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Possibile lancia campagna NO DDL “anticritiche”
Possibile ha lanciato una raccolta firme per fermare il cosiddetto DDL “antisemitismo”. La trovi all’indirizzo tinyurl.com/stopddl Perché firmare? Il Senato ha approvato il DDL antisemitismo. Un DDL non combatte l’odio: strumentalizza le critiche. La definizione IHRA adottata dal testo equipara l’antisemitismo alla critica politica a un governo – e lo dicono le stesse organizzazioni ebraiche antirazziste. Inoltre, le scuole verrebbero formate su una definizione politicamente contestata da giuristi e relatori speciali ONU, oltre che da alcune realtà ebraiche antirazziste. L’articolo 3 prevede, infine, il potere di bloccare manifestazioni e cortei. Trovi tutti i dettagli nel testo della raccolta. La libertà di espressione, il diritto di manifestare, la solidarietà con il popolo palestinese, il contrasto al genocidio e la critica ad un governo come quello di Israele non sono negoziabili. Firma la petizione lanciata da Possibile, a prima firma Francesca Druetti e Gianmarco Capogna e Marco Vassalotti. In poche ore la petizione ha raggiunto 15’000 firme. Possibile
March 7, 2026
Pressenza
Da Toledo, Ohio, a Roma, Italia: il BDS e la solidarietà popolare sfidano l’offensiva dell’IHRA e il genocidio di Israele
di Michael Leonardi,  Counterpunch, 27 febbraio 2026.   Foto di AssopacePalestina Due città ai lati opposti dell’Atlantico, Toledo, Ohio, la mia città natale, e Roma, l’antica capitale d’Italia, si stanno sollevando insieme per sfidare lo stesso meccanismo di repressione. In entrambi i luoghi, i movimenti locali chiedono la fine di ogni legame con l’apartheid israeliano, mentre i rispettivi governi – il parlamento dello Stato dell’Ohio e il governo nazionale italiano guidato da Giorgia Meloni – si affrettano a codificare nella legge la controversa definizione di antisemitismo dell’IHRA. Questa definizione, promossa in modo aggressivo dalle lobby filo-israeliane, equipara deliberatamente la critica legittima al sionismo e al progetto coloniale di Israele all’odio verso gli ebrei. Il risultato è una campagna globale per criminalizzare la solidarietà con la Palestina, mettere a tacere il BDS e proteggere il genocidio in corso in Israele da ogn responsabilità. Dalle rive del fiume Maumee alle rive del Tevere, la gente comune si rifiuta di essere messa a tacere. La “definizione operativa” dell’IHRA, adottata nel 2016 come strumento non vincolante dal punto di vista giuridico dall’International Holocaust Remembrance Alliance, non è mai stata pensata per diventare legge. Redatta da Kenneth Stern sotto l’egida dell’American Jewish Committee e dell’Osservatorio Europeo dei Fenomeni di Razzismo e Xenofobia all’inizio degli anni 2000, definisce l’antisemitismo come “una certa percezione degli ebrei, che può essere espressa come odio verso gli ebrei”. Tuttavia, i suoi 11 esempi, in particolare quelli relativi a Israele, sono stati utilizzati dalle forze sioniste come arma per soffocare il dissenso. Gli esempi includono “negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione” (ad esempio, definire Israele un’impresa razzista) o “applicare due pesi e due misure” a Israele. Lo stesso Stern ha avvertito che la definizione viene abusata per limitare la libertà di parola, poiché i gruppi filo-israeliani la utilizzano per attaccare accademici, attivisti e persino critici ebrei di Israele. Human Rights Watch, Amnesty International e gruppi ebraici come Jewish Voice for Peace lo hanno condannato come strumento per sopprimere la difesa dei diritti dei palestinesi, confondendo l’antisionismo con l’antisemitismo per delegittimare le richieste di giustizia. In Italia, il governo di estrema destra di Meloni sta promuovendo un disegno di legge che adotta un’interpretazione estrema della definizione dell’IHRA, criminalizzando le critiche al sistema di apartheid israeliano e alle campagne BDS con multe, pene detentive e perdita di finanziamenti pubblici. In Ohio, il disegno di legge 87 del Senato cerca di codificare una definizione quasi