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#Genova Sampierdarena - Oggi lunedì 19 gennaio ore 18,30 - Assemblea pubblica sulla logistica di #guerra e sul progetto ferroviario #militare di #Sampierdarena. Interverranno: Alessandro (Ferrovieri contro la guerra); Antonio Mazzeo (antimilitarista)
#Genova Sampierdarena - lunedì 19 gennaio ore 18,30 - Assemblea pubblica sulla logistica di #guerra e sul progetto ferroviario #militare di #Sampierdarena. Interverranno: Alessandro (Ferrovieri contro la guerra); Antonio Mazzeo (antimilitarista)
Borioni: «La difesa della Groenlandia è rendere un attacco USA politicamente infame»
L’isola artica è nel mirino della politica aggressiva e imperialista del presidente Trump ormai da molti anni, ma nell’ultimo periodo la sua insistenza nel “prendere” la Groenlandia si fa sempre più pressante e insistente. I timori di una vera e propria invasione militare e di una acquisizione «con le buone o le cattive», parafrasando Trump, del territorio, si sono fatti ancora più vividi in seguito all’attacco sferrato dagli Stati uniti al Venezuela nei primi giorni del 2026. Inoltre, le dichiarazioni di Trump si insinuano all’interno di un percorso pluridecennale che sta portando progressivamente la Groenlandia verso una sua indipendenza nei confronti della Danimarca, e di contro la politica groenlandese non accetterebbe di passare da un controllo straniero all’altro. Di questi e di altri aspetti legati alle tensioni che emergono sempre più vivide intorno alla Groenlandia abbiamo parlato insieme a Paolo Borioni, professore associato al Dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale dell’università La Sapienza ed esperto in studi artici. Di seguito la video-intervista e una sintesi scritta della conversazione. Che spazio è la Groenlandia? Ci puoi raccontare di più della popolazione indigena inuit che la abita e della sua storia di colonizzazione? La popolazione inuit è una popolazione che esprime con chiarezza un desiderio d’indipendenza, però al contempo ha anche assunto alcuni dei tratti trasmessi dal rapporto con i danesi. È una società che protesta anche animatamente e retrospettivamente per alcune questioni come le sterilizzazioni forzate a cui sono state sottoposte nei decenni passati alcune donne inuit, così come la privazione della patria potestà ad alcune coppie. Queste politiche si inserivano all’interno di una un’idea di riforma sociale preventiva che ha degli aspetti altamente problematici, repressivi e razzisti. Al contempo i groenlandesi hanno assunto su di sé alcuni caratteri, come la vicinanza alla fede religiosa, che si identifica con la con la chiesa evangelica danese, maggioritaria in Danimarca e in Groenlandia. Anche il rapporto con i monarchi danesi è sempre stato forte e l’idea di andare verso l’indipendenza è caratterizzata da minore ostilità rispetto a ciò che abbiamo visto in altre storie coloniali, ed esiste soprattutto è un’idea collaborativa. Storicamente avviene che abbiamo le popolazioni nordiche, prima di tutto quelle norvegesi, che ancora prima dell’anno mille si stabiliscono per alcuni secoli in Groenlandia. Dal XVIII° secolo viene ripresa come terra di missione gestita in parte dai religiosi della chiesa evangelica luterana e poi da compagnie con capitale borghese norvegese e danese, e in seguito da una compagnia regia commerciale, come era usanza al tempo in tutto il mondo, per gestire i commerci fra la metropoli e la periferia coloniale. Negli anni 1950 del secolo passato, la Groenlandia diviene una provincia della Danimarca, quindi c’è un progresso nei diritti, nel senso che i groenlandesi, così come i faroesi, eleggono due deputati al parlamento monocamerale danese. Negli stessi anni la Danimarca ha concesso o comunque viene attribuita la capacità di autodeterminazione di un governo autonomo Groenlandese. L’ultima evoluzione del 2009 porta a una forma di autogoverno completa che ha anche un suo itinerario verso l’indipendenza, anche se disegnato secondo una forma cooperativa e collaborativa. Certamente il modello sociale dal quale non vogliono allontanarsi troppo i groenlandesi è quello nordico danese ed è attestato da tutti i tipi di indagini di opinione, recenti e passati. Quali sono le sfide di questo territorio di fronte al riscaldamento climatico, al nuovo turismo e alla disoccupazione diffusa? Rispetto al cambiamento climatico le questioni sono due. Da un lato il fatto che le grandi ricchezza del sottosuolo sono state sfruttate in maniera poco sistematica fino a questo momento perché gli spessissimi ghiacci interni rendono più difficile l’estrazione dal sottosuolo. Dall’altro perché anche