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La sindrome della scarpetta di cristallo: perché nel 2026 il lavoro ci possiede ancora?
In Italia, tra le celebrazioni del 25 Aprile e i palchi del 1° Maggio, aleggia il fantasma di una domanda scomoda che spesso preferiamo ignorare: siamo libere o siamo semplicemente diventate ingranaggi più efficienti? Nel 2026, il confine tra “avere un impiego” ed “essere possedute dal lavoro” non è mai stato così sottile. Per le donne, questa frontiera si fa ancora più scoscesa: un territorio dove la libertà personale si scontra con un sistema che ci vuole produttive a ogni costo, lasciandoci, alla fine della giornata, profondamente svuotate. Il miraggio della parità e l’economia della sopravvivenza Nonostante siamo nel 2026, la disuguaglianza salariale resta una ferita aperta. I dati parlano chiaro: il gender pay gap reale, se consideriamo il peso del precariato e dei contratti part-time spesso subiti, supera ancora il 25%¹. La nuova norma sulla trasparenza salariale negli annunci è un timido raggio di sole, ma è ancora presto per dire se riuscirà a livellare verso l’alto gli stipendi femminili o se rimarrà l’ennesima pratica burocratica. Per le under 35, la realtà è una storia di “gavetta” che somiglia troppo allo sfruttamento e di coinquilinaggio forzato. Se una volta il lavoro era il mezzo per comprare casa e stabilità, oggi è un esercizio di equilibrismo che ci spinge, quasi per reazione biochimica, a cercare rifugio nella condivisione forzata per non affogare nell’isolamento egoistico della società capitalistica. Anatomia di un soffocamento: il corpo non mente Il cuore del malessere delle lavoratrici oggi risiede in un paradosso identitario: cosa resta di noi quando scopriamo che la parte migliore delle nostre giornate è stata venduta per uno stipendio che basta appena a sopravvivere, ma non a sognare? Il corpo risponde prima della mente. Quella rigidità che sentiamo nelle spalle, quella tensione nella mandibola, hanno un nome e non sono normali, anche se ormai normalizzate: è il soffocamento di chi non vede più risonanza tra il proprio agire e i propri valori. Il mercato del lavoro moderno è un prodotto disegnato da uomini per gli uomini. È un sistema basato su una linea retta di efficienza, alimentato dalla stabilità ormonale del testosterone. Ma noi siamo cicliche. Chiedere a una donna la stessa performance 365 giorni l’anno è come pretendere che un fiore resti spalancato nel buio della notte o fiorito sotto la neve. Per decenni abbiamo maledetto il nostro ciclo, cercando di calzare quella “scarpetta di cristallo” dell’efficienza perenne. E proprio come le sorellastre nella fiaba originale dei fratelli Grimm, per farcela stare abbiamo accettato di tagliarci le dita dei piedi, mutilando la nostra identità ormonale pur di non apparire “di meno”. È tempo di rivendicare una letteratura e un’educazione che ci insegnino a cavalcare le onde ormonali, trasformandole in evoluzione e non in un segreto da nascondere. Una consapevolezza che gioverebbe non solo alle donne, ma a chiunque si trovi a collaborare con loro. Lavorare sotto l’ombra dei conflitti Ma il soffocamento non finisce tra le mura dell’ufficio; si scontra con il riverbero di un mondo che brucia. Viene da chiedersi: che senso ha timbrare un cartellino o rispondere all’ennesima mail mentre, fuori, la storia si frantuma sotto il peso dei conflitti? Il dolore globale, unito all’impotenza che il genocidio in corso a Gaza getta sulle nostre coscienze, rende l’atto di produrre extraprofitti per altri quasi grottesco. Ci proietta in una sorta di corto circuito esistenziale dove, per non soccombere a questi input, il nostro cervello e il nostro cuore scelgono di restare spenti. Un’osservazione, questa, che non riguarda solo le donne, ma ogni lavoratore del globo. Se un tempo il lavoro offriva una parvenza di futuro, oggi quella stabilità è sabotata da politiche di dominio che finanziano la distruzione con le nostre stesse tasse. Ci sentiamo parte di un sistema tossico che, pur mostrando le sue prime