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Ein al-Auja (seconda parte)
COME GLI ATTACCHI DEI COLONI E LA SOTTRAZIONE DI RISORSE IDRICHE HANNO CANCELLATO UNA COMUNITÀ PALESTINESE La sorgente che un tempo sosteneva la vita in questo luogo si è prosciugata, mentre le famiglie beduine fuggono dalla violenza israeliana e dal furto di risorse. “Siamo isolati” Le conseguenze devastanti della crisi idrica colpiscono anche la fauna selvatica locale e le comunità di pastori in tutta la Valle del Giordano; qui i palestinesi hanno segnalato ingenti perdite di bestiame a causa dei ripetuti attacchi, furti e confische da parte dei coloni. Le restrizioni alla circolazione e la perdita dell’accesso ai pascoli hanno aggravato la loro difficile situazione. In uno dei più gravi episodi recenti, i residenti della zona di Ein al-Auja hanno riferito che, all’inizio dello scorso anno, alcuni coloni israeliani hanno rubato circa 1.500 tra pecore e capre durante un’incursione nella comunità, infliggendo un duro colpo alle famiglie di pastori locali. Il giorno seguente, nell’area sono state rinvenute decine di carcasse di animali. La distruzione delle loro tradizionali fonti di sostentamento non ha lasciato a molti beduini altra scelta se non quella di cercare lavoro negli insediamenti israeliani vicini o di accettare impieghi stagionali e mal retribuiti all’interno dell’economia israeliana. La terra che un tempo garantiva loro la sopravvivenza è ora accessibile solo come luogo di lavoro, privo però di tutele lavorative o diritti contrattuali. Nel caso di Rashaidh, prima dello sfollamento della famiglia, le fonti principali di sostentamento erano l’agricoltura e l’allevamento. Oggi lavora come bracciante in una piantagione di palme da dattero vicino a Balqa. “È un contesto ad alto rischio: lavoriamo senza permessi e molti di noi subiscono infortuni o vengono arrestati mentre vanno al lavoro o ne tornano”, ha raccontato, sottolineando come il tragitto casa-lavoro sia segnato da pericolosi posti di blocco, sorveglianza costante e dalla minaccia sempre incombente di arresto. La frammentazione di questa comunità, al pari di molte altre in tutta la Cisgiordania occupata, ha inoltre contribuito a indebolire le reti di sostegno sociale. “Tutto è diventato lontano. Anche raggiungere i servizi essenziali ormai richiede ore”, ha dichiarato a MEE un residente sfollato di Balqa, parlando a condizione di anonimato per timore di rappresaglie israeliane. “Siamo tagliati fuori dai luoghi da cui dipendevamo”. Un genitore sfollato di Balqa, anch’egli rimasto anonimo, ha sottolineato le ripercussioni sull’istruzione: “Un tempo i miei figli andavano a scuola a piedi senza problemi. Ora si svegliano prestissimo e a volte non riescono comunque ad arrivare, perché la strada è lunga e pericolosa. Certi giorni, semplicemente restano a casa”. Turisti sotto assedio Tornando a Ein al-Auja – località che, grazie alla sua cascata e ai sentieri montani circostanti, è da tempo un’attrazione naturale per visitatori provenienti dalla Palestina e dall’estero – non sono solo i residenti a temere la violenza dei coloni. Anche i turisti sono stati presi di mira. Nel gennaio 2023, un gruppo internazionale di escursionisti – tra cui turisti americani, italiani e francesi – si è trovato di fronte a un gruppo di coloni armati, che secondo quanto riferito li ha aggrediti con bastoni e spray al peperoncino. “Siamo stati respinti verso le colline e praticamente circondati”, ha riferito a MEE un partecipante palestinese, chiedendo di rimanere anonimo per timore di ritorsioni israeliane. “Siamo stati picchiati. Due donne sono rimaste ferite, una italiana e una palestinese, mentre il resto del gruppo cercava di raggiungere una distanza di sicurezza”. Secondo il partecipante palestinese, ci sono volute ore prima che le forze israeliane arrivassero a garantire l’uscita del gruppo. Tali episodi scoraggiano ulteriormente un settore già duramente colpito dal conflitto in corso. Il turismo in Cisgiordania ha subito un duro colpo dopo lo scoppio della guerra a Gaza nel 2023; i dati ufficiali indicano perdite di milioni di dollari a causa del crollo del numero di visitatori. Nei fine settimana, le strade che un tempo vedevano il passaggio di famiglie, autobus turistici e gruppi di escursionisti diretti alle sorgenti della Valle del Giordano appaiono decisamente più vuote. I venditori, che un tempo allestivano sedie di plastica e banchetti per il tè lungo il percorso, raccontano di lunghe ore trascorse senza clienti. «Ogni fine settimana aspettavamo gli autobus provenienti dal nord e dal sud della Cisgiordania, ma ora il traffico è quasi inesistente», ha dichiarato a MEE Muhammad Taha, un venditore di Gerico. Oggi, lui e i suoi colleghi si limitano a osservare il paesaggio, anziché offrire i propri servizi ai visitatori. Battaglia legale Nel frattempo, per le famiglie costrette a fuggire dall’area di Ein al-Auja, una battaglia legale rappresenta l’ultima speranza. Nel tentativo estremo di bloccare il loro trasferimento forzato, l’anno scorso i residenti si sono rivolti all’Alta Corte, chiedendo alle autorità israeliane di smantellare gli avamposti illegali che invadono le loro terre e di agevolare il loro ritorno a casa. “Abbiamo chiesto un intervento giudiziario per fermare la progressiva scomparsa delle nostre comunità, minacciate dalla violenza dei coloni e dall’espansione degli avamposti pastorali circostanti”, ha spiegato a MEE Hassan Mleihat, supervisore