USA: in un anno spese militari in aumento del 50% raggiungendo la cifra di $1500 miliardi
Proprio in questi giorni documentavamo gli straordinari profitti azionari delle
imprese di armi e in particolare di quelle europee, oggi andiamo a toccare con
mano quante risorse siano state assegnate, negli Stati Uniti, dal bilancio
pubblico al settore militare in controtendenza rispetto alla contrazione delle
spese previste per tutti i capitoli sociali, per interventi di natura ambientale
oggetto di un feroce e draconiano ridimensionamento.
Trump chiede in sostanza la crescita esponenziale delle produzioni militari,
assicurando nei prossimi anni ordinazioni da parte degli USA e un mercato in
continua espansione con la corsa al riarmo. Per questo il presidente Trump
strizza l’occhio alle multinazionali della guerra, dicendo loro al contempo di
attrezzarsi alle necessità assicurando sistemi militari sempre più efficienti e
tecnologicamente avanti.
Che il settore trainante della manifattura USA sia quello militare lo si evince
dai licenziamenti che tra il 2025 e il 2026 dovrebbero raggiungere la cifra di 2
milioni e duecentomila unità distribuite in tutti i settori produttivi. La
pressione sul complesso industrial-militare è evidente e foriera di guerra con
un Paese che solo pochi anni or sono, in tempi di covid, ha preso atto
dell’errore commesso nella esternalizzazione di tante produzioni che, riportate
in parte negli USA, non hanno raggiunto i risultati sperati, risultati destinati
ad arrivare dopo anni. Ma la elezione di Trump è stata possibile stringendo un
occulto patto con settori del capitalismo USA che dai processi di
globalizzazione produttiva hanno tratto ingenti profitti e indubbi vantaggi.
Non è detto che gli annunci di Trump si concretizzino sempre e comunque, molto
dipenderà dal Congresso e dal vistoso calo dei consensi alla amministrazione
repubblicana che dovrà affrontare anche i dissidi interni avendo promesso, e non
mantenuto, un cambio di rotta rispetto alle guerre intraprese dai democratici.
Il conflitto con Musk e la destra Maga potrà indebolire alla lunga la leadership
di Trump. Se un Presidente si insedia promettendo la soluzione dei conflitti
militari nel mondo nell’arco di poche settimane, a distanza di mesi, o anni,
queste guerre sono ancora senza soluzione, se dichiari di voler abbandonare
l’interventismo armato per dedicarti ai problemi dell’America, ma poi scateni
bombardamenti in ogni continente, prima o poi la realtà verrà a presentarti il
conto. Intanto gli USA spenderanno non solo per il riarmo, ma anche per la
sicurezza interna enormi risorse, come non avveniva dalla Seconda guerra
mondiale e ad inizio anni Cinquanta con la guerra in Corea.
L’aumento del budget per la difesa può anche essere utilizzato come messaggio
interno, crescono le proteste popolari e contemporaneamente la repressione nelle
piazze, potremmo parlare di un nuovo blocco sociale costituito da militari e da
forze dell’ordine di varia natura che beneficia in termini economici e sociali
dei crescenti stanziamenti per la sicurezza. Ma questa politica securitaria
diventerà anche un fattore di crisi interna, la tenuta sociale tra le varie
“americhe” è tutt’altro che scontata per il ricorso sistematico alla brutale
repressione o alla marginalizzazione\criminalizzazione del dissenso.
Trump intende aumentare la spesa militare in un anno di 600 miliardi, già oggi
gli USA spendono più di tutta la UE, hanno raggiunto quasi il 40% a livello
globale con ulteriori incrementi di spesa arriverebbero, nel 2027, al 50% della
spesa bellica complessiva. L’attuale economia statunitense è in grado di
sostenere questo ritmo e a quali costi? La domanda non è banale.
Detto questo, ci dobbiamo chiedere quali saranno le coperture di questi
rilevanti incrementi di spesa per le armi, riusciranno a garantire al Bilancio i
soldi necessari attraverso i dazi e con la vendita dei titoli di stato, e poi
come affronteranno l’elevato debito pubblico? La prepotenza militare sarà
sufficiente a costringere Paesi esteri e fondi a investire nell’acquisto di
titoli americani? Il ricorso strutturale alla guerra diventa vitale anche per
salvaguardare gli scambi in dollari, la dedollarizzazione dei BRICS e della Cina
è una minaccia concreta alla supremazia USA senza pensare che proprio dai BRICS
arrivi una alternativa di sistema.
Come avviene in Italia, con il tentativo di ingabbiare la Corte dei conti, anche
negli USA il neoautoritarismo trumpiano pensa a rimuovere ogni forma di
controllo e di potenziale ostacolo all’azione presidenziale. Questo scontro
interno alle istituzioni prima o poi presenterà il suo conto.
Ammesso, ma non concesso, di trovare tutte le debite coperture finanziarie (e
dovranno alzare i tassi per raggiungere le cifre necessarie), considerati i
conflitti interni ed esterni, le ripercussioni derivanti dagli eventi nazionali
ed internazionali, gli scenari nell’immediato futuro si presentano tutt’altro
che semplici e gli Usa dovranno fare i conti proprio con l’inadeguato
approvvigionamento di greggio, metalli rari e componenti tecnologiche per la cui
produzione il disegno autarchico è ancora indietro rispetto ai piani previsti.
Le difficoltà dell’industria della difesa non possono essere sottovalutate, come
anche i delicati rapporti con le grandi multinazionali che mal tollerano
imposizioni statali, abituate a dettare le linee della politica economica e
finanziaria. Le linee strategiche statunitensi, quella trentina di pagine
licenziate a novembre 2025, sono brutali ma illuminanti, descrivono una Europa
in decadenza, senza identità e prospettiva ed estendono la dottrina Monroe a
mezzo globo prefigurando un futuro di riarmo e di guerre permanenti. E la logica
del doppio nemico, interno ed esterno, prevede anche logiche securitarie e
repressive, nei primi giorni dell’anno 2026 la caccia alle streghe contro i
migranti ha fornito un esempio di quali potrebbero essere gli scenari futuri. Il
riarmo produce anche darwinismo sociale e il fronte interno diventa il primo
banco di prova di certe politiche, è bene non dimenticarlo mai e questo vale non
solo per gli USA, ma anche per i Paesi europei dove gli esempi non mancano e di
cui parleremo nei prossimi giorni.
Federico Giusto, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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