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IRAN: IL PJAK LANCIA L’APPELLO AD “AUTOGOVERNO E AUTODIFESA” NEL KURDISTAN ORIENTALE. “FALSA LA NOTIZIA SU UN’OFFENSIVA DI TERRA CURDA A FIANCO DEGLI USA”
Nell’ambito dell’aggressione israelo-statunitense che da sabato 28 febbraio ha portato guerra e bombardamenti in tutto l’Iran, nelle ultime ore diverse agenzie di stampa, tutte legate alla destra trumpiana Usa o alla destra israeliana, hanno riportato la notizia di una presunta offensiva via terra, contro l’esercito iraniano, di “migliaia di combattenti curdi” che sarebbero stati “armati dalla CIA” allo scopo. Anche alcune testate italiane hanno ripreso la notizia. Il Corriere della Sera l’ha addirittura scelta come notizia di apertura della sua edizione cartacea uscita stamattina, 5 marzo 2026, nelle edicole. Tutte le organizzazioni politiche del Rojhelat (Kurdistan iraniano) – alcune delle quali da fine febbraio hanno formato una coalizione – hanno smentito la notizia. “Lavoriamo all’interno di una coalizione formata da forze del Rojhelat. Qualsiasi movimento sarà annunciato da questa coalizione e nessuna forza può scavalcarla”, riferisce per esempio una fonte del Partito per la Libertà del Kurdistan (PAK), legato ai partiti conservatori e nazionalisti curdi della regione del Kurdistan in Iraq, da sempre vicini politicamente agli Usa. Non solo, anche il ministro della Guerra di Trumo, Pete Hegseth, e la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, hanno negato di aver armato gruppi armati curdi e organizzato offensive via terra. “Finora nessuno dei partiti curdi iraniani ha accettato di essere il proxy di terra per l’attacco israelo-statunitense”, commenta su Radio Onda d’Urto Mattia Berera dell’Accadema della modernità democratica. “Non è detto che questo non avverrà in futuro dal momento che tra loro ci sono diversi alleati storici degli Stati Uniti, ma ad oggi questa è una notizia falsa”, specifica Berera. Quel che è vero, invece, è che il Partito per la vita libera in Kurdistan, il Pjak (che fa parte del movimento di liberazione e confederalista curdo ispirato alle idee di Abdullah Öcalan) ha diffuso un appello alla popolazione del Kurdistan iraniano. Il Pjak – che riveste un ruolo trainante all’interno della Coalizione di recente formazione – invita gli abitanti delle aree a maggioranza curda dell’Iran a “istituire l’autogoverno e l’autodifesa”. L’appello invita i giovani a prendere le armi e la popolazione a formare comitati di autodifesa per proteggersi dagli attacchi, anche da quelli israelo-statunitensi, che in Rojhelat hanno fatto centinaia di vittime. L’appello chiama poi all’istituzione di comitati di autogoverno locali e invita i soldati del regime presenti sul territorio a disertare e unirsi alla popolazione. “Questo appello va nella direzione del volersi costituire come una terza via contro i piani di Israele e Stati Uniti di ristrutturazione del Medio oriente, e anche contro la Repubblica Islamica, che da sempre attacca, arresta, uccide i curdi in Iran, in particolare i militanti del Pjak”, spiega Mattia Berera nell’intervista. “Si tratta di non soccombere alle guerre imposte sulla testa del proprio popolo e rafforzare le proprie autodifese sociali in tutti i sensi: dai servizi, all’autodifesa locale, alla gestione delle proprie comunità”, aggiunge. L’approccio del Pjak, i cui dirigenti hanno più volte ribadito di essere a favore di una sollevazione contro il regime di Teheran che parta dalla società curda e iraniana, ma di essere contrari all’intervento militare delle potenze egemoniche dall’esterno, si rifà alla lettura dell’attuale fase imperialista e di escalation bellica nel capitalismo del movimento di liberazione curdo e al paradigma elaborato da Abdullah Öcalan, in particolare rispetto al ruolo che un movimento socialista, internazionalista e anti-capitalista dovrebbe avere rispetto a questo scenario. “È importante cogliere il fatto che questa non è più la Guerra fredda. Nessuno stato al mondo oggi rappresenta, come l’Unione Sovietica in passato, l’afflato e il desiderio di miliardi di persone per la libertà e l’uguaglianza. Oggi ogni scontro tra stati è in realtà solo una contrattazione all’interno di un sistema unico per chi deve pesare di più e chi di meno”, afferma l’esponente dell’Accademia della modernità democratica ai nostri microfoni. Quello che sta facendo il Pjak è di “non scegliere l’uno o l’altro stato ma scegliere se stessi come popolo, come struttura e come società“. Secondo Mattia Berera, quella tra lo “schierarsi con la Repubblica Islamica o con gli Stati Uniti e Israele non è, in realtà, una vera scelta: se si sta in questa polarizzazione si sta da un’unica parte, quella della ristrutturazione capitalista e imperialista”. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Mattia Berera, esponente dell’Accademia della modernità democratica, struttura internazionale nata su impulso del movimento curdo e si occupa di diffondere la proposta politica e il paradigma del movimento curdo nel mondo. Ascolta o scarica.  
