La scuola che divora se stessaUn mese di scuola, e nemmeno un giorno libero da riunioni, moduli, circolari e
decine di email. La professione è svuotata dall’interno, il tempo per
preparare, studiare e seguire gli studenti viene divorato dalla burocrazia. È
una trasformazione lenta ma costante: il mestiere conserva il nome di
insegnamento, mentre una parte sempre più grande di tempo ed energie se ne va in
tutto ciò che gli gira intorno.
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È passato un mese dall’inizio della scuola e non c’è stato un giorno, uno
soltanto, senza riunioni pomeridiane, moduli da compilare, form da riempire,
scadenze da rispettare, circolari da leggere e decine/ventine/trentine di email
istituzionali che reclamano attenzione, possibilmente immediata. Almeno venti
messaggi al giorno sembrano ormai una misura ordinaria, come se la posta
elettronica fosse diventata il registro di una reperibilità permanente e il
tempo degli insegnanti una risorsa pubblica alla quale attingere senza troppe
formalità.
Questa situazione va avanti da decenni e ogni anno peggiora. Non siamo più
davanti a qualche inevitabile complicazione organizzativa, a un settembre
particolarmente congestionato, a una stagione di adempimenti destinata a
esaurirsi con l’avvio delle lezioni. Siamo davanti a una trasformazione
progressiva del mestiere, che conserva il nome di insegnamento mentre una parte
sempre più significativa e crescente del tempo e delle energie viene assorbita
da tutto ciò che gli gira intorno. Insegnare significa preparare lezioni,
studiare, leggere, aggiornarsi, costruire verifiche, correggere elaborati,
comprendere le difficoltà degli studenti, trovare spiegazioni diverse quando
quelle abituali non funzionano. Significa avere la disponibilità mentale per
entrare in classe e accorgersi di ciò che accade, per seguire un ragazzo che
fatica, per approfondire un argomento, per trasmettere non soltanto conoscenze,
ma anche curiosità e strumenti di comprensione. È un lavoro intellettuale e
umano, che richiede tempo, concentrazione e una continua elaborazione personale.
La qualità dell’insegnamento dipende anche dalla qualità del tempo che rimane
all’insegnante per insegnare. La scuola-azienda contemporanea lo ha ormai
dimenticato del tutto. A ogni problema corrisponde una procedura, a ogni
esigenza un modulo, a ogni progetto una documentazione, a ogni attività un
verbale, a ogni obiettivo una rendicontazione. Se qualcosa non funziona, si
istituisce un gruppo di lavoro; se il gruppo deve dimostrare di aver lavorato,
si convoca una riunione; se la riunione deve produrre risultati verificabili, si
redige un documento. Poi si archivia tutto e, talvolta, il problema rimane
esattamente dov’era.
Naturalmente, una parte della burocrazia è indispensabile: servono regole,
trasparenza, tutela degli studenti, coordinamento, responsabilità definite. Il
punto è capire quando gli strumenti cominciano a consumare la funzione che
dovrebbero sostenere. Una riunione non diventa produttiva perché è stata
convocata, una comunicazione non è efficace soltanto perché è stata inviata, un
modulo non è utile per il solo fatto di essere compilato. Occorrerebbe chiedersi
quanto tempo richiedano questi adempimenti, quali problemi risolvano e quali
risultati concreti producano. Invece, nella scuola si è affermata una logica di
accumulazione: si aggiungono obblighi senza eliminare quelli superflui, si
introducono nuove procedure senza verificare le precedenti, si moltiplicano le
comunicazioni senza preoccuparsi del carico complessivo che grava sui
destinatari. Ogni singola richiesta sembra ragionevole, ogni scadenza appare
gestibile, ogni riunione occupa soltanto un paio d’ore. È la loro somma a
diventare insostenibile, insieme alla continua frammentazione dell’attenzione,
alle interruzioni e alla necessità di tenere sotto controllo un flusso
incessante di informazioni.
Digitalizzare tutto, del resto, non significa necessariamente semplificare. Può
significare rendere più veloce la produzione delle richieste, moltiplicarne la
frequenza e trasferire sugli insegnanti ulteriori operazioni. Chi invia una
circolare impiega pochi minuti; chi la riceve deve leggerla, comprenderla,
stabilire se lo riguarda, individuare eventuali scadenze e, quando necessario,
agire. La facilità con cui si produce una comunicazione non coincide con la
facilità con cui la si gestisce. Così, accanto al lavoro reale, cresce un
secondo lavoro, che come Crono coi figli ha ormai divorato il primo: la
documentazione del lavoro. Accanto alla lezione c’è la sua formalizzazione,
accanto al progetto il suo monitoraggio, accanto all’attività svolta la
dichiarazione che ne attesta lo svolgimento. Si finisce per confondere ciò che è
facilmente registrabile con ciò che ha valore, dimenticando che si può compilare
tutto correttamente e svolgere una lezione mediocre, così come si può fare un
lavoro didattico straordinario senza che la sua qualità trovi una
rappresentazione adeguata nei documenti prodotti.
Il paradosso è evidente: mentre si moltiplicano gli strumenti destinati a
migliorare la scuola, si sottrae tempo a una delle condizioni essenziali di quel
miglioramento. La preparazione didattica scivola nelle ore serali, la lettura
personale diventa un lusso, la correzione dei compiti si accumula nei fine
settimana, la concentrazione viene continuamente interrotta. Quando finalmente
si arriva alla lezione del giorno successivo, bisogna trovare le energie che
sono rimaste dopo aver soddisfatto tutto il resto. E il tempo naturalmente ha un
costo, anche quando nessun bilancio lo registra: un costo fisico, mentale,
familiare e professionale. Una scuola può continuare a funzionare grazie alla
disponibilità supplementare dei suoi insegnanti, ma questo non dimostra che sia
organizzata bene: dimostra che molte persone continuano a compensare con il
proprio impegno le inefficienze del sistema. Se tutto viene comunque fatto, se
le lezioni sono preparate, le verifiche corrette, le riunioni frequentate e i
moduli compilati, l’organizzazione può perfino convincersi che il carico sia
sostenibile. Scambia così il sacrificio individuale per efficienza collettiva.
