Tag - social media

Meta vuole accedere ai siti dei profili business e scarica sugli utenti i rischi dell’IA
La questione di come gli articoli di giornale finiscano nei dati usati per addestrare i modelli di intelligenza artificiale è da anni al centro di numerose cause legali tra editori e Big Tech. In un simile contesto, Meta ha modificato le proprie condizioni di servizio in modo da garantirsi il massimo margine di manovra in tribunale: le policy aggiornate le consentono di raccogliere informazioni dai siti web “associati” ai profili registrati sui suoi social e, allo stesso tempo, la tutela dagli errori in cui inevitabilmente incorreranno le sue IA. Come ha evidenziato per primo Nieman Lab, le nuove condizioni commerciali entreranno in vigore il 30 ottobre 2026 e prevedono alcune integrazioni rilevanti, tra cui un’autorizzazione alla raccolta automatizzata dei dati. Secondo il testo, l’utente autorizza Meta a usare bot, crawler e scraper per accedere a domini, pagine web e URL associati a prodotti o servizi messi a disposizione degli utenti, «nonché a estrarre periodicamente aggiornamenti» da tali indirizzi. Meta potrà inoltre usare qualsiasi contenuto proveniente da questi domini «per fornire, sviluppare, migliorare, analizzare, addestrare e mantenere l’integrità» dei propri prodotti, servizi e funzioni. Le nuove clausole riguardano le sole condizioni commerciali, cioè chi usa i prodotti di Meta per scopi aziendali: inserzioni, vendita di prodotti, gestione di una Pagina o di un Gruppo a fini professionali, strumenti come Gestione inserzioni e Meta Business Suite. Conta quindi l’uso, piú che la natura del profilo, tuttavia i piú impattati saranno certamente i creatori di contenuti e, in generale, tutti coloro che impiegano i social in prospettiva lavorativa. Per come è formulato, dunque, il contratto ha un’applicazione trasversale molto ampia, ma è facile credere che il primo campo d’impiego sarà l’integrazione degli articoli giornalistici nei modelli, tema che alimenta forti contenziosi e che diversi governistanno affrontando imponendo alle aziende tech di retribuire le testate da cui attingono. In pratica, Meta si ritaglia il diritto di raccogliere i contenuti dei portali legati ai profili aziendali e l’unico modo per sottrarsi è smettere di usare i suoi prodotti per scopi commerciali. Un’altra aggiunta rilevante riguarda la limitazione di responsabilità: i prodotti sono forniti «NELLO STATO IN CUI SI TROVANO» – il maiuscolo è nel testo originale. «Non garantiamo che saranno sempre protetti, sicuri o privi di errori o che funzioneranno senza interruzioni, ritardi o imperfezioni», si legge nella policy. E ancora: «L’utente riconosce e accetta che le funzioni di IA potrebbero commettere errori e potrebbero non sempre produrre risultati accurati, completi o idonei. L’utente è il solo responsabile e si assume tutti i rischi associati a tali funzioni IA». Dal canto suo, Meta sostiene che il cambio di policy sia una revisione formale e non di sostanza: i termini contrattuali sarebbero già esistenti, ma sparsi su più documenti e l’aggiornamento li unificherebbe per offrire condizioni più chiare e trasparenti. Diversi osservatori, tuttavia, fanno notare che la modifica di un simile documento avrà inevitabilmente effetti legali nelle cause future e che, in sostanza, Meta chiede al pubblico di fidarsi del fatto che non sfrutterà fino in fondo le potenzialità del contratto. The post Meta vuole accedere ai siti dei profili business e scarica sugli utenti i rischi dell’IA appeared first on L'Indipendente.
October 20, 2026
L'INDIPENDENTE
L’idiota di Byung-Chul Han
Il concetto di idiotismo terapeutico coniato dal filosofo Byung-Chul Han rappresenta l’atto di sabotaggio più radicale e rivoluzionario che un individuo possa compiere nella società contemporanea, come risulta dal saggio “Psicopolitica”. Per comprendere la portata di questa provocazione, è necessario spogliare la parola idiota da qualsiasi insulto o giudizio clinico e restituirle il suo antico significato etimologico greco di persona privata, ovvero colui che sceglie deliberatamente di vivere al di fuori dello spazio pubblico e delle sue dinamiche di potere. Oggi questo rifiuto si traduce in una resistenza totale e metodica contro l’impero dei mass media e delle piattaforme digitali. L’idiota, o l’eretico digitale come lo definisce Han, non è un ignorante, ma una persona che decide lucidamente di non sapere, di rendersi intenzionalmente disconnessa e inaccessibile al flusso perenne delle informazioni. Il capitalismo neoliberista ha costruito la sua prigione psicopolitica non attraverso la censura, ma attraverso l’obbligo di trasparenza, di visibilità e di comunicazione continua. Ci viene costantemente ordinato di partecipare al dibattito pubblico, di commentare le notizie del giorno, di esprimere opinioni sui social e di esporre la nostra interiorità. In questo contesto, l’eretico digitale capisce che la massima forma di sottomissione coincide proprio con l’essere costantemente reperibili e profilabili. Scegliere l’idiotismo significa quindi spegnere il rumore di fondo dei media e trasformarsi in un angolo cieco per gli algoritmi che tracciano ogni nostro movimento psicologico. Se non produci dati, se non consumi notizie preconfezionate, se non reagisci agli stimoli emotivi dello sciame digitale, diventi invisibile e di conseguenza libero. Questa disconnessione assume un valore terapeutico fondamentale perché cura la mente dalle patologie moderne causate dall’iperinformazione, come l’ansia cronica e la frammentazione dell’attenzione. L’eretico che si sottrae ai mass media riconquista il silenzio e la solitudine, due dimensioni che la società attuale tenta disperatamente di eliminare perché improduttive. È solo all’interno di questo vuoto mediatico che può rinascere il pensiero critico autentico e la vera creatività. Mentre la massa si uniforma reagendo in modo automatico alle breaking news e alle tendenze della rete, l’idiota si concede il lusso dell’inazione e della contemplazione, rifiutando di ottimizzare il proprio tempo secondo le logiche del profitto. Non si tratta di una fuga infantile dalla realtà, ma di una ritirata strategica per difendere la