindi fosse bene cercare di raccogliere le idee per condividerle con chi vorrà leggerle. Sarà un lungo racconto, diviso in 4 puntate: qui la prima. Dov’è la Mauritania? Esiste? La Mauritania esiste ed è grande 3 volte l’Italia, ma con meno di 5 milioni di abitanti. È uno di quei Paesi dell’Africa i cui confini sono stati tagliati a tavolino in base agli interessi dei Paesi colonialisti che si sono spartititi la zona negli anni ‘60. Non se ne sente mai parlare perché non è meta turistica ed è un luogo abbandonato da Dio prima che dagli uomini. Veduta della zona mineraria La zona Nord è in gran parte occupata dal deserto del Sahara, dove si estende la zona mineraria che fa della Mauritania uno dei più grandi produttori mondiali di ferro (ematite ad alta gradazione, magnetite) destinato alle acciaierie cinesi ed europee attraverso aziende partner tra cui in passato anche ArcelorMittal, che ha gestito in passato l’ILVA di Taranto. La zona mineraria ha come centro di riferimento Zouerat – che è stata anche la mia meta -, una cittadina di circa 40 mila abitanti che si estende ai confini della zona mineraria. Il treno della miniera Qui vengono estratte oltre 12 milioni di tonnellate di materiale all’anno, con un sistema di estrazione ad alta tecnologia e un trasporto ferroviario su un incredibile treno lungo circa 3 km, uno dei più lunghi al mondo, il cosiddetto “treno della miniera”, che viene caricato in poche ore e attraversa il deserto per 750 km fino al porto di Nouadhibou: unica ferrovia e unico treno esistenti in tutto il Paese. Poi c’è il “balcone” sull’Atlantico: un pezzo di costa lungo circa 700 km con controllo su una vastissima area marittima oceanica ritenuta tra le più pescose del pianeta, dal momento che risente degli effetti della corrente delle Canarie e di altri fenomeni marittimi locali che rendono particolarmente ricca la catena alimentare. Le licenze di pesca vengono vendute dal governo mauritano alla Cina e all’Unione europea, in particolare alla Spagna. Sia i minerali che il pescato partono dalla città di Nouadhibou, sulla costa nord, al confine con lo stato del Sahara occidentale: un immenso porto, con oltre 100mila abitanti. Insomma, minerali e pesce, un vero paradiso terrestre. Ma, come sappiamo, nel paradiso terrestre ad un certo punto arriva il peccato originale… e la cacciata dal paradiso. Ma veniamo al nostro viaggio: usciti dall’aeroporto della capitale Nouakchott, città di oltre un milione di abitanti situata sulla costa atlantica del deserto del Sahara, dopo circa un’ora di taxi si arriva ad una delle fermate degli autobus di lungo tragitto. Il pullman che ci porta a Zouerat – la zona mineraria a nord nel deserto – compie un viaggio di circa 12 ore e parte solo una volta al giorno, al mattino presto. Con Rossana affrontiamo il viaggio in autobus dopo essere partite 24 ore prima da Fiumicino, aver fatto tappa ad Algeri ed essere arrivate a Nouakchott, dove abbiamo trascorso una notte senza dormire in una specie di casa. Viaggio non facile.   Da Nouakchott si viaggia per quasi 750 km nel deserto, su una strada asfaltata ma sconnessa e piena di buche. Di tanto in tanto piccolissimi agglomerati di casupole e capre, con qualche fortuito passaggio di mandrie di cammelli. Il bus fa un paio di soste in due piccoli paesi. I viaggiatori, uomini, scendono a pregare, le donne a fare pipì in qualche casupola o vicino all’autobus, acquattandosi. Non esistono “punti di ristoro” o altro. Per farla breve, sia all’andata che al ritorno non sono mai scesa dal bus: immobilizzata per 12 ore circa. Stessa cosa per i bambini i quali, tenuti a sedere per tutto il tragitto, ogni tanto camminano scalzi nella sporcizia dell’autobus per poi tornare in grembo alle madri che danno loro da bere qualcosa. Tutti, donne e uomini, hanno un