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Paura per la Terza Guerra Mondiale ma pochi consensi alla corsa al riarmo
Sono assai interessanti e rivelatori i risultati di un sondaggio condotto da Politico negli Stati Uniti, in Francia, Germania, Gran Bretagna, Canada su 10.289 persone e presentato alla vigilia della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco. Secondo il sondaggio, il 46% degli statunitensi e il 43% dei britannici credono che la […] L'articolo Paura per la Terza Guerra Mondiale ma pochi consensi alla corsa al riarmo su Contropiano.
February 15, 2026
Contropiano
La spesa militare porta alla crescita economica? Un’analisi critica
> Sentiamo spesso dire in ragione della guerra in Ucraina che il riarmo è un > imperativo della politica sulla sicurezza. Ancora più forte è il consenso su > un altro argomento: se lo Stato aumenta la domanda di armamenti, questo da una > spinta alla crescita economica. La giustificazione a tale argomento é da trovare nella strategia economica del keynesismo militare, secondo cui gli investimenti statali in armamenti, finanziati dal debito, dovrebbero stimolare l’economia e combattere la disoccupazione. Preso atto dell’attuale recessione, secondo questo argomento gli armamenti potrebbero anche rappresentare un’opportunità economica e tecnologica (1). Questa spesso è l’opinione anche di coloro che sono critici nei confronti del riarmo: se gli investimenti statali in armamenti portano effettivamente alla crescita economica, ciò crea anche margine di manovra per future spese sociali e nell’istruzione. A maggior ragione, i sindacati dovrebbero verificarne criticamente la plausibilità. MOLTIPLICATORE FISCALE Nel dibattito sugli effetti economici della spesa pubblica militare, il moltiplicatore fiscale è il parametro fondamentale. Esso indica di quanto aumenta o diminuisce il prodotto interno lordo (PIL) quando lo Stato modifica la propria spesa. Gli economisti Tom Krebs e Patrick Kacmarczyk hanno attualmente calcolato un valore massimo di 0,5, forse addirittura vicino allo zero, per la spesa militare (2). In concreto: ogni euro investito genera al massimo 50 centesimi di produzione economica aggiuntiva, forse anche nulla. La causa: gli armamenti sono beni industriali non riproducibili. Un semplice confronto rende chiaro questo calcolo. La produzione di un carro armato richiede risorse e manodopera specializzata simili a quelle necessarie per la produzione di una locomotiva (3). Il carro armato rimane poi, si spera, nel suo deposito, mentre il locomotore trasporta merci e persone, contribuendo così a una nuova produttività e a nuove entrate fiscali. Per fare un confronto: gli investimenti nelle infrastrutture civili pubbliche raggiungono un moltiplicatore fiscale quattro volte superiore, ovvero 2. Per quanto riguarda la spesa per l’istruzione e l’assistenza, i due ricercatori hanno calcolato addirittura un moltiplicatore pari a 3, ovvero sei volte superiore. RISCHIO DI INFLAZIONE O MOTORE PER L’OCCUPAZIONE? Ma non sono solo i valori bassi del moltiplicatore fiscale a mettere in dubbio la promessa del keynesismo militare. Ingenti investimenti previsti nell’armamento fanno aumentare la domanda di materie prime e di manodopera qualificata, con conseguente aumento dei prezzi. Se la scarsità dell’offerta fa aumentare i prezzi dei materiali, ciò può portare all’inflazione. Così ha sottolineato anche la presidente della BCE (Banca Centrale Europea N.d.T.) Christine Lagarde rispondendo a una domanda del deputato europeo Fabio De Masi (4). E allo stesso tempo il settore civile rimane indietro, poiché non è in grado di competere per i materiali e la manodopera qualificata, rimanendo a mani vuote. Gli investimenti unilaterali nella difesa portano a una concorrenza spietata a scapito degli investimenti necessari nella protezione del clima, nell’istruzione, nell’assistenza sanitaria di qualità e in alloggi a prezzi accessibili. La perdita di posti di lavoro comporta sempre anche un indebolimento dei sindacati. L’argomento dell’occupazione diventa