March 5, 2026
Radio Onda d`Urto
IRAN: LA COALIZIONE DEI PARTITI CURDI TRA LA REPRESSIONE DI TEHERAN E L’AGGRESSIONE ISRAELO-STATUINTENSE
A fine febbraio 2026 i principali partiti e movimenti politici del Kurdistan iraniano (Rojhelat) hanno annunciato la fondazione della “Coalizione dei partiti politici del Kurdistan iraniano”, nota anche come “Kurdistan Alliance”. L’intesa è il risultato di un lungo percorso di confronto tra organizzazioni politiche curde iraniane con storie e orientamenti ideologici differenti, iniziato ai tempi del movimento di massa “Jin, Jyian, Azadi” (nel 2022) con l’obiettivo di consolidare le forze dell’opposizione curda in Iran e rafforzarne la collaborazione davanti alla repressione del regime degli Ayatollah da un lato, all’aggressione e alla guerra portata da potenze esterne come Israele e Stati Uniti dall’altro. L’accordo, infatti, è stato siglato alla vigilia dell’inizio della nuova aggressione israelo-statunitense contro l’Iran – i cui bombardamenti stanno interessando in maniera importante anche le province del Kurdistan iraniane – da cinque organizzazioni: il Partito della Vita Libera in Kurdistan (PJAK, che si ispira al paradigma del confederalismo democratico e alle idee di Abdullah Öcalan); il Partito della Libertà del Kurdistan (PAK); il Partito Democratico del Kurdistan – Iran (PDKI); l’organizzazione Xebat e una delle fazioni dell’organizzazione comunista Komala. Il testo con cui queste organizzazioni hanno annunciato la nascita della coalizione è la bozza, ancora molto generica, di un documento programmatico in quindici punti che parla di autogoverno, autodeterminazione, diritto all’autodifesa, sostegno alla lotta delle donne e costruzione di istituzioni democratiche sugli altopiani del Kurdistan iraniano. Secondo la dichiarazione d’intenti congiunta, questi obiettivi devono essere raggiunti tramite una lotta congiunta con le altre nazioni e movimenti di opposizione che porti alla costruzione, in Iran, di un sistema politico “democratico, decentralizzato e laico che garantisca i diritti di tutte le componenti nazionali, religiose ed etniche”. “Non si tratta di separatismo quanto, piuttosto, del progetto di costruzione dell’autonomia democratica all’interno di uno stato iraniano decentralizzato”, spiega Tiziano Saccucci ai microfoni di Radio Onda d’Urto. “Parliamo, fondamentalmente, delle richieste che fa il movimento confederalista. E da questo possiamo capire il peso che ha il Pjak all’interno di questa coalizione”, aggiunge Saccucci. L’alleanza tra organizzazioni curde, tuttavia, non significa alleanza con chi oggi attacca l’Iran bombardando le città, i villaggi e la popolazione civile, cioè Stati Uniti e Israele. “Chi tenta di bollare questa coalizione, o in generale i partiti curdi, come forza collaborazionista nei confronti dell’aggressione sta facendo un errore che, devo dire, spesso non viene fatto in buona fede”, commenta ai nostri microfoni l’esponente dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia. “I dirigenti del Pjak, per esempio, hanno più volte parlato di sostegno totale del partito a un movimento di massa che nasca all’interno dell’Iran e dalla società iraniana, ma hanno ripetuto all’infinito che sono contrari a qualsiasi mira imperialistica esterna“, aggiunge. “Dopodiché – conclude Saccucci – è chiaro che la guerra è destinata a coinvolgere anche i movimenti curdi presenti in Iran, che hanno la responsabilità di dover studiare una strategia per il periodo della guerra, per il post e per tutto ciò che una guerra comporta. Non possono restarne fuori, ma non la stanno appoggiando“. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Tiziano Saccucci, dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia e autore dell’articolo “Nasce l’alleanza dei partiti curdo-iraniani, tra repressione e attacco Israele-USA”, pubblicato su Dinamo Press. Ascolta o scarica.
March 4, 2026
Radio Onda d`Urto
Kobane, una ferita ancora aperta
di Gianni Sartori Dalla “città che aveva sconfitto l’Isis” al nuovo assedio: l’amarezza per una rivoluzione sotto attacco e il lascito politico del confederalismo democratico che resiste oltre la sconfitta. …
Rojava resiste: fra compromessi, crimini di guerra e…
… e difesa delle conquiste delle donne. Appuntamenti in Italia Condividiamo un po’ di contributi per capire cosa sta accadendo in Siria del Nord-Est, con sviluppi in continua evoluzione. Appuntamenti e appelli In evoluzione, perché le trattative fra le Forze Democratiche Siriane (SDF) e il governo di transizione di Damasco sono ancora in corso, e risentono anche dei troppi interessi
February 12, 2026
La Bottega del Barbieri
“LIBERARE ÖCALAN, DIFENDERE IL ROJAVA”: SABATO 14 FEBBRAIO 2026 MANIFESTAZIONI A ROMA, MILANO E CAGLIARI
Il 15 febbraio 2026 ricorrerà il ventisettesimo anniversario del rapimento del leader e cofondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan Abdullah Öcalan nel 1999, a Nairobi, in Kenya. Da quel giorno Öcalan è detenuto sull’isola-carcere di Imrali, nel mar di Marmara, in Turchia. Il leader del Movimento di liberazione curdo si trovava in Kenya perché diretto in Sud Africa, dove Nelson Mandela gli aveva offerto asilo politico dopo che diversi paesi europei – Italia compresa – glielo avevano negato. Da mesi, infatti, aveva lasciato la Siria – minacciata dalla Turchia di invasione se non l’avesse cacciato dal proprio territorio – per intraprendere un viaggio in Europa in cerca di appoggio diplomatico per una soluzione politica della questione curda. La cattura di Öcalan, e la sua consegna allo stato turco, furono orchestrate dai servizi segreti di diverse potenze capitaliste e imperialiste