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VERONA: NUOVE INDAGINI SULL’OMICIDIO DIARRA, IL COMITATO “LE NOSTRE PERPLESSITÀ SONO EMERSE”
“Soddisfazione e amarezza” da parte del Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra dopo aver letto le 54 pagine dell’ordinanza della giudice per le indagini preliminari Livia Magri, che ha respinto la richiesta di archiviazione.  Ora il Pubblico Ministero dovrà aprire nuovamente le indagini sulla morte di Moussa, freddato da un poliziotto alla stazione di Verona Porta Nuova il 20 ottobre del 2024. Nell’ordinanza della GIP si chiede tra l’altro di indagare il poliziotto per concorso in depistaggio. La giudice ipotizza infatti che le prove siano state alterate dal poliziotto o da altre persone, oppure che siano state fornite false informazioni agli inquirenti. “Una sberla a come sono state condotte le indagini, parziali e a senso unico” ha dichiarato Daniele Todesco del Comitato ai nostri microfoni, aggiungendo che “è la narrativa completa della ricostruzione che viene messa in discussione”. “Non è nemmeno provato che Moussa nel momento della collutazione con i poliziotti avesse un coltello, le immagini non lo chiariscono”, ha aggiunto. L’approfondimento sull’ordinanza della GIP con Daniele Todesco, del Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra, che rilancia con la raccolta fondi, che servirà, oltre che per sostenere il costo della prosecuzione delle indagini, anche per far tornare a casa la salma di Moussa, da 18 mesi all’ospedale di Borgo Roma. Ascolta o scarica Per sostenere le spese legali e il rimpatrio della salma CC MPS Intestato al Circolo Pink: IBAN: IT65G 01030 11707 0000 11099 492 – PayPal: permoussadiarra@gmail.com Causale: Moussa torna a casa.
April 23, 2026
Radio Onda d`Urto
CASO MAGHERINI, MORTO DOPO UN FERMO DI POLIZIA. RICORSO DELL’ITALIA CONTRO LA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO
Si protrae ancora la chiusura definitiva della vicenda legata alla morte di Riccardo Magherini, avvenuta a Firenze nella notte tra il 2 e il 3 marzo del 2014, in seguito ad un fermo da parte dei carabinieri. L’avvocatura dello Stato italiano ha deciso di presentare ricorso contro la Corte Europea dei diritti dell’Uomo, la CEDU, che a gennaio aveva condannato l’Italia per violazione del diritto alla vita. Il 39 enne Riccardo Magherini, ex promessa del calcio e padre di un bambino, fu colto da una crisi di panico e deliri paranoici mentre camminava per il quartiere di Borgo San Frediano. Credendo di essere inseguito da qualcuno che voleva ucciderlo, l’uomo entrò in un ristorante chiedendo aiuto e poi corse in strada urlando. All’arrivo di due pattuglie dei carabinieri, Magherini non oppose una resistenza violenta o offensiva, ma si inginocchiò chiedendo protezione. Nonostante fosse disarmato e incensurato, venne bloccato a terra in posizione prona, ammanettato con le mani dietro la schiena. In questa posizione, mentre continuava ad urlare “aiuto, ho un figlio, sto morendo”, fu tenuto schiacciato a terra per circa 20 minuti. Alcuni testimoni riferirono che durante il fermo, Riccardo Magherini ricevette dei calci. All’arrivo dell’ambulanza l’uomo era già in arresto cardiaco e dichiarato morto alle 2.45 del mattino. Tre i gradi di giudizio, in una battaglia legale portata avanti dalla famiglia che dura da allora. In primo grado e in appello, nel 2016 e nel 2017, tre carabinieri furono condannati per omicidio colposo a pene tra i 7 e gli 8 mesi. Secondo i giudici, che si basarono sulla perizia medica, il protrarsi dell’immobilizzazione prona per una ventina di minuti, era stata determinante nel concorrere a decesso per asfissia, in combinazione con l’intossicazione da cocaina e lo stress psicofisico. La Cassazione invece, nel 2018, annullò le condanne e assolse i militari perché “il fatto non costituisce reato”. Secondo i