generale di al-Baidar, un’organizzazione locale che tutela i diritti dei beduini. Durante le udienze, lo Stato ha negato l’esistenza di ordini formali di evacuazione, sostenendo che non vi fosse alcuna politica governativa volta a impedire il ritorno dei residenti; ciò nonostante la realtà sul campo, che molti palestinesi temono abbia reso irreversibile la loro espulsione. Lo scorso febbraio, il tribunale ha ordinato alle autorità israeliane di aiutare le famiglie a tornare alle loro abitazioni nei pressi della sorgente di Ein al-Auja e di riferire, entro 60 giorni, sulle misure adottate per garantirne la sicurezza. Ad aprile, non essendo stata rispettata la scadenza, i ricorrenti hanno chiesto all’Alta Corte di imporre allo Stato l’adempimento dei propri obblighi. Lo Stato continua a contestare tali richieste, sostenendo davanti al tribunale che non vi è alcun fondamento per dislocare una forza di sicurezza permanente nell’area. Questo caso non è affatto un’eccezione. Le istanze palestinesi volte a impedire sfratti o a ottenere lo smantellamento di avamposti vengono regolarmente respinte o bloccate dai tribunali israeliani; allo Stato viene infatti riconosciuta un’ampia discrezionalità nella gestione del territorio, anche quando è dimostrato che i residenti vi abitano da decenni. E quando il caso di Ein al-Auja è arrivato in tribunale, le ultime famiglie se n’erano già andate. Tornando a Balqa, Rashaidh sottolinea l’importanza della solidarietà, sia a livello regionale che globale, di fronte alla minaccia costante e crescente rappresentata dai coloni. “Nessuno abbandona la propria terra volontariamente; è una delle cose più difficili della vita”, ha affermato. “Ma restare soli non basta. Abbiamo difeso la nostra terra da soli e l’abbiamo persa, insieme al bestiame e all’acqua. Se non ci uniamo, perderemo tutti”. Il ricorso alle vie legali non è stato una scelta strategica, ha spiegato Mleihat, bensì un tentativo disperato di far valere i diritti dei palestinesi di fronte a una realtà in rapida evoluzione al di fuori dell’aula di tribunale, dove “il luogo era già stato svuotato”. In effetti, Ein al-Auja non è più quella di un tempo. La sorgente, che un tempo scorreva abbondante, si è ridotta a rivoli d’acqua intermittenti. Il terreno è arido e screpolato. Gli alberi sono diminuiti. L’aria è più silenziosa. Non si sentono voci di bambini né il movimento di greggi. Solo il vento, che attraversa un luogo un tempo pieno di vita. Majd Jawad, Ramallah, Palestina occupata Articolo originale: https://www.middleeasteye.net/news/ein-al-auja-how-settler-attacks-and-water-diversion-erased-palestinian-community Traduzione di Valentina Valle -Parte seconda- la prima la trovate QUI Redazione Piemonte Orientale
October 15, 2026
Pressenza
Ein al-Auja (Prima parte) : come gli attacchi dei coloni e la sottrazione di risorse idriche hanno cancellato una comunità palestinese
La sorgente che un tempo sosteneva la vita in questo luogo si è prosciugata, mentre le famiglie beduine fuggono dalla violenza israeliana e dal furto di risorse. Majd Jawad, Ramallah, Palestina occupata 13 agosto 2026 Haitham Rashaidh è stato tra gli ultimi ad abbandonare la propria casa vicino a Ein al-Auja, una sorgente naturale con cascata situata a nord di Gerico, in Cisgiordania. La sua famiglia ha smontato le tende, ha caricato tutti i propri averi su un trattore e ha intrapreso un viaggio di due ore su un terreno impervio verso al-Balqa, un’area scarsamente popolata della Valle del Giordano, dove si sono accampati accanto ai vicini, anch’essi sfollati. Lasciare Ein al-Auja è stato come perdere una parte di sé, ha spiegato Rashaidh con tristezza. Un tempo qui l’acqua scorreva impetuosa, con una portata stimata in migliaia di metri cubi al giorno; oggi, invece, il terreno è arido e la sorgente, che un tempo sosteneva una comunità beduina di oltre cento famiglie, si è ridotta a un esile rivolo. I palestinesi consideravano Ein al-Auja un’oasi di pace in una regione sotto assedio. Tuttavia, la deviazione dell’acqua da parte di Israele e i continui attacchi dei coloni hanno finito per rendere insostenibile la vita della comunità. “Non ce ne siamo andati la prima volta che hanno tentato di cacciarci”, ha raccontato Rashaidh a Middle East Eye. “Siamo tornati, abbiamo ricostruito ciò che potevamo e abbiamo cercato di andare avanti con le nostre vite”. “Ma le cose non sono cambiate”, ha aggiunto. “Ogni volta che tornavamo, la pressione si faceva più forte: più restrizioni, più attacchi, meno accesso all’acqua”. Lo scorso gennaio, giunta al limite della sopportazione, la famiglia di Rashaidh ha dovuto abbandonare la propria casa per trasferirsi a Balqa, un minuscolo accampamento beduino privo di servizi pubblici. Da lì occorrono più di due ore per raggiungere il centro abitato più vicino e Rashaidh ammette, con evidente dolore, che i suoi figli non possono più frequentare la scuola. La difficile situazione vissuta dalla sua comunità si è aggravata notevolmente negli ultimi due anni, da quando gli eventi del 7 ottobre 2023 hanno iniziato a ridefinire la vita dei palestinesi nei territori occupati. Prima della guerra a Gaza, gli episodi di sfollamento forzato nell’area di Ein al-Auja erano stati limitati: l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) aveva registrato, tra il 2017 e il 2023, solo due attacchi da parte di coloni che avessero provocato vittime o danni materiali. Tuttavia, dall’inizio del 2024, nella zona sono