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Raccolta delle olive in Cisgiordania, arrestati attivisti solidali con i contadini palestinesi
Due italiani sono stati arrestati dall’esercito israeliano mentre erano in visita nella Palestina occupata durante la raccolta delle olive. Manuel Tartarotti, 35 anni, e il padre Alberto, 67, erano in Palestina per la campagna di solidarietà con i contadini sottoposti alle vessazioni dei coloni e dell’esercito di occupazione. Sono stati maltrattati, ammanettati con gli occhi bendati e caricati sulle camionette, per essere arrestati per un giorno e poi espulsi per terrorismo. I due si trovavano in Cisgiordania per consegnare il Premio Langer all’associazione Youth of Sumud, vinto per il riconoscimento della resistenza nonviolenta palestinese. Le forze di occupazione israeliane hanno arrestato 90 persone, tra cui il candidato democratico al Congresso Brad Lander, mentre accompagnavano dei contadini palestinesi nella raccolta delle olive nella città di Nahalin, a ovest di Betlemme. L’organizzazione israeliana Rabbis for Human Rights ha dichiarato che martedì scorso le autorità hanno arrestato Lander, candidato democratico al Congresso degli Stati Uniti per il 10° distretto di New York alle elezioni del mese prossimo, mentre partecipava alla raccolta delle olive nella Cisgiordania occupata. Brad Lander è un politico ebreo-statunitense che in passato ha ricoperto la carica di revisore dei conti della città e si è candidato a sindaco di New York. È noto anche per le sue critiche alla guerra israeliana nella Striscia di Gaza ed è un alleato di Zohran Mamdani. ANBAMED
October 22, 2026
Pressenza
Palestina. Taybeh è ancora sotto l’attacco dei coloni
Per il quarto anno consecutivo i contadini di Taybeh non potranno usufruire del loro raccolto di olive, in quanto l’accesso ai campi è impedito dai coloni, che distruggono tutti gli alberi, picchiano chi tenta di raggiungere i propri terreni e rubano i prodotti del lavoro dei palestinesi. Dal 7 ottobre 2023 Taybeh è sotto attacco da parte dei coloni integralisti israeliani che vivono negli insediamenti illegali costruiti in Cisgiordania. Attacchi notturni, incendi alle case, ai prodotti agricoli, compresi gli uliveti secolari dei palestinesi. I coloni accompagnati e protetti dai soldati dell’esercito dello Stato israeliano attaccano villaggi e città palestinesi in tutta la Cisgiordania, senza risparmiare nessuno. Il terrore, la paura, l’insicurezza sono oramai dominanti a Taybeh, dove i coloni stanno cercando di spingere la popolazione ad andarsene per impossessarsi del territorio e costringere la gente ad andare via . Il 10 agosto 2026 Taybeh è stata dichiarata dall’esercito israeliano zona militare chiusa, l’esercito ha divulgato con tutti i suoi mezzi, in arabo ed in ebraico, la dichiarazione di Taybeh zona militare chiusa a tutti coloro che non sono residenti. Le istituzioni e i cittadini chiamano l’IDF chiedendo di intervenire allontanando i coloni, ma nulla accade, anche se arrivano aiutano i coloni nelle loro scorribande. Il 70% degli appezzamenti di terreni coltivati sono oramai controllati dai coloni. Agli abitanti di Taybeh viene detto che debbono chiedere il permesso agli uffici dell’Amministrazione Civile Israeliana per potere andare a raccogliere gli olive e per andare nel loro campi . In due paesi vicino Taybeh, le istituzioni hanno seguito il percorso indicato dall’ufficio di collegamento, che è l’ufficio dell’Amministrazione Civile Israeliana, con il risultato di vedere arrivare i coloni che hanno iniziato a colpire la gente e hanno preso il raccolto, mentre i soldati non hanno fatto nulla per impedire o bloccare questa violenza. Sabato 17 ottobre, una delegazione di diplomatici francesi, belgi e polacchi, assieme al sindaco della cittadina francese Aulnoye-Aymeries hanno fatto visita a Taybeh nell’occasione dell’inizio della stagione della raccolta degli olive . Fra l’altro Taybeh ha stipulato un gemellaggio con la cittadina francese di Aulnoye-Aymeries ribadendo che “Taybeh rappresenta la presenza cristiana in Palestina”. I componenti della delegazione internazionale franco-belga sono stati attaccati da un gruppo di coloni incappucciati, che hanno aggredito il sindaco francese e rotto i vetri delle macchine della delegazione belga, obbligando tutti a esibire i loro documenti. L’umiliazione patita dalla delegazione serve certamente a mandare un segnale alle diplomazie internazionali, in modo che Taybeh venga abbandonata al suo destino. Nello stesso giorno i coloni hanno colpito un giovane del paese, aprendogli una ferita profonda alla testa, e non hanno risparmiato nemmeno una signora anziana di 74 anni, che è stata picchiata duramente. Dal 2023 sono 17 le famiglie che hanno scelto di andare via da Taybeh, perché la vita è diventata impossibile. Taybeh è circondata da 5 check point, un check point ogni km. In Cisgiordania ci sono 1350 sbarre di ferro, poste all’ingresso e uscita dei villaggi, in