Tag - tagli

La Ue in guerra contro la pace: profitti per i signori delle armi, sacrifici per i popoli
Il riarmo diventa il nuovo orizzonte economico e politico di Bruxelles. Miliardi alle industrie militari, risorse pubbliche riconvertite alla produzione bellica, diritti sociali sotto pressione. Ma la responsabilità non è soltanto delle istituzioni: è anche nella sconfitta culturale di un movimento contro la guerra che ha smesso di occupare le […] L'articolo La Ue in guerra contro la pace: profitti per i signori delle armi, sacrifici per i popoli su Contropiano.
October 15, 2026
Contropiano
Studenti e popolo contro il potere e i fascisti. La lezione francese
L’”atto V” del movimento degli studenti francesi ha dimostrato visivamente due cose: che la mobilitazione si va allargando e che il governo Lecornu-Macron non riesce a fermarla, né con la repressione più brutale né con la promessa di “ascolto” delle ragioni della protesta. Troppo poco, troppo tardi e dopo troppa […] L'articolo Studenti e popolo contro il potere e i fascisti. La lezione francese su Contropiano.
October 14, 2026
Contropiano
Studenti in piazza, manifestazioni in tutta la Francia
In Francia l’alleanza tra studenti e lavoratori in vista della manifestazione nazionale del 17 ottobre è più un desiderio che un dato obiettivo. I sindacati dei lavoratori  la fan da pompieri e la sinistra che si indigna per la repressione e la brutale repressione delle forze dell’ordine è la stessa che diceva che le proteste si fanno col voto. Quel voto che i sondaggi e le aggregazioni continuano a indicare come orientato saldamente a destra. Che evidentemente stride con l’evidenza di un protagonismo di piazza, che non coincide affatto con la tendenza delle urne. Perché In Francia come in Spagna le piazze sembrano orientarsi su contenuti radicali di opposizione alle derive neoliberiste che ripropongono pratiche e slogan di sinistra, mentre l’appuntamento con le urne traduce quella stessa insofferenza in una apparentemente inarrestabile avanzata delle destre. La piazza attiva (studenti, movimenti sociali, sindacati di settore, attivisti per il clima e per la casa) incarna la reazione diretta alle politiche di austerity, al carovita e alla precarizzazione. I suoi codici comunicativi usano il linguaggio classico o rinnovato della sinistra anticapitalista o sociale. Tuttavia, queste piazze rappresentano una quota mobilitata ma minoritaria della popolazione complessiva. La classe lavoratrice tradizionale e le fasce impoverite della periferia non partecipano ai cortei, vivono in  una condizione di isolamento e frammentazione sociale e avvertono come estranea  la politicizzazione o il collettivo da piazza. Va ricordato pure che in Italia come in Francia o  in Spagna, le forze di centro-sinistra o di sinistra progressista che hanno governato o governano hanno spesso adottato o avallato vincoli di bilancio e riforme di stampo neoliberista. Questa connivenza delle sinistre con le élite o le politiche d’austerità, ha permesso alla destra radicale di presentarsi come l’unica reale forza di rottura anti-establishment, intercettando il voto di protesta degli scontenti che rifiutano il status quo. Questo finora è un dato di fatto, ma è contingente, potrebbe non essere e andare fuori dagli schemi. E a proposito di schemi semplificati torniamo al punto di partenza: la grande manifestazione indetta in Francia per il 17 di ottobre ripropone un’alleanza tra studenti e lavoratori uniti nella lotta che potrebbe essere l’inizio di una nuova stagione di lotte, un nuovo autunno caldo o un maggio. Ebbene su questa prospettiva mi permetto di esprimere qualche dubbio, avendola sentita e risentita nel corso degli anni decine di volte, ogni volta con la convinzione che fosse la volta buona, e che l’inverno fosse finalmente finito. Oggi trovo solo