identica nella legge statale da utilizzare nelle indagini e nei casi di intimidazione etnica. Entrambe le mosse fanno parte dello stesso sforzo transnazionale per proteggere Israele dal controllo mentre Gaza è affamata e bombardata. Il messaggio è chiaro: non si può chiamare il genocidio con il suo nome, non si può boicottare l’occupante e non si può chiedere giustizia per i palestinesi. Eppure la gente sta reagendo. A Roma, il comitato “Roma sa da che parte stare” ha lanciato una petizione di iniziativa popolare al Consiglio Comunale, chiedendo l’immediata interruzione di tutti i legami istituzionali, economici e culturali tra Roma Capitale e le entità israeliane implicate in violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani nei Territori Palestinesi occupati e all’interno di Israele. La campagna prende di mira in particolare le partnership con aziende come TEVA, il gigante farmaceutico israeliano le cui attività sono intrecciate con l’economia dell’occupazione, e sollecita la città a sospendere contratti, sponsorizzazioni, accordi di gemellaggio e qualsiasi altra forma di collaborazione fino alla fine del genocidio e al rispetto dei diritti dei palestinesi. Composto da una ventina di organizzazioni unite nella lotta per la giustizia, la fine dell’occupazione e la libertà del popolo palestinese, il comitato insiste sul fatto che Roma deve rifiutare la complicità nei crimini di Israele. Elisabetta Valento di AssopacePalestina, membro chiave del comitato, coglie la chiarezza morale che guida la campagna: “Il comitato ‘Roma sa da che parte stare’ ha presentato una proposta di iniziativa popolare al Consiglio Comunale di Roma, chiedendo la cessazione delle collaborazioni tra Roma Capitale e le sue controllate con entità israeliane, a causa delle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani nei Territori Palestinesi occupati e in Israele”. Questa iniziativa dei cittadini rappresenta un rifiuto coraggioso e risoluto della complicità istituzionale e una potente affermazione che la Città Eterna non rimarrà in silenzio o neutrale mentre continua il genocidio. A Toledo, una determinata campagna locale sta esercitando pressioni sulla contea di Lucas affinché cessi ogni investimento in titoli israeliani, rifiutando di lasciare che il denaro pubblico finanzi l’apartheid. Un comitato consultivo ha già votato per fermare i futuri investimenti e gli attivisti continuano a mobilitarsi nonostante l’opposizione delle lobby filo-israeliane. L’avvocato attivista locale Terry Lodge, noto negli ambienti attivisti come “il professore”, è in prima linea nell’impegno a livello statale. “I giorni della lobby israeliana sono contati”, dichiara Lodge. Egli critica aspramente il procuratore generale sionista dell’Ohio, ormai in scadenza di mandato, per aver inviato lettere minacciose ai consigli di contea, avvertendo che il disinvestimento dai titoli costituisce un ‘boicottaggio’ e che, una volta acquistati, le contee non potranno mai uscirne: una trappola alla “Hotel California”. Lodge denuncia l’ipocrisia di una disposizione inserita di nascosto nel disegno di legge sul bilancio statale di 3.100 pagine che vieta ai governi locali di prendere decisioni di investimento con lo scopo primario di influenzare qualsiasi politica ambientale, sociale, personale o ideologica. “L’ipocrisia caricaturale di far passare una legge senza visibilità pubblica, senza audizioni pubbliche e senza dibattiti per presumibilmente bandire la politica dalle decisioni di investimento non sfugge a nessuno”, afferma. Tuttavia, Lodge rimane ottimista: se la commissione manterrà la sua maggioranza, quando a novembre scadranno 5 milioni di dollari in obbligazioni israeliane, “gli investimenti nel genocidio finiranno nella contea di Lucas. E ciò sarà stato causato da un movimento intelligente, diversificato ed entusiasmante che agisce a livello locale pensando a livello globale”. L’attivista locale di Toledo Afaf Adwan, originaria di Gaza, incarna la chiarezza e l’urgenza che animano questi movimenti. “È importante che i legami economici con Israele