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SABATO 17/10, TORINO: “IL CONFEDERALISMO DEMOCRATICO IN KURDISTAN, UNA PROSPETTIVA PER LA PACE IN MEDIO ORIENTE”
Nella puntata di venerdì 16 ottobre 2026 di Mesopotamia – Notizie dal vicino oriente, trasmissione della Cassetta degli attrezzi di Radio Onda d’Urto, abbiamo presentato la conferenza che si svolgerà domani, sabato 17 ottobre, a Torino: “Il confederalismo democratico in Kurdistan, una prospettiva per la pace in medio oriente”. L’evento si svolgerà nell’auditorium della sede della Città Metropolitana, a Torino, in corso Inghilterra 7, a partire dalle 9.30 del mattino. Per spiegare le ragioni per cui è stato organizzato il convegno e per illustrare panel, temi, relatrici e relatori, ai nostri microfoni sono intervenuti Yilmaz Orkan, direttore dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia (Uiki) e Carla Gagliardini, dell’Associazione “Verso il Kurdistan”. La puntata di Mesopotamia – notizie dal vicino oriente di venerdì 16 ottobre 2026. Ascolta o scarica.
October 16, 2026
Radio Onda d`Urto
[Kilame Azadî] Puntata del 15 ottobre 2026
Nella puntata si parlerà ancora del processo di pace in Turchia, dei ritardi del governo e riporteremo le dichiarazioni delle parti coinvolte. Leggeremo un articolo in cui viene analizzato nel dettaglio il "processo di integrazione" delle istituzioni del nord-est della Siria (cd. Rojava) con il nuovo regime siriano, riportando le "conquiste" raggiunte e gli aspetti critici che producono proteste in tutti i territori curdi, niente affatto pacificati. Parleremo della 20° conferenza internazionale  su "UE,Turchia, Medio oriente e i Curdi" in corso a Bruxelles al parlamento europeo. Ci saranno notizie dalla Siria,dall'Iraq e daremo notizia di una dichiarazione del PJAK in cui vengono   analizzate la situazione in Iran e le possibili evoluzioni del conflitto.
October 15, 2026
Radio Onda Rossa
Torino, 17 ottobre: Kurdistan e confederalismo democratico
UNA PROSPETTIVA PER LA PACE NEL MEDIORIENTE (che poi per noi sarebbe il Vicino Oriente) Il 17 ottobre la Città Metropolitana di Torino ospiterà una giornata di confronto dedicata alla questione curda e alle trasformazioni politiche in corso in Medio Oriente. Al centro del convegno saranno il confederalismo democratico, le prospettive aperte dal processo politico e di pace in Turchia,
October 13, 2026
La Bottega del Barbieri
[Kilame Azadî] Puntata dell'8 ottobre 2026
Nuova e ricca puntata di Kilem Azadì (Il canto della libertà), con aggiornamenti e una importante testimonianza in diretta dal Kurdistan 1. Dopo una serie di Notizie Flash, che toccheranno numerosi temi come a) la protesta in 66 carceri iraniane, b) l’uccisione di cittadini Alawiti, c) i femminicidi in Turchia e le proteste in NES sul tema della lingua curda per passare alla sezione “Osservatorio Kurdistan” con una serie di approfondimenti che riguardano i vari territori del Kurdistan. 2. Quindi: - Per la Turchia: parleremo di come il partito al governo sta gestendo il più grande scandalo finanziario del secolo, detto anche “la rapina del secolo” da esponenti dell’opposizione; - Per il Kurdistan Iracheno, riporteremo le diverse posizioni degli attori locali sull’impatto del ritiro della cosidetta “coalizione” a guida USA e delle criticità e contraddizioni che ora si aprono in tema di sicurezza; - Sempre per il Kurdistan Iracheno, racconteremo di una recente festa degli Ezidi e della richiesta di favorire il ritorno, mentre il governo centrale iracheno, vorrebbe “normalizzare” questa anomalia politica e religiosa. - Infine, presenteremo gli esiti della Conferenza del KNK (Congresso nazionale curdo) che richiede il riconoscimento presso l’ONU di una rappresentanza dei 60 milioni di curdi. 3. Uno spazio particolare sarà dedicato ad approfondimenti che riguarderanno, direttamente e indirettamente, il Kurdistan iracheno e quello iraniano, grazie agli interventi di Tiziano Saccucci, giornalista e collaboratore di UIKI che siamo lieti di ospitare. 4. Ascolteremo una breve testimonianza del sig. Alican Yidiz, presidente della MezzaLuna Rossa Kurdistan Italia, che nel ripercorrere le fasi della lotta curda, si interroga e ci interroga, sulle alternative al Processo di pace e di integrazione. 5. Verso la Conferenza nazionale del 17 ottobre su “Confederalismo democratico: una prospettiva per la pace in medio oriente” a Torino. Accenneremo quindi a quello che rappresenterà un momento estremamente significativo di confronto fra esponenti importanti
October 8, 2026
Radio Onda Rossa
IRAN: “CONTRO LA GUERRA, PER IL CAMBIAMENTO DALL’INTERNO E L’AUTOGOVERNO DEMOCRATICO”. TIZIANO SACCUCCI HA INTERVISTATO ESPONENTI DEL PJAK CURDO-IRANIANO