giudici della suprema corte, i carabinieri non avrebbero potuto prevedere che la tecnica di contenimento avrebbe portato alla morte, ritenendo l’evento non evitabile date le conoscenze tecniche dei militari in quel momento. Il caso arriva poi alla CEDU che il 15 gennaio di quest’anno emette una sentenza storica, condannando lo Stato Italiano per aver violato l’articolo 2 della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali – la CEDU appunto. Secondo i giudici di Strasburgo lo Stato non ha protetto adeguatamente la vita di una persona sotto la sua custodia e non ha fornito una legislazione chiara per prevenire tali tragedie, facendo appunto riferimento al fatto che i carabinieri non erano adeguatamente formati sulle tecniche di contenimento. I giudici della CEDU hanno invitato l’Italia alla revisione della legislazione in materia, condannandola a risarcire con 140 mila euro la famiglia di Magherini e al pagamento delle spese legali. Lo Stato Italiano, tramite il governo di Giorgia Meloni, invece di adeguare le norme sulle tecniche di contenimento o di promuovere maggiore trasparenza nelle indagini che coinvolgono le forze dell’ordine, oltre che a non risarcire la famiglia, fa ricorso contro la CEDU. Nel frattempo, nella giornata di ieri, 20 di aprile, il Consiglio comunale di Firenze ha approvato all’unanimità una mozione per intitolare un luogo della città a Riccardo Magherini. È stato deciso che luogo in questione sarà nel rione di Borgo San Frediano, con una targa che si ribadisca l’importanza della tutela dei diritti umani e della dignità di ogni persona. L’atto era stato depositato da Sinistra Progetto Comune. Il commento dell’avvocato della famiglia Magherini, Fabio Anselmo. Ascolta o scarica
April 21, 2026
Radio Onda d`Urto
VERONA: RESPINTA L’ARCHIVIAZIONE DEL CASO MOUSSA DIARRA, IL POLIZIOTTO SARÀ INDAGATO PER DEPISTAGGIO
La giudice per le indagini preliminari ha respinto la richiesta di archiviazione, quindi il pubblico ministero dovrà riprendere le indagini sulla morte di Moussa Diarra, 26 di origine maliana freddato da un poliziotto alla stazione di Verona Porta Nuova il 20 ottobre del 2024. Lo scorso novembre la Procura di Verona aveva chiesto l’archiviazione del caso, richiesta alla quale si era opposta la famiglia Diarra. Nelle 54 pagine di ordinanza della giudice per le indagini preliminari, si chiede di indagare il poliziotto per concorso in depistaggio. La giudice ipotizza infatti che le prove siano state alterate dal poliziotto o da altre persone, oppure che siano state fornite false informazioni agli inquirenti. La posizione del poliziotto quindi si aggrava, poiché inizialmente era indagato per eccesso colposo di legittima difesa. Quest’ultima ipotesi era stata respinta dalla Procura, secondo la quale il poliziotto agì appunto per legittima difesa. L’avvocato e le avvocate della famiglia Diarra argomentarono da subito che l’indagine fu incompleta e parziale. Infatti le investigazioni sui poliziotti coinvolti nell’omicidio, furono affidate alla Questura. I legali di Diarra avevano anche insistito sulla non proporzionalità del pericolo rappresentato dal coltello da cucina che Moussa aveva in mano prima di essere sparato a morte. Il commento di uno degli avvocati della famiglia Diarra, Fabio Anselmo. Ascolta o scarica
April 21, 2026
Radio Onda d`Urto
Livorno. La polizia interviene al porto per garantire carico di armi da Camp Darby
Alle prime luci della mattina di sabato 18 aprile, a Livorno, grazie alla segnalazione da parte dei lavoratori è scattata la mobilitazione contro l’ennesimo transito di materiale bellico: era previsto il transito dela nave Freeberg carica di munizioni ed esplosivi, proveniente dalla base americana di Camp Darby. Decine di attivisti […] L'articolo Livorno. La polizia interviene al porto per garantire carico di armi da Camp Darby su Contropiano.
