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L’Alta Corte del Regno Unito dichiara illegale il divieto verso Palestine Action
Dopo mesi di repressione e migliaia di arresti, la giustizia britannica dichiara illegale la messa al bando del gruppo: il governo ha usato le leggi antiterrorismo per colpire la solidarietà con la Palestina. Nel Regno Unito si apre una crepa nel muro della repressione: l’Alta Corte ha dichiarato illegale il divieto imposto dal governo britannico a Palestine Action, annullando la classificazione del gruppo come organizzazione terroristica. È una sentenza che pesa, perché non riguarda solo un’organizzazione specifica, ma la deriva securitaria che ha provato a trasformare la protesta politica in “minaccia alla sicurezza nazionale”. La messa al bando era stata decisa nel giugno 2025 dalla Ministra dell’Interno Yvette Cooper, che aveva inserito Palestine Action nel perimetro delle leggi antiterrorismo, accusando il gruppo di “danni criminali su larga scala” e di rappresentare una minaccia per la sicurezza. La giustificazione politica e mediatica era arrivata dopo l’azione contro la base militare RAF Brize Norton, nel sud dell’Inghilterra: un’incursione dimostrativa, legata alle proteste contro il genocidio in corso a Gaza, che secondo l’accusa avrebbe provocato danni per circa 9,3 milioni di dollari a due aerei della base. Ma ciò che il governo ha tentato di far passare come “terrorismo” era, nella sostanza, un’operazione di criminalizzazione dell’attivismo: un salto di categoria che non nasceva da una reale esigenza di sicurezza, bensì dalla volontà politica di spezzare un movimento che colpiva direttamente i gangli materiali della complicità britannica con Israele. La battaglia legale è stata guidata dalla cofondatrice Huda Ammori, che ha impugnato il provvedimento definendolo “uno degli attacchi più estremi alle libertà civili nella storia recente del Regno Unito”. Una definizione tutt’altro che retorica: con il bando, infatti, chiunque fosse stato ritenuto membro o sostenitore del gruppo avrebbe potuto rischiare fino a 14 anni di carcere. Non per violenza contro persone, non per attentati, ma per appartenenza politica e partecipazione a un’organizzazione di protesta. Già nell’agosto 2025 un giudice dell’Alta Corte aveva riconosciuto la gravità della questione, concedendo a Palestine Action il permesso di appellarsi: secondo la corte, la messa al bando costituiva un’interferenza potenzialmente sproporzionata con gli articoli 10 e 11 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che tutelano rispettivamente libertà di espressione e libertà di riunione pacifica. Il nodo era chiarissimo: un governo può usare la cornice del terrorismo per colpire la protesta politica? Può annullare il diritto di organizzarsi e manifestare semplicemente ridefinendo come “terrorismo” ciò che è dissenso? La sentenza che annulla il bando risponde: no. E lo fa in modo netto. L’Alta Corte ha stabilito che la decisione era sproporzionata e che il Ministro dell’Interno aveva persino violato la propria politica interna. Tradotto: il governo ha forzato la mano, ha abusato dello strumento più pesante disponibile — la legislazione antiterrorismo — per ottenere un risultato politico: mettere a tacere un movimento. Il dato più inquietante è che, nel frattempo, la repressione è andata avanti come se il bando fosse un fatto naturale. Dopo la messa al bando, sono state arrestate più di 2.300 persone. Un numero enorme, che racconta una strategia precisa: non punire singoli episodi, ma intimidire un’intera area sociale e politica, rendendo la solidarietà con la Palestina un rischio penale. Non è un dettaglio marginale. È il cuore della questione: il governo britannico non stava cercando di “fermare il crimine”, ma di costruire un precedente, stabilire che in nome della sicurezza lo Stato può schiacciare movimenti politici scomodi, ridefinendoli come terroristi. È la stessa logica che, in altri contesti, ha colpito movimenti ecologisti radicali, sindacati combattivi, gruppi antirazzisti, ma qui l’obiettivo era ancora più specifico: spezzare una campagna che denunciava e sabotava la complicità occidentale con il genocidio di Gaza. Nel