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Iran 2026: 17 anni dopo, stesso errore
di jolek78 Era un sabato del 2015, forse il 2016. Ero ancora “normale” a quei tempi, ancora convinto che la tecnologia fosse intrinsecamente positiva, potenzialmente rivoluzionaria, ancora ingenuo abbastanza da credere che internet liberasse per definizione. Stavo sfogliando i libri nella Waterstones su Sauchiehall Street a Glasgow – uno dei miei piccoli “guilty pleasure” da quando son atterrato in Scozia
GenZ 212: dal Marocco la testimonianza di Adilah contro il silenzio del sistema. Seconda parte
La prima parte dell’articolo si può leggere al seguente link. Come si sono svolte le manifestazioni e quale è stata la risposta delle autorità? All’inizio le proteste erano pacifiche al 100%. Fin dai primi giorni, l’intenzione dei partecipanti era quella di manifestare senza ricorrere alla violenza. A colpire, tuttavia, è stata la reazione delle forze di sicurezza, che hanno risposto con un uso della forza ritenuto sproporzionato dai manifestanti. Il 3 ottobre ci sono state alcune proteste che sono degenerate in scontri violenti tra la polizia e i partecipanti. Ci sono stati alcuni episodi di violenza, ma le proteste erano perlopiù pacifiche. Anche all’interno degli spazi digitali del movimento non si può escludere la presenza di singoli messaggi che incitavano alla violenza, ma la linea condivisa dalla maggioranza era chiaramente orientata alla protesta nonviolenta. Durante il secondo fine settimana di manifestazioni si sono registrate tensioni solo in alcune città, in particolare Lqliaa, Oujda e Salé, mentre altrove i cortei si sono svolti senza degenerare. Secondo i partecipanti, anche di fronte agli interventi violenti della polizia, la maggior parte dei manifestanti ha cercato di mantenere un atteggiamento non conflittuale.     A segnare in modo profondo la mobilitazione è stato quanto accaduto il primo ottobre, quando tre persone che si trovavano nei pressi di un corteo, ma che non partecipavano alle proteste né appartenevano alla Generazione Z, sono state uccise. I manifestanti affermano di essere in possesso di video che dimostrerebbero l’estraneità delle vittime agli scontri. In un primo momento, le famiglie sarebbero state sottoposte a pressioni affinché non rendessero pubblica la vicenda; successivamente, non avendo ottenuto l’apertura di un’inchiesta ufficiale, hanno deciso di esporsi pubblicamente, partecipando a interviste e iniziative online. I familiari hanno diffuso materiali video a sostegno della loro versione dei fatti, sostenendo che le vittime non avessero preso parte né alle proteste né ad atti di violenza. Ma anche se fossero stati coinvolti nella violenza, non meritavano di essere colpiti come è successo. Ci sono state conseguenze legali per chi ha partecipato alle proteste? Una cosa che la maggior parte delle persone non sa e che credo il governo stia cercando di nascondere, è il fatto che le persone che hanno protestato hanno ricevuto sentenze assurde. Alcuni sono stati condannati da cinque a quindici anni per motivi disparati: inviare messaggi su Discord, indossare certe magliette durante le manifestazioni o aver compiuto atti di violenza. Tra loro ci sono anche minorenni. Uno dei primi iscritti al server Discord del movimento, che non aveva nemmeno partecipato fisicamente alle proteste, è stato arrestato il 26 settembre e condannato a cinque anni solo per “incitamento a protestare”. Non è un caso isolato: altre persone hanno ricevuto condanne fino a quindici anni. Altre sentenze hanno colpito in modi ancora più paradossali. Due giovani sono stati condannati a otto mesi di reclusione per le magliette che indossavano: una con la scritta “Gen Z”, l’altra con “Free Palestine”. Casi che rimangono quasi sconosciuti all’opinione pubblica. Pensi che i media internazionali abbiano frainteso qualcosa riguardo a queste mobilitazioni? Sì, in gran parte. I media si sono concentrati sulle nostre reazioni invece che su quelle del governo, che sono state molto più dure, violente e lesive dei diritti umani. I media nazionali ci hanno dipinto come violenti o manipolati, evidenziando episodi isolati per giustificare la brutalità della polizia, senza mostrare le marce pacifiche, gli arresti arbitrari e i maltrattamenti. Anche i media internazionali credo siano stati influenzati dalla narrativa ufficiale, trascurando le disuguaglianze sociali e la frustrazione dei giovani. La protesta, spesso etichettata come “ribellione della Generazione Z”, nasceva in realtà dall’impossibilità di ottenere permessi ufficiali per manifestare contro il governo: un paradosso in cui chi cerca di rispettare la legge viene punito.  