modo da sigillarli di notte impedendo il passaggio dei suoi abitanti. Qualsiasi necessità viene impedita, le ambulanze non possono raggiungere i paesi, gli abitanti non possono accedere agli ospedali. Qualche giorno fa, uomo ha avuto un infarto e l’ambulanza non ha potuto soccorrerlo, mentre una donna ha partorito al check point perché i soldati non hanno voluto aprire la porta per farla passare. Il lavoro non esiste, la gente non ha nessun reddito, la disoccupazione è oltre il 32% e chi lavora non riceve il suo stipendio , la gente è disperata perché non sa come andare avanti. La popolazione è allo stremo sia materialmente che psicologicamente. I coloni hanno messo le basi per altri 4 nuovi insediamenti sul terreno di Taybeh, cosa che di fatto soffocherà il paese provocando un nuovo esodo. Taybeh non sarà abbandonata al suo destino, anzi al contrario diverse municipalità italiane sono già al lavoro per firmare patti di amicizia e di gemellaggio con Taybeh, soprattutto in Emilia Romagna. Nei prossimi giorni almeno due città emiliano romagnole firmeranno accordi di gemellaggi con Taybeh. Milad Jubran Basir Giornalista italo palestinese e attivista per i diritti umani. Milad Jubran Basir
October 20, 2026
Pressenza
Ein al-Auja (seconda parte)
COME GLI ATTACCHI DEI COLONI E LA SOTTRAZIONE DI RISORSE IDRICHE HANNO CANCELLATO UNA COMUNITÀ PALESTINESE La sorgente che un tempo sosteneva la vita in questo luogo si è prosciugata, mentre le famiglie beduine fuggono dalla violenza israeliana e dal furto di risorse. “Siamo isolati” Le conseguenze devastanti della crisi idrica colpiscono anche la fauna selvatica locale e le comunità di pastori in tutta la Valle del Giordano; qui i palestinesi hanno segnalato ingenti perdite di bestiame a causa dei ripetuti attacchi, furti e confische da parte dei coloni. Le restrizioni alla circolazione e la perdita dell’accesso ai pascoli hanno aggravato la loro difficile situazione. In uno dei più gravi episodi recenti, i residenti della zona di Ein al-Auja hanno riferito che, all’inizio dello scorso anno, alcuni coloni israeliani hanno rubato circa 1.500 tra pecore e capre durante un’incursione nella comunità, infliggendo un duro colpo alle famiglie di pastori locali. Il giorno seguente, nell’area sono state rinvenute decine di carcasse di animali. La distruzione delle loro tradizionali fonti di sostentamento non ha lasciato a molti beduini altra scelta se non quella di cercare lavoro negli insediamenti israeliani vicini o di accettare impieghi stagionali e mal retribuiti all’interno dell’economia israeliana. La terra che un tempo garantiva loro la sopravvivenza è ora accessibile solo come luogo di lavoro, privo però di tutele lavorative o diritti contrattuali. Nel caso di Rashaidh, prima dello sfollamento della famiglia, le fonti principali di sostentamento erano l’agricoltura e l’allevamento. Oggi lavora come bracciante in una piantagione di palme da dattero vicino a Balqa. “È un contesto ad alto rischio: lavoriamo senza permessi e molti di noi subiscono infortuni o vengono arrestati mentre vanno al lavoro o ne tornano”, ha raccontato, sottolineando come il tragitto casa-lavoro sia segnato da pericolosi posti di blocco, sorveglianza costante e dalla minaccia sempre incombente di arresto. La frammentazione di questa comunità, al pari di molte altre in tutta la Cisgiordania occupata, ha inoltre contribuito a indebolire le reti di sostegno sociale. “Tutto è diventato lontano. Anche raggiungere i servizi essenziali ormai richiede ore”, ha dichiarato a MEE un residente sfollato di Balqa, parlando a condizione di anonimato per timore di rappresaglie israeliane. “Siamo tagliati fuori dai luoghi da cui dipendevamo”. Un genitore sfollato di Balqa, anch’egli rimasto anonimo, ha sottolineato le ripercussioni sull’istruzione: “Un tempo i miei figli andavano a scuola a piedi senza problemi. Ora si svegliano prestissimo e a volte non riescono comunque ad arrivare, perché la strada è lunga e pericolosa. Certi giorni, semplicemente restano a casa”. Turisti sotto assedio Tornando a Ein al-Auja – località che, grazie alla sua cascata e ai sentieri montani circostanti, è da tempo un’attrazione naturale per visitatori provenienti dalla Palestina e dall’estero – non sono solo i residenti a temere la violenza dei coloni. Anche i turisti sono stati presi di mira. Nel gennaio 2023, un gruppo internazionale di escursionisti – tra cui turisti americani, italiani e francesi – si è trovato di fronte a un gruppo di coloni armati, che secondo quanto riferito li ha aggrediti con bastoni e spray al peperoncino. “Siamo stati respinti verso le colline e praticamente circondati”, ha riferito a MEE un partecipante palestinese, chiedendo di rimanere anonimo per timore di ritorsioni israeliane. “Siamo stati picchiati. Due donne sono rimaste ferite, una italiana e una palestinese, mentre il resto del gruppo cercava di raggiungere una distanza di sicurezza”. Secondo il partecipante palestinese, ci