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USA: in un anno spese militari in aumento del 50% raggiungendo la cifra di $1500 miliardi
Proprio in questi giorni documentavamo gli straordinari profitti azionari delle imprese di armi e in particolare di quelle europee, oggi andiamo a toccare con mano quante risorse siano state assegnate, negli Stati Uniti, dal bilancio pubblico al settore militare in controtendenza rispetto alla contrazione delle spese previste per tutti i capitoli sociali, per interventi di natura ambientale oggetto di un feroce e draconiano ridimensionamento. Trump chiede in sostanza la crescita esponenziale delle produzioni militari, assicurando nei prossimi anni ordinazioni da parte degli USA e un mercato in continua espansione con la corsa al riarmo. Per questo il presidente Trump strizza l’occhio alle multinazionali della guerra, dicendo loro al contempo di attrezzarsi alle necessità assicurando sistemi militari sempre più efficienti e tecnologicamente avanti. Che il settore trainante della manifattura USA sia quello militare lo si evince dai licenziamenti che tra il 2025 e il 2026 dovrebbero raggiungere la cifra di 2 milioni e duecentomila unità distribuite in tutti i settori produttivi. La pressione sul complesso industrial-militare è evidente e foriera di guerra con un Paese che solo pochi anni or sono, in tempi di covid, ha preso atto dell’errore commesso nella esternalizzazione di tante produzioni che, riportate in parte negli USA, non hanno raggiunto i risultati sperati, risultati destinati ad arrivare dopo anni. Ma la elezione di Trump è stata possibile stringendo un occulto patto con settori del capitalismo USA che dai processi di globalizzazione produttiva hanno tratto ingenti profitti e indubbi vantaggi. Non è detto che gli annunci di Trump si concretizzino sempre e comunque, molto dipenderà dal Congresso e dal vistoso calo dei consensi alla amministrazione repubblicana che dovrà affrontare anche i dissidi interni avendo promesso, e non mantenuto, un cambio di rotta rispetto alle guerre intraprese dai democratici. Il conflitto con Musk e la destra Maga potrà indebolire alla lunga la leadership di Trump. Se un Presidente si insedia promettendo la soluzione dei conflitti militari nel mondo nell’arco di poche settimane, a distanza di mesi, o anni, queste guerre sono ancora senza soluzione, se dichiari di voler abbandonare l’interventismo armato per dedicarti ai problemi dell’America, ma poi scateni bombardamenti in ogni continente, prima o poi la realtà verrà a presentarti il conto. Intanto gli USA spenderanno non solo per il riarmo, ma anche per la sicurezza interna enormi risorse, come non avveniva dalla Seconda guerra mondiale e ad inizio anni Cinquanta con la guerra in Corea. L’aumento del budget per la difesa può anche essere utilizzato come messaggio interno, crescono le proteste popolari e contemporaneamente la repressione nelle piazze, potremmo parlare di un nuovo blocco sociale costituito da militari e da forze dell’ordine di varia natura che beneficia in termini economici e sociali dei crescenti stanziamenti per la sicurezza. Ma questa politica securitaria diventerà anche un fattore di crisi interna, la tenuta sociale tra le varie “americhe” è tutt’altro che scontata per il ricorso sistematico alla brutale repressione o alla marginalizzazione\criminalizzazione del dissenso. Trump intende aumentare la spesa militare in un anno di 600 miliardi, già oggi gli USA spendono più di tutta la UE, hanno raggiunto quasi il 40% a livello globale con ulteriori incrementi di spesa arriverebbero, nel 2027, al 50% della spesa bellica complessiva. L’attuale economia statunitense è in grado di sostenere questo ritmo e a quali costi? La domanda non è banale. Detto questo, ci dobbiamo chiedere quali saranno le coperture di questi rilevanti incrementi di spesa per le armi, riusciranno a garantire al Bilancio i soldi necessari attraverso i dazi e con la vendita dei titoli di stato, e poi come affronteranno l’elevato debito pubblico?  