cellulare. Per tutto il viaggio vengono trasmesse dal televisore del bus preghiere mussulmane alternate a vecchissime pellicole sulle gesta di Maometto. Il televisore dell’autobus non trasmette altro, l’unica è addormentarsi per qualche decina di minuti, cullati dalla litania delle preghiere. L’arrivo a Zouerat è preceduto da posti di blocco nel deserto: casupole in cemento presidiate da uomini in divisa che salgono, dicono qualche parola in francese, ci ritirano i passaporti e scendono. Rossana mi tranquillizza dicendomi che è la prassi, perché controllano tutti quelli che entrano in città. Ma le uniche davvero controllate siamo noi. Questo si ripete per almeno tre volte a distanza di poche decine di km. Al ritorno, da sola, l’ansia che scendano col mio passaporto, facciano scendere anche me nel deserto e il bus riparta, mi assale ad ogni stop. Fermata bus Arriviamo a Zouerat; Rossana, ormai residente in città da 2 anni, ha organizzato tutto quello che poteva, ma l’arrivo dei bus è caotico: si scende in mezzo al fango (aveva appena piovuto dopo mesi), cercando di non cadere e di trascinare alla meglio dei bagagli pesantissimi e poco gestibili… Alla fine arriva una donna, conoscente di Rossana, con un furgone che ci carica e riesce a farsi strada tra taxi scassati e asini che si affollano ovunque. In Mauritania sono numerose le donne alla guida di automobili private che, a prima vista, possono dare l’idea di una certa emancipazione, mentre la realtà è molto più dura. Casa di Rossana Esistono poche strade asfaltate: quella principale che attraversa la città e pochi altri tratti che si diramano su strade di sabbia e terra battuta. Appena fuori da uno di questi arriviamo alla casa di Rossana, bella, accogliente e…invasa dalla sabbia. Subito però va via la corrente, quindi non c’è l’acqua, che è attinta da un pozzo esterno attraverso una pompa elettrica … non funziona lo scaldabagno, il telefono è senza wifi. Rossana ha dotato la casa di luci di emergenza, perché la corrente può saltare per molte ore. Ma siamo a casa, e finalmente ci possiamo concedere un po’ di riposo.   Fine prima parte   Testo e foto di Franca Laviola Redazione Italia
June 11, 2026
Pressenza
Mauritania: lotta pacifica contro la repressione
> Il 27 aprile 2026 si è svolta nelle strade di Nouakchott, capitale della > Mauritania, una manifestazione pacifica per protestare contro il caro vita. > Pressenza International è solidale e pubblica il comunicato stampa dell’IRA. COMUNICATO: REPRESSIONE BRUTALE DELLA MARCIA PACIFICA DELL’IRA L’Iniziativa per la Rinascita del Movimento Abolizionista (IRA) condanna con grande fermezza la repressione brutale di cui è stata vittima la sua marcia pacifica lunedì 27 aprile 2026. La marcia, organizzata in maniera civile, mirava a rivendicare dei diritti legittimi e in particolare l’abbassamento dei prezzi dei carburanti e delle derrate alimentari, come anche la liberazione dei prigionieri di opinione. Le forze di sicurezza, su ordine impartito dal regime del generale Mohamed Ould Cheikh El Ghazouani, hanno fatto uso di una forza repressiva estrema e ingiustificata contro i manifestanti inermi, causando gravi ferite ai partecipanti, in palese violazione di tutte le leggi nazionali e delle convenzioni internazionali che garantiscono il diritto di manifestare pacificamente. Noi dell’IRA riteniamo che tale repressione rispecchi la volontà del regime di sopprimere le libertà pubbliche e soffocare le voci che reclamano giustizia e dignità. Essa conferma ancora una volta il suo approccio fondato sulla repressione e le restrizioni, anziché rispondere alle rivendicazioni legittime del popolo. Nella stessa misura, noi denunciamo l’arresto arbitrario di una decina di militanti tra cui Malick Sy, Zeinabou Biram, Oumar Mohamed Lemine, Samba Birama, Mahfoudh