siano resi pubblici in tutto il paese e che questi legami vengano spezzati”, ha dichiarato. “Attraverso il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni contro Israele possiamo davvero efficacemente impedire loro di continuare il genocidio del popolo palestinese e fermare la loro violazione delle leggi internazionali dalla Cisgiordania a Gaza”. I parallelismi sono sorprendenti. In entrambi i luoghi, i movimenti di base radicati nelle comunità dei lavoratori, degli studenti, dei credenti e degli immigrati stanno affrontando la stessa arma dell’IHRA e la stessa richiesta di disinvestimento. Capiscono ciò che i potenti si rifiutano di ammettere: sostenere Israele oggi significa sostenere il genocidio, la pulizia etnica e l’apartheid. Non si tratta di gesti astratti, ma di atti concreti di solidarietà da parte di due città che rifiutano di essere complici. Questo è il vero internazionalismo del nostro tempo: la solidarietà tra i popoli che supera le tattiche di divide et impera dell’impero. Dal fiume al mare, dal Maumee al Tevere, la lotta per la liberazione della Palestina è un’unica lotta. La diffamazione dell’IHRA non la fermerà. I divieti, le diffamazioni e gli investimenti obbligazionari non la fermeranno. Il popolo si sta sollevando e la storia è dalla sua parte. Liberare la Palestina. Disinvestire dall’apartheid. Smantellare e bloccare la criminalizzazione della solidarietà da parte dell’IHRA. Da Toledo a Roma e ovunque, la solidarietà non sarà messa a tacere. Michael Leonardi vive in Italia e può essere contattato all’indirizzo michaeleleonardi@gmail.com https://www.counterpunch.org/2026/02/27/from-toledo-ohio-to-rome-italy-bds-and-grassroots-solidarity-defy-the-ihra-smear-and-israels-genocide/
February 28, 2026
Assopace Palestina
Decreto “Antisemitismo”: una ragion di stato filoisraeliana per reprimere il dissenso
di Nicola Perugini e Tatiana Montella,  Dinamopress, 27 gennaio 2026.       Le norme in discussione in Parlamento hanno un unico fine: silenziare e reprimere le critiche al genocidio e all’apartheid di Israele. Siamo di fronte a un sequestro a fini geopolitici della memoria dello sterminio di ebree ed ebrei. Memoria strumentalizzata, dissenso criminalizzato: perché la definizione IHRA minaccia la democrazia italiana Negli ultimi mesi, l’Italia è diventata uno dei laboratori più avanzati in Europa per la trasformazione dell’antisemitismo – reale e gravissimo fenomeno da combattere – in strumento di repressione politica. Dietro la retorica della “difesa della memoria”, si sta costruendo un impianto normativo e culturale che equipara critica a Israele, solidarietà con il popolo palestinese occupato e attivismo per i diritti umani a forme di odio razziale. Al centro di questa deriva c’è la definizione IHRA dell’antisemitismo: un testo non giuridico, politicamente orientato, adottato nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance e da allora promosso con crescente aggressività da governi, istituzioni e lobby legate allo Stato di Israele. Una lunga storia La screditata definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) è sempre più utilizzata come strumento per reprimere le critiche alle politiche di Israele, inclusa l’occupazione illegale, la discriminazione razziale e atti che equivalgono a genocidio, nonché l’attivismo fondato sui diritti umani e sul diritto internazionale. L’IHRA si inserisce in una lunga traiettoria di protezione di Israele dalle responsabilità legali ogniqualvolta le sue politiche di spossessamento e oppressione siano oggetto di scrutinio internazionale. Dalle prime manovre retoriche degli anni Sessanta, al discorso sul “nuovo antisemitismo” emerso negli anni Settanta e Ottanta, fino all’adozione formale della definizione IHRA nel 2016, tali sforzi hanno costantemente confuso la critica legittima a Israele con l’antisemitismo. Le accuse di antisemitismo come strumento di diplomazia politica si sono storicamente intensificate nei momenti di maggiore pressione internazionale su Israele per violazioni dei diritti umani. Negli anni Sessanta, il ministro