La prepotenza militare sarà sufficiente a costringere Paesi esteri e fondi a investire nell’acquisto di titoli americani? Il ricorso strutturale alla guerra diventa vitale anche per salvaguardare gli scambi in dollari, la dedollarizzazione dei BRICS e della Cina è una minaccia concreta alla supremazia USA senza pensare che proprio dai BRICS arrivi una alternativa di sistema. Come avviene in Italia, con il tentativo di ingabbiare la Corte dei conti, anche negli USA il neoautoritarismo trumpiano pensa a rimuovere ogni forma di controllo e di potenziale ostacolo all’azione presidenziale. Questo scontro interno alle istituzioni prima o poi presenterà il suo conto. Ammesso, ma non concesso, di trovare tutte le debite coperture finanziarie (e dovranno alzare i tassi per raggiungere le cifre necessarie),  considerati i conflitti interni ed esterni, le ripercussioni derivanti dagli eventi nazionali ed internazionali, gli scenari nell’immediato futuro si presentano tutt’altro che semplici e gli Usa dovranno fare i conti proprio con l’inadeguato approvvigionamento di greggio, metalli rari e componenti tecnologiche per la cui produzione il disegno autarchico è ancora indietro rispetto ai piani previsti. Le difficoltà dell’industria della difesa non possono essere sottovalutate, come anche i delicati rapporti con le grandi multinazionali che mal tollerano imposizioni statali, abituate a dettare le linee della politica economica e finanziaria. Le linee strategiche statunitensi, quella trentina di pagine licenziate a novembre 2025, sono brutali ma illuminanti, descrivono una Europa in decadenza, senza identità e prospettiva ed estendono la dottrina Monroe a mezzo globo prefigurando un futuro di riarmo e di guerre permanenti. E la logica del doppio nemico, interno ed esterno, prevede anche logiche securitarie e repressive, nei primi giorni dell’anno 2026 la caccia alle streghe contro i migranti ha fornito un esempio di quali potrebbero essere gli scenari futuri. Il riarmo produce anche darwinismo sociale e il fronte interno diventa il primo banco di prova di certe politiche, è bene non dimenticarlo mai e questo vale non solo per gli USA, ma anche per i Paesi europei dove gli esempi non mancano e di cui parleremo nei prossimi giorni. Federico Giusto, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Gli Stati Generali: I cattolici di fronte al dilemma delle spese militari
DI GIUSEPPE AROSIO SU GLI STATI GENERALI DEL 12 GENNAIO 2026 Ospitiamo sul nostro sito l’articolo di Giuseppe Arosio pubblicato su Gli Stati Generali il 12 gennaio 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «A proposito di sfida educativa (indicata dal papa come prioritaria) c’è una galassia di docenti, attivisti, volontari che da tempo porta avanti una campagna seria [link Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ndr] di denuncia della propaganda militarista nelle scuole e nelle istituzioni educative (lo slogan azzeccato è “da alternanza scuola-lavoro a alternanza scuola-caserma”). Ma non solo. Svolge formazione per la risoluzione dei conflitti e l’aggiornamento degli insegnamenti di storia ed educazione civica…continua a leggere su www.glistatigenerali.com. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
“Non ci arruoliamo”. Studenti protestano nelle piazze di diverse città
Negli ultimi giorni, nonostante il clima ormai festivo,  i giovani e gli studenti di OSA e Cambiare Rotta hanno manifestato sotto agli alberi di Natale installati nei centri di varie città per rispedire al mittente i regali che questo governo ha consegnato ai giovani “in età di leva”: la proposta […] L'articolo “Non ci arruoliamo”. Studenti protestano nelle piazze di diverse città su Contropiano.
Spese militari e strategie di bilancio: cosa aspettarsi da questo Governo
La discussione in Parlamento sulla Legge di Bilancio andrà avanti per giorni e, alla fine, a colpi di maggioranza ci sarà il voto del provvedimento, senza confronto alcuno sui contenuti, tra qualche giorno, tuttavia, qualche anticipazione degna di nota merita di essere commentata. Nelle prossime ore sono previsti gli emendamenti del Governo anche se il Ministro dell’Economia ha già precisato che non ci saranno aperture alle richieste di spesa avanzate da alcuni Ministeri. La vera manovra è stata scritta con il bilancino, cercando un sostanziale equilibrio tra le richieste NATO e quelle di Bruxelles, tra le promesse elettorali in vista delle Elezioni politiche e la credibilità di una manovra complessiva, resta insomma il solito lavoro finale di rifinitura, ma in sostanza i giochi sono fatti e l’auspicato confronto sulle aliquote fiscali, sugli aiuti alle imprese, sulle spese militari non ci sarà. Del resto, gran parte delle forze politiche, incluse molte di minoranza, si sono ben guardate dal portare il dibattito nelle piazze e nei luoghi di lavoro, ma si limitano a scarni comunicati stampa addomesticati o pettinati al punto giusto da apparire in fondo condivisibili. E, alla fine, non mancherà l’assenso dell’ANCI, che ci ha abituato nel tempo a proteste, salvo poi allinearsi sulle posizioni del Governo di