Perché avete smesso di scendere in strada? È stato perché all’inizio di ottobre il governo ha approvato un aumento del 16% dei fondi destinati al settore sanitario e dell’istruzione? La maggior parte della Generazione Z non era contenta di questa misura, perché il problema non era in realtà l’aumento o la diminuzione della percentuale destinata alla sanità. Il problema principale è la corruzione: indipendentemente dall’aumento dei fondi stanziati, la corruzione continuerà a esistere. Quindi le proteste non sono state interrotte a causa dell’aumento dei fondi o qualcosa del genere. Non è affatto questo il motivo. Il motivo per cui abbiamo smesso di protestare è in realtà la violenza contro le persone che sono scese in strada pacificamente. Ancora ora se uscissi allo scoperto e dicessi: “Sì, ho partecipato alle proteste” o, soprattutto, “Faccio parte del server Discord”, finirei in prigione, come dicevo prima. Penso che le condanne di cui parlavo siano una delle cose che il governo ha usato per spaventarci e impedirci di protestare. Infatti, prima di uscire, la maggior parte di noi a volte cancella Discord, Telegram e Instagram; usiamo molto le VPN; evitiamo di condividere nomi o foto; alcuni di noi continuano a cambiare account. Spaventa che il solo fatto di partecipare a una riunione online potrebbe essere sufficiente per farti arrestare. Penso che questo la dica lunga sulla fragilità delle libertà civili in Marocco. Nonostante ciò, le discussioni tra noi sono ancora in corso. Cosa succederà ora al movimento? Pensi che ci saranno altre proteste? Sì, penso che ci saranno altre proteste, anche se per ora sono state sospese. La gente dice che dovremmo tornare nelle piazze ma allo stesso tempo ha paura di finire in prigione e ricevere le condanne di cui ho parlato prima. Ha paura di sprecare 10 anni della propria vita solo per questo. Soprattutto i ventenni, non possono permettersi di perdere dai 5 ai 10 o ai 15 anni della loro vita. Io ho già partecipato e penso che lo rifarei sicuramente, perché se tutti pensassimo di dover restare a casa per non metterci in pericolo, non cambieremo mai nulla in questo Paese. Per essere contenti con l’esito delle proteste, la maggior parte della gente desidera dei miglioramenti netti per l’assistenza sanitaria, l’istruzione e la lotta alla corruzione. Ma per quanto mi riguarda, penso che il mio obiettivo, ripeto, sia la lotta alla corruzione. Perché, come dicevo, sono una studentessa di medicina, lavoro nel settore sanitario e non ho visto alcun cambiamento dall’inizio delle proteste. Non è cambiato letteralmente nulla. Quindi la radice del problema è la corruzione. Per ora però mi concentro sul risultato più positivo dei movimenti della Generazione Z in tutto il mondo: ricordare alla Generazione Z, che dovrebbe essere “la generazione poco seria”, quanto può essere forte e che non dovremmo mai stare zitti o essere messi a tacere di fronte alla repressione e l’oppressione.   Africa Rivista
GenZ 212: dal Marocco la testimonianza di Adilah contro il silenzio del sistema. Prima parte
Per comprendere parte della realtà dietro i numeri della repressione, abbiamo incontrato Adilah (nome di fantasia), studentessa di medicina e attivista del movimento GenZ212 in Marocco. Attraverso la sua testimonianza emerge un racconto di una mobilitazione nata su Discord per denunciare la corruzione e il declino dei servizi pubblici nel Paese. Adilah ci guida dall’entusiasmo delle prime marce pacifiche fino alla scelta di sospendere le proteste a causa della violenza e degli arresti di massa. Se da un lato il governo marocchino punta a proiettare un’immagine del Paese progressista e stabile, dall’altro la vita quotidiana mostra spesso servizi essenziali carenti e frequenti violazioni di libertà civili. Le proteste della GenZ212 nascono proprio in questo contesto di contrasti. Nella seconda metà del 2025, la generazione Z ha trovato nei canali digitali uno strumento centrale per esprimere dissenso contro crisi economica, corruzione percepita e disuguaglianze sociali. In una recente dichiarazione diffusa sui social emerge la loro richiesta di riformare i servizi pubblici e rispettare la Costituzione marocchina, citando in particolare gli articoli sulla democrazia, la libertà di riunione, il diritto alla salute e all’istruzione e la partecipazione dei giovani. Nei media nazionali, queste manifestazioni sono state spesso descritte come minaccia all’ordine pubblico, e la diffusione online di contenuti legati alle proteste è frequentemente trattata come “istigazione alla commissione di reati gravi e reati minori mediante mezzi elettronici”. Tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, le rivendicazioni si sono concentrate su