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Lacrime e pallottole – le gang hondureñe
In Honduras, le gang esercitano un controllo quasi totale su alcune aree del Paese, soprattutto nelle comunità più colpite dalla povertà, dalla disoccupazione e dal limitato accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria. In questi contesti, per molti giovani, l’emarginazione e la mancanza di prospettive possono trasformarsi in un senso di disperazione. È proprio dentro questo vuoto che le gang riescono a trovare spazio, offrendo qualcosa che lo Stato e, in alcuni casi, la stessa famiglia non riescono a garantire, ovvero un senso di appartenenza, protezione, identità e sostegno economico. All’interno di un penale di alta sicurezza La storia delle “maras” affonda le sue radici lontano dall’Honduras. Le “maras” si svilupparono inizialmente tra giovani fuggiti dalle guerre civili dei loro Paesi d’origine che, arrivati negli Stati Uniti, si ispirarono alle gang di strada di Los Angeles e si organizzarono per proteggersi dai gruppi rivali. Nel corso degli anni, molti membri delle gang furono deportati nei loro Paesi d’origine, dove il fenomeno si consolidò principalmente attorno a due grandi organizzazioni: la MS-13, o Mara Salvatrucha e il Barrio 18. Con il tempo, le gang sono diventate parte della struttura sociale di alcune comunità.I loro membri sono ragazzi giovanissimi, tra i 12 e i 25 anni, e le attività criminali comprendono lo spaccio di droga al dettaglio e le estorsioni, spesso ai danni di piccoli commercianti e autisti. Ma dietro la dimensione criminale esiste una realtà sociale più complessa. Disoccupazione, povertà, violenza domestica, gravidanze precoci, famiglie monoparentali e una cultura fortemente patriarcale possono contribuire a creare condizioni nelle quali un ragazzo cresce senza strumenti e opportunità sufficienti per immaginare un futuro diverso. Per alcuni bambini e adolescenti, la gang finisce così per sostituire l’assenza della famiglia e diventare uno dei pochi luoghi in cui sentirsi riconosciuti. La violenza e l’abbandono diventano, in questo senso, due facce della stessa medaglia. Negli ultimi anni, questo sistema è stato condizionato da ciò che è accaduto nel vicino El Salvador. Il presidente Nayib Bukele ha imposto uno stato d’emergenza e lanciato una delle più dure campagne repressive mai condotte contro le gang dell’America Centrale. Decine di migliaia di persone sono state arrestate con l’accusa di appartenere alla MS-13 o al Barrio18. Operazioni militari nelle strade dell’Honduras Ma l’effetto della politica di Bukele non si è fermato ai confini salvadoregni, la sua strategia, infatti, ha mostrato alle organizzazioni criminali dei Paesi vicini che essere riconoscibili può diventare una condanna. Per anni, infatti, i tatuaggi, i simboli, l’abbigliamento e persino determinati comportamenti hanno rappresentato una forma di identità e di appartenenza alla gang. Con la repressione di Bukele, quegli stessi segni sono diventati potenziali strumenti di identificazione da parte delle forze di sicurezza, tanto che la loro visibilità è diventata un fattore di rischio. È qui che le gang dei Paesi vicini hanno dovuto iniziare a trasformarsi. In Honduras l’esperienza salvadoregna ha rappresentato un avvertimento: ciò che prima permetteva di mostrare apertamente l’appartenenza a una struttura criminale può oggi diventare una vulnerabilità. Le gang sono quindi spinte verso una maggiore discrezione, riducendo i segni di appartenenza.Non si tratta necessariamente di una scomparsa, ma della loro capacità di adattamento. Il cambiamento delle gang, però, non ha eliminato il problema, nonostante lo stato di emergenza dichiarato nel 2022 per contrastare la criminalità, l’Honduras continua a confrontarsi con livelli elevati di violenza, omicidi e criminalità legata alle armi da fuoco.A questo si aggiungono la corruzione e i rapporti tra politica e criminalità organizzata, che hanno contribuito a indebolire la fiducia nelle istituzioni. La vicenda dell’ex presidente Juan Orlando Hernández rappresenta uno degli esempi più controversi di questo intreccio. Condannato