turno. Veniamo, invece, alle spese militari che potrebbero addirittura crescere destinando dei capitoli di bilancio a carico di altri ministeri: non è una certezza, ma un sospetto fondato. E nella giornata del 9 dicembre, a Palazzo Chigi, si è tenuto l’incontro tra i sindacati del comparto sicurezza e difesa e il Governo presente con i parlamentari che contano, quelli insomma maggiormente rappresentativi e di peso. Il confronto era stato rinviato di pochi giorni e il suo ordine del giorno era chiaro, cioè entrare nel merito delle richieste economiche per il comparto difesa dopo alcune aperture del Ministro della Difesa Guido Crosetto, che aveva ipotizzato un regime previdenziale agevolato, misure di welfare costruite ad hoc e in fondo stipendi più alti degli altri comparti della Pubblica amministrazione. E dal cappello fatato del Governo si sono trovati i soldi mancanti ad esempio per la perequazione dei salari degli enti locali rispetto al comparto ministeri, soldi invece disponibili da gennaio per gli straordinari arretrati, sotto forma di un decreto anticipi approvato in commissione Bilancio alla Camera. Parliamo di decine di milioni di euro a tutto il comparto sicurezza a cui aggiungere interventi sulle carceri fino al rinnovo contrattuale 2025/27, il rafforzamento del fondo di previdenza complementare, sarà invece spostato di qualche settimana. Per chi veste la divisa potrebbe venir meno l’aumento di tre mesi dei requisiti previdenziali valido per i civili, inizia a profilarsi quell’atteggiamento di miglior favore per il comparto militare che poi è uno degli elementi salienti dell’economia di guerra. Non ci resta che attendere qualche giorno e scopriremo quali altri privilegi saranno inventati per favorire l’ascesa del settore militare invogliando ad indossare la divisa numeri crescenti di giovani, carne da macello per le prossime guerre che si profilano all’orizzonte. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Il vescovo Giovanni Ricchiuti: «La Cei all’opposizione del governo italiano e dell’Ue»
Parla il presidente nazionale di Pax Christi: «Bene smarcarsi da qualsiasi appoggio alle politiche di riarmo» Intervista di Luca Kocci*  al vescovo Giovanni Ricchiuti – 07/12/2025 – Il Manifesto. Riduzione delle spese militari, disarmo, servizio civile, smilitarizzazione dei cappellani militari. Sono i punti centrali di un’ampia e sorprendente Nota pastorale approvata dalla Conferenza episcopale italiana a novembre e diffusa venerdì (Educare a una pace disarmata e disarmante). Ne abbiamo parlato con monsignor Giovanni Ricchiuti, vescovo emerito di Altamura e presidente nazionale di Pax Christi, movimento che ha contribuito all’elaborazione del testo. Monsignor Ricchiuti, cosa succede nella Cei? Finalmente fra i miei fratelli vescovi si muove qualcosa. Credo che il Cammino sinodale, a cui hanno partecipato anche i laici, abbia dato slancio: nel documento finale approvato a ottobre a grandissima maggioranza (dopo che una prima versione era stata respinta dall’assemblea perché troppo timida, ndr) si chiedeva alla Cei di approfondire i temi del disarmo e della pace per immaginare alternative alla politica del riarmo. Nella Nota pastorale approvata dai vescovi si parla di riduzione delle spese militari e contrasto alle politiche di riarmo, ovvero il contrario di quello che stanno facendo governo Meloni ed Europa. La Cei è all’opposizione? Nettamente all’opposizione! Spese militari e riarmo non sono la via giusta per affrontare le crisi. Si fa riferimento anche alla guerra in corso in Ucraina e ai «pesanti investimenti sul piano degli armamenti e delle tecnologie militari che hanno fatto seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Le necessità della difesa – è scritto – non devono diventare occasione per contribuire al riarmo globale di questi anni, distraendo risorse dalla costruzione di una comunità più umana». È dall’inizio della guerra che la Chiesa sostiene che la soluzione militare non avrebbe portato la pace, ma peggiorato la guerra. Ora, dopo quasi quattro anni, a che punto siamo? L’Europa e l’Italia avrebbero dovuto seguire altre strade: non le armi, ma il negoziato. Quindi fa bene la Cei a smarcarsi da qualsiasi appoggio alle politiche di riarmo del governo. Nella Nota si elogia la legge 185/90 che regola il commercio delle armi e si chiede una «presa di distanza da quelle realtà economiche che sostengono produzione e commercio di armi», a cominciare dalle banche. La legge 185 è regolarmente sotto attacco da parte di aziende armiere e governi, invece va difesa con forza, perché