sanità, istruzione e giustizia, in risposta a episodi di violenza, arresti arbitrari e condanne sproporzionate. La narrativa ufficiale privilegia invece il racconto di vandalismi e discorsi ritenuti istigatori, accompagnato dalla celebrazione dell’aumento del 16% dei fondi per sanità e istruzione deciso dal Consiglio dei ministri. Lo spazio per il confronto pubblico si riduce ulteriormente: gli incontri online restano l’unico canale di espressione, ma anche la semplice partecipazione è percepita come rischiosa. La fragilità delle libertà civili è confermata dai dati sulle detenzioni: secondo gli ultimi dati condivisi dalla Procura Generale a inizio dicembre, le persone arrestate in relazione alle proteste erano oltre 5.780, di cui 1.473 ancora in custodia e 162 minori, molti affidati a istituti di detenzione. Per restituire lo sguardo di chi ha vissuto queste proteste, ho incontrato Adilah, giovane studentessa di medicina, che racconta in prima persona la nascita e gli sviluppi del movimento. Cosa è successo nei giorni precedenti alle manifestazioni del 27 e 28 ottobre? Un paio di settimane prima, circolavano molti video online che mostravano la distopia del Marocco: da un lato c’è una vita di lusso, dall’altro infrastrutture orribili. Molti di questi video sono diventati virali e, poco a poco, si è creato un trend che ha alimentato la rabbia della popolazione locale, soprattutto la nostra, quella della generazione Z. L’organizzazione dei Mondiali è stata una delle ragioni principali. Non perché odiamo il calcio o qualcosa del genere. No, noi amiamo il calcio, ovviamente. Ma è un problema di priorità: non puoi dirmi che un governo abbia la possibilità di contrarre un debito di 100 miliardi di dollari solo per costruire uno stadio in pochi giorni o in poche settimane secondo gli standard internazionali, ma, al tempo stesso, non è in grado di costruire un buon ospedale o una buona scuola. E poi c’è anche la questione delle persone colpite dal terremoto di Al Haouz. Sono passati ormai due o tre anni e queste persone non hanno ancora una casa. Cosí è nato un gruppo Discord.  Qual è il ruolo del server GenZ212 su Discord? Il server Discord è stato creato il 15 settembre 2025. Ci ha fornito uno spazio per discutere di politica, dato che in Marocco la libertà di parola non è garantita al 100%. La cosa è proseguita con molti podcast e molte discussioni tra di noi giovani, principalmente sui temi della sanità, dell’istruzione e della corruzione. Nel server siamo arrivati quasi a 200.000 membri, che è davvero tanto per un gruppo Discord in Marocco, considerando che la maggior parte dei marocchini non usa nemmeno l’applicazione. Tra il 15 e il 27 settembre, questo spazio digitale è diventato il catalizzatore di un malcontento diffuso tra i giovani, vissuto da molti come un vero e proprio risveglio collettivo. La mobilitazione non è nata all’interno di partiti politici o strutture organizzate, ma da una frustrazione condivisa e dalla percezione di essere sistematicamente esclusi dai processi decisionali. Dopo la diffusione virale di alcuni video e il consolidarsi delle discussioni online, il gruppo ha deciso di tradurre il dibattito virtuale in azione concreta, convocando le prime manifestazioni per il fine settimana del 27 settembre. Le proteste si sono svolte il 27 e il 28 settembre in numerose città marocchine, tra cui Casablanca, Rabat e Tangeri. La scelta delle date è stata dettata da ragioni pratiche: il fine settimana rappresentava l’unico momento disponibile per una generazione composta in larga parte da studenti e giovani lavoratori.   Africa Rivista
Fondazione Patti Digitali: un’alleanza per affrontare l’emergenza educativa nell’era dell’IA
Il nuovo ente nazionale ha come obiettivi principali la formazione di nuovi gruppi e il supporto a quelli esistenti, la creazione di percorsi educativi per genitori, insegnanti e minori sull’uso consapevole delle tecnologie, la ricerca e le valutazioni di impatto sul rapporto tra digitale e benessere e l’attività di advocacy verso politica, imprese e stakeholder per promuovere una regolamentazione più attenta e consapevole. A novembre il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che fissa a 16 anni l’età minima per social, piattaforme video e AI companions, consentendo l’accesso tra i 13 e i 16 anni solo con l’autorizzazione dei genitori e promuove lo sviluppo di un sistema di verifica dell’età omologato per tutti i paesi europei. Secondo la Ricerca EYES UP effettuata da Università Milano-Bicocca, Università di Brescia, Associazione Sloworking e Centro Studi Socialis, il 45% dei ragazzi riceve lo smartphone a 11 anni e il 30% possiede già un profilo social. Il 53% consulta lo smartphone