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«Il mondo è diventato palestinese»: da Sarah Mustafa a Luigi de Magistris, Napoli interroga la coscienza dell’Occidente
Al Festival del Giallo di Napoli la presentazione del romanzo Il giorno che non ti ho ucciso si trasforma in un confronto su Palestina, diritto internazionale, informazione, resistenza e responsabilità dell’Occidente Non è stata una semplice presentazione letteraria. Al Festival del Giallo di Napoli, il nuovo romanzo di Sarah Mustafa, Il giorno che non ti ho ucciso, è diventato il punto di partenza per una riflessione che ha attraversato memoria, occupazione, diritto internazionale, informazione e resistenza. Sul palco, accanto all’autrice, l’editore Aldo Putignano e Luigi de Magistris. Le letture di Brunella Caputo hanno accompagnato la serata, restituendo voce alle pagine del romanzo e portando il pubblico dentro l’atmosfera del racconto. Sarah Mustafa ha aperto il suo intervento ringraziando Napoli per la vicinanza dimostrata alla causa palestinese e per le mobilitazioni di studenti, associazioni e cittadini che fin dai mesi successivi al 7 ottobre 2023 hanno mantenuto alta l’attenzione su Gaza e sui territori palestinesi occupati. L’autrice ha raccontato anche le proprie esitazioni nel periodo in cui stava per pubblicare il suo primo romanzo. Mentre la guerra occupava quotidianamente le prime pagine dei giornali, temeva che non ci fosse più spazio per una narrazione diversa. Fu proprio Aldo Putignano a incoraggiarla a proseguire. Per Mustafa la letteratura rappresenta uno strumento per raccontare ciò che raramente trova spazio nella narrazione dominante occidentale: il punto di vista palestinese. Il giorno che non ti ho ucciso si colloca all’inizio degli anni Settanta e racconta l’incontro, a Pavia, tra Carla, giovane operaia italiana impegnata nelle lotte sindacali, e Omar, profugo palestinese segnato da una storia di perdita e violenza. Due destini lontani che si scoprono accomunati dalla ricerca della libertà e della giustizia. Ma il romanzo affonda le proprie radici anche nella storia personale dell’autrice. Nata in Italia, Mustafa ha vissuto da bambina in un campo profughi palestinese. Durante l’incontro ha ricordato il passaggio da una realtà occidentale a una vita fatta di acqua trasportata nelle taniche, servizi essenziali assenti e precarietà quotidiana. «Non è facile scegliere di lasciare la propria terra. In quella casa ci sono i ricordi, la propria storia, la propria vita». Il dibattito ha assunto un tono ancora più politico con l’intervento di Luigi de Magistris, chiamato da Aldo Putignano a riflettere sul rapporto tra informazione e realtà. «Credo che sia stato fatto molto in questi anni per provare a rompere la narrazione della propaganda occidentale». Secondo l’ex sindaco di Napoli, molte delle mobilitazioni nate in questi mesi hanno contribuito a riportare al centro aspetti della questione palestinese spesso rimossi dal dibattito pubblico. «Si dimentica la Nakba. Si dimentica un secolo di occupazione. Si dimentica un secolo di apartheid. Si dimentica il diritto internazionale». Per de Magistris il problema non riguarda soltanto il Medio Oriente, ma investe direttamente il rapporto tra potere e diritto nelle democrazie occidentali. «Prima c’era più ipocrisia. Formalmente il diritto internazionale esisteva, anche se veniva calpestato. Adesso si sta togliendo perfino il velo dell’ipocrisia. Si dice apertamente che il diritto vale fino a un certo punto». L’ex sindaco ha ricordato anche il clima che, a suo giudizio, si respirava nei primi mesi della guerra. «Quando andavi in televisione e parlavi di genocidio, ti interrompevano e ti chiedevano se ti assumevi la responsabilità di quello che stavi dicendo. Ti collocavano immediatamente tra i fiancheggiatori di Hamas o tra gli antisemiti». Uno dei passaggi più significativi della serata ha riguardato il tema della resistenza. Richiamando la storia antifascista della città, de Magistris ha stabilito un parallelo tra la lotta palestinese e la Resistenza italiana. «Credo che nessuno si sogni di ritenere i partigiani napoletani delle Quattro Giornate dei terroristi. Francesco Amoretti, presidente dell’ANPI, a sedici anni prese il fucile e sparò contro i cecchini fascisti che coprivano l’avanzata dei carri armati tedeschi. Nessuno avrebbe mai definito terrorista Francesco Amoretti». Da qui la distinzione che ha voluto ribadire con forza: «Il terrorismo va sempre condannato. Io ho fatto il magistrato, sono un giurista. Ma la resistenza è un’altra cosa». E ancora: «Se ti rubano la terra, se ti distruggono le famiglie, se ti negano l’acqua, se ti bombardano, se uccidono bambini, giornalisti, medici e infermieri, la resistenza non diventa soltanto un diritto. Diventa un dovere». Le parole più dure sono arrivate quando il discorso si è spostato sulle responsabilità dell’Occidente. De Magistris ha raccontato il lavoro svolto insieme ad altri giuristi per documentare quelle che definisce «complicità economiche, finanziarie, istituzionali, tecnologiche e militari». «Se noi vediamo che aziende, tra l’altro italiane, impegnate nella produzione di