A Genova per riaprire il futuroGenova prima di Genova
Venticinque anni fa oltre 300mila persone arrivarono a Genova per contestare il
vertice dei G8 che si sarebbe tenuto nella città. Ci arrivarono nonostante una
campagna di stampa trasversale che preannunciava indicibili assalti e barbarie e
riempirono la città dei colori di una moltitudine attraversata dalla speranza in
un mondo migliore.
Gli assalti e le barbarie in effetti ci furono, ma coi protagonisti rovesciati:
quel movimento fu vittima della più grande violazione dei diritti umani dal
dopoguerra, come giustamente sentenziò Amnesty International, e tornò da quelle
piazze senza Carlo Giuliani, giovane ragazzo ucciso in Piazza Alimonda.
Quel movimento non nacque a Genova, perché il nuovo secolo politico inizia in
due contesti e tempi distinti, nel sud e nel nord del pianeta.
Il primo atto di nascita è stata sicuramente l’insurrezione zapatista nel
Chiapas messicano, che esplode il 1 gennaio 1994, giorno nel quale entra in
vigore il Trattato di libero scambio fra Usa, Canada e Messico: quel giorno la
sapienza della cultura indigena della Selva Lacandona indica al mondo la cifra
della globalizzazione liberista come nuovo attacco ai diritti, ai beni comuni,
ai territori e alla democrazia.
Il secondo atto è la contestazione al vertice dell’Organizzazione Mondiale del
Commercio a Seattle nel 1999, quando la protesta assume la sfida della messa in
discussione della legittimità da parte delle multinazionali e delle lobby
finanziarie di poter esercitare il proprio potere a detrimento dei diritti
umani, della giustizia sociale e della democrazia.
Fino a prima di Seattle, ogni incontro delle grandi istituzioni internazionali
(Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del
Commercio, Ocse, G8 etc.) vedeva in campo la società civile con contro-convegni
che, dal basso, contestavano la narrazione del modello liberista sulle
magnifiche sorti e progressive di una società regolata interamente dalle leggi
del mercato e interamente votata alla produzione di profitti.
Un modello con già quasi tre decenni alle spalle, dato che, pur con qualche
cautela, possiamo collocare l’inizio della fase neoliberista del capitalismo in
due eventi (anche questi uno nel sud e uno nel nord del pianeta) e contesti
diversi e complementari: il colpo di Stato militare in Cile del settembre 1973,
che rovesciò il governo democratico e socialista di Salvador Allende per
consegnare il paese al generale fascista Pinochet e ai Chicago Boys, gli
economisti liberisti statunitensi che lo affiancarono nelle scelte
economico-sociali, e l’avvento di Margareth Thatcher al governo del Regno Unito,
con la brutale repressione del movimento operaio agli inizi degli anni ’80 del
secolo scorso. Fu la stessa Thatcher a proclamare lo slogan che poi divenne il
mantra dell’ideologia liberista. “La società non esiste, esistono solo gli
individui e le famiglie”.
A Seattle, e per la prima volta, i movimenti non si limitarono a criticare i
contenuti della globalizzazione neoliberista, documentando con analisi ed
evidenze i disastri che avrebbe prodotto dal punto di vista dei diritti umani,
della giustizia sociale e della crisi ecologica, ma posero con forza il tema
della legittimità del potere decisionale delle multinazionali e dei grandi
interessi finanziari, bloccando fisicamente la partecipazione dei delegati al
vertice dell’OMC e scontrandosi per giorni con le forze di polizia.
Da allora, il tema della legittimità si pose in tutti gli incontri delle grandi
istituzioni internazionali, che dovettero abbandonare nel tempo la scenografia
‘medievale’ di rappresentazione del potere con la quale quei vertici erano
costruiti, per doversi confrontare con mobilitazioni sociali sempre più ampie,
determinate e diffuse.
Nel frattempo, nel gennaio 2001 a Porto Alegre in Brasile si riunì per la prima
volta il Forum Sociale Mondiale in aperta contrapposizione con l’annuale Forum
Economico Mondiale, che, negli stessi giorni, si teneva a Davos in Svizzera e a
cui partecipavano tutti i motori politici, economici e finanziari della
globalizzazione neoliberista.
Fu a Porto Alegre che venne lanciata la sfida più alta, dichiarando, in radicale
contrapposizione al “There is no alternative” di Margareth Thatcher, “Un altro
mondo è possibile” e aprendo la sfida per il cambiamento globale.
Genova arrivò sei mesi dopo, mentre quattro mesi prima e -importante
sottolinearlo- con un governo di centro-sinistra, a Napoli vi fu una sorta di
anticipazione e di prova della repressione contro i movimenti scesi in piazza
per contestare il Global Forum, promosso da Ocse, Onu e Ue.
di Marco Bersani
continua qui https://attac-italia.org/a-genova-per-riaprire-il-futuro/
Attac Italia