La redazione di Radio Onda d’Urto ha intervistato Tiziano Saccucci, giornalista freelance che si trova in Kurdistan per svolgere ricerche di approfondimento e un lavoro di reportage nella regione. Saccucci ha avuto la possibilità di intervistare esponenti del Pjak, partito curdo-iraniano attivo nel Rojhelat, la parte del Kurdistan storico che si trova dentro i confini della Repubblica islamica dell’Iran. Nelle ultime settimane, ha pubblicato articoli su il Manifesto e The Amargi. Anche l’intervista per la nostra emittente si è concentrata sulla situazione in Rojhelat e in Iran. “Il 16 settembre, in Rojhelat, si è celebrato il quarto anniversario dell’inizio delle rivolte Jin, Jiyan, Azadi“, racconta Tiziano Saccucci. “Anche se queste rivolte sono state represse e il movimento di piazza si è interrotto, la loro eredità continua. Per quel giorno la coalizione che comprende tutti i più importanti partiti curdi-iraniani ha lanciato un appello allo sciopero generale e nelle città principali del Kurdistan iraniano il 16 settembre tutte le serrande dei negozi sono rimaste chiuse”. “Intervistando alcuni esponenti del Pjak – continua il giornalista freelance – ho capito che molte delle persone che oggi fanno parte del movimento e del partito, fino al 2022 erano studenti e giovani lavoratori, sui 20 anni. Dopo quelle rivolte, spinti dalla violenta repressione da parte dello stato, hanno deciso di entrare nel partito e recarsi sulle montagne del Kurdistan. La forza di quelle rivolte ha fatto sì che, quando la repressione è arrivata alla porta, in molti non hanno deciso di fuggire in Europa. Qualcuno l’ha fatto, ma anche la maggior parte delle persone della diaspora supportano la resistenza in Rojhelat”. Gli attacchi militari dei Pasdaran e dell’esercito iraniano contro i partiti di opposizione curdo-iraniani si sono intensificati dall’inizio dell’aggressione israelo-statunitense all’Iran, ma erano iniziati nel 2022, durante il movimento di massa “Jin, Jiyan, Azadi”, che si era diffuso a tutto il Paese, ben oltre la regione a maggioranza curda e fino alla capitale Teheran. Molte delle posizioni dei partiti curdi di opposizione, clandestini in Iran, si trovano nel territorio della regione autonoma del Kurdistan in Iraq. Il Pjak, il Partito della vita libera in Kurdistan, è presente su entrambi i lati del confine. Opera, cioè, anche nel Kurdistan iraniano, ovviamente in clandestinità. “Contro il Pjak la tattica dei razzi e dei droni che viene usata sulle basi degli altri partiti curdi non funziona perché il Pjak ha adottato la strategia dei tunnel affinata dal Pkk nella guerra contro la Turchia. Contro il movimento vengono utilizzati altri metodi: tre mesi fa c’è stata una vasta operazione dei Pasdaran e dell’esercito iraniano, nella quale dopo 12 ore di combattimenti sono caduti 4 guerriglieri del Pjak e circa una decina di militari iraniani a Mahabad, una delle città più importanti del Kurdistan iraniano”. A proposito della guerra tra Usa-Israele e Iran degli ultimi mesi, Tiziano Saccucci nota come “nonostante si sia fatta tantissima propaganda sul possibile ingresso in guerra, con un’offensiva via terra, da parte dei gruppi curdi contro l’Iran, i partiti curdo-iraniani non hanno in realtà mai portato avanti una simile offensiva“. “Il Pjak – prosegue il giornalista – l’ha rifiutata apertamente dal primo giorno, dichiarando dall’inizio di non essere allineato alla guerra americana e israeliana e di avere una strategia che si basa sul rafforzamento della società e sul cambiamento della Repubblica islamica dall’interno, senza cadere in una spirale di guerra e distruzione che, invece, è ovvio che avvenga con un intervento esterno e bombardamenti a tappeto”. “Questo non significa – chiarisce Saccucci – che gli esponenti del Pjak non ammettano, in modo molto onesto, che un indebolimento di Teheran apra a possibilità di cambiamento. Sono però molto chiari sul fatto che per loro la guerra e il cambiamento sono due cose molto diverse”. Il Pjak, infatti, è parte del movimento che si ispira alle idee di Abdullah Öcalan e al modello del confederalismo democratico. La sua prospettiva, quindi, non è diversa da quella portata avanti dalle altre organizzazioni del movimento di liberazione curdo in Turchia e in Siria, impegnate in trattative sul processo di pace nel primo caso, sull’integrazione dell’Amministrazione autonoma del Rojava nello stato siriano nel secondo. “Questo paradigma – ricorda Tiziano Saccucci – ha superato l’idea di uno stato curdo separato, ma vuol portare avanti un progetto di democratizzazione del paese in cui la parte di Kurdistan cade (in questo caso l’Iran) e di un sistema di democrazia radicale, fondamentalmente di autogoverno, delle componenti che vivono in quel paese”. “La prospettiva, quindi, è quella di un cambiamento della Repubblica islamica che però non venga dall’esterno, ma che sia portato avanti da tutte le forze politiche che propongono un Iran democratico e pluralista, in cui le diverse comunità (curdi, baluchi, persiani, arabi, ecc) possano partecipare a un cambiamento in senso democratico del paese e costruire un Iran in cui tutte queste comunità possano godere di un certo livello di autonomia e autogoverno“, spiega ancora Saccucci. In sostanza, conclude il giornalista ai nostri microfoni, “se l’Iran aprisse un processo serio, con un riconoscimento dei diritti politici, culturali, economici e sociali di tutte le componenti, compresi i curdi, il Pjak sarebbe disposto a cercare una soluzione politica sulla falsa riga di quanto sta accadendo in Turchia e Siria, il problema è che in questo momento da Teheran non arriva niente del genere”. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Tiziano Saccucci. Ascolta o scarica.