quindi facilmente una leva per ricattare. Ma il settore degli armamenti potrebbe diventare un motore per l’occupazione? Un confronto quantitativo indica una direzione diversa: gli investimenti statali in settori come l’istruzione, la sanità, l’assistenza o le infrastrutture rispettose del clima generano un effetto sull’occupazione da due a tre volte superiore (5). AUMENTANO LE EMISSIONI DI CO2, IL KEYNESISMO VERDE È TROPPO DEBOLE La revisione del freno all’indebitamento punta unilateralmente sull’aumento delle spese per gli armamenti. In questo modo viene sovvenzionato in modo permanente un settore noto per le sue enormi emissioni di CO2. Dei 500 miliardi del fondo di investimento per i prossimi 12 anni, 100 miliardi dovrebbero essere destinati alla tecnologia verde. Tuttavia, gli 8,33 miliardi all’anno sono una cifra troppo esigua per realizzare la transizione verso un’economia sostenibile e rispettosa del clima. La decisione di aumentare massicciamente le spese militari mette in secondo piano gli investimenti in un ambiziosa protezione del clima (6). Senza sufficienti sovvenzioni statali, le misure per la protezione del clima si riducono alla tariffazione e alla regolamentazione delle emissioni di CO2. L’onere dell’abbandono dei combustibili fossili ricade quindi unilateralmente sulle aziende e sui privati. Ciò farà perdere ancora più consenso alla transizione climatica e rafforzerà le resistenze. AUMENTARE LE QUANTITÀ Una fetta considerevole degli appalti pubblici finisce nelle mani di aziende americane. Questo riduce l’impatto positivo sul territorio nazionale. Secondo il Libro bianco dell’UE, entro il 2030, miliardi di investimenti dovrebbero fluire per far crescere la quota di mercato degli armamenti europei dal 20% al 50%. Tuttavia, a causa delle quantità limitate, la produzione europea spesso non riesce a tenere il passo con i concorrenti americani. Per diventare redditizi, i volumi devono aumentare. Le quantità di approvvigionamento europee da sole non sono sufficienti. Si creano eccessi di capacità e la pressione dell’efficienza economica spinge il settore a cercare mercati di sbocco anche all’estero. Con l’aumento delle esportazioni di armi, tuttavia, crescono i rischi di un’escalation più rapida dei conflitti, di un prolungamento delle guerre e della distruzione dei mezzi di sussistenza. CORRUZIONE E PROFITTI ECCESSIVI Poiché la concorrenza tra i produttori di armi è scarsa e le procedure di appalto sono spesso poco trasparenti, l’aumento della spesa porta già oggi a corruzione e profitti eccessivi. T. Krebs e P. Kaczmarczyck spiegano che la spesa pubblica aggiuntiva per gli armamenti non aumenta la produzione, poiché le capacità sono già sfruttate al massimo. Al contrario, essa finisce “principalmente nelle tasche dei proprietari delle aziende produttrici di armi sotto forma di dividendi più elevati”. (7) Mancano strutture di controllo permanenti per impedire reti poco trasparenti tra l’industria degli armamenti e la politica. Non solo rischiamo di perdere margini di manovra economici nel settore civile, ma ci esponiamo anche a un’influenza incontrollata delle lobby. Gli stretti legami tra industria degli armamenti, politica, media mainstream ed esercito rischiano di consolidarsi in un complesso militare-industriale-pubblicistico. QUANDO IL RIARMO AUMENTA, SONO SOPRATTUTTO I LAVORATORI A SOPPORTARNE IL PESO Anche se si ragiona in termini puramente economici, tralasciando le questioni etiche, la conclusione rimane la stessa: gli investimenti statali in senso keynesiano non garantiscono il nostro tenore di vita in modo duraturo. Ci si possono aspettare al massimo effetti a breve termine. L’attuale sospensione del freno all’indebitamento per le spese militari occulta il nesso tra riarmo e smantellamento dello Stato sociale. Infatti, il riarmo a credito non può continuare all’infinito. Già il rimborso degli interessi sul prestito per gli armamenti deve essere pagato dal bilancio ordinario, che continua a essere soggetto al dominio del debito. Il potenziamento dell’esercito tedesco