qualora questo avvenisse, la mancanza e la difficoltà di costruire infrastrutture renderebbe comunque difficile poi l’effettiva esportazione delle risorse. Il cambiamento climatico, posto che è una catastrofe che va evitata a tutti i costi, però può favorire una forma più intensa di sfruttamento del sottosuolo. Quello della Groenlandia è un tipico caso di economia della dipendenza ed estrattiva, o meglio estrattivista. Tra l’altro le elezioni di qualche anno fa sono state caratterizzate dal fatto che la popolazione inuit ha rifiutato un progetto di estrazione di terre rare perché ne aveva già accertato gli esiti negativi sul piano ambientale, e temevano che queste nuove attività economiche potessero compromettere la caccia e la pesca, ben più radicate nella cultura inuit, ma anche estremamente rimunerative. L’esito elettorale ha favorito la vittoria di Inuit Ataqatigiit (Ia), il partito socialista e indipendentista groenlandese, alla sinistra della social democrazia, che ha sospeso questo tipo di estrazione dietro la quale c’era una joint venture se non ricordo male sino-australiano. Infine faccio una mia riflessione sul cambiamento climatico e sulla questione dell’iperturismo che ormai è arrivato anche ai lembi estremi del nord europea, tipo l’Islanda, e anche nell’artico potrebbe arrivare. Ritengo che, non so quanto legittimamente, i grandi capitalisti delle Big-Tech che si muovono intorno a Trump, e Trump stesso, stiano forse pensando ad acquisire la Groenlandia anche perché in un’ipotesi di clima sempre più caldo magari alcune popolazioni o alcune persone particolarmente benestanti potrebbero accettare di trasferirsi lì per scampare a invece i disastri ben maggiori che potrebbero accadere in altre zone del mondo. Questo per realizzare lì una specie di comunità di geni o supposti geni che si radunano per creare un’aristocrazia del nuovo ipercapitalismo. Qual è la situazione politica e le posizioni in campo di fronte questa minaccia statunitense? Sia il partito Siumut, che sono social-democratici, che Inuit Ataqatigiit, che sono questo partito socialista groenlandese, sono indipendentisti, e sono ora rispettivamente il secondo e il terzo partito dopo essere stati quasi sempre il primo e secondo. Entrambi però sono attenti a indicare un percorso di indipendenza che non sia uno stravolgimento degli aspetti del welfare social-democratico nordico. Poi c’è un aspetto di altro tipo, cioè che appunto con i danesi alla fine si è costruito un percorso costituzionale condiviso che è anche prospettico: dalla svolta del 1979 che ha concesso il governo autonomo e poi quella successiva del 2009 dell’autogoverno, sempre uscite da referendum popolari nettamente maggioritari. Quindi c’è stato un percorso democratico chiaro ed evidente. La maggior parte della popolazione quindi non vorrebbe lasciare questo percorso certo, deciso insieme ai danesi, per un percorso incerto “americano”. Inoltre le condizioni di vita delle popolazioni inuit in Alaska, un po’ meglio per quanto riguarda il Canada, non sono certo migliori di quelle dei groenlandesi, anzi tutt’altro. Le ultime elezioni hanno visto una netta maggioranza di partiti, Siumut (social-democratici), Inuit Ataqatigiit (socialisti), e Demokraatit (liberal-democratici), i quali presentano differenze tra di loro ma si ritrovano tutti in un approccio indipendentista. Tutti dicono non vogliamo essere né danesi né americani ma certamente non vogliamo essere comprati: we are for business but not for sale. Questa coalizione che raccoglie il 75% dell’elettorato, e che adesso governa, si è unita, prima in campagna elettorale all’inizio del 2025 e poi con la formazione del governo attuale, per rimanere all’interno del percorso che abbiamo descritto, costituzionale, di progressiva autonomia. Inoltre questo percorso può concretamente portare a una retrocessione ulteriore della Danimarca, soprattutto nella gestione della politica estera che è ora quasi l’unica prerogativa che rimane ai danesi rispetto ai groenlandesi e ai faroesi. Per ora il dibattito ha visto i groenlandesi accettare questa “acquisizione” della gestione della politica estera, ma vengono sempre più spesso avanzate richieste di maggiore autonomia su alcuni temi più strettamente legati al territorio groenlandese, come per esempio la richiesta di sedere nel Consiglio artico. Va detto anche che la Danimarca contribuisce ancora molto all’economia dell’isola, con un contributo fisso annuale di vari miliardi di corone, che divisi per una popolazione sotto i 60 mila abitati non è poco. C’è soltanto un partito, che si chiama Naleraq, più nazionalista e più indipendentista, che è cresciuto fino al 25%, ed è l’unico all’opposizione, che invece è più aperto al rapporto con gli Stati Uniti, nonostante probabilmente lo fanno per comunque accelerare il distacco dalla Danimarca. Perché Trump è così interessato Groenlandia?  