è un tentativo di limitare quanto più possibile il commercio delle armi. E le “banche armate”? Qui la Chiesa dovrebbe fare autocritica, perché molti enti ecclesiastici si avvalgono dei loro servizi… È vero, ma qualcosa si sta muovendo. E comunque finalmente la Cei dice chiaramente a vescovi e parroci di rinunciarvi. Sarebbe un segno potentissimo se le 226 diocesi e le 25mila parrocchie italiane togliessero i propri conti correnti dalle “banche armate”. Proprio mentre Crosetto propone di ripristinare il servizio militare, la Nota della Cei – che sicuramente è stata scritta ben prima – lancia invece l’idea di un servizio civile obbligatorio. Un altro elemento di dissenso con il governo? Chi lo propone sostiene che il servizio militare educa i giovani. Ma perché bisogna educarli con il fucile fra le mani? Educarli a cosa, a fare la guerra? I giovani devono dire di no: in Germania sono già scesi in piazza contro un’analoga proposta, e questo è un grande segno di speranza. Mi piacerebbe che tutti tornassero a cantare Il disertore di Boris Vian, una bella canzone antimilitarista. La Nota della Cei affronta anche il tema dei cappellani militari, chiedendosi «se non si debbano prospettare diverse forme di presenza, meno direttamente legate a un’appartenenza alla struttura militare». È la proposta di smilitarizzare i preti-soldato? Pax Christi lo dice da anni: cappellani sì, militari no. È materia concordataria, ma il Concordato non è il Vangelo, si può modificare. Non c’è bisogno di un ordinario militare, basta affidare a un vescovo la responsabilità dell’assistenza spirituale dei militari. Così come non servono cappellani inquadrati nella struttura militare, è sufficiente un semplice prete che entri nelle caserme, come avviene nelle carceri e negli ospedali. È un privilegio da superare.   *Per gentile concessione dell’autore. Redazione Italia
Perché Fantàsia muore?
Nel film e nel libro “La storia Infinita” Atreiu chiede a Gmork, il lupo mannaro, perché Fantàsia muore e Gmork gli rivela che Fantàsia muore perché gli umani smettono di sperare e di credere nei propri sogni, lasciando che il Nulla (la disperazione e il vuoto) prenda il sopravvento e dilaghi, dominando così più facilmente. Spesso ci viene chiesto perché andare in piazza con volantini, manifesti, perché fermare le persone, perché sbattersi, se tanto non serve a nulla: appunto, non andare serve al NULLA! Allora ripenso ad Atreiu, alla risposta del lupo mannaro fredda e precisa e vedo intorno la speranza che progressivamente muore, i sogni che si frantumano, il Nulla che avanza e poi… nonostante tutto tanti piccoli Atreiu. Questo Nulla lo possiamo riconoscere, toccare, respirare nel suo mefitico afflato: sono i venti di guerra, la corsa al riarmo, le guerre bugiarde, un sistema economico che schiaccia i più deboli, la progressiva cancellazione dei diritti umani e costituzionali, la libertà di parola censurata, la verità spogliata e derubata dalla menzogna, le morti innocenti. Tutto è così incombente che la Speranza si fa piccola e indietreggia, i sogni di un mondo di uguaglianza, fraternità e libertà svaniscono come bolle di sapone lasciando campo libero al Nulla che tutto ingoia. E in tutto ciò ci sono anche piccoli Atreiu che resistono, che tengono una fiamma accesa perché la tenebra non prevalga, e da questi piccoli fuochi sparsi qua e là possano presto altri piccoli Atreiu accendere le loro fiamme e dare luce a quel vuoto buio che comunque non prevarrà. È certamente questo un riconoscimento alle tante piccole luci che pure brillano: quelle in Piazza Duomo a Milano che si ritrovano ogni sera per non dimenticare la Palestina, quelle che promuovono momenti di confronto e conoscenza per far brillare le verità nascoste, quelle che manifestano per rivendicare per tutti pace, giustizia e libertà, quelle che scrivono dando voce alle realtà diverse, quelle che diffondono, quelle che con grandi sforzi informano, quelle che denunciano, quelle che resistono e quelle che non cessano mai di provare a unire le forze. Sabato 6 dicembre in piazza XXIV Maggio si sono date appuntamento persone di buona volontà provenienti in questa occasione da vari gruppi: CLN Resistenza, MLP, in coordinamento con altre città italiane federate sotto la sigla ITALI. L’appuntamento mensile del CLN Resistenza volto a sensibilizzare i passanti sulla pericolosità di un’informazione manipolata, di una censura ormai legalizzata da leggi europee come il Digital Service Act o leggi ignorate come il Media Freedom Act, si è unito in questa giornata alla manifestazione nazionale promossa dalla Federazione Nazionale Itali per dire no alle spese militari e all’arroganza di chi non ascolta il popolo italiano che chiede pace e che le risorse pubbliche vengano utilizzate per il benessere e la crescita dei cittadini.  