Kharchy, Selemha Hmeida, Saleck, Aissata Niass e molti altri, oltre ai feriti Youssouf Kamara, Coumba N’Daw, Assietou Saleh e consideriamo le autorità totalmente responsabili della loro integrità fisica e psicologica. Noi chiediamo a gran voce la loro liberazione immediata e senza alcuna condizione. Vogliamo attirare l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale e internazionale, cosi come di tutte le organizzazioni di difesa dei diritti umani, riguardo la gravità di tali violazioni, e chiediamo l’apertura di un’indagine urgente e indipendente al fine di consegnare i responsabili alla giustizia e porre fine alla politica dell’impunità. Infine, chiediamo al nostro popolo di proseguire la lotta pacifica, di difendere i propri diritti legittimi e di non cedere alla politica di intimidazione e repressione. La Commissione per la comunicazione -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL FRANCESE DI MARIA ROSARIA LEGGIERI. REVISIONE DI THOMAS SCHMID Rédaction Belgique
May 6, 2026
Pressenza
Conferenza stampa a Dakar del Coordinamento contro la schiavitù
Il 28 marzo 2026 il Coordinamento contro la schiavitù si è riunito in conferenza stampa a Dakar per richiamare l’attenzione sul persistere di situazioni inaccettabili, in maniera particolare in Mauritania. Nel corso della conferenza stampa è stato messo in evidenza anche il coraggio delle associazioni e dei militanti che non esitano a denunciare, nonostante i rischi affrontati. Ecco il discorso di Diko Hanoune: Signore e signori giornalisti, Signore e signori rappresentanti delle organizzazioni della società civile, Distinti partner e ospiti, Oggi i nostri scambi si fondano essenzialmente su delle tematiche che dovrebbero destare preoccupazione in tutti noi. Si tratta degli arresti arbitrari e delle persecuzioni giudiziarie ai danni di militanti abolizionisti, in maniera particolare in Mauritania e in Francia, tra cui il caso di Diko Hanoune. Attualmente sono detenuti in Mauritania per avere denunciato un caso di schiavizzazione di una ragazzina minorenne: Abdallahi Abou Diop, responsabile nazionale dei Diritti Umani dell’Organizzazione IRA (Iniziativa per la rinascita del movimento abolizionista); Elhadj El Id e Mohamed Nema, i quali sono coordinatori nazionali e regionali dell’IRA, cosi come i seguenti militanti: Bounass Hmeida; Mohamed vadhel Aleyett; Lalla Vatma, Rachida e la giornalista Warda Ahmed Souleymane. Sono detenuti anche alcuni attivisti abolizionisti che si oppongono alla schiavitù per ascendenza nell’ambiente Soninké in Mauritania, in particolare Ganbanaaxu Diogountrou. Si tratta di: Papa Camara, Adama Traoré, Lekhbarou Traoré e Bakary Traoré che sono accusati ingiustamente e lasciati a marcire in prigione dal 2022 al fine di ottenere il loro silenzio. La proposta di una bozza di legge in Senegal che mira a estirpare definitivamente la schiavitù per ascendenza e le relative conseguenze che sarà animata da ASSEP Ganbanaaxu del Senegal in maniera particolare il loro presidente Boubacar Traoré. Vi ringrazio sinceramente per la vostra presenza e per l’attenzione prestata a una realtà che molti preferiscono ignorare: la schiavitù per ascendenza (ereditaria), è una pratica che nonostante i progressi giuridici e i discorsi ufficiali continua a segnare profondamente la vita di migliaia di persone nella nostra regione. Vorrei rivolgere un saluto e un ringraziamento particolare alle organizzazioni della società civile dell’Africa occidentale, e in primo luogo quelle del Senegal, il cui impegno coraggioso e la mobilitazione costante consentono di presentare la questione a livello regionale e internazionale. Il loro lavoro di documentazione, di perorazione e di accompagnamento delle vittime è indispensabile per trasformare una problematica per lungo tempo