appena sveglio, il 22% durante la notte, e il 51% lo usa occasionalmente durante i pasti, anche se solo il 10% lo fa regolarmente. I dati evidenziano un impatto negativo della precocità di utilizzo regolare dei social media sulle performance scolastiche nel lungo periodo. Il 97% degli adolescenti italiani usa Internet quotidianamente, ma 1 minore su 4 mostra un uso problematico dello smartphone, con segnali di dipendenza. Tra i preadolescenti (11-13 anni), il 62,3% possiede almeno un account social, nonostante la legge europea (GDPR) richieda almeno 14 anni. Nel 2023, inoltre, il 47% degli adolescenti tra 11 e 19 anni ha trascorso più di cinque ore al giorno online, mentre circa un terzo dei bambini tra 6 e 10 anni usa lo smartphone quotidianamente, con un incremento significativo rispetto al 2018-2019. La Società Italiana di Pediatria nei giorni scorsi ha aggiornato le raccomandazioni sull’uso delle tecnologie digitali in età evolutiva e elaborate da pediatri, psicologi ed esperti. Frutto della revisione della letteratura, le nuove indicazioni delineano un percorso educativo condiviso per famiglie, scuole e professionisti per accompagnare bambini e adolescenti verso un uso  dei mezzi tecnologici equilibrato e rispettoso dei tempi dello sviluppo cognitivo: * evitare l’accesso non supervisionato a Internet prima dei 13 anni per i rischi legati all’esposizione a contenuti inappropriati; rinviare l’introduzione dello smartphone personale almeno fino ai 13 anni per prevenire conseguenze sullo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale; * ritardare il più possibile l’uso dei social media, anche se consentito per legge; * evitare l’uso dei dispositivi durante i pasti e prima di andare a dormire; * incentivare attività all’aperto, sport, lettura e gioco creativo; * mantenere supervisione, dialogo e strumenti di controllo costanti in tutte le fasce d’età; * promuovere a scuola l’educazione digitale consapevole, mentre i pediatri dovrebbero valutare regolarmente le abitudini digitali dei bambini e fornire consulenza preventiva alle famiglie; * come già indicato nelle raccomandazioni emanate nel 2018, niente dispositivi sotto i due anni, limitarli a meno di un’ora al giorno tra i 2 e i 5 anni e a meno di due ore dopo i 5 anni, sotto il controllo dell’adulto. Mentre l’uso di smartphone e social media tra i giovani cresce a ritmi senza precedenti e l’Intelligenza Artificiale generativa pone sfide imprevedibili, in Italia arriva una risposta. La Fondazione Patti Digitali ETS è un soggetto indipendente istituito per coordinare e rafforzare la Rete dei Patti Digitali, un movimento educativo cresciuto in tutta Italia negli ultimi due anni, composto da 200 gruppi locali e 10˙000 famiglie e volto a creare un ambiente più sano per i minori, dove educatori, insegnanti e genitori cooperano seguendo le linee guida del Manifesto dell’Educazione Digitale di Comunità. La nuova fondazione mira allo sviluppo e al consolidamento dei Patti Digitali sul territorio per contribuire allo sviluppo tecnologico affinché sia rispettoso del benessere dei minori e della loro crescita personale, colmando il divario tra la rapidità dell’innovazione tecnologica e la capacità della società di gestirla e contrastando frammentazione, confusione e solitudine educativa attraverso norme condivise e sostegno concreto. È stata costituita lo scorso 12 dicembre su iniziativa del Comitato dei promotori composto dagli esperti che hanno ideato e sviluppato l’esperienza dei Patti Digitali – Marco Gui, Marco Grollo, Stefania Garassini, Brunella Fiore, Simone Lanza, Stefano Boati e Chiara Respi – insieme alla Fondazione Bicocca, riferimento scientifico della rete, e all’Associazione MEC / Media Educazione Comunità. Collaborano anche le associazioni Aiart e Sloworking e, a supporto delle attività, la Fondazione Oltre e l’organizzazione non-profit internazionale Human Change. Tra le figure in primo piano nel panorama educativo, politico e scientifico nazionale che da subito hanno acconsentito di far parte del Comitato Consultivo della Fondazione Patti Digitali spiccano: Adriano Bordignon, presidente del Forum Nazionale delle Famiglie; Alessandro D’Avenia, insegnante e scrittore; Marianna Madia, deputata per il PD e alla Camera dei Deputati firmataria di un disegno di legge su media e minori; Lavinia Mennuni, senatrice di FdI, prima firmataria al Senato di un disegno di legge su media e minori; Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta e scrittore; Stefano Vicari, direttore dell’Unità Operativa complessa di Neuropsichiatria Infantile dell’IRCCS Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Giovanni Caprio
Le Dita Nella Presa - Sarà cambiata la musica?