Censura e guerra sono una coppia perfetta: non ci può essere una senza l’altra! Ma l’ingrediente sempre necessario per ogni nefandezza è la censura e la propaganda! Ai passanti è stato distribuito un volantino che riporta un grave atto di censura voluto dalla vicepresidente della Commissione Europea Pina Picerno ai danni dell’emittente televisiva Byoblu, colpevole di aver intervistato il giornalista russo Vladimir Soloviev. È stato inoltre sottoposto un questionario anonimo con 5 domande a 53 passanti che hanno accettato l’intervista. Di questi 33 maschi e 20 femmine con età compresa fra i 15 e gli 88 anni. Alla prima domanda, che chiedeva se preoccupasse l’affermazione del generale francese Fabien Mandon : “Dobbiamo abituarci a perdere i nostri figli in guerra”, abbiamo raccolto 33 Sì, 13 No e un Non so. Alla seconda domanda sulla necessità di un disegno di legge per istituire una leva militare volontaria, come proposto del Ministro della Difesa Crosetto, 11 persone hanno risposto Sì e 42 No. La terza domanda chiedeva se si fosse d’accordo sull’aumento della spesa militare: 51 persone hanno risposto No, una persona Sì, e una Non so. La quarta chiedeva se si riteneva di essere correttamente informati da televisione e giornali mainstream: le risposte sono state 5 Sì e 48 No. Infine la quinta domanda chiedeva se si fosse a conoscenza dei numerosi episodi di censura che colpiscono l’informazione, il mondo della cultura e i canali indipendenti: 44 persone hanno risposto Sì, 7 No, 2 Non so. In conclusione: il dato significativo è che la stragrande maggioranza degli intervistati è preoccupata per i venti di guerra, non ritiene necessario alimentare la macchina bellica, mentre sul fronte dell’informazione mainstream non vi è fiducia e si rileva consapevolezza degli atti di censura. Detto questo, cosa possiamo fare per arginare questo fiume che ci sta travolgendo nonostante tutto? L’appello è urgente, il Nulla avanza: esiste consapevolezza, ma va ancora risvegliata la volontà di azione, la speranza che ce la possiamo fare, la capacità di sognare un mondo migliore. Loretta Cremasco
Il “Defence Summit” a Roma si blinda per paura delle proteste. Militari e manager pianificano il riarmo e l’economia di guerra
Il “Defence Summit” doveva svolgersi lo scorso 11 settembre a Roma, ma le proteste e gli annunci di una mobilitazione di massa antimilitarista avevano costretto gli organizzatori al rinvio . Ieri sono tornati alla carica blindandosi nella sede del Centro Alti Studi Difesa sul Lungotevere e hanno riunito i vertici […] L'articolo Il “Defence Summit” a Roma si blinda per paura delle proteste. Militari e manager pianificano il riarmo e l’economia di guerra su Contropiano.
Sciopero generale, Milano attraversata da un grande corteo
Si sapeva che i numeri non sarebbero stati quelli di fine settembre, e non sappiamo neppure quanta sia stata la percentuale di scioperanti, ma la manifestazione di Milano è venuta molto bene. Appuntamento alle nove e mezza, giornata serena, ma molto fredda. Come spesso avviene all’inizio si è in pochi e gli umori sono piuttosto bassi. Ma alla partenza il corteo è fitto e durante la prima parte del percorso si riempie, settemila? Ottomila? La componente studentesca è maggioritaria, ma ciò significa anche che la forza, il colore e l’energia sono tante. Parte dal centro e va verso la periferia; diversi i camion che mandano musica, da cui partono interventi forti e ascoltati. La causa palestinese si incrocia sempre meglio con una militarizzazione diffusa, una repressione che cresce, investimenti in spese militari da paura, tagli alla spesa sociale che producono rabbia ogni giorno di più, stipendi al palo. Vengono poi ricordate le parole di ministri sempre più impresentabili. “Governo Meloni, dimissioni” grida la piazza. Striscioni, bandiere, cartelli, la giornata si intiepidisce e si cammina si cammina. Si dovrebbe finire alla stazione ferroviaria di Lambrate, ma probabilmente la questura non è d’accordo, c’è pure un elicottero che vola tutto il tempo sulla testa dei manifestanti. Dall’alto hanno deciso che alla stazione non ci si avvicina e così cominciano dei muri di camionette e agenti antisommossa che deviano il corteo, una, due, tre volte. Il corteo è compatto, non si cercano tensioni, gli idranti sopra un enorme camion non devono essere attivati. E così il corteo va avanti, avanti. Alla fine si saranno fatti quasi dieci chilometri, si finisce alle due del pomeriggio, l’anfiteatro della Martesana accoglie coloro che hanno resistito fino alla fine. Viene anche composta una grande scritta “Free Marwan Barghouti” a ricordare che domani inizia una campagna internazionale per la liberazione del leader palestinese e per la libertà di tutti i prigionieri politici palestinesi. La pace è ancora molto lontana. Bisogna continuare. E domani altro corteo alle 14 da piazza 24 Maggio, ma stavolta si finisce in piazza Duomo. Foto di Andrea De Lotto e Fiorella Socci Andrea De Lotto
