Siria: è la fine della rivoluzione del Rojava?Lo scioglimento delle istituzioni confederali siriane del nord, civili e
militari, rappresenta un evento storico per la Siria, per il movimento
confederale in Kurdistan, per quanti credono nella necessità di una profonda
trasformazione dei rapporti sociali oltre le identità nazionali e i confini.
Data la mia posizionalità è soprattutto quest’ultimo elemento che ho avuto in
mente quando si è trattato di contribuire in varie forme a quel progetto,
incluse le analisi o valutazioni dei processi che provo di volta in volta a
proporre. La dissoluzione dell’Amministrazione democratica autonoma (Daa) e
delle Forze siriane democratiche (Fsd) giunge a valle di alcune concessioni
governative al movimento confederale, che riguardano prevalentemente la
questione curda. È stato promulgato un importante decreto che concede ai curdi
diritti civili prima negati; alcune ore di insegnamento della lingua curda
saranno previste nelle scuole in Rojava; diverse posizioni di rilievo, civili e
militari – locali, parlamentari o nazionali – sono al momento riservate a
esponenti di spicco del movimento.
Ogni tentativo di includere nei negoziati una discussione sull’assetto
socio-economico e politico della transizione è tuttavia fallito. Nulla è
garantito, tantomeno per iscritto, riguardo al futuro assetto dei poteri, ai
diritti del segmento femminile in Rojava o altrove in Siria, alla protezione
delle condizioni di vita e di lavoro delle persone. Le regioni prima soggette ad
autogoverno subiscono dal giugno scorso gli effetti della liberalizzazione
governativa dei prezzi di beni che la Daa distribuiva a prezzo politico o
attraverso sussidi, come elettricità, pane e diesel, con un aumento delle
difficoltà economiche e della povertà. Di fronte alla svolta islamista nel paese
dopo il 2024, in molte e molti guardiamo attoniti alla trasformazione delle
Unità di protezione delle donne (Ypj) in una forza di polizia sotto il comando
di uomini che hanno fanno della violenza contro le donne e della loro
discriminazione capisaldi ideologici, oltre che una pratica durante la guerra.
La dissoluzione senza un accordo politico sostanziale scritto, inoltre, potrebbe
aprire la strada alla futura repressione del movimento, che pure oggi viene nei
fatti legittimato come componente della transizione statale.
> Per le strade del Rojava manifestazioni di protesta, organizzate sia da
> militanti del movimento che da partiti curdi di destra, denunciano
> un’assimilazione forzata priva di reali contropartite politiche.
La credibilità del Pyd tra i curdi siriani, secondo alcune fonti sul terreno, è
in flessione, e alcuni descrivono uno scenario in cui parte della popolazione
non esprime fiducia in nessuno tra i partiti e i politici curdi. Non è mia
intenzione, che curdo non sono e in Siria non vivo, discutere una scelta di pace
e di rifiuto dello scontro quale quella del movimento in questo frangente, e per
la stessa ragione per cui non eccepisco su scelte diverse da parte di altre
organizzazioni di resistenza o rivoluzionarie in altre nazioni, o ancora del
movimento confederale in altre fasi. Vorrei invece contribuire alla discussione
sul perché il negoziato tra movimento e stato non abbia potuto evitare quella
che una funzionaria della Daa ha descritto, in una conversazione con chi scrive,
come «la perdita di tutto il lavoro che abbiamo fatto in questi anni».
Non è vero che tutto è perso, poiché la società toccata dalla rivoluzione non è
più la stessa e la storia futura ne subirà l’impatto. Non si può d’altra parte
negare la sproporzione tra gli sforzi compiuti e questo esito contingente. Tutto
riconduce alla sconfitta militare di otto mesi fa, nel gennaio 2026, che ha
avuto radici politiche ed ideologiche profonde. Cercare di analizzarle è
decisivo per chiunque, individualmente o collettivamente, cerchi di comprendere
come evitare nuove sconfitte di domani, e desideri ottenere nuove vittorie.
