Il tallone d’Achille del Medio Oriente
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Sharq, Kuwait City, Kuwait. Foto di Azhar Munir Din su Unsplash
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Nello scenario in ebollizione concentriamo l’attenzione sul petrolio,
dimentichiamo l’acqua e il suo ruolo essenziale per i paesi del Golfo. Dove le
metropoli fondate su petrodollari, business finanziari, turismo internazionale e
immaginario dell’opulenza concentrano milioni di abitanti in terre aride,
desertiche, e debbono la propria sopravvivenza ai dissalatori. Una vulnerabilità
insidiosa, nel mezzo di un conflitto irresponsabile e dell’ambigua partnership
con gli Usa. Ma anche prefigurazione dei rischi dell’adattamento tecnologico al
surriscaldamento oltre che conferma delle fosche previsioni che indicano l’acqua
come l’obiettivo bellico del futuro.
I dissalatori, in gran parte integrati alle centrali elettriche di frequente
minacciate e in alcuni casi lesionate, sono installazioni enormi, vistose,
distribuite lungo le coste. Anche se formalmente protetti come infrastrutture
civili, di fatto sono esposti a violazioni come mostrano gli episodi di
danneggiamento. Se il petrolio è l’arma economica, l’acqua è il tallone
d’Achille del Medio Oriente.
Dalla metà del Novecento la popolazione della penisola arabica è passata da
pochi milioni a oltre 80 milioni di abitanti concentrati in grandi aree urbane.
Una crescita consentita dall’installazione dei dissalatori a partire dagli anni
’60-70. Attualmente a Riad si addensano 7 milioni di abitanti, a Dubai tra 3,5
milioni a oltre 4 nelle ore diurne. Il Kuwait, che non ha fiumi né laghi, poche
falde in prevalenza salmastre, dipende per il 90% da acqua dissalata. L’Oman per
l’86%. Il Bahrain, che sconta anche l’insularità, ha una dipendenza quasi
assoluta. Riad, lontana dal mare a un’altitudine di 600 metri nell’altopiano
desertico del Najd, riceve acqua dal Golfo, attraverso reti di pompaggio ad
altra pressione lunghe più di 500 chilometri in grado di superare il dislivello.
Si è anche dotata di giganteschi serbatoi che però garantiscono acqua per soli
due giorni e sta lavorando per arrivare a 7 nel 2030. Il Qatar, quasi privo di
risorse idriche, ha costruito enormi serbatoi che portano l’autosufficienza fino
a 14 giorni. Abu Dhabi inietta acqua in una vecchia falda sotterranea a 160
chilometri nel deserto, nella Liwa Oasis, e promette 90 giorni per 1 milione di
persone. Soluzioni diverse che in ogni modo garantiscono autonomie limitate
rendendo i sistemi urbani sauditi altamente vulnerabili.
Anche Israele ha il problema dell’acqua, lo ha affrontato con riuso delle acque
reflue e irrigazione a goccia, con cui ha messo a coltura parte del deserto del
Negev. La dissalazione su larga scala è partita dal 2000 con cinque grandi
impianti sulla costa mediterranea e dallo scorso anno con una pipeline che porta
acqua dissalata verso l’entroterra fino al Lago Kinneret (Mare di Galilea),
eroso dall’utilizzo e dal surriscaldamento, che potrà ora fungere da serbatoio.
Mentre la guerra con Beirut apre prospettive implicite di controllo delle acque
del fiume Litani, perno del conflitto, che irriga le aree rurali del Libano
meridionale.
L’Iran, paese in gran parte montuoso, è meno dipendente dalla dissalazione,
continua a sfruttare falde, fiumi e vecchie dighe, ma ha infrastrutture datate e
malridotte e si trova in una crisi idrica strutturale legata a sovrasfruttamento
delle falde e cambiamento climatico.
Sotto il profilo geopolitico e ecologico il caso più emblematico è quello
dell’Iraq, antica Mesopotamia, le cui famose paludi, il “Giardino dell’Eden”
patrimonio Unesco, si sono trasformate in distese di fango secco e deserti
salini. A monte, grandi dighe costruite in Turchia e in Iran hanno ridotto la
portata del Tigri e dell’Eufrate e causato l’abbassamento del flusso alla foce
dello Shatt al-Arab, il corso d’acqua formato dall’unione dei due fiumi.
Associato al surriscaldamento, ciò ha provocato l’estensione del cuneo salino,
che ora entra per decine di chilometri e ha portato a rovina i territori invasi
dal mare, espulso il vivente, popolazioni e fauna, decimato la biodiversità.
Esempio drammatico del combinato di contrapposizioni per l’accaparramento delle
risorse idriche e cecità ecosistemica.
Non a caso la geopolitica dell’acqua è uno dei temi centrali del Consiglio di
Cooperazione del Golfo (GCC), a cui aderiscono i paesi della penisola arabica
che, pensando soprattutto alle emergenze belliche, intendono unificare, come
hanno già fatto per l’elettricità, la rete idrica per scambiarsi acqua in caso
di necessità.
I dissalatori sono infrastrutture imponenti in cui realizzazione, funzionamento,
manutenzione assorbono quantità di danaro ingentissime che poggiano sulle
ricchezze del petrolio. E sono perno di un contratto sociale in cui gli stati
forniscono acqua e energia a prezzi (per ora) irrisori in cambio del consenso.
L’acqua è dunque un bene politico su cui si regge il patto tra monarchie,
investitori e cittadini. Non a caso fino all’inizio degli anni Novanta gli
impianti appartenevano a organismi nazionali mentre quelli recenti sono
realizzati in project financing, un passaggio per attrarre capitali e scaricare
il rischio finanziario sui mercati globali. Quote di maggioranza e supervisione
rimangono in ogni modo in mano governativa, come le reti di distribuzione,
gestite da enti statali o municipali. Un controllo biopolitico ben saldo.
Per i nuovi complessi è intensa la ricerca per l’efficientamento energetico
attraverso tecnologie a osmosi inversa, che riducono fabbisogno energetico e
costi, integrazione con energia solare, riutilizzo delle acque reflue,
abbassamento dei sussidi ai consumi a fronte di uno spreco sfarzoso. Innovazioni
che inducono a ritenere che in futuro i paesi del Golfo non venderanno solo
petrolio, ma know-how su come sopravvivere in un mondo surriscaldato. Rinnovando
in certo qual modo il primato su estrazione e distribuzione dell’acqua che, nel
medioevo, la dominanza araba aveva trasferito ai paesi mediterranei.
Alla fine le petromonarchie del Golfo possano essere assunte come reificazione
del paradigma economico e politico in corso, oltre che presagio del suo destino
climatico. Rendite (petrolifere) che alimentano regimi di accumulazione
assoggettati a asset finanziari dall’influenza globale e faraoniche rendite
immobiliari in metropoli che esistono sotto il perenne ricatto delle risorse
vitali. Estremizzando le condizioni del rentier capitalism e liberandolo da
vecchie ubbie come quella della democrazia. Coronazione insomma dei sogni del
neoliberismo redditiere.
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