La pogressività del sistema fiscale e la foglia di fico del PD
Ieri sera Bersani, a corto di cartucce da sparare sul governo nel merito di un
tema (la progressività del sistema fiscale) che per la sinistra è imbarazzante
(le aliquote le hanno cambiate anche loro con Draghi) si è tirato fuori il
carico di briscola: una tassazione progressiva senza scaglioni! Soluzione
gettata lì senza altri chiarimenti, come se fosse l’uovo di Colombo (dando per
scontato che questa avrebbe sanato il fiscal drag).
Quando si parla di progressività fiscale, il senso comune tende a leggerla in
modo “locale” e statico: si guardano gli scaglioni (le soglie) come a dei
confini netti o a delle stazioni dove il prelievo cambia improvvisamente passo.
Ma dal punto di vista strutturale e matematico, la vera progressività – quella
che rispetta il principio costituzionale di capacità contributiva – non risiede
nella visibilità geometrica delle soglie, ma nella continuità della funzione di
prelievo. Che c’è già.
Il motivo per cui le soglie visibili ingannano l’intuizione è che creano una
discontinuità percepita. Nell’immaginario collettivo si teme sempre che il
passaggio alla soglia superiore (lo “scaglione”) possa penalizzare il reddito
complessivo, come se superare di un euro una soglia facesse saltare l’aliquota
su tutto il reddito precedente. Confondendo l’aliquota marginale (quella che si
applica solo sull’ultimo euro guadagnato che è la parte eccedente la soglia)
e aliquota media (il rapporto effettivo tra le tasse pagate e il reddito totale,
che cresce in modo continuo e graduale, senza salti traumatici). È proprio
grazie al meccanismo a scaglioni.
Se immaginiamo un sistema senza aliquote fisse o scaglioni discreti (quindi
senza soglie visibili), il prelievo fiscale smette di essere una funzione a
gradini per diventare una curva continua (una funzione matematica derivabile).
In un sistema del genere ogni singolo incremento infinitesimale del reddito
genera un incremento infinitesimale del carico fiscale.
La progressività non è più “decisa a tavolino” stabilendo una soglia rigida (es.
da 0 a 15.000, da 15.000 a 28.000), ma è incorporata in una formula algebrica
(spesso esponenziale o logaritmica) che fa salire l’aliquota marginale in modo
fluido a mano a mano che il reddito sale.
La difficoltà di rendere intuitiva la progressività una volta tolti gli
scaglioni sono più una necessità burocratico-politica che una necessità
economica ideale. Da un lato, il legislatore ha bisogno di soglie fisse per
rendere il sistema comprensibile al contribuente medio, calcolabile dai datori
di sostituto d’imposta e verificabile dall’amministrazione
finanziaria. Dall’altro, irrigidire la progressività in “gradini” crea
distorsioni visive e psicologiche fortissime, alimentando la percezione di
iniquità o di trappole fiscali proprio in prossimità dei confini di soglia.
Se spogliamo il sistema delle aliquote fisse e guardiamo alla progressività come
a una proprietà geometrica del prelievo sul reddito, il problema non è più dove
mettere i paletti (le soglie), ma con quale accelerazione far correre la curva
del prelievo rispetto alla ricchezza prodotta. E di questa accelerazione
dovremmo parlare, per capire se la si vuole mantenere (usando una metafora
automobilistica) con questa coppia, con questi rapporti tra reddito che cresce e
prelievo che lo segue adattandovisi. Pensiamo a quello che accade quando il
motore sale di giri e la velocità con lui, fino al momento in cui la potenza
erogata viene limitata, ridotta per mettere in sicurezza il conducente.
Proviamo a pensarlo come se fosse il prelievo fiscale e le soglie le marce.
Anche senza di esse resterebbe da decidere quanto lo vogliamo allegro il motore
e quanta coppia avremo a bassi e alti regimi. Su questo le destre non mentono:
sono per la decelerazione generalizzata nella forma di Flat Tax, aiuti alle
imprese, sostegni alle banche e detrazioni a go go. Il punto è che le sinistre
di fatto stanno sulla stessa sponda e lo hanno mostrato nelle misure adottate da
Prodi e Bersani fino a Letta e Draghi.
A moraleggiare sulla Meloni al fashion week, con Bersani a Di martedì ci stava
Gentiloni, a ricordarmi la UE del ventottesimo stato come paradiso fiscale per
le aziende. Ovviamente su questo Bersani e Landini non dicono nulla, rimandando
la faccenda ad ipotetiche quanto vaghe tassazioni delle super rendite dei
Paperon de Paperoni e ad impossibili tasse sugli extraprofitti. Questo per non
impaurire l’elettorato e mantenere una cornice regressiva generalizzata, quella
che va dai bonus alle detrazioni, dai premi assicurativi alla transizione
ecologica, digitale, dall’istruzione, la salute, i trasporti fino alla cura del
giardino e degli animali: chi più ha più viene premiato.
Michele Ambrogio