Sono gli interessi dell’industria militare a spingere la corsa al riarmo
Riceviamo e pubblichiamo da Gianni Alioti, attivista di ‘Weapon Watch’ ed uno dei maggiori esperti italiani di produzioni militari Nel 1988, il punto più alto raggiunto durante la Guerra Fredda, le spese militari nel mondo, a valori costanti, avevano raggiunto i 1.750 miliardi di dollari, nel 2024 le stesse hanno raggiunto ii massimo storico di 2.718 miliardi di dollari (+55% in termini reali).(Fonte SIPRI) L’andamento delle spese militari – a valori costanti- dal 1988 al 2024 dimostra quanto non sia vero che abbiamo goduto di un “dividendo della pace”. Ciò è vero solo nella prima metà degli anni ‘90 per effetto degli accordi di disarmo tra Urss e Usa e tra la Nato e il Patto di Varsavia, che sancirono la fine della ‘Guerra fredda’. Poi le spese militari hanno ripreso a crescere (specie dal 1999), con una flessione negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008-2009, per poi impennarsi negli ultimi dieci anni. Sul piano ReArm Europe, l’ingente trasferimento di risorse pubbliche verso le spese militari (+800 miliardi entro i prossimi quattro anni e l’obiettivo del 5% del Pil entro il 2035) e la preparazione alla guerra con la Russia, si innesta su un decennio (2014-2024) di crescita delle spese militari nei paesi Ue (+ 121%) e della voce armamenti (+325%)- dati depurati dall’inflazione – (Fonte Consiglio Europeo). L’ultimo rapporto della Agenzia europea della difesa ha confermato che l’anno scorso, le spese militari nei 27 paesi Ue hanno raggiunto 343 miliardi di euro e quest’anno raggiungeranno i 392 miliardi di euro (+11% in termini reali). E’ grave che il piano di riarmo europeo sia stato imposto dalla Comunità Europea senza un vero dibattito pubblico e una approvazione parlamentare, sia per le ragioni etiche e politiche che per le conseguenze sulla tenuta del welfare e sulle politiche di contrasto alla crisi climatica. Rispetto al coordinamento del piano ReArm Europe, ai fini di una difesa comune europea e del rafforzamento dell’industria europea della difesa, all’orizzonte di questa Ue non c’è in agenda alcun percorso per una difesa comune europea. Per la prima volta, invece, la Comunità Europea ha un commissario all’industria della difesa e dello spazio. Rispetto al passato, il budget europeo destinato a spese militari sarà tale da poter favorire politiche di coordinamento e integrazione dell’industria europea. Sono gli interessi dell’industria militare pertanto, a condurre le danze con la politica in Europa, a pieno servizio del complesso militare-industriale e finanziario. Ad esempio, la tedesca Rheinmetall è il più importante hub europeo sia per l’espansione a Est delle produzioni militari,compresa l’Ucraina, sia nel potenziamento del settore del munizionamento e dei veicoli corazzati a livello globale (a partire dalla joint venture con Leonardo). Nei fatti, le scelte strategiche di Rheinmetall confermano come, prescindendo dalla retorica sul recupero di autonomia dell’industria europea verso quella americana nel campo della difesa, non emerga in realtà una strategia coerente in ambito Ue. Un’industria militare europea in competizione con quella nord-americana non esiste, mentre c’è una compenetrazione e interdipendenza produttiva e tecnologica tra le due sponde dell’Atlantico. Insieme a un’integrazione dei mercati, con una presenza diretta reciproca delle aziende Usa nel mercato europeo e delle aziende europee nel mercato americano, è presente, soprattutto, una integrazione finanziaria. Gli azionisti che controllano le cinque maggiori aziende al mondo per fatturato militare sono anche i principali azionisti delle più importanti aziende europee: Airbus, BAE Systems, Rolls Royce, Leonardo, Hensoldt, Rheinmetall, JSC Ukrainian Defense Industry ecc. E’ questa la vera dinamica che ci spinge al riarmo ! Redazione Italia
Oltre 800 organizzazioni invitano gli europarlamentari a trasferire i fondi dalla guerra alla pace