sorti diversi nuovi avamposti illegali di coloni israeliani e, di conseguenza, gli attacchi si sono intensificati, raggiungendo quota 38 casi documentati nell’ultimo anno. “L’accesso all’acqua è stato particolarmente compromesso; coloni, presumibilmente provenienti da questi avamposti, hanno ripetutamente tagliato o danneggiato le condutture collegate alla sorgente [di Ein al-Auja], bloccato le strade di accesso utilizzate per il prelievo e il trasporto dell’acqua, svuotato i serbatoi domestici e intimidito o aggredito residenti e pastori intenti a rifornirsi d’acqua, compromettendo gravemente i loro mezzi di sussistenza”, ha rilevato l’OCHA in un rapporto di gennaio. In un caso documentato all’inizio di quest’anno, 26 famiglie, per un totale di 124 persone, sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a causa delle continue violenze perpetrate da coloni armati e truppe israeliane. “Sembrava che stessero mettendo alla prova la nostra capacità di resistenza”, ha raccontato Rashaidh. “Alla fine, non è stato un singolo episodio a costringerci ad andarcene, ma il ripetersi continuo di tutto quanto, ancora e ancora, finché restare è diventato impossibile”. self, Public domain, via Wikimedia Commons Declino costante Il drastico e costante calo della portata della sorgente di Ein al-Auja negli ultimi anni rispecchia la scomparsa della comunità palestinese circostante. La sua portata, storicamente stimata in oltre 1.000 metri cubi all’ora – e potenzialmente doppia durante le stagioni delle piogge – è diminuita tra il 50% e il 70% negli ultimi anni e talvolta si azzera completamente, secondo Ayman Abu Zaher, un ricercatore ambientale che monitora il sistema idrico locale. Essendo una delle sorgenti storicamente più significative della regione, Ein al-Auja è stata sottoposta a una pressione crescente dovuta sia ai cambiamenti climatici sia ai pozzi scavati nelle vicinanze, ha riferito Abu Zaher a MEE. Negli anni di siccità, la ridotta ricarica delle falde acquifere, unita a un pompaggio intensivo, ha limitato la portata della sorgente. L’assetto idrogeologico della regione comprende due principali falde acquifere, ha spiegato Abu Zaher: una falda superficiale, solitamente accessibile tramite pozzi profondi tra i 70 e i 100 metri, e una falda molto più profonda che alimenta la sorgente di Ein al-Auja. Storicamente, tre pozzi gestiti dallo Stato nell’area di Ein al-Auja raggiungevano una profondità di 500-600 metri; tuttavia, negli ultimi tre decenni, le autorità israeliane li hanno approfonditi fino a quasi 1.000 metri e ne hanno aggiunto un quarto, ha riferito Abu Zaher. Secondo le sue stime, complessivamente questi pozzi estraggono ogni anno tra i quattro e i sei milioni di metri cubi d’acqua dall’acquifero profondo che alimenta la sorgente di Ein al-Auja. Quest’acqua viene poi convogliata verso gli insediamenti israeliani, anziché rifornire le vicine comunità palestinesi. Tale squilibrio è aggravato dalla capacità limitata delle fonti idriche controllate dai palestinesi nella stessa zona. Abu Zaher stima che vi siano circa una dozzina di pozzi palestinesi in loco, ma li definisce “poco profondi e insufficienti”. “L’acqua che producono non è sufficiente per l’agricoltura ed è sempre meno adatta all’irrigazione, il che spinge l’area verso la desertificazione”, ha affermato. Mentre un tempo frutteti irrigui e campi coltivati coprivano oltre 30.000 dunum (3.000 ettari) nella zona di Ein al-Auja, oggi rimangono attivamente irrigati solo circa 3.000 dunum, ha precisato Abu Zaher. Per le famiglie sfollate dalle proprie abitazioni e ora residenti in tende in aree limitrofe come Balqa, questa trasformazione non è un concetto astratto, bensì una realtà profondamente radicata nella loro lotta quotidiana per la sopravvivenza. Tra le persone più colpite vi sono le donne, spesso responsabili dell’approvvigionamento idrico per i propri nuclei familiari. Quando vivevano vicino a Ein al-Auja, potevano riempire i loro piccoli contenitori di plastica alla cascata, raccogliendo rapidamente quanto bastava per il fabbisogno giornaliero. Ora sono costrette a percorrere diversi chilometri sotto un sole cocente alla ricerca di autobotti o punti di distribuzione, tornando spesso a casa con i contenitori vuoti quando le scorte mancano o vengono respinte dalle forze israeliane. Il razionamento dell’acqua è diventato parte della loro realtà quotidiana. “Siamo state costrette ad acquistare grandi quantità d’acqua a causa della scarsità della sorgente”, ha dichiarato a MEE Naifa Zaied, sfollata a Balqa all’inizio di quest’anno. “Ma nell’ultimo anno l’esercito ci ha persino impedito di acquistarla. Alle autocisterne è stato vietato di raggiungerci”. La carenza d’acqua ha inciso su quasi ogni aspetto della vita, ha spiegato la donna, costringendo le famiglie a razionare l’acqua destinata a bere, cucinare, lavarsi e accudire il bestiame. “Un tempo avevamo l’acqua a portata di mano. Oggi, procurarsi anche solo un litro è una lotta”, ha affermato. “A volte aspettiamo autocisterne che non arrivano mai e siamo costretti a conservare l’acqua per bere, dando priorità a questa necessità rispetto a tutte le altre”. -continua- Articolo originale: https://www.middleeasteye.net/news/ein-al-auja-how-settler-attacks-and-water-diversion-erased-palestinian-community Traduzione Valentina Valle Redazione Piemonte Orientale
October 14, 2026
Pressenza
Grave minaccia per l’approvvigionamento idrico in Israele: chi sono i responsabili?