frattempo, la repressione giudiziaria ha assunto tratti sempre più pesanti: detenzione preventiva prolungata, regime da terrorismo, isolamento, silenzio istituzionale. Una condizione che ha spinto prigionieri legati al caso Palestine Action a ricorrere perfino allo sciopero della fame, gesto estremo che mostra quanto la macchina repressiva fosse stata portata fuori scala. E qualcosa, lentamente, ha iniziato a incrinarsi anche nei tribunali: all’inizio di febbraio, il tribunale di Woolwich ha scagionato sei imputati dalle accuse più gravi. Segnali che, messi insieme alla decisione dell’Alta Corte, delineano una realtà scomoda per il governo: la narrazione “antiterrorismo” sta cedendo. La questione, però, non finisce con una sentenza. Resta aperto il problema politico: cosa succede ora a chi è stato arrestato? Quale risarcimento, quale riparazione, quale responsabilità istituzionale verrà riconosciuta per un’operazione repressiva che ha colpito migliaia di persone? E soprattutto: quanti altri movimenti rischiano, domani, lo stesso trattamento? Perché questo è il punto più grande, e più grave. Palestine Action non è stata solo attaccata per ciò che ha fatto, ma per ciò che rappresenta: un attivismo che non si limita a “sensibilizzare”, ma che mira a interrompere concretamente i meccanismi materiali della guerra e dell’occupazione. È esattamente questo che ha fatto paura. L’Alta Corte, con questa decisione, ha fatto qualcosa che in questi anni accade sempre più raramente: ha imposto un limite all’arbitrio securitario. Ha ricordato che la libertà di parola e di riunione non sono concessioni revocabili quando diventano scomode e ha smascherato il tentativo, profondamente politico, di usare il terrorismo come etichetta universale per colpire la solidarietà con la Palestina. La repressione, però, non si cancella con una firma. Resta nelle vite di chi è stato arrestato, nelle carriere spezzate, nelle settimane in carcere, nelle famiglie sotto pressione. Resta nella paura che lo Stato ha provato a inoculare: l’idea che schierarsi con la Palestina significhi esporsi alla macchina penale. Per questo la sentenza non è un punto d’arrivo, è un terreno di lotta e soprattutto è un messaggio chiaro: la solidarietà non è terrorismo. E chi prova a trasformarla in reato, oggi, lo fa per proteggere l’impunità di un genocidio.   Osservatorio Repressione
February 13, 2026
Pressenza
TURCHIA: CENTINAIA DI FERMI E ARRESTI CONTRO LA SOLIDARIETÀ AL ROJAVA. IL RACCONTO DELLA “CAROVANA DEI POPOLI IN DIFESA DELL’UMANITÀ”
In Turchia sono state arrestate almeno 92 persone in una operazione a livello nazionale contro militanti di diverse organizzazioni della sinistra. Tra loro anche – ancora una volta – giornalisti e avvocati, dopo che la settimana scorsa altri 10 legali erano stati condannati a 11 anni di prigione per aver supportato detenuti politici di sinistra, turchi e curdi, con il supporto legale e l’assistenza medica. Sono tutti accusati di “appartenenza a un’organizzazione terroristica”. Secondo la denuncia del partito della sinistra curda e turca Dem, durante le manifestazioni quotidiane nel Kurdistan turco (Bakur) in solidarietà alla resistenza di Sdf, Ypg e Ypj in Rojava contro l’aggressione del cosiddetto governo di transizione siriano, sono state fermate circa 600 persone e 80 di queste sono ancora detenute. Tra le persone fermate anche diverse compagne e compagni internazionalisti della “Carovana dei popoli in difesa dell’umanità” che – riusciti a entrare in territorio turco e a unirsi alle mobilitazioni verso il confine siriano, in particolare a Suruc, al confine con la città di Kobane sotto assedio – sono stati fermati dalla polizia turca ed espulsi dal Paese. Alcuni di loro sono stati trattenuti per oltre 24 ore nei Cpr di Erdogan, costruiti con i finanziamenti miliardari dell’Ue per trattenere le persone migranti provenienti dall’area – in particolare proprio dalla Siria – e dirette in Europa. Radio Onda d’Urto ha intervistato Lucia, compagna che ha partecipato alla “Carovana dei popoli in difesa dell’umanità” e che è stata arrestata ed espulsa dalla Turchia dove, in attesa della deportazione, è stata trattenuta all’interno di un cpr. Ascolta o scarica.