armi stanno al +500% di profitto, diciamoci la verità: il genocidio senza il sostegno delle forze occidentali, e non soltanto di quelle americane, non sarebbe stato possibile». «In questo Paese si stanno processando portuali che hanno fatto disobbedienza per non imbarcare merci dove c’erano armi. Si stanno processando giovani che sono scesi in piazza contro il genocidio». Secondo de Magistris, il rischio è che venga meno la fiducia stessa nelle istituzioni. «Se iniziano a dirci che il diritto internazionale non esiste o che esiste solo quando conviene ai potenti, allora avremo un problema enorme». Nel corso dell’incontro de Magistris ha ricordato anche il progetto fotografico B Twin for Gaza, che mette a confronto la vita quotidiana di una bambina palestinese e quella di una bambina napoletana, sottolineando come la solidarietà tra Napoli e Gaza trovi espressione anche attraverso la cultura e l’arte. Sul tema Pressenza aveva già pubblicato un approfondimento: L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta. Un ponte fotografico tra Gaza e Napoli In questo contesto ha sottolineato quella che considera una profonda distanza tra il sentimento popolare e le scelte dei governi. «Io credo che ci sia una dicotomia fra gli italiani e i governanti». A suggellare il senso della serata sono state anche le parole della prefazione firmata da Mario Capanna, lette da Aldo Putignano. Capanna definisce il romanzo «utile» perché contribuisce a mantenere viva la coscienza del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e richiama i pericoli rappresentati dalla guerra in corso a Gaza, dall’apartheid denunciata in Cisgiordania e dal rischio di un’ulteriore escalation nella regione. Nelle battute finali il confronto è tornato sul tema della pace. Sarah Mustafa ha sostenuto che non può esistere alcuna prospettiva di pace senza giustizia. «Per arrivare alla pace ci vuole innanzitutto libertà per il popolo palestinese». Ha ricordato l’assenza di diritti fondamentali, dalla disponibilità di acqua potabile alla continuità territoriale, e ha definito il superamento dell’occupazione una condizione imprescindibile per qualsiasi percorso politico futuro. «Bisogna essere in due a voler dialogare». L’ultimo intervento di Luigi de Magistris ha assunto il tono di una riflessione più ampia sul presente. «Pensavano di cancellare per sempre i palestinesi dal mondo. Però non si sono accorti di una cosa. E questo è il bel segreto dell’umanità. Il mondo, un po’ alla volta, è diventato palestinese». Poi la conclusione. De Magistris ha richiamato le parole di Vittorio Arrigoni, «restiamo umani», aggiungendo però la necessità di interrogarsi su quale umanità si voglia difendere. «Dobbiamo chiederci che umani vogliamo essere. Perché Netanyahu è umano. Trump è umano. E non dobbiamo nemmeno cadere nell’errore di dire che quello che stanno facendo è “da bestie”: io, sinceramente, non ho mai visto le bestie fare genocidi». La presentazione di Il giorno che non ti ho ucciso si è trasformata così in una riflessione collettiva sul rapporto tra diritto, giustizia e memoria. Una discussione che, partendo dalla Palestina, ha interrogato direttamente anche le coscienze occidentali. Sarah Mustafa Napoli ascolta la Palestina: Sarah Mustafa al Festival del Giallo Il pubblico segue la presentazione del romanzo Il giorno che non ti ho ucciso di Sarah Mustafa sullo scalone panoramico della Villa Floridiana, a Napoli. Lucia Montanaro
June 7, 2026
Pressenza
Zoccoli duri, nuove ondate e diretta telefonica con Anna Bolena da Berlino@0
Nella trasmissione di oggi, oltre al consueto viaggio musicale in lungo e in largo per il pianeta e avanti e indietro nel tempo, abbiamo avuto occasione di fare una lunga chiaccherata con Anna Bolena in diretta telefonica da Berlino per una serie di aggiornamenti sulla repressione delle lotte in solidarietà con la Palestina in Germania e sulla manifestazione per il Nakba Day prevista per questo pomeriggio con partenza da Kreuzberg. Qui potete trovare la trasmissione intera: Qui l’audio della diretta con Anna Bolena:
Zoccoli duri, nuove ondate e diretta telefonica con Anna Bolena da Berlino@1
Nella trasmissione di oggi, oltre al consueto viaggio musicale in lungo e in largo per il pianeta e avanti e indietro nel tempo, abbiamo avuto occasione di fare una lunga chiaccherata con Anna Bolena in diretta telefonica da Berlino per una serie di aggiornamenti sulla repressione delle lotte in solidarietà con la Palestina in Germania e sulla manifestazione per il Nakba Day prevista per questo pomeriggio con partenza da Kreuzberg. Qui potete trovare la trasmissione intera: Qui l’audio della diretta con Anna Bolena:
La missione Onu per salvare gli archivi dei rifugiati palestinesi
Il Guardian racconta la corsa contro il tempo dei funzionari Onu per mettere al sicuro l’immenso patrimonio cartaceo, custode della memoria palestinese dalla Nakba a oggi. Milioni di foto, documenti, atti di proprietà, certificati di nascita, di matrimonio e di morte. Un immenso patrimonio che dopo il 7 ottobre rischiava […] L'articolo La missione Onu per salvare gli archivi dei rifugiati palestinesi su Contropiano.