globali. Per questo il Movimento di liberazione curdo parla di “complotto internazionale”. Ogni anno, il 15 febbraio – il “giorno nero” – le comunità curde, che vedono in Öcalan la propria avanguardia politica, scendono in piazza in Kurdistan, in Europa e nel mondo insieme alle persone solidali con la loro causa. Quest’anno, 2026, l’anniversario del rapimento di Öcalan cade in un momento storico nel quale l’esperienza rivoluzionaria di autogoverno della Siria del nord-est (Rojava) secondo il modello del confederalismo democratico (ideato proprio dal leader del movimento curdo) affronta una minaccia esistenziale – l’ennesima – a causa della pesante offensiva mossa dal cosiddetto governo di transizione siriano dai primi giorni del mese di gennaio. Per questo in Italia, sabato 14 febbraio 2026 sono previste tre manifestazioni di piazza: a Roma (Piazza Indipendenza, ore 14.30), a Milano (Largo Cairoli, ore 14.30) e a Cagliari (Piazza Garibaldi, ore 17). La parola d’ordine, quest’anno, è “Liberare Öcalan, difendere il Rojava”. Su Radio Onda d’Urto è intervenuto, per presentare i cortei, Tiziano Saccucci dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia. Ascolta o scarica.   *La rete locale della campgana “Rise up 4 Rojava” ha organizzato una partenza collettiva per raggiungere il corteo di Milano da Brescia: appuntamento alle ore 13 alla Stazione Fs. Riportiamo di seguito il comunicato di Uiki Onlus, Rete Kurdistan, Centro socio-culturale Ararat di Roma e Associazione confederalismo democratico Kurdistan di Milano: Kobane è sotto assedio. Undici anni fa era l’ISIS a stringere d’assedio la città simbolo della resistenza curda, oggi sono le forze del nuovo governo siriano, affiancate da milizie filoturche, a chiudere ogni via di fuga. Cambiano gli attori, ma non la logica: cancellare l’esperimento politico curdo e ridurlo a una parentesi da archiviare con la forza. Il ritiro forzato delle Forze della Siria Democratica (SDF) da Raqqa, Tabqa e Deir ez-Zor ha ridotto drasticamente il territorio amministrato dall’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (DAANES). Kobane è oggi senza elettricità, acqua, riscaldamento, carburante e collegamenti internet, mentre migliaia di civili provenienti dai villaggi circostanti hanno trovato rifugio in città, aggravando una situazione già al collasso. Bambini, anziani e famiglie dormono all’aperto o in tende improvvisate, mentre le strutture sanitarie operano senza corrente. Le SDF continuano a difendere la popolazione civile e a garantire la custodia dei prigionieri ISIS, ma il collasso di prigioni e campi rischia di favorire fughe di massa e la riorganizzazione di cellule jihadiste, minacciando la stabilità regionale e la sicurezza internazionale. Alla base della DAANES c’è il Confederalismo Democratico, il progetto politico sviluppato da Abdullah Öcalan, leader storico del movimento curdo. La sua visione rifiuta lo Stato-nazione come strumento di oppressione e propone autonomie locali, consigli popolari, parità di genere, economia cooperativa e autodifesa comunitaria. Questo modello ha ispirato la costruzione di un progetto di Siria plurale, dove curdi, arabi, cristiani, ezidi e altre minoranze hanno coabitato, sperimentando forme di democrazia diretta e convivenza tra identità diverse. È qui che l’ISIS è stato sconfitto, al prezzo di migliaia di vite, dimostrando che un Medio Oriente libero e democratico è possibile. La rivoluzione del Rojava e l’esperimento dell’autogoverno sono oggi messi in pericolo non solo dalle offensive militari, ma anche dall’inerzia della comunità internazionale, che osserva mentre città come Kobane vengono isolate e private dei servizi essenziali. In questo contesto, la liberazione di Abdullah Öcalan rimane centrale. Dal 1999, Öcalan è detenuto in isolamento sull’isola-prigione di Imrali: la sua detenzione non rappresenta solo una violazione dei diritti umani, ma costituisce un ostacolo alla pace e alla risoluzione della questione curda in ognuno dei paesi in cui il Kurdistan è diviso. Öcalan ha più volte proposto soluzioni politiche e negoziati per il riconoscimento dei diritti dei curdi all’interno dei paesi in cui questi vivono, e la sua liberazione è un passo fondamentale per sostenere l’autogoverno del Rojava e le prospettive di stabilità regionale. Inoltre il leader curdo ha mostrato la sua volontà di concludere il conflitto ancora una volta il 27 febbraio scorso, aprendo la via ad un nuovo processo di pace con lo scioglimento del PKK. Quel processo, è ora più fragile che mai. Come nel passato, la resistenza continua. A Kobane, la popolazione civile si mobilita per difendere la città, con donne e uomini, curdi ed ezidi, armeni e siriaci che sostengono la difesa dei quartieri. Quello che è in gioco non è soltanto un territorio, ma un intero modello politico: la possibilità concreta di costruire una Siria democratica, plurale e inclusiva, che sfidi il fondamentalismo e il centralismo autoritario. Il 14 febbraio 2026 ci ritroveremo in corteo a Roma e Milano per chiedere la liberazione di Abdullah Öcalan e di tutti i prigionieri politici in Turchia, per difendere la rivoluzione curda e il futuro delle comunità del Nord-Est della Siria. Tacere oggi significherebbe voltare le spalle a chi ha combattuto l’ISIS e tradire chi dimostra, da oltre dieci anni, che un Medio Oriente libero e democratico è possibile. La resistenza continua, e noi saremo al loro fianco. ROMA – 14 Febbraio ore 14:30 – Piazza indipendenza MILANO – 14 Febbraio ore 14:30 – Largo Cairoli Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia Retekurdistan Italia Comitato Il tempo è Arrivato – Libertà per Öcalan Centro Socio-Culturale Ararat Associazione Confederalismo Democratico Kurdistan
