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2 marzo 2014: muore Elvira Banotti
di Bruno Lai. Nel 1970 “Rivolta Femminile” scuote l’Italia del patriarcato e dei crimini silenziosi contro le donne. Elvira Banotti (1933-2014) è una delle protagoniste più dirompenti, radicali e “scomode” del femminismo italiano. È una donna intransigente. Il suo approccio non cerca il compromesso con il mondo maschile, ma punta a smascherarne le contraddizioni e il dominio attraverso una critica
Diplomazia in musica e silenzio nella memoria
-------------------------------------------------------------------------------- Il monumento che commemora ad Addis Abeba il pogrom di Yekatit 12, un crimine di guerra italiano in Etiopia durante il quale furono uccise, in un paio di giorni, tra 20 e le 30 mila persone -------------------------------------------------------------------------------- Non sappiamo se la presidente del Consiglio si sia resa conto di essere arrivata in Etiopia (13-14 febbraio) a pochi giorni dalla ricorrenza, il 19 febbraio, del massacro di Yekatit12, la terribile rappresaglia, centinaia di volte quella delle fosse ardeatine, che seguì l’azione di due giovani partigiani etiopi che tentarono di eliminare il criminale di guerra Rodolfo Graziani, Viceré d’Etiopia. Nei tre giorni che seguirono l’attentato, che fece sette vittime tra il seguito del generale, ma a cui Graziani sopravvisse, esercito e coloni civili italiani effettuarono quella che Angelo del Boca ha definito “la più furiosa caccia al nero che il continente africano avesse mai visto”. La repressione arrivò allo sterminio di tutti gli abitanti, monaci e laici, del convento di Debra Libanos. L’Italia fascista aveva replicato ad Addis Abeba quello che l’Italia liberale aveva già fatto a Tripoli nel 1911 in seguito alla battaglia di Shara Shatt. La strage è stata tecnica ordinaria di governo del colonialismo italiano. Crimini per i quale la Repubblica non ha mai assunto responsabilità rimuovendoli dalla memoria pubblica e che da tempo un vasto arcipelago di associazioni chiede di riconoscere con l’istituzione, proprio il 19 febbraio di una “Giornata della memoria delle vittime del colonialismo italiano”. Nessun giornale narra, comunque, che questa coincidenza temporale sia stata notata. E sembra, inoltre, che in ogni caso nessuno in Etiopia gliela abbia fatta notare. Alla “rimozione storica” che ha caratterizzato il rapporto dello Stato italiano con il passato coloniale si somma l’”oblio strategico” di uno stato in disperato bisogno di investimenti esteri come sostiene questa interessantissima riflessione pubblicata sull’Ethiopian Tribune e che, con il loro esplicito consenso, vi propongo in italiano raccomandandovi di leggerla fino in fondo. L’articolo illumina il fatto che il colonialismo e il neocolonialismo non siano rapporti unidirezionali di predazione, ma strutture di un’alleanza, certo asimmetrica, ma comunque reciprocamente vantaggiosa, tra capitale europeo ed élite locali dominanti dentro un paradigma dello sviluppo che esclude e marginalizza le popolazioni locali. E che questo è il quadro in cui si svolge anche il cosiddetto Piano Mattei. [Fabio Alberti] -------------------------------------------------------------------------------- Diplomazia in musica e silenzio nella memoria: l’incontro Meloni-Abiy e la questione irrisolta delle relazioni Italia-Etiopia Introduzione. Una canzone, un summit e l’amnesia strutturale Nel febbraio 2026, durante una cena di stato ad Addis Abeba per il Secondo Vertice Italia-Africa, cantanti etiopi hanno eseguito “Ma il cielo è sempre più blu”, un classico del 1975 del cantautore italiano Rino Gaetano. La Prima Ministra Giorgia Meloni è stata ripresa dalla Ethiopian Broadcasting Corporation mentre sorrideva, canticchiava e applaudiva il gentile tributo musicale. Il video, intitolato “Diplomazia in Musica! Meloni ha stupito Addis Abeba” è circolato ampiamente come emblema di scambio culturale e di calore nelle relazioni bilaterali. Eppure, sotto questa cordialità superficiale si cela una profonda asimmetria storica. Lo stesso stato italiano, che Meloni rappresenta, novant’anni prima ha utilizzato gas iprite contro civili etiopi, ha effettuato bombardamenti aerei sistematici su villaggi e infrastrutture e ha orchestrato il massacro di Yekatit12 ad Addis Abeba — uno degli atti più noti di terrore coloniale fascista in Africa. L’Italia non ha mai fatto scuse formali e complete per questi crimini, né ha avviato un sistematico confronto pubblico con l’eredità della sua occupazione dell’Etiopia (1935–1941). Questo articolo colloca l’incontro diplomatico Meloni-Abiy all’interno della più ampia continuità storica e strutturale delle relazioni Italia-Etiopia. Attingendo al quadro della colonialità del potere (Quijano, 2000) e della politica della memoria post-coloniale (Mbembe, 2001), esamina come la violenza coloniale irrisolta si interseci con l’impegno economico contemporaneo, il controllo della migrazione e i conflitti interni dell’Etiopia. L’allegra esecuzione di una canzonetta italiana in una cena di stato diventa, in questa luce, non solo un gesto di ospitalità, ma un sintomo di quella che si potrebbe chiamare amnesia strutturale, la cancellazione diplomatica della responsabilità storica a favore di una partnership pragmatica. 1. Il peso storico: iprite, massacri e l’architettura della violenza coloniale 1.1 Potenza Aerea e Guerra Chimica come Terrore Strategico L’invasione italiana dell’Etiopia nell’ottobre 1935 non fu una conquista territoriale convenzionale. Era un laboratorio per la modernità militare fascista, combinando forze di terra meccanizzate, bombardamenti aerei e, cosa più famosa, armi chimiche. Tra il 1935 e il 1936, la Regia Aeronautica impiegò iprite contro formazioni militari etiopi, insediamenti civili, fonti d’acqua e bestiame (Del Boca, 1991; Baer, 1967). Non si trattava di danni collaterali incidentali; si trattava di un uso sistematico di armi proibite per terrorizzare, disabilitare e demoralizzare. Gli effetti furono catastrofici: * Decine di migliaia di civili hanno riportato ferite, tra cui ustioni, cecità e insufficienza respiratoria. * Le infrastrutture agricole furono distrutte, determinando insicurezza alimentare a lungo termine. * Il trauma psicologico ha permeato la memoria collettiva, radicando l’occupazione italiana come simbolo paradigmatico di violenza razziale e asimmetria tecnologica. La potenza aerea, come osservano gli studiosi della guerra contemporanea (Singer, 2009), funziona non solo come strumento tattico ma anche come dichiarazione politica, una dimostrazione di superiorità tecnologica progettata per minare la sovranità e il morale della popolazione bersaglio. Negli anni ’30 in Etiopia, ciò assunse la forma di quella che Del Boca (1969) descrive come “violenza di massa industrializzata” impiegata contro una società prevalentemente agraria. 1.2 Yekatit12: Il massacro come pedagogia coloniale Il 19 febbraio 1937, a seguito di un tentativo di assassinio contro il viceré italiano Rodolfo Graziani, le forze fasciste condussero rappresaglie organizzate ad Addis Abeba. In tre giorni, soldati italiani e collaboratori civili hanno sistematicamente ucciso migliaia di etiopi, inclusi intellettuali, membri del clero e persone comuni. Interi quartieri furono rasi al suolo. Furono prese di mira anche le istituzioni religiose. Il massacro, noto come Yekatit12 (19 febbraio nel calendario etiope), non è stata violenza di massa spontanea, ma una pedagogia diretta dallo Stato, progettata per comunicare le conseguenze della resistenza (Campbell, 2017). Il massacro di Yekatit12 viene commemorato ogni anno in Etiopia come il Giorno dei Martiri. Occupa un posto nella coscienza storica etiope analogo ad altre atrocità di massa che definiscono l’identità nazionale e il trauma collettivo. Eppure, in Italia, l’evento rimane in gran parte assente dall’istruzione pubblica, dal discorso politico e dalla memoria diplomatica. 1.3 L’antropologia come arma amministrativa La governance coloniale italiana si basava fortemente sulla conoscenza etnografica e antropologica. Studiosi come Enrico Cerulli produssero studi dettagliati sugli Oromo, i somali e altri gruppi etnici, mappando le strutture linguistiche, sociali e politiche (Sbacchi, 1985). Sebbene alcuni di questi lavori avessero valore accademico, erano strumenti per giustificare strategie di divide et impera, suddivisioni amministrative volte a spezzare la coesione nazionale e a rafforzare le élite intermediarie fedeli all’autorità coloniale. Questo riecheggia le più ampie pratiche coloniali europee analizzate da Mamdani (1996), che sostiene che la classificazione etnografica è diventata uno strumento di governo indiretto, incorporando gerarchie razzializzate in strutture di governo che sono sopravvissute al colonialismo formale. In Etiopia, queste classificazioni influenzarono non solo le mappe amministrative italiane, ma anche i dibattiti post-coloniali su federalismo, autonomia regionale e identità etnica. 2. Il paesaggio contemporaneo: sovranità sotto costrizione e continuità della potenza aerea 2.1 Conflitto interno etiope e vulnerabilità civile I conflitti interni dell’Etiopia dal 2020, inclusi i conflitti del Tigray, degli Amhara e degli Oromo, hanno coinvolto un ampio uso di droni e attacchi aerei da parte del governo federale. I rapporti di Amnesty International (2022) e Human Rights Watch (2023) documentano: * Vittime civili da bombardamenti aerei. * Distruzione delle infrastrutture, inclusi ospedali e scuole. * Sfollamento di massa, con oltre due milioni di sfollati interni e centinaia di migliaia di rifugiati in fuga verso il Sudan e i paesi vicini (ONU OCHA, 2022). Sebbene i contesti differiscano notevolmente dagli anni ’30: non si tratta di un’occupazione coloniale ma di un conflitto federale interno, la continuità è innegabile: la potenza aerea rimane un meccanismo attraverso cui l’autorità politica esercita una forza coercitiva sulle popolazioni civili. Il trauma psicologico, la devastazione infrastrutturale e lo sfollamento rispecchiano, in forma contemporanea, le conseguenze delle campagne aeree italiane di nove decenni prima. 2.2 Sovranità, Responsabilità e i Limiti dello Sviluppismo Il governo del Primo Ministro Abiy Ahmed ha inquadrato le sue operazioni militari come necessarie per preservare l’unità nazionale e l’integrità territoriale. Eppure, l’uso di droni forniti da attori esterni (comprese Turchia ed Emirati Arabi Uniti) solleva interrogativi sulla sovranità sotto coercizione, su quanto l’Etiopia eserciti decisioni autonome in un contesto di dipendenza economica e partnership strategiche con potenze esterne. Questo dilemma non è unico dell’Etiopia. Riflette una realtà post-coloniale più ampia in cui gli stati africani affrontano asimmetrie strutturali ereditate dal colonialismo, compresa la dipendenza economica, gli oneri del debito e la dipendenza dalla tecnologia militare estera. Il Piano Mattei, il quadro di investimento italiano per l’Africa annunciato nel 2024, esemplifica questa tensione: promette sviluppo delle infrastrutture e partenariati economici operando all’interno di un’architettura geopolitica che restringe lo spazio di manovra africana, limita la sovranità fiscale e perpetua condizioni di scambio diseguali. 