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Chi controlla il presente controlla il passato
Chi scrive è un missionario di ‘professione’ e antropologo, originario di Casarza Ligure. Ho avuto il privilegio di attraversare ed essere attraversato da molte frontiere. La Costa d’Avorio, l’Argentina, la Liberia e infine il Niger da dove sono tornato l’anno scorso a quest’epoca. In questi ‘attraversamenti’ ho visto e esperimentato […] L'articolo Chi controlla il presente controlla il passato su Contropiano.
August 16, 2026
Contropiano
Genova 2001 – 2026 #7. Da Genova a Gaza. Continuare a immaginare il possibile
Finora, come tant3 altr3, non ho mai voluto scrivere di Genova, per diversi motivi secondo me ancora molto validi: perché innanzitutto credo di non aver ancora capito fino in fondo cosa sia successo davvero intorno a noi in quelle giornate di lotta e combattimenti; perché penso che altre persone abbiano (avuto) cose più intelligenti e informate da dire; ma soprattutto perché non ho mai sopportato le tre declinazioni dominanti del vittimismo che ormai permea tutto quello che leggo da 25 anni su Genova: 1) quello che Antonio Musella in un post su Facebook ha perfettamente definito come “reducismo”: delle generazioni spezzate, della paura, del trauma – anche quello di chi a Genova manco c’era; 2) l’insostenibile pesantezza dello “spartiacque” che ci sorbiamo da 25 anni (sì, lo è, ma è passato un quarto di secolo di acqua sotto ai ponti, quelle acque si sono rimescolate e nel frattempo sono inspiegabilmente nate nuove persone che ora hanno la nostra età di allora, possiamo fare pace con l’esistenza del presente?); 3) il mantra: «avevamo ragione noi!» – l’epigrafe autoassolutoria sulla nostra lapide: è andata male, ma ricordatevi che noi eravamo i buoni. > Diversi interventi in questi giorni hanno tentato di superare questa postura, > per fortuna. Hanno letto Genova non solo come una sconfitta cocente ma come la > manifestazione di un movimento globale che condensava le lotte e i percorsi di > soggettivazione di un’intera generazione. Anzi, di un “movimento dei movimenti”, che ricomponeva le lotte g-locali (un termine che serviva a descrivere e nominare le ricadute locali del capitalismo neoliberista in tutte le loro forme, dai confini allo sfruttamento del lavoro e dei territori, dall’attacco all’istruzione pubblica alla concentrazione delle ricchezze nelle mani delle corporation transnazionali) rovesciando quella sensazione di impotenza consegnata dai cicli di lotte precedenti in una capacità immaginifica potentissima: un altro mondo era possibile! Come ha sottolineato Giuliana Visco, questo non era uno slogan consolatorio ma un grido di liberazione dalla rassegnazione all’esistente, la denuncia del processo di naturalizzazione dell’ingiustizia operato dal capitalismo, il capovolgimento della spudorata dichiarazione thatcheriana: «there is no alternative», che per vent’anni aveva soffocato la possibilità di immaginare orizzonti rivoluzionari. > Ciò che ha caratterizzato quel movimento e che si è accumulato negli anni > precedenti come una valanga è stato proprio questo senso di ritrovata potenza. > Ma non solo. Quella forza che ci ha portat3 a Genova, quella spinta coraggiosa, forse temeraria e decisamente romantica al limite dell’epico (chi può dimenticare la meravigliosa dichiarazione  Dalle moltitudini d’Europa in marcia contro l’Impero e verso Genova di Wu Ming?) era guidata da un immaginario potentissimo. Anzi, da diversi immaginari, che si nutrivano di esperienze, saperi e lotte di tutto il mondo. Tra queste, l’esperienza zapatista, l’esercito di liberazione il cui obiettivo era disarmarsi e conquistare tutto per tutt@, con la lirica del Subcomandante Marcos, che ogni comunicato ci emozionava come un poema; con le donne di Mais, che avevano fatto la loro rivoluzione nella rivoluzione, dandoci respiro per affrontare anche le nostre comunità molto spesso terribili; con il federalismo municipalista, che scioglieva il dilemma tra statalismo e federalismo nelle nostre desolate lande, dove la Lega non più di lotta ma solo di governo surfava ipocrita sulla rabbia esplosa per la corruzione e la decadenza etica della prima repubblica. Dall’Italia all’Europa al pianeta Terra la rivoluzione tornava possibile e non retorica, e si poteva fare a partire dai territori, dalla presa di potere delle e nelle comunità, con sistemi di autogoverno democratico. Eravamo insomma un esercito di sognatori invincibili capace di costruire narrazioni e alleanze che connettevano le lotte contadine e quelle decoloniali, quelle ecologiste e migranti, unite dal desiderio e dalla necessità di sconfiggere le ingiustizie del neoliberismo ma anche di ricomporre e organizzare le moltitudini –  un concetto negriano che a non tutt3 piace(va), ma che costituiva la cifra del superamento dell’identitarismo in cui l’individualismo neoliberista aveva provato a frammentare i movimenti sociali nei decenni precedenti. Anche per questo Genova, così come le grandi contestazioni ai vertici dei potenti dei mesi precedenti, iniziò il venerdì 19 con una grande manifestazione contro tutti i confini. Poch3 lo ricordano, ma quel primo corteo era animato anche da una rete nazionale di studenti medi3 e universitari3, Studenti in movimento. Nei mesi precedenti eravamo stat3 protagonist3 delle reti nazionali universitarie e delle scuole superiori, organizzando decine di seminari, iniziative e assemblee. L’obiettivo non era tanto fare controinformazione – quella era un appannaggio comune a tutte le infrastrutture di movimento ed è quella che ha consentito di registrare tutto ciò che è avvenuto a Genova e che è diventato patrimonio storico legale e politico di tutt3 noi. > Piuttosto, la nostra fame di sapere scaturiva dall’esigenza di costruire > paradigmi epistemologici e politici autonomi, capaci di produrre conoscenza e > istituzioni del comune. Il conflitto sul sapere e sull’incipiente trasformazione radicale della sua produzione e trasmissione, già leggibile dalle prime riforme universitarie, era centrale. E non riguardava “solo” la già visibile ombra della precarizzazione del mondo della conoscenza, ma anche e soprattutto il riconoscimento che quello sarebbe stato uno dei terreni di controllo biopolitico su cui il capitale avrebbe investito in maniera sempre più feroce negli anni a venire. L’università stava già diventando laboratorio di disciplinamento, selezione e