propria integrità psichica. L’idiota terapeutico è colui che rompe il legame di dipendenza con lo schermo, che smette di alimentare la macchina del consenso digitale e che ritrova la propria unicità non nella condivisione globale, ma nell’intimità di un’esistenza non tracciabile. In un’epoca che santifica la connessione totale, l’eresia più imperdonabile è il silenzio di chi ha deciso di non far parte del gioco. Sembra un percorso impossibile. Un’utopia. Eppure io ne ho conosciuti di idioti, eretici e saggi. Oggi loro sono le persone più libere e autonome del mondo. Non sono volate nell’iperuranio. Esistono e resistono con una lucidità inaudita. Non sono eremiti. Hanno solo scelto di non farsi trascinare dall’odio o dalla rabbia, o dalle paure, che straboccano, esondano dai mass media e dai social media. Come si fa a non amarli? Bisogna provare per qualche giorno la fantastica ebrezza dell’idiota di Byung-Chul Han e leggersi un buon libro per disintossicarsi.   Ray Man
October 1, 2026
Pressenza
Meta monetizza i video di abusi su bambini generati dall’intelligenza artificiale
Mentre i governi di tutto il mondo fanno leva sulla necessità di proteggere i minori per introdurre su internet sistemi di verifica dell’età estremamente invasivi per la privacy, un’indagine rivela che Meta ospita impunemente sulle proprie piattaforme contenuti generati dall’IA in cui la violenza sui minori viene trattata come uno spettacolo mesmerizzante. E non si tratta di una svista: l’azienda si è spinta, in alcune occasioni, a difendere questo genere di contenuti, sostenendo tacitamente che possano essere interpretati in chiave positiva. Spesso si fa notare che la tecnica non può rappresentare un male in sé, ma che è la sua applicazione a definirne l’effettiva bontà. Nel caso dei social media, lo scopo della tecnologia è sostenere un modello finanziario basato sulle inserzioni pubblicitarie, le quali prosperano in un ecosistema digitale fatto di interazioni costanti. Ebbene, Meta ha scoperto già da molti anni che il tasso di partecipazione di un ecosistema digitale centralizzato su amici e parenti è ben poca cosa, se paragonata a quello esercitato da contenuti polarizzanti e in grado di generare sdegno. Si tratta di un fatto già riconosciuto nel 2025 dallo stesso CEO dell’azienda, Mark Zuckerberg, il quale, testimoniando davanti al governo statunitense in un caso di antitrust, ha ammesso che ormai le piattaforme da lui gestite non sono più orientate a mettere in connessione le persone, non hanno più quella funzione di piazza pubblica che è stata millantata per anni, ma agiscono piuttosto “come un ampio spazio di scoperta e intrattenimento”. Il fatto è che questo intrattenimento non deve necessariamente essere di qualità: basta che sia in grado di catturare gli occhi delle persone, spingendole poi a commentare. In questo senso, la moda degli ultimi anni è tutta orientata sui cosiddetti “AI slop”, contenuti generati e distribuiti massivamente nella speranza di intercettare nicchie di mercato poco visibili, ma estremamente attive. Secondo quanto rivelato da Futurism, una di queste frange è costituita da gruppi che condividono e commentano video in cui infanti e bambini vengono “schiaffeggiati, presi a calci, colpiti con oggetti pesanti, trascinati per i capelli, bruciati su stufe o con ferri roventi, incatenati o chiusi in gabbie e congelatori, lanciati giù dalle scale, minacciati con coltelli o pistole, affamati, o forzati a mangiare cibo per cani o scarti raccolti da terra” e molto altro ancora. In molti dei casi riscontrati, questi video non finiscono nelle mani di persone compiaciute della violenza mostrata, ma, al contrario, popolano i feed di utenti che, non rendendosi conto che si tratti di contenuti generati con l’intelligenza artificiale, commentano mossi da sdegno e orrore. Migliaia di osservazioni di denuncia che fluiscono senza sosta: interazioni preziosissime per gli algoritmi di Meta, azienda che sarebbe tecnicamente in grado di prevenire la diffusione di questi video applicando semplici filtri di verifica. Anche quando le clip vengono segnalate, però, la Big Tech si dimostra restia a rimuoverle: Futurism ha testato la solerzia della piattaforma segnalando otto di questi contenuti e solo due delle clip incriminate sono state rimosse. E, in ogni caso, quei video sono rimasti online per più di una settimana prima di essere cancellati: un lasso di tempo talmente lungo da rendere l’intervento praticamente inutile, dato che il grosso delle interazioni si concentra nelle ore immediatamente successive alla pubblicazione. Un ritardo che potrebbe indicare che il contrasto di simili contenuti sia giudicato di bassa prioritá o, a voler essere negativi, un calcolo misurato pensato per simulare interesse senza però intaccare gli effetti del fenomeno. Non è nemmeno chiaro con quale pretesto alcuni video restino online, con l’azienda che si è limitata a far notare che molti di essi non violano le proprie policy e che si concludono con l’intervento di un adulto in difesa dei minori maltrattati, attribuendo così un valore positivo a una narrazione che rientra a pieno titolo nel torture porn. La proliferazione di questo genere di “abuso” algoritmico è ormai un fenomeno di lunga data, che si ripresenta a fasi alterne, e i social media sembrano molto più ansiosi di nasconderne l’esistenza all’opinione pubblica piuttosto che intervenire per arginarlo. La situazione, d’altronde, poggia le sue fondamenta su un modello economico che premia i portali e i creatori di contenuti capaci di “drogare” i propri post, alimentando un sistema doppiamente malsano. Se da un lato le Big Tech sono economicamente incentivate a chiudere un occhio, causando danni alla società intera, dall’altro ci sono masse di autori concentrati spesso in nazioni come Pakistan, India, Vietnam, Tailandia e Indonesia – aree del mondo in cui i pochi soldi ricavati dalle interazioni massive sui social sono sufficienti a garantire uno stipendio con cui tirare avanti la giornata. The post Meta monetizza i video di abusi su bambini generati dall’intelligenza artificiale appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 11, 2026
L'INDIPENDENTE
La dipendenza dai social esiste davvero?