Iniziamo con la multa della commissione europea ai danni di X: leggiamo le motivazioni e cerchiamo di capire se davvero, come alcuni dicono, è cambiata la musica per le Big Tech, con una Unione Europea più interventista. In Irlanda la ICCL apre un procedimento contro Microsoft presso la commissione per la protezione dei dati dell'Unione Europea per la fornitura di servizi all'esercito israeliano, in particolare l'esteso sistema di raccolta di tutte le intercettazioni di tutte le persone a Gaza. Quando la notizia è diventata pubblica, la Microsoft ha interrotto l'accordo (pur mantenendo molti altri legami con Israele). Usare le VPN tutela la vostra privacy? Dipende dalla VPN: il caso di Urban VPN Proxy è, come per tutte le VPN gratuite, negativo. Anna's Archive annuncia un backup completo di Spotify, con 300TB di musica e metadati. Si tratterebbe del più grande archivio pubblico di musica. Notiziole * Nuovi poteri alla polizia di Berlino, soprattutto su tematiche legate all'acquisizione di dati, alla sorveglianza tramite malware, l'uso di bodycam e addirittura la possibilità di usare i dati raccolti in fase di indagine per addestrare l'intelligenza artificiale * In India il governo lancia la app di sorveglianza obbligatoria su ogni smartphone, ma il provvedimento dura 24 ore. * Ennesimo ban in Russia, proibito Roblox; è un altro avanzamento per RuNet, con crescente malcontento * No, l'IA non vi ruberà il lavoro. L'esperimento di far gestire una macchinetta per la vendita di bibite e snack ad un'intelligenza artificiale è un fallimento (per la ditta) su tutta la linea: bibite vendute a zero euro assieme a pesci vivi e cubi di metallo, crisi di identità per l'IA e il licenziamento di un Ceo virtuale * Ennesima frontiera dell'IoT: farsi spiare da dentro la tazza del bagno Ascolta l'audio nel sito di Radio Onda Rossa Your page content goes here.
“Assalto alle piattaforme”, il libro!
“Assalto alle piattaforme” è il libro di Kenobit, uscito settimana scorsa per Agenzia X. Di sperimentazioni come queste ne sentivamo il bisogno e ci piace leggere la testimonianza diretta da un artista che nei social c’è cresciuto e ad oggi condivide una visione mondiale di “via d’uscita”. O come dice lui nella sua newsletter: > Parla del rapporto tossico che abbiamo con le piattaforme commerciali, > analizza i meccanismi che ci rubano il tempo, racconta il grande inganno della > content creation e propone un percorso concreto per smettere di sostenere il > capitalismo digitale e rivendicare una dimensione online che non inquini il > mondo e le nostre vite. È frutto di due anni di sperimentazione (cominciati > proprio qui, sulla Settimana Sovversiva), tecnologica e umana, e spiega nel > modo più semplice possibile le alternative e le pratiche che possono > liberarci. Leggi la recensione su cavallette.noblogs.org
[Le Dita nella Presa] Sarà cambiata la musica? (1/4: Puntata completa)
Iniziamo con la multa della commissione europea ai danni di X: leggiamo le motivazioni e cerchiamo di capire se davvero, come alcuni dicono, è cambiata la musica per le Big Tech, con una Unione Europea più interventista. In Irlanda la ICCL apre un procedimento contro Microsoft presso la commissione per la protezione dei dati dell'Unione Europea per la fornitura di servizi all'esercito israeliano, in particolare l'esteso sistema di raccolta di tutte le intercettazioni di tutte le persone a Gaza. Quando la notizia è diventata pubblica, la Microsoft ha interrotto l'accordo (pur mantenendo molti altri legami con Israele). Usare le VPN tutela la vostra privacy? Dipende dalla VPN: il caso di Urban VPN Proxy è, come per tutte le VPN gratuite, negativo. Anna's Archive annuncia un backup completo di Spotify, con 300TB di musica e metadati. Si tratterebbe del più grande archivio pubblico di musica. Notiziole: * Nuovi poteri alla polizia di Berlino, soprattutto su tematiche legate all'acquisizione di dati, alla sorveglianza tramite malware, l'uso di bodycam e addirittura la possibilità di usare i dati raccolti in fase di indagine per addestrare l'intelligenza artificiale * In India il governo lancia la app di sorveglianza obbligatoria su ogni smartphone, ma il provvedimento dura 24 ore. * Ennesimo ban in Russia, proibito Roblox; è un altro avanzamento per RuNet, con crescente malcontento * No, l'IA non vi ruberà il lavoro. L'esperimento di far gestire una macchinetta per la vendita di bibite e snack ad un'intelligenza artificiale è un fallimento (per la ditta) su tutta la linea: bibite vendute a zero euro assieme a pesci vivi e cubi di metallo, crisi di identità per l'IA e il licenziamento di un Ceo virtuale * Ennesima frontiera dell'IoT: farsi spiare da dentro la tazza del bagno  