October 6, 2026
Radio Onda d`Urto
[Kilame Azadî] Puntata del primo ottobre 2026
La puntata è incentrata sul Rojava, in particolare si concentrerà sugli sviluppi del processo di integrazione dal punto di vista del movimento delle donne con un'intervista ad una componente della delegazione di Donne he tessono il futuro appena rientrata dallaSiria.
October 1, 2026
Radio Onda Rossa
[Kilame Azadî] Puntata del 24 settembre 2026
Ricominciano oggi le trasmissioni di Kilam Azadì (Il canto della Libertà), dopo la pausa estiva. t Da questa puntata e con una redazione rafforzata, l’impostazione della trasmissione riduce lo spazio dedicato alle notizie e viene ampliato quello relativo all’approfondimento di tematiche specifiche. Quindi oggi, nella prima parte riporteremo i fatti essenziali accaduti nei vari territori del Kurdistan, soffermandoci in particolare sulle particolari modalità con cui si manifesta l’opposizione in Iran e sulla repressione delle manifestazioni LGBTQ+ in Turchia. Consapevoli che la “svolta” del PKK e delle forze politiche curde, avviata ormai 2 anni fa, ha creato interrogativi e perplessità, anche fra le strutture e le ed i solidali, cerchiamo di guardare a questo processo con “gli occhi dei curdi” e quindi ospitiamo gli interventi del sig. Yilmaz Orkan dell’Ufficio di informazione del Kurdistan in Italia che farà il punto sulle aspettative del movimento curdo, su quanto realizzato e in corso di realizzazione dal punto di vista giuridico e politico e prospetterà una nuova fase delle iniziative di solidarietà in Europa e che, per l’Italia, saranno proposte nel corso di una conferenza nazionale che si terrà a metà ottobre a Torino.
September 24, 2026
Radio Onda Rossa
MESOPOTAMIA: LA FINE DELLA RIVOLUZIONE IN ROJAVA? L’ANALISI DI DAVIDE GRASSO
Nella puntata di Mesopotamia – notizie dal vicino oriente di venerdì 18 settembre 2026, nella Cassetta degli attrezzi di Radio Onda d’Urto torniamo a occuparci del processo di integrazione delle Forze democratiche siriane (Sdf) e delle istituzioni dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est nello stato siriano presieduto da Ahmed al-Sharaa e dal suo cosiddetto governo di transizione. Ospite di questa puntata Davide Grasso, ricercatore dell’Università di Torino al dipartimento Culture, Politica e Società, visiting fellow all’Ecole des haute études en Sciences sociales di Parigi e autore di due articoli che pongono una serie di riflessioni e spunti critici sul tema, già a partire dai titoli: “Si sciolgono le forze combattenti curde e il sogno della rivoluzione: non perdiamo di vista le vittorie”, pubblicato sul sito de Il Fatto Quotidiano, e  “Siria: è la fine della rivoluzione del Rojava?”, uscito alcuni giorni dopo sul portale Dinamo Press. In questa intervista ai microfoni di Radio Onda d’Urto, gli abbiamo chiesto di articolare e condividere con ascoltatori e ascoltatrici una parte della sua analisi. In ogni caso, secondo Davide Grasso “il valore della rivoluzione confederale è indiscutibile e chi, come me, l’ha affermato in tutti questi anni non smetterà di farlo ora. Parlare di fine della rivoluzione non significa parlare di fine del movimento o fine della mobilitazione. Significa parlare della fine di una fase rivoluzionaria che ha costruito e imposto delle istituzioni, anche con la forza. La rivoluzione, nella Storia, è questo. Io credo che questo movimento abbia avuto ragione a farlo e i risultati sono immensi, non possono essere cancellati“. “Tuttavia – si domanda Grasso ai nostri microfoni – se non si discute del fatto che i fatti di gennaio 2026 rappresentano una sconfitta e che il bilancio dello scioglimento delle Sdf sarà, sotto molti aspetti, di sconfitta, come facciamo ad analizzare quali sono stati i problemi e a porci delle domande per rafforzare il pensiero e il metodo rivoluzionario per il futuro?”. La puntata di Mesopotamia – notizie dal vicino oriente, trasmissione della Cassetta degli attrezzi di Radio Onda d’Urto, di venerdì 19 settembre 2026, con l’intervista a Davide Grasso. Ascolta o scarica.