gerarchizzazione dei saperi funzionale alla sua successiva de-democratizzazione. Era vista come una fucina pericolosa di ribellione e organizzazione, come era stata la  fabbrica del Novecento, e avevano ragione: dopo la delocalizzazione e la precarizzazione del lavoro, l’università e la scuola erano gli ultimi luoghi fisici in cui generazioni intere vivevano e si organizzavano insieme e avevano il tempo e gli strumenti per farlo: un’intelligenza collettiva capace di produrre relazione, ricomposizione e conflitto. La grammatica politica si costruiva in queste palestre, insieme componevamo uno straordinario mosaico di prospettive, pratiche, obiettivi, e anche naturalmente scazzi. In questo processo c’era insomma tutto quello serve a sentirsi vicini vicini alla possibilità di farcela in qualche modo. > Immaginare il possibile era il motore di tutto, era proprio quella spinta > liberatoria da cui tutto sembrava poter nascere di nuovo. Il granello di > Fantasia da cui poter ricominciare, dopo la distruzione della capacità > immaginativa dell’umanità. Poi c’è stato l’11 settembre, una data che in molt3 hanno letto come un tentativo di fermare quel movimento. Eppure Genova ha continuato a ribollire nelle lotte degli anni successivi, cercando di far fronte all’accelerazione furiosa della violenza capitalista: durante le guerre al terrore, o le “guerre giuste” orwelliane, siamo stat3 per qualche anno, dopo Genova, il secondo potere mondiale, come ha scritto il “New York Times”. E poi nei movimenti contro la tolleranza zero (una delle etichette assegnate alla repressione interna di tutte le forme di dissenso e inassimilabilità alla ristrutturazione globale del neoliberismo e alle sue ricadute locali); in quelli ecologisti, nel sindacalismo sociale, nei movimenti femministi e transfemministi transnazionali che sono venuti dopo. Insomma, avevamo ragione e abbiamo pure fatto delle cose buone. Ma non ce l’abbiamo fatta e questo ci ha fatto perdere un sacco di tempo. Venticinque anni dopo, le ragioni di quel movimento, come tutt3 sottolineano, sono ancora lì e in qualche modo possiamo dire che sono definitivamente trasparenti. Dalla guerra al terrore, che ha nonostante tutto avuto bisogno dell’obliterazione del diritto internazionale, spacciando vere e proprie fake news per giustificare l’invasione e la distruzione dei propri mandatari imperiali, siamo arrivat3 al genocidio come paradigma occidentale (stavo scrivendo “del suprematismo occidentale”, ma mi è parso ridondante). > Il genocidio, Trump, lo schianto dell’illusione democratica europea a cui > stiamo assistendo ci parlano di uno sfondamento dei limiti del pensabile: ora > nessun governante ha più bisogno di mistificare le vere ragioni della propria > necro-politica. Il razzismo, il colonialismo, il patriarcato ora si celebrano > senza pudore. Il tecnofascismo non ha più bisogno di sussumere nulla per indorare la pillola: Musk ne è la scandalosa riprova. Ma per sostenersi, questa rivoluzione eversiva transnazionale ha ancora bisogno di neutralizzare i nostri cervelli. Trump ha decimato i fondi federali alle università, e soprattutto ai corsi decoloniali, femministi, indigeni e Black. L3 studenti che hanno animato le acampadas contro il genocidio sono stat3 sospes3, arrestat3 e a volte anche espuls3. Non dimenticheremo mai la lista delle parole chiave consegnata ai segugi della nuova Gestapo neomaccartista trumpiana per scovare i pericolosi corsi “antiamericani” e cancellarli insieme all3 loro studenti e docenti. Specularmente, anche in Europa attivist3 e studios3 di fama internazionale non hanno potuto mettere piede in diverse università per denunciare il genocidio, e in Italia si è arrivat3 vergognosamente a discutere un ddl sull’antisemitismo che aderisce all’infame definizione dell’IHRA, bollando come antisemiti gli studi post e decoloniali (meglio: lo hanno fatto le componenti sioniste del PD alleate dei partiti fascisti al governo, anche questo non lo dimenticheremo mai). Per quanto riguarda la nostra triste provincia, oltre all’attacco repressivo del ministro Valditara nei confronti dei percorsi di genere e femministi e la persecuzione dell3 studenti dissidenti, non abbiamo prestato abbastanza attenzione, secondo me, all’affermazione della supremazia epistemologica occidentale che il Ministro ha voluto inscrivere nei programmi scolastici («solo l’Occidente conosce la storia», un’affermazione che vorrebbe mettere una pietra tombale su decenni di decostruzione decoloniale, indigena, femminista e intersezionale – cioè sulle nostre genealogie epistemologiche che credevamo ormai sedimentate definitivamente: che ingenuità. Questi due momenti della nostra contemporaneità (l’affermarsi del paradigma genocidario e del suo apparato epistemologico legittimatorio) sono consustanziali e reciprocamente necessari: l’Occidente deve abbattere gli ultimi residui di pensiero critico per potersi sostenere senza una rivolta globale. E infatti, contro questa deriva, un nuovo soggetto politico ha invece preso forma e potenza ancora una volta proprio dalle università e dalle scuole (ma non solo). > Il movimento contro il genocidio a Gaza e l’israelizzazione delle nostre > post-democrazie mi sembra essere il nuovo ciclo rivoluzionario post-Genova. Le > università e le scuole sono tornate a essere barricate di resistenza > all’attacco neofondamentalista, razzista, misogino e omolesbobitransfobico e > tecnofascista sferrato dall’ondata nera populista e autoritaria in tutti i > paesi occidentali. Ora come allora questo movimento ha individuato e denunciato il nesso tra colonialismo, suprematismo, economia di guerra, estrattivismo, ecocidio, erosione dei diritti e del welfare state. Questo movimento esiste già ed invade le piazze di tutto il mondo da ormai tre anni, sfidando ogni confine e divieto, come le flottille hanno mostrato – un’indicazione fondamentale per la ricostruzione del diritto internazionale a partire dalla difesa dei diritti e dell’umanità (come descritto da Enrica Rigo e Tatiana Montella). Si tratta di una nuova forma politica di internazionalismo, connessa in rete, che condivide indignazione e rabbia, riconosce le ricadute locali e la consapevolezza della posta in gioco di un mondo sull’orlo del collasso definitivo. La sua composizione vede giovani e studenti, ma anche e soprattutto nuove generazioni di cittadin3 le cui famiglie provengono da traiettorie migratorie e/o (post)coloniali, che si