sono volute ore prima che le forze israeliane arrivassero a garantire l’uscita del gruppo. Tali episodi scoraggiano ulteriormente un settore già duramente colpito dal conflitto in corso. Il turismo in Cisgiordania ha subito un duro colpo dopo lo scoppio della guerra a Gaza nel 2023; i dati ufficiali indicano perdite di milioni di dollari a causa del crollo del numero di visitatori. Nei fine settimana, le strade che un tempo vedevano il passaggio di famiglie, autobus turistici e gruppi di escursionisti diretti alle sorgenti della Valle del Giordano appaiono decisamente più vuote. I venditori, che un tempo allestivano sedie di plastica e banchetti per il tè lungo il percorso, raccontano di lunghe ore trascorse senza clienti. «Ogni fine settimana aspettavamo gli autobus provenienti dal nord e dal sud della Cisgiordania, ma ora il traffico è quasi inesistente», ha dichiarato a MEE Muhammad Taha, un venditore di Gerico. Oggi, lui e i suoi colleghi si limitano a osservare il paesaggio, anziché offrire i propri servizi ai visitatori. Battaglia legale Nel frattempo, per le famiglie costrette a fuggire dall’area di Ein al-Auja, una battaglia legale rappresenta l’ultima speranza. Nel tentativo estremo di bloccare il loro trasferimento forzato, l’anno scorso i residenti si sono rivolti all’Alta Corte, chiedendo alle autorità israeliane di smantellare gli avamposti illegali che invadono le loro terre e di agevolare il loro ritorno a casa. “Abbiamo chiesto un intervento giudiziario per fermare la progressiva scomparsa delle nostre comunità, minacciate dalla violenza dei coloni e dall’espansione degli avamposti pastorali circostanti”, ha spiegato a MEE Hassan Mleihat, supervisore generale di al-Baidar, un’organizzazione locale che tutela i diritti dei beduini. Durante le udienze, lo Stato ha negato l’esistenza di ordini formali di evacuazione, sostenendo che non vi fosse alcuna politica governativa volta a impedire il ritorno dei residenti; ciò nonostante la realtà sul campo, che molti palestinesi temono abbia reso irreversibile la loro espulsione. Lo scorso febbraio, il tribunale ha ordinato alle autorità israeliane di aiutare le famiglie a tornare alle loro abitazioni nei pressi della sorgente di Ein al-Auja e di riferire, entro 60 giorni, sulle misure adottate per garantirne la sicurezza. Ad aprile, non essendo stata rispettata la scadenza, i ricorrenti hanno chiesto all’Alta Corte di imporre allo Stato l’adempimento dei propri obblighi. Lo Stato continua a contestare tali richieste, sostenendo davanti al tribunale che non vi è alcun fondamento per dislocare una forza di sicurezza permanente nell’area. Questo caso non è affatto un’eccezione. Le istanze palestinesi volte a impedire sfratti o a ottenere lo smantellamento di avamposti vengono regolarmente respinte o bloccate dai tribunali israeliani; allo Stato viene infatti riconosciuta un’ampia discrezionalità nella gestione del territorio, anche quando è dimostrato che i residenti vi abitano da decenni. E quando il caso di Ein al-Auja è arrivato in tribunale, le ultime famiglie se n’erano già andate. Tornando a Balqa, Rashaidh sottolinea l’importanza della solidarietà, sia a livello regionale che globale, di fronte alla minaccia costante e crescente rappresentata dai coloni. “Nessuno abbandona la propria terra volontariamente; è una delle cose più difficili della vita”, ha affermato. “Ma restare soli non basta. Abbiamo difeso la nostra terra da soli e l’abbiamo persa, insieme al bestiame e all’acqua. Se non ci uniamo, perderemo tutti”. Il ricorso alle vie legali non è stato una scelta strategica, ha spiegato Mleihat, bensì un tentativo disperato di far valere i diritti dei palestinesi di fronte a una realtà in rapida evoluzione al di fuori dell’aula di tribunale, dove “il luogo era già stato svuotato”. In effetti, Ein al-Auja non è più quella di un tempo. La sorgente, che un tempo scorreva abbondante, si è ridotta a rivoli d’acqua intermittenti. Il terreno è arido e screpolato. Gli alberi sono diminuiti. L’aria è più silenziosa. Non si sentono voci di bambini né il movimento di greggi. Solo il vento, che attraversa un luogo un tempo pieno di vita. Majd Jawad, Ramallah, Palestina occupata Articolo originale: https://www.middleeasteye.net/news/ein-al-auja-how-settler-attacks-and-water-diversion-erased-palestinian-community Traduzione di Valentina Valle -Parte seconda- la prima la trovate QUI Redazione Piemonte Orientale
October 15, 2026
Pressenza
Ein al-Auja (Prima parte) : come gli attacchi dei coloni e la sottrazione di risorse idriche hanno cancellato una comunità palestinese