February 11, 2026
Radio Onda d`Urto
“LA RESISTENZA HA FERMATO, PER ORA, I PIANI DELLE POTENZE CAPITALISTE CONTRO L’AUTOGOVERNO IN ROJAVA”, INTERVISTA AD HAVIN GUNESER
Radio Onda d’Urto ha intervistato Havin Guneser, tra le fondatrici dell’assemblea dell’Academy of Social Science e già portavoce della campagna “Freedom for Abdullah Öcalan – Peace in Kurdistan”. Con Havin Guneser abbiamo commentato quanto accaduto nelle ultime settimane, nel mese di gennaio 2026, in Siria del nord-est, Rojava, e in tutto il Kurdistan. Nell’intervista l’intellettuale e militante curda inquadra l’offensiva delle milizie del cosiddetto governo di transizione siriano contro l’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est all’interno di quella che il movimento di liberazione curdo definisce come la Terza guerra mondiale. Con questa prospettiva, spiega Guneser nell’intervista, è possibile comprendere come le potenze imperialiste – globali e regionali – si siano allineate per sostenere Al-Jolani/Al-Sharaa, pronto a garantire i loro interessi, e attaccare l’autogoverno del Rojava, che propone invece una soluzione politica per il Medio oriente fondata sull’autodeterminazione dei popoli. Insieme ad Havin Guneser, inoltre, abbiamo commentato il ruolo dei media mainstream, da settimane impegnati in una propaganda feroce contro l’Amministrazione autonoma del Rojava e le Forze democratiche siriane. Infine, abbiamo ricordato il ruolo del leader e co-fondatore del movimento di liberazione curdo Abdullah Öcalan. Tra pochi giorni, infatti, ricorre il ventisettesimo anniversario del suo rapimento e incarcerazione sull’isola turca di Imrali. Qui l’intervista di Radio Onda d’Urto ad Havin Guneser doppiata in italiano. Ascolta o scarica. Here is the original English version of Radio Onda d’Urto’s interview with Havin Guneser. Listen or download.   Di seguito, invece, riportiamo la trascrizione dell’intervista di Radio Onda d’Urto ad Havin Guneser: Havin Guneser, per prima cosa ti chiediamo come possiamo definire e commentare quanto accaduto nelle ultime settimane in Siria del nord-est, Rojava, e poi in tutto il Kurdistan. Qual è la tua valutazione riguardo alla situazione attuale e all’accordo di cessate il fuoco? Risposta: Naturalmente, ci sono molti livelli di lettura di ciò che è accaduto nell’ultimo mese in Rojava e nella regione. Credo che ne avessimo parlato nell’ultima intervista che abbiamo fatto qui su Radio Onda d’Urto. Come abbiamo sottolineato, e come ha sottolineato Abdullah Öcalan, negli ultimi vent’anni circa ci siamo trovati nel mezzo di una Terza guerra mondiale. Negli ultimi due anni questa Terza guerra mondiale è diventata sempre più visibile, con l’epicentro che coincide con la geografia curda, che comprende Iran, Iraq, Siria e Turchia. Di conseguenza, tutto ciò che sta accadendo sta influenzando molto i curdi, il popolo curdo. Credo che le potenze globali e regionali, in Medio Oriente, abbiano compiuto molti sforzi per tenere i curdi dalla loro parte o per attaccarli, massacrandoli e così via, in modo da poter determinare quale sarà il nuovo assetto politico e territoriale del Medio Oriente nei prossimi 100 anni. Per questo motivo è stato molto, molto importante per i curdi sviluppare una propria visione di ciò che sta accadendo nella regione. Ci sono molti attori, dagli Stati Uniti all’Inghilterra, a Israele, così come l’Iran, alcuni paesi arabi come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, e soprattutto la Turchia, che determinano come saranno le cose in Medio Oriente. E sappiamo che il conflitto principale in atto riguarda i corridoi energetici, i combustibili fossili e, in generale, il controllo sulle risorse del Medio Oriente, nonché l’apertura di aree geografiche che non sono state ancora aperte davvero al sistema capitalista, al sistema mondiale in generale, per il loro sfruttamento. Come i territori dell’ex Unione Sovietica o l’Iran e la Siria o luoghi simili. Questo è un livello. Il secondo livello, ovviamente, è la questione curda stessa. Negli ultimi 100 anni, o poco più, i curdi sono stati divisi tra questi Stati coloniali, che sono stati creati, in realtà, da potenze come l’Inghilterra e la Francia, e questo quadro politico è stato mantenuto dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e da altri. Quindi tutto ciò che esula da questo quadro è stato dichiarato illegittimo, come nel caso del Movimento di liberazione curdo. È stato dichiarato illegittimo perché ha un proprio quadro filosofico e ideologico su come risolvere i conflitti in Medio Oriente. Penso che stiamo assistendo al dispiegarsi di tutte queste contraddizioni. Stiamo assistendo al modo in cui stanno cercando di dividere e governare nuovamente il Medio Oriente per i prossimi 100 anni. E così tutti vogliono attirare i curdi dalla propria parte e, se i curdi non lo fanno, se non agiscono o non si alleano con queste forze regionali o globali, allora li attende un massacro o un genocidio. Penso che questo sia ciò che abbiamo visto nell’ultimo mese. Sappiamo che negli ultimi 14 anni, dalla rivoluzione in Rojava, c’è stato un enorme sforzo da parte delle forze globali per convincere il Rojava a cambiare la sua prospettiva su come vivere, su quale tipo di sistema politico adottare, a eliminare l’autogoverno, l’autodifesa e la libertà delle donne nella regione. Quindi c’è stata un’enorme lotta politica. Naturalmente, prima di questo, come sapete, c’era stata una grande lotta esistenziale contro Daesh. Quindi, nell’ultimo mese, abbiamo assistito a una forte pressione sui curdi affinché diventassero alleati nella lotta contro