rispecchiano direttamente nella violenza genocidaria a Gaza, in Sudan e nel resto del cosiddetto Sud globale. Un protagonismo politico straordinario che sta facendo tremare le fondamenta del nostro asfittico mondo occidentale, e che sta finalmente mostrando i suoi frutti migliori. Come negli Stati Uniti, dove l’elezione di Trump ha dimostrato che le nuove generazioni hanno preferito sottrarsi alla falsa alternativa tra un fascista psicopatico e una donna non bianca come presidente degli Stati Uniti, riconoscendo in entrambi la matrice razzista e suprematista sionista e quindi la complicità con il genocidio di Gaza. Si può dire lo stesso per il destino di Starmer nel Regno Unito, e lo spero anche per il nostro Paese. Alla stessa stregua, l’elezione di Mamdani a New York e l’ondata di vittorie alle elezioni comunali francesi da parte de La France Insoumise, di cui hanno parlato in maniera elettrizzante Francesco Brancaccio e altri sempre qui su Dinamopress, dimostrano che «una nuova ondata internazionale di neomunicipalismi in cui la composizione sociale immigrata e la lotta contro la violenza neocoloniale assumono un ruolo centrale».  > Tutto ciò ci dice che il movimento contro il genocidio di Gaza può spostare i > risultati elettorali e lo fa. L’eco del municipalismo zapatista, > dell’internazionalismo, del rifiuto delle guerre coloniali e imperiali risuona > qui con forza, non vi sembra? Prendo spunto da questi elementi per provare a chiudere queste riflessioni delineando qualche punto che spero possa aprire una riflessione collettiva sul nostro futuro politico prossimo. Mamdani si è candidato senza nessuna speranza dicendo delle cose molto semplici: 1) i ricchi devono pagare il loro diritto a essere ricchi e risarcire la povertà della maggioranza su cui si fonda la loro stessa ricchezza;  2) le persone povere, lavoratrici, razzializzate e marginalizzate hanno diritto di vivere dignitosamente; 3) Israele sta commettendo un genocidio; e 4) queste semplici verità sono connesse tra loro. Mamdani è diventato il primo sindaco musulmano trentenne della storia degli Stati Uniti. Non ha avuto paura di squarciare tutti i tabù politici più rischiosi per qualsiasi carriera politica negli USA e in realtà ovunque nel Nord globale. > Avere il coraggio di immaginare, dire e trasformare in programma politico > qualcosa che mette in discussione i pilastri del capitalismo, la retorica > dell’ineluttabilità che sorregge e che avevamo scalfito a Genova, avere il > coraggio e la forza di contestare il profitto finanziario, la rendita, la > povertà indotta e il potere delle lobby sioniste, è ciò che lo ha portato alla > vittoria. Qui risuona quel coraggio del possibile che ci ha guidat3 a Genova, ma che non abbiamo saputo trasformare in sfida politica reale e contropotere venticinque anni fa. La costruzione di quel mondo possibile immaginato a Genova si deve nutrire di queste indicazioni. > Come Genova è stata lo spartiacque della nostra generazione, Gaza lo è per > quelle di oggi. In questo spostamento, un ruolo fondamentale ce l’hanno le > nuove generazioni meticce che non per caso sono oggetto di una persecuzione > violentissima da parte dei governi suprematisti neofascisti (pensiamo alla > guerra ai “maranza” di casa nostra). La loro paura deve essere la nostra forza. Le esperienze francese e statunitense ci costringono a ridefinire obiettivi e configurazioni delle organizzazioni politiche di movimento e ci parlano della necessità di conquistare terreno all’interno della melma nera che ci circonda, a partire dalla questione razziale, coloniale, di classe e genere, tra loro intrinsecamente legate, e dal desiderio ineludibile di giustizia che diventa la cifra della domanda politica attuale. E da lì aprire un conflitto che può diventare costituzionale e costituente. Di certo, un altro mondo possibile deve essere diverso da quello che abbiamo (visto e fatto) finora. la copertina è di Gianluca Rizzello Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Genova 2001 – 2026 #7. Da Genova a Gaza. Continuare a immaginare il possibile proviene da DINAMOpress.
July 25, 2026
DINAMOpress
Genova 2001-2026 #6. Dove tutto ha inizio.
Genova, 18 luglio 2001. Da una settimana ho finalmente terminato la maturità. Negli ultimi mesi, con l’avvicinarsi dell’esame, la mia partecipazione alle assemblee del collettivo Resistenza Studentesca si era molto diradata e poi azzerata. Adesso, finalmente posso godermi le vacanze e il concerto in piazzale Kennedy di Meganoidi, 99 Posse e Manu Chao sembra il modo migliore di cominciarle. Mai vista tanta gente a un concerto: 20 mila persone che ballano assieme, nonostante arrivare a Genova in questi giorni sia diventato sempre più complesso per la crescente militarizzazione; kalimotxo e birre che girano fra la folla, pugni che si alzano, sudore e polvere che si mischiano. Ecco cosa intendeva Emma Goldman. Zulù dal palco ci ricorda il motivo per cui siamo qui: «C’è da bloccare un incontro di farabutti e il casco è obbligatorio». Ventimiglia, 17 luglio 2021. Il centro della città di frontiera il venerdì si riempie di turistə francesi che vengono a comprare cianfrusaglie al mercato. Per loro il confine è sempre aperto, mentre da sei anni è chiuso per le persone in movimento. Con lə compagnə arrivatə per il transborder camp decidiamo di attraversare il mercato con un corteo determinato ma gioioso, volantinando e denunciando la violenza della frontiera che in questi anni ha fatto almeno quaranta vittime. Tornatə al piazzale davanti al cimitero, stasera, oltre alla consueta distribuzione di cibo per le persone accampate sotto il ponte, abbiamo organizzato un concerto. Balliamo assieme, solidali e persone in viaggio. La Questura risponde schierando la celere. Genova, 19 luglio 2001. Mai vista una manifestazione così a Genova. Decine di migliaia di persone. Camminiamo per ore sotto il sole, da piazza Sarzano attraverso Carignano, corso Aurelio Saffi, attraverso la Foce e Albaro – non lo avranno mai fatto un corteo ad Albaro prima di oggi – e poi indietro fino a piazzale Kennedy. Gente da tutto il mondo a reclamare libertà di movimento per tutti e tutte. Un corteo gioioso, nonostante la città si sia risvegliata ancora più militarizzata. Container piazzati ovunque a sbarrare strade; la zona rossa sempre più blindata; la cittadella della polizia alla Fiera strabordante di mezzi e uomini; gli elicotteri che da giorni ci ronzano sopra la testa