Il femminismo neoliberale e performativo serve solo a se stesso
La pubblicazione delle chat di Vagnoli&co da parte di Lucarelli in un articolo sul “Fatto Quotidiano” ha sollevato infuriate discussioni. Bisogna mettere subito le cose in chiaro: questo è uno scontro di audience, click, followers e case editrici e ha poco a che fare con i temi del femminismo. L’articolo di Lucarelli non è un articolo, è un regolamento di conti. Purtroppo non è la prima volta che dei giornali italiani pubblicano chat con il solo scopo di ridicolizzare e annientare chi è al centro di un’inchiesta. Uno dei casi più emblematici sono state le chat del centro sociale Askatasuna spiattellate da La Stampa per settimane in prima pagina con illazioni e dietrologie sulle singole persone del collettivo. > Ma si fa lo stesso nelle storie di femminicidi di giovani donne, raccontate > come podcast di true crime dai giornali, con chat personali assolutamente > prive di interesse pubblicate ovunque. Quindi, no, non è Lucarelli ad aver iniziato questa triste metodologia di lavoro del giornalismo italiano e purtroppo non sarà nemmeno l’ultima. È certo, però, che con quell’articolo Lucarelli si è riposizionata, e non credo sia un caso che nei giorni seguenti sia uscita con una puntata del suo podcast sulla Palestina e ora lancia un nuovo progetto di podcast di inchiesta prodotto dalla sua società Boutade Media. Un’ottima strategia di business. E poi arriviamo alla chat “fascistelle”. Tutte abbiamo chat private imbarazzanti dove commentiamo con le nostre amiche e amici gli eventi del mondo, da San Remo alla guerra. E gli insulti nelle chat private sono parte di un gioco, un modo per ridere, e un modo per togliere potere alla persona che insultiamo. Quindi vi prego basta con questi articoli perbenisti sul problema che sia stato insultato Mattarella! > Eppure in molte abbiamo smesso di usare ciucciacazzi come un’ insulto da > diverso tempo, soprattutto da quando frequentiamo spazi femministi. Perché ciucciare il cazzo è una pratica sessuale per nulla umiliante, così come prenderlo in culo. Dal nostro modo di insultarci passa molto di noi stesse, soprattutto in un mondo aggressivo come il nostro. Quindi vale la pena aprire una discussione su come insultarci per togliere potere a chi ne ha di più, non ha chi ne ha di meno ed eliminare dal nostro vocabolario quotidiano insulti sessisti, razzisti, antisemiti e abilisti. Soprattutto se poi scriviamo di linguaggio. Ora è partita una vera e propria caccia alle streghe contro Vagnoli, che viene rincorsa da Striscia la notizia mentre è sommersa dagli insulti online. E Fonte ha deciso di chiudere i social. Insomma, l’articolo-regolamento di conti ha centrato il bersaglio e ha fatto partire una valanga che, però, rischia di travolgere anche chi le istanze femministe e transfemministe le porta avanti tutti i giorni e dal basso, dai collettivi studenteschi nelle scuole ai centri antiviolenza, dalle assemblee di Non una di meno ai gruppi di supporto per le persone che vogliono abortire. di Freepik DIFFERENZE TRA IL FEMMINISMO NEOLIBERALE E UN TRANSFEMMINISMO POPOLARE Il nostro mondo e le nostre relazioni, oggi, si svolgono – anche ma non solo – in spazi digitali e mediatizzati, per questo bisogna prendere in considerazioni le relazioni di potere che in questi spazi intercorrono. I social media non sono luoghi neutri, ma spazi digitali privati la cui forma è definita dagli algoritmi delle grandi corporation. E se in un primo periodo nuove voci vi hanno trovato spazio, oggi gli