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Gran Bretagna. Ancora arresti di massa in piazza per chi sostiene Palestine Action
Nella giornata di sabato la polizia di Londra ha arrestato 523 persone durante una protesta a Trafalgar Square, nella capitale britannica. Gli attivisti sono stati arrestati per aver espresso solidarietà con il gruppo “Palestine Action” . Da quando questa organizzazione è stata dichiarata “terrorista” dal governo del Regno Unito lo […] L'articolo Gran Bretagna. Ancora arresti di massa in piazza per chi sostiene Palestine Action su Contropiano.
April 14, 2026
Contropiano
Tutti liberi gli attivisti del Convoy Nuestra América arrestati ieri
Il brasiliano Thiago Avila, e gli statunitensi Chris Smalls e Katie Halper, arrestati rispettivamente all’aeroporto di Panama e a quello di Miami mentre tornavano dalla missione di solidarietà a Cuba, sono stati liberati. Ne danno notizia gli attivisti stessi sui loro social, rinnovando l’impegno a lottare insieme senza farsi fermare da minacce e intimidazioni.   Redazione Italia
March 26, 2026
Pressenza
Tre attivisti del Convoy Nuestra América arrestati di ritorno da Cuba
Riprendiamo dalla pagina Facebook dell’attivista brasiliano Thiago Avila questo allarmante appello lanciato dal suo team di comunicazione. Thiago Avila è stato arrestato questa mattina alle 8:17 (ora locale) all’aeroporto di Panama e portato via per essere interrogato. L’ultimo contatto risale alle 9:50 e da allora non è stato più possibile comunicare con lui. Thiago Avila durante la navigazione verso Cuba. Altri due attivisti, Chris Smalls e Katie Halper, sono attualmente detenuti a Miami. Tutti avevano partecipato al Convoy Nuestra América, un’iniziativa internazionale di solidarietà con Cuba e stavano tornando a casa. Finora non ci sono informazioni chiare sulla situazione legale o sulla previsione di rilascio, il che fa temere una possibile criminalizzazione delle azioni umanitarie. Chiediamo attenzione, mobilitazione e ampia diffusione per garantire l’incolumità dei compagni e il loro immediato rilascio. Apprezziamo il vostro sostegno. Team di comunicazione di Thiago Avila Anna Polo
March 25, 2026
Pressenza
Solidarietà contro gli arresti a Milano, opporsi al genocidio non è reato
A seguito dell’ondata repressiva che ha toccato la città di Milano in questi ultimi giorni, ripubblichiamo il comunicato stampa diffuso dal CSA Lambretta. In questo momento a Milano è in corso un’operazione repressiva di polizia che coinvolge decine di persone, 11 appartenenti al CSA Lambretta e a Gaza FREEstyle. Ad ora il procedimento penale riguarda 27 persone (con diverse misure cautelari) in riferimento allo sciopero generale – contro il genocidio del popolo palestinese e al fianco della Global Sumud Flottilla – per Gaza del 22 settembre, conclusosi con il tentativo di occupare Stazione Centrale: un’azione di massa, non certo riconducibile a un singolo gruppo politico o, come alcuni giornali hanno suggerito, etnico. È stata l’azione di un corpo collettivo, nel contesto di rivolta sociale che ha attraversato l’Italia: “Blocchiamo tutto” erano le sue parole d’ordine. In quelle settimane di mobilitazione, milioni di persone sono scese in piazza in decine di città italiane ed europee per chiedere la fine della guerra genocida di Israele nella Striscia di Gaza e denunciare le responsabilità politiche che l’hanno resa possibile (e continuano a farlo). Le complicità del nostro governo, dell’Unione Europea, del Nord Globale: continuiamo ad avere rapporti diplomatici ed economici con Israele, ma soprattutto continuiamo a vendere loro armi. Secondo i dati diffusi dalle principali organizzazioni umanitarie internazionali, dal 7 ottobre sono state uccise decine di migliaia di persone palestinesi, una percentuale enorme delle quali bambini e bambine. Più dell’80% delle città è stato completamente raso al suolo. Senza dimenticare la distruzione di un intero ecosistema. La popolazione di Gaza continua a vivere sotto assedio anche adesso, nonostante la “tregua”, amministrata dal Board Of Peace per conservare i profitti e le conquiste di Israele e i suoi alleati. Le infrastrutture civili sono distrutte, gli ospedali ridotti a nulla o al collasso: una crisi senza precedenti. > In questo contesto, la mobilitazione sociale è diventata uno degli strumenti > principali attraverso cui una parte crescente della società civile prova a > opporsi a quella che molte