3. Sfollamento urbano e la nuova geografia coloniale: lo sviluppo del corridoio di Addis Abeba come gentrificazione 3.1 Il progetto di sviluppo del corridoio: infrastrutture o esclusione? Mentre Meloni e Abiy si scambiavano cortesie diplomatiche nel febbraio 2026, Addis Abeba stava attraversando una trasformazione spaziale drammatica. Gli ambiziosi progetti di “corridor development” del governo Abiy, ufficialmente definiti come modernizzazione delle infrastrutture e rinnovamento urbano, hanno portato allo spostamento in massa di residenti di lunga data provenienti dai quartieri centrali e periurbani. Decine di migliaia di famiglie sono state sfrattate per far spazio all’espansione delle autostrade, complessi residenziali di lusso, zone commerciali e a boulevard paesaggistici progettati per attrarre turismo e investimenti esteri. La retorica governativa enfatizza lo sviluppo economico, la creazione di posti di lavoro e la “beautification”. Tuttavia, i critici sostengono che questi progetti costituiscono una gentrificazione su larga scala che crea una nuova geografia coloniale in cui i residenti etiopi della classe operaia vengono espulsi per fare spazio a investitori europei e stranieri, professionisti espatriati e élite locali benestanti (Harvey, 2008; Smith, 1996). 3.2 Echi storici: pianificazione urbana italiana e violenza spaziale contemporanea La politica spaziale dell’Addis Abeba contemporanea presenta somiglianze scomode con la pianificazione urbana coloniale italiana. Durante l’occupazione del 1936–1941, le autorità italiane ridisegnarono Addis Abeba secondo principi di segregazione razziale, creando zone distinte per coloni italiani, élite indigene e per la popolazione etiope più larga Labanca, 2002). Mercati, aree residenziali e spazi pubblici furono riorganizzati per riflettere le gerarchie coloniali di razza, classe e potere amministrativo. Sebbene gli sviluppi attuali dei corridoi non siano esplicitamente razzializzati nel senso coloniale, la logica funzionale è analoga: si spostano gli etiopi poveri e gli operai per creare spazi di lusso per l’accumulazione di capitale e il consumo delle élite. Il fatto che aziende italiane e di altri paesi europei siano tra i principali beneficiari di contratti di costruzione, investimenti immobiliari e infrastrutture turistiche aggrava l’ironia storica. 3.3 Sfollamento senza compensazione: il costo umano Il giornalismo investigativo e la ricerca sui diritti umani rivelano schemi sistematici di sfratto forzato: ∙ I residenti ricevono un compenso inadeguato o nessun compenso per le case demolite. ∙ Le abitazioni alternative, quando fornite, si trovano ai margini urbani, lontane dalle opportunità di lavoro e dalle reti sociali. ∙ La difesa legale è limitata: i tribunali spesso si pronunciano a favore delle richieste di espropriazione governative. ∙ L’organizzazione comunitaria e le proteste pubbliche vengono represse con arresti e intimidazioni. Questo costituisce ciò che Saskia Sassen (2014) definisce espulsione, la violenta rimozione delle popolazioni dai contesti economici, sociali e spaziali per facilitare l’accumulazione delle élite. Ad Addis Abeba l’espulsione opera attraverso il discorso dello sviluppo e della modernizzazione, rendendo lo sfollamento un progresso e la resistenza un ostacolo. 3.4 Per chi è stata costruita la città? La questione della giustizia spaziale Lo sviluppo dei “corridoi” solleva questioni fondamentali di giustizia territoriale (Soja, 2010): per chi si sta costruendo la città e chi ha il diritto di occupare, modellare e beneficiare dello spazio urbano? Quando hotel di lusso, complessi residenziali recintati e caffè in stile europeo sostituiscono insediamenti informali e quartieri operai, la città viene di fatto ricollocata lontano dai suoi abitanti attuali verso un’élite cosmopolita immaginata, sia nazionale che straniera. Questo non è un processo solo di Addis Abeba. Dinamiche simili caratterizzano la trasformazione urbana in tutto il Sud Globale, da Mumbai a Lagos fino a Rio de Janeiro. Eppure, nel contesto etiope, lo sfollamento avviene in una città che ha un profondo significato simbolico come luogo sia della resistenza anticoloniale (la Battaglia di Adwa) sia di atrocità coloniali (Yekatit 12). La cancellazione spaziale degli della classe operaia etiope per accogliere investimenti di capitale straniero diventa, in questa luce, una continuazione delle logiche coloniali con altri mezzi. 3.5 Il Piano Mattei e il Mercato Immobiliare: il Ritorno della Capitale Italiana ad Addis Abeba Il Piano Mattei italiano, annunciato nel 2024, prevede investimenti infrastrutturali, progetti energetici e partnership con il settore privato in Etiopia. Imprese di costruzioni italiane, sviluppatori immobiliari e aziende alberghiere hanno espresso un interesse significativo per la trasformazione di Addis Abeba. I rapporti preliminari suggeriscono che il capitale italiano sia coinvolto in: * Costruzione di complessi commerciali a uso misto in zone riqualificate del “corridoio”. * Accordi di partnership con sviluppatori etiopi per progetti residenziali di lusso. * Infrastrutture turistiche, inclusi hotel e ristoranti rivolti a visitatori internazionali. L’immagine politica è sorprendente: novant’anni dopo che i fascisti italiani occuparono Addis Abeba, demolirono quartieri e massacrarono i residenti, il capitale italiano ritorna non attraverso invasioni militari, ma attraverso schemi di investimento accolti da un governo etiope in disperato bisogno di valuta estera e in finanziamenti per lo sviluppo. Il meccanismo è cambiato; l’asimmetria persiste. 4. Migrazione, confini e l’asimmetria del movimento 4.1 La chiusura dell’Europa e la cartolarizzazione dello spostamento I rifugiati etiopi in fuga dal conflitto affrontano politiche migratorie europee sempre più restrittive. L’Italia, sotto il governo di Meloni, ha intensificato: ∙ Le intercettazioni marittime nel Mediterraneo. ∙ Gli accordi con Libia e Tunisia per prevenire attraversamenti irregolari. ∙ L’inasprimento legislativo delle procedure di asilo, la riduzione dei tassi di approvazione e l’estensione dei periodi di detenzione (Consiglio Europeo, 2023; Triandafyllidou, 2022). Questo quadro politico rivela un’asimmetria fondamentale: gli stati europei incoraggiano investimenti e impegno economico in Africa rafforzando contemporaneamente i confini contro la mobilità africana. La logica strutturale è quella di permeabilità selettiva: capitale, merci e partnership strategiche attraversano liberamente i confini, mentre le persone sfollate vengono intercettate, detenute o deportate. 4.2 Ironia storica e incoerenza morale L’ironia è storicamente forte. L’Italia, che ha sfollato centinaia di migliaia di etiopi durante l’occupazione coloniale e continua a sfuggire alla responsabilità per crimini di guerra, ora limita l’ingresso agli etiopi in fuga dalla espulsione contemporanea causata, in parte, da conflitti che coinvolgono armi fornite da stati europei e mediorientali, e da progetti di gentrificazione urbana che beneficiano il capitale europeo. Questo non è solo ipocrita; riflette ciò che Mbembe (2001) chiama la necropolitica della governance globale contemporanea, ovvero la distribuzione differenziale delle opportunità di vita, dei diritti alla mobilità e della protezione basata su gerarchie razzializzate che riecheggiano le strutture coloniali di potere. 4.3 Sfollamento in patria, esclusione all’estero: il doppio vincolo Per gli etiopi normali, la realtà contemporanea è un doppio vincolo: sfollati dalle loro case ad Addis Abeba per fare spazio a uno sviluppo orientato all’estero, sono contemporaneamente esclusi dal migrare verso i paesi europei il cui capitale trae profitto da questo spostamento. Vengono resi invisibili nella loro stessa città e inammissibili per le città europee. Questa è la logica spaziale e politica dell’accumulazione neocoloniale: estrarre valore, spostare le popolazioni ed esternalizzare le conseguenze. 5. L’incontro Meloni-Abiy: cosa nasconde la musica 5.1 Diplomazia culturale come gestione della memoria L’esecuzione di “Ma il cielo è sempre più blu” alla cena di stato era, in apparenza, un gesto di ospitalità e riconoscimento culturale. I conduttori etiopi hanno onorato i loro ospiti italiani con una canzone ispirata all’eredità musicale italiana. La visibile gioia di Meloni ha umanizzato l’incontro diplomatico, generando una copertura mediatica positiva e rafforzando la narrazione di partnership e rispetto reciproco. Eppure, la diplomazia culturale, in particolare tra ex colonizzatori e colonizzati, non è mai politicamente neutrale. Funziona come una forma di gestione della memoria, un modo per mettere in primo piano lo scambio estetico mentre si relega sullo sfondo la violenza storica. L’esecuzione di una canzone italiana ad Addis Abeba, in assenza del riconoscimento italiano degli attacchi con iprite o del massacro di Yekatit 12, diventa uno spostamento simbolico, una sostituzione della responsabilità strutturale con la buona volontà culturale. 5.2 Il Silenzio dell’Archivio Ciò che non c’è stato alla cena è significativo quanto ciò che c’è stato. Non c’è stata alcuna lettura dei nomi delle 12 vittime Yekatit. Nessun riconoscimento dei villaggi distrutti dalle armi chimiche italiane. Nessuna menzione dell’Obelisco di Axum, restituito nel 2005 ma ancora emblematico di decenni di rifiuto italiano di rimpatriare il patrimonio culturale saccheggiato. Nessun riferimento al fatto che l’Italia non abbia mai pagato riparazioni, emesso scuse complete o integrato i suoi crimini coloniali nei programmi di istruzione nazionale (Labanca, 2002). Non è stato nemmeno riconosciuto che i residenti venivano sfollati, proprio in quel momento, dai quartieri di Addis Abeba, alcuni per facilitare “Development Corridors” di cui aziende italiane detengono quote di investimento. La cena di stato si è svolta in uno spazio edulcorato, d’élite, ermeticamente sigillato dalle realtà sia della violenza storica che da quella contemporanea. Questo silenzio non è casuale. Riflette ciò che gli studiosi della politica della memoria post-coloniale chiamano oblio strategico, la costruzione selettiva di narrazioni storiche che enfatizzano la riconciliazione e la partnership mentre oscurano le eredità strutturali della violenza e dello sfruttamento. 