Se i social “danno dipendenza” bisogna farsi alcune domande profonde soprattutto su che esperienza relazionale sia, oggi, quella dell’adolescenza. Proibire e basta non… L'articolo La dipendenza dai social esiste davvero? sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
September 11, 2026
L'INDISCRETO
Le ‘istruzioni per l’uso’ della tecnologia applicata allo sterminio
IA MULTITASKING: UN SOLO SISTEMA DI POTERE PER CONTROLLARE, UCCIDERE E PLASMARE LA NARRAZIONE SU CIÒ CHE ACCADE IN PALESTINA. Task 1 – SORVEGLIARE: Red Wolf / Blue Wolf Il 2 maggio 2023 il report Automated Apartheid di Amnesty International denunciava un’infrastruttura operativa nei Territori Occupati per il controllo della popolazione: un sistema di riconoscimento facciale utilizzato ai checkpoint di Hebron. Collegato a Blue Wolf, un’app che i soldati usano per fotografare palestinesi e arricchire il database Wolf Pack, Red Wolf scansiona il volto di chi si presenta al posto di blocco, lo confronta con quelli inclusi nei database che contengono esclusivamente dati biometrici di palestinesi e in cui, se non trova una corrispondenza, lo registra automaticamente, ovviamente senza il consenso della persona, a cui intanto viene negato il permesso di passaggio. Prima, nel 2020, i soldati di stanza a Hebron raccontavano che l’app Blue Wolf generava classifiche in base al numero di palestinesi registrati e che i comandanti israeliani premiavano il battaglione col punteggio più alto, incentivando così i soldati a tenere i palestinesi sotto sorveglianza costante. Non un caso isolato, Hebron era un ‘laboratorio sperimentale’: il riconoscimento facciale ai suoi checkpoint anticipava tecnologie che ora stanno adottando le forze dell’ordine di tutto il mondo. Nell’aprile 2023 l’Istituto delle Nazioni Unite per la ricerca su crimine e giustizia (UNICRI) ‘annunciava’ l’esistenza di un toolkit destinato a tutti i paesi membri di INTERPOL e ONU per regolamentare l’uso dell’IA da parte della polizia e avvertiva che il fenomeno fosse ormai globale e in gran parte privo di una cornice normativa adeguata: casi come quelli dei dipartimenti di polizia di Cuttack, Chennai e Hyderabad in India mostrano che il riconoscimento facciale si diffonde spesso senza alcuna legge a protezione dei cittadini dalla sorveglianza, tanto meno una normativa sulla protezione dei dati [Medianama, 2023]. Non stupisce che, già allora, Amnesty International chiedesse una messa al bando globale dello sviluppo, della vendita e dell’uso della tecnologia di riconoscimento facciale a fini di sorveglianza. Quello che ancora Amnesty ignorava è che la stessa logica di classificazione biometrica di massa sperimentata a Hebron non si era fermata lì. Era diventata il modello su cui si era costruito qualcosa di ancora più letale. Task 2 – COLPIRE: Lavender, Where’s Daddy, Gospel e Fire Factory Poco meno di un anno dopo l’uscita del report di Amnesty International, le testate israeliane +972 e Local Call (2024) rivelarono che l’esercito israeliano aveva sviluppato un programma basato sull’intelligenza artificiale, chiamato Lavender, che aveva prodotto una kill list arrivata a includere fino a 37˙000 palestinesi, con una supervisione umana di massimo 20 secondi per decidere se i bersagli erano effettivamente membri di Hamas. Un secondo sistema, Where’s Daddy?, serviva poi a rintracciare tali bersagli quando si trovavano a casa la notte, insieme alle famiglie. Secondo un’indagine della CNN di quell’anno il 40-45% delle munizioni sganciate su Gaza erano bombe non guidate (dumb) che causano danni maggiori ai civili perché distruggono l’intero edificio. E le fonti citate da +972 e Local Call – sei ufficiali dell’intelligence israeliana – avevano spiegato che queste bombe venivano riservate a coloro che, da un punto di vista militare, venivano considerati ‘insignificanti’, per i quali non era possibile giustificare lo spreco di munizioni più efficienti e più costose che avrebbero potuto colpire un solo piano dell’edificio. Ma l’intero ecosistema comprendeva anche altri due strumenti IA: – Gospel, che utilizza la sorveglianza aerea, le immagini satellitari e i dati di segnale per segnalare edifici e infrastrutture, l’entità della distruzione a Gaza (nell’ottobre 2025 secondo UNOSAT l’81% degli edifici risultava danneggiato o distrutto) riflette, secondo diversi analisti, criteri di classificazione poco trasparenti e con alta tolleranza agli errori; – Fire Factory, che si occupa della selezione delle munizioni e della logistica necessaria a proporre un piano d’attacco completo, calibrando le decisioni sul tipo di bersaglio [Artificial Weapons, 2024]. Task 3 – MANIPOLARE: LLM poisoning Secondo un’inchiesta pubblicata dal Guardian nel 2026, nel tentativo di indurre i chatbot a sostenere tesi filo-israeliane, un finto think tank statunitense – creato e finanziato da Israele – elaborando un totale di oltre 560˙000 parole in nove giorni ha divulgato 124 rapporti. L’Hanover Institute for Public Policy non risulta esistere come entità legale in nessuna giurisdizione, non ha indirizzo fisico, staff o autori, e presso il Dipartimento di Giustizia USA è stato registrato come “materiale distribuito per conto del governo israeliano”, come parte di un’iniziativa più ampia, finanziata con decine di milioni di dollari dal governo israeliano e veicolata tramite terze parti, tra cui anche il gruppo pubblicitario europeo Havas Media. La cosa più significativa è l’obiettivo dichiarato: “deployment of websites and content to deliver GPT framing results on GPT conversations”. Non convincere lettori umani quindi ma essere scoperto, citato e potenzialmente assorbito da sistemi IA come ChatGPT o Claude – quasi ogni titolo ha la forma di una potenziale domanda. I documenti sono presentati in modo accademico, corredati da fonti scrupolose, tra cui la Banca Mondiale, le Nazioni Unite e persino Amnesty International. Questa sorta di avvelenamento dei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) funziona perché essi privilegiano statistiche, dati e fonti – tutti elementi presenti in questi rapporti. Il rischio più grave è l’ingresso di queste informazioni false in archivi web di grandi dimensioni come Common Crawl, usati per addestrare i modelli IA commerciali: quando un modello “rigurgita” narrazioni assorbite in fase di addestramento, spesso non cita nemmeno le fonti, rendendo impossibile il fact-checking. C’è anche un altro fronte, complementare a quello della strategia dell’Hanover Institute: allo stesso tempo in cui si produce un contenuto sintetico per orientare l’IA a favore di Israele, sui social vengono sistematicamente soppressi i contenuti autentici, soprattutto se palestinesi. Tra ottobre e novembre 2023, Human Rights Watch (HRW) ha documentato oltre 1˙050 rimozioni di contenuti pubblicati su sui social Meta sia dai palestinesi che dai loro sostenitori. Uno studio del 2026 dell’Arab Center for the Advancement of Social Media, basato sull’analisi di 3˙520 casi documentati in cinque anni, parla esplicitamente di “platformicide“. Inoltre, quasi la metà dei ricorsi presentati tra il 2021 e il 2025 non ha mai ricevuto risposta e laddove Meta ha risposto le sue spiegazioni sono state spesso generiche o incomplete. I numeri poi devono essere interpretati con cautela poiché la portata del problema potrebbe essere maggiore, considerando che Meta fa sempre più ricorso a forme di enforcement invisibili, come lo shadowban, che colpiscono la visibilità dei contenuti senza che gli utenti ne siano informati. Il filo che unisce task e app Affinché Lavender possa generare