fratture, dà il peggio di sé perché terrorizzato dalla propria fine. Oltre la produzione: la libertà di essere In queste giornate di festa e di lotta, il gesto più rivoluzionario che possiamo compiere è smettere di sentirci sole. Dobbiamo ritrovare il coraggio della condivisione autentica per rivendicare il diritto alla nostra libertà di essere, prima ancora di quella di produrre. Non siamo “risorse umane” da spremere, ma esseri umani con risorse infinite che meritano un mondo capace di rispettare i ritmi della vita, e non solo quelli del profitto. Forse, la vera liberazione passa ancora una volta attraverso il riappropriarsi del nostro corpo di donna e delle sue magnifiche, necessarie trasformazioni. Note e Fonti ¹ Gender Pay Gap: Dato basato sul Rendiconto di Genere INPS 2025-2026. Il divario complessivo annuo tiene conto dell’incidenza del part-time involontario e della precarietà contrattuale. Per i dati sulla condizione dei laureati, si rimanda al Rapporto AlmaLaurea 2026. Per i riferimenti legislativi, si veda la Direttiva UE 2023/970 sulla trasparenza salariale. [inps.it | almalaurea.it]   Erica Cardin
April 20, 2026
Pressenza
Opposizione sociale o moralismo giudiziario?
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- La discussione nata attorno a Il No non basta ha confermato quanto il tema tocchi un nervo scoperto della politica italiana: il rapporto tra giustizia, conflitto sociale e opposizione. Bene che se ne discuta. Perché il punto non è difendere i potenti, né negare reati o responsabilità individuali. Il punto è un altro: capire se la trasformazione della società passi dalla costruzione di rapporti di forza dal basso o dalla delega salvifica al potere penale. È una questione decisiva. C’è una scorciatoia che da oltre trent’anni attraversa la politica italiana e che continua a riemergere ogni volta che l’opposizione appare debole, priva di radicamento sociale e incapace di parlare al Paese reale. È l’idea che il cambiamento possa arrivare non dal conflitto democratico, dalla mobilitazione collettiva, dalla costruzione di alternative sociali e politiche, ma dall’intervento della magistratura e dalla spettacolarizzazione giudiziaria. Quando manca la politica, entra in scena il moralismo giudiziario. È un meccanismo noto. Le inchieste diventano surrogato dell’opposizione, gli avvisi di garanzia prendono il posto del programma, le intercettazioni sostituiscono l’analisi sociale, il provvedimento cautelare diventa titolo politico. Il dibattito pubblico smette di interrogarsi su salari, precarietà, guerra, sanità, scuola, devastazione ambientale, repressione del dissenso, e si concentra sullo scandalo del giorno. La giustizia penale viene caricata di una funzione impropria: supplire alla crisi della rappresentanza. Ma la magistratura non può sostituire la politica. E quando ci prova, o quando altri pretendono che lo facciano procure e tribunali, il risultato non è la rigenerazione democratica: è l’impoverimento della democrazia. Il moralismo giudiziario produce almeno tre effetti perversi. Il primo è la sacralizzazione del potere giudiziario. I magistrati vengono rappresentati come custodi della moralità pubblica, arbitri supremi della qualità della classe dirigente, soggetti sottratti a ogni critica democratica. Le sentenze diventano verità politiche, i procedimenti simboli morali. Chi mette in discussione errori, eccessi, abusi o limiti dell’azione giudiziaria viene spesso trattato come complice del malaffare. Ma in uno Stato di diritto nessun potere è sacro. Nemmeno quello giudiziario. Il secondo è la trasformazione della pena in vendetta civile. La condanna non viene pensata come risposta limitata e regolata dell’ordinamento, né tanto meno come percorso orientato alla rieducazione, come prevede la Costituzione. Diventa marchio permanente, espulsione morale, interdizione perpetua. Chi sbaglia paga, si dice. Ma spesso il sottotesto è un altro: chi cade deve restare a terra. Così si delegittimano misure alternative, liberazione anticipata, grazia, reinserimento sociale. Tutto