degli Esteri Abba Eban paragonò la richiesta di ritiro dai territori occupati ai confini di Auschwitz, inquadrando il dibattito in termini emotivi e delegittimando la critica internazionale. Negli anni Settanta e Ottanta, con l’aumento dello scrutinio sulle politiche israeliane, si affermarono le narrazioni sul “nuovo antisemitismo”, inizialmente rivolte contro la sinistra occidentale e successivamente, dagli anni Duemila, anche contro organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch. In questo contesto si sviluppò la definizione operativa di antisemitismo che sarebbe stata adottata dall’IHRA nel 2016, attraverso processi di redazione guidati da gruppi di advocacy filo-israeliani che equiparano antisionismo e antisemitismo e sopprimono il diritto all’autodeterminazione palestinese. Dopo il 2014, in seguito all’operazione “Margine Protettivo” su Gaza, le accuse di “nuovo antisemitismo” si intensificarono, colpendo in particolare il movimento BDS (Boycott, Divest, Sanctions), descritto dal governo israeliano come «antisemitismo sotto nuove vesti». Sopprimere la critica all’apartheid e al genocidio su scala internazionale Un esempio centrale della definizione IHRA – che qualifica come antisemita il sostenere che Israele si sia costituito e continui a reggersi attraverso politiche di stampo razzista – ha reso la definizione uno strumento privilegiato per attaccare i rapporti che, dal 2021, sulla scia dei rapporti e delle analisi della società civile palestinese, hanno descritto Israele come un regime di apartheid, tra cui quelli di B’Tselem, Human Rights Watch e Amnesty International. Tali rapporti sono stati respinti come antisemiti dalle autorità israeliane e da organizzazioni a esse allineate, richiamandosi esplicitamente agli esempi IHRA relativi alla “demonizzazione” e ai “doppi standard”. Dopo il 2016, la definizione IHRA è stata adottata da numerosi governi e istituzioni come strumento per limitare l’attivismo non violento, accademico e studentesco in solidarietà con la Palestina. Nell’Unione Europea, la definizione è stata approvata nel 2017 come risposta al “nuovo antisemitismo”, suscitando però forti critiche da parte di ONG e reti per i diritti umani. Durante il genocidio a Gaza, la strumentalizzazione dell’IHRA è emersa con particolare chiarezza, anche attraverso il ruolo del Coordinatore UE per la lotta all’antisemitismo, che ha contribuito a proteggere Israele da sanzioni. In Germania, la definizione è stata adottata come criterio per l’accesso ai finanziamenti pubblici per cultura e scienza, nonostante l’opposizione di giuriste e giuristi e intellettuali ebree ed ebrei, rafforzando un approccio di Staatsräson che restringe lo spazio del dissenso politico. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, l’IHRA è stata incorporata in quadri normativi statali o universitari, suscitando allarmi sul suo effetto dissuasivo sul discorso politico protetto. Sono stati compiuti tentativi analoghi di promuovere l’adozione della definizione IHRA nel sistema delle Nazioni Unite. Studiosi ed esperti hanno avvertito che ciò rischierebbe di trasformare la definizione in uno strumento per delegittimare organismi ONU, come l’UNRWA o la Corte Penale Internazionale. Nel 2023, oltre cento organizzazioni della società civile hanno scritto al Segretario Generale dell’ONU mettendo in guardia contro l’uso dell’IHRA per sopprimere la libertà di espressione e impedire la critica di crimini come l’apartheid. Il contesto italiano In Italia, la strumentale sovrapposizione tra antisemitismo e antisionismo si è sviluppata a partire dagli anni Duemila e ha portato, nel 2020, all’adozione formale della definizione IHRA e alla creazione di una strategia nazionale contro l’antisemitismo. La strategia, pubblicata nel 2022, confonde l’antisemitismo con i boicottaggi di Israele e include l’antirazzismo e l’anticolonialismo tra le possibili manifestazioni di antisemitismo, attribuendo alla definizione IHRA una rilevanza giuridica autonoma. Dopo l’ottobre 2023, Israele ha intensificato campagne diplomatiche e comunicative