migliaia di bersagli in pochi secondi o l’Hanover Institute possa produrre mezzo milione di parole in nove giorni, serve la stessa cosa: potenza di calcolo su scala industriale, fornita da aziende private occidentali. È qui che entra in gioco il Project Nimbus, un contratto da 1,2 miliardi di dollari stipulato dal governo israeliano con Google/Amazon per servizi di cloud computing e intelligenza artificiale – un’infrastruttura che vincola le due aziende a non negare mai il servizio a nessun ente del governo, esercito incluso, e ad avvertire segretamente Israele qualora fossero costrette a consegnare i dati israeliani alle autorità durante un’indagine (+972, 2025). Sorvegliare, colpire, manipolare non sono quindi tre strumenti diversi ma tre funzioni della stessa infrastruttura, costruite sullo stesso principio applicato a due direzioni opposte: ridurre le persone a un bersaglio da eliminare, e ridurre loro testimonianza a un ‘segnale da silenziare’. Elisabeth Di Luca FONTI INFORMATIVE: * Amnesty International – https://www.amnesty.org/en/documents/mde15/6701/2023/en/ * Medianama – https://www.medianama.com/2023/04/223-unicri-toolkit-ai-use-law-enforcement-agencies-3/ * 972 – https://www.972mag.com/lavender-ai-israeli-army-gaza/ * UN – https://www.un.org/unispal/document/unosat-gaza-strip-damage-assessment-31oct25 * Artificial Weapons – https://artificialweapons.com/case-studies/israel-ai-targeting-gaza * The Guardian – https://www.theguardian.com/world/2026/aug/26/fake-thinktank-israel-ai-propaganda * Human Rights Watch – https://www.hrw.org/report/2023/12/21/metas-broken-promises/systemic-censorship-palestine-content-instagram-and * Arab Center for the Advancement of Social Media – https://7amleh.org/storage/posts/pdf/c1900e47-1207-4b8a-a07c-1d681ce026a4.pdf * 972 – https://www.972mag.com/project-nimbus-contract-google-amazon-israel/ IMMAGINE: Osservatorio Diritti – https://www.osservatoriodiritti.it/2021/04/23/riconoscimento-facciale/ Redazione Italia
September 11, 2026
Pressenza
Think tank, influencer e IA: così Israele prova a riscrivere la propria immagine
Non passa giorno senza che emergano nuove informazioni su come l'apparato della comunicazione pubblica israeliana elabori nuove strategie e nuovi stratagemmi per orientare l'opinione pubblica e le politiche di nazioni che, sulla carta, dovrebbero essere alleate, ma che, spinte dal malcontento popolare, prendono sempre più le distanze dalle posizioni militariste di Tel Aviv. Israele cerca dunque di correre ai ripari, premendo sull'acceleratore per mettere in ombra tanto le posizioni di simpatia verso le sofferenze del popolo palestinese, quanto le proteste legate alla guerra con l'Iran, ricorre... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra. ABBONATI / SOSTIENI L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. The post Think tank, influencer e IA: così Israele prova a riscrivere la propria immagine appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 3, 2026
L'INDIPENDENTE
Il prezzo del silenzio: cosa ci dice davvero l’accordo Meta sui minori
L’accordo miliardario chiude il processo americano sulle accuse di dipendenza dei minori dalle piattaforme Meta senza ammissioni di colpa e interrompe le testimonianze. Ma dietro la cifra record resta una domanda: quando una sanzione diventa un costo prevedibile, quanto riesce davvero a cambiare il comportamento di un colosso tecnologico? Il 26 agosto Meta ha chiuso con quarantasette Stati americani, il Distretto di Columbia e alcuni territori un accordo fino a 16,68 miliardi di dollari sulle accuse di aver progettato piattaforme che creano dipendenza nei minorenni. Le azioni della società sono salite di oltre il 4% in premercato, lo stesso giorno in cui l’accordo veniva annunciato. Vale la pena partire da qui, dalla reazione della borsa, perché dice più di qualunque titolo di giornale su cosa sia realmente successo quel mercoledì a Oakland. Il processo era arrivato al settimo giorno di un calendario che ne prevedeva ancora cinque settimane. Sotto il profilo dei numeri, il 70% dell’importo, circa 12,7 miliardi di dollari, Meta lo verserà comunque, in rate distribuite su dieci anni: poco più di un miliardo l’anno, a fronte di un utile netto trimestrale che si aggira sui sedici miliardi. Il restante 30%, 5,3 miliardi, scatta solo se TikTok e YouTube accettano di sottoscrivere limiti analoghi per gli utenti minorenni, versando a loro volta cifre equivalenti agli Stati. È una clausola che protegge Meta dallo svantaggio competitivo di essere l’unica a stringere le maglie, e allo stesso tempo consegna ai procuratori generali un argomento pronto per bussare alla porta dei concorrenti. C’è un esperimento di economia comportamentale, condotto nel 1998 in dieci asili nido di Haifa dagli economisti Uri Gneezy e Aldo Rustichini, che aiuta a leggere quello che sta succedendo meglio di molte analisi giuridiche. In sei di quei dieci asili venne introdotta una multa di venti shekel per i genitori che arrivavano in ritardo a riprendere i figli. La previsione era che la multa avrebbe scoraggiato i ritardi. È successo il contrario: i ritardi sono aumentati, e sono rimasti alti anche dopo che la multa è stata tolta. Lo studio, pubblicato nel 2000 sul Journal of Legal Studies con il titolo “A Fine is a Price”, spiega il meccanismo così: finché il ritardo era percepito come una scortesia, c’era un debito morale verso l’educatrice, difficile da quantificare e spesso più pesante di venti shekel. Quando è comparsa una cifra su un cartellino, il debito morale è sparito ed è rimasta una transazione. Si può comprare mezz’ora di ritardo. E una cosa comprata non pesa più sulla coscienza. È lo schema in cui si inserisce l’accordo di Oakland. Duecento miliardi erano la richiesta iniziale degli Stati capofila, California, Colorado, Kentucky e New Jersey. Poco più di dodici sono la cifra garantita. Nessuna ammissione di colpa, nessuna sentenza, nessuna testimonianza dei vertici davanti a una giuria. Un comportamento che fino a ieri era una trasgressione da nascondere ha oggi un prezzo di listino pubblico, noto ai concorrenti e già contabilizzato nel trimestre. E come per la norma sociale svanita negli asili di Haifa, anche se domani quella clausola venisse rinegoziata o aggirata, difficilmente tornerà la percezione che progettare un prodotto per creare dipendenza nei minori sia semplicemente sbagliato, e non solo costoso. C’è una seconda partita, meno visibile nei numeri, che riguarda cosa l’accordo ha impedito di mettere agli atti. Il politologo Steven Lukes, in un libro del 1974 diventato un classico degli studi sul potere, distingueva tre facce del potere: la prima è vincere uno scontro aperto, la seconda è decidere cosa non arriva mai sul tavolo della discussione. È la seconda faccia quella che ha funzionato a Oakland. Nei sette giorni di udienze effettive, il capo di Instagram Adam Mosseri ha dovuto ammettere sotto giuramento che la funzione “Take a Break”, presentata pubblicamente come prova di attenzione al benessere degli adolescenti, era stata usata solo dall’1,8% dei minorenni, un dato che l’azienda non aveva mai reso noto, mentre in un post del 2021 rivendicava che oltre il 90% di chi la attivava la manteneva attiva, un modo elegante di tacere quanto pochi la attivassero. Interrogato se i genitori avessero avuto modo di saperlo, Mosseri ha risposto con un secco “corretto”, due volte. Nelle cinque settimane rimaste era prevista la testimonianza di Brian Boland, ex vicepresidente Meta uscito dall’azienda denunciando che gli allarmi sui danni ai minori arrivavano