come corvi neri. Atene, 15 giugno 2023. Ieri la Guardia Costiera greca ha causato il naufragio di una barca con a bordo almeno 600 persone al largo di Pylos. Nel giro di poche ore si diffonde la chiamata per un corteo per denunciare l’ennesima strage determinata dalle politiche migratorie europee. Almeno 15mila persone rispondono alla chiamata, marciamo verso la sede del Parlamento greco in piazza Syntagma e poi in direzione degli uffici dell’Unione Europea. In coda al corteo partono scontri, la polizia carica ripetutamente, il corteo prosegue, ma giunto a Syntagma viene spezzato. Una parte ritorna verso la partenza e viene circondata. A fine giornata si conteranno 24 arresti. Quando ci ritroviamo più tardi sotto il commissariato in Alexandras per chiederne la scarcerazione veniamo nuovamente caricatə. Foto Luca Daminelli, incontro al decennale del G8, Genova, Luglio 2011 Genova, 20 luglio 2001. Alla mia fidanzata i genitori hanno vietato di venire alle manifestazioni. Sono tantissimə i e le giovani genovesi che in questi giorni sono statə mandatə in campagna coi nonni per paura di quello che potrebbe succedere in città. Da mesi i media soffiano sul fuoco dell’allarme. Sono arrivati a dire che lə manifestanti potrebbero lanciare sacche di sangue infetto contro la polizia. Io decido di vedermi con Silvia al mattino, i miei amici che hanno la macchina partono per raggiungere il concentramento del Carlini e io rimango bloccato a Sestri Ponente. La città è spaccata in due dalla zona rossa, impossibile riuscire a raggiungerli coi mezzi. Il pomeriggio lo passo incollato alla diretta televisiva su Primocanale. Le cariche, gli scontri, il blindato in fiamme. Immagini che entreranno a far parte del mio immaginario militante, ma che non ho vissuto. I carabinieri ammazzano un ragazzo in piazza Alimonda. > Potrebbe essere uno dei miei amici. Avrei potuto essere io se avessi preso il > loro passaggio in macchina. Forse è uno dei ragazzi con cui ci siamo scambiati > le birre al concerto l’altra sera. Non mi perdonerò mai di non essere stato in > piazza. Roma, 14 dicembre 2010. Quando si è diffusa la notizia della fiducia al governo il clima del corteo è cambiato completamente. Vero, già prima c’erano stati degli scontri, avevamo avanzato col Book Block verso i blindati, ci avevano gasato e poi il corteo è proseguito. Ora è diverso. Non ci fermiamo in piazza del Popolo, sto governo lo sfiduciamo noi. È lo stesso governo di dieci anni fa a Genova. Imbocchiamo via del Corso, avanziamo, la Finanza carica. Resistiamo e contrattacchiamo. Ci caricano una seconda e una terza volta. Ci passiamo acqua, aiutiamo a rialzarsi chi è cadutə, ci stringiamo e continuiamo ad avanzare. Dovranno lanciarci contro i blindati per fermarci, ma in piazza del Popolo resisteremo a lungo e poi in corteo selvaggio verso la Sapienza. Si parte e si torna insieme. 21 luglio 2001. Oggi sono in piazza. Nonostante ieri abbiano ammazzato Carlo, oggi siamo 300mila. Forse siamo 300mila anche per questo motivo. Mai visto prima un corteo così grande. Gli elicotteri ci girano sulla testa ininterrottamente. Il clima è radicalmente cambiato rispetto a due giorni fa: ogni spezzone è protetto da cordoni. Ripetutamente il grido “assassini” si alza verso il cielo. In fondo a corso Italia vediamo fumo, facciamo in tempo a svoltare in corso Torino e la polizia carica, spezza il corteo in due. Noi siamo nella parte che riesce a proseguire verso Marassi. Ci caricano alle spalle, nonostante il panico diffuso, molta gente riesce a mettersi al riparo grazie alle indicazioni dellə genovesi, chi in un portone, chi risalendo una scalinata. Respiro i miei primi lacrimogeni. Rimaniamo in giro per la città per ore assieme a compagnə conosciutə in piazza. Si dice che è meglio non tornare a casa perché la polizia arresta chiunque si muova in ordine sparso. Qualcuno di noi ha il cellulare, ma le linee non funzionano. Non ricordo a che ora riesco ad arrivare a casa. > Mia madre mi attende sulle scale: «Te lo avevo detto che era meglio non > andare». «Vaffanculo» è l’unica cosa che riesco a dire e sarà l’unica volta > nella vita. Accendo la TV: su Primocanale passano le immagini dellə compagnə > portatə via in barella dalla Diaz. Non andare in piazza non sarà mai più > un’opzione. Chiomonte, 3 luglio 2011. Cinque giorni fa la polizia ha sgomberato la Libera Repubblica della Maddalena. Dalla Valle è arrivata la chiamata per provare a riconquistare il terreno espropriato e impedire l’apertura del cantiere. Da Genova siamo partitə in centinaia; ci stringiamo a fatica nel treno da Torino, le persone entrano dai finestrini, si arrampicano sui portabagagli per fare spazio a tuttə. Il corteo è gigantesco; in decine di migliaia riempiamo le strade della Valle e poi i sentieri e i boschi. L’assedio del cantiere va avanti per ore. Ci gasano, ci sparano lacrimogeni in faccia, chi viene arrestatə sapremo che verrà massacratə. Gli elicotteri ci girano sulla testa per ore. Resistiamo passandoci acqua e maalox. Tornatə a Chiomonte aspettiamo per ore compagnə dispersə nei boschi. Qualcunə di loro quindici anni dopo ancora pagherà per questa resistenza. Quella sera torniamo tuttə a casa. Si parte e si torna insieme, Chiomonte come Atene, siam tuttə black bloc. Genova, luglio 2026, Foto Luca Daminelli A Genova le settimane e i mesi dopo il G8 sono densi di iniziative. Le date smettono di essere precise e sfumano nella memoria, forse anche a causa del trauma causato dalla violenza che abbiamo visto riversarci addosso. Eppure, dopo le giornate del G8 ci saranno i presidi davanti al carcere per chiedere la liberazione dellə compagnə arrestatə, ci si riprenderà piazza De Ferrari con quello striscione enorme che recita: «per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti». E poi il grande corteo cittadino sei mesi dopo il G8 e quello nazionale, enorme, un anno dopo, quando occupammo anche la Diaz. Nel frattempo, io ho deciso di diventare un militante. Proprio alla luce di tutta la violenza che abbiamo visto riversarci addosso, dopo Genova, stare a casa non sarà più un’opzione: come dice quella scritta dietro casa, ognunə di noi deve dare qualcosa, in modo che nessunə sia costrettə a dare tutto. Foto di copertina, Muro di Balbi 4 occupata durante l’Onda, ottobre 2008, gentilmente offerta dall’autore Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Genova 2001-2026 #6. Dove tutto ha inizio. proviene da DINAMOpress.