Egregi/e componenti del Parlamento Europeo, la prossima settimana sarete chiamati a votare su una questione cruciale, il bilancio 2026 e altri voti e negoziati importanti sono in programma o già in corso, tra cui il prossimo bilancio a lungo termine dell’UE (QFP 2028-2034) e una serie di “pacchetti omnibus”, ovvero processi di deregolamentazione. Tutte queste proposte prevedono aumenti massicci della spesa militare e regali all’industria degli armamenti. Vi chiediamo con forza di opporvi a queste mosse pericolose e di reindirizzare le risorse verso politiche di pace autentiche. Siamo Stop ReArm Europe, una coalizione di oltre 800 organizzazioni e movimenti della società civile di tutta Europa, che rappresentano una varietà di settori e/o contesti politici e abbiamo qualcosa in comune. Vogliamo una sicurezza autentica, ovvero una sicurezza incentrata sui bisogni umani quali la sicurezza ambientale e climatica, la sicurezza alimentare ed economica, la sicurezza sociale e sanitaria, la sicurezza comunitaria e politica, per gli europei e per tutti i cittadini del mondo. Vogliamo una pace trasformazionale e giusta che includa le condizioni necessarie per il prosperare delle società, quali l’affrontare le cause profonde dei conflitti, il buon governo, la libertà e la promozione del potenziale creativo umano. In breve, una sicurezza comune sia per gli Stati che per i popoli. In qualità di attori della società civile, siamo più determinati che mai a fare tutto ciò che è in nostro potere per realizzare questo obiettivo, ma non possiamo farlo da soli. Abbiamo bisogno del vostro aiuto in qualità di decisori politici; abbiamo bisogno del vostro aiuto per fare dei valori universali dei diritti umani e del diritto internazionale i principi guida delle politiche dell’UE e per porre fine a decenni di pratiche basate su due pesi e due misure, che sono diventate così evidenti negli ultimi anni. La stessa storia dell’integrazione europea la rende particolarmente vulnerabile all’influenza indebita degli interessi delle imprese, come dimostrato da numerose relazioni e le politiche di riarmo non fanno eccezione a questa regola; anzi, è proprio il contrario. La discreta ma potente attività di lobbying dell’industria degli armamenti ha svolto un ruolo decisivo nell’adozione dei primi sussidi dell’UE dieci anni fa e da allora la sua influenza sulle politiche europee sia militari che civili ha continuato a crescere. I budget destinati alle attività di lobbying delle dieci maggiori aziende produttrici di armi sono aumentati del 40% tra il 2022 e il 2023. Solo nel 2025 (fino a ottobre), la Commissione ha incontrato 89 volte i lobbisti dell’industria degli armamenti per discutere di riarmo e geopolitica, e solo 15 volte i sindacati, le ONG o gli scienziati sugli stessi argomenti. Nel frattempo, i membri del Parlamento Europeo hanno incontrato la lobby delle armi 197 volte tra giugno 2024 e giugno 2025, rispetto alle 78 volte dei cinque anni precedenti. Di conseguenza, il cosiddetto piano di “prontezza alla difesa” per la presunta autonomia europea si riduce in ultima analisi a sovvenzionare grandi aziende militari, spesso internazionali, a incrementare la produzione e ad aumentare le vendite di armi, comprese le esportazioni al di fuori dell’Europa. Il pacchetto “difesa omnibus” segue la stessa logica, in quanto deregolamenta ulteriormente le norme sociali e ambientali, nonché gli standard etici e di esportazione di armi, distoglie risorse dai programmi civili come la politica di coesione e stravolge i principi della finanza sostenibile, il tutto nell’interesse del settore degli armamenti. Quando sarà abbastanza per l’industria degli armamenti? Oltre a indebitare l’Europa, e quindi i suoi cittadini, a vantaggio dell’industria degli armamenti e di un modello economico estrattivo e iniquo, i piani di riarmo sottraggono risorse finanziarie, umane e politiche alla sicurezza umana, dalla prevenzione e dalla risoluzione pacifica dei conflitti e dalle grandi sfide che l’umanità deve affrontare, dal cambiamento climatico alla perdita di biodiversità o alla crisi sanitaria, solo per citarne alcune. E la proposta per il prossimo quadro finanziario compie un ulteriore passo in questa direzione, poiché prevede un aumento di cinque volte del bilancio destinato direttamente alle politiche di difesa e spaziali, oltre a programmi civili ampiamente aperti all’industria degli armamenti. Con il bilancio complessivo dell’UE che rimane praticamente stabile, ciò comporta necessariamente una