È vero che la Nato e i danesi in particolare hanno continuato da una ventina d’anni una non più realistica politica che vede l’artico come spazio di pace, per cui la regione non è stata presidiata militarmente quanto forse sarebbe stato necessario per prevenire queste pretese statunitensi. La Russia da parte sua possiede circa il 60% di territori artici, quindi è normale che sia attiva nella zona. Gli esperti danesi, rispetto all’attività russa nell’artico, dicono che sì, esiste, ma è più dalla parte del mare di Barents e delle Svalbard, e questo è interessante, quasi divertente, perché come sappiamo i danesi sono stati i più filo-Nato all’interno dell’Europa occidentale e i più antirussi probabilmente in assoluto. Mentre non risulta nulla di particolare né di russo e nemmeno di cinese intorno alla Groenlandia. Quello che temono gli americani è che i sommergibili atomici russi possano insinuarsi sotto i ghiacci avvicinandosi molto al continente americano e accorciare ancora di più quella che è la realtà dell’artico, nel senso che l’artico è la zona di minore percorrenza dalla quale si possono raggiungere tre continenti, come la zona del mediterraneo. Avvicinandosi e navigando sotto i ghiacci i sommergibili atomici russi potrebbero essere più minacciosi e questo probabilmente ha un suo fondamento strategico. Un’altra motivazione può essere che dopo il logoramento subito dai russi in Ucraina una presenza americana forte nell’artico produrrebbe per loro uno sforzo militare ulteriore e quindi uno stress superiore per l’economia russa. Ma i danesi rispondo che nei trattati come quello del 1951, firmato in piena guerra fredda e poi modificati in seguito, in realtà gli americani possono benissimo decidere, trattando con i groenlandesi, di impiantare nuove basi. Ma gli americani hanno addirittura nel tempo ritirato delle forze dalla Groenlandia, quindi i danesi controbattono che se gli Stati uniti hanno queste paure la colpa è anche loro che si sono ritirati da quel territorio. Infine altra questione importante che sta dietro il ragionamento americano riguarda gli aspetti più strategici, più razionali, per quanto temibili per la pace degli equilibri mondiali. C’è l’idea di arretrare la difesa del continente americano, cioè lasciare agli europei la difesa verso la Russia nel post guerra in Ucraina per poi investire una parte cospicua nella parte artica e in quella pacifica. Secondo lei come si muoveranno gli USA per arrivare al controllo di questo territorio? C’è una risorsa che i nordici, e specialmente i nordici neutrali, come Finlandia e Svezia, fino a poco tempo fa hanno utilizzato durante la guerra fredda, cioè rendere particolarmente infame, a livello politico, un possibile attacco al loro territorio. Questa politica era parte del loro dispositivo di sicurezza, perché la neutralità ha una sua teoria della sicurezza nazionale. La difesa della Danimarca è quella di diffidare gli Stati uniti dallo sparare a un Paese con queste caratteristiche, che in più è uno dei più fedeli alleati. Ma visto che l’opzione militare c’è sempre, rischia di forzare gli inuit e la Danimarca ad accettare delle soluzioni che non avevano voluto accettare prima, per esempio un’associazione della Groenlandia agli Stati uniti, tipo Portorico. Fino al momento gli esperti militari danesi dicono che non risponderanno nel caso gli Stati uniti li attacchino [l’intervista è stata registrata sabato 10 gennaio, ndr]. Un’altra ipotesi dell’espansione americana in Groenlandia è per esempio la seguente: è plausibile che si concluda un nuovo trattato che riguardi una nuova presenza militare americana con, per esempio, cinque nuove basi e l’invio di 10mila soldati. Poi la realtà magari sarà che gli uomini e le forze realmente dispiegate saranno il quintuplo, con una annessione di fatto dell’isola e una gestione sul piano clientelistico della popolazione. Un’altra ipotesi, che ho sentito dire da degli esperti accademici questa volta, non della difesa, sia norvegesi che danesi, vedrebbe gli americani chiedere agli alleati Nato di barattare una presenza statunitense come garanzia per una futura pace in Ucraina in cambio di una pressione verso la cessione della Groenlandia da parte dei danesi. La copertina è a cura di DinamoPress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Borioni: «La difesa della Groenlandia è rendere un attacco USA politicamente infame» proviene da DINAMOpress.