La sorgente che un tempo sosteneva la vita in questo luogo si è prosciugata, mentre le famiglie beduine fuggono dalla violenza israeliana e dal furto di risorse. Majd Jawad, Ramallah, Palestina occupata 13 agosto 2026 Haitham Rashaidh è stato tra gli ultimi ad abbandonare la propria casa vicino a Ein al-Auja, una sorgente naturale con cascata situata a nord di Gerico, in Cisgiordania. La sua famiglia ha smontato le tende, ha caricato tutti i propri averi su un trattore e ha intrapreso un viaggio di due ore su un terreno impervio verso al-Balqa, un’area scarsamente popolata della Valle del Giordano, dove si sono accampati accanto ai vicini, anch’essi sfollati. Lasciare Ein al-Auja è stato come perdere una parte di sé, ha spiegato Rashaidh con tristezza. Un tempo qui l’acqua scorreva impetuosa, con una portata stimata in migliaia di metri cubi al giorno; oggi, invece, il terreno è arido e la sorgente, che un tempo sosteneva una comunità beduina di oltre cento famiglie, si è ridotta a un esile rivolo. I palestinesi consideravano Ein al-Auja un’oasi di pace in una regione sotto assedio. Tuttavia, la deviazione dell’acqua da parte di Israele e i continui attacchi dei coloni hanno finito per rendere insostenibile la vita della comunità. “Non ce ne siamo andati la prima volta che hanno tentato di cacciarci”, ha raccontato Rashaidh a Middle East Eye. “Siamo tornati, abbiamo ricostruito ciò che potevamo e abbiamo cercato di andare avanti con le nostre vite”. “Ma le cose non sono cambiate”, ha aggiunto. “Ogni volta che tornavamo, la pressione si faceva più forte: più restrizioni, più attacchi, meno accesso all’acqua”. Lo scorso gennaio, giunta al limite della sopportazione, la famiglia di Rashaidh ha dovuto abbandonare la propria casa per trasferirsi a Balqa, un minuscolo accampamento beduino privo di servizi pubblici. Da lì occorrono più di due ore per raggiungere il centro abitato più vicino e Rashaidh ammette, con evidente dolore, che i suoi figli non possono più frequentare la scuola. La difficile situazione vissuta dalla sua comunità si è aggravata notevolmente negli ultimi due anni, da quando gli eventi del 7 ottobre 2023 hanno iniziato a ridefinire la vita dei palestinesi nei territori occupati. Prima della guerra a Gaza, gli episodi di sfollamento forzato nell’area di Ein al-Auja erano stati limitati: l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) aveva registrato, tra il 2017 e il 2023, solo due attacchi da parte di coloni che avessero provocato vittime o danni materiali. Tuttavia, dall’inizio del 2024, nella zona sono sorti diversi nuovi avamposti illegali di coloni israeliani e, di conseguenza, gli attacchi si sono intensificati, raggiungendo quota 38 casi documentati nell’ultimo anno. “L’accesso all’acqua è stato particolarmente compromesso; coloni, presumibilmente provenienti da questi avamposti, hanno ripetutamente tagliato o danneggiato le condutture collegate alla sorgente [di Ein al-Auja], bloccato le strade di accesso utilizzate per il prelievo e il trasporto dell’acqua, svuotato i serbatoi domestici e intimidito o aggredito residenti e pastori intenti a rifornirsi d’acqua, compromettendo gravemente i loro mezzi di sussistenza”, ha rilevato l’OCHA in un rapporto di gennaio. In un caso documentato all’inizio di quest’anno, 26 famiglie, per un totale di 124 persone, sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a causa delle continue violenze perpetrate da coloni armati e truppe israeliane. “Sembrava che stessero mettendo alla prova la nostra capacità di resistenza”, ha raccontato Rashaidh. “Alla fine, non è stato un singolo episodio a costringerci ad andarcene, ma il ripetersi continuo di tutto quanto, ancora e ancora, finché restare è diventato impossibile”. self, Public domain, via Wikimedia Commons Declino costante Il drastico e costante calo della portata della sorgente di Ein al-Auja negli ultimi anni rispecchia la scomparsa della comunità palestinese circostante. La sua portata, storicamente stimata in oltre 1.000 metri cubi all’ora – e potenzialmente doppia durante le stagioni delle piogge – è diminuita tra il 50% e il 70% negli ultimi anni e talvolta si azzera completamente, secondo Ayman Abu Zaher, un ricercatore ambientale che monitora il sistema idrico locale. Essendo una delle sorgenti storicamente più significative della regione, Ein al-Auja è stata sottoposta a una pressione crescente dovuta sia ai cambiamenti climatici sia ai pozzi scavati nelle vicinanze, ha riferito Abu Zaher a MEE. Negli anni di siccità, la ridotta ricarica delle falde acquifere, unita a un pompaggio intensivo, ha limitato la portata della sorgente. L’assetto idrogeologico della regione comprende due principali falde acquifere, ha spiegato Abu Zaher: una falda superficiale, solitamente accessibile tramite pozzi profondi tra i 70 e i 100 metri, e una falda molto più profonda che alimenta la sorgente di Ein al-Auja. Storicamente, tre pozzi gestiti dallo Stato nell’area di Ein al-Auja raggiungevano una profondità di 500-600 metri; tuttavia, negli ultimi tre decenni, le autorità israeliane li hanno approfonditi fino a quasi 1.000 metri e ne hanno aggiunto un quarto, ha riferito Abu Zaher. Secondo le sue stime, complessivamente questi pozzi estraggono ogni anno tra i quattro e i sei milioni di metri cubi d’acqua dall’acquifero profondo che alimenta la