Hashd al-Shaabi, contro l’Iran, sempre di più, e diventassero un alleato di questo tipo in Medio Oriente. Ma questo è stato rifiutato sia dal Movimento di liberazione curdo in generale, sia dall’autogoverno del Rojava. E così abbiamo visto che l’area è stata nuovamente lasciata in balia di Al-Qaeda, dell’Isis, della Turchia, tutte forze che in realtà vogliono conquistare più territorio e più controllo per sé stesse. Naturalmente, stiamo vedendo che, come sapete, la legittimità è concessa solo dalle potenze globali. Lo sapevamo già, ovviamente, ma ora è estremamente importante che tutti lo vedano e ne traggano insegnamento. È chiaro che c’era un accordo tra Hts, l’ex Isis e tutti questi diversi gruppi jihadisti, che hanno accettato la conquista israeliana delle alture del Golan e anche, come sapete, della regione di Suwayda, quindi il sud della Siria. In sostanza, abbiamo visto che attraverso incontri a Parigi, Erbil e altrove, la capitolazione è stata imposta all’autogoverno della Siria sud-orientale e anche al Rojava, nel nord-est. Quindi c’è stata una grande resistenza a questi piani e abbiamo visto la resistenza e la lotta della popolazione locale insieme agli amici del Rojava in tutto il mondo. Tutto questo piano è stato fermato per un soffio. Non è ancora finita, si tratta di un processo. Prima di tutto, ciò che è stato accettato è stato di fermare i massacri che stavano per continuare, perché il Movimento di liberazione curdo, Abdullah Öcalan e l’autogoverno del Rojava hanno capito che coloro che hanno deciso questa offensiva volevano iniziare una guerra tra curdi, turchi, curdi, arabi, persiani. Ancora di più. Quindi, quello che si sta cercando di fare è, da un certo punto di vista, molto complicato, ma in un altro senso anche piuttosto chiaro, perché tutto è collegato. Da un lato, quello che stanno cercando di fare è dire ai curdi che il paradigma di Abdullah Öcalan non funziona: le tribù arabe hanno voltato le spalle a questo progetto, quindi la fratellanza tra i popoli non funziona, dicono. Vogliono affermare che in Medio Oriente ciò che funziona sono gli stati nazionali basati su un’unica etnia, quindi i curdi dovrebbero puntare a questo e dimenticare il confederalismo democratico e la nazione democratica. Quindi c’è stato un enorme attacco sia ad Abdullah Öcalan che al paradigma che egli propone. Ma d’altra parte, ovviamente, stiamo vedendo che questo è l’unico progetto, l’unico paradigma che può funzionare nella regione. Tutti gli altri comportano un bagno di sangue e un modo per l’imperialismo, o come vogliamo chiamarlo, le potenze globali, se preferite, per ridisegnare il sistema. Quindi tutti vogliono “avere un proprio curdo”. Anche la Turchia. Ovviamente ci sono ancora dei colloqui in corso in Turchia, ma anche lo Stato turco non è omogeneo. Ci sono diversi piani sul tavolo. Da un lato ci sono i colloqui, dall’altro ci sono Hezbollah o le guardie dei villaggi che sono ancora molto attive e che cercano anche di svolgere un ruolo negativo in questo processo. E se il Movimento di liberazione curdo si indebolisce, queste forze diventeranno più decisive e cercheranno di portare più curdi dalla loro parte per combattere qualche guerra per conto loro. Anche all’interno di Daesh ci sono alcuni curdi, anche se non sono molti. Anche l’Iran sta cercando di coinvolgere i curdi, lo stesso fa l’Iraq e naturalmente anche la Siria. Anche gli Stati Uniti, Israele e l’Inghilterra cercano di formare una propria “contingenza curda”, perché sanno che i curdi hanno subìto un torto e che c’è una certa emotività al riguardo. Quindi tutti questi attori pensano che potrebbe essere utile avere una popolazione che combatta contro turchi, gli arabi o gli iraniani, in modo da cambiare il panorama politico del Medio Oriente. Quello che Abdullah Öcalan e il Movimento di liberazione curdo in generale stanno cercando di fare è stringere una sorta di accordo basato sul riconoscimento legale dei curdi e impedire che questi ultimi vengano utilizzati dalle diverse forze – come Israele, Inghilterra, America o qualsiasi altra forza, comprese l’Iran, l’Isis o la Turchia – per ottenere benefici per loro e i loro interessi. Così potrebbe essere possibile ricostruire il ruolo dei curdi nella regione, affinché possa svilupparsi un processo costruttivo e positivo basato sulla libertà delle donne, sulla nazione democratica e sull’autogoverno. Questo potrebbe consentire anche di porre fine al massacro tra i popoli, perché una volta iniziato è impossibile fermarlo. Lo sforzo per la liberazione curda è evidente. Quindi, gli accordi stipulati in Siria dovrebbero essere visti da questa prospettiva. Non è sicuramente l’accordo più vantaggioso che sia mai stato stipulato, ma visti gli attacchi ad Aleppo, l’accordo tra le potenze regionali e mondiali, in particolare Stati Uniti, Regno Unito e, naturalmente, Francia e Israele per spazzare via l’amministrazione autonoma curda e invadere l’ultimo avamposto iraniano in Iraq, controllato dalle forze Hashd al-Shaabi, per poi entrare in Iran… Voglio dire, tutti nel mondo dovrebbero poter vedere il coraggio del movimento di liberazione curdo, sia in Rojava che in ogni altro luogo, nel cercare di trovare una soluzione ragionevole e logica davanti a ciò che sta accadendo nella regione e nel tentativo di impedire al fascismo di mettere le radici in Medio Oriente. Come ho detto, l’accordo in Siria è ben lungi dall’essere perfetto, ma è un punto di partenza, perché per la prima volta i curdi sono stati accettati come entità legali in Rojava, in Siria. Questo non significa che domani non ci saranno più combattimenti, perché non sappiamo cosa ci riserverà il futuro. Kobane