fino a Zuckerberg e la risposta era sempre la crescita prima della sicurezza. Il giorno stesso dell’accordo, Boland ha pubblicato un intervento intitolato “Meta ha pagato 17 miliardi per fermare un processo, non fidatevi di loro”. La sua testimonianza in aula non c’è mai stata, così come non c’è mai arrivata quella di Mark Zuckerberg, atteso nelle settimane successive. Non è la prima volta che questa sequenza si ripete. A luglio 2025, in Delaware, un gruppo di azionisti aveva citato Zuckerberg, Sheryl Sandberg, Peter Thiel, Marc Andreessen e altri consiglieri per non aver vigilato sullo scandalo Cambridge Analytica, chiedendo 8 miliardi di danni. Il processo si è fermato al secondo giorno, nell’ora stessa in cui Andreessen avrebbe dovuto testimoniare. L’accordo, reso pubblico solo mesi dopo, valeva 190 milioni di dollari, il 3% circa della richiesta iniziale, pagati non di tasca propria dai dirigenti ma dalla polizza assicurativa che copre gli amministratori. Nessuna deposizione, nessun verbale, nessuna sentenza su chi sapesse cosa e da quando. A questi due episodi si aggiunge, a novembre 2025, il rigetto da parte del giudice federale James Boasberg della causa antitrust con cui la Federal Trade Commission sosteneva che l’acquisizione di Instagram e WhatsApp avesse costruito un monopolio illegale. In quel caso il prezzo non è stato pagato in dollari: nell’anno precedente al verdetto Meta aveva versato un milione al fondo per l’insediamento di Trump, sostituito il responsabile delle policy globali con un lobbista repubblicano e chiuso il programma di fact-checking indipendente. Il verdetto è arrivato comunque nel merito, da un giudice nominato da Obama, ma il terreno politico intorno alla causa era stato nel frattempo reso più favorevole. C’è infine un aspetto dell’accordo del 26 agosto che la stampa italiana ha in gran parte ignorato, ed è quello che riguarda più da vicino chi legge da qui. Gli impegni concreti, il tetto di due ore al giorno per i minorenni, il blocco notturno dalla mezzanotte alle sei, le notifiche silenziate a scuola, la verifica dell’età entro dodici mesi, il divieto di vendere i dati dei minori per pubblicità mirata, valgono solo negli Stati Uniti. Meno di un utente Meta su dieci nel mondo è americano. Per gli altri nove, dall’India al Brasile, dal Marocco a Napoli, nessuna di queste tutele si applica: Instagram continua ad aprirsi normalmente alle due di notte, i dati dei minorenni continuano a essere venduti per pubblicità mirata. È lo stesso schema già visto nell’industria del tabacco, pacchetti con avvertenze pesanti in Occidente e sigarette senza restrizioni altrove. Il mercato ha reagito bene il 26 agosto perché ha visto esattamente questo: un rischio da 200 miliardi, con dentro l’incognita di una giuria americana e di dirigenti che parlano sotto giuramento davanti a una telecamera, trasformato in una voce di costo prevedibile, rateizzata su dieci anni e già scritta nel bilancio trimestrale. La prossima volta che una cifra con dieci zeri finisce in un titolo di giornale, forse vale la pena guardare oltre il numero, e chiedersi cosa quell’azienda abbia accettato di smettere di fare, per quanto tempo, e soprattutto dove. FONTI ● NPR, “Meta, states agree to $17 billion settlement in child safety trial” ● Stateline, “Meta to pay 47 states up to $17.1B in landmark child safety settlement” ● The Daily Record, “MD to net up to $327M from $16.68B Meta settlement over social media harms to children” ● Newsweek, “Meta’s $17B Child-Safety Settlement Is a Grim Bargain” ● NPR, “Instagram head Adam Mosseri testifies in defense of Meta in child safety trial” ● Reuters via The Star, “Instagram head Mosseri, at children’s addiction trial, says few teenagers knew of safety feature” ● Brian Boland, “Meta Paid $17 Billion to Stop a Trial. Do Not Trust Them.” ● Deadline, “Rob Bonta Says It’s ‘Telling’ Meta Settled In The Midst Of Trial” ● Reuters via Yahoo Finance, “Zuckerberg, Meta directors agree to $190 million settlement of shareholder privacy case” ● Insurance Journal, “Meta Settles Cambridge Analytica-Related Claims for $190 Million” ● Scott+Scott, “$190M Settlement Secured in Case Against Meta” ● Gneezy, U. e Rustichini, A., “A Fine is a Price”, Journal of Legal Studies, Vol. 29, No. 1 (2000) Francesco Russo
August 29, 2026
Pressenza
Il rischio della disinformazione sull’esito delle elezioni in Brasile
In vista delle elezioni presidenziali in Brasile, Amnesty International ha sottoposto a Facebook alcune inserzioni per verificare l’efficacia del sistema di moderazione di Meta. Più della metà delle inserzioni contenenti disinformazione sulle elezioni è stata approvata. Le altre sono state segnalate, ma non respinte esplicitamente pur se contenenti disinformazione sulle elezioni Amnesty International ha lanciato l’allarme sul rischio che, in vista delle elezioni presidenziali in Brasile del 4 ottobre, Meta potrebbe non contrastare in modo efficace la disinformazione sulle elezioni diffusa attraverso il sistema pubblicitario di Facebook. Da anni in Brasile i social media vengono utilizzati per diffondere disinformazione. Per verificare in che modo Facebook tratti la disinformazione sulle elezioni nelle inserzioni pubblicitarie, Amnesty International ha condotto un esperimento, sottoponendo alla piattaforma 15 inserzioni create appositamente e contenenti disinformazione elettorale. I contenuti andavano da accuse di brogli a messaggi che sostenevano la necessità di una presa del potere da parte dei militari. L’esperimento ha dimostrato che otto delle inserzioni presentate sono state approvate, mentre per le altre sette è stata richiesta la verifica dell’identità perché sembravano riguardare temi sociali, elezioni o politica. Non sono state dunque respinte specificamente perché contenevano disinformazione sulle elezioni. Amnesty International ha fatto in modo che questi annunci di prova non venissero pubblicati, nonostante Facebook non li avesse bloccati. “È fortemente allarmante che il sistema di moderazione di Meta non sia riuscito a intercettare più della metà delle inserzioni contenenti disinformazione sulle elezioni presentate da Amnesty International. Questo dimostra che Meta non sta facendo abbastanza per impedire che la sua piattaforma diventi un veicolo di disinformazione, continuando al tempo stesso a trarre profitto dai contenuti e dai sistemi pubblicitari che ne consentono la diffusione”, ha dichiarato Jurema Werneck, direttrice di Amnesty International Brasile. L’esperimento Amnesty International ha sottoposto a Facebook 15 inserzioni in portoghese brasiliano, destinate esclusivamente alla popolazione in età di voto in Brasile, per valutare come i sistemi di moderazione delle inserzioni della piattaforma trattassero i contenuti relativi alle elezioni in vista del voto del 4 ottobre 2026. Per fare in modo che le inserzioni rispecchiassero narrazioni elettorali effettivamente circolanti in Brasile, tra gennaio e maggio 2026 Amnesty International ha analizzato le conversazioni online e gli orientamenti espressi pubblicamente sui social media, oltre ai contenuti in lingua portoghese pubblicati sulle piattaforme Facebook e X. Quattordici inserzioni contenevano disinformazione, una era neutra. In questa analisi viene utilizzato il termine “disinformazione” secondo la terminologia usata da Amnesty International; nella costruzione e nell’analisi delle inserzioni dell’esperimento, tuttavia, è stata applicata la definizione di “misinformation” adottata da Meta. Come indicato nelle sue politiche e nei suoi Standard della community, questa definizione