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Iran, Russia e non solo: l’architettura della repressione digitale
Immagine in evidenza rielaborata con AI Mentre il conflitto si estende in Iran, dal 28 febbraio le autorità della nazione mediorientale hanno attuato una nuova chiusura di internet, che segue quella avvenuta durante le proteste di gennaio e che sta lasciando circa 90 milioni di persone senza accesso alle comunicazioni. Secondo quanto riporta l’associazione di giornalismo investigativo Netblocks, il giorno in cui è scoppiata la guerra la connettività Internet in Iran è scesa al 4%, segnando l’inizio di un blackout che persiste tuttora e che ha ormai superato le 100 ore. Situazione blackout internet in Iran fino al 5 marzo: fonte Netblocks.org Questo blocco si sta verificando nel bel mezzo di un conflitto armato, rendendo estremamente difficoltosa la raccolta di informazioni da parte dei giornalisti all’estero e delle organizzazioni per i diritti umani. Ad oggi i dati mostrano che l’Iran sta attraversando una sospensione totale di Internet, con la connettività che si aggira intorno all’1%. Il blocco digitale di gennaio rimane però, al momento, il più sofisticato e devastante nella storia dell’Iran, superando anche quello del 2019, che all’epoca era stato descritto dagli esperti come il più grave mai affrontato dal paese. L’8 gennaio le persone si sono ritrovate nel giro di pochi minuti impossibilitate a chiamare o inviare messaggi, sia all’interno che all’esterno dell’Iran, con Internet e le linee telefoniche completamente interrotte. Questa misura è stata adottata dalle autorità iraniane per impedire la diffusione delle notizie sul massacro compiuto dalle forze di sicurezza in risposta alle numerose proteste contro il regime e per bloccare la possibilità di coordinamento delle rivolte (secondo il Time, solo tra l’8 e il 9 gennaio potrebbe essere state uccise dalle forze di sicurezza oltre 30mila persone). Questo shutdown ha segnato una svolta radicale nel livello di censura imposto dal governo iraniano. Secondo il report IRAN: 2026 Shutdown Technical Analysis, pubblicato da FilterWach, la disconnessione di gennaio non si è limitata a bloccare l’accesso ai siti stranieri e ai social media – com’era invece successo durante la sospensione digitale del 2022, nel corso delle manifestazioni di “Donna – Vita – Libertà” – ma ha interessato anche l’intranet nazionale iraniana NIN (National Information Network: una intranet statale ispirata al Great Firewall cinese e al RuNet russo, progettata per separare l’internet nazionale dalla rete globale), le SIM bianche (linee di telecomunicazione che eludono il sistema di filtraggio nazionale) e le linee telefoniche fisse.  Ciò ha impedito l’accesso a servizi essenziali come pagamenti, trasferimenti di denaro, piattaforme di lavoro, logistica e coordinamento sanitario, che erano invece rimasti attivi nel 2022. Questo blackout dunque è stato totale e ha interessato anche Starlink, colpito dal tentativo delle autorità iraniane di disabilitarlo, utilizzando disturbi di tipo militare diretti contro i satelliti. L’innalzamento di questo muro di censura riflette la paranoia e il timore del regime, convinto che il sistema della Repubblica islamica possa essere minacciato dalle comunicazioni tra i cittadini; di conseguenza persino delle semplici app di ridesharing o di shopping vengono considerate una potenziale minaccia.  Questa misura non è però stata priva di conseguenze per l’economia iraniana. Il 26 gennaio, il ministro delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione, Sattar Hashemi, ha comunicato che il blackout totale è costato all’economia nazionale circa 5mila miliardi di Toman al giorno. Per questo motivo, informa FilterWatch, verso metà gennaio le autorità iraniane hanno optato per l’attuazione del sistema di whitelist. DAL BLACKOUT ALLA WHITELIST Prima del blackout, i cittadini iraniani avevano bisogno di una VPN per accedere ad alcune piattaforme, siti web e app vietati e inseriti in una lista nera. Ora, con le “liste bianche”, l’approccio alla censura sembra capovolgersi, limitando ulteriormente ciò che può essere visibile e fruibile.  