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Dossier Milano # 6 | “Giù le mani dalla città”. Gentrificazione, conflitti e mappature dal basso a Milano – di  Centro Sociale Cantiere / Giù le mani dalla città
… L’unico Cantiere che vogliamo, Centro Sociale Cantiere di Milano   Negli ultimi vent’anni, Milano ha conosciuto una delle trasformazioni urbane più rapide e intense d’Europa. La sua mutazione da città industriale a vetrina globale del terziario, del design e della moda ha prodotto un tessuto urbano sempre più polarizzato. Da una parte, quartieri-vetrina [...]
August 4, 2025
Effimera
Oltre la catastrofe: imparare da coloro che sopravvivono tenacemente
ABBIAMO BISOGNO DI IMPARARE FORME CONCRETE DI RESISTENZA ALL’OLOCAUSTO CAPITALISTA CHE OGGI EMERGONO DENTRO, CONTRO E OLTRE IL SUO PERIMETRO ASFISSIANTE. “LA COLLABORAZIONE NEI COMPITI CHE FAVORISCONO LE OPPORTUNITÀ DELLA SUSSISTENZA COLLETTIVA, COME COLTIVARE LA TERRA O COSTRUIRE CASE, È UN PROCESSO CHE POTENZIALMENTE TRASFORMA LA NECESSITÀ IN ETICA… – SCRIVE STAVROS STAVRIDES – GLI SFORZI DELLA SOPRAVVIVENZA COLLETTIVA FANNO EMERGERE FORME DI CONVIVENZA BASATE SULLA MUTUA DIPENDENZA…”. I MODI ATTRAVERSO I QUALI IN TUTTO IL MONDO DONNE E UOMINI LOTTANO OGNI GIORNO PER SOPRAVVIVERE POSSONO CREARE DEI SENTIERI VERSO L’EMANCIPAZIONE COLLETTIVA, ANCHE SE NON SIAMO ABITUATI A CONSIDERARE QUESTA PROSPETTIVA Foto tratta dalla pag. fb del Movimento dos Trabalhadores Sem Terra (MST) -------------------------------------------------------------------------------- L’unico motivo per cui quelli che lottano contro il capitalismo e il patriarcato scrivono, parlano e agiscono è per dimostrare che la catastrofe attuale non è inevitabile. Inoltre, per esprimere con le parole e sperimentare con fatti che dimostrano che un altro mondo è possibile, hanno bisogno di imparare dalle concrete resistenze all’olocausto capitalista che oggi emergono dentro, contro e oltre il suo perimetro asfissiante. Ma che significa veramente imparare? Imitare, adattarsi a modelli basati su generalizzazioni affrettate, utilizzare diciture tecniche o etiche che cercano di afferrare il significato delle azioni degli altri? Forse possiamo partire dal fatto che i segnali della catastrofe sono tanto imminenti che la maggior parte della gente li attendono senza esitare, a meno che si realizzino cambiamenti radicali. Il problema è che, per molti, questa consapevolezza alimenta una specie di edonismo pessimista: “consumiamo tutto ciò che è possibile”, “sfruttiamo tutto ciò che possiamo”, consoliamoci guardando come altri già vivono in questa catastrofe con la speranza di poterle sfuggire”. È cruciale imparare da quelli che hanno già sperimentato una catastrofe nei loro mondi e sono sopravvissuti. Come riuscirono i popoli colonizzati a mantenersi vivi dal punto di vista culturale, etico e letterario? Come riescono gli afroamericani – quelli che siamo abituati a descrivere come i discendenti degli schiavi, come se questa descrizione già non implicasse una naturalizzazione di un’identità brutalmente forzata – a manifestare nella pratica la propria volontà di continuare a essere differenti e liberi per conferire forma al loro proprio mondo? Abbiamo la necessità di connettere le resistenze al capitalismo con le espressioni collettive di una volontà tenace di sopravvivere. In molti, casi, questa volontà collettiva viene sottovalutata: parliamo di “mera sopravvivenza”. Tuttavia, questi atti portano con sé i germogli di una inventiva collettiva, necessaria per qualsiasi sforzo di emancipazione. La collaborazione nei compiti che favoriscono le opportunità della sussistenza collettiva – come coltivare la terra, pescare o costruire case – è un processo che potenzialmente trasforma la necessità in etica. E le ricreazioni rituali