May 21, 2026
Contropiano
In salvo l’archivio dell’ONU sui rifugiati palestinesi
Il governo di Israele ha demolito la sede dell’UNRWA a Gerusalemme per costruirci un complesso militare. Ma non è riuscito ad attuare uno dei suoi obiettivi più importanti: la distruzione dell’archivio sui rifugiati palestinesi. Sulle macerie dell’ex sede dell’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugee) a Gerusalemme sorgerà un complesso militare israeliano. Tel Aviv annuncia il nuovoprogetto “non
IoCiSto, la voce della Palestina
MEMORIA, DOLORE E SPERANZA NELLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO LA COLLANA DI YASMIN “Ho pianto davanti alle immagini strazianti di migliaia e migliaia di uomini, donne, ma soprattutto bambini palestinesi massacrati a Gaza dall’esercito israeliano. Quindicimila bambini: un orrore che non può trovare alcuna spiegazione”. Sono le parole che padre Alex Zanotelli ha scritto in una lettera dedicata a Souzan Fatayer, autrice del libro La collana di Yasmin, presentato venerdì alla Libreria IoCiSto, nel cuore del Vomero a Napoli. Venerdì 15 maggio non era una data qualunque. È il giorno che ricorda l’esodo forzato di circa 800mila arabi palestinesi durante la guerra del 1948. È il giorno dell’esproprio delle terre e delle case, della negazione dell’identità di un popolo attraverso la mancata fondazione di uno Stato palestinese. È anche il giorno della nascita dello Stato di Israele. Per il popolo palestinese, il 15 maggio resta il giorno del lutto: l’anniversario della Nakba, la “catastrofe”, il disastro che continua a vivere come una ferita lacerante nella memoria collettiva. Alla Libreria IoCiSto, nella saletta intitolata a Giancarlo Siani, non si è svolta soltanto la presentazione di un libro, come accade ogni giorno, ma qualcosa di molto più profondo. C’erano il peso della memoria, il dolore di una terra martoriata, la rabbia e l’impotenza di non poter fare di più. C’era il pianto trattenuto delle studentesse palestinesi che, accolte a Napoli per continuare a studiare, hanno salvato sé stesse e il proprio futuro, lasciando però dietro di sé affetti, famiglie e una terra devastata dalla guerra e dalla morte. Ma c’era anche la forza della testimonianza e una luminosa speranza di chi continua a credere ostinatamente che un nuovo orizzonte di giustizia e umanità sia ancora possibile. La sala gremita ha accolto con profonda partecipazione la presentazione de La collana di Yasmin e, da subito, l’incontro si è trasformato in un intenso momento collettivo di riflessione e commozione. La collana di Yasmin, scritto a quattro mani con Domenico Borriello, non è solo un racconto intimo e delicato, nonostante le atrocità narrate, ma anche un atto di testimonianza civile. Attraverso la storia personale dell’autrice e quella della piccola Yasmin, il libro intreccia memoria, dolore e dignità, esplorando la vita tra Nablus, città natale della scrittrice, e Napoli, dove oggi vive. Con il suo racconto, Souzan Fatayer ha consegnato ai presenti non soltanto una testimonianza, ma una ferita aperta che continua a sanguinare. Con una scrittura semplice e limpida, ricca di proverbi, immagini e aneddoti, il libro assume una dimensione corale e diventa la voce di un intero popolo. Un’opera che prova a contrastare il rischio dell’indifferenza di fronte alla tragedia palestinese. Ad aprire l’incontro è stato Massimo Angrisano, referente dell’Associazione Oltremani Napoli APS, rete cittadina nata dall’impegno di attivisti e famiglie con l’obiettivo di trasformare l’accoglienza in un modello concreto di inclusione familiare, solidarietà e sostegno per le persone più fragili. Angrisano ha spiegato come l’associazione si fondi sull’idea di una comunità aperta, costruita sulla reciprocità, la gratuità e l’autenticità delle relazioni. “Cerchiamo di riempire un vuoto lasciato dalle istituzioni, che troppo spesso non promuovono reali percorsi di accoglienza e integrazione”, ha detto. “Lavoriamo per cambiare, passo dopo passo, una cultura che demonizza lo straniero, l’altro da sé. In realtà siamo tutti portatori di umanità: tutti diversi, tutti uguali”. Nel suo intervento ha poi allargato lo sguardo al contesto internazionale, definendo la tragedia palestinese “la metafora di un degrado umano e politico che attraversa il mondo contemporaneo, in Palestina come a Cuba e