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«Casa Bianca-Italia»: un libro di Alessandro Orsini
di Patrizio Paolinelli (*) Guerre della Nato. Alessandro Orsini mette sotto accusa la stampa estera   Pur essendo scritto da un noto personaggio televisivo il libro di Alessandro Orsini, «Casa Bianca-Italia. La corruzione dell’informazione di uno Stato satellite» (Paper FIRST, Roma, 2025, pp 234, euro 18,50) non ha avuto numerose recensioni. E si capisce facilmente perché: presenta un ritratto a
Russia non dimentica Maduro, Maria Zakharova: “Il Presidente Nicolás Maduro gode di immunità assoluta”
In conformità con una norma di diritto internazionale universalmente riconosciuta, basata sul principio di uguaglianza sovrana degli Stati, Nicolás Maduro, in qualità di Capo di Stato, gode di immunità assoluta dalla giurisdizione degli Stati Uniti o di qualsiasi altro Stato diverso dal Venezuela. Pertanto, anche tralasciando la questione dell’uso illegale della forza armata – un aspetto che abbiamo già discusso in dettaglio – il fatto stesso del suo rapimento e della sua detenzione costituisce una flagrante violazione degli obblighi internazionali degli Stati Uniti. Altrettanto illegali saranno le decisioni giudiziarie adottate, a meno che un tribunale statunitense non richiami il diritto internazionale e ordini il suo rilascio – non posso nemmeno dire “del detenuto”: si tratta di una persona rapita. Persino Reuters non usa più l’espressione “invitato negli Stati Uniti”, ma piuttosto “catturato”, sebbene in realtà sia stato catturato e rapito. Le argomentazioni secondo cui Nicolás Maduro avrebbe cessato di svolgere le sue funzioni presidenziali e, di conseguenza, avrebbe perso la sua immunità non possono essere prese in considerazione. La sua rimozione dall’incarico è stata il risultato di un’operazione armata illegale condotta dagli stessi Stati Uniti. Non esistevano sanzioni ai sensi del diritto internazionale, come quelle imposte dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Esistono norme internazionali chiaramente stabilite, e nessuna di esse è stata applicata in questo caso. Di conseguenza, queste azioni sono illegali. Propongo pertanto di considerare la questione da una prospettiva giuridica, non da un punto di vista puramente congetturale. (da Viva Cuba Libre) Redazione Italia
Dalla parte degli Inuit, dei cani, delle slitte
Luca Casarini, su Comune.info Prima che ci sbilanciamo nelle fantasmagoriche visioni dei bombardieri statunitensi che colpiscono la Danimarca, facendo attivare l’articolo 5 della Nato e dunque, le contraeree europee contro gli stealth, e innescando così la rivoluzione mondiale (ho letto anche questo ve lo giuro), suggerisco sommessamente di dare un occhio a cos’è e com’è la Groenlandia. Una serie “leggera” su
Ucraina: vogliamo aver ragione o vogliamo salvare vite umane?
Vivo in Repubblica Ceca e conosco molti ucraini che sono scappati dalla loro terra. Quasi tutti mi dicono la stessa cosa. Pochi giorni fa ho preso un taxi ed è successo qualcosa che mi ha colpito profondamente. Di solito gli ucraini evitano di parlare della guerra, anche per timore di essere spiati. Ma quella volta ha fermato il taxi, mi ha guardato e mi ha detto: «Guardate, voi volete a tutti i costi che noi continuiamo questa guerra. Noi non ne possiamo più. Questa guerra deve finire, perché noi non ce la facciamo più». Questo è l’appello straziante che dovremmo ascoltare. La Russia continua ad armarsi e i suoi leader si mostrano in uniforme militare, alimentando una narrazione bellica che trascina anche il loro popolo in una spirale di sacrifici e sofferenza. Zelensky, intanto, siede al tavolo con i “volenterosi” per elaborare un piano che, nei fatti, prolunga il conflitto più che aprire una reale prospettiva di pace.  Se si continua così, l’intera Ucraina verrà distrutta.  Ognuno, legittimamente, dà la propria interpretazione. I grandi media ci hanno ripetuto per anni che la responsabilità sarebbe interamente della Russia, con Putin dipinto come un folle deciso a occupare l’Ucraina. Altri sostengono invece che “la NATO ha abbaiato ai confini della Russia” e ha avuto un ruolo centrale nell’escalation del conflitto. Al di là di tutte le interpretazioni geopolitiche, delle analisi e delle posizioni ideologiche, c’è una domanda che dobbiamo porci: a cosa vogliamo dare la priorità? Alla difesa delle nostre idee e interpretazioni, agli slogan della “pace giusta” e della “guerra giusta”? Diamo priorità al tornaconto economico per partecipare al business della ricostruzione? Oppure alla vita delle persone, alla salvezza di un popolo allo stremo?  