della collaborazione possono trasformarla in una sorgente di valori sociali e principi fondamentali. Solo per fare un esempio: il Mutirão in Brasile (parola con radici nella lingua tupí guaraní) è un processo di comune aiuto che si è sviluppato nelle zone rurali e che si basa sul lavoro comunitario. Fu recuperato dai movimenti delle persone senza terra e senza casa (MST e MTST) come una forma di cooperazione nella lotta che produce nuovi modelli di vita collettiva. Non è un caso che il Mutirão venga ritualizzato anche nelle rappresentazioni mistiche del MST, che sono atti che celebrano il cooperativismo e il potere della Madre Terra. Le diverse rappresentazioni mistiche corroborano un’etica di condivisione e una relazione di cura con la terra (Stavrides, 2024). -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Luca Perino -------------------------------------------------------------------------------- Un’assemblea del movimento sudafricano Abhalali baseMjondolo (“Coloro che vivono nelle baracche”) -------------------------------------------------------------------------------- Nelle pratiche di condividere e della cooperazione, nelle quali la prima (condividere) è sia la condizione iniziale che il risultato della seconda, emerge una potenzialità di emancipazione: la creazione di relazioni sociali basate sulla fiducia e sul reciproco appoggio. Ma questa potenzialità deve essere realizzata, sviluppata e inventata attraverso la pratica. Possiamo usare il verbo “rendere comune (comunizar)” per descrivere i processi di cooperazione che comprendono diverse aree della vita sociale nelle quali si pone la questione dell’accesso equo e della distribuzione del potere, questione inevitabile oltre al come la ricerca della sopravvivenza collettiva affronti questa questione. Se la catastrofe smaschera le differenze spesso accuratamente nascoste, gli sforzi della sopravvivenza collettiva fanno emergere forme di convivenza basate sulla mutua dipendenza. Gli sforzi individuali, specialmente tra coloro che sono i più vulnerabili e ignorati (a meno che non li si consideri dall’esterno come inutili) si rivelano ogni volta più sterili. Gli sforzi della sopravvivenza devono adattarsi mediante tattiche collettive e le tattiche si sviluppano nella pratica. I modelli della pratica nascono nella intersezione delle traiettorie precostruite della riproduzione sociale. Forse in un contesto sociale gli atti si convertono unicamente in esempi delle regole predominanti? Magari possiamo riscoprire la potenzialità degli atti che apparentemente seguono le tipologie predominanti del comportamento se distinguiamo con attenzione tra il paradigma e il modello. Questa possibilità la suggerisce Giorgio Agamben: “… un paradigma implica un movimento che passa di singolarità in singolarità e, senza mai abbandonare la singolarità, trasforma ogni caso singolare in un esempio di una regola generale che non può mai enunciarsi a priori” (2009:22). Il modo dominante di una tale conoscenza è l’analogia e non necessariamente la generalizzazione. In altre parole, il paradigma non è semplicemente il mezzo per presentare e confermare una regola, bensì forse per iniziare una comparazione analogica. I monaci, dice Agamben, potrebbero prendere ad esempio la vita del fondatore dell’ordine al quale appartengono e vivere le proprie vite, uniche come la sua, in forma analoga. Non ci affretteremo a chiamare questa pratica imitazione: l’analogia presuppone la singolarità degli aspetti comparati. La base di una comparazione si costruisce senza che l’uno si integri nell’altro. La creazione di una regola di condotta monastica è, per Agamben, qualcosa di molto diverso dal paradigma della vita del fondatore dell’ordine. Il paradigma, come manifestazione di una regola, presuppone una