superstiziosa, infondata e consolatoria, la credenza di un monopolio della sinistra buona sulla “risorsa” – intellettuale e politica – dell’anticapitalismo. Una sorta di rendita di posizione che starebbe sempre lì a garantirci una presunzione di egemonia senza le mani sporche. Per curiosità intellettuale avevo in un recente lavoro provato ad accostare (un accostamento blasfemo) i tratti dionisiaci presenti nella produzione di Toni Negri a quelli dello Julius Evola di Cavalcare la tigre. Notando una imbarazzante prossimità su alcuni passaggi cruciali mi chiedevo se ci fosse una qualche analogia morfologica tra la libertà di quell’estrema destra e l’autonomia del postoperaismo. Ebbene la risposta, scomoda e bastarda, era affermativa. Sia in Cavalcare la tigre (Evola) sia nei testi dell’operaismo e della biopolitica (Negri e Hardt), l’autonomia si manifesta dentro la crisi. Per Evola è il declino del mondo moderno (Kali Yuga); per Negri è la crisi dello Stato-chiave e del taylorismo/fordismo. Entrambi vedono il caos non come un semplice vuoto, ma come il terreno in cui l’agente autonomo deve operare. Per Evola, l’autonomia è apofatica e difensiva: è un’inviolabilità interiore. L’uomo differenziato “cavalca la tigre” per non farsi sbranare, mantenendo un distacco impassibile mentre il mondo crolla. Per Negri, l’autonomia è attiva e offensiva: è l’affermazione di una potenza costitutiva che rifiuta il lavoro salariato e il comando capitalistico per inventare nuove forme di vita e di cooperazione. Mentre l’autonomia evoliana è un’isola d’essere nell’Oceano del caos, l’autonomia operaista è una forza d’urto nel cuore del processo produttivo. Una rivoluzione infinita. Ovviamente sono consapevole del limite di una lettura tutta filosofica di un tema che ha incrociato movimenti e storie, la strategia della tensione e il terrorismo neofascista con le sue appendici dentro lo Stato del capitale. Ciononostante non si può politicamente campare sempre di rendita e pensare di essere sempre dalla parte della Storia, ignorando che la talpa di Marx scavava invece il sottosuolo e attraversava i purgatori, non le inaugurazioni dei musei o le commemorazioni. Ma questo tema di ontologia politica, che mi limito a proporre come suggestione necessitante di approfondimenti, potrebbe spingere ad una sommaria conclusione speculare a quella dello slogan “studenti e operai uniti nella lotta”. Una conclusione che butta acqua sporca e bambino, quella che liquida il populismo delle piazze bastarde e senza fedi, come lo erano quelle dei no vax ai tempi del Covid o quelle dei forconi e dei gilet gialli. O che si affida alla sacrosanta lotta contro il genocidio di Gaza per trovare un filo rosso identitario che, miracolosamente, funzioni da contraddizione determinante. Nessuna unità di studenti e operai mi pare all’orizzonte, e questa sarebbe la cattiva notizia. Che però è anche la buona, perché gli studenti francesi stanno ponendo l’attenzione su un problema più vasto che colpisce tutta l’Europa oggi e non ieri, qualcosa di tremendamente determinato e concreto, rappresentato ancora dalle politiche di austerità e di taglio a quel che resta dei fondi allo stato sociale, a fronte di un piano di riarmo e di investimenti nell’industria bellica paragonabile solo al periodo della Guerra Fredda o agli anni che precedettero la Prima Guerra Mondiale. Questo tratto rende la protesta indigesta, non riconducibile, almeno non in prima battuta, ad una qualche rendita elettorale e completamente contro tendenza. Perché di dritto o di rovescio dice un semplice ed elementare no alle spese militari e alla guerra. A tutte le guerre e ad ogni logica che anteponga il profitto ai bisogni collettivi. Troppo poco o generico? Di sicuro, ma è da qualcosa di semplice e condiviso che qualcosa di inedito può non ripetersi. Fuori dagli