sorgente di Ein al-Auja. Quest’acqua viene poi convogliata verso gli insediamenti israeliani, anziché rifornire le vicine comunità palestinesi. Tale squilibrio è aggravato dalla capacità limitata delle fonti idriche controllate dai palestinesi nella stessa zona. Abu Zaher stima che vi siano circa una dozzina di pozzi palestinesi in loco, ma li definisce “poco profondi e insufficienti”. “L’acqua che producono non è sufficiente per l’agricoltura ed è sempre meno adatta all’irrigazione, il che spinge l’area verso la desertificazione”, ha affermato. Mentre un tempo frutteti irrigui e campi coltivati coprivano oltre 30.000 dunum (3.000 ettari) nella zona di Ein al-Auja, oggi rimangono attivamente irrigati solo circa 3.000 dunum, ha precisato Abu Zaher. Per le famiglie sfollate dalle proprie abitazioni e ora residenti in tende in aree limitrofe come Balqa, questa trasformazione non è un concetto astratto, bensì una realtà profondamente radicata nella loro lotta quotidiana per la sopravvivenza. Tra le persone più colpite vi sono le donne, spesso responsabili dell’approvvigionamento idrico per i propri nuclei familiari. Quando vivevano vicino a Ein al-Auja, potevano riempire i loro piccoli contenitori di plastica alla cascata, raccogliendo rapidamente quanto bastava per il fabbisogno giornaliero. Ora sono costrette a percorrere diversi chilometri sotto un sole cocente alla ricerca di autobotti o punti di distribuzione, tornando spesso a casa con i contenitori vuoti quando le scorte mancano o vengono respinte dalle forze israeliane. Il razionamento dell’acqua è diventato parte della loro realtà quotidiana. “Siamo state costrette ad acquistare grandi quantità d’acqua a causa della scarsità della sorgente”, ha dichiarato a MEE Naifa Zaied, sfollata a Balqa all’inizio di quest’anno. “Ma nell’ultimo anno l’esercito ci ha persino impedito di acquistarla. Alle autocisterne è stato vietato di raggiungerci”. La carenza d’acqua ha inciso su quasi ogni aspetto della vita, ha spiegato la donna, costringendo le famiglie a razionare l’acqua destinata a bere, cucinare, lavarsi e accudire il bestiame. “Un tempo avevamo l’acqua a portata di mano. Oggi, procurarsi anche solo un litro è una lotta”, ha affermato. “A volte aspettiamo autocisterne che non arrivano mai e siamo costretti a conservare l’acqua per bere, dando priorità a questa necessità rispetto a tutte le altre”. -continua- Articolo originale: https://www.middleeasteye.net/news/ein-al-auja-how-settler-attacks-and-water-diversion-erased-palestinian-community Traduzione Valentina Valle Redazione Piemonte Orientale
October 14, 2026
Pressenza
7 OTTOBRE 2023 – 2026: 3 ANNI DI GENOCIDIO, 78 ANNI DI OCCUPAZIONE E… RESISTENZA IN PALESTINA
Tre anni fa, il 7 ottobre 2023, dalla Striscia di Gaza parte l’attacco delle Brigate al-Qassam di Hamas e delle altre fazioni della resistenza palestinese che coglie di sorpresa l’esercito di occupazione israeliano. Negli scontri, prima che l’Idf – dopo diverse ore – riuscisse a riprendere il controllo militare del territorio, 1200 israeliani sono rimasti uccisi e circa 250 furono sequestrati e portati all’interno della Striscia. Da quel giorno, come rappresaglia da parte dello stato di Israele, è iniziata l’attuale fase genocidiaria dell’occupazione sionista iniziata con la Nakba del 1948. In tre anni, i bombardamenti, gli attacchi e le politiche criminali dell’esercito israeliano sulla Striscia di Gaza hanno ucciso – secondo i numeri verificati dal Ministero della Sanità di Gaza –  74.245 palestinesi e ne hanno feriti 175.267 (le vittime potrebbero essere anche molte di più, dal momento che Tel Aviv non consente l’ingresso di mezzi idonei alla rimozione delle macerie, sotto le quali potrebbero trovarsi ancora migliaia di corpi senza vita). Le ultime due vittime sono state uccise stamattina da un attacco aereo israeliano che ha colpito il campo profughi di Hamad a Khan Yunis. Il 90% delle infrastrutture di Gaza – ospedali compresi – è ridotto a un cumulo di macerie. A tutto questo si aggiungono gli attacchi, le uccisioni, i rapimenti e le demolizioni quotidiane per mano di coloni fascisti e militari israeliani in Cisgiordania. In questi giorni, sono previste iniziative di solidarietà internazionale con la resistenza e la causa palestinese in tutto il mondo. In Italia l’Unione democratica arabo-palestinese (Udap), i Giovani Palestinesi (Gpi) e altre organizzazioni dei palestinesi hanno lanciato la data del 10 ottobre. Proprio sabato, a Brescia (la città da cui trasmette Radio Onda d’Urto), appuntamento alle ore 15 in Piazza Garibaldi per partire in corteo e raggiungere insieme lo stabilimento della Leonardo per denunciare le complicità italiane con il genocidio. Su Radio Onda d’Urto ne abbiamo parlato, in questa trasmissione, con Shukri Hroub, dell’Unione democratica arabo-palestinese (Udap), e con Fabian Odeh, cittadino italo-palestinese che per lavoro si reca spesso in Cisgiordania, nostro collaboratore. Ascolta o scarica.