invisibile in una sfida pubblica riconosciuta. La schiavitù per ascendenza non è un retaggio del passato. Si tratta di un sistema sociale ancora attivo, che si fonda sulla trasmissione per eredità di una condizione d’inferiorità, su delle gerarchie sociali profondamente ancorate e su meccanismi di dominazione economica, sociale e simbolica. Gli individui nati in questi contesti ereditano delle costrizioni molto crudeli: l’esclusione dalle risorse, le limitazioni all’accesso all’istruzione e al lavoro, le restrizioni alla partecipazione alle istituzioni locali e ai riti comunitari. In Mali, secondo le stime di ricercatori e organizzazioni indipendenti, circa 800.000 persone sarebbero vittime della schiavitù per ascendenza, di cui circa 200.000 vivrebbero ancora in condizioni di diretta dipendenza dai propri «padroni». In alcune zone come Kayes o Timbuctù, alcune indagini hanno dimostrato che il 60% delle persone intervistate è stato costretto a svolgere lavori non retribuiti e che fino all’85% delle vittime subisce violenze fisiche o psicologiche. Queste cifre riflettono la portata di un fenomeno sistemico, che non può essere ridotto a una semplice usanza, ma che costituisce una grave e persistente violazione dei diritti umani. In Mauritania, nonostante una legislazione più rigorosa e diverse leggi che hanno abolito la schiavitù — in particolare nel 1981, nel 2007 e nel 2015 — decine di migliaia di persone continuano a vivere in condizioni di schiavitù. Queste pratiche persistono soprattutto nelle zone rurali, dove la dipendenza economica, i matrimoni forzati, il diritto di passaggio e le gerarchie sociali rafforzano questa vulnerabilità. Ancora più preoccupante è che gli attivisti che denunciano queste pratiche siano spesso oggetto d’intimidazioni giudiziarie, arresti arbitrari e tentativi di screditamento. Queste misure non mirano solo ai singoli individui, ma cercano di proteggere direttamente coloro che continuano a sfruttare questo sistema e a mantenere il silenzio su questa ingiustizia. In Senegal la situazione è diversa, ma rimane preoccupante. Le forme visibili di schiavitù sono meno diffuse, ma le discriminazioni sociali e simboliche ereditate dalla storia continuano a colpire alcune comunità. I discendenti delle vittime della schiavitù rimangono talvolta emarginati nell’accesso alla terra, alle opportunità economiche e alle istituzioni sociali. Secondo il Global Slavery Index 2023, circa 3 persone su 1000 in Senegal sono esposte a forme di servitù moderna, il che rappresenta quasi 49.000 individui. Sebbene la situazione possa sembrare meno drammatica rispetto ai paesi vicini, essa rivela una vulnerabilità strutturale e un retaggio storico che richiedono un intervento proattivo. Purtroppo, la Repubblica del Senegal non dispone ancora di una legge specifica contro la schiavitù per ascendenza e le sue conseguenze, nonostante la presenza di numerose impronte della schiavitù sul suo territorio. Queste realtà non sono solo statistiche. Sono vite distrutte, famiglie impossibilitate a ricostruirsi, generazioni private della dignità e della libertà. L’accesso alla giustizia rimane estremamente limitato e l’impunità dei responsabili è la norma piuttosto che l’eccezione. Le vittime subiscono una doppia punizione: quella della condizione sociale ereditata e quella dell’emarginazione istituzionale. Questa lotta non avrebbe mai raggiunto un tale livello di visibilità senza il coraggioso impegno di attivisti e organizzazioni. In Mali, realtà come RMFP Ganbanaaxu hanno denunciato migliaia di casi e mobilitato l’opinione pubblica per far sentire la voce delle vittime. Figure pionieristiche come Boubacar N’Djim hanno contribuito a rompere il silenzio rischiando la vita, a sensibilizzare l’opinione pubblica e a gettare le basi per una legislazione