Dal 31 agosto 2026, cinque dei sei impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare di Israele sono stati completamente o parzialmente chiusi a causa della presenza di troppe alghe che si estendono per 100 km di lunghezza (da nord a sud), 7 km di larghezza e 20 m di profondità (foto satellitari). Ad oggi, ciò si è tradotto in una riduzione del 50% della produzione di acqua per l’80% dell’approvvigionamento di acqua potabile di Israele. Secondo i risultati di un Comitato di controllo statale, si prevede che la situazione persisterà fino a fine anno. Il mare Mediterraneo blu a Tel Aviv nel passato – oggi verde di alghe © H. Merkelbach Il fenomeno delle alghe è di origine naturale, ma la sua estensione è influenzata dalle condizioni meteorologiche, dalle correnti oceaniche, dalla luce solare e dalla quantità di materia organica presente nell’acqua. Le alghe sono microscopiche e possono attraversare i sistemi di filtrazione nei punti di aspirazione dell’acqua di mare degli impianti di desalinizzazione. Sebbene gli impianti possano continuare a funzionare in queste condizioni, è possibile che si verifichino danni a lungo termine alle membrane, il che richiederebbe una costosa sostituzione del costo di diversi milioni di euro. Nelle regioni di lingua tedesca, Jüdische Allgemeine, Fokus Jerusalem, haGalil e Israel Zwischenzeilen hanno riportato la notizia, ma nessuno dei principali media tedeschi lo ha ancora fatto. Il Washington Post e la BBC sottolineano l’impatto delle acque reflue provenienti da Gaza e le gravi implicazioni per la sicurezza idrica. Al Jazeera parla dei rifiuti tossici della guerra da cui il governo israeliano non riesce a proteggere i propri cittadini. In Israele e nei media israeliani, le cause di questo evento straordinario e la sua insolita durata vengono in gran parte oscurate, mentre la sua importanza e le sue conseguenze vengono minimizzate. In una conferenza stampa del 7 settembre 2026, Eli Cohen, Ministro dell’Energia, dell’Acqua e delle Infrastrutture, ha cercato di rassicurare l’opinione pubblica sul fatto che l’approvvigionamento idrico non era a rischio e ha dichiarato di non essere a conoscenza di alcun collegamento con le acque reflue che scorrono da Gaza nel Mediterraneo. Il 18 settembre, i lettori hanno appreso tramite Haaretz di un’audizione della Commissione di controllo statale che ha evidenziato la gravità della situazione. Le cause di questa proliferazione di alghe, eccezionale a livello globale sia per portata che per durata, sono molteplici: la sua origine nel delta del Nilo è evidente, così come il fatto che le correnti oceaniche la spingano verso nord. Una forte tempesta avvenuta domenica 31 agosto ha accelerato il processo e ha fornito alle alghe nutrienti e ossigeno. Questa tempesta non era un evento naturale comune. Quando il Mediterraneo si riscalda drasticamente nel tardo periodo estivo e autunnale, fornisce un’abbondante energia per tempeste violente e i cosiddetti “medicani” (uragani mediterranei). Ad agosto, la temperatura superficiale del Mediterraneo ha raggiunto una media di 28,54 °C, il livello più alto registrato dal 1940. Il calore ha fatto sì che le alghe proliferassero più rapidamente. Quest’estate, il caldo estremo e la siccità – in tutto il mondo e soprattutto in Europa – hanno spinto gli scettici sui cambiamenti climatici causati dall’uomo a riconsiderare le loro opinioni. Lungo il tragitto verso la costa israeliana, le alghe provenienti dagli scarichi si sono nutrite dei rifiuti fognari di Gaza, 40 metri cubi al giorno. Questo fattore non viene nemmeno affrontato nella riunione del governo, poiché richiama la condotta di Israele nella guerra a Gaza: la maggior parte degli impianti di trattamento delle acque reflue è stata distrutta o danneggiata, quattro stazioni di pompaggio delle acque reflue su cinque non funzionano; Israele concede pochissimi materiali da costruzione per la ricostruzione (citando i rischi di “duplice uso”) e limita le importazioni di energia, il che significa che il funzionamento degli impianti di trattamento non è una priorità. L’opinione pubblica israeliana non è messa al corrente di questo potenziale legame tra cambiamento climatico e guerra. L’Asia occidentale sta subendo tassi di riscaldamento più elevati rispetto al resto del mondo (da due a tre volte superiori alla media mondiale) ed è anche la regione in cui si è concentrata la maggior parte delle guerre a partire dalla Seconda guerra mondiale. Gli scienziati hanno calcolato che i primi 15 mesi della guerra di Gaza hanno generato oltre 30 milioni di tonnellate di CO2 (tenendo conto della distruzione, della rimozione delle macerie e della potenziale ricostruzione), una quantità superiore alle emissioni annuali dell’intera Danimarca. Invece di affrontare questo nesso tra cambiamento climatico e guerra, l’opinione pubblica israeliana viene