October 7, 2026
Radio Onda d`Urto
Cisgiordania: richiesta urgente di protezione internazionale per la raccolta delle olive
Coloni armati e protetti da Israele stanno spingendo fuori dalle proprie terre ancestrali gli olivicoltori della Cisgiordania. Le sanzioni contro una manciata di loro non fermeranno il prossimo attacco. Ogni ottobre, gli antichi uliveti del mio paese natale e dell’intera Cisgiordania occupata diventano centri dinamici di vita e lavoro. Da generazioni, per i palestinesi la raccolta delle olive è stata il battito cardiaco della nostra sopravvivenza economica e un legame vivo con i nostri antenati. L’albero d’ulivo, resistente e profondamente radicato, è un simbolo di chi siamo e del nostro legame con questa terra. Mentre si avvicina la raccolta di quest’anno, i nostri villaggi sono presi da un terrore che non avevo mai visto prima. Nelle ultime settimane, la situazione in tutta la Cisgiordania è peggiorata bruscamente. Raid militari, chiusure stradali arbitrarie e irruzioni quotidiane di milizie di coloni armati hanno trasformato le nostre campagne in una zona militarizzata. Questa stagione si preannuncia peggiore di qualsiasi altra che abbiamo affrontato. Con le elezioni israeliane fissate per il 27 ottobre, le fazioni politiche competono apertamente su chi possa assumere la postura più aggressiva nei confronti dei palestinesi. I coloni sono meglio armati che mai, dotati di fucili d’assalto ed equipaggiamento militare, e sostenuti dalle istituzioni dello Stato. Prima ancora che venga raccolta una singola oliva, la violenza dei coloni ha già raggiunto livelli record, con le Nazioni Unite che registrano una media di oltre sei attacchi al giorno ad agosto. Questo terrore ci colpisce molto da vicino. Nel mio villaggio di Qira, nel governatorato di Salfit, la mia famiglia e i miei vicini attendono la raccolta con profonda ansia. I nostri uliveti, come quelli dei villaggi circostanti, sono bersaglio delle colonie illegali e degli avamposti intorno a loro. Raccogliere dai nostri alberi, un tempo un atto di amore e sostentamento, è diventato un’impresa ad alto rischio in cui semplicemente essere presenti nei campi espone a molestie, attacchi fisici o espulsione. Il clima politico all’interno di Israele ha trasformato i nostri uliveti in campi di battaglia. I coloni estremisti agiscono con impunità perché sanno di avere il sostegno strutturale dello Stato, lo scudo legale del diritto militare e la protezione diretta dell’esercito israeliano. Milizie appoggiate dallo Stato Per capire cosa sta accadendo nei campi palestinesi, bisogna prima smontare la falsa narrazione secondo cui gli attacchi dei coloni sarebbero semplice “vigilantismo” o “attrito” tra civili. I coloni israeliani illegali agiscono come un braccio paramilitare dello Stato israeliano, compiendo appropriazioni ideologiche di terreni e atti di violenza con la copertura politica e l’avallo dello Stato, spesso facendo ciò che l’esercito regolare non può fare. I coloni vengono sistematicamente armati, finanziati e protetti dalle istituzioni ufficiali. Ministri del governo israeliano promuovono apertamente, finanziano e incoraggiano l’espansione delle colonie e la costruzione di avamposti. Quando milizie di coloni armati scendono negli uliveti palestinesi di Qira o altrove nella Cisgiordania, stanno attuando la più ampia politica dello Stato volta al trasferimento forzato e all’espansione territoriale. Quando coloni mascherati attaccano gli agricoltori con sbarre di ferro, motoseghe e munizioni vere, l’esercito non li disarma né li arresta. I soldati regolarmente fanno da guardia, fornendo copertura operativa. Se gli abitanti dei villaggi palestinesi cercano di difendere le proprie famiglie o proteggere i propri ulivi, l’esercito volge le armi contro le vittime, sparando gas lacrimogeni, pallottole d’acciaio rivestite di gomma e colpi veri agli agricoltori. I coloni forniscono la violenza fisica necessaria per spingere i palestinesi fuori dalla terra. Lo Stato fornisce le armi, l’immunità politica e i meccanismi legali per sigillare il territorio appena sottratto. La portata di questa campagna è documentata in dettaglio dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA). Durante la raccolta dello scorso anno, l’OCHA ha registrato 178 attacchi legati alla raccolta delle olive compiuti da coloni in 88 città e villaggi palestinesi, quattro volte il numero di comunità colpite nel 2020. In tutta la Cisgiordania, solo nell’ottobre 2025 si sono verificati 264 attacchi di coloni, una media di 8,5 al giorno, rendendolo il mese più violento dall’inizio della raccolta dati da parte dell’OCHA nel 2006. Oltre 6.000 ulivi e piante giovani sono stati vandalizzati durante l’anno. Espropriazione delle terre Quest’anno si preannuncia ancora peggiore. Secondo la Commissione palestinese per la resistenza al muro e agli insediamenti, nei primi otto mesi del 2026 sono stati presi di mira 49.000 ulivi, quasi il doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Circa 100.000 famiglie palestinesi della Cisgiordania dipendono dal reddito delle olive, e negli anni buoni le esportazioni portano quasi 200 milioni di dollari all’economia palestinese. Oltre a distruggere gli alberi, gruppi organizzati di coloni invadono i nostri