in Venezuela: un nuovo colonialismo che rischia di corrodere le basi stesse della convivenza civile e del rispetto reciproco”. L’impegno di Oltremani è rivolto a superare barriere e pregiudizi verso chi vive condizioni di fragilità e marginalità sociale ed economica, attraverso progetti di accoglienza per rifugiati e studenti stranieri, offrendo percorsi di vita e formazione per restituire la speranza a chi vede il proprio futuro spezzato. E proprio grazie a questi progetti, tre ragazze palestinesi oggi vivono presso famiglie napoletane che le hanno accolte, sottraendole alla guerra e permettendo loro di continuare gli studi. “Sono piccoli passi — è stato sottolineato — ma non bisogna arrendersi”. Particolarmente toccante la testimonianza di Luca, che ha raccontato come lui e sua moglie avessero inizialmente accolto con timore e scetticismo l’idea dell’ospitalità. All’inizio doveva essere una soluzione temporanea, un progetto per permettere a una studentessa di accedere a una borsa di studio e studiare a Napoli. Poi, però, qualcosa è cambiato. La conoscenza diretta della giovane Hara, il contatto umano e la condivisione quotidiana hanno abbattuto paure e diffidenze, trasformando quell’esperienza in un autentico percorso di solidarietà e crescita umana anche per la loro famiglia. Con parole semplici ma profonde, Luca ha invitato a non avere paura di aprire la propria casa a chi non ha più nulla, perché tutto gli è stato sottratto, perfino i sogni. “Apriamo la nostra casa, ma soprattutto il nostro cuore. Questo impegno ci è tornato indietro con un’enorme ricchezza umana”. E ha aggiunto: “Vedere Hara sorridente e capace di gioire per quello che oggi ha, pur portando dentro il dolore per ciò che ha lasciato dietro di sé, è stato per tutti noi una grande lezione di vita”. Poi Souzan Fatayer, palestinese di Nablus, napoletana d’adozione, docente all’Orientale e appassionata attivista per i diritti del popolo palestinese, ha catturato da subito il pubblico in un silenzio denso, quasi sospeso. Con gli occhi lucidi e la voce spezzata dall’emozione, ha ripercorso la propria vita intrecciando ricordi personali agli orrori vissuti dal popolo palestinese a Gaza. Le sue parole, cariche di tensione emotiva, hanno restituito il volto umano della guerra: quello delle famiglie spezzate, delle case distrutte, dell’infanzia violata dalla paura e dall’assenza di futuro. “Eppure il popolo palestinese è un popolo d’amore che abbraccia tutti come fratelli, oltre ogni differenza di religione”, ha detto Souzan. “Durante l’Olocausto i palestinesi hanno accolto tanti ebrei. Ma oggi l’olocausto lo subisce il popolo palestinese proprio per mano degli ebrei”. Alla domanda sul perché abbia scritto questo libro, ha risposto: “Perché gli altri devono conoscere il dolore immenso di un popolo definito terrorista, un popolo a cui vengono tolti la casa, gli affetti, la memoria, la vita stessa. Provate a immaginare se vi privassero della vostra casa, se si impossessassero della vostra acqua. Gli israeliani occupano le nostre falde acquifere e ci erogano acqua una volta alla settimana. Non potete immaginare la gioia di potersi lavare. Soffriamo la sete”. Oggi a Gaza non si muore più solo per le armi, ma si muore di fame, di freddo. Si muore per l’invasione degli insetti e dei topi che dilagano nei campi e nelle tende 4×4, che sono oggi le nuove case. Non viene permesso che entrino veleni per distruggere i topi. Si muore perché non è consentito curarsi: non esistono più ospedali né medicine. Le operazioni che vengono eseguite sono praticate senza anestesia e muoiono soprattutto i più fragili, bambini e anziani. “E le decine di migliaia di ostaggi nelle carceri senza alcuna colpa, tra cui molti medici? Azioni disumane, torture inspiegabili, come quella del medico ucciso con l’estintore nell’ano. Il progetto di Israele appare chiaro: dal fiume al mare, dal Nilo all’Eufrate, dall’Egitto all’Arabia Saudita, il sogno della Grande Israele. Ma noi vogliamo vivere nella nostra terra. Noi siamo forti come i nostri ulivi, noi non ci fermeremo. Ma abbiamo bisogno di voi: non abbandonateci”. “Ho scritto questo libro perché è necessario che la gente comune conosca la verità nelle sue proporzioni drammatiche e non soltanto ciò che l’informazione ufficiale consente di sapere. Gaza merita di essere ricostruita, l’Olocausto