è ancora sotto assedio, quindi il pericolo non è affatto scongiurato, ma l’approccio dei curdi è quello di continuare con questo tipo di colloqui e negoziati e di riuscire a trovare soluzioni ai problemi della regione attraverso la democrazia, mantenendo al contempo la loro autodifesa e il loro autogoverno, mantenendo i curdi in una posizione chiave in cui possano usare la loro determinazione per lo sviluppo della fratellanza tra i popoli, la libertà delle donne e la nazione democratica nella regione. Da questo punto di vista questo mese è stato molto, molto importante. Sapevamo che in questo mese Stati Uniti, Israele, Regno Unito e Francia avevano davvero fretta di concludere tutto molto rapidamente. Ma penso che la resistenza e la lotta, prima di tutto in Rojava, ma poi in tutto il mondo, siano state davvero fondamentali e decisive per impedire che questo piano avesse successo. Penso che possiamo dire che questo mese è stato compiuto un passo incredibile e cruciale. Possiamo giungere a questa conclusione con grande sicurezza. Gli attacchi del governo siriano contro l’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est sono stati accompagnati da una massiccia campagna mediatica e di propaganda contro l’Amministrazione autonoma e le Sdf in particolare. In questo attacco mediatico abbiamo visto attivi soprattutto media come Al Jazeera, Middle East eye, ovviamente i media turchi e gli esponenti del governo turco, ma anche diversi media occidentali. Perché? Risposta: Sì, come abbiamo sottolineato non esiste un governo siriano. Come ho già detto, erano terroristi, erano illegittimi. Sono stati loro a compiere l’attentato alle Torri Gemelle. E poi, Jolani aveva una taglia di non so quanti milioni di dollari sulla sua testa. Quindi, quello che stiamo vedendo è la corruzione delle élite del sistema mondiale. Non si tratta solo di Epstein. La corruzione cui stiamo assistendo ha permeato ogni angolo delle procedure statali. Stiamo scoprendo che molte persone sono collegate a questi file di Epstein. Ma a parte questo, voglio dire, potete immaginare qualcuno che è collegato all’attentato alle Torri Gemelle? Ci sono anche molte teorie cospirative, ne sono consapevole. Ma in effetti poi questi sono stati messi a capo della Siria. Non stiamo parlando di un sistema di valori. Quello cui assistiamo è che le élite delle potenze globali decidono chi è vantaggioso per loro. E in base a ciò, il terrorista di ieri può diventare legittimo. E coloro che sono legittimi, con l’autogoverno e tutto il resto, possono diventare illegittimi molto rapidamente. E lo abbiamo visto in Rojava. Il motivo per cui Al Jazeera, persino Der Spiegel – ovviamente sappiamo che Der Spiegel non ha mai riportato in modo molto obiettivo o indipendente nemmeno in passato – riportano le notizie in un certo modo è che è in atto un tentativo di convincere la gente che questi ora sono i buoni e gli altri, poiché non sono in linea con i nostri interessi e profitti, ora sono i cattivi. Questo è un tentativo di manipolare i fatti, rendere le cose più accettabili e mostrare che questi non sono più i cattivi di una volta, ma si sono trasformati. Quindi penso che dovremmo vederla in questo senso. Quello che stanno cercando di dimostrare a tutti è che non è possibile vivere come fanno i curdi, basandosi sulla libertà delle donne e così via… Che questo non è possibile. Voglio dire, abbiamo persino visto che, quando hanno gettato quella coraggiosa militante dall’edificio distrutto, invece di parlare di quanto sia barbaro – non voglio nemmeno usare la parola barbaro perché sappiamo che nella storia i barbari erano le persone buone, non quelle cattive… Ma, sapete, sono così crudeli e violenti e assetati di sangue che hanno gettato questa militante dall’edificio distrutto ad Aleppo – ebbene, invece di parlare di questo, hanno parlato di quanto la combattente fosse giovane. Insomma, si tratta solo di distorsione dei fatti e di rendere accettabile all’opinione pubblica l’idea che almeno possiamo lasciar perdere, che non dovremmo soffermarci troppo su quanto sta accadendo. In realtà stanno cercando di creare… Sapete, come dei tifosi, come fosse una partita di calcio o qualcosa del genere… Non si tratta di valori umani, ma solo di profitti, benefici, ed è tutta una questione di “campismo”. Voglio dire, anche alcuni esponenti della sinistra ortodossa stanno entrando in questo gioco. Per alcuni ormai non si tratta più di quali valori, ma di quale potere si sostiene, con quale potenza egemonica si è allineati. Per questo è molto importante avere mezzi di comunicazione alternativi, ed è anche importante esercitare pressione sui media mainstream con proteste, e-mail, lettere, per far capire che è inaccettabile che si comportino in questo modo. Per di più, alcuni di loro lo fanno utilizzando il denaro delle tasse, il denaro del popolo. Dobbiamo vedere e smantellare questo tipo di sforzi mediatici volti a legittimare gli orribili massacri e genocidi che stanno avvenendo. Tra pochi giorni sarà il 15 febbraio, cioè il ventisettesimo anniversario del rapimento di Abdullah Öcalan. Qual è stato il ruolo di Öcalan in queste settimane? Risposta: Sì, dal 15 febbraio 1999 stiamo entrando nel 27° anno dal rapimento di Abdullah Öcalan. All’epoca, la Turchia, l’esercito turco e lo Stato diedero alla Siria un ultimatum: consegnare Ocalan o subire un attacco. Stiamo ora guardando la situazione della Siria dopo tanti anni e vediamo che, come Abdullah Ocalan stesso ha ripetuto più volte, volevano avviare un intervento molto più profondo in Medio Oriente con il suo rapimento e riuscire a ottenere i curdi, a usare i curdi per poterlo fare, soprattutto