La whitelist è infatti un ambiente digitale restrittivo in cui l’accesso è consentito esclusivamente a un elenco predefinito e approvato di siti web, indirizzi IP o applicazioni. Tutto ciò che non è esplicitamente incluso nella lista viene bloccato. Tra le piattaforme e servizi internazionali che a metà gennaio sono stati “whitelisted”, ossia ripristinati, figurano: Google, Bing, Google Meet, Gmail, Outlook, Play Store, App Store, Apple, ChatGPT, GitHub e Google Maps. È bene però precisare che il segnale Internet non è uniforme in tutto il territorio iraniano e varia a seconda del fornitore. Per quanto riguarda i social media e le piattaforme di messaggistica, invece, Instagram, Telegram, YouTube, WhatsApp e X erano accessibili solo attraverso strumenti di elusione, presentando comunque caratteri di instabilità. L’eventualità di passare alle whitelist non è stata una decisione improvvisa, ma, al contrario, una scelta calcolata e annunciata con diverse ore di anticipo. Le analisi degli esperti di Kentik hanno dimostrato che già dalla mattina dell’8 gennaio le nuove rotte IPv6 – ovvero le informazioni che permettono a Internet di raggiungere gli indirizzi di rete – sono state ritirate, mentre la maggior parte delle vecchie rotte IPv4 è rimasta visibile all’esterno. Il mantenimento delle rotte IPv4 indica un cambiamento strategico, volto a esercitare un controllo più preciso. Questo potrebbe essere stato fatto, appunto, per limitare l’accesso esclusivamente a determinati servizi governativi selezionati attraverso whitelisting. Lo shutdown di gennaio però presenta un’altra caratteristica particolare. Oltre aver attivato le whitelist, il governo iraniano ha selezionato una serie di utenti autorizzati (media filogovernativi, università, centri di ricerca e aziende specifiche) consentendo loro una connettività limitata. A spiegare come funziona questo modello “di permessi” è stato il report di Zoomit, che ha preso come riferimento il suo uso all’interno della Camera di Commercio di Teheran.  In pratica, i commercianti sono stati obbligati a registrare fisicamente i loro biglietti da visita e gli indirizzi IP dei dispositivi, generando una “traccia digitale” che legava ogni attività a un’identità certificata. Questo processo consentiva alle autorità di sorvegliare e monitorare continuamente le azioni online dei commercianti, assicurando la tracciabilità delle operazioni per evitare attività non autorizzate o illegali. Tuttavia l’accesso a Internet risultava limitato a determinate aree fisiche dell’edificio. L’identificazione e il tracciamento presenti in questa pratica rientrano in una forma di autoritarismo digitale, confermando la natura repressiva del regime iraniano. OLTRE LA WHITELIST: IL CASO DELLA RUSSIA Il modello whitelist è diventato un potente strumento in mano ai regimi. Un altro paese che applica severe restrizioni per l’accesso a internet e dove sono state introdotte le “liste bianche” è la Russia. Esattamente come in Iran, anche in Russia le whitelist sono state adottate per limitare perdite economiche, oltre che per evitare reazioni negative da parte dei cittadini, permettendo alle persone di continuare ad accedere a piattaforme di shopping e social media.  Tuttavia, il 20 febbraio, il regime russo ha fatto un ulteriore passo in avanti in termini di censura: è stata infatti approvata una nuova misura legislativa che consentirebbe al Servizio di sicurezza federale (FSB) di bloccare Internet all’interno del paese. In pratica questa legge conferisce al presidente Vladimir Putin il potere di decidere personalmente quando le comunicazioni online dovrebbero essere interrotte, sia a livello nazionale che in specifiche regioni, comprese le zone occupate dell’Ucraina, senza dover fornire alcuna motivazione.  La legge elimina inoltre ogni responsabilità per i fornitori di servizi Internet. Questa è solo l’ultima di una serie di misure che hanno progressivamente limitato la libertà di informazione e rafforzato il controllo statale sui contenuti online. Sempre a febbraio, le autorità russe hanno infatti tentato di bloccare completamente WhatsApp, con l’obiettivo di promuovere il servizio di messaggistica Max, controllato e sostenuto dallo Stato. In Russia, come in Iran, per attuare tali provvedimenti si usa la giustificazione che rientrano all’interno di “misure per garantire la sicurezza nazionale” dovute a conflitti o minacce esterne. In realtà, dietro questa censura si cela, in maniera nemmeno troppo implicita, la volontà di eliminare e contenere il dissenso e allargare il controllo statale. INTERNET A 2 LIVELLI E APARTHEID DIGITALE  In Iran con il blackout di gennaio l’uso delle whitelist è diventato preponderante, quasi una via preferenziale. Questo modello è però incluso in un progetto statale iraniano ben più ampio e complesso, che affonda le sue radici in politiche di controllo digitale già in atto da tempo: “l’internet a 2 livelli”. Conosciuto con il nome di Internet-e-Tabaqati, appunto “internet a 2 livelli” o internet “basato su classi”, è stato ideato nel 2009, ma istituzionalizzato lo scorso luglio, quando il Consiglio Supremo del Cyberspazio dell’Iran lo ha approvato attraverso un regolamento.  