5.3 Il Gala come Performance Spaziale La cena di stato stessa, probabilmente tenutasi in una sede ristrutturata o di nuova costruzione progettata per impressionare dignitari internazionali, fa parte della performance spaziale di modernità e apertura agli investimenti di Addis Abeba. La coreografia estetica di tali eventi (architettura elegante, performance culturali curate, protocolli multilingue) serve a proiettare un’immagine di sofisticazione cosmopolita che attrae capitali stranieri e legittima la governance. Eppure, questa performance si costruisce, letteralmente, sulla cancellazione dei residenti della classe operaia della città e sul silenziamento della memoria storica. La melodia della canzone di Rino Gaetano ha riempito uno spazio da cui gli etiopi sono stati sistematicamente esclusi sia storicamente, attraverso la violenza coloniale, sia contemporaneamente attraverso la gentrificazione e lo sfollamento. 6. Etiopianesimo e la politica della dignità 6.1 Eccezionalismo etiope e il peso della resistenza L’eccezionalismo storico dell’Etiopia, la sua resistenza riuscita alla colonizzazione, culminata nella battaglia di Adwa del 1896, sono da tempo fonte di orgoglio nazionale e simbolismo panafricano. Il discorso dell’imperatore Haile Selassie alla Società delle Nazioni nel 1936, in cui denunciava l’aggressione italiana e faceva appello alla sicurezza collettiva, rimane un testo canonico nella storia anticoloniale. Eppure, questa eccezionalità porta un peso. L’aspettativa che l’Etiopia, avendo resistito alla colonizzazione totale, debba orientarsi nella geopolitica contemporanea con una particolare autorità morale o autonomia strategica può oscurare i vincoli strutturali in cui essa si trova. La dipendenza economica, i conflitti interni e le pressioni della gestione migratoria limitano la capacità dell’Etiopia di esercitare la sovranità. L’etiopianismo, l’affermazione ideologica della sovranità, della dignità e della continuità storica etiope, deve quindi essere intesa non come una mitologia nazionalista statica, ma come un progetto politico in corso, costantemente negoziato in mezzo a diversità interna, tensioni regionali e pressioni esterne. 6.2 Il dilemma di Abiy: Modernizzazione, Conflitto e Legittimità Il mandato del Primo Ministro Abiy Ahmed esemplifica questa tensione. Inizialmente celebrato per le riforme liberalizzanti e per l’accordo di pace del 2018 con l’Eritrea (per il quale ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace), il governo di Abiy è stato da allora coinvolto in atrocità di massa, repressione mediatica e consolidamento autoritario (Human Rights Watch, 2023). Il dispiegamento della potenza aerea contro il Tigray e altre regioni, unito allo sfollamento urbano dei residenti di Addis Abeba, solleva profondi interrogativi sui confini della violenza statale legittima e sulla coerenza morale di un governo che cerca contemporaneamente investimenti internazionali e coercizione interna. Il rapporto di Abiy con Meloni va letto in questo contesto. La partnership italiana offre risorse economiche e legittimità diplomatica, ma coinvolge anche l’Etiopia in un’architettura geopolitica più ampia che dà priorità alla stabilità, ai rendimenti degli investimenti e al controllo migratorio rispetto ai diritti umani, alla giustizia spaziale e alla responsabilità storica. 6.3 La critica dal basso: movimenti urbani e contro-narrazioni Nonostante la repressione statale, la resistenza ai “Deveopment Corridors” persiste. Organizzazioni comunitarie, residenti sfollati e intellettuali critici hanno articolato contro-narrazioni che sfidano il discorso ufficiale sullo sviluppo: ∙ La città appartiene al suo popolo, non al capitale: argomentazioni che sottolineano il diritto all’abitazione, la continuità spaziale e la coesione comunitaria. ∙ Sviluppo per chi?: Domande sui beneficiari dei progetti infrastrutturali e sulla distribuzione di costi e benefici. ∙ Coscienza storica: Collegare lo sfollamento contemporaneo alla violenza spaziale coloniale e chiedere che l’etiopianismo includa la protezione degli etiopi comuni, non solo una resistenza simbolica alla dominazione esterna. Questi movimenti, sebbene frammentati e precari, rappresentano la possibilità di un etiopiesimo dal basso, uno che insiste sulla responsabilità interna accanto alla sovranità esterna. 7. Verso una politica della responsabilità: cosa richiederebbe la riconciliazione 7.1 Oltre i gesti simbolici Una vera riconciliazione tra Italia ed Etiopia richiederebbe più della restituzione di reperti culturali o di cene di stato con spettacoli musicali. Richiederebbe: 1. Apologia formale: Un riconoscimento italiano completo dell’uso di gas iprite, del massacro di Yekatit12 e della violenza coloniale sistemica. 2. Riparazioni: Compensazione finanziaria per i discendenti delle vittime e finanziamenti per istituzioni etiopi dedicate alla memoria storica e alla salute pubblica. 3. Integrazione educativa: Incorporazione dei crimini coloniali italiani nei programmi di studio nazionali italiani, nei musei e nel discorso pubblico. 4. Accesso agli archivi: Apertura completa degli archivi militari e coloniali italiani ai ricercatori etiopi e internazionali. 5. Coerenza delle politiche: Allineamento delle politiche migratorie con gli impegni etici verso le popolazioni sfollate, in particolare quelle in fuga da conflitti che coinvolgono armi fornite dagli europei o causati da progetti di sviluppo sostenuti dall’Europa. 6. Trasparenza degli investimenti: Divulgazione pubblica delle partecipazioni italiane negli sviluppi del “Corridors” di Addis Abeba e dei meccanismi per garantire che i profitti beneficino le comunità locali. 7.2 Responsabilità e Governance Interna Etiope Ugualmente importante è la responsabilità dell’Etiopia per la violenza e lo sfollamento contemporanei. L’uso del potere aereo da parte del governo federale contro i civili, la detenzione di giornalisti, la repressione del dissenso e lo sfratto forzato dei residenti urbani minano l’autorità morale dell’Etiopia nel chiedere responsabilità agli ex colonizzatori. Un etiopiesimo credibile deve integrare la critica interna insieme alla resistenza alla dominazione esterna. Questo richiede: ∙ Indagini indipendenti sulle vittime civili degli attacchi con droni. ∙ Meccanismi di giustizia transizionale per le vittime della guerra del Tigray e di altri conflitti. ∙ Fermare gli sfratti forzati e implementare una pianificazione urbana partecipativa che dia priorità ai diritti abitativi e ai mezzi di sussistenza dei residenti esistenti. ∙ Compensazione e rialloggio per famiglie sfollate, con supervisione comunitaria dei progetti dei “Corridor Development”. ∙ Riforme costituzionali che bilanciano l’autorità federale con l’autonomia regionale e i diritti delle minoranze. ∙ Libertà dei media e spazio della società civile per favorire il dibattito pubblico e la responsabilità. 7.3 Giustizia spaziale come pratica decoloniale Affrontare lo spostamento urbano ad Addis Abeba richiede di riconoscere che la giustizia spaziale è inseparabile dalla politica decoloniale. Se l’etiopianismo deve significare più di una semplice sovranità simbolica, deve comprendere il diritto degli etiopi comuni a rimanere, formare e beneficiare della propria capitale. Questo significa: ∙ Pianificazione partecipativa: coinvolgere le comunità interessate nelle decisioni sullo sviluppo urbano. ∙ Edilizia abitativa a prezzi accessibili: Garantire che le nuove costruzioni includano alloggi sociali accessibili ai residenti della classe operaia. ∙ Inclusione economica: Creazione di opportunità di occupazione per le popolazioni sfollate nei progetti dei Corridor. ∙ Conservazione culturale: Protezione dei quartieri storici e dei siti della memoria dalla demolizione. VIII. Conclusione: Il cielo non è sempre più blu e la città non è sempre nostra Il titolo della canzone di Rino Gaetano, “Ma il cielo è sempre più blu”, porta con sé un ottimismo lirico, una promessa di continuità, rinnovamento e speranza. Eppure, per gli etiopi che ricordano gli aerei italiani che un tempo oscuravano i loro cieli con gas iprite, e per coloro che ora vedono i bulldozer demolire le loro case per far spazio agli investimenti stranieri, l’espressione risuona in modo diverso. Il cielo non è sempre stato più blu. È stato un luogo di terrore, spostamento e traumi non riconosciuti. E la città di Addis Abeba, luogo sia dell’orgoglio di Adwa che del dolore di Yekatit12, non è sempre più loro. L’incontro diplomatico di febbraio 2026 tra Meloni e Abiy, incorniciato da scambi culturali e partnership economiche, illustra la persistenza dell’amnesia strutturale e della violenza spaziale nelle relazioni contemporanee tra Italia ed Etiopia. Quadri di investimento, restrizioni migratorie, gentrificazione urbana e gesti simbolici coesistono con le eredità irrisolte della violenza coloniale e con il continuo impiego di forza coercitiva da parte dell’Italia negli anni ’30 attraverso la potenza aerea e il massacro, e da parte del governo di Abiy negli anni 2020 tramite droni e bulldozer. L’etiopionesimo, come progetto politico ed etico, richiede più dell’affermazione della sovranità o della celebrazione della resistenza. Richiede l’integrazione della memoria storica con la responsabilità contemporanea, il bilanciamento della critica esterna con la riforma della governance interna e il riconoscimento che la vera partnership non può essere costruita sulla cancellazione del passato o sullo spostamento del presente. Finché l’Italia non riconoscerà la piena portata dei suoi crimini coloniali, e finché l’Etiopia non affronterà le implicazioni etiche del proprio uso della forza coercitiva, sia militare che spaziale, la musica alle cene di stato rimarrà quella che è: una bellissima melodia che nasconde un giudizio incompiuto. Il cielo può essere più blu nelle canzoni, ma sul terreno le ombre della storia restano lunghe, gli avvisi di sfratto sono reali e l’opera della giustizia incompiuta. La domanda non è se gli etiopi possano canticchiare una canzone italiana. La domanda è se potranno rimanere nella loro città, plasmare il proprio futuro e chiedere responsabilità, sia agli ex colonizzatori che al proprio governo. Finché questa domanda non avrà risposta affermativa, nella politica e nella pratica, il gala rimane una performance di amnesia, e lo sviluppo del corridoio rappresenta una continuazione della geografia coloniale con altri mezzi. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato sulla Ethiopian Tribune il 15 febbraio 2026. Traduzione a cura di Fabio Alberti. -------------------------------------------------------------------------------- Riferimenti: Harvey, D. (2008) La destra alla città, New Left Review, 53, pp. 23–40. Sassen, S. (2014) Espulsioni: brutalità e complessità nell’economia globale, Cambridge, MA: Harvard University Press. Smith, N. (1996) La nuova frontiera urbana: gentrificazione e la città revanchista, Londra: Routledge. Soja, E. (2010) Alla ricerca della giustizia spaziale, Minneapolis: University of Minnesota Press. Amnesty International (2022) Etiopia: vittime civili da attacchi con droni, Londra: Amnesty International. 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February 18, 2026