moderna. Questi attivisti hanno permesso di avviare un processo di riconoscimento giuridico e sociale di queste ingiustizie e di rafforzare la mobilitazione nazionale e internazionale. Parlo anche in qualità di persona direttamente coinvolta. Come molti altri attivisti, ho subito diverse forme d’intimidazione: arresti, minacce, procedimenti giudiziari e tentativi di screditarmi. Queste pressioni mirano a frenare la nostra azione e a mantenere il silenzio sulla schiavitù per ascendenza, ma non fanno altro che rafforzare la nostra determinazione. Ogni tentativo d’intimidazione ci ricorda che questa lotta è al tempo stesso morale e urgente, e che la protezione dei difensori dei diritti umani è indispensabile per estirpare questo sistema. La schiavitù per ascendenza è un problema regionale. Indebolisce la coesione sociale, compromette lo sviluppo economico e minaccia la stabilità politica. È quindi fondamentale che le nostre risposte siano collettive e coordinate. Il Senegal ha l’opportunità di diventare un modello regionale, la Mauritania deve tradurre le proprie leggi in azioni concrete e il Mali deve garantire che la sua recente legislazione si traduca in una giustizia reale ed efficace. RACCOMANDAZIONI PER GLI STATI DEL SAHEL E DELL’AFRICA OCCIDENTALE: Adottare leggi e applicare appieno le leggi esistenti che criminalizzino la schiavitù per ascendenza e le sue conseguenze. Garantire la protezione giuridica alle vittime e ai militanti abolizionisti della schiavitù. Formare i magistrati, le forze dell’ordine e l’amministrazione al fine di riconoscere e prendere in carico dei casi di schiavitù. Mettere a punto dei meccanismi indipendenti per la raccolta di dati affidabili. PER IL SENEGAL: Adottare una legislazione specifica sulla schiavitù per ascendenza e le sue conseguenze. Sviluppare delle politiche pubbliche di riparazione e inclusione sociale. Diventare un modello regionale in materia di prevenzione e di lotta contro la schiavitù. PER LA MAURITANIA: Assicurare l’applicazione effettiva della sua legislazione anti-schiavitù. Proteggere giuridicamente i militanti e le vittime di schiavitù. Riconoscere la comunità degli Haratine nella Costituzione della Repubblica Islamica della Mauritania, come l’hassania la loro lingua. Al giorno d’oggi, l’arabizzazione della società mauritana sta portando alla scomparsa del dialetto hassania, l’unica lingua che gli Haratine conoscono. Creare delle strutture di accoglienza per le vittime, finanziate e gestite dallo Stato. Una volta liberate dalla schiavitù, le donne si trovano in condizioni di estrema povertà e necessitano di un sostegno a 360 gradi. Sono inoltre necessari centri di formazione professionale per garantire l’effettiva integrazione degli Haratine nella società mauritana. Mettere in atto delle campagne di sensibilizzazione per ridurre le pratiche consuetudinarie discriminatorie. Integrare nei manuali scolastici la schiavitù e il razzismo come crimini contro l’umanità, e rendere il loro insegnamento obbligatorio. Incoraggiare la documentazione scientifica e la ricerca indipendente sulla schiavitù per ascendenza. PER I MEDIA: Assicurare una copertura continua e rigorosa sui casi di schiavitù. Dare la parola alle vittime e amplificare l’operato dei militanti. Rompere il silenzio intorno alle pratiche di schiavizzazione ancora esistenti. Vi ringrazio Hanoune Diko -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal francese di Maria Rosaria Leggieri. Rédaction Belgique
April 11, 2026
Pressenza
Mauritania, centri di detenzione per migranti e frontiere esternalizzate