organizzazioni internazionali definiscono una > punizione collettiva su larga scala. I provvedimenti e le misure cautelari che oggi colpiscono attivist* e militanti a Milano non sono un episodio isolato: negli ultimi mesi centinaia di persone in tutta Italia e numerose realtà sono state raggiunte da denunce, arresti, DASPO urbani e altre limitazioni della libertà personale per aver partecipato a cortei, blocchi, scioperi e azioni di disobbedienza civile legate alla solidarietà con la popolazione palestinese. Un’escalation repressiva che riflette una tendenza più ampia: negli ultimi anni l’utilizzo di strumenti amministrativi e giudiziari contro le mobilitazioni sociali è aumentato in modo significativo, trasformando spesso il dissenso politico in questione di sicurezza nazionale, ovvero in difesa dello status quo. Il governo Meloni attacca sistematicamente le realtà sociali organizzate – forte dell’approvazione dei decreti sicurezza – per limitarne l’agibilità politica e silenziarne la capacità di costruire conflitto e proposte. Non si tratta soltanto di colpire singoli episodi di protesta, ma di intervenire su quei luoghi collettivi che negli anni hanno costruito spazi liberati, pratiche vive di cittadinanza. Non è casuale, inoltre, il tempismo di questa operazione. Arriva pochi giorni prima della grande mobilitazione nazionale “No Kings” che stiamo costruendo insieme a decine di realtà sociali e politiche e che porterà migliaia di persone in piazza il 27 e il 28 marzo a Roma. Due giornate di iniziative contro la guerra, il riarmo e le gerarchie di potere che continuano a produrre conflitti e disuguaglianze. E arriva anche a poche settimane dalla partenza di una nuova missione della Global Sumud Flotilla, un’iniziativa internazionale che punta ancora una volta a rompere l’isolamento della Striscia di Gaza e a portare aiuti umanitari alla popolazione civile, sfidando un blocco che dura ormai da oltre quindici anni. Come CSA Lambretta e Gaza FREEstyle siamo impegnati in questi mesi ed in queste settimane per dare il nostro contributo alla nuova missione in partenza. Nonostante gli ostacoli e le difficoltà che inevitabilmente deriveranno da queste misure repressive, il nostro impegno non si ferma. Al contrario, si rafforza. Perché la storia dei movimenti sociali insegna che ogni tentativo di criminalizzare il dissenso nasce dalla paura che quel dissenso possa diventare contagioso, capace di mettere in discussione l’ordine delle cose. Viviamo in un tempo segnato da crisi economiche ricorrenti, guerre sempre più tecnologiche e diffuse, crescita vertiginosa delle spese militari e concentrazione del potere nelle mani di élite sempre più ristrette. L’industria militare ha ottenuto profitti record negli ultimi anni negli ultimi anni, mentre intere fasce della popolazione continuano a subire precarietà, impoverimento e tagli ai servizi essenziali. In questo scenario, le prime a pagare il prezzo delle scelte politiche e militari sono sempre le persone comuni: è la cancellazione di ogni possibilità di presente e di futuro. Per questo continuiamo a pensare che sia necessario immaginare e costruire un mondo diverso, in cui la vita e la dignità delle persone tornino a essere centrali e in cui l’economia dal basso del benessere sociale sostituisca l’economia di guerra e di occupazione. Una società fondata sull’etica dell’empatia e della libertà, non dell’autorità e della ricchezza. Ogni volta che si prova a zittire una piazza si finisce soltanto per riempirne un’altra: ci vediamo là, dove siamo sempre stat*. Per sostenere le spese legali: Intestazione: “Mutuo Soccorso Milano APS” C/O Banca Etica Causale: Spese legali Iban: IT92F0501801600000016973398 La copertina è di Milano in Movimento SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Solidarietà contro gli arresti a Milano, opporsi al genocidio non è reato proviene da DINAMOpress.
March 20, 2026
DINAMOpress
Milano. Decine di denunce e arresti per il blocco alla stazione di Milano a settembre
La questura di Milano nella giornata di ieri ha notificato 27 denunce e 6 misure cautelari ad altrettanti compagni e compagne per i fatti avvenuti alla stazione centrale di Milano il 22 settembre. Quel giorno lo sciopero generale proclamato dall’Unione Sindacale di Base aveva portato in piazza in tutta Italia […] L'articolo Milano. Decine di denunce e arresti per il blocco alla stazione di Milano a settembre su Contropiano.