Comune-info
89 anni fa la strage degli etiopi, l’Italia non ha mai chiesto scusa. Neppure Meloni
Il 19 febbraio è un giorno di lutto per l’Etiopia. E’ il giorno che ricorda gli eccidi compiuti dagli italiani durante la dominazione fascista. Ma l’Italia non ha mai chiesto scusa per quelle stragi né ha mai fatto i conti con il suo passato colonialista in Africa. Una storia di sopraffazione e di violenza che è stata sempre rimossa dai nostri governanti. A questa tradizione si è attenuta anche la premier Giorgia Meloni che nei giorni scorsi è stata ad Addis Abeba per il secondo vertice Italia-Africa e dove ha avuto colloqui con il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali. Nessun accenno, neppure questa volta, al nostro passato razzista e ai nostri crimini coloniali. La rimozione è iniziata subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale. A differenza dei crimini nazisti che, con il Processo di Norimberga, hanno visto non solo la punizione dei colpevoli ma anche l’occasione per una riflessione collettiva su quel tragico periodo storico, nulla di simile è avvenuto nel nostro Paese.  Nella Conferenza di Pace di Parigi del 1946 la delegazione italiana, guidata dal presidente del consiglio Alcide De Gasperi, cercò inutilmente di ottenere la restituzione all’Italia delle sue colonie del periodo prefascista – Eritrea, Somalia e Libia – come riconoscimento e compenso del contributo del nostro Paese alla sconfitta del nazifascismo. Secondo il governo italiano andava fatta una distinzione tra l’avventura fascista e il dominio coloniale precedente perché quest’ultimo, attraverso gli investimenti economici, avrebbe favorito il progresso delle colonie, accreditando l’Italia come il Paese più capace a condurre il Corno d’Africa verso l’autogoverno.  La delegazione etiopica non si limitò ad opporsi alle rivendicazioni territoriali dell’Italia ma chiese che venissero processati per crimini di guerra molti esponenti militari e politici della dittatura fascista che si erano resi responsabili di stragi orrende durante la dominazione coloniale. Ma la richiesta degli etiopi venne respinta dalle potenze vincitrici, soprattutto dagli angloamericani che vedevano in alcuni personaggi, come il generale Badoglio, un possibile baluardo per la lotta al comunismo. Gli etiopi ridussero allora le loro richieste, limitandosi a presentare alla Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra solo dieci casi, tra i quali emergevano i nomi di Pietro Badoglio, Rodolfo Graziani, Guido Cortese ed Enrico Cerulli, ovvero le personalità più direttamente coinvolte negli eccidi.  Ma la Commissione delle Nazioni Unite, pur riconoscendo l’accuratezza della documentazione presentata dagli etiopi, accettò la richiesta di estradizione solo per Badoglio e Graziani. Il primo era accusato di aver impiegato armi chimiche vietate dagli accordi internazionali. Il secondo di aver scatenato una brutale repressione attraverso la quale furono massacrati migliaia di civili inermi.   Si era intanto arrivati al 1949. Tutto lasciava sperare che almeno i principali responsabili fossero sottoposti a processo. Ma il governo italiano respinse la richiesta di estradizione e così nessuno ha mai pagato per quei crimini. Pietro Badoglio morì per un attacco di asma nella sua casa a Grazzano il 1° novembre 1956 e gli vennero riservati anche i funerali di Stato. Rodolfo Graziani, invece, venne processato ma non per gli eccidi in Etiopia bensì per aver collaborato con l’esercito occupante tedesco dall’8 settembre 1943 fino al termine del conflitto nella sua qualità di Ministro della Guerra della Repubblica di Salò. Condannato a 19 anni di carcere, Graziani se ne vide condonare subito 13, ma scontò solo quattro mesi in quanto venne conteggiato il periodo della carcerazione preventiva. Tornato alla vita civile Graziani continuò a professare le sue idee fasciste e nel marzo del 1953 ebbe come riconoscimento la presidenza onoraria del MSI. Ma quali furono i crimini commessi dagli italiani in Etiopia? Le Forze Armate italiane, agli ordini di Badoglio e su espressa autorizzazione di Mussolini, utilizzarono ampiamente il gas iprite vietato dal Protocollo di Ginevra del 1925. A Badoglio è attribuita la responsabilità di aver ordinato almeno 65 bombardamenti all’iprite per un totale di oltre mille bombe C-500-T. Inoltre, Badoglio era accusato di aver bombardato ospedali della Croce Rossa. Quella che è passata alla storia come “la strage di Addis Abeba” avvenne il 19 febbraio 1937. Quel giorno ci fu un attentato della resistenza etiope che aveva come obiettivo il viceré d’Etiopia Rodofo Graziani. L’attentato provocò sette morti e circa cinquanta feriti. Graziani si salvò ma rimase seriamente ferito.  La reazione fu spietata. Il segretario federale del partito fascista Guido Cortese, che aveva sostituito Graziani in quanto in ospedale, fece distribuire armi a tutti gli italiani incitandoli alla mattanza. Gli etiopi vennero trucidati con tutti i mezzi a disposizione: a fucilate, con impiccagioni e a colpi di bastone, ma anche legati ai camion e trascinati lungo le strade. Molti, tra cui anziani, donne e bambini morirono bruciati vivi nelle loro capanne date a fuoco. Si calcola che le vittime furono tra le 20 e le 30.000. A questa strage seguì quella compiuta nella città santa di Debrà Libanos. Qui, su ordine di Graziani, vennero massacrati i monaci cristiani di osservanza copta, solo perché sospettati di aver protetto gli attentatori del 19 febbraio. Le esecuzioni sommarie vennero attuate dal generale Pietro Maletti al quale furono intitolate delle strade in diversi Comuni italiani, rimosse solo da pochi anni. Il numero dei monaci uccisi non è certo ma si calcola che furono tra 1400 e 2000.  Alcuni ministri italiani della Difesa, come Roberta Pinotti e Lorenzo Guerini, avevano assunto l’impegno di rendere omaggio alle vittime dei crimini italiani in Etiopia ma non se n’è fatto nulla. Niente scuse, dunque, né risarcimenti, né restituzione dei beni artistici che furono rubati agli etiopi dall’esercito italiano. La memoria di quell’epoca sanguinosa continua ad essere velata, se non apertamente oscurata, anche nella Repubblica democratica ed antifascista di oggi. Ma c’è chi invece, stando al governo, mantiene viva la memoria dell’Italia fascista e coloniale che fu. Come l’attuale ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida, ex cognato di Giorgia Meloni, che nell’agosto del 2012 prese parte ad Affile, in provincia di Roma, all’inaugurazione del mausoleo dedicato a Graziani e sul quale campeggia la scritta “Patria – Onore”. Nell’occasione Lollobrigida non seppe nascondere la sua ammirazione per il “Maresciallo d’Italia” affermando che per lui, e non solo per lui, Graziani (detto anche “il macellaio del Fezzan”) sarà sempre “un punto di riferimento”.   Mario Pizzola
February 18, 2026
Pressenza
Meloni in Etiopia per il Piano Mattei, il neocolonialismo italiano degli anni duemila
Giorgia Meloni oggi e domani sarà in Etiopia per due eventi che rappresentano una sorta di messa a punto della strategia italiana in Africa che va sotto il nome di Piano Mattei. Oggi parteciperà al secondo vertice Italia-Africa, mentre domani prenderà parte alla riunione plenaria della Assemblea dei Capi di Stato e di governo dell’Unione Africana. Il Piano Mattei, pur non avendo progetti specifici sull’immigrazione, ha l’ambizione di realizzare in diversi Paesi africani investimenti che creino le condizioni affinché le persone restino nel luogo in cui sono nate. Ma per questo obiettivo occorrerebbero risorse di gran lunga superiori rispetto a quelle che l’Italia mette in campo. I fondi a disposizione, in un arco di tempo di quattro anni, assommano a 5,5 miliardi di euro, ma non si tratta di nuovo denaro perché proviene da capitoli di bilancio già esistenti, come il Fondo italiano per il Clima e il Fondo per la Cooperazione internazionale. In pratica è cambiata solo la destinazione. Diversi sono i settori di intervento, ma quello sul quale si concentra una particolare attenzione è l’energia. La presunta generosità del governo italiano è in realtà alquanto pelosa perché in molti casi è più che evidente l’interesse del colosso energetico italiano, quell’Eni dal cui fondatore il Piano prende il nome. Così la Costa d’Avorio, dove l’Eni ha avviato la produzione nel giacimento offshore di Baleine, promette di essere una buona fonte di petrolio e gas. Non è un caso che quella ivoriana rappresenti la prima nazionalità di migranti irregolari che arrivano in Italia. Ci sono poi il Congo e il Mozambico. Il governo italiano ha con la Repubblica del Congo un accordo triennale per importare gas liquefatto per un quantitativo pari a 4,5 miliardi di metri cubi e qui il Piano Mattei prevede interventi complementari al programma Hinda dell’Eni. Anche il Mozambico si presenta come una realtà molto promettente per la sua abbondanza di gas, dal momento che recenti scoperte ne fanno il terzo Paese africano per riserve di metano. Il Paese in cui Giulio Regeni è stato assassinato, l’Egitto, è a sua volta oggetto di particolari cure da parte del gruppo Eni, intento ad estrarvi metano dal giacimento offshore di Zohr. Ma lo Stato con il quale il governo Meloni, dietro l’accorta regia dell’AD di Eni Claudio Descalzi, ha i rapporti più solidi è l’Algeria che, dopo la chiusura delle importazioni dalla Russia, è diventato il principale fornitore di metano dell’Italia. Ma, guarda caso, l’Algeria è uno dei Paesi africani che ha i più stretti legami di cooperazione economica con la Russia. E una quota consistente degli investimenti algerini è indirizzata all’acquisto di armamenti e tecnologia militare russa. Pertanto, il denaro con cui il nostro Paese paga il gas algerino prende la direzione di Mosca alla quale continuiamo ad applicare sanzioni. Certo, l’intervento dell’Italia in Africa non ha nulla a che vedere con il colonialismo truce del regime fascista, che proprio in Etiopia si è reso responsabile di stragi orrende per le quali nessuno ha mai pagato. Ma non si dica che le poche risorse che il nostro Paese mette a disposizione non siano ben ripagate. L’istinto predatorio si è fatto più sofisticato, ma alla fine sono sempre le grandi compagnie del fossile, e non i governi, che conducono il gioco. Mario Pizzola
February 13, 2026
Pressenza
Cremona: celebrazione guerra d’Etiopia con Carabinieri e scolaresche, ma era un’impresa fascista!
Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università riteniamo opportuno fare qualche precisazione in merito all’articolo pubblicato su CremonaOggi il 21 novembre 2025, riferito alla celebrazione in Cattedrale dei Carabinieri in occasione della Patrona Virgo Fidelis, che ha visto anche la partecipazione di studenti e studentesse di un Istituto cittadino, l’IIS Stradivari di Cremona (clicca qui per la notizia). Nell’articolo, al di là di quanto si possa essere d’accordo sugli eventi che mettono in risalto le forze armate, e mettendo per un attimo da parte il doveroso riconoscimento a persone che, nell’adempimento del loro dovere, svolto in nome dello Stato e della collettività, hanno perso la vita, preme soffermarsi sulla questione della celebrazione, contestuale alla suddetta  cerimonia, “dell’eroica difesa del caposaldo di Culqualber, un episodio della Guerra d’Etiopia del 21 novembre 1941, da parte del 1° Battaglione Carabinieri e Zaptie, nel quale si consumò il sacrificio in una delle ultime battaglie dell’esercito italiano” (il virgolettato è preso testualmente dall’articolo pubblicato). Se si volesse approfondire, si troverebbe tanto materiale che descrive nel dettaglio le azioni militari volte a difendere il territorio di Etiopia dall’attacco degli inglesi; lasciamo questa possibilità a chi voglia approfondirne il contenuto. Si parla di guerra, armi, combattimenti, prigionieri, morti ed, infine, di capitolazione. Le fonti dicono che, dopo mesi di resistenza e di attacco, durante l’ultima, disperata difesa, si distinsero in molti, militari del Regio Esercito, Camicie Nere, Ascari dei reparti coloniali, Carabinieri e Zaptiè, che sacrificarono la loro vita in nome dell’Italia. II Maggiore Carlo Garbieri, il Carabiniere Poliuto Penzo ed il Maggiore Alfredo Serranti, furono decorati di medaglia d’oro al valore militare alla memoria. Questa doverosa premessa è per conoscere i termini degli eventi di cui si parla nell’articolo. Riflettiamo quindi sui molti sottintesi storici di tale evento. Siamo nella Seconda Guerra Mondiale, a fianco dei nazisti, cioè dalla parte sbagliata della storia di quel periodo. Siamo su un territorio occupato con un’azione imperialista e colonialista: l’invasione e l’attacco ad uno Stato sovrano come l’Etiopia valse al Regno d’Italia, che ambiva ad avere il suo Impero, le sanzioni previste dall’allora Società delle Nazioni, che vietava azioni del genere, e che contribuirono al precipitare dello Stato Italiano nel baratro che porterà a quell’obbrobrio che fu la Seconda Guerra Mondiale. In Etiopia il nostro Regno, diventato malauguratamente Impero su base razzista, “francamente razzista”, per dirla con le parole del Duce, fu protagonista di atti terribili nei confronti della popolazione civile, con massacri, costruzione di campi di concentramento, rappresaglie, stupri e violenze nei confronti dei “mori”. Solo per citare qualche evento, si ricorda che tra il 19 e il 21 febbraio 1937 le truppe italiane, con il supporto dei civili e delle squadre fasciste, massacrarono circa ventimila abitanti di Addis Abeba, una feroce repressione a seguito del fallito attentato contro il maresciallo Rodolfo Graziani, allora viceré d’Etiopia, a opera di due giovani resistenti eritrei. Le violenze degli italiani durarono per mesi e si estesero ad altre parti del Paese, fino all’eccidio di chierici e fedeli nella cittadina monastica di Debre Libanos a maggio dello stesso anno. In tale circostanza le truppe italiane massacrarono più di duemila monaci e pellegrini al monastero etiope. Una strage che, come altri crimini di guerra commessi nelle colonie, trova spazio a fatica nel discorso pubblico, nonostante i passi fatti da storiografia e letteratura. Con quel passato il nostro Paese non ha mai fatto i conti, né sul piano giuridico né su quello materiale   Graziani è conosciuto come un crudele e violento, vendicativo e dispotico, che utilizza il proprio potere come mezzo di affermazione personale. L’eccidio messo in atto come rappresaglia è stato definito il più grande avvenuto nei confronti dei cristiani in Africa.  Il messaggio con cui dà ordine di massacrare i monaci è il seguente: “Questo avvocato militare mi ha comunicato proprio in questo momento che habet raggiunto la prova assoluta della correità dei monaci del convento di Debra Libanos con gli autori dello attentato. Passi pertanto per le armi tutti i monaci indistintamente, compreso il vice-priore. Prego farmi assicurazione comunicandomi il numero di essi”. Si è trattato di un vero e proprio crimine di guerra, poiché l’eccidio è stato qualcosa che è andato al di là della logica militare, andando a colpire dei religiosi, peraltro cristiani e inermi”.  In Italia manca una memoria consapevole sulle responsabilità per gli eccidi e le violenze commesse dagli italiani nel corso della loro “avventura” coloniale per andare alla ricerca di un “posto al sole” in Libia, in Eritrea, Somalia ed Etiopia al pari delle altre nazioni europee, vengono ancora oggi occultate dalla coscienza pubblica. Il colonialismo non è stato semplicemente un periodo storico, ma è anche una pratica economica che prevede occupazioni e stermini, con disumanizzazione della popolazione indigena. Vennero costruiti campi di concentramento, come a Danane, situato a quaranta chilometri da Mоgadiscio, in riva all’Oceano Indiano, ordinato sempre dal generale Graziani, per accogliere i prigionieri di guerra, resistenti, funzionari, partigiani, monaci copti scampati alla drastica liquidazione dei conventi, indovini e cantastorie, rei soltanto di aver predetto l’imminente tramonto del dominio italiano in Etiopia, di somali che hanno manifestato, in diverse maniere, la loro opposizione all’Italia. Sin dal momento in cui comincia a funzionare, il campo di Danane, come l’altro lager di Nocra in Eritrea, gode di una sinistra reputazione. Noi tutti, inoltre, siamo a conoscenza di come gli Italiani trattassero le popolazioni locali, ammantandosi di una funzione “civilizzatrice” nei confronti di persone che non potevano avere la stessa dignità umana né gli stessi diritti. La conclusione è che spesso gli italiani tendono a ricordare solo quelle pagine della loro storia funzionali alla costruzione di un’immagine positiva di sé come popolo e Nazione ma serve maturare una consapevolezza nuova che metta l’accento anche su una discrasia pericolosa: da un lato la giusta memoria delle stragi nazi-fasciste commesse ‘in Italia’ e dall’altro la pubblica amnesia sulle violenze commesse ‘dall’Italia’ nelle sue colonie in Africa. Questo distacco dalla storia è molto preoccupante perché lascia la coscienza pubblica in balìa di pericolose derive disumanizzanti, aprendo vuoti insidiosi e facilmente colmabili da slogan e da letture semplificate del passato. La partecipazione a eventi come questo da parte delle scuole non si può quindi ritenere neutra: la conoscenza approfondita dei fatti storici e del contesto è necessaria per educare gli studenti al pensiero critico (critico proprio perché informato e consapevole), fuori dagli stereotipi dello stato forte se armato. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Dinknesh, una storia etiope
Ieri mi è arrivato un pacchetto a casa: conteneva “Dinknesh, una storia etiope”, un libro scritto da Carlo Presciuttini, un carissimo amico che per le nostre storie personali considero come un fratello maggiore. Carlo infatti ha 70 anni ed è nato nel 1955, esattamente 10 anni più di me e come me ha fatto il servizio civile e l’insegnante. Certo quando lui fece obiezione di coscienza al servizio militare non erano molti a fare questa scelta. Bisognava sottoporsi al giudizio di una commissione esaminatrice, che aveva il compito di verificare l’autenticità della propria dichiarazione di contrarietà all’uso individuale e collettivo delle armi, ovviamente partendo dal presupposto che essere invece favorevoli all’uso delle armi sia la normalità che non ha bisogno di essere indagata e sottoposta a giudizio.  Inoltre, con una forma punitiva abrogata molti anni più tardi dalla Corte Costituzionale, vi era l’obbligo di prestare un Servizio Civile alternativo a quello militare di 20 mesi invece di 12. Carlo svolse quindi il suo servizio civile a Roma, tra la fine del 1977 e la metà del 1979, con il Movimento Internazionale per la Riconciliazione e aderì alla Lega Obiettori di Coscienza.  Si occupò in particolare della produzione e del commercio delle armi, che già allora l’Italia forniva con disinvoltura a feroci dittature e a Paesi in guerra, talvolta, con una buona dose di cinismo, addirittura ad entrambe le parti contrapposte (all’Iran e all’Iraq giusto per fare un esempio).  