September 18, 2026
Radio Onda d`Urto
Siria: è la fine della rivoluzione del Rojava?
Lo scioglimento delle istituzioni confederali siriane del nord, civili e militari, rappresenta un evento storico per la Siria, per il movimento confederale in Kurdistan, per quanti credono nella necessità di una profonda trasformazione dei rapporti sociali oltre le identità nazionali e i confini. Data la mia posizionalità è soprattutto quest’ultimo elemento che ho avuto in mente quando si è trattato di contribuire in varie forme a quel progetto, incluse le analisi o valutazioni dei processi che provo di volta in volta a proporre. La dissoluzione dell’Amministrazione democratica autonoma (Daa) e delle Forze siriane democratiche (Fsd) giunge a valle di alcune concessioni governative al movimento confederale, che riguardano prevalentemente la questione curda. È stato promulgato un importante decreto che concede ai curdi diritti civili prima negati; alcune ore di insegnamento della lingua curda saranno previste nelle scuole in Rojava; diverse posizioni di rilievo, civili e militari – locali, parlamentari o nazionali – sono al momento riservate a esponenti di spicco del movimento. Ogni tentativo di includere nei negoziati una discussione sull’assetto socio-economico e politico della transizione è tuttavia fallito. Nulla è garantito, tantomeno per iscritto, riguardo al futuro assetto dei poteri, ai diritti del segmento femminile in Rojava o altrove in Siria, alla protezione delle condizioni di vita e di lavoro delle persone. Le regioni prima soggette ad autogoverno subiscono dal giugno scorso gli effetti della liberalizzazione governativa dei prezzi di beni che la Daa distribuiva a prezzo politico o attraverso sussidi, come elettricità, pane e diesel, con un aumento delle difficoltà economiche e della povertà. Di fronte alla svolta islamista nel paese dopo il 2024, in molte e molti guardiamo attoniti alla trasformazione delle Unità di protezione delle donne (Ypj) in una forza di polizia sotto il comando di uomini che hanno fanno della violenza contro le donne e della loro discriminazione capisaldi ideologici, oltre che una pratica durante la guerra. La dissoluzione senza un accordo politico sostanziale scritto, inoltre, potrebbe aprire la strada alla futura repressione del movimento, che pure oggi viene nei fatti legittimato come componente della transizione statale. > Per le strade del Rojava manifestazioni di protesta, organizzate sia da > militanti del movimento che da partiti curdi di destra, denunciano > un’assimilazione forzata priva di reali contropartite politiche. La credibilità del Pyd tra i curdi siriani, secondo alcune fonti sul terreno, è in flessione, e alcuni descrivono uno scenario in cui parte della popolazione non esprime fiducia in nessuno tra i partiti e i politici curdi. Non è mia intenzione, che curdo non sono e in Siria non vivo, discutere una scelta di pace e di rifiuto dello scontro quale quella del movimento in questo frangente, e per la stessa ragione per cui non eccepisco su scelte diverse da parte di altre organizzazioni di resistenza o rivoluzionarie in altre nazioni, o ancora del movimento confederale in altre fasi. Vorrei invece contribuire alla discussione sul perché il negoziato tra movimento e stato non abbia potuto evitare quella che una funzionaria della Daa ha descritto, in una conversazione con chi scrive, come «la perdita di tutto il lavoro che abbiamo fatto in questi anni». Non è vero che tutto è perso, poiché la società toccata dalla rivoluzione non è più la stessa e la storia futura ne subirà l’impatto. Non si può d’altra parte negare la sproporzione tra gli sforzi compiuti e questo esito contingente. Tutto riconduce alla sconfitta militare di otto mesi fa, nel gennaio 2026, che ha avuto radici politiche ed ideologiche profonde. Cercare di analizzarle è decisivo per chiunque, individualmente o collettivamente, cerchi di comprendere come evitare nuove sconfitte di domani, e desideri ottenere nuove vittorie. RIVOLUZIONE E INTEGRAZIONE NELLO STATO La solidarietà con il Rojava non ha mai significato, per me e per molti internazionalisti che ho conosciuto, la scelta di un popolo buono o eletto rispetto ad altri. Siamo stati in Rojava perché lì esisteva un movimento in grado di dare risultati concreti e prospettive reali. Personalmente, quando ero in Siria, non ho mai smesso di pensare neanche per un istante ai Palestinesi, cui pure allora non pensava nessuno, ai Siriani e agli Iracheni che vivevano fuori dalle zone dove operavamo noi, o ai miei connazionali in difficoltà. Troverei demenziale pensare che i Turchi siano come popolazione peggiori dei Curdi, i Russi peggiori degli Ucraini, i musulmani peggiori dei cristiani o degli ebrei, e così via. Il problema non è fare classifiche tra popoli, lingue e fedi, – o tra oligarchie statali – bensì cercare e creare organizzazioni in grado di produrre istituzioni concretamente