La strategia della rapina
L’appetito vien mangiando. Se qualcuno aveva frainteso la nuova “Strategia di sicurezza” statunitense interpretandola come un “delirio” ora dovrà convincersi che si tratta effettivamente di una svolta strategica, per quanto “piena di furore e nulla”. Il presidente Nicolàs Maduro non era ancora arrivato a New york dopo il rapimento che […] L'articolo La strategia della rapina su Contropiano.
Alla faccia di Giulio #Regeni, si rafforza la collaborazione #militare Italia – #Egitto di Antonio Mazzeo Nonostante gli screzi e le tensioni (più formali che sostanziali) dovute all’irrisolto caso di Giulio Regeni, la collaborazione militare tra Italia ed Egitto prosegue e si rafforza imperterrita. https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2025/12/alla-faccia-di-giulio-regeni-si.html
Anche gli studenti italiani si mobilitano contro la leva militare
In sincronia con i loro colleghi tedeschi, anche gli studenti italiani hanno lanciato una settimana di agitazione nazionale permanente nelle scuole contro la proposta del Ministro della Difesa Crosetto di un ritorno anche nel nostro paese alla leva militare. “Noi non ci arruoliamo, non saremo carne da cannone per l’Occidente” […] L'articolo Anche gli studenti italiani si mobilitano contro la leva militare su Contropiano.
#nowar - #Nato. L’ammiraglio salpa per la guerra L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, capo del Comitato #Militare della Nato lo ha detto senza mezzi termini: «Dovremmo essere più proattivi e aggressivi. Un attacco preventivo potrebbe essere considerato un’azione difensiva, ma attenzione: è lontano dal nostro abituale modo di pensare e comportarci». Lo scontro diretto tra Russia e Nato è sempre più vicinohttps://radioblackout.org/2025/11/nato-lammiraglio-salpa-per-la-guerra
#Armi e appalti: l’Italia mantiene aperto il canale con l’industria #militare #israeliana #carabinieri #polizia di Antonio Mazzeo Nonostante la campagna di sterminio contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza, Arma dei Carabinieri e Polizia di Stato continuano ad equipaggiare i propri reparti di pronto intervento rifornendosi presso le più importanti aziende israeliane. https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2025/11/armi-e-appalti-litalia-mantiene-aperto.html
#giulioregeni Alla faccia di Giulio #Regeni, si rafforza la collaborazione #militare Italia – #Egitto L'omicidio del ricercatore non ha mai frenato i rapporti tra i due Paesi, specie nel campo industriale bellico-militare. Business is business Nonostante gli screzi e le tensioni (più formali che sostanziali) dovute all’irrisolto caso di Giulio Regeni, la collaborazione militare tra Italia ed Egitto prosegue e si rafforza imperterrita. . https://www.africa-express.info/2025/11/28/alla-faccia-di-giulio-regeni-si-rafforza-la-collaborazione-militare-italia-egitto/
Leva militare: anche l’Italia, dopo la Germania e la Francia, corre verso riarmo e guerra
Tre sono le notizie di cronaca degne di attenzione: la prima riguarda il grande riarmo tedesco; la seconda il ritorno alla leva obbligatoria o volontaria in Germania (clicca qui), Francia (clicca qui) e Polonia (clicca qui) e Danimarca (clicca qui); la terza, l’annuncio del ministro Guido Crosetto di ripristinare nel nostro Paese il servizio militare (clicca qui per la notizia). Era l’estate del 2023 quando alcuni alti ufficiali dell’esercito tedesco iniziarono a discutere non solo del progetto di riarmo, ma anche di come attuare l’Operazione Piano Germania, il progetto tedesco per costruire un grande esercito capace di affrontare una guerra contro la Russia. Sempre negli ultimi giorni, il Parlamento ha approvato il programma europeo per l’industria della difesa (EDIP) con ben 457 voti favorevoli, 148 voti contrari e 33 astensioni per rafforzare la base tecnologica e industriale della difesa in Europa e a potenziarne le capacità di difesa. EDIP è quanto auspicato da Enrico Letta e Mario Draghi che si muovevano nell’ottica di costruire un grande complesso industrial militare comunitario. Il programma EDIP prevede stanziamenti per 1,5 miliardi di euro con 300 milioni destinati al sostegno dell’Ucraina senza dimenticare la possibilità di utilizzare i fondi non spesi per altri progetti sempre militari. Una volta votati gli atti e i regolamenti