se fossero riusciti a farlo uccidere durante il viaggio verso la Turchia o se in qualche modo si fosse tolto la vita o lo Stato turco lo avesse ucciso in prigione. In quel caso ci sarebbe stata una guerra enorme e tutti gli sviluppi in Medio Oriente fino ad oggi sarebbero diventati molto più rapidi. Invece, Abdullah Öcalan ha lavorato molto duramente sulla strategia durante tutta la sua detenzione, e anche prima, ovviamente, mentre era in Siria, per vedere quale tipo di soluzione per il Medio Oriente non favorisse l’imperialismo, le potenze mondiali globali, ma cercasse invece di trovare una soluzione con le comunità locali e le potenze della regione. Per questo ora Ocalan ha effettivamente tracciato un parallelo con ciò che è successo ad Aleppo. L’ha definito un secondo 15 febbraio, perché si tratta di un complotto simile a quello del 1999. Questo perché, come forse i vostri ascoltatori sanno, proprio mentre stavano per firmare un accordo il 4 gennaio, il ministro siriano Shibani, che è vicino allo Stato turco, è intervenuto e ha dichiarato che non potevano firmare. Dopo quello, ovviamente, ci sono stati gli attacchi ad Aleppo e ovunque, con le tribù arabe che hanno cambiato schieramento e tutto il resto, molto rapidamente. Siamo arrivati così sull’orlo di un enorme genocidio, di una resistenza e lotta in Siria. Ma abbiamo anche assistito a un’altra grande rivolta, come quella del 15 febbraio 1999, quando il popolo curdo si è sollevato in tutte le regioni del Kurdistan e in tutto il mondo. Quindi, proprio come in quei giorni, ci sono state nuove rivolte in Iran. E come forse sapete, più di 7.000 persone sono state uccise in tutto l’Iran, e la maggior parte di loro sono curdi. Quindi stiamo assistendo alla realizzazione di piani che stanno prendendo piede. Sapete, speravano forse di poter agire molto rapidamente e, di conseguenza, con le rivolte in Iran, tutto avrebbe combaciato e l’intera faccenda si sarebbe trasformata in un enorme bagno di sangue. Quindi, da quanto possiamo capire, quello che ha fatto Abdullah Öcalan dalla sua cella è stato mettersi in mezzo e dire che era inaccettabile, che non era nell’interesse di nessuno. Non era nell’interesse dei curdi, né degli arabi, né dei turchi. Quindi ha preso una posizione ferma e ha detto allo Stato turco che se le cose stavano così, allora non ci può essere pace. Non è possibile. Ha dichiarato che lui sarebbe in grado di trovare una mediazione tra le diverse forze e che tutti gli attori dovrebbero sedersi allo stesso tavolo, discuterne insieme in modo che non ci siano zone d’ombra e tutti siano trasparenti. Ora capiamo, anche se in ritardo, perché forse all’epoca era un argomento delicato, che in realtà non era così. Questa informazione non era stata divulgata. Ma oggi sappiamo che ci sono stati diversi incontri e diverse proposte da parte di Öcalan e che a questi incontri hanno partecipato rappresentanti degli Stati Uniti, di Damasco e del governo di transizione siriano. Diverse forze, tra cui anche i partiti KDP, ENKS, Talabani e Barzani, e la Turchia. Quindi erano presenti anche molti altri gruppi e a un certo punto Ocalan è riuscito a fermare tutto questo. Da quanto riferito Ocalan ha detto che questo non è l’accordo desiderato, né quello definitivo, ma è quello ragionevole, quello possibile, realistico, diciamo… Quello realistico sul campo. Penso che questo sia molto importante. Penso che i curdi abbiano dimostrato di non avere alcun problema a combattere, lottare, resistere, persino morire, ma anche a raggiungere accordi politici – anche se non di nostro gradimento – che costituiscano comunque un punto di partenza da cui continuare. Non è come 50 anni fa. Come stiamo dicendo, questa è la situazione di una Terza guerra mondiale, in cui qualunque sistema venga creato, rimarrà in vigore per un po’. E dobbiamo essere responsabili, non solo le forze del Medio Oriente, ma in tutto il mondo. Dobbiamo essere presenti come una forza organizzata ovunque, in Medio Oriente, nel mondo, per assicurarci che nella ristrutturazione del sistema mondiale non veniamo esclusi, repressi, oppressi e sfruttati. Dobbiamo essere presenti per assicurarci che, a nostro nome, non venga imposto un sistema capitalistico ancora peggiore. Al contrario, come dice Abdullah Ocalan nel suo paradigma: se siamo organizzati, saremo in grado di aprire uno spazio per la modernità democratica, il confederalismo democratico e la nazione democratica di cui stiamo parlando. La resistenza da sola non basta. È fondamentale anche avere una visione per il futuro, per il modo in cui vogliamo vivere. Ed è ancora più importante essere in grado di attuare una politica in tal senso. Credo che questo sia ciò che sta facendo Abdullah Öcalan. Sta attuando nella pratica la politica del confederalismo democratico e della modernità democratica oggi, nel Medio Oriente, tenendo conto del problema esistenziale dei curdi, ma anche di altri aspetti: la democrazia, la libertà delle donne e l’ecologia. Penso che abbia dato il meglio di sé nelle condizioni in cui si trova.
February 9, 2026
Radio Onda d`Urto
14 Febbraio 2026: DEFEND ROJAVA
Le manifestazioni in Italia per il Rojava, nell’anniversario della cattura illegittima di Ocalan: Roma, Milano, Cagliari Roma e Milano 14 Febbraio ore 14:30 DEFEND ROJAVA Manifestazioni a ROMA, Piazza Indipendenza, e a Milano, Kobane è sotto assedio. Undici anni fa era l’ISIS a stringere d’assedio la città simbolo della resistenza curda, oggi sono le forze del nuovo governo siriano, affiancate
February 5, 2026
La Bottega del Barbieri
ROJAVA: COSA PREVEDE IL CESSATE IL FUOCO TRA AMMINISTRAZIONE AUTONOMA E DAMASCO? COME CI SI È ARRIVATI?