RIVOLUZIONE E INTEGRAZIONE NELLO STATO
La solidarietà con il Rojava non ha mai significato, per me e per molti
internazionalisti che ho conosciuto, la scelta di un popolo buono o eletto
rispetto ad altri. Siamo stati in Rojava perché lì esisteva un movimento in
grado di dare risultati concreti e prospettive reali. Personalmente, quando ero
in Siria, non ho mai smesso di pensare neanche per un istante ai Palestinesi,
cui pure allora non pensava nessuno, ai Siriani e agli Iracheni che vivevano
fuori dalle zone dove operavamo noi, o ai miei connazionali in difficoltà.
Troverei demenziale pensare che i Turchi siano come popolazione peggiori dei
Curdi, i Russi peggiori degli Ucraini, i musulmani peggiori dei cristiani o
degli ebrei, e così via. Il problema non è fare classifiche tra popoli, lingue e
fedi, – o tra oligarchie statali – bensì cercare e creare organizzazioni in
grado di produrre istituzioni concretamente diverse nel mondo di oggi, ovunque
esse siano o possano prodursi.
La Daa ormai in dissoluzione era sorta nel 2014 su iniziativa di un reticolo di
comuni popolari e congressi delle donne che, su iniziativa del Partito di unione
democratica (Pyd), autogestivano il Rojava (le regioni della Siria dove la
lingua curda è tendenzialmente maggioritaria). Potevano farlo da quando, dopo la
primavera del 2011 e l’insurrezione del Pyd nel 2012, il regime di Assad aveva
evacuato le sue forze armate dall’estremo nord. Le comuni riunite in movimento
avevano creato un sistema di regioni autonome, che negli anni sono passate da 3
(il Rojava) a 7 (includendo 4 regioni a stragrande maggioranza araba) grazie
alle vittorie delle Fsd sullo Stato islamico o Daesh. Queste regioni erano
governate da consigli legislativi, esecutivi e giudiziari regolati da una legge
fondamentale decisamente pluralista, antimilitarista e fondata sull’autonomia
delle donne, il Contratto sociale.
> Mentre le comuni rappresentavano il confederalismo democratico radicale in
> espansione come alternativa alla logica capitalista e statale, la Daa
> incarnava l’“autonomia democratica”.
Essa avrebbe dovuto svolgere (e in effetti ha svolto fin dall’inizio) un ruolo
di mediazione con le strutture statali, siriane e non, al fine di proteggere
l’affermazione del confederalismo, ora con l’autodifesa, ora con la diplomazia.
La forza sociale delle comuni, da costruire nel tempo, e delle nuove cooperative
confederali avrebbe dovuto produrre rapporti di forza socio-politica, prima
ancora che militare, che permettessero, in futuro, un’integrazione
dell’autonomia democratica (non delle comuni) nell’ordinamento giuridico. Questa
integrazione sarebbe stata in grado di indebolire la cultura centralista e
autoreferenziale propria dei monopoli ideologici e finanziari del dominio, che
nello stato, per il movimento confederale, trovano il loro centro di
irradiazione (anche i capitali privati, infatti, esistono grazie alla protezione
armata degli stati).
Secondo la teoria del cambiamento abbozzata da Abdullah Öcalan nel suo Manifesto
della civiltà democratica, l’integrazione tra autonomia democratica e stato
sarebbe stata prima o poi necessaria. Non è possibile combattere guerre
rivoluzionarie infinite. Avrebbe previsto compromessi, ma anche democratizzato
in parte lo spazio statale, imponendo una “repubblica democratica”. L’attuale
dissoluzione viene non a caso chiamata “integrazione” dal movimento. Non è,
coerentemente con la teoria confederale, la fine della lotta o un’integrazione
definitiva. In una repubblica democratica il confederalismo sociale dovrebbe
continuare ad affermarsi sul territorio, sfruttando maggiori spazi di libertà di
fatto e costituzionale.
> Se questa espansione provocherà repressioni future ne nasceranno nuove fasi di
> scontro e autodifesa, magari nuove istituzioni democratiche autonome, da
> integrare in negoziati futuri, e così via.