Carlo si occupava soprattutto allo studio di progetti di fattibilità finalizzati alla riconversione della produzione industriale, dal settore bellico a quello civile, collaborando con la Federazione Lavoratori Metalmeccanici, potente organizzazione sindacale che allora univa gli operai e gli impiegati metallurgici di Cgil, Cisl e Uil. Il principale interlocutore era il sindacalista Alberto Tridente, che in seguito sarebbe diventato europarlamentare per Democrazia Proletaria, partito della nuova sinistra rosso-verde affine alle opinioni politiche di Carlo e alle mie. Tra la fine del 1979 fino al termine del 1980, Carlo venne assunto come responsabile del Centro di Formazione di Trappeto da Danilo Dolci, uno dei maestri del pensiero nonviolento, che fondò e fu per molti anni responsabile del Centro Studi e Iniziative di Partinico; le due località si trovano a pochi chilometri di distanza in provincia di Palermo. I principali interlocutori di Carlo furono la Chiesa Valdese, le scuole elementari e medie del territorio e le realtà politiche e sindacali più sensibili ai temi del disarmo e della difesa dell’ambiente. Carlo seguì inoltre con interesse l’avviarsi dell’esperienza della scuola comunitaria di Mirto, fortemente voluta da Danilo Dolci. Rientrato a Roma fu tra i promotori di Archivio Disarmo, esperienza nata nel 1982 su sollecitazione del senatore Anderlini della Sinistra indipendente (composta da intellettuali eletti come indipendenti nelle liste del Partito Comunista Italiano). I primi anni Ottanta del secolo scorso (nonostante il crescente riflusso politico successivo al lungo Sessantotto italiano, che percorre tutti gli anni Settanta, fino alla sconfitta degli operai della Fiat di Torino del 1980) furono gli anni di un vasto movimento pacifista italiano ed europeo contro l’istallazione dei missili dotati di testate nucleari Pershing e Cruise da parte della Nato e SS20 da parte dell’Unione Sovietica. Il dispiegamento degli euromissili, in un periodo di forte tensione tra la Nato ed il Patto di Varsavia, aumentava esponenzialmente i rischi di una guerra atomica combattuta sul teatro europeo. Soltanto l’avvento di Michail Gorbaciov come Segretario Generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica portò a una politica di distensione e di disarmo, purtroppo abbandonata in questi ultimi anni, riesumando toni bellicisti finalizzati a far accettare le politiche di riarmo europeo a scapito della difesa delle conquiste dello stato sociale. Nel 1983 anche Carlo partecipò alle lotte per tentare di fermare la conversione dell’Aeroporto “Magliocco” di Comiso in una base militare statunitense dove posizionare i missili Cruise, che peraltro erano montati su veicoli in grado di disperderli nel territorio siciliano, come infatti accadeva durante le esercitazioni. In questa occasione tuttavia possiamo  registrare un vittoria postuma del movimento pacifista poiché l’Aeroporto di Comiso è ora civile e la base militare statunitense è stata smantellata. A quel tempo io e Carlo non ci conoscevamo, ma in qualche modo le nostre vite si intrecciarono: nel 1982 a Varese, mentre frequentavo l’istituto magistrale, ascoltai Danilo Dolci raccontare la storia delle lotte nonviolente in Sicilia, anch’io partecipai a Comiso al movimento pacifista e feci il Servizio Civile tra il 1984 e il 1985 per Pax Christi a Napoli, nel quartiere popolare Ina Casa di Secondigliano.  Infine collaborai a Roma con il Centro Interconfessionale per la Pace, diretto allora da Padre Gianni Novelli, che negli anni Settanta era stato giornalista della rivista COM/Nuovi Tempi (edita dalle Comunità Cristiane di Base e dai Valdesi). Successivamente, nel 1984, Carlo vinse il concorso come insegnante di Italiano, Storia, Geografia ed Educazione Civica di Scuola Media, diventò quindi Preside nel 1993 e, dopo un incarico presso il Ministero degli Affari Esteri alla Farnesina, andò a lavorare, a partire dal 2002, ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia come Direttore della Scuola Italiana. La Scuola Italiana di Addis Abeba è tuttora una delle numerose istituzioni scolastiche statali che operano all’estero per i dipendenti delle ambasciate e per i figli degli italiani che vogliono mantenere un più stretto contatto con la madrepatria. La Scuola Elementare e la Scuola Media di Addis Abeba avevano tuttavia la caratteristica di essere frequentate da un buon numero di bambine e bambini etiopi. Durante questa sua esperienza Carlo fece il possibile e l’impossibile per favorire l’inserimento di questi alunni etiopi e soprattutto per impedirne l’allontanamento per cause economiche, arrivando a pagare di tasca propria la retta alle famiglie più povere, con le quali strinse rapporti di sincera ed intensa amicizia. A circa 1 km dall'Università statale di Addis Abeba: moschea in costruzione (nel 2015). Sui lati sinistro e destro del corso d'acqua (maleodorante) vi sono abitazioni simili a quella di Shiromeda, dove Dinknesh, la protagonista del racconto e narratrice, ha vissuto per diversi anni. Foto di Carlo Presciuttini Un mercato etiope molto distante da Addis Abeba (2011), Foto Carlo Presciuttini Addis Abeba - Palazzina primo Novecento in legno e muratura nei pressi della scuola statale italiana. In basso: vecchie Lada (Fiat 124 prodotte in Russia) adibite a taxi. Foto Carlo Presciuttini Donne manovali in zona agricola. Foto di Carlo Presciuttini. Addis Abeba, Shiromeda, verso la chiesa, di domenica. Foto di Carlo Presciuttini Rientrato quindi a Roma nel 2010, sempre come Dirigente Scolastico, negli ultimi tre anni del suo lavoro approdò  alla mia scuola di allora, la Lola di Stefano, dell’Istituto Comprensivo Crivelli a Monteverde Nuovo. Io ero stato eletto come RSU della FLC CGIL, condividevamo principi di massima trasparenza ed equità nell’assegnazione del Fondo di Istituto (spesso invece utilizzato con grande disinvoltura a beneficio della ristretta corte di zelanti e fedeli collaboratori di Dirigenti Scolastici autoritari). Soprattutto ricordo l’impegno di Carlo (mio e di alcune altre insegnanti) per favorire l’inserimento nella nostra scuola delle bambine e dei bambini rom di origine rumena e bosniaca del Campo di Via Candoni, peraltro assai distante dalla nostra scuola, come atto di solidarietà nei confronti delle scuole più limitrofe (come quella in cui insegno attualmente al Trullo) che non potevano assumersi da sole questo compito gravoso ma fondamentale. Ricordo una visita che facemmo io e Carlo al campo di via Candoni per incontrare le famiglie di alcuni nostri alunni: non è facile trovare dirigenti scolastici così aperti e disponibili. Dopo essere andato in pensione nel 2016, Carlo è tornato per un anno nella sua amata Etiopia. Da anni divorziato e padre di tre figli ormai grandi (curiosamente due dei suoi quattro figli hanno lo stesso nome di due dei miei quattro figli: Irene e Francesco), si sposò con Alem, una donna etiope, anzi più precisamente tigrina, ma per ragioni di salute della moglie che necessita di cure specialistiche, è rientrato in Italia e vive ora a Terni, con la moglie e la sua quarta figlia Betty (a questo punto, per non farle un torto scrivo che l’altra figlia si chiama Chiara).  Betty frequenta l’Università di Terni, dove ha ritrovato due studentesse etiopi della Scuola Italia, e dove collabora in particolare, come sempre con paziente spirito unitario, con i giovani di Potere al Popolo. Nel suo libro, con grande affetto Carlo mi ringrazia di averlo spinto a scrivere la sua straordinaria storia di educatore, militante nonviolento e dirigente di un’istituzione scolastica della Repubblica Italiana fedele ai valori della Costituzione più che ai desiderata dei vari governi. Una persona estremamente gentile e pacata nei modi, capace di dialogo, ma al tempo stesso di idee radicali. Un uomo sensibile e capace di empatia, di ascolto e di condivisione con le famiglie povere ed emarginate della capitale etiope per aiutarle a dare un futuro alle loro bambine ed ai loro bambini. . Dal fiume al villaggio, portatrici d’acqua, Foto Carlo Presciuttini Il suo libro è sicuramente uno strumento utilissimo per avvicinarsi alla cultura e alla vita quotidiana di un popolo, quello etiope, verso il quale peraltro l’Italia ha un debito storico per gli efferati crimini contro l’umanità commessi durante l’occupazione fascista. Soprattutto ci aiuta a capire perché molte donne e uomini rischiano di essere imprigionate, torturate e violentate e sfidano la morte attraversando il deserto ed il Mar Mediterraneo per sfuggire alla guerra e alla fame, pur restando intimamente legate alla propria terra e alla propria cultura. Buona lettura dunque. Dalla prefazione: Una giovane donna etiope racconta la propria vita e quella della sua famiglia a un amico italiano, dando voce a chi solitamente è costretto al silenzio. Emergono scene di un’infanzia difficile, lotte quotidiane per sopravvivere, speranze riposte nel futuro dei figli. E’ un racconto di precarietà endemica, ma anche di coraggio, solidarietà familiare e dignità. E’ il ritratto di un popolo che resiste e sogna, che non teme di guardarsi in uno specchio ove anche noi, lettori d’Occidente, possiamo osservarci, accorgendoci dell’indifferenza e superficialità che dimostriamo nel giudicare chi vive ai margini senza conoscerne la storia. “Laddove è sofferenza, non voltiamoci dall’altra parte: ciascuno di noi ha momenti difficili da affrontare e necessita del conforto di una persona amica.” Carlo Presciuttini Il libro può essere acquistato contattando ILMIOLIBRO seguendo questo link: > Dinknesh, una storia etiope Etiopia villaggio rurale. Foto di Carlo Presciuttini Capanna Barche di pescatori a Wenchi (2004), Foto ddi Carlo Presciuttini Chiesa Tewahedo (cristiano-ortodossa di rito etiope) a Wenchi. Foto di Carlo Presciuttini Mauro Carlo Zanella
November 27, 2025
Pressenza
Il formaggio di Agitu torna in Africa