July 23, 2026
DINAMOpress
Genova 2001 – 2026 #5. La città 25 anni dopo
A Genova fa caldo. Quando il corteo si muove il sole è ancora altissimo, siamo abbondantemente sopra i 30 gradi, per non parlare dell’umidità. Forse l’orario di inizio, in pieno pomeriggio, è stato un po’ improvvido, ma il punto non è questo. Il punto è che fa sempre più caldo. Quando 25 anni fa denunciavamo i rischi e le conseguenze già in atto della globalizzazione neoliberista, il riscaldamento globale era tra questi. Se ne pagano le conseguenze anche nel corteo di commemorazione di quelle giornate, domenica scorsa 19 luglio, parte di un variopinto e frammentato programma di iniziative che si sono svolte a Genova un quarto di secolo dopo. Seminari, eventi di tipo diverso organizzati da diverse associazioni (e istituzioni), una lunga e partecipata assemblea di No Kings, mostre, si fa persino fatica a darne conto. > Si sente la mancanza di un coordinamento unitario (questione sia organizzativa > sia soprattutto politica), sicuramente moltissimi sono stati i momenti degni > di nota. L’atmosfera in città non era quella di un funerale, piuttosto quella > gioiosa di quando ci si ritrova per ricordare un pezzo della nostra storia, > senz’altro tragico, ma anche capace di esprimere una conflittualità, > un’elaborazione teorica, una capacità di incidere nel mondo forse non più > ripetuti (ma, senz’altro, auspicabilmente ripetibili). Come successo in passato  soprattutto negli anniversari con le cifre tonde, per chi arriva da fuori fa impressione vedere come la città continui a sembrare viva e pronta ad accogliere. Nei vicoli, si incontrano compagn* che arrivano da altri posti, si ricordano anni di militanza e iniziative, ci si scambia pareri su quello che succede nelle rispettive città. Può capitare di imbattersi nel cantante Willy Peyote che parla di come il G8 ha cambiato il mondo della musica in un’iniziativa organizzata da AVS, o in un workshop sull’azione diretta gestito da Extinction Rebellion, finanche nella presentazione dell’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV. D’altronde la potenza di quel movimento dei movimenti che aveva riempito le strade di Genova stava anche nella capacità di tenere assieme anime e pratiche radicalmente differenti. Questo nonostante la situazione in città, oggi, sia invece più complicata, con i centri sociali storici sgomberati o che cambiano forma e la percezione che forse si potesse fare di più in termini di allargamento, coordinamento e dialogo nei mesi che hanno portato a questo venticinquennale.  Una delle grandi novità di quest’anno è la “presa” di palazzo Ducale, al centro di quella zona rossa dove i “grandi” della terra si barricarono per decidere il futuro del mondo. Proprio in un’elegante sala al secondo piano del palazzo già sede dei dogi della Repubblica genovese si è tenuta l’assemblea nazionale di No Kings, il percorso transnazionale contro i re e le loro guerre che negli ultimi mesi ha portato in piazza migliaia di persone. Una lunga assemblea, sabato 18, con la partecipazione di centinaia di persone da tutta Italia e da molte realtà diverse. E poi il corteo nazionale, “Nessun rimorso”, che si è mosso nelle vie simbolo degli scontri di un quarto di secolo fa, da piazza Alimonda verso il centro cittadino passando per via Tolemaide. Una decina di migliaia di persone hanno dato vita a un corteo abbastanza variegato, nel quale, se da un lato si nota l’assenza di ampia parte del mondo dell’associazionismo e dei sindacati, dall’altra fa ben sperare la grande partecipazione giovanile, coi collettivi studenteschi già in piazza dal primo pomeriggio, con un coraggioso concentramento sotto il sole delle 14.30 davanti alla scuola Diaz.   Dopo pochi metri dalla partenza, la sede di Casa Pound, a qualche metro da Piazza Alimonda, viene simbolicamente “murata” con del cartongesso e delle scritte. Man mano che ci si avvicina a piazza De Ferrari si diffonde la voce che la polizia ha ucciso una persona durante un fermo a Bologna. Ancora. Con buona pace di coloro che nei mesi di avvicinamento a questo anniversario raccontavano che i tempi sarebbero stati maturi per una pacificazione e una riconciliazione fra Stato e manifestanti. Dimenticando, forse, che fra Carlo e Abderrahim ci sono stati Federico, Aldo, Stefano, Moussa, Ramy e decine di altre vittime della violenza poliziesca. > In questi 25 anni le forze dell’ordine non hanno mai smesso di manganellare, > torturare, uccidere per le strade delle nostre città, così come dentro galere > e CPR. Un paio d’ore dopo la fine del corteo ufficiale, un altro corteo > spontaneo attraversa i vicoli al grido di “Genova, Bologna, Palestina. Polizia > bastarda, polizia assassina”. Ogni anno, quando ricorre l’anniversario, la domanda è come evitare la ritualità e, peggio ancora, i reducismi. Una delle risposte arriva il 20 luglio, durante il consueto presidio in piazza Alimonda. Alle 17.27, orario dell’omicidio di Carlo, un enorme sudario bianco viene srotolato, andando a occupare una grande fetta della piazza. Sopra di esso sono scritti i nomi dei 18.457 minori uccisi dall’esercito israeliano a Gaza dopo il 7 ottobre 2023. Saif Abukeshek e Maria Elena Delia, membri della Global Sumud Flotilla, dal palco sottolineano che essere a Genova oggi per ricordare Carlo significa non dimenticare il genocidio in corso a Gaza e tutte le vittime del colonialismo e delle guerre del capitale, dalla Palestina al Sudan, passando per il Congo e lo Yemen. D’altronde, come scrivevano gli Assalti Frontali – che su quel palco si esibiranno poco dopo – “il 20 luglio è segnato, è un segnale, il 20 luglio per noi è I’introduzione alla guerra globale. Ho studiato strade e tutta la cartina, ma ormai la Palestina è Genova, e Genova è in Argentina”. Foto di copertina di Luca Peretti, foto nell’articolo di Miriam Aly, entrambe 19 luglio 2026, Genova. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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July 22, 2026
DINAMOpress
Genova 2001 – 2026 #4. “Conservo di nascosto sempre lo stesso smalto”. Genova nel tempo lungo dei movimenti
Tra il 19 e il 22 luglio del 2001, quando a Genova si contestò la riunione del G8, non avevo ancora compiuto cinque anni. Nella mia famiglia non c’era nessuno di vagamente politicizzato, nessuno che avesse amiche e amici o conoscenti che presero parte a quelle giornate, nessuno che seguisse le cronache dei telegiornali con l’attenzione angosciata di chi sa che sta succedendo qualcosa di drammatico. Eppure, sono cresciuta politicamente sapendo che quelle giornate facevano parte della mia storia anche se nessuno, per molto tempo, me le ha raccontate (e io stessa non ho mai chiesto).  Per me, la consapevolezza di ciò che era accaduto a Genova è arrivata dopo, quando ho iniziato a fare politica attiva, almeno un decennio più tardi. Nel frattempo, nei primi anni di collettivi e assemblee nella mia città, il Movimento dei Movimenti rimaneva uno spettro che si aggirava per l’Europa, o forse solo per l’Italia, o addirittura solo per Pistoia, perché ancora non riuscivo a dargli dei confini e a capire fino a dove arrivasse la sua onda lunga.  > È una condizione che sento di condividere con buona parte della mia > generazione politica: avere trent’anni e fare i conti con Genova, qualcosa che > ci precede e ci grava addosso come un macigno, senza che l’abbiamo vissuto, ma > che comunque ci riguarda. Cosa vuol dire ereditare un evento fondativo – forse il trauma fondativo del movimento di cui ci sentiamo figlie e figli – senza averne memoria diretta? Genova, per chi come me è arrivata alla politica successivamente, ha rappresentato per lungo tempo un racconto fatto da altri, sedimentato in pratiche ma soprattutto in diffidenze e silenzi. È stata un’eredità che non si poteva rifiutare, ma nemmeno maneggiare con la stessa disinvoltura di chi l’ha vissuta sulla propria pelle, di chi c’era, di chi ha visto morire Carlo Giuliani a pochi metri da sé, di chi è stato brutalmente picchiato e umiliato alla Diaz o di chi ha passato interminabili momenti sospesi, senza sapere cosa fosse successo alle persone care. A ventisei anni, ventidue dal G8, ho iniziato a fare ricerca storica sugli anni Novanta proprio per questo motivo. Anche se all’epoca forse non lo sapevo formulare con questa chiarezza, sentivo che per capire Genova, per darle davvero dei confini e non solo subirla come spettro, dovevo guardare a cosa c’era stato prima. Ho scelto di occuparmi di musica e politica di movimento negli anni Novanta, dell’evoluzione politico-culturale dei centri sociali, dei linguaggi che circolavano tra fanzine, concerti e cortei. Un decennio, quello dei Novanta, che nella vulgata post 2001 rischiava di diventare semplicemente la preistoria di Genova, l’antefatto necessario a spiegare da dove fosse uscita “quella” generazione di militanti. Ciò che invece avevo in mente fin da subito era alimentare una lettura che rovesciasse il rapporto tra le cose: evitare una storia dei movimenti teleologica che convergesse tutta verso il luglio genovese, come se gli anni Novanta non avessero una loro autonomia, una loro grammatica interna, conflitti e sconfitte che nulla dovevano a un evento che doveva ancora accadere. Quando ho iniziato a fare ricerca, ho scelto deliberatamente di fermarmi prima del 2001. Quello che mi interessava, da storica e da militante non era tanto l’analisi della sconfitta, quanto i fili rossi che non si erano spezzati. Volevo capire cosa avesse attraversato gli anni Novanta e i Duemila senza interrompersi, fino ad arrivare a me. Il G8, in questo senso, andava tenuto fuori dall’inquadratura non perché irrilevante, ma perché troppo ingombrante: rischiava di diventare l’unico punto di fuga possibile, la lente che avrebbe fatto convergere ogni traccia verso di sé. E la musica, in questa ricerca di continuità piuttosto che di rottura, si è rivelata un osservatorio privilegiato. È infatti spesso nei repertori, nei suoni e nei linguaggi che si vedono meglio le eredità che sopravvivono a una sconfitta politica, anche quando le pratiche militanti sembrano azzerarsi. Quella scelta non mi ha impedito, anni dopo, di tornare su Genova da un’altra angolazione. Recentemente mi è capitato un piccolo cortocircuito che spiega bene questa prospettiva: mentre qualche settimana fa lavoravo ad una ricerca su come il G8 sia stato raccontato attraverso la musica, una persona mi ha chiesto, senza premesse, quale fosse la mia canzone preferita su Genova. Io ho risposto di getto Zeta Reticoli dei Meganoidi. Quando la stessa persona mi ha chiesto il perché della mia risposta così sicura, mi sono ritrovata a spiegare che quella canzone l’avevo ascoltata per anni prima di accorgermi che parlava del G8. L’avevo fatta mia ignara, come una canzone qualunque, molto prima di poterci riconoscere dentro l’evento che nel frattempo mi perseguitava sotto altra forma.  Ed è proprio qui che si gioca a mio avviso la differenza tra il tempo breve dell’evento e il tempo lungo della storia dei movimenti. > Genova 2001 è stata una vera cesura – nella percezione pubblica, nella > repressione, nella memoria collettiva della sinistra italiana ed europea – ma > trattarla come “anno zero” rischia di cancellare tutto ciò che l’ha preceduta: > le pratiche di autorganizzazione dei centri sociali, le culture musicali come > spazio di politicizzazione informale, i conflitti sindacali e post-sindacali, > la costruzione lenta e non lineare di un immaginario di movimento che a Genova > è arrivato già formato, che non è nato lì. Allo stesso tempo, isolare Genova come trauma originario rischia di schiacciare anche ciò che è venuto dopo: chi, come me, ha fatto politica dopo, non semplicemente nell’ombra di quell’evento, ma dentro percorsi propri, con problemi propri, che al Movimento dei Movimenti devono qualcosa ma non tutto. Fare politica oggi, a venticinque anni dal 2001, significa allora anche provare a restituire a quell’evento la sua complessità storica invece che viverlo esclusivamente come macigno identitario. Non per sminuirne la portata – che resta enorme, e che mi guarderei bene dal ridimensionare – ma per liberarlo dalla logica del trauma muto, quello che si trasmette per allusioni e non si riesce a interrogare. Studiare gli anni Novanta è stato, per me, un modo per andare a cercare le radici di quello spettro, per capire che dietro l’evento c’era già una storia, fatta di persone, pratiche e sconfitte, e che quella storia è continuata anche dopo, sia pure trasformata. Immagine di copertina di FrDr tratta da Wikimedia commons. Immagine nell’articolo: copertina e una pagina del terzo numero di Dinamoprint uscito nel 2021 e dedicato ai vent’anni di Genova. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Genova 2001 – 2026 #4. “Conservo di nascosto sempre lo stesso smalto”. Genova nel tempo lungo dei movimenti proviene da DINAMOpress.
July 21, 2026
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Un altro morto di Stato!
di Associazione Yairaiha Ets La morte di Abderrahim Fakir durante un intervento di polizia riapre una ferita che attraversa gli ultimi venticinque anni: dallo Stato sociale allo Stato penale, dall’omicidio …
Genova 2001: le domande che non abbiamo ancora smesso di porci
-------------------------------------------------------------------------------- Genova, 20 luglio 2026. Foto di Marco Trotta -------------------------------------------------------------------------------- Le manifestazioni contro il G8 di Genova non nacquero principalmente come protesta contro uno specifico vertice, ma come espressione di un movimento internazionale che, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, si era sviluppato attraverso Seattle (1999), Praga (2000), Québec (2001) e aveva trovato nel primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, nel gennaio 2001, uno spazio di incontro e di elaborazione comune. Lo slogan che lo accompagnava – «Un altro mondo è possibile» – non indicava un programma unitario già definito, ma l’apertura di un processo collettivo di ricerca. Era uno slogan mutuato da un altro, emerso nel 1997 al secondo incontro di ispirazione Zapatista per l’umanità e contro il neoliberalismo in Spagna: “Un no, molti si”. Quel movimento non era un soggetto omogeneo: era un laboratorio politico nel quale esperienze, culture e pratiche molto diverse cercavano di riconoscersi reciprocamente e di costruire un terreno comune. Un altro mondo era possibile Al centro vi era una critica della globalizzazione neoliberista, non della globalizzazione in quanto tale. Ciò che veniva contestato era una particolare configurazione del capitalismo mondiale, fondata sulla crescente libertà di movimento dei capitali, sulla deregolamentazione dei mercati, sulle privatizzazioni e sulla subordinazione dei diritti sociali e ambientali alla competizione economica. Si denunciava il potere crescente delle grandi imprese multinazionali, la compressione dei salari, la precarizzazione del lavoro e l’aumento delle disuguaglianze. Fu