Così via, all’infinito, senza un regno della libertà che ci aspetti, ma soltanto
con una vita bella per chi la sa vivere dalla parte giusta: questa visione del
mutamento, che non prevede una transizione rivoluzionaria decisiva e rigetta
tanto la prospettiva della conquista quanto quella della distruzione dello
stato, delinea un processo che non perde di vista la necessità della pace, né
quella di una decostruzione di lungo periodo delle pratiche di dominio nella
società. È alternativa alle teorie della transizione comuniste o anarchiche che,
in forma diversa e in parte speculare, avrebbero sottovalutato i caratteri
culturali profondi su cui si basa la potenza, intrinsecamente egemonica e
orientata al dominio, dello stato-nazione; una potenza che non è possibile
distruggere, ignorare o trasformare fino in fondo.
Quel che è possibile e doveroso, per il movimento è proteggere la società, che è
tutt’altro dallo stato. In questo senso la Comune internazionalista del Rojava
scrive in questi giorni che la rivoluzione non è finita. Nella prospettiva
confederale ha senso: la rivoluzione coincide essenzialmente con il movimento
stesso. C’è da chiedersi, tuttavia, se questo lessico non tolga al concetto di
rivoluzione gran parte della sua utilità tanto per il richiamo all’azione quanto
per l’analisi. Ogni anno in Rojava si festeggia l’anniversario della rivoluzione
– il luglio 2012 in cui Afrin e Kobane insorsero contro Assad – a riprova che
esistono discontinuità. Definire rivoluzionarie tanto le fasi di costruzione
istituzionale autonoma quanto quelle di integrazione statale, magari in una
posizione di debolezza e in seguito a pesanti sconfitte politiche, rischia di
inflazionare il termine e aprire la strada a tentazioni dogmatiche, oltre a non
permettere una lucida valutazione del tipo di integrazione che sta avvenendo:
non ogni integrazione o dissoluzione si equivalgono. È questa integrazione
prodotto di rapporti di forza favorevoli, maturati secondo gli itinerari
auspicati, o è invece l’esito di un divario tra i tempi della rivoluzione
socio-culturale – lenti, perché cambiano mentalità e comportamenti sociali – e
quelli delle relazioni internazionali tra stati – rapidi, perché cambiano tutto
per non cambiare nulla?
LA RIVOLUZIONE E LE ARMI
Ammettere una fase di sconfitta nulla toglie al valore della lotta e dei
risultati ottenuti. Non esistono movimenti o rivoluzioni che non abbiano patito
sconfitte. Per semplificare, ricondurrei le ragioni della crisi attuale a una
causa esterna e una interna al movimento. La prima riconduce al rapporto tra
comune e questione militare, ossia tra mutamento e violenza. La sperimentazione
socio-economica confederale si è prodotta fuori dal perimetro della legge e
grazie all’assenza dello stato. Quei territori erano però ambiti anche da altri
attori siriani, con un’idea del tutto diversa di cambiamento: quelli che oggi,
giunti a Damasco, prendono possesso del Rojava con la benedizione
internazionale. La forma confederale della rivoluzione ha resistito a queste
forze, subito dopo il 2011, in modo autonomo, con centinaia di caduti e mutilati
che imbracciavano armi vecchie e leggere: Ak47, mitragliatrici Pkm, razzi
anticarro Rpg.
Con il mutamento del quadro regionale, di cui l’ascesa di Daesh è stata
un’espressione, questa resistenza autonoma è divenuta insostenibile. Le
combattenti e i combattenti delle YPJ-YPG hanno continuato a utilizzare le
stesse armi vecchie e leggere, ma nell’ambito di una collaborazione militare con
attori statali coinvolti del conflitto: gli USA (fatto pressoché inedito per un
movimento socialista) e la Russia (partner non meno imbarazzante, se così si
dovesse ragionare). Il rapporto con queste potenze è stato decisivo tanto per
l’aumento del rilievo della rivoluzione confederale quanto per il suo crollo.
USA e Russia hanno aperto le strade alla repressione turca della Daa nella
stessa fase in cui la sostenevano contro gruppi islamisti diversi.
L’esercito russo, che cooperava da due anni con le forze confederali ad Aleppo,
ha aperto le porte all’invasione turca di Afrin nel 2018, e ha fatto lo stesso
nel 2024 a Sheeba e Manbij. Gli USA hanno agito in modo identico nel 2019 a
Serekaniye e nel 2026 a Raqqa. La Daa è stata per dieci anni sotto continuo
attacco aereo turco, con centinaia di assassinii mirati di quadri del movimento
sul modello delle esecuzioni di Israele contro le resistenze libanese e
palestinese. Lo spazio aereo in cui avvenivano questi attacchi era controllato
da Russia e Stati Uniti, che di volta in volta hanno concesso alla Turchia
l’autorizzazione a colpire. Perché queste potenze globali hanno coadiuvato le
forze confederali in alcuni casi e hanno collaborato alla loro distruzione in
altri?