February 3, 2026
Radio Onda d`Urto
Cisgiordania: cronaca di un pogrom a Masafer Yatta …
….. coordinato tra coloni e soldati israeliani Mentre i coloni incendiavano case e saccheggiavano bestiame in tre villaggi per oltre cinque ore, i soldati israeliani bloccavano ambulanze, arrestavano le vittime e partecipavano  ai pestaggi. di Basel Adra (*) La sera del 27 gennaio, coloni israeliani hanno lanciato uno dei pogrom più devastanti degli ultimi tempi nelle comunità palestinesi di Masafer
February 3, 2026
La Bottega del Barbieri
Iran. 470 degli arrestati legati a “reti estere”
Negli interventi, le forze di intelligence hanno confiscato una varietà di armi da fuoco, munizioni e materiali esplosivi. Le forze di sicurezza e intelligence iraniane hanno catturato oltre 470 persone in tre province, identificate come figure chiave dietro la recente ondata di disordini violenti e attività terroristiche legate a reti […] L'articolo Iran. 470 degli arrestati legati a “reti estere” su Contropiano.
January 21, 2026
Contropiano
Torino laboratorio di repressione: dagli arresti di giovani minorenni alle novità della Procura si anticipano le tendenze del nuovo ddl sicurezza@1
I giovani minorenni arrestati per aver contestato un volantinaggio razzista e xenofobo davanti alla loro scuola sono ancora sottoposti a misure cautelari quali gli arresti domiciliari da dicembre scorso. Per recarsi a scuola devono essere accompagnati dai loro genitori, per tornare a casa la stessa cosa. In prima battuta era stato loro negato il diritto allo studio. Un colpo all’autonomia, alla socialità, alla formazione di giovani ragazzi e ragazze che stanno pagando preventivamente una “responsabilità” che un processo dovrà ancora stabilire. Nei fatti ciò che si vuole colpire è la volontà e la vivacità di giovanissimi che non hanno voluto lasciare passare sotto silenzio una provocazione fascista condita da propaganda “anti-maranza”. Questo è ciò che viene proposto dal governo Meloni per le giovani generazioni e, a Torino, in queste settimane e mesi si sono verificati moltissimi episodi di questo genere, sono molte infatti le segnalazioni da parte di diverse scuole della città di volantinaggi di Gioventù Nazionale davanti all’ingresso. Insieme a una mamma di una ragazzo agli arresti domiciliari diamo spazio alla vicenda e condividiamo l’urgenza di mobilitarsi in maniera unita per tenere alta l’attenzione su un fatto come questo, anche in vista dell’udienza del riesame del 20 gennaio. Qui un estratto del testo scritto dalla rete di genitori del Liceo Einstein: “Come genitori degli studenti del Liceo Einstein di Torino riteniamo che le misure cautelari (permanenza in casa o detenzione domiciliari per minorenni) disposte dalla Procura ed operate dalle Forze dell’Ordine all’alba del 30.12.2025 nei confronti di ragazze e ragazzi minorenni (oggi indagati per i fatti avvenuti il 27.10.2025 al momento dell’ingresso per la frequenza della prima ora di lezione, presso la sede di via Bologna e per gli eventi svoltisi a Torino nello scorso autunno), rappresentino strumenti sproporzionati e stigmatizzanti che non contribuiscono in alcun modo alla costruzione di una società migliore, né alla formazione di cittadine e cittadini consapevoli: ne chiediamo pertanto e sin d’ora l’immediata revoca, anche al fine di garantire loro il diritto allo studio, al momento formalmente negato.” Anche i docenti del liceo Giordano Bruno hanno scritto una lettera per una scuola inclusiva e aperta, in risposta a un ulteriore volantinaggio di Gioventù Nazionale davanti alla loro scuola di qualche giorno fa. La lettera è stata pubblicata dalla Cub Scuola Università e Ricerca. Torino è per molti versi un laboratorio che anticipa le tendenze generali in ambito repressivo. In