schemi o dalle semplificazioni, compresa quella che la vorrebbe come una cover del maggio francese, perché questo è il suo tempo, la sua storia. Simile ad altre ma unica nella sua resistenza allo schema preconfezionato, eccentrica rispetto alla predizione che si avvererebbe indicando come inesorabile la vittoria prossima delle destre. A me pare che sia proprio quella semplificazione,  questa semplificazione che ha consegnato alle destre il populismo che spaventa il palazzo, quella semplificazione che mette insieme guerra, alloggi, scuole, sanità. Una semplificazione che le destre  le spiazza e potrebbe spazzarle via, compromesse come sono di fatto con il sistema. Oggi, e lo cito senza amarne l’autore, potrebbero appunto non essere più loro a “cavalcare la tigre”. Michele Ambrogio
October 13, 2026
Pressenza
“Cerchiamo solo di avere un futuro”: gli studenti di Marsiglia scendono in piazza contro il governo Macron-Lecornu
Intervista a Lilia, studentessa del liceo Thiers di Marsiglia, attiva nelle recenti proteste contro i tagli ai fondi per l’istruzione e le condizioni inadeguate in cui si studia nelle scuole francesi. Denuncia la violenza degli agenti di polizia, che non portano il numero identificativo e la completa tutela legale di cui godono con la nuova legge sulla legittima difesa. In questi giorni molti media hanno dato ampio spazio alle vostre proteste contro i tagli ai fondi per la scuola e le condizioni vergognose del sistema scolastico francese. Puoi spiegarci, da una che è in prima linea, le vostre vere motivazioni nello scendere in piazza? Siamo scesi in piazza perché avevamo un motivo concreto e perché le condizioni delle scuole sono vergognose. C’è Parcoursup, una piattaforma che ti assegna un posto a seconda del tuo dossier e da questo dipende a quali percorsi post-diploma puoi accedere. Alcuni non ci riescono affatto. Lo trovo profondamente ingiusto e discriminatorio e vogliamo che finisca. Poi ci sono le condizioni degli edifici. Molte scuole cadono a pezzi, con muffa e umidità. Vogliamo che vengano ristrutturate. Non vogliamo spaventare il governo: cerchiamo solo di avere un futuro e per averlo dobbiamo protestare. C’è chi non scende in piazza perché non è abbastanza politicizzato e non capisce fino in fondo cosa sia il movimento. Lottiamo anche per loro, come per tante altre persone. Anche i ritmi sono pesantissimi: studiamo dalle 8 di mattina alle 6 di sera. Lo so, è assurdo. Protestiamo anche per questo, perché è una questione fondamentale. Scendiamo in piazza per noi, per i nostri diritti e per quelli degli altri, di chi non comprende ancora cosa stia succedendo. Nel 2026 il nostro modo di studiare è mediocre. Gli studenti italiani, in particolare chi fa politica nelle scuole, vi guardano con grande ammirazione per il coraggio con cui avete sfidato la dura repressione di Stato e polizia. Come l’avete affrontata e come ha risposto la polizia nelle vostre scuole a Marsiglia? Siamo in tanti e cerchiamo di aiutarci a vicenda. Ci siamo gli uni per gli altri ed è questo a renderci una comunità unita: ci siamo per tutti. Ci sostengono molti sindacati, tra cui uno dei più noti in Francia, con tanti insegnanti del sistema nazionale, delle medie e dei licei. Tantissime persone ci danno una mano. Molti professori ci proteggono dalla polizia formando catene umane; su TikTok e Instagram ci sono tanti video su questo. È così che affrontiamo la repressione, che è durissima. La polizia ci lancia contro i lacrimogeni ed è una violenza enorme. Gli agenti dovrebbero portare il numero identificativo RIO durante il servizio, ma con noi non lo fanno, perché non vogliono essere rintracciati. A Parigi, per esempio, usano delle luci stroboscopiche negli scudi che li rendono impossibili da filmare e riconoscere. Poi c’è una nuova legge, approvata non molto tempo fa, sulla