non lo abbiamo fatto noi”. “Non abbandonateci, parlate ogni giorno della Palestina” è stato anche l’appello accorato della giovane palestinese Shuruk, oggi studentessa alla Federico II di Napoli, che parla ancora solo in arabo e che ha ringraziato la famiglia che la ospita. Ha raccontato la gioia e, allo stesso tempo, lo strazio provato quando le è stata data la possibilità di venire a Napoli, ma al prezzo di lasciare nella disperazione tutti i suoi affetti. Tra le lacrime ha ricordato come sia stato suo padre a spingerla a non guardarsi indietro, ma a correre verso il proprio futuro. Una testimonianza di forte impatto emotivo. Con la voce rotta dall’emozione ha raccontato il distacco dalla propria terra, la sofferenza per chi è rimasto sotto le bombe, ma anche la gratitudine verso tutte quelle famiglie che hanno scelto di aprire le porte delle proprie case. Racconti semplici e autentici che hanno attraversato la sala con una forza disarmante, lasciando il pubblico immerso in un lungo e rispettoso silenzio. Nella Libreria IoCiSto ogni parola sembrava scavare nel profondo. Non c’era distanza tra chi parlava e chi ascoltava. Solo volti attenti, occhi lucidi e una partecipazione intensa e collettiva. Al termine, dopo il lungo silenzio carico di emozione, l’intera sala si è alzata in piedi in un applauso lungo, sentito, liberatorio. Un applauso che non celebrava soltanto un libro, ma il coraggio della memoria, la dignità del dolore, la speranza ostinata che, anche nei tempi più bui, non smette di credere che una nuova umanità possa ancora trovare spazio. “Non abbandonateci, non abbandonate la Palestina. Continuate a parlarne, a tenere alta l’attenzione. Abbiamo bisogno di voi, noi vogliamo sconfiggere la Morte perché amiamo la Vita”. È stato questo l’appello finale, intenso e commosso, di Souzan Fatayer. L’impegno continua. Il prossimo appuntamento è il 24 maggio, alle ore 17.30, a piazza Dante. Organizzato da Life for Gaza, vedrà sfilare in corteo un lungo sudario su cui saranno scritti i nomi dei 20.000 bambini uccisi dagli israeliani. https://www.iocistolibreria.it Gina Esposito
May 18, 2026
Pressenza
Al CNR di Faenza, la ricerca che rifiuta la guerra
La pioggia ha accompagnato l’inizio del presidio davanti al CNR di Faenza questo venerdì. Cartelli bagnati, strumenti musicali riparati alla meglio sotto gli ombrelli in via Granarolo. Poi, lentamente, il cielo si è aperto. È uscito il sole mentre le persone continuavano a parlare di guerra, ricerca scientifica, salute, ambiente, obiezione di coscienza, diritti umani e tutela dei beni comuni. Un cambiamento atmosferico che molti hanno visto quasi come un segno poetico, un legame profondo con la natura che sembrava accogliere la richiesta di trasparenza, etica e pace. Il presidio “Ceramica per la sanità, non per le armi”, organizzato il 15 maggio davanti alla sede del CNR e dell’ISSMC di Faenza, si è svolto nel giorno dell’open day dell’istituto, mentre ricercatori e tecnici aprivano i laboratori al pubblico per mostrare le ricerche sui materiali ceramici e aerospaziali. Fuori, intanto, attivisti, associazioni e cittadini chiedevano che la ricerca pubblica non venga coinvolta in progetti militari e in collaborazioni con istituzioni israeliane legate all’industria bellica. Al megafono si sono alternati diversi esponenti della società civile e del mondo della ricerca, offrendo sguardi complementari sulla responsabilità etica delle istituzioni pubbliche, degli scienziati e dei cittadini. Ha preso la parola Linda Maggiori, giornalista, scrittrice e blogger impegnata da anni sui temi dell’ecologia integrale, della mobilità sostenibile e della giustizia sociale. È intervenuto poi Pippo Tadolini del Coordinamento Ravennate per il Clima Fuori dal Fossile, ricordando le prossime tappe della Carovana “Diritti e Rovesci”. Successivamente si sono alternati il giovane attivista Gioele Angeli, in rappresentanza di OSA, Giuseppe Curcio dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e Marco Cervino, ricercatore del CNR di Bologna e membro della rete nazionale “La ricerca non va in guerra”, una rete di ricercatori contrari all’uso militare della ricerca pubblica. Tutti gli interventi hanno ribadito con forza che istruzione, università e ricerca dovrebbero rimanere spazi di crescita collettiva, confronto e pace, sottraendosi alle