queste settimane si sono verificati diversi episodi che vanno nella direzione di una stretta repressiva. In particolare, ci si riferisce alle misure cautelari per altri 8 giovani minorenni arrestati a seguito delle manifestazioni per la Palestina del 3 ottobre 2025. In questo caso le maglie repressive si chiudono intorno a una composizione specifica, scegliendo di condurre un’operazione chiamata “riot” nei confronti di ragazzi di seconda generazione, isolandoli da principio rispetto al resto di chi si è mobilitato in quelle date di sciopero generale. Questo genere di approccio è in linea con il nuovo pacchetto sicurezza che sta venendo definito dal governo: il pacchetto sicurezza bis individua dei soggetti be precisi contro i quali condurre un accanimento puntuale. In primis, le persone non bianche, ormai soprannominate da governo e media “maranza” senza alcuna difficoltà nel riprodurre una narrazione razzista e stigmatizzante, e in secondo luogo le persone che si mobilitano in manifestazioni di piazza e quindi chi dissente. Lo scudo penale per gli agenti è solo una parte di questo decreto e le nuove misure prendono ispirazione da alcuni episodi delle ultime settimane come il tentativo di espulsione di Mohamed Shahin, l’inchiesta nei confronti di Hannoun, le manifestazioni per la Palestina. Zone Rosse, rafforzamento di presidi di polizia, aumento dei poteri per la polizia penitenziaria, operazioni sotto copertura soprattutto in carcere. Aumento dei reati per cui il questore può ammonire ragazzi tra i 12 e i 14 anni, con un’estensione del decreto Caivano. E’ previsto inoltre il divieto di ingresso in determinate zone del centro per chi ha anche solo una denuncia per reati di piazza, vengono liberalizzati i controlli e le perquisizioni preventive con la possibilità di fermi per prevenzione fino a 12 ore disposti direttamente dalla polizia per chi si pensa possa pregiudicare lo svolgimento dei cortei. Si inaspriscono le sanzioni amministrative, quindi escludendole dal diritto penale e dalle minime garanzie, indicando nelle deviazioni, disobbedienza civile, manifestazioni non autorizzate motivo di salassi fino a 20 mila euro. In questo contesto, si iscrive anche un ulteriore fatto inedito come quello per cui la Procura torinese vorrebbe creare un precedente, ossia la richiesta del carcere e dunque l’aggravamento delle misure per Giorgio Rossetto, all’oggi ai domiciliari, a seguito di una sua intervista su Radio Onda d’Urto, in cui il compagno aveva espresso alcune considerazioni in seguito allo sgombero dell’Askatasuna (come viene raccontato qui). Alla redazione di Radio Onda d’Urto va la nostra solidarietà per contrastare il tentativo di intimidire compagni e compagne che svolgono lavoro di informazione dal basso puntuale e lucido. Rispetto a tutti questi temi abbiamo chiesto un commento all’ex magistrato Livio Pepino
January 16, 2026
Radio Blackout - Info
Torino laboratorio di repressione: dagli arresti di giovani minorenni alle novità della Procura si anticipano le tendenze del nuovo ddl sicurezza@0
I giovani minorenni arrestati per aver contestato un volantinaggio razzista e xenofobo davanti alla loro scuola sono ancora sottoposti a misure cautelari quali gli arresti domiciliari da dicembre scorso. Per recarsi a scuola devono essere accompagnati dai loro genitori, per tornare a casa la stessa cosa. In prima battuta era stato loro negato il diritto allo studio. Un colpo all’autonomia, alla socialità, alla formazione di giovani ragazzi e ragazze che stanno pagando preventivamente una “responsabilità” che un processo dovrà ancora stabilire. Nei fatti ciò che si vuole colpire è la volontà e la vivacità di giovanissimi che non hanno voluto lasciare passare sotto silenzio una provocazione