Tag - Netanyahu

Più delle armi, contano petrolio e gas
Saranno petrolio e gas a decidere la durata della guerra di aggressione contro l’Iran. Più che le intenzioni folli di Netanyahu o le stramberie di Trump, infatti, è il peso che l’economia mondiale sta accumulando – dopo appena tre settimane – a far pendere la bilancia verso un durata non […] L'articolo Più delle armi, contano petrolio e gas su Contropiano.
March 20, 2026
Contropiano
Ma quanto siete falsi?
Tranquilla manifestazione di sabato a Roma, convocata per dire un “No sociale” alla riforma costituzionale della giustizia e quindi al governo Meloni. Ma anche contro la guerra, le aggressioni neocoloniali all’Iran, al Venezuela, alla Palestina, nonché a quella ancora solo annunciata a Cuba. Un gruppo di ragazzi, a margine, inscena […] L'articolo Ma quanto siete falsi? su Contropiano.
March 15, 2026
Contropiano
“Indifferenti al genocidio, ora tutto il mondo è Gaza”
Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio scorsi Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran, aprendo uno scenario che fino a pochi mesi fa sembrava impensabile: l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, al potere da oltre 36 anni, e un’escalation senza precedenti in tutto il Medio Oriente, con centinaia di vittime, tra cui non […] L'articolo “Indifferenti al genocidio, ora tutto il mondo è Gaza” su Contropiano.
March 11, 2026
Contropiano
Il fragore di un errore storico
L’hanno chiamata “Il Ruggito del Leone”: nome tratto dalla Bibbia, dal profeta Gioele e dalla profezia di Balaam nei Numeri. Netanyahu ha infilato la citazione nelle pietre del Muro del Pianto prima di ordinare i bombardamenti. La guerra come compimento scritturale. La guerra come destino. Ma il corrispondente della TV […] L'articolo Il fragore di un errore storico su Contropiano.
March 1, 2026
Contropiano
Il ruggito che nessuno voleva: Israele attacca l’Iran mentre il mondo trattava
Per Israele, come per Sparta, la guerra non è solo un mezzo, è diventata una ragione di esistenza. L’attacco congiunto lanciato all’alba da Tel Aviv e Washington contro l’Iran, in risposta a presunte “minacce imminenti” del regime degli ayatollah, arriva al culmine di settimane di tensioni crescenti. La Casa Bianca, nelle scorse 48 ore, aveva già invitato il personale non essenziale dell’ambasciata americana a Gerusalemme a lasciare il territorio, un chiaro segnale di preparazione a uno scenario di guerra militare. La decisione di colpire preventivamente Teheran e altri obiettivi sensibili non è semplicemente un’azione difensiva: conferma ciò che molti sanno già da tempo. Per Tel Aviv e Washington, la guerra preventiva sostituisce la trattativa; la logica del gangster e la legge del più forte prevalgono sulla gestione della crisi attraverso strumenti multilaterali, diplomatici e sul Diritto Internazionale. Donald Trump ha dichiarato ieri sera che l’Iran “non vuole trattare” e che non intende rinunciare all’arricchimento dell’uranio. A parte il fatto che non è vero, vale la pena ricordare che nel 2015 era stato firmato il Joint Comprehensive Plan of Action, un accordo multilaterale che limitava drasticamente il programma nucleare iraniano sotto controllo internazionale. Non è stata Teheran a uscirne: sono stati gli Stati Uniti, per decisione unilaterale di Trump nel 2018. Dopo quella rottura, l’Iran ha progressivamente superato i limiti imposti dall’accordo, ma non ha mai formalmente chiuso la porta ai negoziati. I canali indiretti sono rimasti aperti, e le dichiarazioni di disponibilità si sono susseguite negli anni. Quando oggi si sostiene che “Teheran non vuole trattare”, bisognerebbe ricordare chi ha fatto saltare l’architettura diplomatica esistente. Quanto alla “minaccia imminente” dichiarata da Tel Aviv e avallata da Washington, non è stata presentata alcuna prova pubblica che giustifichi un attacco preventivo. Se i soli a invocare costantemente l’escalation sono il governo di Benjamin Netanyahu e l’ala più ideologicamente radicale della sua coalizione, allora la domanda non è se l’Iran voglia trattare, ma chi davvero considera la pace una minaccia. I fatti dimostrano che la guerra, non la pace, è il vero business di Israele, spalleggiato da quello che Brzezinski definiva il suo “fratello stupido”, gli Stati Uniti. In un video pubblicato ieri pomeriggio sul suo Social Truth, Trump ha annunciato all’ignaro popolo americano che gli Stati Uniti hanno “iniziato una grande operazione in Iran” con l’obiettivo di “difendere il popolo americano” dalle minacce ritenute imminenti dal regime iraniano. Operazione, l’ha chiamata così, ma