diverse nel mondo di oggi, ovunque esse siano o possano prodursi. La Daa ormai in dissoluzione era sorta nel 2014 su iniziativa di un reticolo di comuni popolari e congressi delle donne che, su iniziativa del Partito di unione democratica (Pyd), autogestivano il Rojava (le regioni della Siria dove la lingua curda è tendenzialmente maggioritaria). Potevano farlo da quando, dopo la primavera del 2011 e l’insurrezione del Pyd nel 2012, il regime di Assad aveva evacuato le sue forze armate dall’estremo nord. Le comuni riunite in movimento avevano creato un sistema di regioni autonome, che negli anni sono passate da 3 (il Rojava) a 7 (includendo 4 regioni a stragrande maggioranza araba) grazie alle vittorie delle Fsd sullo Stato islamico o Daesh. Queste regioni erano governate da consigli legislativi, esecutivi e giudiziari regolati da una legge fondamentale decisamente pluralista, antimilitarista e fondata sull’autonomia delle donne, il Contratto sociale. > Mentre le comuni rappresentavano il confederalismo democratico radicale in > espansione come alternativa alla logica capitalista e statale, la Daa > incarnava l’“autonomia democratica”. Essa avrebbe dovuto svolgere (e in effetti ha svolto fin dall’inizio) un ruolo di mediazione con le strutture statali, siriane e non, al fine di proteggere l’affermazione del confederalismo, ora con l’autodifesa, ora con la diplomazia. La forza sociale delle comuni, da costruire nel tempo, e delle nuove cooperative confederali avrebbe dovuto produrre rapporti di forza socio-politica, prima ancora che militare, che permettessero, in futuro, un’integrazione dell’autonomia democratica (non delle comuni) nell’ordinamento giuridico. Questa integrazione sarebbe stata in grado di indebolire la cultura centralista e autoreferenziale propria dei monopoli ideologici e finanziari del dominio, che nello stato, per il movimento confederale, trovano il loro centro di irradiazione (anche i capitali privati, infatti, esistono grazie alla protezione armata degli stati). Secondo la teoria del cambiamento abbozzata da Abdullah Öcalan nel suo Manifesto della civiltà democratica, l’integrazione tra autonomia democratica e stato sarebbe stata prima o poi necessaria. Non è possibile combattere guerre rivoluzionarie infinite. Avrebbe previsto compromessi, ma anche democratizzato in parte lo spazio statale, imponendo una “repubblica democratica”. L’attuale dissoluzione viene non a caso chiamata “integrazione” dal movimento. Non è, coerentemente con la teoria confederale, la fine della lotta o un’integrazione definitiva. In una repubblica democratica il confederalismo sociale dovrebbe continuare ad affermarsi sul territorio, sfruttando maggiori spazi di libertà di fatto e costituzionale. > Se questa espansione provocherà repressioni future ne nasceranno nuove fasi di > scontro e autodifesa, magari nuove istituzioni democratiche autonome, da > integrare in negoziati futuri, e così via. Così via, all’infinito, senza un regno della libertà che ci aspetti, ma soltanto con una vita bella per chi la sa vivere dalla parte giusta: questa visione del mutamento, che non prevede una transizione rivoluzionaria decisiva e rigetta tanto la prospettiva della conquista quanto quella della distruzione dello stato, delinea un processo che non perde di vista la necessità della pace, né quella di una decostruzione di lungo periodo delle pratiche di dominio nella società. È alternativa alle teorie della transizione comuniste o anarchiche che, in forma diversa e in parte speculare, avrebbero sottovalutato i caratteri culturali profondi su cui si basa la potenza, intrinsecamente egemonica e orientata al dominio, dello stato-nazione; una potenza che non è possibile distruggere, ignorare o trasformare fino in fondo. Quel che è possibile e doveroso, per il movimento è proteggere la società, che è tutt’altro dallo stato. In questo senso la Comune internazionalista del Rojava scrive in questi giorni che la rivoluzione non è finita. Nella prospettiva confederale ha senso: la rivoluzione coincide essenzialmente con il movimento stesso. C’è da chiedersi, tuttavia, se questo lessico non tolga al concetto di rivoluzione gran parte della sua utilità tanto per il richiamo all’azione quanto per l’analisi. Ogni anno in Rojava si festeggia l’anniversario della rivoluzione – il luglio 2012 in cui Afrin e Kobane insorsero contro Assad – a riprova che esistono discontinuità. Definire rivoluzionarie tanto le fasi di costruzione istituzionale autonoma quanto quelle di integrazione statale, magari in una posizione di debolezza e in seguito a pesanti sconfitte politiche, rischia di inflazionare il termine e aprire la strada a tentazioni dogmatiche, oltre a non permettere una lucida valutazione del tipo di integrazione che sta avvenendo: non ogni integrazione o dissoluzione si equivalgono. È questa integrazione prodotto di rapporti di forza favorevoli, maturati secondo gli itinerari