peculiare sospensione della propria specificità del suo significato. La sua singolarità, in un certo senso, rimane tra parentesi (come quando utilizziamo la coniugazione del verbo “amare” per mostrare la regola della coniugazione di verbi simili). Un gesto paradossale, di fatto, perché si suppone che la regola si formi a partire da tutti i casi che contiene (tutti i verbi simili). E l’esempio è certamente uno di quelli. Agamben conclude: “Il caso paradigmatico si converte in ciò nel sospendere e, allo stesso tempo, nell’esprimere la sua appartenenza al gruppo, in modo che non sia mai possibile separare il suo modello dalla sua singolarità” (ibid. 31). Un modo per valutare l’importanza di questa osservazione è formularla in questa maniera: ogni regola contiene un insieme di singolarità (istanze) solo perché identifica un elemento comune per tutte. Pertanto, è un errore ridurre l’unicità dei casi a una regola. L’unicità si capisce perché è l’intersezione di differenti regole. Così, di fronte al falso dilemma per il quale “le azioni delle persone sono tutte uniche” e “le azioni sono plasmate sulla base di schemi dominanti”, possiamo rispondere: in ogni singola azione si intrecciano regole che plasmano le pratiche (sequenze di atti) nell’applicare determinati schemi. In questo senso, ogni azione è un esempio. -------------------------------------------------------------------------------- I bambini e le bambine del Palestine Youth Club di Shatila al Centro storico Lebowski di Firenze (luglio 2025): foto di Chiara Benelli (che ringraziamo) per Un ponte per -------------------------------------------------------------------------------- In maniera analoga, possiamo parlare del controesempio. Un atto differente o un insieme di pratiche differenti possono considerarsi controesempi se li paragoniamo a una norma alla quale si contrappongono. Non come un’eccezione: l’eccezione appartiene alla regola. Si trova all’interno di essa come un verbo “irregolare” appartiene alla coniugazione dei verbi che si assomigliano nel non seguirlo. Agamben ha ragione quando insiste nel dire che l’eccezione non sta al di fuori della regola, bensì ne è solo la sua sospensione. Per questo, le eccezioni rilevano gli elementi costitutivi della regola dalla quale si separa ogni eccezione particolare. Il detto popolare che recita che l’eccezione conferma la regola sembra rivelare più di quanto appare in un primo momento. Le imprese eccezionali possono essere (viste) come atti eroici che sfidano esplicitamente le norme imposte. Sono (atti) necessari e utili per esporre la norma alla quale si contrappongono. Tuttavia, la loro forza diminuisce quando si trovano limitati a un confronto specifico con una norma specifica. I controesempi forse possono evitare questo trabocchetto, dato che possono arrivare più in là di un confronto specifico con la norma specifica di cui servono come esempio. Come succede di solito con gli esempi, possiedono le caratteristiche unica della loro specificità. Pertanto, possono trasformarsi in incroci di possibili pratiche, invece che in punti di rottura di una norma specifica. Le pratiche quotidiane possono essere portatrici di controesempi. Non dovrebbero descriversi semplicemente come non eccezioni, affermazioni di regole dominanti o espressioni di sottomissione reticente ma accettata. Questa è una delle maniere di ribadire che la riproduzione sociale è un campo di battaglia, più che una condizione stabilita con forza. Per questo, le tattiche di sopravvivenza quotidiana, specialmente di coloro che sono esposti ai pericoli immediati della catastrofe generata dal capitalismo, possono creare dei sentieri verso l’emancipazione collettiva, anche se una tale prospettiva non è necessariamente integrata in queste tattiche. Non è necessario che