April 18, 2026
Contropiano
Avremo sempre Rogoredo
di Mario Di Vito* Il tempo delle mele. Dopo l’omicidio di Zack Mansouri la polizia ha promesso grandi cambiamenti, ma ancora si parla di «mele marce». E nel boschetto tutto …
Solidarietà agli attivisti di Pax Christi fermati a Roma dalla polizia
Il fermo degli attivisti e delle attiviste di Pax Christi a Roma, avvenuto domenica 12 aprile, come scrive Peacelink, ci riporta indietro nel tempo, quando, nel continente latino-americano, venivano rapiti e uccisi preti e attivisti cattolici di base per mano dei battaglioni della morte legati ai latifondisti e alle dittature locali. E quei regimi dittatoriali erano espressione degli interessi statunitensi. Con le debite differenziazioni, contestualizzando gli avvenimenti e con tutte le cautele del caso, ancora oggi una parte forse minoritaria del cattolicesimo viene vista come nemica dell’ordine costituito, perché schierata, con istanze radicali, contro le disuguaglianze e la guerra. A margine dell’Assemblea nazionale di Pax Christi a Roma, un gruppo di attivisti e attiviste è stato fermato prima di arrivare in piazza San Pietro, dove avrebbe partecipato ad una preghiera per la pace convocata dal Papa. Forse per il Governo Meloni e i suoi ministri erano lo striscione o le magliette che riportavano il testo de l’art. 11 della Costituzione a rappresentare una minaccia per l’ordine? O semplicemente ricordare che la guerra viene alimentata dalla produzione e dall’invio di armi equivale a una minaccia contro gli interessi nazionali rappresentati magari dall’export di armi made in Italy? Chi ci conosce sa bene la nostra critica storicamente fondata a come i principi costituzionali più avanzati siano stati aggirati nel corso degli anni, vale per il ripudio della guerra come per i principi che attestano la necessità di puntare sullo stato sociale. Del resto, il ripudio della guerra non ha impedito al nostro Paese di partecipare direttamente a vari conflitti o a sostenerli politicamente e dalle retrovie, aggirando la legge 185/1990 che proprio da Pax Christi e dal suo presidente don Tonino Bello fu voluta. Eppure, evocare certi principi sembra ancora oggi un atto sovversivo, in aperta violazione dell’ordine pubblico, come se una marcia nonviolenta di cattolici potesse rappresentare qualche minaccia. Attivisti e attiviste di Pax Christi hanno riportato queste notizie preoccupanti, evidenziando come proprio il ripudio della guerra sia considerato alla stregua di un “intento politico”, giudicato altamente pericoloso per l’ordine pubblico. L’episodio dovrebbe far riflettere, tra l’altro, sulla gestione dell’ordine pubblico nelle nostre città, su come la economia di guerra abbia influenzato anche il legislatore tra pacchetti sicurezza, che oggi vengono bocciati da CSM (leggi qui la notizia), e intenti repressivi che colpiscono ormai tutte le forme di dissenso. Per questi motivi, ci pare molto preoccupante il fermo degli attivisti e delle attiviste di Pax Christi, come anche la repressione scatenata da qualche maglietta con stampate delle frasi che dovrebbero rappresentare il faro guida dell’operato delle forze dell’ordine. Al contempo, potremmo anche dedurre che in tempi di guerra sta diventando un pericoloso ostacolo denunciare guerre, genocidi, commerci di armi, ingiustizie sociali ed economiche. Forse tanto sdegno dovrebbe indurci a guardare con maggiore preoccupazione al restringersi degli spazi di libertà e di democrazia nel nostro Paese, al ritorno alla leva che si accompagnerà ad un’incessante propaganda di guerra. Esprimiamo, dunque, la nostra solidarietà agli attivisti e alle attiviste di Pax Christi, nella consapevolezza che questo episodio non arresti la protesta, e il contrasto alla guerra e ai processi di militarizzazione. Di seguito la maglietta accusata di essere uno “slogan politico” dalla polizia. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Elementari Oberdan (Pisa): la Polizia regala zainetti e cappellini. Il no di alcuni genitori