comprende informazioni false o inesatte, inclusi i contenuti che possono verosimilmente interferire con il funzionamento dei processi politici. Le 14 inserzioni contenenti “disinformazione” erano state pensate per riprodurre tre strategie spesso utilizzate da esponenti politici e candidati per sostenere pratiche autoritarie: la “delegittimazione elettorale”, cioè contenuti volti a minare la fiducia nelle elezioni, nei sistemi di voto o nei risultati elettorali; la “costruzione del nemico”, che presenta gli avversari politici e i tribunali come minacce per la nazione o come soggetti privi di legittimità; e l’“autoritarismo incentrato sulla sicurezza”, che presenta l’uso della forza, l’intervento militare o il governo di un uomo forte come risposte necessarie alla criminalità o al disordine politico. Alcune inserzioni erano riconducibili a una sola di queste categorie, mentre altre combinavano narrazioni appartenenti a più categorie. Tutte le inserzioni, tranne quella neutra, erano in violazione della politica di Meta sulle informazioni false, in particolare la sezione relativa alle interferenze con il voto o con i censimenti. L’inserzione neutra era stata inclusa per verificare l’obbligo imposto da Meta di confermare l’identità per tutti i contenuti relativi alle elezioni. Sette delle inserzioni elaborate da Amnesty International si basavano su affermazioni intenzionalmente fuorvianti riguardanti candidati e istituzioni elettorali, tra cui accuse secondo cui alcuni candidati stavano manipolando le elezioni e contenuti che mettevano in dubbio l’integrità del sistema di voto. Le altre sette contenevano informazioni false che avrebbero potuto interferire con la possibilità delle persone di votare, per esempio fornendo indicazioni errate su quando o come votare oppure su quali candidati partecipassero alle elezioni. L’account Facebook utilizzato per sottoporre le inserzioni non aveva completato la procedura di Meta “Conferma la tua identità”. Nell’ambito della ricerca si è scelto di non completare la verifica dell’identità, così da mantenere un account di prova neutro ed evitare che la cronologia o le attività precedenti dell’account potessero influenzare l’esito della moderazione delle inserzioni. Per ridurre il rischio che la cronologia d’uso degli account incidesse sui risultati, sono stati utilizzati account creati appositamente per la ricerca anziché account personali. Le persone che hanno condotto la ricerca non si trovavano fisicamente in Brasile e non hanno utilizzato una VPN per far apparire che le inserzioni fossero state inviate dal Brasile. Le inserzioni sono state sottoposte da Londra. Tutte le inserzioni erano programmate per essere pubblicate in una data successiva. In questo modo Amnesty International ha potuto verificare i processi di revisione delle inserzioni delle piattaforme, assicurandosi al tempo stesso che quelle eventualmente approvate potessero essere annullate prima della pubblicazione. Ciò ha impedito che venissero effettivamente diffuse e ha evitato potenziali conseguenze negative sui diritti umani o altri rischi di natura etica. Il 21 luglio 2026 Amnesty International ha scritto a Meta chiedendo una risposta alle accuse secondo cui i sistemi di moderazione pubblicitaria di Facebook non sarebbero riusciti a individuare la disinformazione sulle elezioni e sollevando preoccupazioni sull’adeguatezza dei sistemi adottati dall’azienda per individuare, valutare e mitigare i relativi rischi per i diritti umani. Al momento della pubblicazione di questo comunicato, Meta non ha ancora risposto. Risultati Facebook ha approvato otto inserzioni contenenti disinformazione e nessuna delle sette respinte è stata rifiutata esplicitamente perché conteneva disinformazione. Delle otto inserzioni contenenti disinformazione approvate per la pubblicazione, quattro rientravano esclusivamente nella categoria della “delegittimazione elettorale” e due esclusivamente in quella dell’“autoritarismo incentrato sulla sicurezza”, comprendendo anche contenuti di disinformazione che sostenevano un intervento militare o invitavano a non partecipare alle elezioni. Le altre due combinavano elementi riconducibili a tutte e tre le categorie. Le sette inserzioni respinte, tra cui quella neutra, sono state rifiutate perché considerate “inserzioni su temi sociali, elezioni o politica”. In questi casi, Gestione inserzioni di Facebook indicava che, poiché le inserzioni sembravano riguardare un tema sociale, elezioni o politica, l’account avrebbe dovuto completare la verifica dell’identità prima che potessero essere pubblicate. È importante sottolineare che questi avvisi non comunicavano che le inserzioni erano state respinte a causa del loro contenuto. Di conseguenza, non hanno permesso di capire come sarebbero state valutate se l’account avesse completato la verifica. Amnesty International ha inoltre individuato alcune carenze nelle misure di tutela applicate al momento della presentazione di inserzioni relative alle elezioni. È stato possibile sottoporre le inserzioni senza dichiarare che rientravano nelle “Categorie speciali di inserzioni” di Facebook, come previsto sia dalla legislazione elettorale brasiliana sia dalle politiche di Meta sulle inserzioni relative alle elezioni. Poiché l’account non aveva completato la verifica dell’identità, è stato inoltre possibile presentare le inserzioni senza l’indicazione “Pagato da”, che Meta richiede per i contenuti relativi alle elezioni. Si tratta di inserzioni che Facebook non avrebbe dovuto consentire di sottoporre senza una preventiva verifica dell’identità. Il fatto che le inserzioni potessero essere sottoposte da fuori del Brasile fa temere che controlli inadeguati sulla verifica e sulla trasparenza possano creare vulnerabilità sfruttabili da soggetti interni o stranieri intenzionati a influenzare i processi elettorali. La mancata applicazione degli obblighi di trasparenza previsti dalla legge elettorale e la possibilità di presentare le inserzioni da fuori del Brasile sollevano gravi preoccupazioni sul rischio che campagne di disinformazione, condotte sia da soggetti interni sia stranieri, possano interferire con i processi elettorali. Pongono inoltre interrogativi più ampi sull’adeguatezza dei sistemi di moderazione di Meta nell’individuare questi rischi. Il sistema di controllo di Meta utilizza tecnologie di intelligenza artificiale per individuare in modo proattivo nelle inserzioni contenuti potenzialmente contrari alle proprie politiche. I contenuti vengono poi valutati automaticamente oppure da persone addette alla revisione e, quando viene accertata una violazione, Meta applica le misure previste dai propri Standard della comunità, tra cui la rimozione, la limitazione o il rifiuto delle inserzioni. «L’indagine indica che i sistemi di moderazione di Facebook potrebbero non riuscire a individuare in modo affidabile i contenuti di disinformazione sulle elezioni. Sebbene Facebook abbia respinto sette delle 15 inserzioni, queste sono state segnalate in base alla politica sui temi sociali, le elezioni o la politica e non specificamente perché contenevano disinformazione elettorale. Ciò solleva gravi dubbi sul fatto che le misure di tutela adottate da Facebook in materia elettorale vengano applicate in modo coerente», ha dichiarato Ummar Bashir, ricercatore e consulente di Amnesty International su intelligenza artificiale e diritti umani. Amnesty International ha rilevato che i sistemi di moderazione di Facebook sembravano più efficaci nel riconoscere le inserzioni che descrivevano gli avversari politici come “criminali”, “traditori” o “soggetti privi di legittimità”. Per esempio, una delle inserzioni sottoposte al test affermava: “Lula [il presidente del Brasile] ruberà le elezioni”. Cinque delle sette inserzioni contenenti messaggi di questo tipo sono state respinte. Al contrario, tre delle quattro inserzioni che utilizzavano una retorica militare contraria allo stato di diritto e chiedevano che le forze armate prendessero il potere hanno superato i sistemi di moderazione di Facebook. Una di queste affermava: “Abbiamo bisogno di una rivoluzione militare, non votate alle elezioni e, se voterà meno del 50 per cento delle persone, i militari riprenderanno il potere!”