Nel 2020 fece clamore il femminicidio di Agitu Ideo Gudeta, imprenditrice agricola e ambientalista di origini etiopi, che in Trentino aveva trovato il luogo per realizzare un’economia sostenibile. Oggi il suo sogno è rinato in Burundi grazie a un’associazione che ha recuperato le attrezzature della pastora per avviare un caseificio gestito da donne. Un’eredità di resistenza che continua oltre i confini. Agitu Ideo Gudeta, una donna originaria dell’Etiopia, è una vittima di femminicidio. Fu assassinata il 29 dicembre 2020 a Frassilongo, un paesino del Trentino, da un pastore ghanese che lei aveva aiutato accogliendolo come collaboratore nella sua azienda agricola. Arrivata in Italia a 18 anni, conseguita la laurea in Sociologia a Trento, era tornata in Etiopia per dedicarsi a progetti di economia sostenibile contro l’inquinamento e la devastazione ambientale. Ma il suo impegno di attivista per i diritti degli allevatori e contro le speculazioni la rese invisa al governo. A rischio di arresto e minacciata di morte, fu costretta a lasciare il Paese natale. Tornò a Trento, e dopo un lungo peregrinare trovò nella Valle dei Mòcheni il luogo ideale per realizzare la sua visione: un’economia agricola sostenibile, in armonia con la natura, basata sull’allevamento della capra pezzata mòchena, razza autoctona dalle elevate capacità produttive. Grazie alle conoscenze apprese dalla nonna e dai pastori a fianco dei quali aveva combattuto in Etiopia, recuperò terreni abbandonati e li trasformò in risorse. Nel suo maso produceva formaggi con metodi tradizionali e li vendeva direttamente, diventando una figura nota nelle valli e nei borghi trentini. Tra questi, Brentonico, tra il Monte Baldo e il Lago di Garda, gemellato con Muyinga in Burundi. Dal Trentino al Burundi Mauro Dossi è stato il sindaco di questo Comune. «Nel 1994 facemmo una scelta famigliare e decidemmo di prendere in affido una ragazzina burundese di 13 anni, Josiane, che stava vivendo l’esperienza drammatica dello scontro fra gli Hutu e i Tutsi», racconta. «Nel 1997 venne ucciso suo padre e decidemmo di accompagnarla in Burundi al suo funerale». Là Doss irimase impressionato dalla situazione sociale che si viveva nel Paese e decise di fare qualcosa. Fondò l’associazione “Il Melograno” (https://www.associazionemelograno.com/, che negli anni costruì orfanotrofi, falegnamerie, officine e laboratori di cucito, con un modello economico in cui il 50% degli utili delle attività commerciali veniva destinato alle scuole materne e agli orfanotrofi. Nel 2007, Il Melograno avviò una cooperativa agricola con dieci donne burundesi, oggi cresciute fino a settanta. Una scelta volutamente femminile in un contesto in cui sono le donne a sostenere la vita quotidiana: lavorano la terra, raccolgono l’acqua, cucinano, crescono i figli e mantengono le abitazioni. Oggi, le socie lavoratrici stanno coinvolgendo i figli, educandoli a non ripetere gli errori dei padri. Grazie al microcredito interno, la cooperativa ha raggiunto l’autosufficienza alimentare, lavorando 6 ettari di terreno, un dato impressionante se si tiene conto che il Burundi è un Paese con una delle più alte densità abitative al mondo (è grande come il Piemonte, ma ci vivono 12 milioni di persone) e la terra è un bene preziosissimo. Casari senza frontiere Il Melograno aiutò la cooperativa con un allevamento di mucche, capre e maiali, e favorì l’adesione a un consorzio per la raccolta e la vendita del latte. Tuttavia, il limitato mercato locale non permetteva di sostenere i costi di produzione, e il trasporto fino alla capitale, distante 170 chilometri, era insostenibile. La soluzione fu la produzione di formaggio, un prodotto più facilmente trasportabile. Molti allevatori burundesi nemmeno sapevano cosa fosse il formaggio, ma accettarono l’idea e avviarono la costruzione di un caseificio. A quel punto sorse però il problema che in Burundi non ci sono attrezzature per i caseifici, anche perché in tutto il Paese ce ne sono solo tre. È allora che Dossi si ricordò di Agitu. «L’avevo conosciuta perché compravo i suoi formaggi», ricorda l’ex sindaco. «Mi venne l’idea di andare a vedere che fine avessero fatto le sue attrezzature. Nel retro del suo laboratorio a Frassilongo trovammo una situazione non idilliaca: l’attrezzatura era su un prato fuori dal caseificio. La esaminammo con un nostro esperto e decidemmo che tutto ciò che era recuperabile lo avremmo recuperato. Con un container la portammo tutta in Burundi. Avremmo potuto prenderla anche da un’altra parte, però aveva un significato prendere proprio quella». Pagina Facebook La capra felice In Trentino si era tentato più volte di riavviare l’attività di Agitu, senza successo. «Abbiamo fatto la proposta all’avvocato Molinari, curatore dei beni della pastora. La proposta fu accettata e quindi abbiamo portato tutto in Burundi. Abbiamo invitato ad andarvi dei nostri casari e abbiamo formato i casari loro. Fra l’altro abbiamo scelto e individuato anche una ragazza, che assomiglia tantissimo ad Agitu. Abbiamo formato lei e un ragazzo. Oggi il caseificio di Muyinga produce formaggio e funziona a pieno regime. Noi sistematicamente andiamo giù ogni sei mesi con dei casari e li aiutiamo a crescere, però loro intanto sono già diventati autonomi: producono il formaggio e lo portano nella capitale. Li abbiamo aiutati a trovare dei canali che consentano loro di venderlo in ristoranti e negozi. Il formaggio ovviamente si chiama “Agitu”». E il sogno non si ferma qui. «Vorremmo portare in Burundi anche il gregge di Agitu, o almeno gli animali sopravvissuti: quattro capre e un caprone», racconta Dossi. L’idea è quella di consolidare la capra mòchena, la razza che Agitu contribuì a salvare dall’estinzione, e far nascere un allevamento gestito dalla cooperativa femminile. Un progetto che chiuderebbe il cerchio, riportando idealmente Agitu nella sua terra. Le difficoltà burocratiche e sanitarie per il trasferimento degli animali rendono questa fase ancora incerta, ma quel che è certo è che, se Agitu avesse avuto la possibilità di ricostruire in Etiopia ciò che aveva realizzato in Trentino, lo avrebbe fatto senza esitazione. Oggi, nel caseificio di Muyinga, una targa in sua memoria sembra dire: “Guarda, tu sei qui. Ti abbiamo riportata in Africa attraverso la tua attrezzatura, in un contesto che avresti di sicuro amato”.   Africa Rivista
October 16, 2025
Pressenza
150 naufraghi al largo dello Yemen. OIM: i rischi aumentano, eppure il flusso migratorio incrementa
LA NAVE AFFONDATA DOMENICA 3 AGOSTO TRASPORTAVA PIÙ DI 150 MIGRANTI. NOVE DEI DIECI SOPRAVVISSUTI SONO ETIOPI. SALVO ANCHE UNO YEMENITA. LO YEMEN, UNO DEI PIÙ PERICOLOSI EPPURE INTENSAMENTE TRAFFICATI APPRODI DEL FLUSSO DI MIGRANTI AFRICANI DIRETTI VERSO I PAESI ARABI, AVVERTE: INSTABILITÀ E DIFFICOLTÀ ECONOMICHE GLI IMPEDISCONO DI AFFRONTARE LA SITUAZIONE.   AFRICA RIVISTA / 4 agosto 2025 – Decine di migranti hanno perso la vita e molti risultano ancora dispersi, dopo il naufragio di un’imbarcazione nel mar Arabico al largo delle coste dello Yemen. Secondo il sito di notizie panarabo al-Araby al-Jadeed, con sede a Londra, il direttore sanitario del distretto di Zinjibar, governatorato di Abyan, Abdul Qader Bajamil, ha dichiarato che i corpi di 54 migranti, uomini e donne, sono stati recuperati e che altri 10 sono stati tratti in salvo: nove etiopi e uno yemenita. Bajamil ha confermato che le operazioni di ricerca e soccorso sono ancora in corso per recuperare i corpi rimanenti. MARINE LINK © lesniewski / Adobe Stock Fonti di sicurezza avevano precedentemente riferito a REUTERS che l’imbarcazione, che si ritiene trasportasse decine di migranti africani, per lo più etiopi, si è capovolta domenica mattina a causa del maltempo e dei forti venti al largo della costa del distretto di Ahwar, nella provincia di Abyan, nello Yemen meridionale, sul Mar Arabico. Il Dipartimento di Sicurezza di Abyan ha dichiarato domenica in un comunicato stampa di aver condotto “un’operazione umanitaria su larga scala per recuperare i corpi di un gran numero di migranti irregolari di nazionalità etiope (Oromo), annegati in mare al largo delle coste del governatorato di Abyan mentre cercavano di infiltrarsi nel territorio yemenita a bordo di imbarcazioni di trafficanti provenienti dal Corno d’Africa”. L’ente ha spiegato che i servizi di sicurezza hanno trasferito i corpi negli ospedali della città di Zinjibar (la capitale del governatorato) nell’ambito di intensi sforzi umanitari e di soccorso, nonostante le risorse limitate. Ha indicato che molti di questi casi sono stati trovati su diverse spiagge, il che suggerisce che ci siano ancora molti dispersi in mare. I servizi di sicurezza del governatorato di Abyan hanno invitato tutte le parti interessate, a livello locale e internazionale, a intervenire con urgenza e ad adottare misure deterrenti “per fermare questo flusso illegale attraverso le acque territoriali yemenite, che è diventato una crescente minaccia umanitaria e per la sicurezza”. Hanno sottolineato la necessità di rafforzare il coordinamento tra le autorità marittime, le organizzazioni per l’immigrazione e le organizzazioni internazionali competenti per impedire alle reti di trafficanti di sfruttare la costa yemenita come punto di transito per i migranti. Hanno affermato: “Il governatorato non è più in grado di sopportare il peso di queste ripetute ondate, alla luce delle difficili condizioni di sicurezza ed economiche che il Paese sta attraversando”. Migliaia di migranti africani si recano regolarmente in Yemen con l’obiettivo di raggiungere gli stati del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita, in cerca di opportunità di lavoro e una vita migliore. Molti sono annegati in mare. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM / IOM – International Organization for Migration) afferma che lo Yemen continua a registrare un aumento significativo del flusso di migranti irregolari dall’Africa. Ha riferito di aver registrato l’arrivo di oltre 37.000 migranti in Yemen durante il primo trimestre di quest’anno, rispetto agli oltre 60.000 di tutto il 2024. * Naufraga una barca nel mar Arabico con decine di migranti africani, vittime e dispersi / AFRICA RIVISTA – 4 agosto 2025 > ALTRE FONTI : > > Secondo l’OIM la rotta dal Corno d’Africa allo Yemen è “una delle rotte > migratorie più trafficate e pericolose al mondo” / MARINE LINK, 3.8.2025 > > Al largo dello Yemen. Si ribalta una barca: 68 i migranti morti – Erano 157, > soprattutto etiopi. Avevano tentato una delle rotte più pericolose: quella di > tanti che sperano di raggiungere gli Stati del Golfo. Anche lo Yemen, pur > devastato dalla guerra… / AVVENIRE, 4.8.2025 Africa Rivista