In un paese come l’Iran, dove i diritti umani sono frequentemente violati, non sorprende che l’accesso a Internet sia stato quindi organizzato su base gerarchica, con il privilegio di connettersi riservato a chi appartiene a determinate classi sociali e/o professionali. Mentre la maggioranza dei cittadini viene confinata in una intranet controllata, la già citata NIN, l’accesso alla rete globale viene riservata esclusivamente a un’élite ristretta.  Senza mezzi termini si può dire che in Iran l’accesso a Internet non sia più considerato un diritto, ma un privilegio concesso dal governo. È all’interno di questa struttura che, da alcuni anni, agenzie di intelligence, operatori dei media statali, funzionari governativi, forze di sicurezza e un gruppo selezionato di individui favoriti dal regime, possono utilizzare le cosiddette “SIM bianche”, aggirando così la censura statale e accedendo a piattaforme altrimenti bloccate, quali Instagram, Telegram o WhatsApp. Questo meccanismo non solo amplifica la disuguaglianza, ma crea anche un sistema a due livelli di cittadinanza digitale, o per meglio dire di apartheid digitale. UGANDA E AFGHANISTAN, GLI ALTRI SHUTDOWN DIGITALI Mentre in Iran era in corso uno tra i più drammatici shutdown della storia, i cittadini ugandesi, pochi giorni dopo, il 13 gennaio, hanno iniziato a vivere un’esperienza simile di isolamento digitale. L’Uganda è un paese in cui, esattamente come in Iran, vige una forte repressione del dissenso; non stupisce quindi che, in concomitanza con le elezioni generali del 15 gennaio, la Commissione per le comunicazioni del governo ugandese abbia ordinato a tutti gli operatori di rete mobile e ai fornitori di servizi Internet di interrompere l’accesso pubblico alla rete nazionale, oltre che di disattivare le VPN, bloccare le chiamate internazionali in uscita dal paese e impedire l’attivazione di nuove SIM card.  Le autorità ugandesi hanno giustificato la censura citando il rischio di “disinformazione online”, “frodi elettorali” e la necessità di salvaguardare la stabilità nazionale.  Oltre alla militarizzazione dei seggi, i cittadini ugandesi sono stati impossibilitati a informarsi, comunicare e a lavorare. Il blocco digitale ha interrotto l’accesso a social media, navigazione web, streaming video, email e messaggistica, ma a differenza del blackout in Iran, i servizi essenziali come quelli sanitari, bancari, fiscali, pubblici e il portale elettorale sono rimasti attivi. Sul piano pratico questa misura ha causato enormi disagi, colpendo in particolare venditori e commercianti che utilizzano i social per promuoversi; ma anche giornalisti e insegnanti hanno subito danni: i primi non hanno potuto svolgere il loro lavoro, mentre i secondi non sono nemmeno riusciti a inviare appunti o compiti agli studenti, i quali a loro volta non hanno potuto partecipare alle lezioni online. Il blocco inoltre ha comportato un cambiamento radicale nello stile di vita di molte famiglie, che sono tornate a guardare la televisione per passare il tempo, seguendo programmi in diretta o acquistando vecchi film nei negozi. Lo shutdown è durato 5 giorni, nonostante ciò le metriche diffuse da Netblocks il 18 gennaio mostravano che l’accesso a numerose piattaforme di social media e messaggistica apparivano ancora inaccessibili.   Da quando i talebani sono ritornati al potere in Afghanistan, alle bambine con più di 12 anni è vietato ricevere qualsiasi tipo di istruzione e le lezioni online risultano perciò indispensabili. Per questo, il blackout di internet del 29 settembre 2025, e terminato il 1° ottobre, ha suscitato gravi preoccupazioni, poiché per le donne e le ragazze afghane ha comportato un ulteriore e drammatico isolamento. Già costrette a vivere ai margini della vita pubblica, con questa misura le donne e bambine hanno subito una doppia esclusione, sia fisica che digitale. I talebani non hanno spiegato ufficialmente la loro decisione, ma la chiusura è avvenuta poche settimane dopo che il gruppo islamista estremista aveva bloccato l’accesso alla rete in fibra ottica in diverse province, giustificando la misura con timori riguardo “all’immoralità”. Mentre dunque il paese cercava di risollevarsi da un devastante terremoto di magnitudo 6, il regime dei talebani ha deciso di attuare un blocco di internet: le conseguenze sono state devastanti con le comunicazioni di emergenza  interrotte, i voli bloccati, il sistema bancario paralizzato e l’impossibilità di accedere a siti di e-commerce e d’istruzione online, creando enormi difficoltà per tutta la popolazione. L'articolo Iran, Russia e non solo: l’architettura della repressione digitale proviene da Guerre di Rete.