March 19, 2026
Contropiano
New York, ordigni esplosivi contro la residenza del sindaco Zohran Mamdani
Sabato 7 marzo due ordigni artigianali ma in grado di uccidere sono stati lanciati contro la residenza di Zohran Mamdani, primo sindaco musulmano di New York, durante una manifestazione organizzata dall’attivista di estrema destra Jake Lang con forti caratteristiche razziste e anti-Islam. Al raduno suprematista si è opposta una contro-manifestazione. “Un suprematista bianco ha organizzato una protesta fuori da Gracie Mansion (la residenza del sindaco di New York, N.d.R). Una protesta radicata nel bigottismo e nel razzismo. Questo odio non ha posto a New York. E’ un affronto ai valori della nostra città e all’unità che definisce chi siamo” ha dichiarato Mamdani. Domenica 8 marzo un altro ordigno sospetto è stato trovato in un’auto parcheggiata nelle vicinanze, costringendo gli artificieri a intervenire. Due presunti colpevoli sono stati arrestati. Redazione Italia
March 9, 2026
Pressenza
L’Alta Corte del Regno Unito dichiara illegale il divieto verso Palestine Action
Dopo mesi di repressione e migliaia di arresti, la giustizia britannica dichiara illegale la messa al bando del gruppo: il governo ha usato le leggi antiterrorismo per colpire la solidarietà con la Palestina. Nel Regno Unito si apre una crepa nel muro della repressione: l’Alta Corte ha dichiarato illegale il divieto imposto dal governo britannico a Palestine Action, annullando la classificazione del gruppo come organizzazione terroristica. È una sentenza che pesa, perché non riguarda solo un’organizzazione specifica, ma la deriva securitaria che ha provato a trasformare la protesta politica in “minaccia alla sicurezza nazionale”. La messa al bando era stata decisa nel giugno 2025 dalla Ministra dell’Interno Yvette Cooper, che aveva inserito Palestine Action nel perimetro delle leggi antiterrorismo, accusando il gruppo di “danni criminali su larga scala” e di rappresentare una minaccia per la sicurezza. La giustificazione politica e mediatica era arrivata dopo l’azione contro la base militare RAF Brize Norton, nel sud dell’Inghilterra: un’incursione dimostrativa, legata alle proteste contro il genocidio in corso a Gaza, che secondo l’accusa avrebbe provocato danni per circa 9,3 milioni di dollari a due aerei della base. Ma ciò che il governo ha tentato di far passare come “terrorismo” era, nella sostanza, un’operazione di criminalizzazione dell’attivismo: un salto di categoria che non nasceva da una reale esigenza di sicurezza, bensì dalla volontà politica di spezzare un movimento che colpiva direttamente i gangli materiali della complicità britannica con Israele. La battaglia legale è stata guidata dalla cofondatrice Huda Ammori, che ha impugnato il provvedimento definendolo “uno degli attacchi più estremi alle libertà civili nella storia recente del Regno Unito”. Una definizione tutt’altro che retorica: con il bando, infatti, chiunque fosse stato ritenuto membro o sostenitore del gruppo avrebbe potuto rischiare fino a 14 anni di carcere. Non per violenza contro persone, non per attentati, ma per appartenenza politica e partecipazione a un’organizzazione di protesta. Già nell’agosto 2025 un giudice dell’Alta Corte aveva riconosciuto la gravità della questione, concedendo a Palestine Action il permesso di appellarsi: secondo la corte, la messa al bando costituiva un’interferenza potenzialmente sproporzionata con gli articoli 10 e 11 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che tutelano rispettivamente libertà di espressione e libertà di riunione pacifica. Il nodo era chiarissimo: un governo può usare la cornice del terrorismo per colpire la protesta politica? Può annullare il diritto di organizzarsi e manifestare semplicemente ridefinendo come “terrorismo” ciò che è dissenso? La sentenza che annulla il bando risponde: no. E lo fa in modo netto. L’Alta Corte ha stabilito che la decisione era sproporzionata e che il Ministro dell’Interno aveva persino violato la propria politica interna. Tradotto: il governo ha forzato la mano, ha abusato dello strumento più pesante disponibile — la legislazione antiterrorismo — per ottenere un risultato politico: mettere a tacere un movimento. Il dato più inquietante è che, nel frattempo, la repressione è andata avanti come se il bando fosse un fatto naturale. Dopo la messa al bando, sono state arrestate più di 2.300 persone. Un numero enorme, che racconta una strategia precisa: non punire singoli episodi, ma intimidire un’intera area sociale e politica, rendendo la solidarietà con la Palestina un rischio penale. Non è un dettaglio marginale. È il cuore della questione: il governo britannico non stava cercando