legittima difesa per i poliziotti. In sostanza, se uccidono un ragazzo, o chiunque altro, non possono essere perseguiti se dichiarano di aver agito per legittima difesa. Se vogliamo denunciarli e loro invocano la legittima difesa, siamo noi a dover dimostrare che non lo era. Ci sono tante persone che hanno perso denti, mani, occhi o che sono state strangolate. Una violenza assurda, disgustosa. Stavolta sono particolarmente brutali, ma lo sono da tempo. Cambia anche il modo di chiamarli: prima erano “guardiani della pace”, ora sono “forze dell’ordine”. Si vede il cambio di mentalità. Molti media italiani hanno riportato un presunto episodio in cui un preside sarebbe stato cosparso di benzina davanti al liceo Victor Hugo di Marsiglia, seguito poi da timide smentite. Che cosa è successo davvero quel giorno? Pensi che sia solo uno strumento usato dai media di destra per screditarvi? Ne ho sentito parlare, ma non so cosa sia successo quel giorno, perché non c’ero e non ho molte informazioni. Una cosa però la so con certezza: la violenza non viene da noi liceali. Il nostro è un movimento pacifista, senza violenza. La violenza arriva solo dalla polizia e da altre persone, più grandi, che si infiltrano di proposito nei blocchi e nelle manifestazioni. Non siamo noi. Non vogliamo essere rappresentati da loro né associati a loro, non è l’immagine che vogliamo dare. È vero che nei media di destra molti dicono che siamo ragazzi manipolati dalla sinistra, che protestiamo solo perché non abbiamo voglia di andare a scuola. Non è così. Vogliamo più opportunità e un futuro, perché stanno succedendo troppe cose: tagli al bilancio e cattedre sospese di proposito. Giustificano i tagli dicendo che la popolazione è in calo, ma non è una buona ragione per ingrandire le classi, con quasi 40 studenti e un solo insegnante che si trova a lavorare con quattro classi da 40 ragazzi. È insostenibile, è terribile. Non so cosa voglia ottenere questa stampa di destra, ma so che veniamo infantilizzati. Poiché abbiamo 17 anni, si dice che non siamo abbastanza grandi per pensare con la nostra testa e avere un’opinione su tutto questo ed è completamente falso. Vogliamo lottare per tutti: per le persone, per gli studenti. Le proteste sono nate in Bretagna a inizio settembre e poi si sono estese alla periferia di Parigi. Come siete riusciti a coordinarvi e a costruire una rete tra voi? Come avete reso possibile tutto questo? Credo che qualcuno sia in contatto con Parigi, ma in realtà non coordiniamo le lotte da una città all’altra. Non so bene perché e sarebbe un’ottima idea. Lavoriamo a livello locale, in modo piuttosto disorganizzato. La rete non è ancora ben sviluppata: ci proviamo, ma è difficile. Prima di questa mobilitazione facevamo già dei blocchi, quindi una rete di base esisteva. Ci schieriamo tutti con tutti e cerchiamo di creare solidarietà: è questo che ha reso possibile il movimento. Siamo tanti a lottare per la causa, per gli studenti, per gli insegnanti e per molto altro e siamo uniti. Sono davvero orgogliosa di noi, perché mostriamo una vera solidarietà. Nelle piazze abbiamo visto di tutto: studenti, operai, dipendenti pubblici, vigili del fuoco. Che cosa unisce, secondo te, categorie così diverse? Perché siete scesi insieme contro le misure di bilancio del governo Macron-Lecornu? Siamo in tanti a lottare contro questo governo e questo ci unisce molto: il rifiuto del modo in cui governa e il fatto che si taglino sempre più diritti sociali. Non so se ricordate la riforma del 2023 sulle pensioni: con quella si può andare in pensione a 64 anni, che è veramente troppo tardi. Oggi sono al centro dell’attenzione i tagli al bilancio dell’istruzione nazionale, con tante cattedre soppresse di proposito. Ci sono molte scuole medie e superiori con classi senza nemmeno un insegnante di francese, che