che, facendo leva sull’IHRA, etichettano come antisemite la difesa dell’UNRWA, le accuse di apartheid e il BDS. In questo contesto, il Coordinatore Nazionale italiano ha ridefinito l’antisemitismo come una minaccia alla sicurezza nazionale, equiparandolo al terrorismo, con il rischio di securizzare e criminalizzare ogni forma di critica alle politiche israeliane. L’edizione 2025 della “Strategia Nazionale contro l’antisemitismo” (aggiornamento della versione del 2021) ribadisce questa impostazione, presentando la definizione IHRA come chiave interpretativa centrale del cosiddetto “nuovo antisemitismo”. La definizione IHRA è diventata il fondamento della strategia. In questo modo la lotta all’antisemitismo del governo italiano criminalizza il dissenso, militarizza il dibattito pubblico e cancella la distinzione tra antisionismo – posizione politica legittima – e antisemitismo – odioso pregiudizio contro ebree ed ebrei. Peggio, alla luce dei disegni di legge presentati nell’ultimo anno, essa rischia di mettere in pericolo la Costituzione italiana. Essa rischia di essere incardinata nel codice penale attraverso disegni di legge come quello di Maurizio Gasparri (ddl s. 1627/2025), che punisce con pene fino a sei anni di carcere chi critica il «diritto all’esistenza dello Stato di Israele» o auspica «la sua distruzione». Nel frattempo, il ddl Delrio propone controlli preventivi sulle università e online, anticipando un clima di autocensura già documentato in altri paesi. Più che difesa della memoria, quello in corso sembra una sorta di sequestro della memoria dello sterminio europeo del popolo ebraico – di cui il popolo palestinese non ha responsabilità – a fini geopolitici. Dalla propaganda alla repressione L’antisemitismo è già ampiamente sanzionato in Italia. L’articolo 604-bis del codice penale, introdotto con la legge Mancino nel 1993 e più volte rafforzato, punisce con pene severe chi incita all’odio o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, inclusa la negazione della Shoah. La giurisprudenza ha chiarito che non ogni parola è reato: servono concretezza dell’offesa, pericolosità sociale e finalità propagandistica. La critica storica, politica o giuridica – anche aspra – è protetta dall’articolo 21 della Costituzione. Eppure, i nuovi disegni di legge vogliono stravolgere questo equilibrio. Il ddl Gasparri non si limita a inasprire pene esistenti: crea una nuova categoria penale ideologica, fondata non su fatti, ma su “percezioni” e “esempi” ambigui tratti dall’IHRA. Tra questi, spicca l’equazione tra «sostenere che l’esistenza dello Stato di Israele è un’impresa razzista» e l’antisemitismo. Una formulazione che compie un’opera di revisionismo storico e negazione della pulizia etnica della Palestina nel 1948, e che colpisce al cuore il diritto d’inchiesta, la libertà accademica e il dissenso internazionalista. Per capire la portata della minaccia, secondo la logica IHRA, tutti gli attori della società civile palestinese, israeliana e internazionale che lottano contro l’apartheid coloniale e per punire il genocidio di Gaza, così come le Corti internazionali che hanno dichiarato l’occupazione d’Israele un sistema di discriminazione razziale illegale, potrebbero essere considerati “antisemiti”. Non per aver espresso odio contro il popolo ebraico, ma per aver denunciato politiche statali di discriminazione razziale. Qui sta il paradosso: in nome della lotta a una forma di razzismo (l’antisemitismo), se ne legittima un’altra (l’apartheid coloniale israeliana), blindandola da ogni scrutinio. Il principio di tassatività tradito I disegni di legge in discussione violano frontalmente il principio di tassatività, pilastro del diritto penale democratico (art. 25 Cost.). Questo principio esige che le norme penali siano chiare, precise e prevedibili, affinché nessuno possa essere punito per condotte non esplicitamente vietate dalla legge. La definizione IHRA, invece, è deliberatamente vaga: si basa su “percezioni”, “esempi” soggettivi e categorie psicologiche (“odio”) non oggettivabili. Come può un cittadino