> Nessun mistero: la ratio perseguita dagli stati-nazione non è promuovere
> rivoluzioni socio-ecologiche, processi decoloniali o ideali e principi che pur
> sbandierano in diverse salse. È affermare logiche coloniali ed estrattive. Il
> movimento confederale ha avuto sempre ben presente tutto questo.
Perché, allora, stipulare alleanze con degli stati? Perché non continuare con i
propri Ak47, con i propri Pkm e Rpg? Perché questo avrebbe decretato la
sconfitta molto peggio e molto prima. Le stesse armi leggere che le YPJ-YPG
usavano quando stavano da sole e nessuno se le filava, d’altra parte, erano
state prodotte da stati e ottenute in fasi precedenti grazie ai rapporti con
stati (ad esempio la Siria stessa negli anni Ottanta e Novanta). Non credo di
rivelare nulla di sorprendente se dico che anche gli altri movimenti armati
regionali e mondiali hanno rapporti con stati oppressivi e capitalisti da cui
ottengono armi in alcuni casi. Rinunciare a costruire una forza militare
efficace significa rinunciare tanto alla resistenza quanto – per chi ci crede,
ed è il caso del movimento confederale – alla rivoluzione (che è una cosa
diversa). Soprattutto significa mettere a repentaglio le vite di combattenti e
civili.
Occorre andare oltre Pellizza da Volpedo e dare un senso alle parole che usiamo:
la rivoluzione all’epoca dell’ingegneria aerospaziale non è quella della presa
della Bastiglia. A quel tempo impadronirsi di qualche centinaio di fucili poteva
permettere di imporre alle forze statali sconfitte anche importanti. Oggi
lanciarazzi e mortai non permettono a un movimento armato di difendere la sua
agibilità. Sono necessarie tecnologie di osservazione, archiviazione dati,
riconoscimento e precisione che sono sviluppate e custodite dagli apparati
militari degli stati-nazione, o dalle corporation che agiscono nel perimetro
delle loro leggi.
L’alternativa è quindi oggi la seguente: o si agisce per vie legali – il che
vuol dire, ad esempio nella Siria di Assad, per vie talmente ambigue e strette
da risultare ininfluenti o pericolose – oppure si negozia l’accesso a forme
moderne di autodifesa. Questo è possibile farlo con forze statali
momentaneamente avverse a quelle che attuano la repressione nell’immediato. Nel
caso del movimento confederale questo accesso è sempre stato concesso in via
indiretta: tanto la Russia quanto gli Stati Uniti hanno, in diverse fasi e
contesti, operato con le proprie tecnologie in favore di operazioni del
movimento, intorno alle quali c’era una convergenza di interessi. Non hanno mai
condiviso con esso le tecnologie stesse, né le armi se non con contributi
puramente simbolici, mai in grado di permettere un’autonomia militare a un
movimento che doveva restare povero e debole.
Il principio su cui potenze statali, anche antagoniste tra loro, sembrano
infatti trovarsi d’accordo è che la forza degli attori non statali può essere
pragmaticamente incrementata là dove considerato utile, ma mai resa capace di
assumere un ruolo militare autonomo. Appare anzi un principio inscalfibile della
comunità degli stati-nazione (che con un eufemismo chiamiamo “comunità
internazionale”). Tecnologie in grado di potenziare un’azione militare autonoma
vengono cedute esclusivamente ad attori statali, (eventualmente guidati da
compagini nuove, che prima erano non statali e bollate come terroristiche, ma a
patto che accettino determinati parametri.