. «Anziché tutelare la partecipazione elettorale, l’accesso a informazioni accurate e i diritti umani, questi sistemi rischiano di approvare contenuti dannosi», ha aggiunto Ummar Bashir. Imprese e standard sui diritti umani Secondo gli standard internazionali, le imprese hanno la responsabilità di rispettare i diritti umani e di evitare di causare, contribuire a causare o essere direttamente collegate a conseguenze negative per i diritti umani. Ciò comprende l’adozione di misure proattive per individuare, prevenire e mitigare tali conseguenze. Per piattaforme come Meta, questa responsabilità comprende anche l’obbligo di garantire che le pratiche di moderazione non consentano la diffusione di contenuti falsi o inesatti che possano incidere sul diritto delle persone all’informazione e alla partecipazione alla vita pubblica. La responsabilità di rispettare i diritti umani sussiste indipendentemente dalla regolamentazione statale e richiede una valutazione continua dei rischi, trasparenza e misure efficaci per mitigarli. Il modello di business di Meta basato sulla sorveglianza si fonda sulla raccolta e sull’analisi su larga scala dei dati delle persone che utilizzano le sue piattaforme, allo scopo di mantenerne alto il coinvolgimento e consentire una pubblicità altamente mirata. Le inserzioni vengono mostrate sulla base di una complessa combinazione di caratteristiche del profilo, tra cui la posizione geografica, i dati demografici, gli interessi e il comportamento online. La possibilità offerta da Meta agli inserzionisti di utilizzare strumenti sofisticati di previsione e microtargeting è un elemento centrale di questo modello. Nel primo trimestre del 2026, il 98 per cento dei ricavi di Meta è derivato dalla pubblicità. In vista delle elezioni presidenziali in Brasile, Amnesty International chiede a Meta di garantire risorse adeguate alla moderazione dei contenuti in portoghese brasiliano, compresa l’approvazione delle inserzioni, e di rafforzare immediatamente la propria capacità di individuare e affrontare i rischi legati alle elezioni. Meta dovrebbe inoltre condurre e pubblicare una nuova procedura di dovuta diligenza sui diritti umani specifica per il Brasile, valutando in che modo i propri sistemi, compresi quelli di moderazione dei contenuti e pubblicitari, possano contribuire a creare rischi per la partecipazione e l’accesso alle informazioni, e adottare misure efficaci e trasparenti per mitigarli. «Con le elezioni ormai a poco più di cinque settimane di distanza, Meta ha ancora tempo per intervenire con urgenza sui rischi legati ai suoi sistemi di moderazione delle inserzioni e impedire che la propria piattaforma venga utilizzata per diffondere disinformazione pericolosa. Consentire che contenuti di questo tipo circolino senza controllo potrebbe indurre in errore le persone che votano, erodere la fiducia nei processi elettorali e compromettere la possibilità di esercitare liberamente e in modo consapevole il diritto di voto», ha dichiarato Jurema Werneck, direttrice esecutiva di Amnesty International Brasile. Ulteriori informazioni Negli ultimi anni il Brasile ha adottato diverse misure per contrastare la disinformazione sulle elezioni. In occasione delle elezioni presidenziali del 2022, l’autorità elettorale nazionale brasiliana, il Tribunale superiore elettorale, ha introdotto misure più severe che imponevano alle piattaforme online di rimuovere rapidamente informazioni false o deliberatamente decontestualizzate sui processi elettorali, prevedendo multe e la possibile sospensione delle piattaforme in caso di mancato rispetto degli obblighi. Anche l’uso dell’intelligenza artificiale è stato sottoposto a restrizioni in vista delle elezioni municipali del 2024, con l’obiettivo di prevenire la disinformazione e la manipolazione delle elezioni. Nello stesso anno, la Corte suprema brasiliana ha inoltre disposto la sospensione di X, precedentemente Twitter, dopo che l’azienda non aveva rispettato alcuni provvedimenti giudiziari, tra cui quelli relativi ad account accusati di diffondere disinformazione. Nel marzo 2026 una nuova risoluzione ha definito in modo specifico quali contenuti le piattaforme sono tenute a rimuovere, tra cui contenuti falsi o decontestualizzati riguardanti il sistema di voto elettronico, il Tribunale elettorale e altri processi elettorali. La risoluzione vieta inoltre l’uso dell’intelligenza artificiale generativa per classificare, raccomandare, suggerire o dare priorità a candidati, campagne elettorali o partiti politici. Amnesty International
August 25, 2026
Pressenza
X denuncia le censure governative direttamente nel suo codice, ma non senza ambiguità
Il social X punta a una maggiore trasparenza e, più nello specifico, fa sfoggio della decisione di esplicitare ogni forma di censura governativa direttamente nel codice sorgente dei suoi algoritmi di raccomandazione, un codice che viene progressivamente messo a disposizione del pubblico attraverso una strategia di divulgazione open source. Si tratta di un passo importante per quanto riguarda la responsabilizzazione in ambito social, ma anche di una soluzione che rischia di rivelarsi più una distrazione di massa che uno strumento concretamente utile. La decisione é stata veicolata in maniera estremamente esplicita dal proprietario della piattaforma, il multimiliardario Elon Musk, il quale ha voluto mandare un messaggio netto e definitivo: “qualsiasi censura richiesta dai governi è ora visibile chiaramente”. Il riferimento è, nello specifico, alle elezioni brasiliane del 2026, evenienza per cui é stata indicata una voce specifica per rimarcare le richieste imposte dalla Corte Elettorale Superiore (TSE), pretese che sono state immediatamente rappresentate dalla politica statunitense con la forma dell’atto censorio. La giustizia brasiliana ha infatti imposto ai fornitori di applicazioni del web di disattivare, in periodo elettorale, gli algoritmi di raccomandazione relativi agli account ufficiali di tutti i candidati: in pratica, l’equivalente social del silenzio elettorale italiano. Una misura che non oscura del tutto i profili – chi già segue un candidato continua a vederne i post – e che non tocca le inserzioni a pagamento, ma che sembra comunque aver spinto Musk ad assumere una posizione coraggiosa: accettare gli atti di moderazione e censura stabiliti per legge dalle diverse legislazioni nazionali, ma, allo stesso tempo, renderne esplicita la natura, così che i singoli poteri si assumano la responsabilità delle proprie azioni oscurantiste. Una soluzione entusiasmante, radicale e rivoluzionaria, di cui però vale la pena mettere in dubbio la genuinità. Musk e le autorità brasiliane hanno alle spalle un passato tutt’altro che sereno: X si è più volte rifiutata di rimuovere post etichettati come propaganda/disinformazione di estrema destra, nonché di nominare un rappresentante legale in Brasile, mancanze che le sono costate l’oscuramento