atti divergenti o dissidenti siano coscientemente proiettati da quelli che li realizzano in qualità di controesempi. La loro forza risiede nel fatto che offrono le opportunità per sperimentare mondi sociali organizzati in modo diverso. In questi mondi, attraverso gli atti, ma anche grazie al loro significato, si sviluppano controesempi. Considerare questi atti come modelli di sforzi emancipatori risulta utile per costruire delle teorie di emancipazione sociale, però forse trascura qualcosa di molto importante: il ragionamento analogico che permette alla teoria di mettere a confronto una molteplicità di casi senza ridurli a una regola generale. In altre parole, l’emancipazione sociale viene esplorata da persone reali in circostanze specifiche, e pertanto può adottare forme differenti. Nel rispettare il carattere distintivo e particolare di ogni pratica realizzata, abbiamo quindi la necessità di considerare l’emancipazione sociale come il trionfo dell’inventiva collettiva. Solo gli artigiani capaci e dotati di inventiva possono emancipare sé stessi. -------------------------------------------------------------------------------- Stavros Stavrides è professore alla Scuola di Architettura dell’Università Tecnica Nazionale di Atene, si occupa di reti urbani di solidarietà e mutuo sostegno. Nell’archivio di Comune, altri suoi articoli sono leggibili qui. Pubblicato sul numero 3 della Revista Crítica Anticapitalista (intitolato Crítica Anticapitalista 3 – La Tormenta, la castástrofe… ¿Y ahora qué?) di Comunizar, non-collettivo argentino fratello di Comune. Traduzione di Massimo Zincone. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Gridare, fare e pensare mondi nuovi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Oltre la catastrofe: imparare da coloro che sopravvivono tenacemente proviene da Comune-info.
July 10, 2025
Comune-info
Create due, tre, molte arche
NELLE GUERRE DEL CAPITALISMO, LA QUESTIONE CENTRALE SONO I BENI MATERIALI, NON LE PERSONE. GOVERNI E MEDIA DESCRIVONO DETTAGLIATAMENTE LA DISTRUZIONE DI EDIFICI, INSTALLAZIONI MILITARI E CENTRALI NUCLEARI, IL SUCCESSO O IL FALLIMENTO DI RAID AEREI, MA IGNORANO LA SOFFERENZA DEGLI ESSERI UMANI. DEL RESTO QUELLI CHE SONO IN ALTO SI PREOCCUPANO SEMPRE MENO, NON SOLO DURANTE LE GUERRE, DELLA GENTE COMUNE. “SE NON LO FACCIAMO NOI DI SOTTO, SE NON CI PRENDIAMO CURA COLLETTIVAMENTE, SAREMO NUDI DAVANTI AGLI OPPRESSORI”, SCRIVE RAÚL ZIBECHI. INSOMMA, PER QUANTO SIA DIFFICILE DA ACCETTARE È CERTO CHE NON POSSIAMO PIÙ ASPETTARCI NULLA DA NESSUN GOVERNO. SI TRATTA ALLORA DI COSTRUIRE ARCHE, MOLTE ARCHE, CHE UNISCANO RESISTENZA, PROTEZIONE COLLETTIVA DALLA TORMENTA IN CORSO E CREAZIONE DI UN MONDO NON CAPITALISTA. “NON È UNA RICETTA, NÉ UNA LINEA DA SEGUIRE. È SEMPLICEMENTE UNA VERIFICA DI CIÒ CHE LA GENTE STA GIÀ FACENDO… IL MONDO CHE CONOSCEVAMO STA GIUNGENDO AL TERMINE. PRIMA CHE UN ALTRO MONDO POSSA NASCERE, VIVREMO UN CAOS SISTEMICO CHE DURERÀ DECENNI. SOLO L’ORGANIZZAZIONE COLLETTIVA PUÒ ILLUMINARE QUEL FUTURO…” A proposito di “quelli di sotto” e di organizzazione collettiva: Quarticciolo, Roma, come tutte le periferie del mondo ha mille problemi, ma anche infinite e spesso poco riconosciute capacità di autogestirsi per costruire qui e ora qualcosa di diverso, come dimostrano l’ostinazione e la creatività della Palestra popolare, del Doposcuola, del Polo civico, dell’ambulatorio popolare e del gruppo di donne che ha fatto nascere perfino un piccolo quanto straordinario Laboratorio di ristorazione (foto di Riccardo Troisi) -------------------------------------------------------------------------------- Nelle guerre del capitalismo, la questione centrale sono i beni materiali, non le persone. Governi e media descrivono dettagliatamente, con abbondante materiale grafico e