ciò che contraddice l’idea della pena infinita viene bollato come cedimento. La sofferenza inflitta diventa criterio di giustizia. Il terzo effetto, forse il più grave, è la rimozione del conflitto sociale reale. Mentre il discorso pubblico si eccita su casi giudiziari spesso secondari, restano sullo sfondo i veri nodi del Paese: il lavoro povero, l’aumento delle disuguaglianze, il collasso del welfare, il riarmo, i decreti sicurezza, la criminalizzazione dei movimenti, la violenza ai confini, la devastazione ambientale, i morti sul lavoro. Materiale per un’opposizione vera ce ne sarebbe in abbondanza. Eppure troppo spesso si preferisce l’“usato sicuro”: lo scandalo individuale, il personaggio screditato, la polemica penale che garantisce clic, indignazione immediata e rendita simbolica. È più facile inseguire una grazia presidenziale o un’indagine rumorosa che organizzare una battaglia sociale sui salari o contro la guerra, sulle carceri o contro la precarietà. Ma così l’opposizione smette di essere sociale e diventa notarile. Il paradosso è evidente: mentre si invoca il pugno duro contro i singoli, si lasciano intatti i meccanismi strutturali che producono ingiustizia. Si punisce il sintomo e si protegge la causa. In questo senso il giustizialismo non è l’opposto dell’ingiustizia sociale. Ne è il complemento. Offre una soddisfazione simbolica senza redistribuzione reale. Concede il capro espiatorio al posto del cambiamento. Per questo opposizione sociale e moralismo giudiziario sono due strade divergenti. La prima parte dai bisogni materiali, organizza conflitto, costruisce solidarietà, mette in discussione rapporti di potere concreti. Parla di casa, salario, diritti, sanità, pace, ambiente, libertà democratiche. Costruisce presenza nei territori, mutualismo, sindacalismo, mobilitazione collettiva. Sa anche che molte conquiste sociali e democratiche non sono nate dall’obbedienza passiva, ma dal conflitto con l’ordine esistente: scioperi, occupazioni, blocchi, pratiche di disobbedienza che hanno infranto leggi ingiuste e norme costruite per difendere privilegi. Perché quando la legalità diventa strumento di disuguaglianza e chiusura degli spazi politici – come accade con i decreti sicurezza e con la criminalizzazione del dissenso – difendere la giustizia può significare contestare la legge. La seconda parte dall’indignazione selettiva, personalizza i problemi, riduce la politica a tribunale permanente e consegna alla repressione compiti che spettano alla trasformazione sociale. Naturalmente questo non significa negare i reati, né pretendere impunità per i potenti. Significa una cosa più semplice e più seria: il processo penale deve accertare responsabilità individuali secondo garanzie rigorose, non diventare il motore della storia né il surrogato della lotta politica. Anche perché la magistratura, essendo composta da esseri umani e istituzioni concrete, sbaglia. Esistono errori giudiziari, teoremi accusatori, processi mediatici, arresti smentiti, castelli narrativi crollati in appello o in Cassazione. E ogni volta, in gioco non ci sono solo procedure astratte, ma vita, libertà, reputazione delle persone. Per questo lo scetticismo democratico verso ogni potere è una virtù, non un delitto. Oggi più che mai serve uscire dalla dipendenza penale della politica italiana. Non c’è alternativa possibile se ogni crisi viene tradotta in emergenza giudiziaria. Non c’è rinascita democratica se il conflitto sociale viene sostituito dal tifo per procure contrapposte. Perché una società cambia quando rimuove le cause dell’ingiustizia, non quando punisce i suoi effetti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Opposizione sociale o moralismo giudiziario? proviene da Comune-info.
April 20, 2026
Comune-info
Conflitti: Dal Museo per la Pace di Teheran
Preoccupante è il silenzio e l'inazione della comunità internazionale e delle principali istituzioni globali. Le organizzazioni che un tempo simboleggiavano la sicurezza e la giustizia collettiva appaiono ora sempre più marginalizzate e inefficaci.