L’invito da parte della Polizia di Stato alla partecipazione in occasione del 174° anniversario della sua fondazione è stato accolto anche dalle scuole elementari Oberdan di Pisa. L’evento si è tenuto il 10 aprile presso la stazione Leopolda e al termine della cerimonia ai bambini e alle bambine sono stati distribuiti diversi gadget quali zainetti e cappellini. Non a tutti però, grazie all’intervento di alcuni genitori e genitrici. È davvero difficile capire quale possa essere il risvolto didattico-pedagogico di iniziative del genere e infatti abbiamo notizia che diversi genitori e genitrici non hanno firmato l’autorizzazione all’uscita prevista chiedendo che i propri figli e le proprie figlie potessero rimanere a scuola (sarebbe interessante sapere quali attività didattiche alternative sono state organizzate per i bambini e le bambine che non hanno partecipato alla cerimonia). Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università invitiamo i genitori e le genitrici di Pisa a visitare il nostro sito e a collaborare con lo snodo locale della nostra organizzazione (per contatti, scrivere a osservatorionomili@gmail.com) affinché simili pratiche estremamente positive di consapevole rifiuto della militarizzazione dei luoghi della formazione possano diffondersi il più ampiamente possibile non solo nelle scuole ma in tutta la società civile. Alleghiamo a tale proposito una richiesta di esonero da attività che prevedano la collaborazione con le forze armate o di polizia che genitori e genitrici possono presentare sia al momento di iscrivere i propri figli e le proprie figlie a scuola sia in qualsiasi altro periodo dell’anno scolastico (vedi qui). Coordiniamoci. Collaboriamo. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Pisa Modulo genitori per esoneroDownload -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
PADOVA: 4 ATTIVISTI AGGREDITI DAI CARABINIERI E A PROCESSO PER DIRETTISSIMA
Convalidato l’arresto per quattro compagni fermati dai carabinieri a Padova nella tarda serata di mercoledì. Il processo per direttissima è stato fissato per giovedì ore 13.30. In concomitanza solidali del CS Pedro e di altre realtà cittadine, si ritroveranno in presidio davanti al Tribunale. Tutto è iniziato con un “controllo ordinario” a poche decine di metri dal centro sociale, “zona rossa” a Padova. Da poco si era conclusa un’assemblea per organizzare la festa del 25 aprile. Un’auto con a bordo “un paio di persone” che avevano partecipato all’assemblea, si ferma in un tabaccaio in via Annibale da Bassano quando immediatamente sopraggiungono due pattuglie dei carabinieri che “aprono violentemente le porte della macchina e intimano l’identificazione” dei presenti, che non resistono e forniscono i documenti. I carabinieri decidono di procedere con una perquisizione personale e all’auto, senza rilevare alcunché. In seguito gli animi si scaldano e i carabinieri “strattonano bruscamente un compagno bloccandolo a terra e schiacciandolo fisicamente”, in puro stile “George Floyd”, come ha raccontato ai nostri microfoni Nando, giunto dal vicino Pedro in quegli istanti. Con lui arrivano diversi altri compagni e compagne che non avevano ancora lasciato il centro sociale. Tanti i testimoni già presenti sul posto, in una strada particolarmente frequentata e che avevano notato la situazione. Dopo aver “schiacciato la faccia a terra”, il compagno fermato viene caricato su una volante e portato via da altri carabinieri giunti sucessivamente sul posto, “in totale erano quattordici”. Le persone solidali intervengono e si mettono in mezzo alla strada per placare la situazione che però “degenera”: i carabinieri picchiano con pugni e calci, usano spray al peperoncino. Infine procedono con il fermo di altri tre compagni senza rilasciare per tutta la notte alcuna comunicazione ai legali. Soltanto questa mattina è arrivata la notizia della convaldida dell’arresto e del processo per direttissima. “Non è il primo episodio del genere nella zona rossa”, non solo contro attivisti e attiviste, ma anche verso altre persone. Con il presidio di questo pomeriggio si chiede “il rilascio immediato” dei compagni arrestati e “di iniziare una campagna contro gli abusi in divisa dei carabinieri di Padova”. La testimonianza di Nando, compagno del centro sociale Pedro. Ascolta o scarica
April 16, 2026
Radio Onda d`Urto