Oggi, lunedì 2 febbraio 2026, in Siria sono stati compiuti i primi passi per implementare sul terreno l’accordo di cessate il fuoco annunciato nei giorni scorsi dal cosiddetto governo di transizione di Damasco e dall’Amministrazione autonoma del Rojava. L’intesa è stata raggiunta dopo un mese di offensiva su larga scala da parte delle milizie di Al Jolani e di resistenza da parte delle Forze Democratiche Siriane. L’accordo prevede un cessate il fuoco permanente, con l’allontanamento di entrambi gli eserciti dalla linea del fronte, e una road map per l’integrazione delle strutture militari e civili costruite dalla rivoluzione confederale all’interno dello stato siriano. Secondo il testo, le Forze democratiche siriane verrano integrate dal Ministero della Difesa siriano in blocco, come brigate che si occuperanno della difesa del cantone di Cizire (Heseke, Qamishlo, Derik) e del cantone dell’Eufrate, quello di Kobane. Anche le Ypj, le Unità di protezione delle donne, non dovranno sciogliersi, anche se su questo punto le trattative sulle modalità di integrazione sono ancora in corso. Le Forze democratiche siriane non potranno entrare nelle città di Heseke e Qamishlo, ma dovranno limitarsi alle basi fuori città. Così come non vi potranno entrare le truppe di Al Jolani/Al Sharaa. La sicurezza interna delle città sarà garantita dalle forze di sicurezza interna dell’Amministrazione autonoma (Asayish), che verranno integrate dal Ministero dell’Interno di Damasco. Sul piano civile l’intesa prevede il passaggio della gestione di alcune infrastrutture (come i pozzi petroliferi e l’aeroporto di Qamishlo) e dei confini (Semalka, con la regione del Kurdistan in Iraq, e Nusaybin, con lo stato turco) a Damasco, con il mantenimento dei funzionari e dipendenti dell’Ammministrazione autonoma, cui verrà garantito il mantenimento del posto di lavoro. Le istituzioni dell’autogoverno, organizzate da 14 anni secondo il modello del confederalismo democratico, non verranno sciolte e continueranno a svolgere le loro funzioni. In base all’accordo, inoltre, i diplomi e i certificati rilasciati dalle istituzioni educative dell’Amministrazione autonoma saranno riconosciuti dal governo centrale. In questa cornice oggi, lunedì 2 febbraio, un primo contingente di truppe del cosiddetto governo di transizione siriano è entrato – in maniera simbolica e sotto la supervisione delle Forze democratiche siriane – nella grande città di Heseke. Il centinaio di uomini di Damasco, spiegano le Forze democratiche siriane, se ne andranno non appena avranno portato a termine il proprio incarico di supervisione delle prime fasi dell’accordo. Lo stesso dovrebbe accadere domani a Qamishlo. “A questo accordo si è arrivati con la Resistenza. Per un anno Al Jolani ha cercato di imporre una debacle totale alle conquiste della rivoluzione. La resistenza sul terreno e la mobilitazione generale, in Kurdistan e in Europa, di queste settimane hanno fatto capire al regime e i suoi padrini occidentali che non avrebbe conquistato le regioni a maggioranza curda con la stessa facilità con cui ha preso le regioni a maggioranza araba del sud dell’Amministrazione autonoma”, commenta Mattia Berera, dell’Accademia della modernità democratica, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. “Ovviamente è un compromesso: oggi la rivoluzione è abbastanza forte da non accettare meno di questo, ma non è abbastanza forte da ottenere di più”, aggiunge Berera. “Il fatto che l’accordo venga implementato e rispettato è tutto da vedere, perché è stato stipulato con un nemico tra i più feroci. Non è detto che lo stato siriano mantenga la parola data. L’unica garanzia sono la mobilitazione generale della società del Rojava e la Resistenza“. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Mattia Berera, dell’Accademia della modernità democratica. Ascolta o scarica.
February 2, 2026
Radio Onda d`Urto
ROJAVA: LA RESISTENZA CONTINUA. LA “CAROVANA DEI POPOLI” BLOCCATA AL CONFINE TRA GRECIA E TURCHIA
In Siria la resistenza di Forze democratiche siriane, Ypg e Ypj sembra avere fermato, per ora, l’avanzata delle milizie salafite del cosiddetto governo di transizione. Le forze del confederalismo democratico in Rojava hanno riferito di continue violazioni del cessate il fuoco da parte di Damasco. Respinte diverse offensive, in particolare sul cantone di Cizire. Le truppe di Al Jolani puntano al border di Semalka per isolare ulteriormente la resistenza. Si tratta, infatti, dell’unica frontiera aperta con il Kurdistan iracheno. Più a ovest, Kobane rimane sotto assedio, accerchiata e senza servizi per la popolazione civile. Anche su questo fronte si registrano attacchi sporadici nonostante il cessate il fuoco. Diverse fonti parlano di un nuovo incontro, a Damasco, tra Amministrazione autonoma del nord-est e il governo ad interim. Nonostante la situazione sul terreno, secondo queste notizie un qualche tipo di negoziato sarebbe ancora in piedi. L’agenzia statale siriana Sana parla – ancora una volta – del raggiungimento di un accordo sull’integrazione delle Forze democratiche siriane nell’esercito governativo. Nessuna conferma, né smentita, dall’Amministrazione autonoma del Rojava. Sempre l’agenzia Sana riferisce del viaggio di Al Jolani/Al Sharaa a Mosca da Putin. L’autoproclamato presidente siriano è effettivamente atterrato in Russia per andare al Cremlino, cui intenderebbe chiedere l’estradizione di Assad. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, però, è improbabile che Al Sharaa si sia recato in Russia di persona solo per questa richiesta. Con ogni probabilità sul tavolo c’è anche la volontà russa di mantenere le proprie basi in Siria, in particolare quelle sulla costa mediterranea come Tartus. In cambio, l’esercito russo nei giorni scorsi ha smobilitato le proprie truppe dalla base di Qamishlo, Siria del nord-est. Su Radio Onda d’Urto il punto della situazione, diplomatica e sul campo, con Tiziano Saccucci, dell’Ufficio informazione del Kurdistan in Italia. Ascolta o scarica. Sul fronte della solidarietà internazionale: alcune compagne e compagni europei sono giunti in Bakur (Kurdistan turco), unendosi alle iniziative quotidiane che puntano al confine con la Siria, respinte dagli agenti armati turchi. Il tutto in collegamento con la “Carovana dei popoli in difesa dell’umanità”, in viaggio dall’Europa per raggiungere la resistenza in Rojava. Stamattina, mercoledì 28 gennaio, la Carovana è partita da Salonicco, in Grecia. Mentre pubblichiamo questo articolo, compagne e compagni sono al confine con lo stato turco, bloccati dalla polizia di frontiera di Erdogan, che al momento non vuole farli entrare.
January 28, 2026
Radio Onda d`Urto