auspicati, o è invece l’esito di un divario tra i tempi della rivoluzione socio-culturale – lenti, perché cambiano mentalità e comportamenti sociali – e quelli delle relazioni internazionali tra stati – rapidi, perché cambiano tutto per non cambiare nulla? LA RIVOLUZIONE E LE ARMI Ammettere una fase di sconfitta nulla toglie al valore della lotta e dei risultati ottenuti. Non esistono movimenti o rivoluzioni che non abbiano patito sconfitte. Per semplificare, ricondurrei le ragioni della crisi attuale a una causa esterna e una interna al movimento. La prima riconduce al rapporto tra comune e questione militare, ossia tra mutamento e violenza. La sperimentazione socio-economica confederale si è prodotta fuori dal perimetro della legge e grazie all’assenza dello stato. Quei territori erano però ambiti anche da altri attori siriani, con un’idea del tutto diversa di cambiamento: quelli che oggi, giunti a Damasco, prendono possesso del Rojava con la benedizione internazionale. La forma confederale della rivoluzione ha resistito a queste forze, subito dopo il 2011, in modo autonomo, con centinaia di caduti e mutilati che imbracciavano armi vecchie e leggere: Ak47, mitragliatrici Pkm, razzi anticarro Rpg. Con il mutamento del quadro regionale, di cui l’ascesa di Daesh è stata un’espressione, questa resistenza autonoma è divenuta insostenibile. Le combattenti e i combattenti delle YPJ-YPG hanno continuato a utilizzare le stesse armi vecchie e leggere, ma nell’ambito di una collaborazione militare con attori statali coinvolti del conflitto: gli USA (fatto pressoché inedito per un movimento socialista) e la Russia (partner non meno imbarazzante, se così si dovesse ragionare). Il rapporto con queste potenze è stato decisivo tanto per l’aumento del rilievo della rivoluzione confederale quanto per il suo crollo. USA e Russia hanno aperto le strade alla repressione turca della Daa nella stessa fase in cui la sostenevano contro gruppi islamisti diversi. L’esercito russo, che cooperava da due anni con le forze confederali ad Aleppo, ha aperto le porte all’invasione turca di Afrin nel 2018, e ha fatto lo stesso nel 2024 a Sheeba e Manbij. Gli USA hanno agito in modo identico nel 2019 a Serekaniye e nel 2026 a Raqqa. La Daa è stata per dieci anni sotto continuo attacco aereo turco, con centinaia di assassinii mirati di quadri del movimento sul modello delle esecuzioni di Israele contro le resistenze libanese e palestinese. Lo spazio aereo in cui avvenivano questi attacchi era controllato da Russia e Stati Uniti, che di volta in volta hanno concesso alla Turchia l’autorizzazione a colpire. Perché queste potenze globali hanno coadiuvato le forze confederali in alcuni casi e hanno collaborato alla loro distruzione in altri? > Nessun mistero: la ratio perseguita dagli stati-nazione non è promuovere > rivoluzioni socio-ecologiche, processi decoloniali o ideali e principi che pur > sbandierano in diverse salse. È affermare logiche coloniali ed estrattive. Il > movimento confederale ha avuto sempre ben presente tutto questo. Perché, allora, stipulare alleanze con degli stati? Perché non continuare con i propri Ak47, con i propri Pkm e Rpg? Perché questo avrebbe decretato la sconfitta molto peggio e molto prima. Le stesse armi leggere che le YPJ-YPG usavano quando stavano da sole e nessuno se le filava, d’altra parte, erano state prodotte da stati e ottenute in fasi precedenti grazie ai rapporti con stati (ad esempio la Siria stessa negli anni Ottanta e Novanta). Non credo di rivelare nulla di sorprendente se dico che anche gli altri movimenti armati regionali e mondiali hanno rapporti con stati oppressivi e capitalisti da cui ottengono armi in alcuni casi. Rinunciare a costruire una forza militare efficace significa rinunciare tanto alla resistenza quanto – per chi ci crede, ed è il caso del movimento confederale – alla rivoluzione (che è una cosa diversa). Soprattutto significa mettere a repentaglio le vite di combattenti e civili. Occorre andare oltre Pellizza da Volpedo e dare un senso alle parole che usiamo: la rivoluzione all’epoca dell’ingegneria aerospaziale non è quella della presa della Bastiglia. A quel tempo impadronirsi di qualche centinaio di fucili poteva permettere di imporre alle forze statali sconfitte anche importanti. Oggi lanciarazzi e mortai non permettono a un movimento armato di difendere la sua agibilità. Sono necessarie tecnologie di osservazione, archiviazione dati, riconoscimento e precisione che sono sviluppate e custodite dagli apparati militari degli stati-nazione, o dalle corporation che agiscono nel perimetro delle loro leggi. L’alternativa è quindi oggi la seguente: o si agisce per vie legali – il che vuol dire, ad esempio nella Siria di Assad, per vie talmente ambigue e strette da risultare ininfluenti o pericolose – oppure si negozia l’accesso a forme moderne di autodifesa. Questo è possibile farlo con forze statali