March 5, 2026
Guerre di Rete
RADIO AFRICA: I RUOLI DEL CONTINENTE NELLA GUERRA RUSSIA-UCRAINA E IL CONFLITTO INFINITO IN SUDAN
Radio Africa: nuova puntata, giovedì 26 febbraio, per l’approfondimento quindicinale dedicato all’Africa sulle frequenze di Radio Onda d’Urto, dentro la Cassetta degli attrezzi. In questa trasmissione torneremo a parlare di Sudan con gli aggiornamenti che ci ha fornito Roberto Valussi, della redazione della rivista Nigrizia, che tra l’altro ha organizzato un incontro a Verona il prossimo giovedì 5 di marzo. L’iniziativa si intitola Tiny Africae, una serata a metà tra attualità giornalistica e musica dal vivo presso l’Osteria Ai Preti, interrato dell’acqua morta 27, a partire dalle 18.30. Andremo poi a Nairobi, Kenia, dove ci siamo collegati con il giornalista Andrea Spinelli Barrile, co-fondatore della testata giornalista Slow-News.com, firma del Manifesto e di Africa rivista. Con lui per riprendere i legami tra il continente africano e la guerra russo-ucraina, ma anche per parlare dell’evento che sta seguendo in questi giorni, l’Africa Media Festival. La puntata di Radio Africa, in onda giovedì 26 febbraio alle ore 18.45 e in replica venerdì 27 febbraio, alle ore 6.30. Ascolta o scarica
February 26, 2026
Radio Onda d`Urto
Rizomatica 26-02-2026
Questa uscita di Rizomatica è dedicata al tema della guerra. Questa forma di relazione è antica e probabilmente nasce con la civiltà umana. Identificare un nemico e combatterlo è un modo per costruire una soggettività collettiva, non l'unico ma certamente uno dei più sperimentati. L'invito è di rivolgere il conflitto e la violenza, ineliminabili dalla natura umana, verso i ricchi e i potenti da cui siamo dominati, e non verso degli stranieri presentati come nemici. Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
UCRAINA: 4 ANNI DI INVASIONE MILITARE RUSSA. OPERAZIONE COLOMBA: “E’ UNA GUERRA DI LOGORAMENTO SIMILE ALLA 1° GUERRA MONDIALE”
Il 24 febbraio 2026 cade il quarto anniversario dall’inizio dell’invasione militare russa dell’Ucraina. Una giornata, quella di martedì 24 febbraio, apertasi a Mosca con 2 morti e 2 feriti per un’esplosione  davanti alla stazione ferroviaria Savёlovskij. Le vittime sono l’attentatore suicida (non ci sono per ora notizie sulla sua identità) e un poliziotto; feriti altri 2 agenti. Nelle ultime 24 ore si registrano 2 vittime a Bryansk, est della Russia, per i raid ucraini; 3 morti invece – e diversi feriti – per gli attacchi russi tra Odessa e Zaporizhia. In questo scenario, nel fine settimana dovrebbe tenersi un nuovo round negoziale tra Russia, Ucraina e Usa. Fuori dai tavoli di trattativa c’è la Unione europea, che vede in queste ore von der Leyen e  Costa oggi a Kiev per un trilaterale con Zelensky; poi la partecipazione congiunta alla riunione dei “Volenterosi” organizzata da remoto da Parigi e Londra. Il clima è piuttosto agitato, vista la fumata nera a Bruxelles sul ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia (varate autonomamente invece proprio oggi dalla Gran Bretagna, paese extraUe) per il veto dell’Ungheria, contraria pure ai 90 miliardi di euro di prestito all’Ucraina. I 27 sono divisi anche su un possibile dialogo con Putin. Berlino bacchetta Parigi: “Troppe offerte di colloqui alla Russia rischiano di creare l’impressione che, con maggiore ostinazione, si possano ottenere più concessioni. Un segnale sbagliato”, dice il ministro degli Esteri Wadephul commentando le proposte di Macron. Nel frattempo, sul terreno ucraino la situazione resta molto difficile, in particolare per la popolazione civile. Secondo la Banca Mondiale, serviranno almeno 588 miliardi di euro per ricostruire nell’ipotetico post-guerra l’Ucraina, dove decine di migliaia di persone restano al freddo per gli attacchi russi alle infrastrutture energetiche e 9 milioni di persone – riferisce Emergency – non “hanno un’adeguata copertura sanitaria”. Proprio dall’Ucraina, a 4 anni dall’inizio dell’invasione, ai microfoni di Radio Onda d’Urto Alberto Capannini