fino a renderlo il più forte d’Europa, come annunciato dal cancelliere Merz, ci rende più poveri! (8) “Cannoni” e “burro” non sono conciliabili. Sono destinati ad aumentare i ripetuti attacchi al reddito di cittadinanza, alla giornata lavorativa di otto ore, alla retribuzione in caso di malattia, alle infrastrutture sociali come l’assistenza ai giovani e l’integrazione, ai corsi di integrazione o ai vari centri di consulenza. Anche nel campo dell’istruzione e della cultura non si esita a procedere a tagli. La salvaguardia delle conquiste sindacali sarà possibile solo in condizioni di pace. L’impegno sindacale non può quindi limitarsi alle condizioni salariali e di lavoro, ma deve comprendere anche le domande relative alla guerra e alla pace. Quando il riarmo aumenta, sono soprattutto i lavoratori a sopportarne il peso. Autore ospite:  Gabriele Heller, Gruppo di lavoro Educazione alla pace e politica di pace della GEW – Gewerkschaft Erziehung und Wissenschaft (sindacato dell’istruzione e della scienza) di Berlino Note: 1. Katherina Reiche, Ministra dell’economia in: n-tv.de/wirtschaft/Reiche-wuerde-Ruestungsfirmen-aus-Transformationsfonds-foerdern ︎ 2. Patrick Kaczmarczyk, Tom Krebs: Höhere Militärausgaben werden die deutsche Wirtschaft kaum beleben, in Surplus, 19. Juli 2025 ︎ 3. Wolfgang Edelmüller: Europas Rüstung und ihre wirtschaftlichen Folgen, in Makroskop, 21. Mai 2025 ︎ 4. Ralph Schmeller: EZB zerlegt EU-Narrativ: Aufrüstung bringt kaum Wachstum, in Berliner Zeitung, 16. Dezember 2025 ︎ 5. Heike Dierbach: Ausgaben für Rüstung statt Soziales bringen wenig wirtschaftlichen Nutzen, Greenpeace-Studie, 8. Dezember 2023 ︎ 6. Isabella Weber und Tom Krebs: Der Militärkeynesianismus schadet der Klimawende, in Surplus, 13. März 2025 ︎ 7. vedere 2 ︎ 8. Ralf Krämer in: Gewerkschaften in der Zeitenwende, Ulrike Eifler (Hg.), vsa-Verlag, 2025 ︎ -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI ANNA SETTE. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Forum Gewerkschaftliche Linke Berlin
February 13, 2026
Pressenza
“Se vuoi la pace prepara la pace”. Presidio a Viareggio
Domani inizia il famoso Carnevale di Viareggio e nella passeggiata fa bella mostra di sé la pubblicità del carro che stigmatizza il Rearm-EU. Quale miglior occasione! A nome del Forum per la Pace Versilia abbiamo distribuito un volantino sul tema con un testo molto semplice, alla portata di ogni lettore, per denunciare l’enorme aumento delle spese militari a danno di quelle sociali, la crescente militarizzazione della scuola e della società e affermare la necessità del disarmo. Tempi duri per i volantini cartacei, entrati in competizione con i post e con i reel, mentre dovrebbero essere un’integrazione visto che si rivolgono a destinatari diversi. In due ore ne abbiamo distribuiti un centinaio, molti rispondevano no grazie o passavano del tutto indifferenti. Uno mi ha detto: “Lo spreco di carta inquina”. Io ho risposto che le bombe inquinano di più. Tuttavia è stato interessante l’incontro con alcuni giovanissimi, che sembravano genuinamente interessati e il discorso è caduto sulla leva. Una signora ha detto: “Io sono per i carrarmati. Quando si presenta Putin, che fa, gli offre un fiore?” Ho ribattuto: “Un fiore potrà stupirlo. Il carrarmato di certo non lo spaventa, con le armi che ha”. Riferimenti: forumdellapaceversilia@gmail.com https://www.instagram.com/forumpaceversilia https://www.facebook.com/ForumPaceVersilia   Redazione Toscana
January 31, 2026
Pressenza
La “difesa che serve” è il 5% del PIL per fermare il crollo dell’Italia, non per le armi
La tragedia di Niscemi rappresenta l’ennesimo squarcio in un contesto nazionale segnato dall’incuria territoriale e dall’abbandono istituzionale, in un Paese ormai ridotto ad accettare il disastro ambientale come un prodotto della fatalità, rinunciando a interrogarsi sulle cause di tali eventi e sui drammatici effetti che essi generano sulla popolazione e […] L'articolo La “difesa che serve” è il 5% del PIL per fermare il crollo dell’Italia, non per le armi su Contropiano.