è materia d’esame alla maturità e così non ci si può preparare come si deve. Per questo noi studenti lottiamo contro tutti questi tagli e queste soppressioni di posti, ed è per questo che molti si uniscono a noi. Possiamo anche unirci ad altre cause, come quella degli ospedali: ci aiutiamo a vicenda nelle rispettive battaglie. È così che ci uniamo, per via di queste misure di bilancio e dello smantellamento di tanti diritti sociali. Siamo molto solidi e cerchiamo di restare uniti, perché è fondamentale. Proprio mentre protestavate, Macron ha pubblicato sui social un video del lancio di un nuovo missile nucleare. Cosa pensate dell’enorme aumento delle spese militari in Francia e in Europa, a fronte delle politiche di austerità dei nostri governi? Penso che sia una vergogna: la guerra, i missili nucleari, tutto. Dimostra che a Macron non importa della nostra causa, di niente di ciò che cerchiamo di ottenere. Gli importano solo i suoi missili. Siamo indignati, è scandaloso, perché non gli importa nemmeno del suo Paese, quello che guida. Nel nostro liceo ci sono dei corsi di difesa in caso di guerra che vogliamo eliminare: non li vogliamo. È come se ci preparassero alla guerra, a 17 anni! È vergognoso. Cerchiamo di opporci, ma è complicato. Teodoro Palpacelli
October 12, 2026
Pressenza
Servizio Sanitario Nazionale: in quattro anni circa 19 miliardi di “tagli invisibili”
Negli ultimi quattro anni il SSN ha subito € 18,8 miliardi di “tagli invisibili”, mentre nel triennio 2027-2029 si profila un divario cumulativo di € 32,3 miliardi tra finanziamento e previsioni di spesa. Nel 2025 le famiglie hanno sostenuto direttamente € 42,4 miliardi di spesa sanitaria; persistono profonde diseguaglianze territoriali nell’accesso ai LEA e alla mobilità sanitaria e la crisi del personale continua a indebolire la capacità del servizio pubblico di garantire cure tempestive ed eque. Un medico su quattro e un infermiere su cinque censiti dall’OCSE non lavorano nel SSN, mentre per il personale sanitario si stima una minore spesa cumulativa di € 36,8 miliardi rispetto a uno scenario con quota di spesa invariata ai livelli del 2012. E’ quanto evidenzia il 9° Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN) della Fondazione GIMBE, documentando come il diritto alla tutela della salute sia sempre più condizionato dal luogo di residenza e dalle disponibilità economiche dei cittadini. Il confronto internazionale per quanto riguarda la sanità è poi particolarmente impietoso: l’Italia è ultima nel G7 per spesa sanitaria pubblica pro-capite. Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana si attesta al 6,2% del PIL, contro il 7,1% della media OCSE. La spesa pubblica pro-capite è pari a $ 3.952 a parità di potere d’acquisto: $ 909 in meno della media OCSE e $ 1.013 in meno della media europea. “Un divario che, rapportato ai quasi 59 milioni di residenti supera, i € 36 miliardi. Una voragine scavata negli ultimi 15 anni da governi di ogni colore, che anno dopo anno ha allontanato l’Italia dal resto d’Europa” sottolinea il presidente di GIMBE,  Nino  Cartabellotta. Tra i Paesi del G7, l’Italia è fanalino di coda per spesa sanitaria pubblica pro-capite. La spesa diretta pro-capite delle famiglie supera invece la media OCSE del 12,3%, mentre quella intermediata è inferiore del 43,7%: al minore investimento pubblico corrisponde una minore protezione finanziaria delle famiglie, più esposte al pagamento diretto delle cure. “Nel 2025” si legge nel Rapporto “la spesa sanitaria totale è di € 190,1 miliardi: € 140,8 miliardi di spesa pubblica, € 42,4 miliardi a carico delle famiglie e quasi € 7 miliardi intermediati da fondi sanitari, assicurazioni e altri soggetti. Rispetto al 2024, la spesa out-of-pocket diminuisce dell’1% (- € 434 milioni), mentre quella intermediata cresce del 10,1% (+ € 642 