di Operazione Colomba, una delle organizzazioni che è arrivata sul terreno una settimana dopo dall’inizio dell’invasione ed è attiva soprattutto nella zona di Kherson. Capannini descrive a Radio Onda d’Urto “un quadro cupo caratterizzato da temperature gelide, mancanza di infrastrutture energetiche e una violenta mobilitazione forzata che alimenta corruzione e diserzione”. Il racconto paragona gli “scontri attuali a una logorante guerra di trincea simile al primo conflitto mondiale, dove l’obiettivo principale è abbattere il morale della popolazione attraverso bombardamenti costanti”. L’intervista dall’Ucraina su Radio Onda d’Urto con Alberto Capannini, di Operazione Colomba. Ascolta o scarica
February 24, 2026
Radio Onda d`Urto
Putin ha definito inaccettabili le nuove sanzioni statunitensi contro Cuba
Mercoledì il presidente russo  Vladimir Putin ha definito inaccettabili le nuove sanzioni contro Cuba . Le sue dichiarazioni sono state rilasciate durante un incontro con il ministro degli Esteri cubano  Bruno Rodríguez Parrilla , in visita ufficiale a Mosca. “Siamo in un periodo particolare, con nuove sanzioni. Sapete già cosa pensiamo al riguardo. Non accettiamo nulla del genere “, ha dichiarato il presidente, sottolineando che la posizione del Ministero degli Esteri russo è percepita come “aperta, chiara e senza ambiguità”. Allo stesso tempo, Putin ha sottolineato le relazioni storiche e di lunga data tra Russia e Cuba, aggiungendo che Mosca ha sempre sostenuto l’isola “nella sua lotta per l’indipendenza”. ” Siamo sempre stati al fianco di Cuba nella sua lotta per l’indipendenza , per il diritto di perseguire il proprio percorso di sviluppo, e abbiamo sempre sostenuto il popolo cubano”, ha sottolineato. “Sappiamo quanto sia stato difficile per il popolo cubano, in questi decenni di indipendenza cubana, lottare per il diritto  a vivere secondo le proprie regole e a difendere i propri interessi nazionali “, ha osservato. In precedenza, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov aveva dichiarato che “è chiaro che l’incontro è di  particolare importanza,  dato il  momento difficile che la nostra amica e sorella” L’Avana sta attraversando . Ha inoltre sottolineato che la Russia, come molti altri Paesi, si oppone fermamente al blocco statunitense dell’isola caraibica. “Apprezziamo molto le nostre relazioni [con Cuba] e intendiamo svilupparle ulteriormente, naturalmente, in questi tempi difficili, fornendo un’assistenza adeguata ai nostri amici”, ha concluso. SUPPORTO FERMO Lo stesso giorno, Rodríguez ha avuto colloqui con il suo omologo russo, Sergey Lavrov, che ha ribadito la piena solidarietà di Mosca con L’Avana. Il Ministro degli Esteri russo ha inoltre sottolineato che il suo Paese  continuerà a sostenere Cuba  nella difesa della sua sovranità e sicurezza, sottolineando al contempo che questa cooperazione non rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti o per qualsiasi altro Paese. Lavrov ha definito  “inaccettabili”  le azioni di Washington  , dopo l’emissione di un decreto speciale che dichiarava che Cuba e la sua cooperazione con la Russia rappresentavano una minaccia per gli interessi statunitensi. “Naturalmente, respingiamo categoricamente le accuse assurde contro Russia e Cuba , contro la nostra cooperazione, che presumibilmente costituisce una minaccia per gli interessi degli Stati Uniti o di chiunque altro”, ha sottolineato. LE MINACCE DI TRUMP A CUBA Il 29 gennaio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump  ha firmato  un ordine esecutivo che dichiarava lo  “stato di emergenza nazionale”  in risposta alla presunta  “minaccia insolita e straordinaria”  che, secondo Washington, Cuba rappresentava per la sicurezza degli Stati Uniti e della regione. Sulla base di queste misure, sono stati annunciati  dazi doganali  per i paesi che vendono petrolio alla nazione caraibica, insieme a minacce di ritorsione contro coloro che agiscono in contrasto con l’ordine esecutivo della Casa Bianca. In