Sentiamo dire: “se accettiamo la pace alle loro condizioni, allora gliela diamo vinta. Vince la legge del più forte”. E vogliamo mettere questa pseudo morale, mista di orgoglio e vendetta, al di sopra della vita della gente ucraina? E se domattina dovessimo partire noi o nostro figlio per “non dargliela vinta”, che faremmo?  Qual è il valore centrale: le nostre convinzioni o la vita umana?  Oggi, per propri interessi, gli Stati Uniti sembrano voler chiudere questa fase della guerra. Eppure, proprio mentre si intravede una possibile via d’uscita, entrano in scena i cosiddetti “volenterosi”, guidati soprattutto dal Regno Unito e dalla Francia. Invece di spegnere l’incendio, sembra che vogliano trascinare tutta l’Europa con i suoi giovani nella guerra.  Il popolo ucraino sta vivendo una condizione di disperazione totale. Andare avanti così è semplicemente impossibile. Continuare la guerra in nome di equilibri geopolitici o di strategie militari significa ignorare la realtà concreta di milioni di persone che non ce la fanno più. In tutto questo, chi paga il prezzo più alto sono le persone comuni. Se davvero mettiamo al centro la vita umana, allora la strada è una sola: fermare la guerra, sedersi ai negoziati, ascoltare anche il nemico, trovare un accordo. A tutti i costi, tranne uno: quello delle armi. Perché la situazione è diventata insostenibile, e ogni giorno in più di guerra rende la pace più difficile e il dolore più profondo. È fondamentale far sentire la nostra voce. Perché l’opinione della gente ancora conta. È vero: oggi i poteri reali sono lontani dalla gente e sembrano non ascoltare più i cittadini. I governi, che dovrebbero rappresentare la volontà popolare, plasmano invece l’opinione pubblica, adattando i cittadini alla propria volontà. È vero, le nostre sono democrazie, ma sempre più formali. Eppure, anche dentro questi limiti, l’opinione pubblica continua ad avere un peso. I partiti, prima o poi, sono costretti a confrontarsi con ciò che la gente pensa e vuole. Smettiamo di sostenere quei politici che, al di là della loro appartenenza politica, in qualche modo alimentano il business della guerra. Non siamo del tutto impotenti. Abbiamo ancora un minimo di potere: quello di parlare, di dissentire, di rifiutare la guerra, di chiedere la pace. Far sentire la nostra voce oggi non è inutile. È necessario. Vogliamo difendere le nostre convinzioni o vogliamo, finalmente, salvare vite umane?    Gerardo Femina
IRAN: “IL REGIME HA PERSO LEGITTIMITÀ” MA C’È ANCORA CHI LO SOSTIENE. L’ANALISI DELLA PROFESSORESSA FARIAN SABAHI
“Il regime ha perso legittimità perché non è in grado di garantire una vita dignitosa ai suoi cittadini, perché nega le libertà fondamentali, perché non è stato in grado di garantire la sicurezza dei suoi confini con la guerra dei dodici giorni”, lo scorso giugno, con Israele.  Tuttavia pare gli Ayatollah godano ancora del sostegno di una fetta compresa “tra il 10 e il 25 percento della popolazione”. Sono questi alcuni dei passaggi contenuti nell’intervista di Radio Onda d’Urto alla professoressa Farian Sabahi. Intanto le forze di difesa di Teheran hanno sequestrato le antenne di Starlink nella capitale per evitare il collegamento satellitare a internet, dopo giorni di blocco totale delle comunicazioni per cercare di affievolire le proteste contro l’Ayatollah Ali Khamenei e il carovita che ha investito in questi mesi il Paese. Da una parte l’amministrazione statunitense promette di aiutare il popolo iraniano, dall’altra restano aperte le trattative con il regime mediate dall’Oman. “Patrioti iraniani continuate a manifestare, gli aiuti sono in arrivo”, queste le parole nel pomeriggio di oggi del presidente statunitense Trump, che per aiuti lascia alla libera interpretazione, dopo giorni di minacce di bombardamenti e incursioni militari in Iran. Insorgono, a parole, Cina e Russia, che difendono i rapporti economici dopo la “guerra tariffaria” portata avanti dagli Usa contro l’Iran. In mezzo alle speculazioni internazionali, la popolazione civile, di cui ad ora è impossibile stimare le vittime: funzionari iraniani, in forma anonima, alla Reuters parlano di duemila morti tra manifestanti e poliziotti, mentre i media degli oppositori all’estero – come Iran International, basato a Londra e finanziati da investitori sauditi – riferisce di dodicimila morti, in gran parte nel fine settimana, proprio in occasione dello stop di massa alla rete internet in tutto l’Iran. L’analisi di Farian Sabahi, professoressa associata in storia contemporanea all’Università di Varese. Ascolta o scarica