rassicurata sul fatto che l’incidente non è stato un attacco informatico iraniano. Per quanto riguarda il tentativo di contenere la proliferazione di alghe dall’alto utilizzando sostanze chimiche, è stato affermato che le sostanze utilizzate non erano tossiche per l’uomo. Durante l’audizione, gli scienziati hanno sottolineato che una fuoriuscita di petrolio sarebbe peggiore e statisticamente più probabile dell’evento in corso. Il governo e i media si stanno adoperando per rassicurare l’opinione pubblica sul fatto che l’approvvigionamento idrico è sicuro, sottolineando che anche la Giordania continua a ricevere le forniture d’acqua promesse nel trattato di pace del 1994, sebbene le famiglie abbiano la priorità rispetto all’agricoltura, l’irrigazione per le strutture pubbliche sia stata ridotta e tutti siano invitati a usare l’acqua con parsimonia. Sono state riportate poche notizie sul fatto che le forniture idriche a Gaza siano state inizialmente interrotte del tutto; la misura in cui sono state riprese da allora rimane sconosciuta. Una donna palestinese (la cui identità Pressenza mantiene riservata) di Betlemme, alla domanda se i territori palestinesi occupati ricevessero meno acqua in questo momento, ha risposto di non aver sentito parlare del problema, ma che “abbiamo già sempre carenza d’acqua tutto l’anno”. Secondo l’Autorità per le risorse idriche, si prevede che l’approvvigionamento idrico naturale di Israele diminuirà di circa il 15% entro il 2050 a causa dei cambiamenti climatici, dovuti a minori precipitazioni, maggiore evaporazione e periodi di siccità più frequenti. Israele si fregia con orgoglio del titolo di potenza idrica globale, vantandosi delle soluzioni tecnologiche che ha sviluppato per far fronte alla perdita prevista: l’irrigazione a goccia, un’invenzione israeliana; l’agricoltura che si basa quasi interamente sull’acqua riciclata; il tasso di perdita d’acqua dalle tubature più basso al mondo e gli impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare. Il fiume Kishon è stato ripristinato e rivitalizzato utilizzando acqua di mare desalinizzata (e viene mantenuto con ulteriori 1,1 milioni di metri cubi all’anno). Allo stesso modo, il Lago di Tiberiade viene rifornito con acqua desalinizzata per evitare il suo collasso ecologico. Come misura temporanea per garantire l’approvvigionamento idrico, il Ministro dell’Energia, dell’Acqua e delle Infrastrutture ha annunciato che l’acqua sarebbe stata nuovamente prelevata dal Mar di Galilea e che sarebbero stati scavati nuovi pozzi di acqua sotterranea. Durante un’audizione pubblica, l’Autorità per le acque è stata accusata di non aver gestito adeguatamente le risorse idriche naturali che si sono inquinate. Le falde acquifere costiere e montane hanno subito un eccessivo sfruttamento, l’immissione di acqua marina e la contaminazione da nitrati, combustibili e sostanze chimiche. Inoltre, la maggior parte delle falde acquifere montane è stata occupata e controllata da Israele, che nega l’accesso ai palestinesi e li costringe ad acquistare la propria acqua come merce, il che porta a ulteriori violenze e sfruttamento. Estrazione di acqua palestinese da parte di Israele nei territori palestinesi occupati © H. Merkelbach Acqua palestinese nei territori palestinesi occupati, comprata come merce da Israele © H. Merkelbach Il Lago di Tiberiade presenta tre livelli idrici critici: a -208,8 m (sotto il livello del mare), sussiste il rischio di alluvioni, che richiede lo scarico dell’acqua; a -213 m, iniziano i problemi tecnici di pompaggio e lo stress ecologico; e a -214 m, il lago rischia un collasso ecologico. Ad agosto, sono state registrate temperature di 45 °C intorno al Mar di Galilea. Si poteva osservare il livello dell’acqua abbassarsi di giorno in giorno. Secondo un rapporto del Jerusalem Post del 10 settembre 2026, nel corso di dieci giorni sono stati prelevati dal lago 3,3 milioni di metri cubi d’acqua – mentre gli impianti di desalinizzazione erano fuori servizio – causando un abbassamento del livello dell’acqua di 10 cm, da 213,4 a 213,5 m. Pontile a Ein Gev sul Lago di Tiberiade nell’ottobre 2018 © H. Merkelbach Al 1° novembre 2018, il livello dell’acqua era di -214,62 metri sotto il livello del mare. Durante l’audizione, è stato annunciato che i gestori degli impianti di dissalazione avevano già ordinato nuove membrane. A seguito degli avvertimenti degli scienziati secondo cui una fuoriuscita di petrolio potrebbe avere un impatto ancora peggiore sulla sicurezza idrica, il Jerusalem Post si è affrettato a riferire di un’altra soluzione tecnologica, un aerogel che cattura le fuoriuscite di petrolio aiutando al contempo i batteri mangia-petrolio a far diminuire gli inquinanti. Un esame più approfondito delle interconnessioni tra guerra (e politica bellica) e cambiamento climatico (e un’attenzione alle soluzioni tecniche imperfette o addirittura errate), tuttavia, sposterebbe l’attenzione sull’acqua come diritto umano e cercherebbe una soluzione giusta, che salvi la vita e il pianeta, basata su una distribuzione della terra e dell’acqua per tutti, equa e non orientata al profitto. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI FILOMENA SANTORO Helga Merkelbach