REPRESSIONE INTERNAZIONALE DI UN’ANOMALIA
Rispetto a queste dinamiche il movimento confederale ha rappresentato
un’anomalia poco compresa. Pur non trattandosi di un movimento anarchico e
prevedendo la futura integrazione di alcune sue istituzioni, il suo obiettivo
non è stato costituire un nuovo stato. Contrariamente ad HTS o ai Fratelli
musulmani, che hanno dichiarato nuovi governi siriani sul territorio o in
esilio, rispettivamente nel 2017 e nel 2013 (il “Governo di salvezza” nel primo
caso, che si è trasferito a Damasco nel 2024, e il “Governo ad interim” nel
secondo, che si è integrato nel primo nel 2025), il movimento confederale non ha
creato un governo, ma un’amministrazione autonoma. Quest’ultima non ha mai
cercato né considerato la secessione, né di diventare governo di una nuova
repubblica siriana. Questo perché lo stato come costruzione storica è visto come
un problema e non come un mezzo verso la soluzione, sebbene non sia visto come
un problema da mitigare esclusivamente dall’esterno rispetto al suo spazio
giuridico.
Chi in Siria ha ragionato in termini statali ha prevalso. Sul terreno contano
(anche) le armi, e l’appoggio militare internazionale va agli attori che
intendono muoversi in modo tradizionale. Tanto le vittorie quanto le sconfitte
della rivoluzione confederale indicano un paradosso: qualsiasi ipotesi di
trasformazione e rivoluzione, al livello attuale dello sviluppo tecnologico,
dovrà risolvere il problema di come rapportarsi al sistema degli stati-nazione,
e non eluderlo, pena la propria irrilevanza storica ab origine.
> Come agire un processo di trasformazione reale quando le istituzioni che
> possono assicurarne in ultima istanza la difesa (anche qualora esistano forme
> di autodifesa autonome) sono le stesse che ne saboteranno sempre, e con mezzi
> tendenzialmente soverchianti, il progresso politico sostanziale?
Conta poco se la bandiera dell’alleato sia quella statunitense, russa, cinese o
di qualsiasi altra potenza capitalista. I limiti del dibattito odierno si
situano anzi nella mancata individuazione dell’equivalenza di questi attori alla
luce dei diversi sviluppi. Nè chi scrive né il movimento si sono mai fatti
illusioni sulla tenuta indefinita dei rapporti militari con gli USA o con altri
stati, né ha mai ignorato i rischi che, se ce ne fosse stato bisogno, erano
comunque diventati tangibili dall’invasione turca di Jarablus del 2016. Sono
semmai coloro che in questi anni hanno deriso o insultato la rivoluzione a
coltivare illusioni su altre potenze capitalistiche le quali, per interessi
capitalistici, si contrappongono agli Stati Uniti.
Ogni attore statale può sostenere una resistenza o una rivoluzione entro certi
limiti, e aprire con questo concreti spazi di cambiamento, ma (a) ognuno di essi
ne impedirà lo sviluppo oltre quei limiti e (b) non esiste un’opzione di
trasformazione e conflitto senza le necessarie tecnologie, militari e non solo,
il cui controllo è oggi capitalistico e statale. L’atteggiamento di sufficienza
di centinaia di piccoli gruppi movimentisti occidentali verso il movimento
confederale, ora o in passato, deriva da questo rimosso: la rivoluzione del
Rojava ha dimostrato loro che cosa accade una volta che si superi il terreno
dell’immaginazione, della ricreazione e della protesta, attivando strategie per
produrre consenso, costruire istituzioni alternative ed esercitare un impatto
sul contesto politico domestico e regionale.
I LIMITI SOGGETTIVI DEL MOVIMENTO CONFEDERALE
La questione tecnologico-militare spiega soltanto il 50% del problema. L’attacco
governativo di gennaio ha decretato una sconfitta politica per il movimento, non
militare soltanto. Il posizionamento di Washington ha favorito l’avanzata di
Damasco, dando un chiaro segnale alle strutture imprenditoriali-tribali di
Raqqa. L’apparente facilità di questa operazione politica ha tuttavia mostrato
quanto fragile fosse il radicamento delle istituzioni confederali nelle aree
della Daa dove minore o nulla è la presenza curda, e come si basasse
eccessivamente – non è mai stato un mistero – sul rapporto necessariamente
fragile con le borghesie locali. Ci sono state importanti eccezioni, ma quasi
nessuno tra i residenti arabi di Raqqa, Tabqa o Hasakah, borghesi o salariati
che fossero, si è organizzato per difendere un progetto politico nel cui ambito
viveva da quasi dieci anni. È stato deprimente leggere account di individui
curdi accusare per questo “gli arabi” sui social, sconfinando nel razzismo.