milioni). In particolare, quella per assicurazioni sanitarie volontarie aumenta del 12,7%, passando da € 4,69 a € 5,29 miliardi”. Intanto, Il DPFP 2026, approvato il 2 ottobre, prevede una spesa sanitaria in aumento in termini nominali, ma in calo dal 6,4% del PIL nel 2026 al 6,3% nel 2027-2029. Le stime confermano che non c’è alcuna inversione di tendenza: al contrario, la quota di ricchezza del Paese destinata alla sanità si riduce. Inoltre, nel triennio 2027-2029 si amplia ulteriormente la forbice tra previsioni di spesa ed entità del Fondo Sanitario Nazionale, lo strumento finanziario statale destinato a garantire i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale: € 7,6 miliardi nel 2027, € 10,7 miliardi nel 2028 e € 14 miliardi nel 2029, per un divario cumulativo di € 32,3 miliardi. Tutto ciò spinge sempre più persone a rinunciare a visite ed esami: nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone, pari al 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di aver rinunciato a una o più visite o esami, rispetto al 7,6% del 2023: circa 4 milioni hanno rinunciato per i lunghi tempi d’attesa e 3,1 milioni per motivi economici, potendo indicare entrambe le cause. “Quando tempi d’attesa, disponibilità economiche e luogo di residenza condizionano l’accesso alle prestazioni sanitarie”, commenta amaramente Cartabellotta, “è in gioco la tenuta del patto sociale. Una prestazione garantita sulla carta, ma inaccessibile nella realtà, lascia il cittadino da solo di fronte al proprio bisogno di salute”. E se sui LEA le Regioni “promosse” sono aumentate, restano però i divari. Nel 2024 18 Regioni e Province autonome su 21 risultano adempienti ai LEA, contro le 13 del 2023. Tuttavia, 6 delle 18 Regioni “promosse” presentano almeno una macro-area con un punteggio compreso tra 60 e 69  e, nello stesso anno, aumenta la quota di popolazione che rinuncia a visite o esami. “Finalmente,” sottolinea Cartabellotta, “dal 30 ottobre 2026 saranno in vigore i LEA aggiornati, dopo un’attesa di quasi 10 anni. Tuttavia, inserire una nuova prestazione nei LEA non equivale a renderla accessibile a tutti: bisogna garantire che le Regioni siano effettivamente in grado di erogarla in modo tempestivo e uniforme”. Il quadro che emerge dal Rapporto conferma che il problema non è soltanto aumentare nominalmente le risorse, ma garantire che siano adeguate ai bisogni di salute e accompagnate da riforme capaci di rafforzare il servizio pubblico. Senza un’inversione di rotta, il rischio è che il SSN continui progressivamente a perdere la capacità di assicurare universalità, uguaglianza ed equità, ampliando il divario tra chi può pagare e chi è costretto ad attendere o rinunciare alle cure. Qui per scaricare il Rapporto: https://salviamo-ssn.it/attivita/rapporto/9-rapporto-gimbe.it-IT.html.   Giovanni Caprio
October 9, 2026
Pressenza
Quel vago sentore di camera a gas contro i pensionati
L’Istat stima che quasi un milione di anziani (over 65) si trovino in condizione di povertà assoluta in Italia il che vuol dire che percepiscono da 500 a 650 euro mensili mentre ben 7,4 milioni di pensionati, il 44% del totale, vive in una condizione di semipovertà, con un assegno […] L'articolo Quel vago sentore di camera a gas contro i pensionati su Contropiano.
October 8, 2026
Contropiano
Nella sanità tagli “invisibili” per 18,8 miliardi tra 2023 e 2026. E non andrà affatto meglio
Anche se nominalmente è cresciuto, dal 2023 al 2026 il Fondo sanitario nazionale ha perso quasi 19 miliardi di euro per effetto della contrazione della quota di finanziamento in rapporto al Pil. Secondo la Fondazione Gimbe che oggi ha presentato il suo rapporto annuale in Parlamento, le cose non sembrano […] L'articolo Nella sanità tagli “invisibili” per 18,8 miliardi tra 2023 e 2026. E non andrà affatto meglio su Contropiano.