di “fermare il crimine”, ma di costruire un precedente, stabilire che in nome della sicurezza lo Stato può schiacciare movimenti politici scomodi, ridefinendoli come terroristi. È la stessa logica che, in altri contesti, ha colpito movimenti ecologisti radicali, sindacati combattivi, gruppi antirazzisti, ma qui l’obiettivo era ancora più specifico: spezzare una campagna che denunciava e sabotava la complicità occidentale con il genocidio di Gaza. Nel frattempo, la repressione giudiziaria ha assunto tratti sempre più pesanti: detenzione preventiva prolungata, regime da terrorismo, isolamento, silenzio istituzionale. Una condizione che ha spinto prigionieri legati al caso Palestine Action a ricorrere perfino allo sciopero della fame, gesto estremo che mostra quanto la macchina repressiva fosse stata portata fuori scala. E qualcosa, lentamente, ha iniziato a incrinarsi anche nei tribunali: all’inizio di febbraio, il tribunale di Woolwich ha scagionato sei imputati dalle accuse più gravi. Segnali che, messi insieme alla decisione dell’Alta Corte, delineano una realtà scomoda per il governo: la narrazione “antiterrorismo” sta cedendo. La questione, però, non finisce con una sentenza. Resta aperto il problema politico: cosa succede ora a chi è stato arrestato? Quale risarcimento, quale riparazione, quale responsabilità istituzionale verrà riconosciuta per un’operazione repressiva che ha colpito migliaia di persone? E soprattutto: quanti altri movimenti rischiano, domani, lo stesso trattamento? Perché questo è il punto più grande, e più grave. Palestine Action non è stata solo attaccata per ciò che ha fatto, ma per ciò che rappresenta: un attivismo che non si limita a “sensibilizzare”, ma che mira a interrompere concretamente i meccanismi materiali della guerra e dell’occupazione. È esattamente questo che ha fatto paura. L’Alta Corte, con questa decisione, ha fatto qualcosa che in questi anni accade sempre più raramente: ha imposto un limite all’arbitrio securitario. Ha ricordato che la libertà di parola e di riunione non sono concessioni revocabili quando diventano scomode e ha smascherato il tentativo, profondamente politico, di usare il terrorismo come etichetta universale per colpire la solidarietà con la Palestina. La repressione, però, non si cancella con una firma. Resta nelle vite di chi è stato arrestato, nelle carriere spezzate, nelle settimane in carcere, nelle famiglie sotto pressione. Resta nella paura che lo Stato ha provato a inoculare: l’idea che schierarsi con la Palestina significhi esporsi alla macchina penale. Per questo la sentenza non è un punto d’arrivo, è un terreno di lotta e soprattutto è un messaggio chiaro: la solidarietà non è terrorismo. E chi prova a trasformarla in reato, oggi, lo fa per proteggere l’impunità di un genocidio.   Osservatorio Repressione
February 13, 2026
Pressenza
TURCHIA: CENTINAIA DI FERMI E ARRESTI CONTRO LA SOLIDARIETÀ AL ROJAVA. IL RACCONTO DELLA “CAROVANA DEI POPOLI IN DIFESA DELL’UMANITÀ”
In Turchia sono state arrestate almeno 92 persone in una operazione a livello nazionale contro militanti di diverse organizzazioni della sinistra. Tra loro anche – ancora una volta – giornalisti e avvocati, dopo che la settimana scorsa altri 10 legali erano stati condannati a 11 anni di prigione per aver supportato detenuti politici di sinistra, turchi e curdi, con il supporto legale e l’assistenza medica. Sono tutti accusati di “appartenenza a un’organizzazione terroristica”. Secondo la denuncia del partito della sinistra curda e turca Dem, durante le manifestazioni quotidiane nel Kurdistan turco (Bakur) in solidarietà alla resistenza di Sdf, Ypg e Ypj in Rojava contro l’aggressione del cosiddetto governo di transizione siriano, sono state fermate circa 600 persone e 80 di queste sono ancora detenute. Tra le persone fermate anche diverse compagne e compagni internazionalisti della “Carovana dei popoli in difesa dell’umanità” che – riusciti a entrare in territorio turco e a unirsi alle mobilitazioni verso il confine siriano, in particolare a Suruc, al confine con la città di Kobane sotto assedio – sono stati fermati dalla polizia turca ed espulsi dal Paese. Alcuni di loro sono stati trattenuti per oltre 24 ore nei Cpr di Erdogan, costruiti con i finanziamenti miliardari dell’Ue per trattenere le persone migranti provenienti dall’area – in particolare proprio dalla Siria – e dirette in Europa. Radio Onda d’Urto ha intervistato Lucia, compagna che ha partecipato alla “Carovana dei popoli in difesa dell’umanità” e che è stata arrestata ed espulsa dalla Turchia dove, in attesa della deportazione, è stata trattenuta all’interno di un cpr. Ascolta o scarica.
February 3, 2026
Radio Onda d`Urto