Occorre semmai chiedersi il perché di questi tratti marcatamente “etnici” della
sedizione, nonostante la vocazione pluralista della rivoluzione confederale.
Il movimento ha pagato un suo deficit strutturale: socio-istituzionale ma, alla
radice, ideologico. Soltanto una componente della lotta confederale, curda e
non, ha concepito la rivoluzione come un processo che, pur iniziato
indubbiamente come curdo, ambiva davvero a essere siriano (personalmente ho
sposato questa prospettiva, che ho spiegato e raccontato nei libri Hevalen e Il
fiore del deserto). Gran parte del movimento e dei suoi sostenitori, però, ha
continuato a pensare in un orizzonte esclusivamente curdo, a mio modesto parere
in contraddizione con la prospettiva di un radicale rinnovo di paradigma. Questa
contraddizione non è sfuggita alle comunità arabe della Daa né ai loro strati
popolari. L’approccio nazionalistico curdo ha certo galvanizzato e mobilitato
una parte della popolazione del nord, ma ha depoliticizzato il movimento
confederale, rallentandone la spinta per l’alternativa sul territorio, dove la
rivoluzione economica, politica e dei rapporti di genere ha proceduto a velocità
diverse a seconda delle città o regioni della Daa, creando le premesse per la
sedizione.
Questo ha dilapidato anche parte delle energie di un attivismo internazionale
rimasto in gran parte “curdista”, che non si è chiesto abbastanza quanto
insistere in modo ossessivo sui Curdi e sul Kurdistan (quasi il resto dei
siriani o del Medio oriente non contassero) avrebbe giovato concretamente a una
rivoluzione che si reggeva su forze armate, funzionari e popolazione in gran
parte non curdi, e al sostegno internazionale non curdo e non bianco alla
rivoluzione. Al centro del linguaggio e del pensiero, in molti casi, non c’è
stato il modello politico effettivamente in costruzione nella Daa tra comuni,
case delle donne e cooperative (che pochissimi si sono davvero impegnati a
conoscere) ma un Kurdistan dai tratti magici e mitici, concepito in termini
pericolosamente romantici o, peggio, utilizzato per trovare un target di sfogo
moralistico, come ad altri capita in rapporto alla Palestina.
> Chi era sul terreno, certo, avrebbe potuto difficilmente agire in modo
> diverso. Gli attori statali coinvolti nella guerra – USA, Turchia, Assad e
> Russia – hanno agito sempre perché un processo curdo-arabo effettivo non si
> producesse, fomentando divisioni che puntavano allo strangolamento sociale,
> economico e diplomatico del lavoro politico delle avanguardie, sulla
> competizione regressiva tra clan e strutture tribali.
Resta il fatto che questa è la causa essenziale del crollo e che sarebbe
intempestivo accusare di tradimento gli stati dal momento che gli stati non
avevano mai affermato di aver sposato il progetto socio-politico delle regioni
autonome.
Nel novembre del 2025 una personalità politica di alto livello della Daa mi
aveva detto: «Abbiamo speso tante energie per instaurare relazioni con le forze
internazionali e non abbiamo curato le relazioni con i nostri vicini». Su questo
dovrà articolarsi l’autocritica: non nel negare che le relazioni internazionali
siano necessarie, ma nel comprendere che per resistere alle loro conseguenze non
abbiamo che la forza che si costruisce nella società attraverso relazioni di
amicizia politica. In assenza di una consapevolezza che questa amicizia riguarda
in senso pieno tutte le comunità e non fa preferenze identitarie, le pulsioni
suprematiste si riprodurranno nel senso comune, viaggiando sempre in senso
biunivoco. Lasceranno prevalere la divisione tra subalterni e consegneranno il
potere a uomini bravi a cavalcarle, che infine isseranno sempre la banconota
come loro vera bandiera. Non si tratta di negare le differenze, ma di non
trasformarle in gerarchie. È questa una delle ragioni per cui si può oggi
riaffermare il valore delle scelte internazionaliste compiute negli scorsi anni.
Immagine di copertina da Flickr
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