April 14, 2026
PeaceLink
Il Libano e la sua guerra senza tregua raccontati da due operatrici umanitarie
«Come si fa ad uccidere la civiltà nella sua culla» Crifiu, Il clown di Aleppo Il Libano e la guerra sono un racconto che ritorna. Terra di saperi e di convivenze, custode di una maestosa eredità storica, eppure è tra quei luoghi che abbiamo imparato a riconoscere per la crudezza del loro passato. Dal 2 marzo, gli attacchi israeliani hanno inaugurato una nuova fase del conflitto, provocando nuove ondate di sfollamenti. Questa escalation si innesta sulla somma delle emergenze che hanno segnato il Libano negli ultimi anni, dal collasso finanziario alle proteste del 2019, dalla pandemia all’esplosione del porto di Beirut nel 2020, indebolendo progressivamente le istituzioni e rendendo la sopravvivenza quotidiana sempre più dipendente dall’intervento umanitario. A raccontarlo sono due operatrici sul campo, da Beirut e dalla Valle della Beqāʿ, le cui testimonianze offrono uno sguardo diretto sulle conseguenze del conflitto e documentano l’impatto della guerra sulla popolazione civile. IL PREZZO PIÙ ALTO DELLA GUERRA Veronica Bonelli ha ventotto anni, è italiana e lavora a Beirut come project manager per l’organizzazione non governativa Un ponte per. A Dinamopress racconta che, sin dalle prime settimane dell’ultima escalation, l’intervento dell’Ong si è concentrato sulla distribuzione di kit igienici, materassi e coperte, resa possibile grazie al sostegno di donatori internazionali e a una campagna di raccolta fondi. Le operazioni, realizzate con il supporto dello staff locale e di persone volontarie, si sono svolte in tre scuole dei quartieri centrali di Bashoura, Zuqāq al-Blāṭ e al-Batrakiyya, nei pressi di Sāhat al-Shuhadāʾ e di al-Ḥamrāʾ, designate dal ministero degli Affari Sociali libanese come alloggi di emergenza ufficiali. Veronica racconta le numerose difficoltà che cittadini e cittadine libanesi affrontano quotidianamente, sottolineando che, se è vero che la guerra colpisce l’intera popolazione, non lo fa, però, in modo uniforme: a pagare il prezzo più alto sono le persone con minori risorse economiche e coloro che hanno già vissuto lo sradicamento forzato. Qui, il riferimento all’escalation militare del 2024 tra Israele e Hezbollah emerge come un precedente ineludibile. L’offensiva aveva trasformato il sud del Paese e alcune aree della Valle della Beqāʿ in fronti attivi, costringendo centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le proprie case. Bombardamenti, ordini di evacuazione e attacchi lungo la linea di confine avevano provocato una crisi umanitaria su larga scala, lasciando dietro di sé comunità distrutte e un numero crescente di sfollati interni. Molti di loro non hanno mai fatto ritorno alle proprie abitazioni e oggi si trovano nuovamente in fuga, ancora una volta colpiti dalla guerra. > «Tra i gruppi maggiormente esposti emergono soprattutto i più giovani» > prosegue Veronica. «I bambini e le bambine sono tra i principali soggetti la > cui vulnerabilità aumenta significativamente in queste situazioni. Alla > precarietà dello sfollamento, si aggiunge il trauma psicologico, destinato a > manifestarsi con maggiore intensità nel corso del tempo». Un altro fattore critico riguarda l’interruzione della continuità educativa. «Lo sfollamento forzato e la chiusura delle scuole pubbliche, trasformate in rifugi, hanno privato migliaia di studenti dell’accesso all’istruzione. Questa sospensione coinvolge sia i bambini sfollati sia coloro che non possono più frequentare le lezioni perché gli edifici scolastici sono stati riconvertiti in abitazioni di emergenza. Le conseguenze sono profonde: compromettono la formazione, la permanenza scolastica e le prospettive future di un’intera generazione». Alla voce di Veronica si affianca quella di Darine Saliba, local coordinator nella Valle della Beqāʿ e residente a Zahle, nella regione orientale del Libano. Il suo team collabora con il ministero degli Affari Sociali libanese e altri attori