e le influencer più importanti si comportano come dei veri e propri gatekeeper degli spazi digitali in lotta tra loro per dati, audience, visibilità e attenzione. Tutta questa storia di chat, call out, messaggi privati diventati pubblici, sotterfugi e velate minacce ci invita anche a riflettere su quali siano gli spazi e le pratiche femministe e su come si siano trasformate nel corso di questi anni. > Il problema non è semplicemente utilizzare i social o abbandonarli, ma come > portiamo avanti le lotte femministe e transfemministe, come costruiamo > relazioni tra di noi, come facciamo rete e ci supportiamo a partire dalle > nostre differenze fuori e dentro gli spazi digitali. Il femminismo, in tutte le sue pluralità, ha sempre dovuto combattere contro il silenziamento, la cooptazione delle istituzioni liberali, delle grandi aziende private e dell’apparato mediatico e culturale. La burocrazia delle grandi organizzazioni femminili e femministe è stata largamente cooptata dalle istituzioni liberali, e oggi si trova incapace di rispondere all’attacco della destra reazionaria anche per questo. C’è chi poi ha intravisto nel femminismo un’ottima fetta di mercato, brand di donne per le donne, frasi di self-care per le tazze e le shopper, gadget che parlano di libertà ed emancipazione. E un certo tipo di femminismo si è decisamente prestato a questa marketizzazione di pratiche e contenuti. Per un certo tipo di femminismo neoliberale e performativo – che trova spazio sui social ma non solo – il grande ciclo di lotte femministe e transfemministe che stiamo attraversando è nato con il Me too, un momento in cui grandi star di Hollywood hanno denunciato le molestie subite nel corso della propria carriera. Un evento mediatico certamente importante che ha dato grande risonanza al tema delle molestie e violenze nel mondo del lavoro. Donne bianche, ricche, belle e statunitensi. di Freepik Eppure, le piazze femministe erano già esplose nel 2016, un anno prima del Me too, con le mobilitazioni delle donne polacche contro le restrizioni del diritto all’aborto volute dal governo guidato dal partito Diritto e Giustizia (PiS) di destra reazionario, e poi le piazze argentine e di tutta l’America latina contro le brutali violenze machiste e patriarcali. In Italia questa grande mobilitazione è ricaduta nella prima manifestazione di Non una di meno, dopo il femminicidio efferato di Sara Di Pietroantonio. Questa differenza di genealogie spiega già molto. Dal 2016, abbiamo assistito a un vero e proprio ciclo di lotte femministe e transfemministe trainate dalle piazze latino-americane e da tutto il Sud globale per il diritto all’aborto, contro la violenza patriarcale e per i diritti delle persone trans. > Un femminismo e transfemminismo popolare che ha trovato nello sciopero dell’8 > marzo una delle pratiche più importanti per dare visibilità al tema del lavoro > produttivo e riproduttivo svolto dalle donne dentro e fuori le case. Di tutto questo è difficile trovare traccia nei contenuti del femminismo neoliberale e performativo. Un femminismo bianco, incentrato su storie individuali e racconti autobiografici. È un femminismo che parte da sé per parlare solo di se stesso e non incrociare le storie e i vissuti delle altrə. È un femminismo spesso intrecciato con un piano lavorativo, di cui però i confini sono poco chiari e – certo non bisogna negarlo – è in grado di portare nel dibattito pubblico competenza e conoscenza di questioni rilevanti per alcune questioni femministe. Ma difficilmente tratta di decolonialismo o questioni di classe. Non tutti i contenuti che troviamo sui social sono neoliberali, anzi, ma spesso le creator possono cadere nelle trappole performative e individualiste degli algoritmi, nella rincorsa alla visibilità a suon di call-out personali, nella ricerca di spazio per la propria firma, nella sponsorizzazioni ambigue per necessità. Le pratiche femministe e transfemministe devono, invece, costruire spazi di relazione, di incontro, dove conoscersi, scambiarsi idee, parole, pratiche, e questo può avvenire certamente anche online. Allo stesso tempo il femminismo