August 4, 2025
Pressenza
Anch’io canto l’Italia – l’attualità delle poesie di Rahma Nur
Nata a Mogadiscio nel 1963 e arrivata in Italia a soli cinque anni, Rahma è diventata cittadina italiana dopo vent’anni di attesa e dal 1992 è maestra in una scuola primaria statale italiana di Pomezia, attivista e pensatrice. Pubblicato da Astarte Edizioni, “I, too, sing Italia” è una raccolta poetica che intreccia l’esperienza personale dell’autrice – donna nera in Italia, figlia della diaspora somala, (dis-)abile – con temi universali di identità, memoria e resistenza. Con voce intensa e profondamente radicata, il libro invita a riflettere sul significato dell’appartenere e su come possiamo ripensare i territori come spazi capaci di celebrare le soggettività plurali che li abitano. Come spiega l’autrice nell’Introduzione, questa raccolta parla di cosa significa essere italian3 oggi, di come la lingua e la narrazione possano diventare strumenti per affermare se stess3 e partecipare a un’esperienza di lotta condivisa: “Non si può rimanere inattivi, non si può rimanere in silenzio, bisogna agire e manifestare – anche il proprio dissenso, se necessario – davanti alle ingiustizie e alle discriminazioni, e lottare. Nel mio piccolo cerco di raccontare questo tempo, questa nazione in cui mi sono formata e sono diventata la persona di oggi.” Spiegando il titolo, prosegue: “I, too, sing Italia è più di un titolo – è un’affermazione. Canto quest’Italia con tutte le sue contraddizioni, con la sua bellezza e le sue sfide, con la mia pelle scura e i miei capelli ricci. La canto attraverso le mie esperienze di donna, madre, insegnante e poeta” che si legano tra di loro in “labirintiche intersezioni.” È un’affermazione che risuona con forza a pochi giorni dal referendum sulla cittadinanza – ignorato sistematicamente dal servizio pubblico, dalla televisione e dai mass media – in cui siamo chiamat3 a decidere se vogliamo allineare l’Italia agli standard europei, riducendo da 10 a 5 gli anni di residenza legale necessari per richiedere la cittadinanza. Un referendum che riguarda migliaia di persone che abitano, lavorano e studiano nel nostro Paese, ma che, paradossalmente, non hanno diritto a esprimere il proprio voto. Non si tratta solo di una questione tecnica: questo referendum è uno specchio che riflette – per usare le parole di Rahma – quale Paese vogliamo cantare e affermare insieme nel futuro. Carmen della Porta Redazione Toscana
June 6, 2025
Pressenza
Testimoni
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Mediterranea -------------------------------------------------------------------------------- Martedì sera 6 maggio ricevo un messaggio da David, mio compagno e fratello della rete RefugeesinLibya. “Bro, guarda”. È un video. Una donna con in braccio un bimbo, accovacciata in un androne lurido, la luce scarsa. Sussurra quasi, in una lingua che non conosco. Si vede un’altra ragazza vicino a lei, distesa a terra. David mi scrive. “È chiusa nel lager di Almasri, con lei tante altre mamme con i bambini. Le hanno catturate in mare, hanno fatto dei morti. Adesso le chiedono il riscatto”. Il 2 maggio, di mattina presto, Fatima con il suo bambino, insieme alla sorella Rakuya, più giovane di lei, sale sul barcone di legno ancorato a cento metri dal bagnasciuga della spiaggia di Sabratha. Provo a immaginare quello che nel messaggio non è scritto. Ha dovuto tenere il bambino in alto, sollevarlo con le braccia sopra l’acqua del mare, mentre i miliziani che gestiscono il business dei viaggi, spingevano la gente avanti, ordinando di fare in fretta. 130, 140 persone per un vecchio peschereccio di legno, a due ponti, dove alla fine, dalla stiva al tetto della plancia, non c’è più posto nemmeno per uno spillo. Quelli in stiva devono premersi sulla faccia dei panni bagnati: il fumo del vecchio motore diesel fa soffocare. È un paradosso quel motore: se i suoi pistoni continuano a martellare, il fumo ti fa morire lì dentro. Se si ferma, e l’aria può finalmente entrarti nei polmoni senza ucciderti, si ferma anche la pompa di sentina, che è quella che butta fuori l’acqua altrimenti, pieno così, il barcone affonda. David dice che loro, Fatima e sua sorella, sono profughe etiopi. Guardo il bimbo nel video: avrà un anno. È nato in Libia. La traduzione delle parole di Fatima la fanno tre persone diverse, che parlano altrettante varianti dell’amarico, la lingua ufficiale. Ma magari è tigrino o oromiffa. In Etiopia si parlano ottanta lingue e duecento dialetti diversi. “Aiutateci, siamo all’inferno”. Appena dopo un’ora dalla partenza, i miliziani stavolta in versione “guardia costiera”, hanno assaltato il barcone pieno di gente. Hanno sparato raffiche di mitra. Qualcuno è morto subito, colpito direttamente. Quando sei ammassato in quella maniera, dove scappi? Dove ti ripari? Solo dietro ad altri corpi, se sei fortunato e quello davanti a te è sfortunato. I colpi di mitra passano lo scafo, e incendiano il motore. “Una ragazza è morta bruciata davanti a noi”, dice Fatima nel video. Ritorno a immaginare. Un’ora di navigazione, con un barcone come quello che massimo fa sei nodi, significa che li hanno catturati a sei miglia dalla costa. Acque libiche. Gli stessi che si sono fatti dare i soldi per il viaggio, li hanno venduti ai loro compari. Un sistema criminale come quello del “controllo delle frontiere” ben congegnato. Questi banditi hanno ben compreso il concetto di “massimizzazione dei profitti e minimizzazione del rischio”. Grazie ai finanziamenti del memorandum Italia-Libia, e ai tanti viaggi del Falcon dei servizi segreti carico appunto di “servizi” da rendere ai signorotti della guerra libici, in otto anni gli “scafisti del globo terraqueo” si sono presi il governo libico. Hanno puntato agli apparati di sicurezza: ministero degli interni, polizia, marina militare e guardia costiera. Organizzano le partenze forti del fatto che non esistono vie legali per un profugo, per una madre con suo figlio, di lasciare la Libia verso l’Europa. I corridoi umanitari, che per fortuna esistono ma solo grazie all’impegno della Chiesa, dei Valdesi e dell’Arci, equivalgono a svuotare il mare con un cucchiaio. L’Unione Europea, codarda in questo come in tutto il resto, è solo passacarte di chi ha preso l’iniziativa, e cioè la premier dell’Italia. Che nonostante l’Onu, nonostante la Corte Penale internazionale e nonostante quello che tutti sanno, ha deciso di caratterizzare il suo “impegno” a dare la caccia agli “scafisti del globo terraqueo”, riempiendo di milioni di euro i loro capi. D’altronde, a chi importano le vite di quelle madri, di quei bambini? Come dice Piantedosi, l’importante è che non partano. Fatima e Rakuya sono registrate da UNHCR. Da anni. Come la stragrande maggioranza. Hanno la certificazione da asilo immediato, venendo dall’Etiopia. Eppure niente. Con David riusciamo, dopo molti tentativi, a prendere di nuovo la linea. Parliamo con Rakuya, che ci spiega nel dettaglio. Quella che vediamo nel video distesa a terra, è una ragazza che è morta. Il giorno dopo, ci dice Rakuya, è morto anche un bimbo piccolo, che aveva bevuto molta acqua in mare. Li hanno assaltati sparando, hanno catturato i sopravvissuti e li hanno portati nel lager di “Osama”. Osama è il nome con il quale è conosciuto Almasri, il protetto del governo italiano, che è “capo della polizia giudiziaria libica” e “direttore del Al-Nasr Detention Center”, il lager di Zawhija, cinquanta chilometri a nordovest di Tripoli. Ci facciamo mandare la posizione. Risulta da Google maps, è quello. Il telefono con il quale ci hanno chiamato da quella prigione, è l’unico che sono riusciti a tenersi, nascondendolo. I miliziani è la prima cosa che fanno: spogliano tutti e tutte nudi, e sequestrano i telefoni: l’addestramento gli ha insegnato che non devono rimanere tracce dei loro crimini. A volte sono distratti, qualcuno gli sfugge. Hanno comunicato agli internati che vogliono 6.000 dinari a testa per farli uscire da lì. Ora non immagino più niente. La mia mente si rifiuta di pensare cosa faranno alle donne adesso. Cosa faranno agli uomini. Cosa faranno ai bambini. Mandiamo tutto alla Corte Penale Internazionale. È questo il motivo per cui, per il governo italiano, siamo un “pericolo per la sicurezza nazionale”. Per questo i servizi segreti ci spiano. In Libia non vogliono testimoni. E nemmeno qui. Hanno ricevuto lo stesso addestramento si vede. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTA NOTIZIA DI MEDITERRANEA S.H.: Uccisioni in mare ad opera della cosiddetta guardia costiera libica e gli orrori nel lager di Almasri, protetto dal governo italiano -------------------------------------------------------------------------------- Luca Casarini, Mediterranea Saving Humans -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Testimoni proviene da Comune-info.
May 11, 2025
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