negli Stati Uniti per traffico di droga e successivamente graziato da Donald Trump, Hernández è tornato in Honduras nel 2026, riaccendendo il dibattito sull’influenza delle reti criminali all’interno delle istituzioni. Di fronte a questa realtà, la risposta dei governi è spesso stata quella della repressione. La sicurezza, però, non può essere considerata soltanto come una questione di arresti e controllo del territorio. Le politiche esclusivamente repressive rischiano di produrre abusi senza intervenire sulle condizioni che permettono alle gang di continuare a reclutare giovani. Il punto non è quindi contrapporre sicurezza e politiche sociali, come se fossero alternative. La sicurezza è necessaria per proteggere gli abitanti e permettere loro di vivere senza paura, ma può esistere una sicurezza duratura senza interrogarsi su ciò che accade prima che un ragazzo venga assorbito dalla criminalità? E non significa forse chiedersi quali luoghi, quali opportunità e quali figure di riferimento possano permettere a un ragazzo di studiare, praticare sport, imparare un mestiere e, soprattutto, immaginare un futuro che non dipenda dall’appartenenza a una gang? Perché un ragazzo può diventare autore di violenza dopo essere stato, a sua volta, vittima di abbandono, povertà o violenza. Questo non cancella la responsabilità delle sue azioni e non giustifica i crimini commessi ma permette però di comprenderne il percorso. La storia delle “maras” è, in fondo, anche una storia di giovani cresciuti troppo presto. Ragazzi che dovrebbero studiare, giocare e immaginare il futuro e che invece possono imparare a controllare un territorio, riscuotere un’estorsione o riconoscere una minaccia. Un’adolescenza che può essere sostituita da responsabilità e paure appartenenti al mondo degli adulti. Perché la violenza, per molti giovani, può diventare una lingua imparata fin dall’infanzia: una lingua fatta di paura, silenzio, appartenenza e sopravvivenza. La vera sfida, allora, non è soltanto impedire che quella lingua venga parlata ma è insegnare ai ragazzi che ne esiste un’altra. Ed è forse proprio da qui che dovrebbe iniziare ogni racconto sulle gang, ovvero non dalla domanda su quanti ragazzi siano diventati criminali, ma da quella, più difficile, su quanti avrebbero potuto diventare altro. Tutte le foto sono dell’autore Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Lacrime e pallottole – le gang hondureñe proviene da DINAMOpress.
September 23, 2026
DINAMOpress
Ricomporre visioni di città: cosa ci dice il nuovo rapporto IFEL sulle politiche urbane italiane
UN VOLUME CHE, ATTRAVERSO LE TESTIMONIANZE DIRETTE DI AMMINISTRATORI E TECNICI, RICOSTRUISCE QUINDICI ANNI DI POLITICHE URBANE ITALIANE, METTENDO IN LUCE LA DISTANZA TRA STRATEGIE NAZIONALI, STRUMENTI DI FINANZIAMENTO E CAPACITÀ DEI COMUNI DI GOVERNARE LE TRASFORMAZIONI DELLE CITTÀ. Ci sono rapporti tecnici che restano confinati agli addetti ai lavori e rapporti che, pur nascendo come strumenti di lavoro per amministratori e uffici tecnici, finiscono per dire qualcosa di più ampio sul modo in cui lo Stato italiano governa, o non governa, le proprie città. Ricomporre visioni di città, pubblicato da IFEL nella collana Trasformazioni Urbane e curato da Federico Sartori e Dalila Riglietti con il contributo di Mecenate 90, appartiene alla seconda categoria. Sotto la veste di un lavoro di documentazione su politiche urbane, coesione e PNRR, il rapporto restituisce un quindicennio di tentativi, spesso disorganici, di dare all’Italia una politica nazionale per le città, e lo fa attraverso un metodo insolito per questo tipo di pubblicazioni: non le tabelle aggregate degli osservatori nazionali, ma le voci dirette di sindaci, assessori e dirigenti tecnici di nove città, da Bologna a Napoli, chiamati a raccontare come quella politica, sul territorio, si sia effettivamente tradotta in scelte. Il titolo è già un programma. Ricomporre significa ammettere che qualcosa si è scomposto, e il rapporto lo individua con chiarezza nella distanza tra la retorica della rigenerazione urbana, che da almeno un decennio informa i documenti strategici europei e nazionali, e la