https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/A-10-2025-0084-AM-002-002_IT.pdf si passa alla fase operativa. Ed è bene notare che i contrari sono i parlamentari della sinistra radicale e comunista (ma non tutta) e i patrioti, tra i quali la Lega schierati su posizioni apertamente di destra e conservatrici. Al contrario tra le forze politiche più coese a favore del riarmo troviamo i socialisti, inclusi gli europarlamentari del Partito democratico. Ma torniamo al corposo progetto del Riarmo tedesco oggetto di una inchiesta svelata nei minimi dettagli da un quotidiano finanziario americano per costruire “una mentalità da Guerra Fredda“, non prima di rendere pubblica una notizia non suffragata da fatti ossia il piano della Russia di attaccare la NATO nel 2029. Siamo avanti nei preparativi per allestire intanto una grande Germania bellica, il colosso della Difesa tedesca Rheinmetall ha allestito un campo notturno per 500 soldati, con tanto di dormitori, servizi, tende, cucina da campo, sorveglianza tra droni e guardie armate, una esercitazione vera e propria per saggiare le capacità dell’esercito renano superando le difficoltà derivanti da anni nei quali l’orizzonte bellico non rientrava tra le priorità del paese. Un esperimento utile anche a fini mediatici. In Germania come in altri paesi UE è in corso una discussione sulle norme legislative, l’obiettivo è andare in deroga alle stesse per tutto ciò che riguarderà il Riarmo, la costruzione di nuove basi, la logistica a uso militare per predisporre gare di appalto in fretta e furia. Ma lo sforzo principale è costruire la cultura indispensabile a questo Riarmo, una sorta di riprogrammazione della mentalità indispensabile per favorire la guerra, il cambio di mentalità per prepararsi alla ineluttabilità dei conflitti armati. Tra i piani tedeschi ritroviamo gli interventi infrastrutturali, la riparazione e manutenzione delle reti stradali, dei ponti e in generale delle infrastrutture, lavori di ammodernamento che richiederanno milioni di euro. E veniamo all’ultima notizia, all’idea di ripristinare nel nostro Paese il servizio militare, progetto che accomuna l’Italia a Germania e Francia. Le dichiarazioni del Ministro Guido Crosetto portano alla luce i reali intenti del Governo Meloni, quando ammette che “va fatta una riflessione sul numero delle forze armate, sulla riserva che potremmo mettere in campo in caso di situazioni di crisi”.  Crosetto ha raggiunto il primo obiettivo, cioè quello di sdoganare un argomento fino ad oggi tabù. Nei prossimi mesi vedranno se ripristinare la leva su base volontaria e non obbligatoria, nel frattempo la Francia parla di 10 mesi di leva e la Germania sta lavorando a un progetto ambizioso per potenziare l’esercito. Si va quindi a passi celeri verso un grande piano di Riarmo che necessita anche di truppe più numerose. Ogni paese dovrà discutere nelle sedi Parlamentari delle proposte riorganizzative con aumento dei militari attivi. Se fino ad oggi la ipotesi accreditata era quella della riserva sul modello Israeliano, è entrata in gioco anche una seconda ipotesi quella di aumentare gli organici delle forze armate ricorrendo anche alla leva obbligatoria in caso di necessità. Staremo a vedere i contenuti del disegno di legge che Crosetto presenterà al Parlamento per la riorganizzazione della difesa, ma il modello di difesa nato dall’esercito professionale al posto di quello di leva oggi non risulta adeguato ai nuovi scenari. Questi fatti ci riportano a quanto avviene in Russia e Ucraina: Crosetto ha almeno il coraggio di svelare quello che pensano tutti gli altri ministri della difesa UE ossia che parte del Riarmo è anche l’aumento del numero delle forze armate, l’approvazione di nuove regole e una cultura diffusa favorevole alla guerra per “costruire uno strumento di difesa per il futuro”. E così i piani di guerra, la leva, il riarmo, gli enormi aumenti delle spese militari, se un tempo erano argomenti tabù, oggi vanno invece annoverati tra le le priorità assolute per la classe politica europea, che crede senza titubanza alcuna nel valore salvifico del Riarmo e della cultura militarista per sottrarsi alla decadenza della sua economia e della stessa civiltà che per definirsi tale deve assumere sembianze militari. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università