uliveti per rubare le olive raccolte, confiscare gli attrezzi utilizzati, distruggere i magazzini, tagliare i tubi dell’irrigazione e vandalizzare i veicoli. Questa violenza va di pari passo con un sistema burocratico concepito per privarci delle nostre terre attraverso la legge sull’occupazione. L’esercito israeliano dichiara regolarmente vaste aree di terreni agricoli palestinesi adiacenti agli insediamenti, agli avamposti e alle strade di circonvallazione riservate ai coloni come zone militari chiuse, impedendone l’accesso da un giorno all’altro. Circa 128.000 dunam di terreni agricoli sono inaccessibili ai loro proprietari a causa delle restrizioni sui permessi dall’ottobre 2023. Agli agricoltori viene impedito di raggiungere i propri alberi oppure viene concesso loro un intervallo di tempo limitato a uno o due giorni durante la raccolta, in base a un meccanismo di “coordinamento preventivo”. Spesso l’autorizzazione viene concessa solo dopo che le olive sono marcite sui rami o sono state rubate. In base alle norme militari e al diritto di proprietà di epoca ottomana, fatti propri dall’Amministrazione Civile israeliana, i terreni dichiarati “terreni demaniali” o lasciati incolti perché agli agricoltori è stato impedito di raggiungerli vengono confiscati. Usando la violenza dei coloni e gli ordini militari per impedirci fisicamente di coltivare, lo Stato crea il pretesto giuridico di cui ha bisogno per assorbire i nostri uliveti nei confini delle colonie in espansione. Non ci manca la resilienza né la devozione verso la nostra terra. Ci manca la protezione fisica di base. A Qira, come in centinaia di villaggi in tutta la Cisgiordania, famiglie disarmate si trovano indifese davanti a gruppi paramilitari appoggiati dallo Stato. Per salvare i nostri mezzi di sussistenza e preservare la nostra presenza sulla terra dei nostri antenati, la comunità internazionale deve passare dai gesti simbolici all’azione concreta. Gesti simbolici Nelle ultime settimane, un gruppo di Stati occidentali, tra cui Regno Unito, Francia e Canada, ha annunciato divieti sugli scambi commerciali con le colonie israeliane e sanzioni nei confronti di singoli coloni estremisti e di organizzazioni legate alle colonie. Queste misure sono un passo nella giusta direzione, ma sono drasticamente insufficienti rispetto alla scala della nostra realtà. Sanzionare una manciata di individui ignora lo Stato che li arma e li dirige. Un divieto commerciale sui prodotti delle colonie, o un divieto di visto per pochi individui, non fermerà un gruppo armato dal scendere nei nostri uliveti di Qira domani mattina. Queste misure non alterano il calcolo di uno Stato che protegge l’aggressore e criminalizza la vittima. Finché l’architettura politica, militare ed economica che sta alla base dell’impresa coloniale rimarrà intatta e impunita, le dichiarazioni diplomatiche non riusciranno a proteggere nemmeno un ulivo né a salvare la vita di un solo contadino. Chiediamo con urgenza una forza di protezione internazionale indipendente, oppure un ampliamento della presenza di osservatori civili, dispiegata direttamente nelle zone agricole più esposte agli attacchi, inclusi villaggi come Qira, in tutta la Cisgiordania durante la raccolta delle olive. I governi occidentali devono andare oltre le misure parziali e imporre embarghi totali sulle armi, sanzioni a tutto campo e un boicottaggio completo delle istituzioni statali israeliane, delle unità militari, delle aziende e degli enti finanziari che armano, dirigono o traggono profitto dall’espansione delle colonie e dalle infrastrutture dell’occupazione. La Corte penale internazionale, che ha già emesso mandati di arresto nei confronti di leader israeliani in relazione alla questione di Gaza, deve accelerare le indagini sui casi di espropriazione di terreni, sfollamenti forzati e violenze da parte dei coloni, perpetrati con il sostegno dello Stato, in quanto crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Un albero d’ulivo richiede decenni per maturare. Una motosega o una tanica di benzina nelle mani di un colono armato possono distruggere secoli di patrimonio in pochi secondi. Ogni oliva non raccolta e ogni albero bruciato è un tentativo deliberato di costringerci a lasciare la nostra terra. Mentre un’altra raccolta delle olive si avvicina sotto l’ombra della violenza sponsorizzata dallo Stato, il mondo non può permettersi di voltarsi dall’altra parte. Esigiamo azione, responsabilità e protezione internazionale prima che la nostra terra sia svuotata dei suoi alberi e dei suoi abitanti. Articolo originale: https://www.middleeasteye.net/opinion/olive-harvest-nears-palestinian-farmers-urgently-need-international-protection Traduzione di Nazarena Lanza Fareed Taamallah
October 6, 2026
Pressenza
L’alleanza tra l’esercito israeliano e i coloni ha raggiunto un nuovo livello
Sembrava che tutto fosse già stato detto e scritto sull’incredibile ruolo che le Forze di Difesa Israeliane svolgono nei Pogrom contro i coloni in Cisgiordania. Ma questa settimana abbiamo appreso di un incidente che potrebbe superarli tutti. Un colono denuncia il furto di 12 delle sue capre da parte degli […] L'articolo L’alleanza tra l’esercito israeliano e i coloni ha raggiunto un nuovo livello su Contropiano.