e il transfemminismo hanno bisogno della relazione tra corpi, della loro interconnessione e del movimento. > Questa è una delle sfide più difficili: per un femminismo e transfemminismo > plurale, differenziato, intersezionale, popolare, decoloniale e antirazzista è > necessario tenere aperti spazi di relazione, rendere evidenti le linee di > potere, prendersi il tempo e la cura necessaria per stare insieme e allo > stesso tempo combattere la società patriarcale nella quale siamo immerse che > ci toglie quel tempo e spazio di cui abbiamo bisogno. L’attacco delle destre reazionarie globali è fortissimo e intende ristabilire regole patriarcali all’altezza dei tempi, dalle relazioni di coppia agli spazi digitali. Abbiamo bisogno di conoscerci e riconoscerci, di alleanze ampie e salde, di trovare nuovi strumenti di lotta, di abbandonare l’individualismo performativo e creare spazi solidali e di mutuo aiuto. Abbiamo bisogno di corpi in lotta e in relazione. Tutte le immagini sono di Freepik SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il femminismo neoliberale e performativo serve solo a se stesso proviene da DINAMOpress.
Macerie su Macerie – PODCAST 17/11/25 – Girard e la super-crisi mimetica del villaggio virtuale
Protagonista per eccellenza del rito di linciaggio contemporaneo, tra le shitstorm, la call out culture, i gruppi di condivisione di immagini intime, è l’utente dei social media. Le piattaforme non sono un mondo diverso, ma più propriamente il palcoscenico ideale del desiderio mimetico, quello delle “vittime” e dei “persecutori” che si scambiano indefinitamente i ruoli, quello della ciclica ricerca di capri espiatori con cui sedare per un istante, per il tempo di un commento, il moral panic. Alla luce del pensiero girardiano sulla violenza, ne abbiamo parlato con Alessandro Lolli, studioso delle dinamiche dei nuovi mezzi di comunicazione. Leggi qui l’articolo di Alessandro: Noialtri girardiani.
La rinascita della mitologia africana passa dai social
Dalla cosmologia del Bakongo, alle pratiche divinatorie dei Nandi, due giovani artisti afrodiscendenti riportano alla luce la mitologia africana condividendola attraverso i social e un podcast di successo. Un patrimonio dimenticato torna ad avere voce. La mitologia africana, un patrimonio culturale tanto dimenticato quanto prezioso, può essere raccontata sui social? Se lo sono chiesti due giovani artisti e architetti di origine africana che oggi vivono nel Regno Unito, la ghanese Adwoa Botchey e il nigeriano Solomon Adebiyi. Storie, miti affascinanti, divinità, cosmologie e figure mitologiche africane – sottolineano i due artisti in un approfondimento sul media Okay Africa – meritano di essere conosciuti e raccontati anche per far fronte a un sostanziale vuoto nei media occidentali e nelle scuole circa questo vastissimo patrimonio storico culturale. Il primo passo per i due artisti è stato quello di studiare e approfondire loro stessi quanto possibile il vasto panorama di miti, storie e approfondimenti in merito, indagando tradizioni culturali vastissime quanto lo è il continente africano, dalla cosmologia del popolo Bakongo nella Repubblica Democratica del Congo alle pratiche divinatorie dei Nandi in Kenya, solo per citarne un paio. Il mezzo comunicativo dei social media prima e del podcast in un secondo momento è sembrata la soluzione più immediata ed efficace per raggiungere un vasto pubblico e rendere accessibile a tutti informazioni e approfondimenti così preziosi. Condividendo sui social dipinti, video attraverso la pagina social Adeche Atelier, Botchey e Adebiyi hanno raggiunto mezzo milione di follower tra TikTok, YouTube e Instagram. Per approfondire ancora di più gli argomenti, i due artisti hanno lanciato nel 2020 il podcast “Afro Mythos”, una piattaforma che ospita esperti e divulgatori che fanno luce su storie poco conosciute sulla mitologia africana. Nel 2025 il progetto si è evoluto con l’apertura del loro canale YouTube con una trasmissione a puntate dedicata ai temi di spiritualità e mitologia, intitolata: “African Spirituality, Mythology and Religion”. Africa Rivista