sapere se una frase come “Israele pratica l’apartheid” configuri reato? E come può un giudice applicare una norma che non definisce un comportamento, ma un’opinione? La Corte di Cassazione (Sez. I, n. 39243/2024) ha ribadito che la propaganda di cui all’art. 604-bis richiede una «concreta offensività» e una «idoneità sociale a produrre effetti di consenso». Ma i ddl IHRA aggirano questa garanzia: puniscono non l’atto, ma il pensiero. In questo modo, si torna a un diritto penale ideologico, tipico dei regimi autoritari, dove la legge serve non a proteggere beni giuridici, ma a difendere narrazioni politiche. Il ruolo del CDEC e la fabbrica del “nuovo antisemitismo” L’Italia non agisce nel vuoto. La sua deriva è guidata da un attore chiave: il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC). Da almeno sei anni, il CDEC produce rapporti annuali sull’antisemitismo in Italia utilizzando esclusivamente la definizione IHRA. I suoi documenti classificano come “antisemitismo” qualsiasi critica strutturale a Israele: il boicottaggio delle merci israeliane, la commemorazione della Nakba, la denuncia dell’uccisione di Shireen Abu Akleh, perfino la richiesta di rispettare la Risoluzione ONU 194 sul diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. Nel 2024, il CDEC si è spinto oltre: definire il conflitto israelo-palestinese come “due tragedie inumane” — una comparazione etica, non equiparazione storica — è stato bollato come “antisemitismo”. Anche il sostegno a UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, è stato presentato come atto ostile a ebree ed ebrei. E il processo per genocidio intentato dal Sudafrica contro Israele alla Corte Internazionale di Giustizia è stato descritto come “trigger” dell’antisemitismo. Queste distorsioni non restano sulla carta. Sono diventate fonte primaria per i Coordinatori nazionali contro l’antisemitismo, nominati da governi di ogni colore politico. Nel 2025, il generale dei Carabinieri Pasquale Angelosanto – attuale Coordinatore – ha definito l’antisemitismo una «minaccia alla sicurezza nazionale», equiparandolo implicitamente al terrorismo. La sua strategia prevede georeferenziazione delle manifestazioni pro-Palestina e presidio preventivo da parte delle forze dell’ordine. Non si tratta più di contrastare reati, ma di sorvegliare opinioni. Autocensura mediatica e controllo universitario La deriva si estende ai media e alle università. Nel 2023, l’Ordine dei Giornalisti ha adottato la definizione IHRA come criterio deontologico, aprendo la strada a sanzioni disciplinari per chi usi termini come “apartheid”, “colonialismo” o “genocidio” riferiti a Israele – perfino quando supportati da sentenze internazionali. Il risultato è un giornalismo sempre più cauto, che evita analisi strutturali per timore di essere accusato di “antisemitismo”. Parallelamente, il ddl Delrio prevede figure di controllo nelle università per monitorare corsi e seminari “antisemiti” secondo l’IHRA. Il rapporto BRISMES/ELSC (British Society for Middle Eastern Studies/European Legal Support Centre, 2024) mostra che nel Regno Unito, dove l’IHRA è stata adottata dalle università, si è creato un “effetto paralizzante”: docenti e studenti evitano temi “scomodi” pur in assenza di condanne. In Italia, con un generale dei Carabinieri a capo della Strategia antisemitismo, il rischio è ancora più grave: la ricerca critica viene trattata come minaccia alla sicurezza nazionale. Confronto europeo: l’Italia verso una Staatsräson filoisraeliana L’Italia non è sola, ma la sua deriva è particolarmente rapida. In Germania, il Bundestag ha reso l’IHRA condizione per l’accesso a finanziamenti pubblici, nonostante le proteste di intellettuali ebree ed ebrei. In Gran Bretagna, l’adozione dell’IHRA ha portato a cancellazioni di eventi e autocensura, senza però introdurre reati penali. In Italia, invece, si va oltre: si punta a inserire l’IHRA direttamente nel codice penale, con pene carcerarie. Si tratta di una vera e propria Staatsräson filoisraeliana, dove la difesa di Israele prevale sui diritti costituzionali. Dal