A rendere tutto ancora più irritante c’è il riconoscimento economico. Alla
professione vengono richieste competenze sempre più ampie, responsabilità
crescenti, disponibilità continua e una quantità progressiva di attività
collaterali, mentre gli stipendi rimangono perennemente inadeguati rispetto alla
preparazione necessaria e alla complessità del lavoro. Si pretende che
l’insegnante sia specialista disciplinare, educatore, valutatore, mediatore,
progettista, referente, compilatore e interlocutore permanente di una pluralità
di soggetti, confidando spesso nella sua coscienza professionale per assorbire
ogni nuova incombenza. La vocazione, in questo quadro, rischia di diventare un
alibi. Poiché insegnare è importante, si dà per scontato che l’insegnante possa
trovare nella propria passione la compensazione per ciò che manca sul piano
economico e organizzativo. Dovrebbe accettare qualche ora in più, qualche
riunione aggiuntiva, qualche scadenza urgente, perché in fondo il suo lavoro
riguarda il futuro dei ragazzi. Proprio perché riguarda il futuro dei ragazzi,
meriterebbe condizioni migliori. La passione dovrebbe essere coltivata, non
utilizzata come una riserva inesauribile con cui coprire le inefficienze
dell’istituzione.
Il danno, infatti, riguarda anche gli studenti. Un insegnante che arriva in
classe dopo una giornata amministrativamente congestionata può avere meno
energie per spiegare, ascoltare, approfondire, correggere e trovare una strada
diversa per chi non ha capito. Un consiglio di classe assorbito da adempimenti
formali dispone di meno spazio per discutere seriamente delle difficoltà di un
ragazzo. Ogni ora sottratta alla preparazione e alla riflessione didattica ha
conseguenze, anche quando nessun documento è in grado di misurarle. La scuola
consuma così proprio ciò che dovrebbe proteggere: la competenza, la curiosità
intellettuale, l’attenzione e la disponibilità umana di chi insegna. Una
professione può restare bellissima nel suo nucleo essenziale e diventare, nelle
condizioni concrete in cui viene esercitata, sempre più logorante. È questa la
contraddizione che molti insegnanti sperimentano da anni: continuare ad amare il
proprio lavoro mentre diventa sempre più difficile trovare il tempo e le energie
per svolgerlo bene.
La soluzione richiederebbe un cambiamento molto concreto ma radicale: eliminare
gli adempimenti ridondanti, unificare le richieste, razionalizzare le
comunicazioni, limitare le riunioni a quelle realmente necessarie, coordinare le
scadenze e verificare periodicamente l’utilità delle procedure. Ogni nuova
attività dovrebbe essere valutata anche in rapporto al carico già esistente,
chiedendosi che cosa sia possibile semplificare o eliminare. La buona
organizzazione consiste nel selezionare ciò che serve, distribuire le
responsabilità e rendere possibile il lavoro, non nel riempire ogni spazio
disponibile nell’agenda del personale. Dovremmo smettere, soprattutto, di
confondere la scuola con la sua amministrazione. Il risultato più importante
dell’insegnamento non è un documento archiviato, ma ciò che uno studente riesce
a comprendere, leggere, interpretare e pensare autonomamente. Sono risultati che
richiedono tempo, attenzione e continuità, e che nessuna moltiplicazione di
moduli può produrre al posto di chi insegna.
Dopo un mese trascorso fra riunioni pomeridiane, form, circolari e decine di
email quotidiane, è dunque legittimo provare una rabbia che va oltre il fastidio
per l’ennesima incombenza. È la rabbia di chi vede progressivamente restringersi
lo spazio della propria professione, anno dopo anno, senza che nessuno sembri
disposto a interrogarsi seriamente sulle conseguenze. La sensazione è quella di
dover difendere ogni giorno il tempo necessario per fare il lavoro per cui si è
stati assunti. Nel frattempo la scuola continua a chiedere intelligenza,
cultura, pazienza, sensibilità e responsabilità, offrendo condizioni sempre meno
favorevoli per esercitarle e una retribuzione che non restituisce un
riconoscimento proporzionato a ciò che viene richiesto. Il rischio è perdere
progressivamente l’attrattiva della professione, scoraggiare chi vorrebbe
intraprenderla e logorare chi continua a svolgerla con serietà.
Non serve idealizzare gli insegnanti, così come non serve fingere che ogni
procedura sia inutile. Serve distinguere ciò che tutela e migliora il lavoro da
ciò che si limita a consumarlo, riconoscendo che il tempo delle persone è una
risorsa educativa e che sprecarlo significa impoverire la scuola. Una scuola che
non protegge il tempo necessario per insegnare finisce per danneggiare proprio
ciò che dovrebbe garantire. Il paradosso finale è tutto qui: abbiamo costruito
un sistema che pretende di migliorare continuamente la scuola attraverso un
numero crescente di attività, procedure e documenti, senza domandarsi abbastanza
se stia diventando più difficile fare bene il lavoro fondamentale.
Hanno lasciato intatto il nome della professione, ne hanno moltiplicato gli
obblighi, ne hanno peggiorato le condizioni economiche e ne hanno
progressivamente ristretto lo spazio vitale. Poi si domandano perché gli
insegnanti siano stanchi.