umanitari. Una parte significativa dell’intervento si concentra sulla valutazione degli alloggi di emergenza per le persone sfollate, sulla distribuzione di beni essenziali e sulla promozione di attività ricreative, in particolare per i minori. Anche Darine sottolinea come l’infanzia stia pagando il prezzo più alto del conflitto. «Ciò che stiamo osservando, soprattutto tra i bambini, è molta paura e una sofferenza latente. Alcuni diventano introversi, altri manifestano ansia o cambiamenti nel comportamento come meccanismo di adattamento all’instabilità». Le famiglie vivono sotto una pressione costante, gravata da stress psicologico ed esaurimento fisico, con ripercussioni profonde sulla vita quotidiana. «Di fronte a questa emergenza, stiamo rafforzando gli interventi a sostegno della salute mentale, diffondendo numeri di assistenza e attivando percorsi di supporto psicologico. Per questo promuoviamo inoltre attività dedicate ai minori per aiutarli a ritrovare un senso di normalità, mentre incontri di ascolto e sostegno rivolti alle donne, insieme a iniziative di sensibilizzazione, contribuiscono ad alleviare lo stress e a sostenere le comunità». Le donne sono, infatti, tra le più colpite. «Vivono una condizione di vulnerabilità maggiore rispetto agli uomini», osserva Veronica, evidenziando come la gravidanza, la gestione della salute mestruale e l’accesso ai servizi sanitari diventino particolarmente complessi in contesti di sovraffollamento o di emergenza. Particolarmente esposte risultano le rifugiate e le lavoratrici migranti, spesso escluse dalle strutture d’accoglienza ufficiali e costrette a trovare riparo in alloggi informali. «Tra queste, le lavoratrici domestiche straniere costituiscono una componente significativa e sono frequentemente inserite nel sistema della kafala, un regime di patrocinio legale che lega il permesso di soggiorno al datore di lavoro, limitandone la libertà di movimento, l’accesso ai diritti fondamentali e la possibilità di interrompere il rapporto di lavoro». Una marginalizzazione che si estende anche alle rifugiate siriane e palestinesi, spesso soggette a discriminazioni e ostacoli nell’accesso alla casa e ai servizi. Per molte di loro, l’unico rifugio possibile sono i campi profughi o le proprie comunità. Infine, tra le categorie più esposte figurano gli anziani, le persone con disabilità e con malattie croniche. Gli ordini di evacuazione e lo stress degli spostamenti forzati hanno reso difficile portare con sé farmaci, ausili per la mobilità e beni essenziali, compromettendo la possibilità di fuggire in condizioni di sicurezza. «È una situazione in cui la dignità delle persone non viene rispettata. In molti casi, gli anziani sono rimasti nelle proprie abitazioni, incapaci di raggiungere luoghi più sicuri a causa di ostacoli fisici, logistici ed economici, rendendo ancora più evidente il costo umano della guerra». > Di fronte a questa realtà, l’assistenza umanitaria si configura come un > sostegno imprescindibile per la popolazione civile. Tuttavia, «in contesti di guerra come quello libanese, l’intervento iniziale è per sua natura temporaneo e orientato all’assistenza di base: alloggi, cibo, vestiti, coperte e beni essenziali, affiancati da attività di supporto psicosociale. Una risposta strutturale di lungo periodo non è ancora ipotizzabile, poiché richiederebbe il coinvolgimento diretto delle istituzioni libanesi e della Disaster Risk Management Unit del governo. Per ora, l’orizzonte resta limitato a pochi mesi, con l’obiettivo di mitigare le conseguenze più gravi per la popolazione sfollata». Darine aggiunge che «la vera sfida consiste nel trasformare l’emergenza in interventi duraturi: quando l’assistenza si affianca al rafforzamento dei sistemi locali, alla collaborazione con le comunità e al sostegno ai mezzi di sussistenza, può generare e rafforzare cambiamenti più sostenibili e a lungo termine». MAPPE E FRATTURE DEL CONFLITTO Quello che avviene in Libano è un conflitto asimmetrico, che non oppone due eserciti nazionali