logiche della guerra e della produzione bellica. Mentre fuori dai cancelli proseguivano gli interventi e i canti, Linda Maggiori è entrata all’interno dell’istituto per partecipare alle iniziative dell’open day, intervenendo nella conferenza dedicata alle tecnologie aerospaziali. In un resoconto condiviso successivamente sui social, la giornalista ha raccontato di avere posto domande precise sul rapporto tra ricerca scientifica e industria militare, contestando apertamente l’idea di una scienza neutrale, separata dalle conseguenze concrete delle proprie applicazioni. Di fronte alle risposte di chi definisce la tecnologia uno strumento “neutro”, né buono né cattivo, i manifestanti hanno ricordato che questa impostazione rischia di cancellare la responsabilità etica degli scienziati rispetto agli effetti concreti delle loro ricerche. Il fulcro della mobilitazione faentina è rappresentato dal progetto “Pa Swing”, acronimo di “Spinel Windows Joining by Glass”, una collaborazione scientifica avviata nel 2024 tra l’Istituto di Scienza, Tecnologia e Sostenibilità per lo Sviluppo dei Materiali Ceramici di Faenza e il Ministero della Difesa israeliano. Secondo documenti scientifici e segnalazioni dei ricercatori, il progetto riguarda lo sviluppo di materiali ceramici trasparenti destinati ad applicazioni per mezzi militari terrestri. La questione è stata sollevata dalla rete “La ricerca non va in guerra”, composta da ricercatori e lavoratori del CNR contrari ai progetti collegati a enti governativi coinvolti nell’attuale offensiva su Gaza e nei territori palestinesi occupati. Per i manifestanti, interrompere queste collaborazioni significa applicare concretamente il principio costituzionale che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. Nei giorni precedenti all’evento, una lettera aperta era stata indirizzata alla direttrice dell’istituto, Alessandra Sanson, chiedendo che all’interno dell’open day trovasse spazio anche una riflessione critica sul rapporto tra etica, ricerca e industria militare. Nel testo si sosteneva la necessità di “una corrispondenza fra etica che ripudia i crimini di guerra e scelte individuali e istituzionali”. Secondo quanto riferito da Linda Maggiori dopo l’incontro con la direttrice, una delegazione ha consegnato una lettera chiedendo l’interruzione della collaborazione con Israele e l’avvio di progetti sanitari con la Palestina. La dirigenza avrebbe garantito libertà di espressione e dibattito interno per il personale dell’istituto, specificando però di non avere l’autonomia necessaria per interrompere unilateralmente il progetto, decisione che spetterebbe alla direzione nazionale del CNR. Il presidio si è svolto in una data dall’alto valore simbolico, il 78° anniversario della Nakba palestinese, la “catastrofe” del 1948 che segnò l’espulsione forzata di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro terre. Per le realtà organizzatrici, questa ricorrenza ha permesso di collegare la memoria storica dei diritti violati alla riflessione contemporanea sulle guerre e sulle responsabilità collettive. L’iniziativa ha mostrato come ricerca, industria e molti ambiti considerati “neutrali” abbiano invece un ruolo concreto negli attuali scenari di guerra. Ma la giornata faentina non è stata soltanto una mobilitazione contro il riarmo. È stata anche una delle tappe centrali della Carovana ambientalista e sociale “Diritti e Rovesci”, promossa da RECA Emilia-Romagna e AMAS-ER. Da aprile a giugno, la Carovana attraversa tutta la regione coinvolgendo oltre 90 associazioni, comitati e realtà territoriali sui temi della crisi climatica, del consumo di suolo, dell’inquinamento, delle alluvioni, della salute pubblica e della conversione ecologica. La tappa di Faenza ha assunto un significato particolare proprio perché ha unito questi temi a una riflessione più ampia sui diritti umani: non soltanto ambiente e diritto alla salute, ma anche guerra, ricerca scientifica, obiezione di coscienza, industria militare e libertà di dissenso nei luoghi di lavoro. A Faenza, più che gli slogan, sono rimaste impresse le immagini: le persone ferme sotto la pioggia, i dialoghi davanti ai cancelli del CNR, gli strumenti musicali e i canti, le lettere consegnate a mano, le spillette con scritto “Io non collaboro con Israele” distribuite dai ricercatori obiettori di