October 7, 2026
Contropiano
Spesa sanitaria pubblica: nel 2025 l’Italia al 6,2% del PIL, contro il 7,1% della media OCSE ed europea
Nel 2025, per spesa sanitaria pubblica pro-capite, l’Italia si colloca al 15° posto tra i 27 Paesi europei dell’area OCSE e in ultima posizione tra quelli del G7. La spesa sanitaria pubblica si attesta al 6,2% del PIL, in calo rispetto al 6,3% del 2024 e nettamente inferiore sia alla media OCSE sia a quella dei Paesi europei, entrambe pari al 7,1%. Sul fronte della spesa pro-capite a parità di potere di acquisto, il divario rispetto alla media dei Paesi europei ha superato € 36 miliardi. E’ quanto evidenzia la Fondazione GIMBE, che ha analizzato i dati relativi alla spesa sanitaria pubblica 2025 nei Paesi OCSE, con l’obiettivo di offrire elementi oggettivi al confronto politico e al dibattito pubblico, sottraendo il tema a letture strumentali. Sono 14 i Paesi europei dell’area OCSE che destinano alla sanità pubblica una quota di PIL superiore a quella dell’Italia: il differenziale varia dai +4,8 punti percentuali della Germania (11% del PIL) ai +0,2 della Repubblica Slovacca (6,4% del PIL). Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica pro-capite in Italia è pari a $ 3.952: $ 909 in meno rispetto alla media OCSE ($ 4.861) e $ 1.013 in meno rispetto alla media dei Paesi europei ($ 4.965). Tra gli Stati membri dell’Unione Europea, 14 investono più dell’Italia: dai $ 47 in più della Spagna ($ 3.999) ai $ 4.774 in più della Germania ($ 8.726). “Il trend della spesa sanitaria pubblica pro-capite dal 2008 al 2025, ha sottolineato il Presidente della Fondazione GIMBE, Nino Cartabellotta, restituisce una fotografia impietosa: l’Italia è sempre stata fanalino di coda nel G7. Ma quello che nel 2008 era un distacco contenuto oggi si è trasformato in un abisso: nel 2025 l’Italia si conferma ultima nel G7 con $ 3.952 pro-capite, meno della metà della Germania ($ 8.726). Emblematico il Regno Unito, che condivide con l’Italia il modello Beveridge (sistema sanitario pubblico in cui lo Stato finanzia e fornisce direttamente l’assistenza medica tramite la fiscalità generale, garantendo la cura come diritto universale per tutti i cittadini): partito nel 2008 poco sopra il nostro Paese e rimasto su un trend di crescita contenuto sino al 2019, dal 2020 ha aumentato in maniera consistente le risorse pubbliche destinate alla sanità, superando Canada e Giappone e collocandosi poco al di sotto della Francia”. Sino al 2011 la spesa sanitaria pubblica pro-capite in Italia era sostanzialmente allineata alla media dei Paesi europei. Da allora, tuttavia, il divario si è progressivamente ampliato per effetto di tagli e definanziamenti, raggiungendo $ 424 pro-capite nel 2019. È cresciuto ulteriormente negli anni della pandemia, quando gli altri Paesi hanno investito molto più dell’Italia, poi nel 2023-2024, quando l’incremento italiano è stato inferiore a quello medio europeo e ancora nel 2025, quando la spesa sanitaria pubblica italiana è rimasta sostanzialmente stabile. In questo contesto di progressivo definanziamento della sanità pubblica, le recenti valutazioni di OCSE, Commissione Europea e OMS Europa convergono su una lettura apparentemente paradossale: il SSN continua a garantire buoni esiti di salute, in particolare un’elevata aspettativa di vita e una bassa mortalità evitabile, ma si sta progressivamente deteriorando la sua capacità di erogare prestazioni tempestive, eque e finanziariamente accessibili, in particolare per le fasce socio-economiche più fragili. “Il campanello d’allarme, dichiara il Presidente Cartabellotta, questa volta suona direttamente da Bruxelles. Nel Country Report 2026 della Commissione Europea, per la prima volta le criticità del SSN non vengono più lette solo come un problema di tutela della salute, ma vengono esplicitamente collegate anche all’equità sociale e alla produttività del Paese. Non a caso, lo scorso 10 luglio il Consiglio dell’UE ha adottato