September 28, 2026
Pressenza
Data center in Lombardia, tra conoscenza tecnica, territorio e pianificazione
Il convegno organizzato il 26 settembre all’Arci Bellezza di Milano dalla Rete dei Comitati Stop Data Center ha avuto innanzitutto un merito: mettere nella stessa discussione problemi che, finché vengono affrontati separatamente, possono apparire come conseguenze locali di singoli progetti, mentre assumono un significato diverso non appena vengono osservati nella […] L'articolo Data center in Lombardia, tra conoscenza tecnica, territorio e pianificazione su Contropiano.
September 28, 2026
Contropiano
Roma. Mobilitazione contro il Forum Euromediterraneo dell’Acqua
Tra il 29 settembre e il 2 ottobre 2026, a Roma, presso la Nuvola all’Eur, si terrà un summit internazionale che avrà al centro proprio la risorsa idrica, il Forum Euro Mediterraneo dell’Acqua – OneWater. Sarà il primo evento di questa natura dopo il referendum del 2011 sull’acqua pubblica (tradito […] L'articolo Roma. Mobilitazione contro il Forum Euromediterraneo dell’Acqua su Contropiano.
September 22, 2026
Contropiano
Libano. Israele punta a prendersi acqua, terre fertili e il gas nel mare
Nella settimana di visita nei campi profughi palestinesi per la commemorazione dell’eccidio di Sabra e Chatila, del 1982, con la delegazione dell’associazione Per non dimenticare ODV, ci siamo recati anche nel sud del Libano in particolare a Sidone e Tiro. Durante gli spostamenti da un sito all’altro abbiamo avuto l’opportunità […] L'articolo Libano. Israele punta a prendersi acqua, terre fertili e il gas nel mare su Contropiano.
September 20, 2026
Contropiano
Acqua per le persone o per le multinazionali della tecnologia?
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- A Querétaro, in Messico, i governi statale e federale sembrano aver dato una risposta a questa domanda: per le grandi aziende tecnologiche, come Amazon, Microsoft, Google e ora CloudHQ, l’acqua viene prima di tutto. Dopo che altre mega-industrie, come quella aerospaziale e automobilistica, avranno esaurito le falde acquifere e i pozzi della regione, ciò che rimarrà verrà smaltito dai giganti tecnologici globali. Si tratta delle stesse aziende che controllano oltre due terzi del cloud computing, dove finisce la stragrande maggioranza delle informazioni digitali di individui, istituti scolastici, operatori sanitari, agenzie governative e altri. Questo fornisce una solida base per le loro attività, che includono il sostegno al genocidio in Palestina e lo sviluppo di sistemi estremi di sorveglianza della popolazione (). Nell’ultimo anno, tre delle più grandi aziende tecnologiche al mondo – Amazon Web Services (AWS), Google e ora CloudHQ – hanno annunciato l’intenzione di stabilire le proprie attività in quella città, aggiungendosi ai precedenti investimenti multimiliardari di queste e altre aziende come Microsoft Azure. Stanno installando data center hyperscale, una scala necessaria per i nuovi sistemi di intelligenza artificiale (El negocio de la guerra tecnológica). I data center sono il fondamento fisico del cloud computing e del traffico digitale. L’hyperscale implica migliaia di computer interconnessi, che richiedono enormi quantità di energia e acqua per raffreddare il calore che producono. Generano inoltre rumore costante: tre fattori che, praticamente ovunque nel mondo, sono stati sviluppati senza consultazione e senza tenere conto del benessere e dell’accesso delle popolazioni locali e indigene. A Querétaro, come in altre città latinoamericane che ospitano grandi data center, come quelle in Brasile e Cile, le grandi aziende tecnologiche godono di numerosi vantaggi: esenzioni fiscali, terreni gratuiti o sovvenzionati, accesso estremamente favorevole ad acqua potabile ed energia e scarsa o nessuna regolamentazione o supervisione. A malapena devono conformarsi a pochi documenti formali, come le dichiarazioni di impatto ambientale, che non vengono né monitorate né sottoposte a verifiche. Pertanto, le aziende più ricche del mondo ricevono ingenti sussidi ambientali e pubblici. Tuttavia, prove e rapporti, compresi quelli delle Nazioni Unite, si moltiplicano di mese in mese, dimostrando che i data center sono consumatori voraci di acqua pulita ed energia. È il settore industriale in più rapida crescita a livello globale in termini di percentuale di domanda energetica. Entro il 2022, i data center di tutto il mondo hanno consumato più energia di interi paesi ad alto consumo come la Francia (ottava nella classifica mondiale