L’aggressione militare al Venezuela mostra la debolezza, non la forza degli Stati Uniti
In un discorso particolarmente lucido, l’economista statunitense Richard Wolff sostiene che quanto appena accaduto non rappresenta l’inizio di una nuova era di dominio statunitense nel continente, ma piuttosto il suo certificato di morte. Quando un impero ricorre all’invasione diretta contro un Paese che non lo minaccia militarmente, quando cattura i presidenti di nazioni sovrane come fossero criminali comuni e viola i principi fondamentali del diritto internazionale senza nemmeno preoccuparsi di costruire una giustificazione credibile, quell’impero sta confessando di aver esaurito tutti i propri strumenti civilizzati di controllo. Trump non ha attaccato il Venezuela partendo da una posizione di forza: ha invaso per paura. La violenza diretta emerge quando i meccanismi più sottili del controllo hanno fallito. Quando un impero domina davvero, non ha bisogno di invadere: negozia. Quando un impero controlla realmente, non cattura i presidenti: li compra. Negli ultimi due decenni gli Stati Uniti hanno perso sistematicamente influenza nella regione. Il Brasile si è avvicinato alla Cina, l’Argentina ha diversificato le proprie alleanze, il Messico ha iniziato a muoversi con maggiore autonomia, la Colombia ha cominciato a mettere in discussione la subordinazione automatica. Cile, Perù ed Ecuador hanno iniziato a esplorare alternative al dominio statunitense. Il Venezuela è diventato il simbolo più chiaro di questa trasformazione. All’aggressione degli Stati Uniti la risposta immediata è stata straordinaria: il Brasile ha attivato consultazioni di emergenza con la Cina; la Colombia ha sospeso la cooperazione antidroga con Washington; l’Argentina ha avviato colloqui per aderire ai BRICS nel 2026. Anche la reazione internazionale è rivelatrice. La Cina ha annunciato un fondo di emergenza da 50 miliardi di dollari per i Paesi colpiti da aggressioni straniere. La Russia ha attivato la propria dottrina di protezione emisferica e ha dispiegato navi nei Caraibi. Brasile, Messico, Colombia e Argentina hanno proposto un sistema di difesa collettiva sudamericano indipendente dagli Stati Uniti. Invece di dimostrare potere, Trump ha mostrato debolezza. Invece di recuperare il controllo, ne ha accelerato la perdita. L’America Latina oggi dispone di alternative reali. La Cina offre investimenti e finanziamenti senza imporre condizioni politiche; la Russia fornisce tecnologia senza esigere subordinazione strategica; l’India apre mercati senza pretendere riforme strutturali. Per la prima volta, dire di no a Washington non significa automaticamente il collasso economico. L’aggressione al Venezuela non è avvenuta in un vuoto geopolitico: è accaduta proprio mentre la Cina si preparava ad annunciare il Fondo di Sviluppo Sudamericano, un pacchetto di investimenti da 500 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, pensato per offrire un’alternativa concreta al finanziamento statunitense nella regione. È proprio questa possibilità di scelta che terrorizza Washington: un continente che può prosperare senza dipendere dal sistema statunitense rende inutile la logica dell’imposizione e smaschera la violenza come ultimo rifugio di un potere in declino. Questa invasione non segna l’inizio della fine per l’America Latina, ma l’inizio della fine dell’Impero. Trump ha cercato di dimostrare potere, ma ha accelerato l’unità e l’indipendenza della regione, ottenendo esattamente l’opposto di ciò che intendeva. Non stiamo assistendo all’inizio di una nuova era di dominazione imperiale, ma agli ultimi spasmi di un sistema che non riesce più a sostenersi con metodi civilizzati ed è costretto a ricorrere alla