dovremmo chiamarla violazione del Diritto Internazionale, o, più precisamente, un attacco terroristico ammantato di legalità a un paese sovrano, modalità nella quale sia Usa sia Israele sono ormai maestri. Solo poche ore prima, Trump aveva detto che non era sua intenzione ricorrere alla forza, ma che “talvolta bisogna farlo”. Per Benjamin Netanyahu la guerra è uno stato di necessità: è la sua migliore garanzia di sopravvivenza ed è uno strumento imprescindibile per l’attuazione di un programma che molti definiscono messianico, di cui si pone come interprete ed esecutore. Mai come adesso Israele ricorda Sparta: per la polis greca, la guerra non era un mezzo, ma la propria ragione d’essere. Per Israele, la guerra è ormai la principale ragione di esistenza, e forse di sopravvivenza. Malgrado la narrativa dominante racconti il contrario, la guerra per Israele è quasi sempre un dispositivo politico, un sistema: protegge da trattative serie e strutturate, consente di portare avanti politiche controverse di annessione della Palestina e di pulizia etnica mentre l’attenzione globale è altrove, rafforza la narrazione di uno Stato che, suo malgrado, è costretto a difendersi permanentemente dalle presunte minacce esistenziali. Questa mattina Netanyahu si è rivolto alla nazione annunciando che “Israele, insieme agli Stati Uniti, ha iniziato un’operazione congiunta, Il ruggito del leone, volta a eliminare dalle mappe il regime iraniano oppressivo, che ha sempre minacciato il mondo”. Ha poi ringraziato Trump definendolo “il migliore amico di Israele”. Anche il nome dell’operazione è un manifesto: il leone era l’antica icona della bandiera iraniana ai tempi dello scià di Persia, un richiamo diretto a un passato imperiale oggi utilizzato come strumento di propaganda e come monito. L’attacco all’Iran di oggi, definito necessario per prevenire una minaccia futura, si inscrive nella narrazione promulgata da Israele e dai mass-media allineati. Ma ogni guerra preventiva porta con sé il paradosso di rendere reale il conflitto che dichiara di voler evitare. Analogamente a Sparta, che viveva di guerra perché senza temeva di dissolversi, Israele sembra aver trasformato la guerra da strumento di sicurezza a fondamento identitario. Sparta educava i suoi figli alla convinzione che la sopravvivenza della polis giustificasse ogni disciplina, ogni sacrificio, ogni morte. La guerra era pedagogia civile, e la società civile spartana, al pari di quella israeliana, era militarizzata. La storia però insegna che questa strada non ha giovato alla sopravvivenza di Sparta; anzi, ne ha segnato la fine. Ultimo, ma non meno importante, c’è un’asimmetria raramente ricordata nel dibattito pubblico: l’Iran è firmatario del Trattato di non proliferazione nucleare, Israele no. Israele non ha mai dichiarato ufficialmente di possedere armi nucleari, ma è ritenuto da decenni una potenza nucleare de facto, e anche piuttosto pericolosa poiché non è soggetto agli obblighi del TNP e non ha sottoposto il proprio programma alle ispezioni imposte a Teheran. Questo non assolve l’Iran, ma introduce una domanda di coerenza: se il principio è la non proliferazione, dovrebbe valere per tutti; se il principio è la sicurezza regionale, dovrebbe essere indivisibile. Se invece il principio è l’alleanza, allora non stiamo parlando di diritto internazionale, ma di rapporti di forza. In Medio Oriente esiste un solo Stato che si ritiene dotato di capacità nucleare militare senza aderire al TNP: Israele. Eppure, la guerra preventiva viene giustificata contro chi, formalmente, è dentro il sistema dei trattati. Oggi, quando si dice che si combatte “non per il presente ma per il futuro”, si compie una torsione nella quale il conflitto viene sottratto al giudizio immediato e trasferito in una dimensione salvifica. Non è più una scelta politica tra alternative: diventa un destino necessario. Il problema è che il futuro, in politica, è sempre un’ipotesi, mentre i morti sono sempre nel presente. La partita resta aperta. E mentre missili e dichiarazioni si moltiplicano, il futuro è già nel mirino. Alessandra Filippi
March 1, 2026
Pressenza
La rivolta degli ultra-ortodossi scuote Israele
Una città a ferro e fuoco A Bnei-Brak, una delle ‘capitali’ della comunità ultra-ortodossa dello Stato ebraico, domenica si sono vissute ore di terrore. Due soldatesse, spedite in missione dall’Ufficio reclutamento, sono state assaltate da diverse centinaia di ‘haredim (ebrei integralisti), che vedono come fumo agli occhi la possibilità di essere […] L'articolo La rivolta degli ultra-ortodossi scuote Israele su Contropiano.