dei consumi). Si stima che entro il 2026, il loro fabbisogno di energia e acqua raddoppierà. Nel 2020, l’industria digitale ha emesso tra l’1,53 e il 3,2% delle emissioni di gas serra che causano il cambiamento climatico, superando le emissioni di tutto il trasporto marittimo e aereo internazionale. Data la rapida crescita del settore, queste percentuali sono già state ampiamente superate. Querétaro è una regione arida e l’acqua utilizzata dalle industrie proviene in gran parte dalla falda acquifera della valle di San Juan del Río. Le industrie hanno sistematicamente estratto da questa falda più acqua di quanta ne possa ricaricare, con conseguente deficit annuo di 56,8 miliardi di litri. Molti pozzi a Querétaro sono in condizioni critiche. Ciononostante, questa è la fonte da cui le grandi aziende tecnologiche attingono, e continueranno ad attingere, la loro acqua (Los centros de datos de todo el mundo consumen más energía que Francia). In molti paesi, i giganti della tecnologia hanno scelto intenzionalmente di insediarsi in regioni aride vicino alle città perché ciò riduce i costi di prevenzione della corrosione delle apparecchiature, consente l’accesso ad acqua di falda pulita per il raffreddamento e fornisce acqua potabile trattata alla popolazione. Questo ha portato a numerose proteste e resistenze locali (Las guerras del agua no son virtuales). A seguito di queste proteste, le aziende tecnologiche hanno promesso in Messico e in altri paesi di ridurre il consumo idrico utilizzando sistemi di raffreddamento alternativi. Ma queste tecnologie richiedono più energia, il che ha portato a un utilizzo ancora maggiore dei combustibili fossili e anche al fatto che tutte le grandi aziende tecnologiche abbiano contratti e/o spingano, ad esempio, l’espansione dell’energia nucleare, un altro incubo in divenire. Le aziende tecnologiche operano con grande opacità e, in diversi casi, è stato necessario ricorrere alle vie legali per costringerle a rivelare il loro reale consumo idrico. A Querétaro, l’approvazione della legge statale sui servizi idrici nel 2022 ha di fatto privatizzato tali servizi, pertanto il governo statale non ritiene di poter o dover interrogare le aziende tecnologiche in merito, né controlla se queste rispettino gli impegni presi sull’utilizzo dei sistemi di raffreddamento (Querétaro y los centros de datos: el alto costo hídrico y social del paraíso tecnológico de México). Inoltre, secondo Andrés Barreda, ricercatore presso l’UNAM (Università Nazionale Autonoma del Messico), la recente iniziativa di istituire una “doppia” legge sull’acqua – una per i cittadini e un’altra per l’industria – garantirà e rafforzerà i privilegi idrici di cui già godono le aziende. L’acqua deve essere per le persone, per le comunità, per la biodiversità, per la vita. Questa è la risposta che dobbiamo difendere. -------------------------------------------------------------------------------- Fonte: La Jornada (qui pubblicato con l’autorizzazione dell’autrice) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Acqua per le persone o per le multinazionali della tecnologia? proviene da Comune-info.
September 9, 2026
Comune-info
Lezioni dall’Assemblea per l’Acqua e la Vita
CENTINAIA DI PERSONE DI TANTE COMUNITÀ INDIGENE DELL’AMERICA LATINA SI SONO INCONTRATE IN MESSICO PER RICORDARE IL SACCHEGGIO DELLE RISORSE IDRICHE IN CORSO, MA ANCHE LE VITTORIE RAGGIUNTE, SPESSO SMINUITE DA ISTITUZIONI E MEDIA. UN RUOLO DI PRIMO PIANO NELL’INCONTRO E NELLE LOTTE TERRITORIALI PER L’ACQUA È QUELLO DELLE DONNE: UNA GENERAZIONE CHE HA FREQUENTATO L’UNIVERSITÀ MA NON HA INTRAPRESO LA CARRIERA ACCADEMICA, SPIEGA RAUL ZIBECHI, STA CONTRIBUENDO CON LE PROPRIE CONOSCENZE AD AZIONI DI RESISTENZA A LIVELLO COMUNITARIO Foto Asamblea Nacional por el Agua y la Vida -------------------------------------------------------------------------------- La settima Assemblea Nazionale per l’Acqua, la Vita e il Territorio (Anavi), svoltasi l’8 e il 9 agosto nella comunità Wixárika di Zitakua, a Tepic (Messico), ha visto la partecipazione di 427 adulti e 60 bambini provenienti da 18 comunità indigene e sette paesi. Ogni comunità ha espresso le proprie rimostranze, dal saccheggio delle risorse idriche e delle terre alla violenza e alle violazioni subite da coloro che le difendono. Hanno criticato aspramente il “grande progetto di riorganizzazione del territorio nazionale attraverso il Plan Mexico”, i piani idrici nazionali e regionali che offrono alle aziende forniture idriche illimitate e la possibilità di scarichi tossici da parte di industrie che trasformano i fiumi in fogne. Hanno criticato l’affermazione che il fracking sia “sostenibile”, anche sotto la maschera della sovranità energetica. I membri di Anavi non si sono fatti la minima illusione sul futuro immediato. L’industria dei data center prevede di sestuplicare la propria capacità