barbarie. Questa transizione è sempre pericolosa, traumatica e costosa per i popoli che la attraversano, ma è anche liberatoria, perché segna la fine di un’epoca in cui un solo potere decideva il destino dei continenti senza consultare nessuno. Il discorso di Wolff si conclude con un avvertimento: il prossimo obiettivo potrebbe essere il Messico. Secondo l’autore, esiste già un piano statunitense denominato “Riconquista del Messico”. A questa analisi possiamo aggiungere quello che, come umanisti, diciamo da decenni: anche l’Europa, satellite che orbita interamente all’interno della sfera d’influenza dell’impero anglosassone, vive oggi una crisi analoga a quella degli Stati Uniti. Spinta alla guerra in Ucraina dalle scelte strategiche di Londra e Washington, l’Europa tenta di uscire dall’impasse con azioni sempre più irrazionali, come il piano ReArm Europe e il sostegno illimitato al conflitto. Così facendo, l’Unione Europea perde progressivamente coesione interna e consenso popolare, mentre le sue popolazioni vengono travolte dall’insicurezza, dal clima di paura e dalle crescenti difficoltà economiche. Una delle contraddizioni più percepite dai cittadini è l’appoggio allo stato di Israele, che mette in discussione i valori proclamati di civiltà e diritti umani. Sono chiari segni di una profonda decadenza. Ma quando un sistema entra in crisi e inizia a crollare, si aprono anche nuovi orizzonti, nonostante le difficoltà e i conflitti che inevitabilmente accompagnano questa fase di transizione verso una civiltà planetaria. Europe for Peace
Petali di pace fuori tempo
Anche il papa non sa che fare contro le nuove corse armate ri-sorte nella Russia neo-zarista che vuole tutto il fronte orientale e la vita entra in una spirale violenta asset-tata e giocata dagli Stati Uniti e da quelli che suonano trombe d’aria neo-fasciste. Anche il papa non sa che fare e pensa di viaggiare nei paesi lontani, con la gente che invecchia nelle frontiere e nelle terre pre-murate dai coloni che non vogliono futuri amici, nel bel mezzo dei cedri libanesi dove sbocciano petali di pace fuori tempo. Anche il papa non sa che fare e le macerie non escono da quella Striscia, terra promessa e non mantenuta, con le donne e gli uomini di buona volontà che rimangono attendati nel caldo estivo e intrappolati nel fango invernale e nelle false notizie montate a rotta di collo. Anche il papa non sa che fare e nella tregua natalizia si affida al Signore che vede la chi-usura dei beni comuni e soffre la massa silenziosa che si adegua e ondeggia, come stornelli in volo, con l’idea fissa di lasciare il mondo sotto una corazzata di parole insensate. Pino Dicevi
RUSSIA – UCRAINA: ZELENSKY RIVELA IL NUOVO PIANO USA, UNA NUOVA BOMBA UCRAINA ESPLODE A MOSCA FACENDO 3 VITTIME
Il presidente dell’Ucraina Zelensky ha rivelato, senza pubblicarlo, il nuovo piano in venti punti da parte Usa per porre fine alla guerra in Ucraina. Secondo Zelensky non si pretende che l’Ucraina rinunci al progetto di entrare nella Nato, spetterà alla Nato deciderlo. I punti su cui non c’è accordo sono quelli relativi ai territori e alla gestione della centrale nucleare di Zaporižžja, che per gli USA dovrebbe avere una gestione congiunta tra Usa, Ucraina e Russia. Proprio su Zaporižžja si sono concentrati gli attacchi russi di stanotte. Due i feriti. Dall’altra parte, le autorità russe riferiscono di droni ucraini abbattuti su tutto il territorio della Federazione, compresa l’area della capitale Mosca, dove intanto stanotte è esplosa un’altra bomba nella stessa strada in cui il generale dell’esercito russo Fanil Sarvarov è stato fatto saltare in aria qualche giorno fa. Tre persone, di cui due agenti della polizia stradale, secondo l’agenzia AP sono rimasti uccisi. Attacchi che fanno capire quanto sia in difficoltà il servizio di sicurezza russo FSB. La bomba è stata confermata come opera dell’Ucraina da una fonte anonima all’interno dell’intelligence ucraina all’agenzia AP. Ai nostri microfoni, Andrea Muratori, analista economico e studioso di geopolitica ha scritto su InsideOver un articolo su questo tema. Ascolta o scarica
L’obiettore di coscienza ucraino Yurii Sheliazhenko convocato per arruolarsi