seguito, l’occupante della Casa Bianca ha ammesso che la sua amministrazione era in contatto con l’Avana e ha indicato l’intenzione  di raggiungere un accordo , sebbene abbia descritto il paese caraibico come una “nazione in declino” che “non fa più affidamento sul Venezuela” per il sostegno. Queste parole giungono nel contesto del blocco economico e commerciale che gli Stati Uniti mantengono contro Cuba  da oltre sei decenni . L’embargo, che colpisce gravemente l’economia del Paese, è stato ora rafforzato con numerose misure coercitive e unilaterali da parte della Casa Bianca. “Cuba è una nazione libera, indipendente e sovrana. Nessuno ci detta cosa fare. Cuba non attacca; è stata attaccata dagli Stati Uniti per 66 anni e non minaccia; si prepara,  pronta a difendere la patria  fino all’ultima goccia di sangue”, ha dichiarato il presidente cubano Miguel Díaz-Canel. Tutte le accuse infondate di Washington sono state sistematicamente respinte dall’Avana, che ha avvertito che difenderà la propria integrità territoriale. (Tratto da RT en Español ) Fonte: http://www.cubadebate.cu/noticias/2026/02/18/putin- califico-de-inaceptables-las-nuevas-sanciones-de-estados-unidos-contra-cuba/ Traduzione: italiacuba.it VEDI ANCHE: > Il ministro degli Esteri russo ribadisce il suo sostegno a Cuba dopo aver > ricevuto il suo omologo cubano Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
February 21, 2026
Pressenza
Furundulla 307 – Cuccù! Sono tornato…
…mi avete riconosciuto? di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse)   Cuccù!   TrumPutin bum bum Limes: Scade il trattato di non proliferazione nucleare fra Usa e Russia Et voilà! “L’europarlamento affossa il diritto d’asilo nell’Unione. Via libera alle deportazioni extra
February 12, 2026
La Bottega del Barbieri
Con i disertori russi e ucraini per un mondo senza eserciti e frontiere
Sono passati quattro anni dall’accelerazione violenta della guerra impressa dall’invasione russa dell’Ucraina. Il conflitto è sempre più aspro: i morti sono centinaia di migliaia su entrambi i lati del fronte. Il governo italiano si è schierato in questa guerra inviando armi, arrivando a schierare 3.500 militari nelle missioni in ambito NATO nell’est europeo. Presto aprirà una base militare Italiana in Bulgaria. La guerra in Ucraina ha nel proprio DNA uno scontro inter-imperialistico di enorme portata, che rischia di innescare un conflitto ben più ampio, tra potenze dotate anche di armi atomiche.  Fermarla, incepparla, sabotarla è una necessità imprescindibile. In Ucraina ci sono duecentomila disertori, in Russia decine di migliaia di persone hanno attraversato i confini per sottrarsi alla chiamata alle armi.  In Russia e in Ucraina gli antimilitaristi si battono perché le frontiere siano aperte per chi si oppone alla guerra. Noi facciamo nostra la lotta per spezzare i confini e per l’accoglienza di obiettor*, renitent* e disertor*. Noi non ci arruoliamo né con la NATO, né con la Russia. Rigettiamo i vergognosi giochini di Trump, Putin e dell’UE sulla pelle di popolazioni stremate dalla guerra, messe a tacere da regimi, che reprimono duramente chi vi si oppone concretamente. Il prezzo di questa guerra lo paga la povera gente. Ovunque. Lo pagano oppositori, sabotatori, obiettori e disertori che subiscono pestaggi, processi e carcere. Lo paghiamo noi tutti stretti nella spirale dell’inflazione, tra salari e pensioni da fame e fitti e bollette in costante aumento. Provate a immaginare quante scuole, ospedali, trasporti pubblici di prossimità si potrebbero finanziare se la ricerca e la produzione venissero usate per la vita di noi tutti, per la cura invece che per la guerra. Il decreto riarmo del governo Meloni prevede un miliardo di euro per rendere sempre più mortale l’arsenale a disposizione delle forze armate italiane. L’Italia è impegnata in ben 43 missioni militari all’estero, in buona parte in Africa, dove le truppe tricolori fanno la guerra ai migranti e difendono gli interessi di colossi come l’ENI. Vari progetti