January 29, 2026
Contropiano
6 febbraio 2026: prima storica mobilitazione internazionale dei portuali del Mediterraneo contro la guerra
Dall’assemblea di venerdì 23 gennaio a Genova, organizzata dal sindacato USB, riparte la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici portuali contro la guerra ed il traffico di armi: venerdì 6 febbraio saranno almeno 20 i porti che parteciperanno ad … Leggi tutto L'articolo 6 febbraio 2026: prima storica mobilitazione internazionale dei portuali del Mediterraneo contro la guerra sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
USA: in un anno spese militari in aumento del 50% raggiungendo la cifra di $1500 miliardi
Proprio in questi giorni documentavamo gli straordinari profitti azionari delle imprese di armi e in particolare di quelle europee, oggi andiamo a toccare con mano quante risorse siano state assegnate, negli Stati Uniti, dal bilancio pubblico al settore militare in controtendenza rispetto alla contrazione delle spese previste per tutti i capitoli sociali, per interventi di natura ambientale oggetto di un feroce e draconiano ridimensionamento. Trump chiede in sostanza la crescita esponenziale delle produzioni militari, assicurando nei prossimi anni ordinazioni da parte degli USA e un mercato in continua espansione con la corsa al riarmo. Per questo il presidente Trump strizza l’occhio alle multinazionali della guerra, dicendo loro al contempo di attrezzarsi alle necessità assicurando sistemi militari sempre più efficienti e tecnologicamente avanti. Che il settore trainante della manifattura USA sia quello militare lo si evince dai licenziamenti che tra il 2025 e il 2026 dovrebbero raggiungere la cifra di 2 milioni e duecentomila unità distribuite in tutti i settori produttivi. La pressione sul complesso industrial-militare è evidente e foriera di guerra con un Paese che solo pochi anni or sono, in tempi di covid, ha preso atto dell’errore commesso nella esternalizzazione di tante produzioni che, riportate in parte negli USA, non hanno raggiunto i risultati sperati, risultati destinati ad arrivare dopo anni. Ma la elezione di Trump è stata possibile stringendo un occulto patto con settori del capitalismo USA che dai processi di globalizzazione produttiva hanno tratto ingenti profitti e indubbi vantaggi. Non è detto che gli annunci di Trump si concretizzino sempre e comunque, molto dipenderà dal Congresso e dal vistoso calo dei consensi alla amministrazione repubblicana che dovrà affrontare anche i dissidi interni avendo promesso, e non mantenuto, un cambio di rotta rispetto alle guerre intraprese dai democratici. Il conflitto con Musk e la destra Maga potrà indebolire alla lunga la leadership di Trump. Se un Presidente si insedia promettendo la soluzione dei conflitti militari nel mondo nell’arco di poche settimane, a distanza di mesi, o anni, queste guerre sono ancora senza soluzione, se dichiari di voler abbandonare l’interventismo armato per dedicarti ai problemi dell’America, ma poi scateni bombardamenti in ogni continente, prima o poi la realtà verrà a presentarti il conto. Intanto gli USA spenderanno non solo per il riarmo, ma anche per la sicurezza interna enormi risorse, come non avveniva dalla Seconda guerra mondiale e ad inizio anni Cinquanta con la guerra in Corea. L’aumento del budget per la difesa può anche essere utilizzato come messaggio interno, crescono le proteste popolari e contemporaneamente la repressione nelle piazze, potremmo parlare di un nuovo blocco sociale costituito da militari e da forze dell’ordine di varia natura che beneficia in termini economici e sociali dei crescenti stanziamenti per la sicurezza. Ma questa politica securitaria diventerà anche un fattore di crisi interna, la tenuta sociale tra le varie “americhe” è tutt’altro che scontata per il ricorso sistematico alla brutale repressione o alla marginalizzazione\criminalizzazione del dissenso. Trump intende aumentare la spesa militare in un anno di 600 miliardi, già oggi gli USA spendono più di tutta la UE, hanno raggiunto quasi il 40% a livello globale con ulteriori incrementi di spesa arriverebbero, nel 2027, al 50% della spesa bellica complessiva. L’attuale economia statunitense è in grado di sostenere questo ritmo e a quali costi? La domanda non è banale. Detto questo, ci dobbiamo chiedere quali saranno le coperture di questi rilevanti incrementi di spesa per le armi, riusciranno a garantire al Bilancio i soldi necessari attraverso i dazi e con la vendita dei titoli di stato, e poi come affronteranno l’elevato debito pubblico?  