locale tra il 30 agosto e l’8 ottobre 2024, fino a quando l’azienda non si è adeguata alle norme di legge e non ha pagato una sostanziosa sanzione. Al di là delle diatribe brasiliane, gli algoritmi di raccomandazione di X sono inoltre motivo di attrito anche con Bruxelles. La Commissione Europea ha già multato X per 120 milioni di euro per il mancato rispetto del Digital Services Act (DSA) e ha parallelamente aperto un’indagine il cui scopo é proprio quello di comprendere il funzionamento degli algoritmi di raccomandazione del social, da tempo accusati di alimentare censure informali – i cosiddetti “shadowban” – e raccomandazioni mirate a orientare il flusso dell’attenzione pubblica verso determinati soggetti. In particolare verso lo stesso Musk. Che la situazione europea abbia influenzato o meno le decisioni dell’azienda, resta il fatto che X si sta muovendo verso un codice di programmazione dei propri algoritmi parzialmente leggibile da tutti grazie al modello “aperto”, così da rendere più immediata la comprensione dei meccanismi che governano le alchimie digitali della piattaforma. Il sistema, tuttavia, non è del tutto trasparente, si limita piuttosto a mostrare ciò che vuole mostrare. Alcuni elementi vengono infatti tenuti lontani dallo sguardo degli utenti per il timore che possano essere sfruttati per inondare il social di post calcolati per cavalcare gli algoritmi in maniera manipolatoria, inoltre il codice non riporta tutta una serie di privilegi nascosti. Non si può sapere con certezza, ad esempio, se Musk goda di comandi dedicati, se riceva incentivi inseriti manualmente dai programmatori o se il suo profilo aggiri in qualche maniera i normali filtri. Non è chiaro, inoltre, come l’azienda intenda comportarsi in contesti come quello indiano, dove i governi non solo possono richiedere interventi di moderazione dei contenuti, ma pretendono anche che tali richieste restino riservate. Se non seguita da azioni coerenti, la direzione intrapresa da X rischia dunque di ridursi a un’operazione di marketing pensata per accontentare certe istituzioni e compiacere l’utente medio, senza però garantire una trasparenza reale. Una prospettiva disarmante, ma tutt’altro che impossibile, perlomeno se consideriamo che da quando Musk ha assunto il controllo della piattaforma il social ha pressoché eliminato i report di trasparenza in cui, tra le altre cose, venivano riportati i tassi di intervento sulle richieste avanzate dai vari governi nei confronti dell’ex Twitter. The post X denuncia le censure governative direttamente nel suo codice, ma non senza ambiguità appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 25, 2026
L'INDIPENDENTE
META a processo per aver causato volontariamente dipendenza nei bambini
Meta si trova nuovamente nella situazione perniciosa di dover rispondere di un’accusa che le viene mossa ormai da decenni, ovvero quella di progettare le sue piattaforme deliberatamente per creare dipendenza. L’azienda guidata da Mark Zuckerberg si trova così coinvolta in un ennesimo processo che mira ad accertare i danni causati dalle piattaforme social. Questa volta, però, la Big Tech non dovrà vedersela con singoli soggetti che si sentono danneggiati da algoritmi asfissianti, bensì con buona parte degli Stati americani – 29 su 50 –, i quali chiedono che Meta paghi una multa da 1.400 miliardi di dollari – in pratica il valore stesso dell’azienda –, oltre a un profondo stravolgimento dei meccanismi che alimentano Instagram e Facebook. L’episodio è epocale: potrebbe rappresentare un punto di svolta nella gestione di ogni social presente nella vita degli utenti e stravolgere le economie di alcune delle imprese tech più opulente e influenti, quelle legate a doppio filo con politica e finanza. E il Mercato se n’è accorto: mentre Meta si presenta in tribunale, i suoi titoli a Wall Street calano di più del 4,4%. Le premesse, d’altronde, non sono delle migliori. Sebbene il settore tecnologico sia ben lontano dal mirino presidenziale, la presa di posizione di gran parte degli USA riflette un sentimento ormai radicato in buona parte della popolazione. Da quando esistono, le Big Tech sono state perlopiù graziate da due fattori: la vicinanza agli interessi governativi statunitensi e la famigerata “sezione 230”. La prima ha fatto sì che ogni tentativo di regolamentazione da parte di Paesi terzi venisse inquadrato come un attacco diretto agli Stati Uniti, elemento che comporta complessità geopolitiche non indifferenti; la seconda ha invece creato uno scudo normativo che ha sollevato ogni social e ogni forum dalla responsabilità di ciò che viene pubblicato dai propri utenti. L’idea era fortemente ancorata al desiderio iniziale di garantire che il web prendesse piede: se i portali avessero dovuto imporre una selezione dei contenuti comparabile alla responsabilità editoriale di una testata, internet avrebbe faticato a decollare. Il processo avviato in California intraprende dunque una direzione completamente diversa, concentrandosi sul benessere dei minori e appoggiandosi su precedenti recenti che hanno già riconosciuto Meta e YouTube come autori di mali digitali. Non potendo far leva sulla responsabilità editoriale delle piattaforme, le recenti cause contro le Big Tech si stanno infatti concentrando su come queste aziende abbiano progettato e sviluppato gli algoritmi di raccomandazione ignorandone la pericolosità, se non addirittura perseguendo dinamiche psicologiche che generano dipendenza al fine di attanagliare gli utenti ai loro servizi. La posizione dell’accusa è sintetizzata in maniera efficace dal Procuratore generale della California, Rob Bonta, secondo il quale Meta “ha progettato un prodotto pericoloso per i giovani utenti, sapeva che era pericoloso e poi ha mentito ai bambini, alle famiglie e alla comunità sulla sua pericolosità”. Oltre alla sostanziosa multa, gli Stati chiedono dunque a Zuckerberg di introdurre una serie di modifiche strutturali importanti: l’implementazione di un processo di verifica parentale per gli account dei teenager, la rimozione dei filtri dalle foto, l’interruzione dell’autoplay dei contenuti video, il divieto di creare account multipli e l’impossibilità di pubblicare post “effimeri”, ovvero l’eliminazione delle cosiddette “Storie” di Instagram. In sostanza, si pretende che Meta rinunci a tutti quegli espedienti che, per quanto potenzialmente dannosi, le permettono di restare competitiva e agguerrita sul Mercato. Il caso viene spesso letto, oltreoceano, attraverso la lente delle cause intentate negli anni Novanta contro la Big Tobacco, la lobby delle sigarette che per decenni ha cercato di nascondere e minimizzare gli effetti reali del fumo sulla salute umana. Quelle cause, all’epoca, sconvolsero il settore ma, soprattutto, rivoluzionarono la vita quotidiana delle persone: le aree per fumatori vennero progressivamente ridimensionate e oggi risultano, in molti contesti, quasi del tutto scomparse. Che qualcosa si stia muovendo per contrastare lo strapotere delle Big Tech è comunque evidente. Gli utenti, pur continuando a fare uso dei social, hanno ormai iniziato a comprendere che questi strumenti sono spesso gestiti in maniera dannosa per la salute mentale e lesiva nei confronti dei diritti individuali, mentre, in Europa, la Commissione Europea ha riconosciuto che Instagram e Facebook non fanno abbastanza per evitare che i loro servizi finiscano con il causare dipendenza. The post META a processo per aver causato volontariamente dipendenza nei bambini appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 19, 2026
L'INDIPENDENTE