February 20, 2026
Contropiano
Israele, Ami Ben-Dror: “Netanyahu e sua moglie sono dei ladri”
Ami Ben-Dror, ex capo della sicurezza del capo del governo di occupazione, Benjamin Netanyahu, ha rivelato una serie di scandali etici e comportamentali che coinvolgono Netanyahu e in particolare sua moglie Sara, che, a suo dire, é ossessionata dal furto, sulla base di episodi a cui ha assistito durante il suo servizio al suo fianco. Ha sottolineato che Netanyahu “non è mai stato una persona etica e mangiava al ristorante senza pagare il conto, costringendo guardie e assistenti a pagare per lui”. Ha aggiunto: “In un’occasione, è andato in un ristorante francese al King David Hotel di Gerusalemme. Il pasto era molto costoso e, dopo essersi rifiutato di pagare una volta, il direttore del ristorante ha preparato il conto in anticipo, ma lui lo ha ignorato e non ha pagato. Questo ha costretto una delle guardie di sicurezza a pagare di tasca propria”. Ha affermato che questo comportamento di Netanyahu era sistematico, non accidentale, e lo ha descritto come “depravazione morale”. Ha aggiunto che la sua posizione “ha esacerbato questi comportamenti in lui, nella sua famiglia e in coloro che lo circondano”. Riguardo a Sara, la moglie di Netanyahu, Dror l’ha descritta come affetta da “cleptomania”. Ha detto che è ossessionata dal rubare asciugamani e regali dell’hotel che arrivano a Netanyahu nella sua veste di primo ministro e che appartengono allo Stato. Ha detto che è “una donna malvagia, e Netanyahu è colui che l’ha spinta in prima linea, trasformandola in una figura che assomiglia a Hillary Clinton, ma lei non è Hillary”. Redazione Italia
February 12, 2026
Pressenza
I legami profondi tra Jeffrey Epstein e Israele
Una ricostruzione puntuale dei legami più evidenti. Che ridicolizza lo sforzo disperato dei media mainstrema di “alludere” a rapporti privilegiati con i “nemici”, tipo Russia o altri. O al massimo qualche “mela marcia” delle cordate concorrenti… Quando al servilismo non c’è limite e l’unica preoccupazione resta cercare di difendere la […] L'articolo I legami profondi tra Jeffrey Epstein e Israele su Contropiano.
February 4, 2026
Contropiano
Netanyahu riapre Rafah, ma l’obiettivo è la ripresa dell’offensiva militare
Nell’imminenza della riapertura, domenica, del valico di Rafah, essenziale per il miglioramento delle condizioni di vita per oltre due milioni di gazawi e l’attuazione delle fasi successive dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas, le valutazioni dei principali analisti israeliani mostrano un’opinione comune: Benyamin Netanyahu non considera il […] L'articolo Netanyahu riapre Rafah, ma l’obiettivo è la ripresa dell’offensiva militare su Contropiano.
January 31, 2026
Contropiano