fascista condita da propaganda “anti-maranza”. Questo è ciò che viene proposto dal governo Meloni per le giovani generazioni e, a Torino, in queste settimane e mesi si sono verificati moltissimi episodi di questo genere, sono molte infatti le segnalazioni da parte di diverse scuole della città di volantinaggi di Gioventù Nazionale davanti all’ingresso. Insieme a una mamma di una ragazzo agli arresti domiciliari diamo spazio alla vicenda e condividiamo l’urgenza di mobilitarsi in maniera unita per tenere alta l’attenzione su un fatto come questo, anche in vista dell’udienza del riesame del 20 gennaio. Qui un estratto del testo scritto dalla rete di genitori del Liceo Einstein: “Come genitori degli studenti del Liceo Einstein di Torino riteniamo che le misure cautelari (permanenza in casa o detenzione domiciliari per minorenni) disposte dalla Procura ed operate dalle Forze dell’Ordine all’alba del 30.12.2025 nei confronti di ragazze e ragazzi minorenni (oggi indagati per i fatti avvenuti il 27.10.2025 al momento dell’ingresso per la frequenza della prima ora di lezione, presso la sede di via Bologna e per gli eventi svoltisi a Torino nello scorso autunno), rappresentino strumenti sproporzionati e stigmatizzanti che non contribuiscono in alcun modo alla costruzione di una società migliore, né alla formazione di cittadine e cittadini consapevoli: ne chiediamo pertanto e sin d’ora l’immediata revoca, anche al fine di garantire loro il diritto allo studio, al momento formalmente negato.” Anche i docenti del liceo Giordano Bruno hanno scritto una lettera per una scuola inclusiva e aperta, in risposta a un ulteriore volantinaggio di Gioventù Nazionale davanti alla loro scuola di qualche giorno fa. La lettera è stata pubblicata dalla Cub Scuola Università e Ricerca. Torino è per molti versi un laboratorio che anticipa le tendenze generali in ambito repressivo. In queste settimane si sono verificati diversi episodi che vanno nella direzione di una stretta repressiva. In particolare, ci si riferisce alle misure cautelari per altri 8 giovani minorenni arrestati a seguito delle manifestazioni per la Palestina del 3 ottobre 2025. In questo caso le maglie repressive si chiudono intorno a una composizione specifica, scegliendo di condurre un’operazione chiamata “riot” nei confronti di ragazzi di seconda generazione, isolandoli da principio rispetto al resto di chi si è mobilitato in quelle date di sciopero generale. Questo genere di approccio è in linea con il nuovo pacchetto sicurezza che sta venendo definito dal governo: il pacchetto sicurezza bis individua dei soggetti be precisi contro i quali condurre un accanimento puntuale. In primis, le persone non bianche, ormai soprannominate da governo e media “maranza” senza alcuna difficoltà nel riprodurre una narrazione razzista e stigmatizzante, e in secondo luogo le persone che si mobilitano in manifestazioni di piazza e quindi chi dissente. Lo scudo penale per gli agenti è solo una parte di questo decreto e le nuove misure prendono ispirazione da alcuni episodi delle ultime settimane come il tentativo di espulsione di Mohamed Shahin, l’inchiesta nei confronti di Hannoun, le manifestazioni per la Palestina. Zone Rosse, rafforzamento di presidi di polizia, aumento dei poteri per la polizia penitenziaria, operazioni sotto copertura soprattutto in carcere. Aumento dei reati per cui il questore può ammonire ragazzi tra i 12 e i 14 anni, con un’estensione del decreto Caivano. E’ previsto inoltre il divieto di ingresso in determinate zone del centro per chi ha anche solo una denuncia per reati di piazza, vengono liberalizzati i controlli e le perquisizioni preventive con la possibilità di fermi per prevenzione fino a 12 ore disposti direttamente dalla polizia