September 23, 2026
Contropiano
Palestina. Dalla condanna degli insediamenti dei coloni all’imposizione di costi…
La comunità internazionale ha forse iniziato a trasformare l’attività di insediamento israeliana da una violazione costosa a un onere gravoso? La posizione di dodici paesi, tra cui Gran Bretagna, Francia e Canada, rappresenta un cambiamento che va oltre la mera condanna politica, configurandosi come un tentativo concreto di imporre costi […] L'articolo Palestina. Dalla condanna degli insediamenti dei coloni all’imposizione di costi… su Contropiano.
September 11, 2026
Contropiano
Ancora violenze dei coloni in Cisgiordania
A Nablus, un gruppo di coloni hanno tentato di incendiare nella notte una moschea nella città di Beita. Secondo fonti locali, sentite da Anbamed, i coloni hanno appiccato il fuoco a una stanza vicino alla moschea Nur al-Din Zanki dopo aver fallito nel tentativo di sfondare le porte della moschea, e hanno anche imbrattato il luogo con scritte razziste contro i palestinesi e gli arabi. Le truppe dell’esercito di occupazione hanno compiuto ieri 36 attacchi e rastrellamenti in tutte le province della Cisgiordania, con l’arresto di 39 attivisti. Gli ulivi palestinesi minacciano la sicurezza di Israele. E l’esercito li sradica. Ieri, le truppe di occupazione si sono accanite con bulldozer sugli ulivi nella strada che collega Arraba e Yaabud, ad ovest di Jenin. Qusra 25esimo giorno di assedio delle tre famiglie palestinesi da parte di coloni e esercito. L’occupazione militare israeliana sta utilizzando l’assedio per sfollare le tre famiglie, limitando il loro accesso ad acqua, elettricità, cibo e altri beni di prima necessità. La storia dell’assedio risale al 21 gennaio 2026, quando i coloni ebrei israeliani hanno stabilito un avamposto a 500 metri dalle tre case. Poi i coloni hanno eretto una tenda a 20 metri dall’abitazione della famiglia Hassan. La tenda, fin dal momento in cui fu montata, divenne un punto di accesso per le visite dei coloni e un punto di partenza per molestie e attacchi alle case dei palestinesi. La signora Hassan ha dichiarato in un’intervista: “Le nostre case si trovano a Jabal Ras al-Ain e sono isolate dal resto della città, a circa un chilometro di distanza. Ora, l’esercito israeliano ha trasformato le nostre case in una zona militare chiusa, impedendoci di uscire o entrare, di andare al lavoro, di visitare i familiari o di andare in ospedale senza previa autorizzazione. Spesso, i coloni ignorano questa autorizzazione e ci attaccano anche dopo averla ottenuta”. Ha aggiunto: “L’assedio ha avuto un impatto devastante sulle nostre vite. Non possiamo uscire per comprare da mangiare e i coloni ci attaccano quotidianamente. Hanno interrotto la fornitura di elettricità e acqua, e siamo riusciti a ripristinarle solo pochi giorni fa. Quando mia figlia si è sentita male, sono riuscita a portarla fuori grazie a un po’ di coordinamento e ho chiamato un’ambulanza. Tuttavia, il primo tentativo è fallito perché i coloni si sono opposti all’ambulanza. Il giorno dopo, hanno cercato di rovesciare l’ambulanza e ci hanno aggredito mentre stavamo andando via, mettendo a rischio le nostre vite”. Hassan aveva lasciato temporaneamente la sua casa per far curare la figlia di due anni e mezzo. Al suo ritorno, ha scoperto che l’esercito di occupazione aveva trasformato la sua casa in una caserma. Lei, suo marito e le loro due figlie hanno trascorso un’intera settimana dai vicini. Ha proseguito, con la voce piena di angoscia: “L’esercito di occupazione ha lasciato la nostra casa e, al mio ritorno, ho trovato tutto devastato. Viviamo sotto assedio, sia da parte dell’esercito che dei coloni, che ci lanciano pietre contro”. ANBAMED
September 2, 2026
Pressenza
Non esiste il “terrorismo ebraico”, esiste solo il terrorismo israeliano
Un’israeliana come voi o come me viene intervistata dal giornalista britannico Piers Morgan nel programma che porta il suo nome e, per diversi lunghi minuti, si rifiuta di rispondere a una domanda semplice: la vita di un palestinese vale quanto quella di un israeliano? Morgan pone la domanda quattro volte […] L'articolo Non esiste il “terrorismo ebraico”, esiste solo il terrorismo israeliano su Contropiano.
August 20, 2026
Contropiano