di legge puntano al graduale ritorno della leva obbligatoria sospesa nel 2005. Serve carne da cannone per le guerre che vedono l’Italia in prima fila. Le scuole e le università sono divenute terreno di conquista per l’arruolamento dei corpi e delle coscienze. L’industria bellica italiana, in prima fila il colosso Leonardo, fa profitti miliardari. L’Italia vende armi a tutti i Paesi in guerra. Un business di morte. Occorre capovolgere la logica perversa che vede nell’industria bellica il motore che renderà più prospera L’Italia. Un’economia di guerra produce solo altra guerra. La guerra è anche interna. Il governo risponde alla povertà trattando le questioni sociali in termini di ordine pubblico: i militari dell’operazione “strade sicure” li trovate nelle periferie povere, nei CPR, nelle stazioni, sui confini. Ogni forma di opposizione sociale e politica viene criminalizzata con un insieme di norme vecchie e nuove che garantiscono una sempre maggiore impunità alla polizia e trasformano in reati normali pratiche di lotta. Solo un’umanità internazionale potrà gettare le fondamenta di quel mondo di libere e uguali che può porre fine alle guerre. Oggi ci vorrebbero tutti arruolati. Noi disertiamo.  Noi non ci arruoliamo a fianco di questo o quello Stato imperialista. Rifiutiamo la retorica patriottica come elemento di legittimazione degli Stati e delle loro pretese espansionistiche. In ogni dove. Non ci sono nazionalismi buoni. Noi siamo al fianco di chi, in ogni angolo della terra, diserta la guerra. Vogliamo un mondo senza frontiere, eserciti, oppressione, sfruttamento e guerra. Facciamo appello perché tra il 21 e il 24 febbraio si tengano in ogni città iniziative di informazione e lotta. Assemblea Antimilitarista assembleantimilitarista@gmail.com   Redazione Italia
February 10, 2026
Pressenza
La Moldavia potrebbe riunirsi alla Romania?
La Moldavia è già diventata un membro di fatto della NATO e i cittadini che vogliono riunirsi alla Romania hanno già la doppia cittadinanza. Questa è una questione controversa, ma potrebbe ancora essere interpretata dalla Russia come un accenno a malevole intenzioni verso la Transnistria, che solo gli Stati Uniti potrebbero scoraggiare. La presidente moldava Maia Sandu ha recentemente dichiarato in un podcast che se si fosse tenuto un referendum avrebbe votato per riunirsi alla Romania con il pretesto di aiutare la Moldavia a difendersi meglio dalla Russia. Quella che oggi è la Repubblica di Moldavia è stata a lungo parte della civiltà rumena, ma nel corso dei secoli ha acquisito una distinta identità regionale a causa di lunghi periodi di controllo russo e sovietico. Questo background storico-sociale spiega perché alcune persone di entrambi i Paesi vorrebbero riunirsi in una sola nazione. Sandu ha la doppia cittadinanza, come circa 850.000 dei suoi compatrioti, circa un terzo dei circa 2,4 milioni di moldavi, nonché il suo avversario filorusso nelle controverse elezioni presidenziali del 2024, che ha perso a causa degli ostacoli frapposti dallo Stato al diritto di voto della diaspora russa.  Anche il referendum sull’adesione all’UE, che dovrebbe richiedere anni se mai dovesse accadere, non è stato libero ed equo per le stesse ragioni, né lo sono state le elezioni parlamentari che il partito di Sandu ha vinto l’anno scorso. Nonostante la sua neutralità ufficiale ai sensi dell’articolo 11 della Costituzione, la Moldavia è oggi un membro de facto della NATO e praticamente parte dello stesso spazio di sicurezza del suo membro ufficiale rumeno; le manca solo il conforto psicologico offerto dalle interpretazioni popolari dell’articolo 5. L’adesione formale alla Nato richiederebbe un referendum costituzionale per la revisione dell’articolo 11 ai sensi dell’articolo 142, ma solo il 18% vuole aderire come Paese indipendente, mentre il 31% vuole aderire di nuovo alla Romania (e quindi alla Nato) secondo i sondaggi dello scorso anno. Per questo motivo, sebbene Sandu e il suo partito siano stati rieletti con mezzi