La prepotenza militare sarà sufficiente a costringere Paesi esteri e fondi a investire nell’acquisto di titoli americani? Il ricorso strutturale alla guerra diventa vitale anche per salvaguardare gli scambi in dollari, la dedollarizzazione dei BRICS e della Cina è una minaccia concreta alla supremazia USA senza pensare che proprio dai BRICS arrivi una alternativa di sistema. Come avviene in Italia, con il tentativo di ingabbiare la Corte dei conti, anche negli USA il neoautoritarismo trumpiano pensa a rimuovere ogni forma di controllo e di potenziale ostacolo all’azione presidenziale. Questo scontro interno alle istituzioni prima o poi presenterà il suo conto. Ammesso, ma non concesso, di trovare tutte le debite coperture finanziarie (e dovranno alzare i tassi per raggiungere le cifre necessarie),  considerati i conflitti interni ed esterni, le ripercussioni derivanti dagli eventi nazionali ed internazionali, gli scenari nell’immediato futuro si presentano tutt’altro che semplici e gli Usa dovranno fare i conti proprio con l’inadeguato approvvigionamento di greggio, metalli rari e componenti tecnologiche per la cui produzione il disegno autarchico è ancora indietro rispetto ai piani previsti. Le difficoltà dell’industria della difesa non possono essere sottovalutate, come anche i delicati rapporti con le grandi multinazionali che mal tollerano imposizioni statali, abituate a dettare le linee della politica economica e finanziaria. Le linee strategiche statunitensi, quella trentina di pagine licenziate a novembre 2025, sono brutali ma illuminanti, descrivono una Europa in decadenza, senza identità e prospettiva ed estendono la dottrina Monroe a mezzo globo prefigurando un futuro di riarmo e di guerre permanenti. E la logica del doppio nemico, interno ed esterno, prevede anche logiche securitarie e repressive, nei primi giorni dell’anno 2026 la caccia alle streghe contro i migranti ha fornito un esempio di quali potrebbero essere gli scenari futuri. Il riarmo produce anche darwinismo sociale e il fronte interno diventa il primo banco di prova di certe politiche, è bene non dimenticarlo mai e questo vale non solo per gli USA, ma anche per i Paesi europei dove gli esempi non mancano e di cui parleremo nei prossimi giorni. Federico Giusto, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Gli Stati Generali: I cattolici di fronte al dilemma delle spese militari
DI GIUSEPPE AROSIO SU GLI STATI GENERALI DEL 12 GENNAIO 2026 Ospitiamo sul nostro sito l’articolo di Giuseppe Arosio pubblicato su Gli Stati Generali il 12 gennaio 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «A proposito di sfida educativa (indicata dal papa come prioritaria) c’è una galassia di docenti, attivisti, volontari che da tempo porta avanti una campagna seria [link Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ndr] di denuncia della propaganda militarista nelle scuole e nelle istituzioni educative (lo slogan azzeccato è “da alternanza scuola-lavoro a alternanza scuola-caserma”). Ma non solo. Svolge formazione per la risoluzione dei conflitti e l’aggiornamento degli insegnamenti di storia ed educazione civica…continua a leggere su www.glistatigenerali.com. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
“Non ci arruoliamo”. Studenti protestano nelle piazze di diverse città
Negli ultimi giorni, nonostante il clima ormai festivo,  i giovani e gli studenti di OSA e Cambiare Rotta hanno manifestato sotto agli alberi di Natale installati nei centri di varie città per rispedire al mittente i regali che questo governo ha consegnato ai giovani “in età di leva”: la proposta […] L'articolo “Non ci arruoliamo”. Studenti protestano nelle piazze di diverse città su Contropiano.