per chi si pensa possa pregiudicare lo svolgimento dei cortei. Si inaspriscono le sanzioni amministrative, quindi escludendole dal diritto penale e dalle minime garanzie, indicando nelle deviazioni, disobbedienza civile, manifestazioni non autorizzate motivo di salassi fino a 20 mila euro. In questo contesto, si iscrive anche un ulteriore fatto inedito come quello per cui la Procura torinese vorrebbe creare un precedente, ossia la richiesta del carcere e dunque l’aggravamento delle misure per Giorgio Rossetto, all’oggi ai domiciliari, a seguito di una sua intervista su Radio Onda d’Urto, in cui il compagno aveva espresso alcune considerazioni in seguito allo sgombero dell’Askatasuna (come viene raccontato qui). Alla redazione di Radio Onda d’Urto va la nostra solidarietà per contrastare il tentativo di intimidire compagni e compagne che svolgono lavoro di informazione dal basso puntuale e lucido. Rispetto a tutti questi temi abbiamo chiesto un commento all’ex magistrato Livio Pepino
January 16, 2026
Radio Blackout - Info
L’ICE spara a un uomo a Minneapolis. Il governatore Walz denuncia la “campagna federale di brutalità organizzata”
In Minnesota, gli agenti federali hanno lanciato gas lacrimogeni, palline al pepe e granate stordenti contro i manifestanti che si erano radunati mercoledì sera vicino al luogo in cui un agente federale ha sparato e ferito un uomo nella zona nord di Minneapolis. Il sindaco Jacob Frey ha dichiarato dopo la sparatoria che i dettagli rimangono poco chiari, pur condannando ancora una volta l’ondata di agenti dell’ICE che ha invaso le Twin Cities. Testimoni hanno riferito allo Star Tribune che una serie di colpi di pistola ha fatto seguito a un inseguimento in auto e a piedi che ha coinvolto agenti federali, i quali avrebbero ordinato ai residenti di uscire dalle loro case con le mani in alto. Diverse persone, tra cui alcuni bambini, sono quindi uscite nel freddo gelido. Secondo l’amministrazione Trump, la vittima è stata colpita alla gamba dopo aver opposto resistenza all’arresto e aver “aggredito violentemente” un agente. Minneapolis ha registrato tre sparatorie dal giorno di Capodanno. Due di queste sono state compiute da agenti federali. In una dichiarazione video rilasciata poco prima dell’ultima sparatoria, il governatore del Minnesota Tim Walz ha condannato quella che ha definito “una campagna di brutalità organizzata contro la popolazione del Minnesota da parte del nostro stesso governo federale”. “Agenti dell’ICE armati, mascherati e poco addestrati stanno andando di porta in porta, ordinando alle persone di indicare dove vivono i loro vicini di colore. Fermano indiscriminatamente le persone, compresi i cittadini statunitensi e chiedono loro di mostrare i documenti. Nei negozi di alimentari, alle fermate degli autobus, persino nelle nostre scuole, rompono le finestre, trascinano per strada donne incinte, afferrano semplicemente i cittadini del Minnesota e li spingono in furgoni senza contrassegni, rapendo persone innocenti senza alcun preavviso e senza un regolare processo” ha denunciato il governatore del Minnesota Tim Walz.   Anna Polo
January 15, 2026
Pressenza
Vendetta del governo contro le manifestazioni di ottobre. Arresti a Torino, decine di denunce in tutta Italia
All’alba di oggi a Torino è arrivata l’ultima fase dell’ondata repressiva scatenatasi nel paese a seguito delle potenti manifestazioni di ottobre e settembre contro il genocidio in Palestina e la complicità del governo italiano. Otto misure cautelari sono state eseguite a Torino dalla Polizia nell’ambito dell’operazione “Riot” contro alcuni giovani […] L'articolo Vendetta del governo contro le manifestazioni di ottobre. Arresti a Torino, decine di denunce in tutta Italia su Contropiano.