frammentazione degli strumenti attraverso cui quella rigenerazione viene concretamente finanziata e attuata. Il volume ricostruisce la genesi di questa frammentazione a partire dai primi programmi di riqualificazione urbana degli anni Novanta, passando per la stagione dei Contratti di quartiere e i Programmi integrati, fino ad arrivare, negli ultimi anni, alla sovrapposizione tra fondi di coesione europea, PON Metro, PN Metro Plus e, infine, PNRR: una sequenza di strumenti che si sono succeduti senza mai comporsi in una politica urbana nazionale stabile, lasciando ai Comuni il compito di adattarsi di volta in volta a regole di accesso, tempistiche e priorità decise altrove. Il volume è costruito in tre parti che meritano di essere lette come un unico ragionamento più che come sezioni indipendenti. La prima ricostruisce la cornice delle politiche urbane europee e nazionali, dalla nascita dell’Agenda urbana europea fino all’intreccio, negli ultimi anni, tra fondi di Coesione e PNRR, tracciando quindici anni di provvedimenti nazionali sulle città che raramente si sono succeduti secondo una logica coerente. È una parte utile proprio perché resiste alla tentazione di raccontare il PNRR come un punto di partenza, mostrando invece come il Piano si innesti su una stratificazione di strumenti precedenti, spesso mai del tutto conclusi né valutati, che continuano a produrre effetti sul modo in cui i Comuni oggi si rapportano ai nuovi fondi disponibili. La seconda parte, quella su cui si concentra la maggior parte del volume, raccoglie le prospettive di nove città raggruppate in tre contesti regionali: l’Emilia-Romagna di Bologna, Parma e Modena, la Toscana di Firenze, Livorno e Pistoia, la Campania di Napoli, Benevento e Salerno. La scelta di non limitarsi alle grandi aree metropolitane, includendo capoluoghi di dimensione media come Pistoia o Benevento, è probabilmente la decisione editoriale più significativa del rapporto, perché permette di verificare se le tensioni individuate valgano solo per le città più strutturate o attraversino l’intero sistema urbano italiano indipendentemente dalla scala. Le interviste raccolte, del resto, non si limitano al racconto dei progetti finanziati, ma restituiscono anche il punto di vista degli amministratori sui vincoli procedurali, sulle difficoltà di coordinamento tra uffici e sulla percezione, spesso esplicita, di rincorrere un’agenda decisa altrove più che di guidarla. È in questo secondo blocco che si inserisce l’analisi del PNRR, trattato non come un’anomalia ma come l’ultimo, più imponente, capitolo di questa storia. I numeri aggregati raccontano un afflusso di risorse senza precedenti verso i territori: nel solo perimetro campano analizzato nel volume, oltre 12 miliardi di euro assorbiti, pari a più di 2.250 euro per abitante. Ma è nei nove casi di studio, non nei totali regionali, che il rapporto individua il vero nodo, quello che le sintesi ministeriali tendono a lasciare in ombra: la distanza, cioè, tra le risorse che un Piano nazionale fa atterrare su un territorio e la quota di quelle risorse che l’amministrazione di quel territorio governa effettivamente in prima persona. A Napoli, città che riceve tre miliardi di euro di finanziamenti PNRR distribuiti su oltre quattromila progetti, il Comune ne amministra direttamente solo una parte minoritaria; a Benevento la sproporzione è ancora più marcata. Sono numeri che il rapporto non enfatizza in chiave polemica, restituendoli piuttosto come materiale di lavoro, ma che parlano da soli a chi li legge con un minimo di attenzione amministrativa. La terza parte, meno citata ma non meno rilevante, prova a tirare le conclusioni assumendo il Comune come nodo di ricomposizione delle politiche urbane, l’ente cioè che nella pratica amministrativa quotidiana si trova a dover tenere insieme strumenti, fondi e tempistiche pensati altrove. È qui che il rapporto propone alcune piste operative per governare questa complessità, dal rafforzamento delle strutture di missione interne fino a una maggiore stabilità degli strumenti di finanziamento nel tempo, prima di approdare, nelle pagine finali, alla sintesi