December 22, 2025
Contropiano
Spese militari e strategie di bilancio: cosa aspettarsi da questo Governo
La discussione in Parlamento sulla Legge di Bilancio andrà avanti per giorni e, alla fine, a colpi di maggioranza ci sarà il voto del provvedimento, senza confronto alcuno sui contenuti, tra qualche giorno, tuttavia, qualche anticipazione degna di nota merita di essere commentata. Nelle prossime ore sono previsti gli emendamenti del Governo anche se il Ministro dell’Economia ha già precisato che non ci saranno aperture alle richieste di spesa avanzate da alcuni Ministeri. La vera manovra è stata scritta con il bilancino, cercando un sostanziale equilibrio tra le richieste NATO e quelle di Bruxelles, tra le promesse elettorali in vista delle Elezioni politiche e la credibilità di una manovra complessiva, resta insomma il solito lavoro finale di rifinitura, ma in sostanza i giochi sono fatti e l’auspicato confronto sulle aliquote fiscali, sugli aiuti alle imprese, sulle spese militari non ci sarà. Del resto, gran parte delle forze politiche, incluse molte di minoranza, si sono ben guardate dal portare il dibattito nelle piazze e nei luoghi di lavoro, ma si limitano a scarni comunicati stampa addomesticati o pettinati al punto giusto da apparire in fondo condivisibili. E, alla fine, non mancherà l’assenso dell’ANCI, che ci ha abituato nel tempo a proteste, salvo poi allinearsi sulle posizioni del Governo di turno. Veniamo, invece, alle spese militari che potrebbero addirittura crescere destinando dei capitoli di bilancio a carico di altri ministeri: non è una certezza, ma un sospetto fondato. E nella giornata del 9 dicembre, a Palazzo Chigi, si è tenuto l’incontro tra i sindacati del comparto sicurezza e difesa e il Governo presente con i parlamentari che contano, quelli insomma maggiormente rappresentativi e di peso. Il confronto era stato rinviato di pochi giorni e il suo ordine del giorno era chiaro, cioè entrare nel merito delle richieste economiche per il comparto difesa dopo alcune aperture del Ministro della Difesa Guido Crosetto, che aveva ipotizzato un regime previdenziale agevolato, misure di welfare costruite ad hoc e in fondo stipendi più alti degli altri comparti della Pubblica amministrazione. E dal cappello fatato del Governo si sono trovati i soldi mancanti ad esempio per la perequazione dei salari degli enti locali rispetto al comparto ministeri, soldi invece disponibili da gennaio per gli straordinari arretrati, sotto forma di un decreto anticipi approvato in commissione Bilancio alla Camera. Parliamo di decine di milioni di euro a tutto il comparto sicurezza a cui aggiungere interventi sulle carceri fino al rinnovo contrattuale 2025/27, il rafforzamento del fondo di previdenza complementare, sarà invece spostato di qualche settimana. Per chi veste la divisa potrebbe venir meno l’aumento di tre mesi dei requisiti previdenziali valido per i civili, inizia a profilarsi quell’atteggiamento di miglior favore per il comparto militare che poi è uno degli elementi salienti dell’economia di guerra. Non ci resta che attendere qualche giorno e scopriremo quali altri privilegi saranno inventati per favorire l’ascesa del settore militare invogliando ad indossare la divisa numeri crescenti di giovani, carne da macello per le prossime guerre che si profilano all’orizzonte. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Il vescovo Giovanni Ricchiuti: «La Cei all’opposizione del governo italiano e dell’Ue»