per questa ragione che il primo grande corteo di Genova, il 19 luglio, non fu dedicato al G8 in senso stretto, ma ai migranti. Lo slogan «Libertà di movimento, libertà senza confini» esprimeva una contraddizione che il movimento aveva già colto con grande lucidità: il capitale poteva attraversare il pianeta quasi senza ostacoli, mentre le persone incontravano frontiere sempre più dure. La globalizzazione non eliminava i confini; li selezionava. Apriva quelli necessari alla circolazione delle merci, della finanza e degli investimenti, e rafforzava quelli contro chi fuggiva da guerre, povertà o processi di espropriazione spesso prodotti dallo stesso ordine economico globale. La questione migratoria non era dunque una rivendicazione separata, ma attraversava tutte le altre. Parlare di debito, di libero commercio, di guerre, di beni comuni o di diritti del lavoro significava anche interrogarsi sulle cause strutturali delle migrazioni e sulle forme di cittadinanza che un altro ordine globale avrebbe dovuto costruire. Oggi quel quadro è profondamente cambiato. Il neoliberismo della libera circolazione incontra ovunque nuove forme di protezionismo, guerre commerciali e dazi. Ma sarebbe un errore leggere questo cambiamento come il semplice passaggio da un capitalismo “cattivo” a uno “buono”. Tanto il libero scambio quanto i dazi sono strumenti attraverso cui il capitale regola i propri processi di accumulazione in differenti congiunture storiche. I primi hanno accompagnato la costruzione delle catene globali del valore; i secondi ne accompagnano oggi la frammentazione geopolitica e la competizione tra blocchi economici. Il problema non era allora il libero scambio in sé, così come oggi non sono i dazi in sé: il problema è il modo in cui questi strumenti vengono impiegati per organizzare rapporti di potere, redistribuire costi sociali e ambientali e ridefinire i rapporti di forza tra capitale, lavoro e territori. La stessa contraddizione attraversa oggi la questione migratoria. Nel 2001 la critica era rivolta a un capitalismo che sembrava fondarsi sull’espansione continua dei flussi globali. Oggi viviamo in un mondo attraversato da guerre, muri, esternalizzazione delle frontiere, accordi con paesi terzi, deportazioni e competizione geopolitica. Eppure la contraddizione di fondo resta sorprendentemente simile: la mobilità continua a essere distribuita in modo profondamente diseguale. Il capitale conserva un’elevata capacità di muoversi, di delocalizzare, di riorganizzare le filiere e di spostare investimenti; la mobilità delle persone, invece, viene continuamente selezionata, gerarchizzata e criminalizzata. Alcuni corpi attraversano facilmente i confini, altri vi trovano muri, campi di detenzione o il mare come frontiera mortale. Chi governa il mondo? Questa critica si estendeva alle istituzioni della governance economica globale – Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale del Commercio – accusate di imporre programmi di aggiustamento strutturale, privatizzazioni e austerità, restringendo gli spazi della democrazia e subordinando le politiche pubbliche agli interessi dei mercati finanziari. A distanza di oltre vent’anni quelle istituzioni non occupano più da sole il centro della scena, ma la questione della governance globale è tutt’altro che scomparsa. Si è piuttosto spostata verso nuove forme di potere: grandi piattaforme digitali, fondi finanziari, catene logistiche globali, regimi di proprietà intellettuale, organismi tecnocratici e nuovi complessi industriali legati alla sicurezza e alla tecnologia. La domanda politica rimane sostanzialmente la stessa: chi decide le condizioni della riproduzione della vita e secondo quali criteri? Tra le richieste più condivise vi era la cancellazione del debito dei paesi impoveriti. Si sosteneva che gran parte di quel debito fosse ormai impagabile, che il suo servizio impedisse investimenti in sanità, istruzione e servizi essenziali e che il Nord globale avesse responsabilità storiche nei confronti del Sud del mondo. Oggi quella questione resta aperta, ma si intreccia con nuove forme di indebitamento: il debito climatico, il debito ecologico, l’indebitamento privato delle famiglie, il peso crescente della finanza sulle politiche pubbliche e i nuovi meccanismi attraverso cui il credito disciplina intere società. Anche le migrazioni si collocano dentro questa trama: non come effetto meccanico di una singola causa, ma come parte di processi nei quali indebitamento, espropriazione, distruzione dei mezzi di sussistenza, crisi ecologiche e guerre concorrono a rendere invivibili interi territori. Già allora il movimento parlava di beni comuni: acqua, semi, conoscenza, salute, biodiversità. L’idea fondamentale era che esistessero ambiti della vita che non dovessero essere interamente subordinati alla logica del profitto. Nel frattempo questa intuizione si è ampliata. Oggi la questione dei commons riguarda anche i dati, le infrastrutture digitali, gli algoritmi, le reti energetiche, la cura, la riproduzione sociale e gli ecosistemi planetari. Non si tratta semplicemente di difendere beni esistenti dalla privatizzazione, ma di costruire istituzioni e pratiche capaci di riprodurre collettivamente le condizioni della vita. Anche la possibilità di abitare un territorio, di attraversarlo e di costruirvi relazioni sociali appartiene a questa più ampia questione delle condizioni comuni dell’esistenza. Una componente importante del movimento era costituita dal lavoro. Sindacati, reti di lavoratori e movimenti sociali denunciavano il dumping sociale, la perdita di diritti, la precarizzazione e la compressione salariale prodotte dalla competizione globale. Quelle rivendicazioni acquistano oggi un significato ancora più ampio, perché il lavoro salariato convive con il lavoro di piattaforma, con nuove forme di lavoro cognitivo, con la centralità del lavoro di cura e con i processi di automazione e di intelligenza artificiale. La questione non riguarda più soltanto il posto di lavoro, ma l’intera organizzazione della riproduzione sociale. La condizione dei migranti mostrava già allora che la segmentazione della forza lavoro era uno dei dispositivi fondamentali del capitalismo globale. Le frontiere non servivano semplicemente a escludere, ma anche a produrre differenti gradi di vulnerabilità, ricattabilità e accesso ai diritti. La stessa persona poteva essere indispensabile come lavoratore e indesiderabile come soggetto politico, necessaria alla produzione e alla cura ma mantenuta in una condizione giuridica precaria. Per questo la libertà di movimento era inseparabile dalla lotta contro lo sfruttamento: la gerarchia dei permessi di soggiorno, delle cittadinanze e dei diritti contribuiva a dividere il lavoro e a disciplinarlo. La giustizia ambientale era già presente, sebbene la crisi climatica non occupasse ancora il centro del dibattito pubblico. Si parlava di foreste, biodiversità, agricoltura sostenibile, organismi geneticamente modificati e principio di precauzione. Oggi sappiamo che quelle rivendicazioni anticipavano soltanto una parte della questione. La crisi ecologica è diventata una crisi sistemica che investe energia, alimentazione, acqua, clima, migrazioni e guerra, rendendo ancora più evidente quanto fossero intrecciate le dimensioni ambientali e quelle economiche. Anche qui occorre evitare determinismi semplicistici: il cambiamento climatico non produce automaticamente migrazioni, ma aggrava disuguaglianze, conflitti e processi di espulsione già