La Spagna è un paese di grandi contrasti. Può sembrare una formula a effetto, quasi da slogan, ma osservando l’attuale scenario politico appare sorprendentemente aderente alla realtà. Da un lato, Madrid è tra i governi europei che più apertamente si discostano dalle tendenze politiche destrorse di molti paesi dell’Unione, dalla denuncia del genocidio in Palestina, a molte politiche sociali applicate nella penisola. Dall’altro, sulla questione migratoria, mostra una linea dura e ambigua, che in molti definiscono persino schizofrenica. Secondo la Real Academia Española, il termine “carcere” indica un luogo destinato alla reclusione dei detenuti e dovrebbe riferirsi a strutture penitenziarie operative sul territorio nazionale. Eppure, seguendo un modello già sperimentato dall’Italia, negli ultimi mesi la Spagna ha contribuito all’apertura di due nuovi centri per il rimpatrio dei migranti fuori dai propri confini, in Mauritania. Le strutture, ufficialmente presentate come centri di accoglienza temporanea, sono oggetto di dure critiche da parte di giornalisti e organizzazioni per i diritti umani, che le descrivono come veri e propri luoghi di privazione della libertà personale. Dal 17 ottobre scorso sono infatti operativi due centri: uno nella capitale Nouakchott e l’altro a Nouadhibou, snodo strategico della rotta migratoria atlantica verso le Canarie. I progetti sono stati sviluppati dalla Fundación para la Internacionalización de las Administraciones Públicas (FIAP), organismo legato al Ministero degli Esteri spagnolo. Secondo la documentazione tecnica, le strutture dispongono rispettivamente di oltre cento e circa ottanta posti, includendo anche culle per neonati. > Le autorità spagnole hanno indicato come modello i Centri di Attenzione > Temporanea per Stranieri delle Canarie, ma con una differenza sostanziale: in > Mauritania la detenzione può riguardare anche minori e lattanti se trattenuti > insieme ai familiari, pratica non consentita dalla normativa spagnola. Le opere sono state finanziate con fondi statali spagnoli e con risorse del Fondo fiduciario di emergenza dell’Unione Europea, nell’ambito di un programma di cooperazione di polizia denominato Associazione Operativa Congiunta. Il costo complessivo supera il milione di euro. Le procedure di assegnazione degli appalti sono state contestate da inchieste giornalistiche, che parlano di affidamenti senza gara pubblica; la FIAP ha replicato sostenendo che le aggiudicazioni sono avvenute attraverso procedure pubbliche previste per i contratti all’estero. La nascita di questi centri si inserisce nella più ampia strategia di esternalizzazione delle frontiere europee: invece di gestire direttamente gli arrivi sul territorio dell’Unione, si rafforza il controllo migratorio nei Paesi di transito o di partenza. In questo quadro, l’Unione Europea e il governo spagnolo hanno intensificato la cooperazione con la Mauritania, considerata un Paese chiave per bloccare le partenze dei cayucos diretti verso le Canarie. Già nel 2024 quindici governi europei avevano chiesto alla Commissione di replicare modelli di detenzione esterna simili a quello promosso dall’Italia in Albania. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha partecipato a missioni ufficiali nel Paese insieme al premier spagnolo Pedro Sánchez, annunciando pacchetti di sostegno economico per centinaia di milioni di euro destinati alle autorità mauritane. Il presidente Mohamed Ould El Ghazouani guida un sistema politico definito da numerose ONG come autoritario, elemento che accresce le preoccupazioni sulle garanzie offerte ai migranti trattenuti. Parallelamente alla costruzione dei centri, la cooperazione in materia di sicurezza è aumentata sensibilmente: trasferimenti di mezzi, droni, veicoli fuoristrada, tecnologie di sorveglianza e scambio di intelligence. Sul terreno operano stabilmente decine di agenti spagnoli appartenenti alla Guardia Civil, alla Policía Nacional e ai servizi informativi. > Diverse fonti locali descrivono un incremento