Parla il presidente nazionale di Pax Christi: «Bene smarcarsi da qualsiasi appoggio alle politiche di riarmo» Intervista di Luca Kocci*  al vescovo Giovanni Ricchiuti – 07/12/2025 – Il Manifesto. Riduzione delle spese militari, disarmo, servizio civile, smilitarizzazione dei cappellani militari. Sono i punti centrali di un’ampia e sorprendente Nota pastorale approvata dalla Conferenza episcopale italiana a novembre e diffusa venerdì (Educare a una pace disarmata e disarmante). Ne abbiamo parlato con monsignor Giovanni Ricchiuti, vescovo emerito di Altamura e presidente nazionale di Pax Christi, movimento che ha contribuito all’elaborazione del testo. Monsignor Ricchiuti, cosa succede nella Cei? Finalmente fra i miei fratelli vescovi si muove qualcosa. Credo che il Cammino sinodale, a cui hanno partecipato anche i laici, abbia dato slancio: nel documento finale approvato a ottobre a grandissima maggioranza (dopo che una prima versione era stata respinta dall’assemblea perché troppo timida, ndr) si chiedeva alla Cei di approfondire i temi del disarmo e della pace per immaginare alternative alla politica del riarmo. Nella Nota pastorale approvata dai vescovi si parla di riduzione delle spese militari e contrasto alle politiche di riarmo, ovvero il contrario di quello che stanno facendo governo Meloni ed Europa. La Cei è all’opposizione? Nettamente all’opposizione! Spese militari e riarmo non sono la via giusta per affrontare le crisi. Si fa riferimento anche alla guerra in corso in Ucraina e ai «pesanti investimenti sul piano degli armamenti e delle tecnologie militari che hanno fatto seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Le necessità della difesa – è scritto – non devono diventare occasione per contribuire al riarmo globale di questi anni, distraendo risorse dalla costruzione di una comunità più umana». È dall’inizio della guerra che la Chiesa sostiene che la soluzione militare non avrebbe portato la pace, ma peggiorato la guerra. Ora, dopo quasi quattro anni, a che punto siamo? L’Europa e l’Italia avrebbero dovuto seguire altre strade: non le armi, ma il negoziato. Quindi fa bene la Cei a smarcarsi da qualsiasi appoggio alle politiche di riarmo del governo. Nella Nota si elogia la legge 185/90 che regola il commercio delle armi e si chiede una «presa di distanza da quelle realtà economiche che sostengono produzione e commercio di armi», a cominciare dalle banche. La legge 185 è regolarmente sotto attacco da parte di aziende armiere e governi, invece va difesa con forza, perché è un tentativo di limitare quanto più possibile il commercio delle armi. E le “banche armate”? Qui la Chiesa dovrebbe fare autocritica, perché molti enti ecclesiastici si avvalgono dei loro servizi… È vero, ma qualcosa si sta muovendo. E comunque finalmente la Cei dice chiaramente a vescovi e parroci di rinunciarvi. Sarebbe un segno potentissimo se le 226 diocesi e le 25mila parrocchie italiane togliessero i propri conti correnti dalle “banche armate”. Proprio mentre Crosetto propone di ripristinare il servizio militare, la Nota della Cei – che sicuramente è stata scritta ben prima – lancia invece l’idea di un servizio civile obbligatorio. Un altro elemento di dissenso con il governo? Chi lo propone sostiene che il servizio militare educa i giovani. Ma perché bisogna educarli con il fucile fra le mani? Educarli a cosa, a fare la guerra? I giovani devono dire di no: in Germania sono già scesi in piazza contro un’analoga proposta, e questo è un grande segno di speranza. Mi piacerebbe che tutti tornassero a cantare Il disertore di Boris Vian, una bella canzone antimilitarista. La Nota della Cei affronta anche il tema dei cappellani militari, chiedendosi «se non si debbano prospettare diverse forme di presenza, meno direttamente legate a un’appartenenza alla struttura militare». È la proposta di smilitarizzare i preti-soldato? Pax Christi lo dice da anni: cappellani sì, militari no. È materia concordataria, ma il Concordato non è il Vangelo, si può modificare. Non c’è bisogno di un ordinario militare, basta affidare a un vescovo la responsabilità dell’assistenza spirituale dei militari. Così come non servono cappellani inquadrati nella struttura militare, è sufficiente un semplice prete che entri nelle caserme, come avviene nelle carceri e negli ospedali. È un privilegio da superare.   *Per gentile concessione dell’autore. Redazione Italia
December 8, 2025
Pressenza