Faenza, il tentativo ostinato di aprire spazi di discussione dentro e fuori i luoghi della ricerca. Quando il sole è comparso, illuminando bandiere, striscioni e le strade ancora bagnate, il presidio non aveva certo risolto il conflitto aperto attorno ai progetti militari. Ma aveva reso visibile qualcosa di difficile da ignorare: l’esistenza di ricercatori, cittadini, studenti e lavoratori che rifiutano l’idea che la scienza possa procedere separata da coscienza ed etica. PROSSIMI APPUNTAMENTI DELLA CAROVANA “DIRITTI E ROVESCI” : * Calendario di tutti gli eventi: https://www.recaemiliaromagna.it/ * Appuntamento sotto la sede della Regione: Bologna, 26 maggio 2026, ritrovo ore 9.00 con le reti ambientaliste, che convergeranno nella stessa giornata con il sit-in pomeridiano della rete “Basta Complicità”, in cui confluiranno anche i Giovani Palestinesi, il BDS e i Sanitari Per Gaza di Bologna per consegnare tutte le firme raccolte finora. .. video qui. > Non ci hanno permesso di fare foto o filmare gli interventi. Non hanno > permesso ad un ricercatore venuto apposta da Reggio Emilia di leggere il suo > intervento. […]  ricercatori obiettori di Faenza non possono parlare > pubblicamente del loro dissenso, tanto che nessuno di loro ha potuto parlare > nel nostro presidio. Questo ci è stato implicitamente confermato dalla > direttrice e ci sembra una cosa gravissima, che lede anche i diritti dei > lavoratori. […] Noi allora continueremo a fare presidi, sia a Faenza sia a > Roma per chiedere di fermare questa complicità criminale, e per chiedere di > iniziare progetti in campo sanitario con la Palestina. > > Continueremo a sostenere i ricercatori e le ricercatrici, a fare emergere la > verità e a non lasciare che il silenzio ricopra tutto. Basta ricerca per il > Genocidio!! > Linda Maggiori Redazione Romagna
May 17, 2026
Pressenza
Roma. Manifestazione ricorda la Nakba palestinese e sostiene la Flottilla
Sabato pomeriggio a Roma un corteo è partito da Piazza Gaza (Stazione Termini) ed ha sfilato fino a Piazza Vittorio per ricordare la Nakba palestinese – la pulizia etnica del 1948 – e per sostenere l’azione della Global Sumud Flotilla che proprio in queste ore sta cercando di raggiungere Gaza […] L'articolo Roma. Manifestazione ricorda la Nakba palestinese e sostiene la Flottilla su Contropiano.
May 17, 2026
Contropiano
Roma, il corteo della Nakba: 78 anni di resistenza palestinese
La Nakba non è una pagina chiusa della storia da ricordare distrattamente una volta all’anno. È una ferita aperta che continua a produrre sofferenza, violenza e ingiustizia. La Nakba viene ricordata il 15 maggio, data che segna l’inizio della tragedia vissuta dal popolo palestinese nel 1948. Quest’anno, tuttavia, molte mobilitazioni si sono svolte sabato 16 maggio per consentire una più ampia partecipazione e trasformare quella ricorrenza in un momento collettivo di lotta e solidarietà. Le manifestazioni tenute a Roma e in altre città italiane dimostrano che, nonostante i tentativi sempre più insistenti di delegittimare il dissenso, criminalizzare la solidarietà e imporre una narrazione univoca del conflitto, esiste ancora nel nostro Paese una coscienza civile e democratica che rifiuta il silenzio di fronte a quanto sta accadendo. A Roma, quella comunità umana, sociale e politica che non intende essere complice dell’orrore si è ritrovata in quella che i movimenti hanno simbolicamente ribattezzato “Piazza Gaza”, Piazza dei Cinquecento, dando vita a un corteo determinato a non voltarsi dall’altra parte. La manifestazione ha attraversato il centro della città, terminando il suo percorso a Piazza Vittorio Emanuele. Ciò che ebbe inizio nel 1948 con l’espulsione di oltre 700mila palestinesi dalle proprie terre e dalle proprie case non appartiene soltanto al passato. Siamo di fronte a un processo storico che, nel corso dei decenni, ha assunto forme diverse, ma ha mantenuto un tratto costante: l’occupazione, la negazione dei diritti fondamentali, l’espansione delle colonie e la progressiva compressione dell’autodeterminazione del popolo palestinese. Oggi questa realtà assume una dimensione ancora più drammatica di fronte a ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza. Settantotto anni di espulsioni, occupazione e negazione dei diritti del popolo palestinese, ma anche settantotto anni di resistenza