diversione delle risorse finanziarie precedentemente destinate alle politiche civili, anche se la profonda ristrutturazione del QFP (Quadro Finanziario Pluriennale) rende molto difficile identificare trasferimenti specifici. Nel complesso, il piano ReArm Europe del marzo 2025, insieme a tutte le politiche precedenti e successive ad esso correlate, è destinato al fallimento perché rafforzerà essenzialmente l’insicurezza europea e globale, alimenterà la corsa globale agli armamenti – che a sua volta alimenta i conflitti armati – ed esacerberà il cambiamento climatico e il danno ambientale, data l’impronta di carbonio e ambientale delle forze armate. È questo il futuro che voi e noi desideriamo per la prossima generazione? Noi no e siamo convinti che nemmeno voi lo desideriate. Vi esortiamo quindi a trasferire i fondi dalla guerra alla pace, al fine di creare le condizioni ambientali, economiche, sociali, politiche e diplomatiche per una pace positiva, la sicurezza umana e la sicurezza comune. Ci sono una serie di misure concrete e decisioni che potete adottare nelle prossime settimane e nei prossimi mesi per iniziare a preparare un futuro migliore. In particolare, vi esortiamo a: 1. Respingere il bilancio 2026 nella votazione plenaria della prossima settimana e chiedere: * di riavviare con urgenza i negoziati per ridurre i sussidi all’industria degli armamenti e aumentare gli stanziamenti destinati alla diplomazia e alla prevenzione e risoluzione pacifica dei conflitti * la fine di tutte le clausole di esenzione che impediscono il normale controllo parlamentare su tutti i programmi relativi al settore militare 1. Difendere le norme sociali e ambientali nonché gli standard etici, opponendosi alle diverse proposte dell’«omnibus per la difesa», in particolare: * impedire che il Fondo europeo per la difesa inizi a finanziare attività di sperimentazione al di fuori dell’Europa, poiché ciò consentirebbe di utilizzare il denaro dei contribuenti dell’UE per testare armi e tecnologie militari in qualsiasi zona di guerra, come Gaza e l’Ucraina; * opporsi entro il 29 novembre alla proposta di limitare la definizione di armi controverse alle armi proibite, fintantoché l’UE finanzia lo sviluppo di armi dirompenti; * respingere l’allentamento dei trasferimenti di armi all’interno dell’UE, che è in contraddizione con gli obblighi dei Paesi dell’UE ai sensi del diritto internazionale; * respingere l’estensione delle esenzioni e delle deroghe alle norme in materia di lavoro, sostanze chimiche, ambiente e altre norme a favore dell’industria degli armamenti; * respingere l’allentamento degli obblighi di rendicontazione dell’industria degli armamenti nell’ambito dei quadri esistenti in materia di responsabilità delle imprese e sostenibilità. 1. Respingere l’attuale proposta del prossimo quadro finanziario pluriennale (QFP 2028-2034) per quanto riguarda i seguenti aspetti: * respingere il Fondo per la competitività che stanzia 130 miliardi di euro per le armi e lo spazio militarizzato * respingere la diversione di programmi civili, in particolare la ricerca civile come Horizon, nonché i programmi digitali, di mobilità, di coesione e altri, per scopi militari * riassegnare tali fondi al rafforzamento della diplomazia e degli aiuti esterni, con una chiara attenzione alla lotta contro il cambiamento climatico, la povertà e la disuguaglianza, nonché alla tutela dei diritti umani e dell’ambiente e un sostegno risoluto e coerente alla risoluzione pacifica dei conflitti con il coinvolgimento delle donne, dei giovani e delle comunità emarginate 1. Opporsi con forza alle attuali pressioni volte a limitare in modo significativo la capacità e la legittimità degli attori della società civile di controbilanciare l’influenza delle imprese a livello dell’UE; l’attuale equilibrio di potere è già fortemente sbilanciato a favore degli interessi delle imprese e un’ulteriore emarginazione delle voci della società civile rappresenta una minaccia diretta al dibattito democratico nell’interesse pubblico. Se desiderate interagire e discutere con noi delle questioni sollevate in questa lettera, vi preghiamo di contattarci all’indirizzo contact@stoprearm.org. Saremo lieti di organizzare incontri online in cui potrete scambiare con molti di noi le vostre opinioni, speranze e progetti per la pace. Vi ringraziamo per l’attenzione e restiamo in attesa di un vostro riscontro. A nome della campagna Stop ReArm Europe Il team di coordinamento di StopReArm Europe Scarica la lettera e gli indirizzi email dei parlamentari italiani     STOP ReArm Europe