ma colpisce il territorio in modo selettivo e diseguale, rendendo decisive le differenze tra le varie aree del Paese. «Sul territorio non esiste alcuna area realmente immune», afferma Darine. «Il sud resta la regione più esposta, costringendo molte famiglie a fuggire verso Beirut, dove servizi e infrastrutture sono già al limite. Anche la Valle della Beqāʿ è sottoposta a una crescente pressione dovuta agli sfollamenti. La popolazione continua a spostarsi alla ricerca di sicurezza, ma la percezione diffusa è che i luoghi davvero sicuri siano ormai sempre più rari, se non inesistenti». Le fratture storiche, politiche e confessionali del Libano si riflettono nella geografia del conflitto. Veronica spiega che «le aree più colpite sono la periferia meridionale di Beirut, al-Ḍāḥiya al-Janūbiyya, e la Valle della Beqāʿ, in particolare il governatorato di Baʿlabakk–al-Hirmil, territori a maggioranza sciita dove è più forte l’influenza politica di Hezbollah». Queste divisioni emergono chiaramente anche all’interno della capitale. Beirut è un mosaico di quartieri cristiani, sunniti e sciiti, affiliati a diverse forze politiche, mentre altre regioni del Paese sono storicamente legate alla comunità drusa. Tutto ciò, restituisce una complessità che rende il conflitto profondamente radicato nella struttura sociale e politica della regione. Tuttavia, il conflitto sta progressivamente ampliando il proprio raggio d’azione. «I recenti bombardamenti hanno colpito anche aree finora risparmiate, inclusi tratti del lungomare di Beirut affacciati verso ovest e verso nord. Non solo le zone a maggioranza sciita, tradizionalmente considerate obiettivi sensibili, ma anche quartieri che in passato erano stati attaccati raramente o mai». > È il segno di un conflitto che si espande, erodendo progressivamente ogni > illusione di distanza e trasformando l’intero Paese in un fronte mutabile. Il 9 aprile, giorno in cui sono state realizzate le interviste alle operatrici umanitarie, un nuovo ordine di evacuazione ha colpito la periferia sud di Beirut, in vista di ulteriori bombardamenti israeliani, estendendosi a un numero crescente di quartieri e ampliando l’area interessata dalle operazioni militari. È il segnale di un conflitto in espansione, che ridefinisce continuamente la geografia della guerra e dell’esodo. Il Libano appare così diviso tra zone direttamente colpite dagli attacchi e aree considerate relativamente più sicure, dove la popolazione in fuga tenta di trovare rifugio temporaneo. Tuttavia, la pressione sugli alloggi e la scarsità di risorse alimentano tensioni crescenti tra comunità ospitanti e sfollati. Prosegue Veronica: «L’intercettazione di un missile nei cieli sopra la costa di Beirut, in un’area a maggioranza cristiana, ha provocato la caduta di detriti e innescato tensioni tra residenti e famiglie sfollate. Non si tratta di un comportamento attribuibile a un’intera comunità, ma di tensioni circoscritte che riflettono la fragilità del contesto». Rispetto alla fase di guerra del 2024, si può individuare una differenza cruciale: «l’estensione e la dichiarata intenzione delle operazioni militari. Gli ordini di evacuazione emessi negli ultimi mesi hanno riguardato aree molto più ampie, includendo l’intera periferia sud di Beirut e vaste porzioni del Libano meridionale. Non si era mai visto uno sfollamento così massiccio». Il risultato è un effetto cumulativo: guerra su guerra. Le conseguenze si sommano e si amplificano e questa stratificazione rende difficile ogni paragone lineare con il passato. RISCHI GEOPOLITICI E CONSEGUENZE UMANE Ogni racconto della guerra in Libano comporta un confronto con la narrazione che la giustifica in nome della sicurezza, presentando gli attacchi come necessari a neutralizzare minacce specifiche. Tuttavia, episodi come il bombardamento di edifici civili nel cuore di Beirut evidenziano la capacità di colpire obiettivi estremamente circoscritti. È il caso dell’attacco dell’8 marzo nel quartiere costiero di Raouché, dove un drone israeliano