e di lotta per il diritto al ritorno e all’autodeterminazione. Una resistenza che continua a camminare sulle gambe delle nuove generazioni e che rifiuta di arrendersi alla cancellazione della propria memoria e della propria identità. Chi oggi scende in piazza, sostenendo la mobilitazione internazionale della Flotilla e la parola d’ordine “Blocchiamo tutto”, non lo fa soltanto per custodire una memoria storica o per esprimere una solidarietà astratta. Lo fa per denunciare il presente, per dare voce a chi viene ridotto al silenzio e per chiedere l’interruzione di ogni rapporto politico, economico e militare con Israele, insieme alla liberazione dei prigionieri politici palestinesi. Le piazze mostrano con forza tutta l’ipocrisia dei governi occidentali. L’esecutivo italiano, in sintonia con le istituzioni europee e con una logica di progressiva militarizzazione delle relazioni internazionali continua a destinare risorse sempre maggiori al riarmo e all’industria bellica. Nel 2026 la spesa italiana per la difesa si avvicina ai 45 miliardi di euro, secondo i criteri di calcolo adottati dalla NATO, mentre nel nostro Paese si riducono investimenti e servizi essenziali come sanità pubblica, scuola, trasporti, welfare e sostegno sociale. Esiste un filo che lega le politiche di guerra e il peggioramento delle condizioni materiali delle persone. Mentre si trovano risorse per le spese militari, si continua a sostenere che non esistano fondi sufficienti per garantire diritti sociali e condizioni di vita dignitose. Questa scelta politica tradisce i principi più profondi della nostra Costituzione, nata dalla Resistenza antifascista e in particolare quel principio fondamentale che sancisce il ripudio della guerra. Assistere alla distruzione di interi quartieri, ospedali, scuole e università, alla privazione di acqua, cibo e cure per milioni di civili a Gaza senza assumere una posizione chiara, significa accettare una deriva che colpisce l’intera umanità. Non potrà esistere una pace giusta e duratura finché continueranno occupazione, colonizzazione e negazione dei diritti del popolo palestinese. La pace non si costruisce attraverso la superiorità militare, i bombardamenti o i doppi standard nell’applicazione del diritto internazionale. La pace richiede giustizia, la fine delle violenze e il riconoscimento del diritto dei popoli all’autodeterminazione. La risposta arrivata dalle piazze di Roma e delle altre città dimostra che la solidarietà internazionale e la fratellanza tra i popoli continuano a vivere nella società reale, nonostante i tentativi di anestetizzare le coscienze attraverso la propaganda. Gli studenti, i movimenti sociali, i lavoratori e i cittadini che si mobilitano rappresentano una parte importante di questo Paese. Questa mobilitazione non è un episodio isolato. Si inserisce dentro una battaglia più ampia contro un modello fondato sulla guerra, sullo sfruttamento e sulla subordinazione della vita umana agli interessi economici e militari. È la stessa battaglia che guarda alle lotte sociali, ai diritti del lavoro e alla difesa dello stato sociale. Anche per questo assume un significato importante l’appuntamento dello sciopero generale di lunedì 18 maggio: un momento di mobilitazione che intende ribadire un netto rifiuto delle politiche di guerra, del riarmo e dell’idea che le esigenze delle persone possano essere sacrificate per sostenere interessi economici e strategie militari. Non saranno le retoriche belliciste né i tentativi di restringere il dibattito pubblico a fermare questa voce. Finché esisterà un popolo privato della propria libertà, continueremo a schierarci al suo fianco, nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e ovunque sia necessario difendere la dignità umana e costruire una prospettiva di pace e giustizia. Foto di Mauro Zanella e Giovanni Barbera Giovanni Barbera
May 17, 2026
Pressenza
Palestina, Palestina
articoli di Fayha Shalash, Absam Al-Kitaa, Italo Rondinella, Ziad Majed, Giovanni Maria del Re e altro. Sommario: dichiarazione politica del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – FPLP aggiornamenti da Anbamed e da Emergency Fayha Shalash sulla condizione delle prigioniere palestinesi Absam Al-Kitaa sull’attualità della chiave Italo Rondinella sulla Global Sumud Flottilla Ziad Majed sulla strategia di distruzione israeliana