momentaneamente avverse a quelle che attuano la repressione nell’immediato. Nel caso del movimento confederale questo accesso è sempre stato concesso in via indiretta: tanto la Russia quanto gli Stati Uniti hanno, in diverse fasi e contesti, operato con le proprie tecnologie in favore di operazioni del movimento, intorno alle quali c’era una convergenza di interessi. Non hanno mai condiviso con esso le tecnologie stesse, né le armi se non con contributi puramente simbolici, mai in grado di permettere un’autonomia militare a un movimento che doveva restare povero e debole. Il principio su cui potenze statali, anche antagoniste tra loro, sembrano infatti trovarsi d’accordo è che la forza degli attori non statali può essere pragmaticamente incrementata là dove considerato utile, ma mai resa capace di assumere un ruolo militare autonomo. Appare anzi un principio inscalfibile della comunità degli stati-nazione (che con un eufemismo chiamiamo “comunità internazionale”). Tecnologie in grado di potenziare un’azione militare autonoma vengono cedute esclusivamente ad attori statali, (eventualmente guidati da compagini nuove, che prima erano non statali e bollate come terroristiche, ma a patto che accettino determinati parametri. REPRESSIONE INTERNAZIONALE DI UN’ANOMALIA Rispetto a queste dinamiche il movimento confederale ha rappresentato un’anomalia poco compresa. Pur non trattandosi di un movimento anarchico e prevedendo la futura integrazione di alcune sue istituzioni, il suo obiettivo non è stato costituire un nuovo stato. Contrariamente ad HTS o ai Fratelli musulmani, che hanno dichiarato nuovi governi siriani sul territorio o in esilio, rispettivamente nel 2017 e nel 2013 (il “Governo di salvezza” nel primo caso, che si è trasferito a Damasco nel 2024, e il “Governo ad interim” nel secondo, che si è integrato nel primo nel 2025), il movimento confederale non ha creato un governo, ma un’amministrazione autonoma. Quest’ultima non ha mai cercato né considerato la secessione, né di diventare governo di una nuova repubblica siriana. Questo perché lo stato come costruzione storica è visto come un problema e non come un mezzo verso la soluzione, sebbene non sia visto come un problema da mitigare esclusivamente dall’esterno rispetto al suo spazio giuridico. Chi in Siria ha ragionato in termini statali ha prevalso. Sul terreno contano (anche) le armi, e l’appoggio militare internazionale va agli attori che intendono muoversi in modo tradizionale. Tanto le vittorie quanto le sconfitte della rivoluzione confederale indicano un paradosso: qualsiasi ipotesi di trasformazione e rivoluzione, al livello attuale dello sviluppo tecnologico, dovrà risolvere il problema di come rapportarsi al sistema degli stati-nazione, e non eluderlo, pena la propria irrilevanza storica ab origine. > Come agire un processo di trasformazione reale quando le istituzioni che > possono assicurarne in ultima istanza la difesa (anche qualora esistano forme > di autodifesa autonome) sono le stesse che ne saboteranno sempre, e con mezzi > tendenzialmente soverchianti, il progresso politico sostanziale? Conta poco se la bandiera dell’alleato sia quella statunitense, russa, cinese o di qualsiasi altra potenza capitalista. I limiti del dibattito odierno si situano anzi nella mancata individuazione dell’equivalenza di questi attori alla luce dei diversi sviluppi. Nè chi scrive né il movimento si sono mai fatti illusioni sulla tenuta indefinita dei rapporti militari con gli USA o con altri stati, né ha mai ignorato i rischi che, se ce ne fosse stato bisogno, erano comunque diventati tangibili dall’invasione turca di Jarablus del 2016. Sono semmai coloro che in questi anni hanno deriso o insultato la rivoluzione a coltivare illusioni su altre potenze capitalistiche le quali, per interessi capitalistici, si contrappongono agli Stati Uniti. Ogni attore statale può sostenere una resistenza o una rivoluzione entro certi limiti, e aprire con questo concreti spazi di cambiamento, ma (a) ognuno di essi ne impedirà lo sviluppo oltre quei limiti e (b) non esiste un’opzione di trasformazione e conflitto senza le necessarie tecnologie, militari e non solo, il cui controllo è oggi capitalistico e statale. L’atteggiamento di sufficienza di centinaia di piccoli gruppi movimentisti occidentali verso il movimento confederale, ora o in passato, deriva da questo rimosso: la rivoluzione del Rojava ha dimostrato loro che cosa accade una volta che si superi il terreno dell’immaginazione, della ricreazione e della protesta, attivando strategie per produrre consenso, costruire istituzioni alternative ed esercitare un impatto sul contesto politico domestico e regionale. I LIMITI SOGGETTIVI DEL MOVIMENTO CONFEDERALE La questione tecnologico-militare spiega soltanto il 50% del problema. L’attacco governativo di gennaio ha decretato una sconfitta politica per il movimento, non militare soltanto. Il posizionamento di