aveva colpito una suite dell’hotel Ramada, danneggiando l’edificio e ferendo alcuni civili. Trattandosi di un’area residenziale e turistica, Raouché era stata percepita come relativamente sicura, tanto da aver accolto sfollati provenienti da altre regioni del Paese. L’attacco ha infranto questa percezione, dimostrando la vulnerabilità anche degli spazi ritenuti protetti. > «Quello che colpisce è la precisione di questi attacchi, e in simili > circostanze, diventa sempre più difficile considerare le vittime civili come > effetti collaterali accidentali», sostiene Veronica. Tra gli aspetti più gravi del conflitto figurano gli attacchi contro il personale e le strutture sanitarie. «Bombardamenti contro ambulanze, ospedali e centri medici, nonché il fenomeno del cosiddetto double tap: una strategia militare che consiste in un primo bombardamento seguito da un secondo attacco sullo stesso luogo, colpito deliberatamente quando soccorritori, paramedici e civili sono già intervenuti per prestare aiuto. Una pratica che aumenta il numero delle vittime e scoraggia le operazioni di soccorso, configurandosi come una grave violazione del diritto internazionale». > Guardando al futuro, i rischi per il Paese appaiono molteplici e profondi. > Veronica individua anzitutto la possibilità che parte del territorio venga > resa inabitabile o trasformata in una buffer zone, una fascia di sicurezza > controllata e mantenuta priva di insediamenti civili. Secondo l’esercito israeliano, tale area avrebbe la funzione di prevenire attacchi e garantire la protezione dei propri confini; tuttavia, nel contesto libanese, essa comporterebbe la creazione di una zona militarizzata all’interno del territorio nazionale, con rilevanti implicazioni per la stabilità del territorio. Accanto ai rischi geopolitici emergono conseguenze umane e sociali di lungo periodo. «Un ulteriore pericolo riguarda l’acuirsi delle tensioni interne. Il conflitto alimenta fratture confessionali e politiche già esistenti, incidendo sull’equilibrio costruito dopo la guerra civile. Gli attacchi contro aree ritenute sicure diffondono un senso generalizzato di insicurezza e contribuiscono a irrigidire i rapporti tra le diverse comunità. A ciò si aggiunge la devastazione materiale del territorio, dalle infrastrutture alle abitazioni, impedendo il ritorno di migliaia di persone e generando uno sfollamento permanente». Darine individua nei prossimi mesi rischi concreti e immediati. «Temiamo un’ulteriore escalation del conflitto, con nuove e consistenti ondate di sfollamenti, e il collasso di servizi già estremamente fragili, soprattutto a Beirut e nella Valle della Beqāʿ. Si rende sempre più necessario un coordinamento efficace e una chiara assunzione di responsabilità per la protezione dei civili. A livello internazionale, è fondamentale invece il ruolo degli attori con maggiore influenza, chiamati a promuovere la de-escalation e a garantire un sostegno umanitario costante e strutturato, oltre le sole risposte emergenziali. Senza un impegno concreto e continuativo, il rischio è quello di assistere a un collasso profondo e duraturo, dal quale sarà difficile riprendersi». La copertina è di United Nations (Flickr) e ritrae un campo profughi nella Valle della Beqāʿ SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il Libano e la sua guerra senza tregua raccontati da due operatrici umanitarie proviene da DINAMOpress.
April 13, 2026
DINAMOpress
Il Circuito Imperialista e la Riproduzione delle Disuguaglianze tra Paesi
Negli ultimi anni la potenza militare è riemersa come driver centrale delle relazioni economiche internazionali. La letteratura economica dominante ha spesso liquidato il militarismo come comportamento “irrazionale” di rent-seeking, oppure lo ha trattato come variabile che incide prevalentemente sulla performance economica interna (Smith, 1977; Dunne & Smith, 1990; Dunne, 2021; […] L'articolo Il Circuito Imperialista e la Riproduzione delle Disuguaglianze tra Paesi su Contropiano.
March 27, 2026
Contropiano