Condividiamo il preoccupante messaggio inviato dall’obiettore di coscienza ucraino Yurii Scheliazhenko. Nei giorni in cui celebriamo la nascita del salvatore dell’umanità, Gesù Cristo, tutta la Terra dovrebbe essere immersa in un’atmosfera di gioia tranquilla e amore tra gli esseri umani. Il suo messaggio “beati i costruttori di pace” è più attuale che mai oggi, quando le persone si uccidono senza senso in decine di guerre in tutto il mondo. I mercanti di morte, i comandanti macellai e i propagandisti dell’odio godono di un potere quasi dittatoriale e chiamano questa barbarie “civiltà”. Ma non c’è nulla di civile in questa militarizzazione. Nei Paesi democratici civilizzati, tutti questi eserciti di barbari militaristi sarebbero stati mandati da tempo da uno psicologo per essere curati in un gruppo di sostegno per dipendenti dalla guerra. Scrivo questo dopo un altro massiccio attacco dell’esercito russo alla città di Kiev, dove vivo, e ad altre città ucraine, che continua a uccidere senza pietà i miei concittadini, a distruggere le nostre case, a privarci di elettricità, acqua e riscaldamento. L’International Peace Bureau ha sostenuto l’appello del presidente Zelensky e del cancelliere tedesco Friedrich Merz per un cessate il fuoco natalizio. Putin sembra non aver ancora capito che non conquisterà mai l’Ucraina, non abbiamo ancora ricevuto il suo consenso al cessate il fuoco. Signore, ti prego, dagli un po’ di buon senso! https://ipb.org/appeal-for-a-christmastime-peace-in-ukraine/ Sia Putin che Zelensky hanno affermato nelle loro recenti interviste che desiderano soprattutto “rispetto”. Se solo rispettassero il proprio popolo, non lo costringerebbero a morire in guerra e, soprattutto, non costringerebbero ad andare contro la propria coscienza le persone impegnate in uno stile di vita nonviolento, pieno di fede, amore e determinazione a fare del bene a tutti, piuttosto che causare danni e violenza. Questo vale per ogni Paese che si prepara alla guerra e quindi ne soffre le conseguenze. Se la società fosse determinata a dire “no” alla guerra e a rispettare il diritto dei popoli alla pace, non ci sarebbero guerre nel mondo. Naturalmente, c’è una grande differenza tra l’aggressore e la vittima, tra le ambizioni imperiali e il nazionalismo iperattivo, ma nessuna brama di gloria e bottino di guerra, nessuna competizione per un potere assoluto illusorio attraverso la violenza giustifica l’uccisione di persone, specialmente su larga scala. E nessuno vince mai con i massacri e le rappresaglie; tutte le “vittorie” sanguinose sono favole per sciocchi. Ci sono Paesi grandi e piccoli, Paesi ricchi e poveri, governi crudeli e umani. Se le persone ascoltassero Cristo, ci sarebbero più umanità e democrazia nel mondo. Nel mio sermone quacchero contro la guerra “Il leone e il vitello” ho invitato ad abbandonare la fede cieca nell’esercito e ho ricordato che, secondo il libro dell’Apocalisse, verrà il tempo in cui il leone e il vitello vivranno in pace nel regno dei cieli senza alcun esercito. Purtroppo, questo sermone ha scontentato un comandante del Centro di coscrizione territoriale locale. Nonostante fosse un fine settimana, lo stesso giorno, domenica 14 dicembre, il colonnello Serhiy Kalugin mi ha inviato l’ordine di presentarmi alla registrazione militare la vigilia di Natale, il 24 dicembre, il che sembra un tentativo brutale e illegale di costringermi a cambiare le mie convinzioni di quacchero e pacifista, in violazione dell’articolo 18 del Patto internazionale sui diritti civili e politici. Ho già presentato un reclamo per questo abuso al difensore civico Lubinets e gli ho chiesto di garantire che in Ucraina venga introdotta una registrazione alternativa a quella militare, al fine di garantire il servizio non militare ai credenti e agli altri pacifisti la cui coscienza non permette loro di diventare parte della macchina da guerra. La nostra comunità ha deciso di pregare, non di sostenere lo spargimento di sangue alla vigilia di Natale. Diamo il benvenuto a tutti a un incontro comune di preghiera e scambio di opinioni sulla persecuzione per la fede e le convinzioni che richiedono il servizio non militare per proteggere l’Ucraina dall’aggressione russa. Condivideremo storie di sfide alla fede e alle convinzioni degli obiettori di coscienza e idee sulla fermezza nella fede e sulla protezione dei diritti umani. https://friends.org.ua/2136   Redazione Italia