carcere alla deportazione: i corpi del dissenso La repressione non è solo proiettata nel futuro: è già in atto. Nel novembre 2025, Mohamed Shahin, imam di Torino residente in Italia da 21 anni, è stato arrestato e trattenuto in un CPR (Centro di Permanenza per i Rimpatri) in attesa di espulsione. Il motivo? Durante una manifestazione, aveva definito l’attacco di Hamas del 7 ottobre «una reazione» all’occupazione. La Procura ha archiviato il caso per insussistenza del reato – le sue parole non costituivano incitamento all’odio – ma il Ministero dell’Interno ha comunque emesso un decreto di espulsione, motivandolo con vaghe accuse di “radicalizzazione” e “ideologia antisemita”. Il ricorso è stato poi accolto dai giudici contro il trattenimento. Ancora più grave il caso di Seif Bensouibat, cittadino algerino a cui nel maggio 2024 è stato revocato lo status di rifugiato, riconosciutogli nel 2013, sulla base di due post su Instagram e un’immagine su WhatsApp. Amnesty International ha denunciato la decisione come “immotivata” e in violazione del principio di non-refoulement, che vieta di rimpatriare chi rischia persecuzioni. Ma a contare, ancora una volta, è stata l’etichetta “antisemitismo”, applicata in modo discrezionale per legittimare misure eccezionali. Questi casi mostrano una tendenza inquietante: il diritto penale non serve più a punire atti, ma a espellere corpi indesiderati. La soglia del reato si abbassa: basta un sospetto, un’associazione ideologica, una critica fuori dal coro. Memoria antifascista vs. memoria securitaria La Costituzione italiana è nata dalla Resistenza, dall’esperienza del fascismo e della Shoah. Ma mentre si invoca la memoria della Shoah per giustificare nuove pene, si cancella quella del fascismo italiano – che introdusse leggi razziali, occupò territori e represse il dissenso. Oggi, quell’eredità andrebbe rivendicata: non per opporre tragedie, ma per ricordare che ogni regime di oppressione va contrastato, ovunque si manifesti. La vera memoria antifascista non è securitaria: è emancipatrice. Non punisce il dissenso: lo protegge. Non difende Stati: difende persone. E sa che la lotta all’antisemitismo non può mai giustificare la complicità con l’apartheid. Abolizionismo critico Da una prospettiva penalistica critica, va ribadito che non serve un nuovo reato per proteggere Israele. Serve, piuttosto, un impegno per smantellare le strutture di oppressione — sia in Palestina, sia nelle nostre istituzioni. L’abolizionismo penale non nega la realtà dell’odio, ma rifiuta di rispondere con la repressione. Propone educazione, responsabilizzazione e pluralismo. E ricorda che il diritto penale, quando diventa strumento di politica estera, tradisce finanche la sua funzione costituzionale. I disegni di legge in discussione non proteggono le persone di religione ebraica. Proteggono un modello di Stato: coloniale, discriminatorio, immune da scrutinio. E minano le fondamenta della nostra democrazia: la libertà di espressione, l’eguaglianza di fronte alla legge, il primato del diritto internazionale. La Costituzione italiana – antifascista, repubblicana, internazionalista – offre già tutti gli strumenti per contrastare ogni forma di odio. Non servono nuovi reati. Serve coraggio politico: per dire che la memoria non è proprietà di nessuno, e che nessuno Stato è al di sopra dei diritti umani. Come scriveva Primo Levi, “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Oggi, conoscere significa anche rifiutare che la memoria diventi uno scudo per le violazioni del diritto internazionale. La solidarietà alle e ai palestinesi non è antisemitismo: è antirazzismo. E la vera lotta all’antisemitismo comincia quando smettiamo di usarla per coprire l’ingiustizia. Tatiana Montella è parte del Legal Team della delegazione italiana Global Sumud Flotilla Nicola Perugini è docente di Relazioni Internazionali all’Università di Edimburgo La copertina è tratta da Flickr https://www.dinamopress.it/news/ddl-antisemitismo-una-ragion-di-stato-filoisraeliana-per-reprimere-il-dissenso/
January 27, 2026
Assopace Palestina