esistenti, mentre le responsabilità e le possibilità di proteggersi restano distribuite in modo profondamente ineguale. Vi era inoltre una critica radicale alla governance mondiale rappresentata dal G8. Otto governi pretendevano di decidere questioni che riguardavano miliardi di persone senza alcuna effettiva partecipazione democratica. Quel problema non è scomparso; ha semplicemente assunto nuove forme. Le grandi decisioni che incidono sulla vita collettiva vengono oggi prese entro reti molto più complesse, nelle quali si intrecciano Stati, imprese multinazionali, organismi sovranazionali, finanza globale e grandi piattaforme tecnologiche. Le politiche migratorie mostrano con particolare chiarezza questa trasformazione: il controllo delle frontiere viene affidato a una combinazione di governi, agenzie sovranazionali, accordi con Stati terzi, apparati militari, tecnologie di sorveglianza e imprese private. La frontiera non coincide più soltanto con una linea geografica, ma si estende lungo le rotte, nei centri di detenzione, nelle procedure amministrative, negli algoritmi di identificazione e nelle condizioni di accesso ai diritti. Dalla globalizzazione alla guerra Anche la questione della pace assume oggi un significato diverso. È importante ricordare che Genova si svolse prima dell’11 settembre. Il movimento denunciava l’aumento delle spese militari, criticava la NATO, il commercio delle armi e la crescente militarizzazione delle relazioni internazionali in un momento in cui la cosiddetta globalizzazione appariva ancora prevalentemente organizzata attorno all’espansione dei mercati. Si comprendevano già, però, i legami tra guerre, impoverimento, distruzione dei territori e spostamenti forzati delle popolazioni. La libertà di movimento non significava soltanto rivendicare il diritto di chi migrava ad attraversare le frontiere, ma anche contestare un ordine mondiale che costringeva milioni di persone a partire e poi le criminalizzava per averlo fatto. Pochi mesi dopo, gli attentati dell’11 settembre inaugurarono una nuova fase storica. La “guerra al terrorismo” divenne il paradigma dominante della politica internazionale, ridefinendo profondamente i rapporti tra sicurezza, libertà, controllo sociale e politica economica. Da allora siamo progressivamente entrati in un capitalismo sempre più attraversato dalla guerra, nel quale la militarizzazione non rappresenta soltanto una risposta alle crisi, ma una componente strutturale dei processi di accumulazione e di riorganizzazione geopolitica. In questo nuovo regime, la figura del migrante venne sempre più sovrapposta a quelle della minaccia, del clandestino e del possibile nemico interno. La guerra esterna e il controllo interno delle popolazioni si svilupparono così come dimensioni complementari di una stessa trasformazione. Oggi siamo arrivati con Trump a definire “terrorista” chiunque si opponga al fascismo o ponga in essere un’agenda moderatamente social democratica di redistribuzione del reddito. La forza della trasversalità La forza del movimento alter-globalizzazione non consisteva tuttavia soltanto nelle singole rivendicazioni. Il suo tratto forse più innovativo era il tentativo di costruire trasversalità. Seattle, Praga, Québec, Porto Alegre e infine Genova furono laboratori nei quali sindacati, movimenti contadini, reti femministe, ambientalisti, associazioni cattoliche, centri sociali, ONG, gruppi per i diritti umani, reti di migranti, cooperative e molte altre soggettività cercavano di elaborare linguaggi comuni senza rinunciare alle proprie differenze. La domanda politica fondamentale non era come eliminare l’eterogeneità, ma come mantenerla viva dentro un percorso condiviso. Come articolare lotte differenti senza ridurle a un’unica identità. Come costruire un processo di ricomposizione capace di aumentare la potenza collettiva senza cancellare le differenze. È probabilmente proprio questa ricerca di trasversalità ad aver rappresentato il tratto più pericoloso agli occhi dei poteri costituiti. Una società attraversata da conflitti separati è più facilmente governabile; una società nella quale soggetti diversi iniziano a riconoscere le proprie interdipendenze e a costruire pratiche comuni apre invece possibilità di trasformazione molto più profonde. In questa prospettiva, la repressione di Genova non può essere letta soltanto come risposta agli scontri di piazza. Le violenze della repressione della piazza culminata con la morte di Carlo Giuliani, la macelleria sociale della Diaz e le torture di Bolzaneto colpirono il cuore organizzativo di quel processo di ricomposizione, cercando di interromperlo attraverso il trauma, la paura e la criminalizzazione dell’intero movimento. Pochi mesi dopo, l’11 settembre inaugurò un nuovo regime storico. La “guerra al terrorismo” trasformò profondamente il contesto politico internazionale, restringendo gli spazi del dissenso e spostando il baricentro della politica mondiale dalla promessa della globalizzazione alla gestione permanente della sicurezza. Oggi viviamo pienamente dentro quell’orizzonte: un mondo nel quale guerra, riarmo, controllo delle frontiere, sorveglianza e competizione geopolitica non costituiscono più risposte eccezionali alle crisi, ma elementi strutturali del capitalismo contemporaneo. La radicalizzazione di questa logica è oggi evidente nella tendenza a trasformare ogni conflitto sociale in un problema di ordine pubblico o di sicurezza, fino a equiparare, nella retorica di Donald Trump e di altri leader della destra autoritaria, l’antifascismo di piazza e perfino moderate politiche redistributive a minacce per l’ordine costituito, mentre la ricchezza continua a concentrarsi come mai prima. Le domande che restano A distanza di oltre vent’anni, molte delle questioni sollevate allora sono entrate nel dibattito pubblico, spesso in forme molto diverse da quelle immaginate dal movimento. Altre restano aperte. Ma forse l’eredità più importante di Genova non consiste nell’aver anticipato singole crisi o singole rivendicazioni. Consiste nell’aver mostrato che problemi apparentemente separati – lavoro, ambiente, debito, migrazioni, pace, beni comuni, democrazia e riproduzione sociale – possono essere pensati come parti di una stessa totalità. Più in generale, rileggendo oggi Genova, mi sembra che le grandi domande del movimento fossero profondamente intrecciate: la libertà di movimento delle persone, la libertà della riproduzione dei commons dalla mercificazione, la libertà del lavoro dallo sfruttamento e la libertà dei popoli dalla guerra. Ma quella libertà non era intesa soltanto come liberazione da vincoli, dominazioni o forme di espropriazione. Era anche libertà di costruire istituzioni comuni, di cooperare, di prendersi cura della riproduzione della vita, di decidere collettivamente il proprio futuro e di sperimentare nuove forme di convivenza oltre la logica del profitto e della guerra. Tutte nascevano dalla stessa critica a un ordine globale che organizzava la mobilità, l’accesso alle risorse, il lavoro e la sicurezza secondo le esigenze dell’accumulazione capitalistica. È questa coerenza profonda, più ancora delle singole rivendicazioni, che vale la pena recuperare oggi. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI HAIDI GIULIANI: > C’era un ragazzo sull’asfalto -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Genova 2001: le domande che non abbiamo ancora smesso di porci proviene da Comune-info.
July 20, 2026
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