una raccomandazione formale affinché l’Italia garantisca un accesso più tempestivo a cure economicamente accessibili e affronti le carenze di personale nelle professioni chiave. Il messaggio è inequivocabile: il deterioramento del SSN non è più solo un problema sanitario, ma ha ricadute sulla tenuta economica e sociale del Paese”. Bisogna una volta per tutte prendere atto che il sottofinanziamento pubblico della sanità non è più una questione contabile per addetti ai lavori, ma una criticità strutturale che ha indebolito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e compromesso l’esigibilità di un diritto fondamentale. Alimenta tensioni politiche e mette in difficoltà tutte le Regioni, strette tra l’obbligo di garantire i Livelli Essenziali di Assistenza e quello di mantenere i conti in ordine. Ma il prezzo più alto lo pagano i cittadini: liste d’attesa fuori controllo, pronto soccorso al collasso, carenza di medici di famiglia, disuguaglianze territoriali e sociali sempre più marcate e crescente ricorso alla spesa privata. Il risultato? Impoverimento e indebitamento delle famiglie, fino alla rinuncia a esami diagnostici e visite specialistiche: un fenomeno che nel 2024 ha riguardato 5,8 milioni di persone, quasi una su dieci. Qui per approfondire: https://press.gimbe.org/press/comunicato.it-IT.html?id=499.   Giovanni Caprio
September 15, 2026
Pressenza
Cambiare rotta o naufragare
La settimana scorsa ho perso mia Mamma. Un lungo esilio ha fatto sì che io viva ormai in Corsica. Lei si è spenta a Genova, la nostra città. Traghetto subito e dolore intenso, costante. Ma… La cosa più crudele, appena sbarcato, è essere, per la forza delle cose, messo a […] L'articolo Cambiare rotta o naufragare su Contropiano.
August 9, 2026
Contropiano
BELGIO: SCUOLE FRANCOFONE IN RIVOLTA CONTRO I TAGLI. INTERVISTA A UN’INSEGNATE DI BRUXELLES
Migliaia di manifestanti, tra cui studenti, insegnanti, genitori e attivisti sono da mesi in piazza a Bruxelles per protestare contro la riforma scolastica degli istituti francofoni del Belgio, i tagli alla scuola e per denunciare le continue violenze di polizia durante le manifestazioni. Il 5 giugno, dopo una maratona durata oltre 14 ore, il Parlamento della federazione francofona Vallonia-Bruxelles ha approvato in via definitiva il piano di tagli messo in capo dal governo di destra guidato da Movimento Riformatore e Les Engagés. Fuori dal Parlamento francofono sono scoppiate nuove proteste, proseguite nei pressi della stazione centrale di Bruxelles. Il giorno prima, il 4 giugno, una manifestazione composta da oltre 5mila persone tra insegnanti e studenti aveva occupato l’area tra rue des Colonies e rue Royale, chiedendo il ritiro della riforma e denunciando il governo di scaricare sul sistema scolastico il peso delle politiche di tagli alla spesa pubblica. Decine gli arresti nelle giornate del 4 e 5 giugno, gran parte dei quali giovanissimi. La mobilitazione – partita a marzo dal collettivo ‘Mars Attack!’ e da altre organizzazioni studentesche – è sostenuta dai sindacati del settore, che hanno proclamato uno sciopero in concomitanza con il dibattito parlamentare. Le autorità hanno risposto unicamente con un massiccio dispositivo di sicurezza. Agenti in tenuta antisommossa e numerosi mezzi della polizia continuano a militarizzare il quartiere attorno al Parlamento. Una nuova manifestazione si è svolta lunedì 8 giugno dove gli insegnanti, indossando giubbotti gialli, hanno formato una catena umana davanti al corteo per proteggere i partecipanti più giovani dalla polizia, che ha fatto ampio uso di gas lacrimogeni e cannoni ad acqua in Rue Saint Jean per disperdere il corteo. Pericolose le parole del ministro della Difesa Theo Francken, che si è espresso a favore dell’invio dei giovani manifestanti “indisciplinati” in un campo di addestramento militare. Su Radio Onda d’Urto la testimonianza di Celia, insegnante di Bruxelles.  Ascolta o scarica.
June 10, 2026
Radio Onda d`Urto