elettrica, passando da 280 megawatt (MW) a oltre 1.500 MW entro il 2030. Ciò indica che il saccheggio delle risorse idriche crescerà esponenzialmente in ogni singolo paese dell’America Latina. I nostri territori sono diventati tele per la più brutale accumulazione capitalistica. La violenza della criminalità organizzata, collusa con le autorità e le istituzioni statali, è stata al centro delle denunce. Non è un caso che, in quasi tutti i casi, le vittime siano tra le persone e le comunità che difendono l’acqua e si oppongono al saccheggio. Gli oltre 133.000 scomparsi testimoniano la barbarie di questo sistema di morte. I membri dell’assemblea hanno anche ricordato le vittorie conseguite negli ultimi anni: il recupero della biblioteca comunale e la creazione del centro comunitario Tlamachtiloyan a San Gregorio Atlapulco, Xochimilco; La chiusura del pozzo Bonafont-Danone a San Mateo Cuanalá, Puebla; la fine del furto d’acqua tramite autocisterne a Santiago Mexquititlán; e l’occupazione dell’edificio dell’IMPI (Istituto Messicano della Proprietà Industriale) a Città del Messico e la sua trasformazione nella Casa del Popolo Samir Flores Soberanes da parte della comunità Otomi. Vorrei sollevare tre punti che – essendo questa la mia prima partecipazione all’Anavi (Assemblea Nazionale dei Popoli Indigeni) – ho appreso in questo evento e che credo influenzeranno il corso delle azioni nel prossimo futuro. Il primo riguarda il ruolo di primo piano delle donne, e in particolare di una generazione che ha frequentato l’università ma non ha intrapreso la carriera accademica, contribuendo invece con le proprie conoscenze ad azioni di resistenza a livello comunitario. Ascoltare, ad esempio, Estela Hernández Jiménez, una donna Otomi di Santiago Mexquititlán, o Argelia Betanzos, una donna mazateca di Eloxochitlán de Flores Magón, così come le giovani donne Otomi della Casa de los Pueblos o le donne Wixárika della comunità Zitakua che ci hanno accolto, ispira speranza e gioia. Sono in prima linea nella resistenza, mettendo a frutto le proprie conoscenze (Argelia è avvocata, Estela ha un dottorato in pedagogia) non per profitto personale, ma per rafforzare le proprie comunità, indicando una via opposta a quella promossa dal capitalismo e dai governi progressisti. Questa è una generazione che offre una prospettiva diversa rispetto alle precedenti, apportando nuove conoscenze a città e comunità. Il secondo aspetto riguarda il ruolo dei bambini e degli adolescenti. Durante i due giorni dell’incontro di Anavi, si è tenuta un’assemblea da cui sono scaturiti laboratori di serigrafia, pittura murale, creazione di libri in cartone, origami e giochi tradizionali. I ragazzi di età superiore ai 12 anni hanno esplorato la medicina tradizionale, creato filtri per l’acqua e partecipato a spettacoli come un’esibizione hip-hop degli indigeni Coca del Lago Chapala. È impossibile non ricordare Verónica, seduta tra il Capitano Marcos e il Subcomandante Moisés a Cideci, durante le sessioni di formazione a San Cristóbal de las Casas. Lei incarna quella generazione più recente che minaccia di lasciarci senza parole e sbalorditi con il suo spirito ribelle e di sfida. Questa è una delle notizie più entusiasmanti che abbiamo ricevuto negli ultimi anni, poiché ci permette di nutrire un certo ottimismo in mezzo al collasso sistemico. Il terzo punto è stato sollevato da un giovane che, durante un evento all’UNAM pochi giorni dopo, ha spiegato che la politica aveva “invaso” tutti gli spazi dell’incontro di Tepic, non limitandosi solo all’assemblea o ai cinque gruppi di lavoro, ma a ogni singolo spazio e momento di Anavi. Considero questa osservazione di grande importanza, poiché illustra come il percorso verso l’autonomia trascenda le strutture istituzionali, conferendo a tutte le attività, collettive o individuali, un carattere politico. La settima assemblea ha messo in luce il potenziale che i popoli indigeni stanno dimostrando, sia nel resistere all’espropriazione sia nel forgiare percorsi verso la dignità e l’autonomia, costruendo i propri mondi. Non è un’impresa da poco in questi tempi difficili. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Vince il movimento dell’acqua -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Lezioni dall’Assemblea per l’Acqua e la Vita proviene da Comune-info.
August 21, 2026
Comune-info
Travagliato (BS). Il peso dell’intelligenza artificiale
Il caso Travagliato apre una discussione che riguarda tutta la Lombardia Per molti anni ci siamo abituati a pensare al mondo digitale come a qualcosa di immateriale. Le nostre fotografie finiscono “nel cloud”, i documenti vengono archiviati su server lontani, l’intelligenza artificiale sembra vivere in una dimensione virtuale, senza occupare […] L'articolo Travagliato (BS). Il peso dell’intelligenza artificiale su Contropiano.
August 6, 2026
Contropiano