January 14, 2026
Contropiano
GenZ 212: dal Marocco la testimonianza di Adilah contro il silenzio del sistema. Seconda parte
La prima parte dell’articolo si può leggere al seguente link. Come si sono svolte le manifestazioni e quale è stata la risposta delle autorità? All’inizio le proteste erano pacifiche al 100%. Fin dai primi giorni, l’intenzione dei partecipanti era quella di manifestare senza ricorrere alla violenza. A colpire, tuttavia, è stata la reazione delle forze di sicurezza, che hanno risposto con un uso della forza ritenuto sproporzionato dai manifestanti. Il 3 ottobre ci sono state alcune proteste che sono degenerate in scontri violenti tra la polizia e i partecipanti. Ci sono stati alcuni episodi di violenza, ma le proteste erano perlopiù pacifiche. Anche all’interno degli spazi digitali del movimento non si può escludere la presenza di singoli messaggi che incitavano alla violenza, ma la linea condivisa dalla maggioranza era chiaramente orientata alla protesta nonviolenta. Durante il secondo fine settimana di manifestazioni si sono registrate tensioni solo in alcune città, in particolare Lqliaa, Oujda e Salé, mentre altrove i cortei si sono svolti senza degenerare. Secondo i partecipanti, anche di fronte agli interventi violenti della polizia, la maggior parte dei manifestanti ha cercato di mantenere un atteggiamento non conflittuale.     A segnare in modo profondo la mobilitazione è stato quanto accaduto il primo ottobre, quando tre persone che si trovavano nei pressi di un corteo, ma che non partecipavano alle proteste né appartenevano alla Generazione Z, sono state uccise. I manifestanti affermano di essere in possesso di video che dimostrerebbero l’estraneità delle vittime agli scontri. In un primo momento, le famiglie sarebbero state sottoposte a pressioni affinché non rendessero pubblica la vicenda; successivamente, non avendo ottenuto l’apertura di un’inchiesta ufficiale, hanno deciso di esporsi pubblicamente, partecipando a interviste e iniziative online. I familiari hanno diffuso materiali video a sostegno della loro versione dei fatti, sostenendo che le vittime non avessero preso parte né alle proteste né ad atti di violenza. Ma anche se fossero stati coinvolti nella violenza, non meritavano di essere colpiti come è successo. Ci sono state conseguenze legali per chi ha partecipato alle proteste? Una cosa che la maggior parte delle persone non sa e che credo il governo stia cercando di nascondere, è il fatto che le persone che hanno protestato hanno ricevuto sentenze assurde. Alcuni sono stati condannati da cinque a quindici anni per motivi disparati: inviare messaggi su Discord, indossare certe magliette durante le manifestazioni o aver compiuto atti di violenza. Tra loro ci sono anche minorenni. Uno dei primi iscritti al server Discord del movimento, che non aveva nemmeno partecipato fisicamente alle proteste, è stato arrestato il 26 settembre e condannato a cinque anni solo per “incitamento a protestare”. Non è un caso isolato: altre persone hanno ricevuto condanne fino a quindici anni. Altre sentenze hanno colpito in modi ancora più paradossali. Due giovani sono stati condannati a otto mesi di reclusione per le magliette che indossavano: una con la scritta “Gen Z”, l’altra con “Free Palestine”. Casi che rimangono quasi sconosciuti all’opinione pubblica. Pensi che i media internazionali abbiano frainteso qualcosa riguardo a queste mobilitazioni? Sì, in gran parte. I media si sono concentrati sulle nostre reazioni invece che su quelle del governo, che sono state molto più dure, violente e lesive dei diritti umani. I