fraudolenti, potrebbe essere troppo anche per loro manipolare i risultati di un referendum su una di queste domande. Sono anche discutibili ormai dopo che la Moldavia è già diventata un membro di fatto della NATO e quelli dei suoi cittadini che vogliono riunirsi alla Romania hanno già la doppia cittadinanza per consentire loro di vivere, lavorare e votare lì. La preferenza di Sandu per la nuova adesione alla Romania, e quindi anche alla Nato, potrebbe quindi rimanere insoddisfatta. Ciò che è molto più rilevante da considerare come situazione generale sono le sue intenzioni nei confronti della Transinistra, lo Stato separatista situato per lo più lungo la riva orientale del fiume Dnestr con una considerevole popolazione slava protetta da circa 1.500 forze di pace russe. Il servizio di intelligence straniero russo mette periodicamente in guardia dai complotti contro quella politica, di cui i lettori possono saperne di più qui e qui, ma né la Moldavia né la Romania o l’Ucraina hanno fatto finora alcuna mossa militare contro di essa. Se Sandu l’avesse vinta e la Moldavia si riunisse alla Romania, questo conflitto congelato si scioglierebbe, provocando un’altra crisi NATO-Russia, e qui sta il vero significato della sua preferenza per tale scenario. Forse non lo aveva in mente quando di recente ha condiviso la sua opinione su questo in un podcast, ma la Russia potrebbe ancora sospettare che stia accennando a uno scenario geopolitico così sinistro, che potrebbe inaspettatamente interrompere i colloqui russo-americani. Se gli Stati Uniti sono sinceri nel mantenere il loro dialogo con la Russia sui legami bilaterali e l’Ucraina, allora devono segnalare alla Moldova che qualsiasi cambiamento dello status quo in Transnistria sarebbe inaccettabile. Gli Stati Uniti non dovrebbero sostenere la Romania in base all’articolo 5 se fosse coinvolta in un conflitto con la Russia su quella politica, altrimenti Sandu potrebbe indire un referendum truccato sulla riadesione alla Romania solo per provocare una crisi NATO-Russia che potrebbe facilmente sfuggire al controllo. Traduzione dall’inglese di Filomena Santoro Revisione di Anna Polo Andrew Korybko
January 30, 2026
Pressenza
UCRAINA: AL VIA IL SECONDO GIORNO DI NEGOZIATI AD ABU DHABI. IL PUNTO CON SABATO ANGIERI
Nuovo massiccio attacco russo, nella nottre tra venerdì 23 e sabato 24 gennaio, su Kiev e Kharkiv. I raid hanno causato un morto e 23 feriti tra le due città, oltre all’ennesima interruzione della fornitura elettrica nella capitale: salgono così a 88.000 le famiglie temporaneamente senza energia elettrica. Nel mentre, sul fronte diplomatico, è al via il secondo giorno di negoziati Usa-Russia-Ucraina ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti. Al centro delle trattative, il controllo dell’Ucraina orientale, ma i colloqui, iniziati ieri, avevano già mostrato distanze molto significative sul destino del Donbass: “Per mettere fine al conflitto – ha avvertito il Cremlino – l’esercito ucraino deve lasciare il Donbass”. Zelensky, dal canto suo, non cede e assicura che con Trump ha concordato, a Davos, la fornitura di munizioni per il sistema di difesa aerea Patriot. Fuori dal tavolo dei negoziati c’è invece l’Unione Europea, che replica alle accuse “di scarso sostegno all’Ucraina” lanciate dal leader ucraino a Davos,ricordando di aver fornito ‘quasi 200 miliardi di euro’ a Kiev dall’inizio della guerra. Del resto, per l’UE, l’unica linea percorribile sembra quella dell’elmetto in testa, seppur in ordine sparso. Su questo, nella giornata di ieri, intesa Roma – Berlino, non giuridicamente vincolante, per “rafforzare insieme la deterrenza e la difesa della Nato e a promuovere la prontezza difensiva dell’Ue”, con lo sguardo rivolto a est. Meloni e Merz sono usciti dall’incontro,  allineati anche sulle politiche anti-migranti e contro quelle ecologiche. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, il giornalista de Il Manifesto Sabato Angieri Ascolta o scarica
January 24, 2026
Radio Onda d`Urto