delle retate contro persone > migranti, con controlli basati sul profilo etnico, irruzioni nelle abitazioni > e arresti senza mandato. Le persone fermate verrebbero private di documenti e > telefoni, trattenute per giorni in condizioni precarie e successivamente > trasferite verso zone remote. Uno degli aspetti più controversi riguarda il destino finale dei fermati. Inchieste giornalistiche internazionali e rapporti di organizzazioni per i diritti umani documentano pratiche di abbandono nel deserto, in aree di confine con il Mali caratterizzate da forte insicurezza e dalla presenza di gruppi jihadisti legati ad Al-Qaida nel Sahel. Tra i soggetti colpiti figurano potenziali richiedenti asilo in fuga da conflitti e persecuzioni politiche nell’Africa occidentale. Agenzie internazionali come Human Rights Watch, l’UNHCR e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni risultano informate di queste pratiche secondo documenti interni citati dalle inchieste. La FIAP afferma che i centri servono anche a identificare vittime di tratta, minori non accompagnati e persone vulnerabili, e che la permanenza massima prevista sarebbe di 72 ore. > Tuttavia, non sono stati resi pubblici protocolli dettagliati sui meccanismi > di controllo, sulle garanzie legali né su eventuali sistemi indipendenti di > monitoraggio contro maltrattamenti e torture. Le autorità mauritane, > interpellate in più occasioni, non hanno fornito chiarimenti sul trattamento > dei detenuti né sulla gestione concreta delle strutture. Ulteriori ombre emergono sul fronte degli appalti. Tra le imprese coinvolte figurano società di consulenza e costruzione attive anche in altri progetti di controllo delle frontiere. È citata anche TRAGSA, gruppo pubblico spagnolo che opera in ambiti infrastrutturali e ambientali e che negli ultimi anni ha ricevuto incarichi legati alle barriere di Ceuta e Melilla. La sua natura giuridica limita l’accesso pubblico ai dettagli contrattuali, riducendo la trasparenza su costi e procedure. Un caso emblematico è quello dell’ex-commissario mauritano Abdel Fattah, responsabile dell’ufficio contro il traffico di migranti e la tratta. Doveva partecipare all’inaugurazione dei centri, ma è stato rimosso dall’incarico dopo rivelazioni su presunte tangenti ricevute da trafficanti in cambio di informazioni scorrette fornite alle autorità spagnole. In precedenza era stato decorato dal ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska. Il procedimento giudiziario nei suoi confronti non risulta concluso con una condanna. > Il quadro che emerge è quello di una frontiera europea sempre più > delocalizzata, dove cooperazione allo sviluppo e cooperazione di polizia si > intrecciano con obiettivi di contenimento migratorio. I governi coinvolti presentano queste politiche come necessarie per contrastare le reti di traffico e ridurre le morti in mare. I critici replicano che la strategia sposta semplicemente il confine più a sud, aumentando il rischio di violazioni dei diritti fondamentali lontano dallo sguardo dell’opinione pubblica europea. Per l’opinione pubblica italiana il tema non è distante: modelli simili di esternalizzazione sono già oggetto di accordi e dibattito politico anche a livello nazionale. La questione centrale resta aperta: fino a che punto è legittimo delegare a Paesi terzi, con standard giuridici e democratici più deboli, la gestione della detenzione e del rimpatrio dei migranti? La risposta a questa domanda definirà il futuro delle politiche migratorie europee e il loro rapporto con i diritti umani. La copertina è di Jurgen via Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Mauritania, centri di detenzione per migranti e frontiere esternalizzate proviene da DINAMOpress.
March 3, 2026
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