interpretativa più originale del volume: quattro tensioni che, secondo gli autori, attraversano oggi qualunque politica urbana in Italia, indipendentemente dal colore politico dell’amministrazione o dalla dimensione della città. Una prima tensione oppone la visione strategica di medio periodo alla logica di spesa imposta da un Piano scandito da milestone e target trimestrali, che ha spinto molte amministrazioni a inseguire le opportunità di finanziamento più che a costruire un disegno urbano autonomo. Vi si affianca la frammentazione delle politiche settoriali, urbanistica, sociale, abitativa, ambientale, chiamate a misurarsi con problemi urbani che per loro natura sono integrati e non si lasciano governare per compartimenti stagni. Più scomoda, politicamente, è la tensione che mette a confronto le responsabilità crescenti attribuite ai Comuni con le loro capacità amministrative reali, spesso insufficienti a reggere il carico di coordinamento e rendicontazione che il nuovo modello di governance richiede. Resta, infine, il nodo del ruolo che dati e conoscenza tecnica giocano nelle scelte urbane, con il rischio che modelli previsionali e infrastrutture informative, per quanto necessari, finiscano per sostituirsi silenziosamente alla deliberazione politica, spostando altrove il luogo reale della decisione. Non è un caso che tra i temi ricorrenti nei casi di studio compaia con insistenza l’edilizia residenziale pubblica: a Napoli oltre un terzo dei progetti PNRR di trasformazione territoriale riguarda l’edilizia sociale, a Benevento la quota supera la metà. È il settore in cui le quattro tensioni si sommano con più evidenza. La casa pubblica è infrastruttura sociale di lungo periodo, eppure si trova vincolata a un cronoprogramma europeo che ne scandisce i tempi; richiede manutenzione ordinaria costante, e però compete per gli stessi fondi straordinari destinati alla rigenerazione; è terreno di diritti soggettivi degli assegnatari, ma sempre più spesso anche variabile di un processo decisionale che si consuma altrove rispetto agli enti che quel patrimonio gestiscono quotidianamente. Anche le città della Toscana e dell’Emilia-Romagna, pur muovendosi in contesti amministrativi generalmente più solidi di quelli campani, restituiscono varianti dello stesso schema: Bologna e Firenze, città con uffici tecnici storicamente più strutturati, riescono a governare quote più ampie dei propri interventi, ma anche lì il rapporto segnala tensioni analoghe tra la programmazione di lungo periodo, costruita in anni di piani strategici comunali, e la logica emergenziale imposta dai tempi del PNRR. È un dato che conferma come le quattro tensioni non siano il sintomo di un’arretratezza amministrativa localizzata, ma una caratteristica strutturale del modo in cui il Piano nazionale si è innestato sulle autonomie locali italiane, dal Nord al Sud, indipendentemente dalla qualità pregressa delle amministrazioni coinvolte. Il valore civico di un rapporto come questo, al di là della sua funzione tecnica per gli addetti ai lavori, sta proprio nell’aver reso leggibile, attraverso il racconto diretto di chi amministra, un problema che i grandi numeri nazionali tendono a nascondere: che la qualità di una politica urbana non si misura solo dalle risorse stanziate, ma dalla distanza, spesso enorme, tra chi decide dove va la trasformazione di una città e chi quella trasformazione la vive ogni giorno. Colmare quella distanza, più che accelerare ulteriormente la spesa, dovrebbe essere il criterio con cui si giudicherà, tra qualche anno, se questa stagione di investimenti straordinari avrà lasciato alle città qualcosa di più della somma dei cantieri completati in tempo, e se il metodo scelto da IFEL, dare la parola diretta a chi amministra invece di limitarsi ai numeri aggregati, diventerà uno standard anche per le prossime valutazioni sulla programmazione europea 2028–2034. Fonti * IFEL – Ricomporre visioni di città (scheda della pubblicazione) * IFEL – Online il Rapporto «Ricomporre visioni di città» Francesco Russo
July 5, 2026
Pressenza
La fabbrica dell’insicurezza
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