Washington ha favorito l’avanzata di Damasco, dando un chiaro segnale alle strutture imprenditoriali-tribali di Raqqa. L’apparente facilità di questa operazione politica ha tuttavia mostrato quanto fragile fosse il radicamento delle istituzioni confederali nelle aree della Daa dove minore o nulla è la presenza curda, e come si basasse eccessivamente – non è mai stato un mistero – sul rapporto necessariamente fragile con le borghesie locali. Ci sono state importanti eccezioni, ma quasi nessuno tra i residenti arabi di Raqqa, Tabqa o Hasakah, borghesi o salariati che fossero, si è organizzato per difendere un progetto politico nel cui ambito viveva da quasi dieci anni. È stato deprimente leggere account di individui curdi accusare per questo “gli arabi” sui social, sconfinando nel razzismo. Occorre semmai chiedersi il perché di questi tratti marcatamente “etnici” della sedizione, nonostante la vocazione pluralista della rivoluzione confederale. Il movimento ha pagato un suo deficit strutturale: socio-istituzionale ma, alla radice, ideologico. Soltanto una componente della lotta confederale, curda e non, ha concepito la rivoluzione come un processo che, pur iniziato indubbiamente come curdo, ambiva davvero a essere siriano (personalmente ho sposato questa prospettiva, che ho spiegato e raccontato nei libri Hevalen e Il fiore del deserto). Gran parte del movimento e dei suoi sostenitori, però, ha continuato a pensare in un orizzonte esclusivamente curdo, a mio modesto parere in contraddizione con la prospettiva di un radicale rinnovo di paradigma. Questa contraddizione non è sfuggita alle comunità arabe della Daa né ai loro strati popolari. L’approccio nazionalistico curdo ha certo galvanizzato e mobilitato una parte della popolazione del nord, ma ha depoliticizzato il movimento confederale, rallentandone la spinta per l’alternativa sul territorio, dove la rivoluzione economica, politica e dei rapporti di genere ha proceduto a velocità diverse a seconda delle città o regioni della Daa, creando le premesse per la sedizione. Questo ha dilapidato anche parte delle energie di un attivismo internazionale rimasto in gran parte “curdista”, che non si è chiesto abbastanza quanto insistere in modo ossessivo sui Curdi e sul Kurdistan (quasi il resto dei siriani o del Medio oriente non contassero) avrebbe giovato concretamente a una rivoluzione che si reggeva su forze armate, funzionari e popolazione in gran parte non curdi, e al sostegno internazionale non curdo e non bianco alla rivoluzione. Al centro del linguaggio e del pensiero, in molti casi, non c’è stato il modello politico effettivamente in costruzione nella Daa tra comuni, case delle donne e cooperative (che pochissimi si sono davvero impegnati a conoscere) ma un Kurdistan dai tratti magici e mitici, concepito in termini pericolosamente romantici o, peggio, utilizzato per trovare un target di sfogo moralistico, come ad altri capita in rapporto alla Palestina. > Chi era sul terreno, certo, avrebbe potuto difficilmente agire in modo > diverso. Gli attori statali coinvolti nella guerra – USA, Turchia, Assad e > Russia – hanno agito sempre perché un processo curdo-arabo effettivo non si > producesse, fomentando divisioni che puntavano allo strangolamento sociale, > economico e diplomatico del lavoro politico delle avanguardie, sulla > competizione regressiva tra clan e strutture tribali. Resta il fatto che questa è la causa essenziale del crollo e che sarebbe intempestivo accusare di tradimento gli stati dal momento che gli stati non avevano mai affermato di aver sposato il progetto socio-politico delle regioni autonome. Nel novembre del 2025 una personalità politica di alto livello della Daa mi aveva detto: «Abbiamo speso tante energie per instaurare relazioni con le forze internazionali e non abbiamo curato le relazioni con i nostri vicini». Su questo dovrà articolarsi l’autocritica: non nel negare che le relazioni internazionali siano necessarie, ma nel comprendere che per resistere alle loro conseguenze non abbiamo che la forza che si costruisce nella società attraverso relazioni di amicizia politica. In assenza di una consapevolezza che questa amicizia riguarda in senso pieno tutte le comunità e non fa preferenze identitarie, le pulsioni suprematiste si riprodurranno nel senso comune, viaggiando sempre in senso biunivoco. Lasceranno prevalere la divisione tra subalterni e consegneranno il potere a uomini bravi a cavalcarle, che infine isseranno sempre la banconota come loro vera bandiera. Non si tratta di negare le differenze, ma di non trasformarle in gerarchie. È questa una delle ragioni per cui si può oggi riaffermare il valore delle scelte internazionaliste compiute negli scorsi anni. Immagine di copertina da Flickr Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. 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September 9, 2026
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