media nazionali ci hanno dipinto come violenti o manipolati, evidenziando episodi isolati per giustificare la brutalità della polizia, senza mostrare le marce pacifiche, gli arresti arbitrari e i maltrattamenti. Anche i media internazionali credo siano stati influenzati dalla narrativa ufficiale, trascurando le disuguaglianze sociali e la frustrazione dei giovani. La protesta, spesso etichettata come “ribellione della Generazione Z”, nasceva in realtà dall’impossibilità di ottenere permessi ufficiali per manifestare contro il governo: un paradosso in cui chi cerca di rispettare la legge viene punito.  Perché avete smesso di scendere in strada? È stato perché all’inizio di ottobre il governo ha approvato un aumento del 16% dei fondi destinati al settore sanitario e dell’istruzione? La maggior parte della Generazione Z non era contenta di questa misura, perché il problema non era in realtà l’aumento o la diminuzione della percentuale destinata alla sanità. Il problema principale è la corruzione: indipendentemente dall’aumento dei fondi stanziati, la corruzione continuerà a esistere. Quindi le proteste non sono state interrotte a causa dell’aumento dei fondi o qualcosa del genere. Non è affatto questo il motivo. Il motivo per cui abbiamo smesso di protestare è in realtà la violenza contro le persone che sono scese in strada pacificamente. Ancora ora se uscissi allo scoperto e dicessi: “Sì, ho partecipato alle proteste” o, soprattutto, “Faccio parte del server Discord”, finirei in prigione, come dicevo prima. Penso che le condanne di cui parlavo siano una delle cose che il governo ha usato per spaventarci e impedirci di protestare. Infatti, prima di uscire, la maggior parte di noi a volte cancella Discord, Telegram e Instagram; usiamo molto le VPN; evitiamo di condividere nomi o foto; alcuni di noi continuano a cambiare account. Spaventa che il solo fatto di partecipare a una riunione online potrebbe essere sufficiente per farti arrestare. Penso che questo la dica lunga sulla fragilità delle libertà civili in Marocco. Nonostante ciò, le discussioni tra noi sono ancora in corso. Cosa succederà ora al movimento? Pensi che ci saranno altre proteste? Sì, penso che ci saranno altre proteste, anche se per ora sono state sospese. La gente dice che dovremmo tornare nelle piazze ma allo stesso tempo ha paura di finire in prigione e ricevere le condanne di cui ho parlato prima. Ha paura di sprecare 10 anni della propria vita solo per questo. Soprattutto i ventenni, non possono permettersi di perdere dai 5 ai 10 o ai 15 anni della loro vita. Io ho già partecipato e penso che lo rifarei sicuramente, perché se tutti pensassimo di dover restare a casa per non metterci in pericolo, non cambieremo mai nulla in questo Paese. Per essere contenti con l’esito delle proteste, la maggior parte della gente desidera dei miglioramenti netti per l’assistenza sanitaria, l’istruzione e la lotta alla corruzione. Ma per quanto mi riguarda, penso che il mio obiettivo, ripeto, sia la lotta alla corruzione. Perché, come dicevo, sono una studentessa di medicina, lavoro nel settore sanitario e non ho visto alcun cambiamento dall’inizio delle proteste. Non è cambiato letteralmente nulla. Quindi la radice del problema è la corruzione. Per ora però mi concentro sul risultato più positivo dei movimenti della Generazione Z in tutto il mondo: ricordare alla Generazione Z, che dovrebbe essere “la generazione poco seria”, quanto può essere forte e che non dovremmo mai stare zitti o essere messi a tacere di fronte alla repressione e l’oppressione.   Africa Rivista
January 1, 2026
Pressenza