audiovisivo, la distruzione di edifici, installazioni militari e centrali nucleari, il successo o il fallimento di raid aerei e lanci di missili, ma ignorano la sofferenza degli esseri umani, che non considerano più nemmeno “danni collaterali”. Nella guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, le persone non esistono. Questo rivela il vero volto del sistema, interessato solo ai beni di valore creati dal capitale, che serve sia materialmente che simbolicamente. Gli analisti geopolitici sono più preoccupati dalla possibile chiusura dello Stretto di Hormuz, dal prezzo del petrolio e dal flusso globale di merci, che dall’impatto ambientale di queste guerre ipertecnologiche e dalle conseguenze che hanno sulle nostre vite. Si possono consultare decine di siti web e tutti i dati si concentrano sulle ripercussioni delle guerre sull’economia e sui mercati azionari. Assistiamo, infatti, alla sistematica esaltazione della morte rispetto alla vita, che sembra non avere posto nel mondo del capitale. Inoltre, i trucchi della guerra, l’inganno, la perfidia e la manipolazione mediatica della popolazione vengono presentati come manovre brillanti, sebbene il loro obiettivo sia la distruzione e la morte. Donald Trump, per fare solo un esempio, ha detto che ci fossero due settimane di tempo per negoziare la pace prima di attaccare l’Iran. Ma il giorno dopo ha lanciato un’operazione pianificata da tempo. Ha poi affermato che la guerra era finita, il che porta a credere che stesse pianificando di continuarla con ulteriori bombardamenti. Con questa descrizione, non intendo criticare la malvagità dei leader del sistema; sarebbe una perdita di tempo. Chiunque non abbia le idee chiare non sarà convinto dalle nostre argomentazioni. Al contrario, voglio riflettere sui nostri passi come individui e movimenti anticapitalisti alla luce di ciò che le guerre attuali ci insegnano. La prima lezione è non crederci, perché ogni parola, ogni immagine, ogni discorso è una menzogna pensata per paralizzarci come individui e come persone. La cosa peggiore è crederci quando si comportano in modo gentile e comprensivo, quando parlano di pace e lotta alla povertà, per esempio. Le parole di Trump, di chi è al potere, in generale, valgono “molto meno dell’urina di cane”, come ha detto León Felipe, riferendosi alla giustizia del sistema. La seconda è che la tormenta non fa che aumentare con queste guerre; la crisi climatica è alimentata dall’inquinamento derivante dalla distruzione di Gaza e da ogni bomba che esplode in qualsiasi parte del mondo, dove ci sono già undici guerre, secondo il rapporto del Conflict Data Program dell’Università di Uppsala. I territori bombardati in Ucraina, Gaza, Yemen, Israele, Libano e Iran, tra gli altri, saranno inabitabili in futuro. La terza è che non si preoccupano mai della gente comune. Quindi, se non lo facciamo noi di sotto, se non ci prendiamo cura collettivamente, saremo nudi davanti agli oppressori. È vero che alcuni governanti parlano bene, dicono proprio quello che i governati vogliono sentire perché si sono specializzati in quella scelta che chiamano sinistra o progressista. Ma non fanno niente contro il sistema, contro la violenza narco-statale, contro le sparizioni e i crimini che colpiscono popoli e persone di sotto. Per questo ci tocca proteggerci come possiamo, sulla base delle nostre risorse, prima di tutto attraverso i lavori collettivi, la minga, il tequio, che permettono allo stesso tempo di creare nuove realtà e difenderle. Ma la cosa più importante è la certezza che non ci si può aspettare nulla da governi o stati. Seguendo il consiglio di Che Guevara quando il popolo vietnamita resistette all’invasione e alla guerra degli Stati Uniti (“create due, tre, molti Vietnam”), credo che si tratti di costruire arche, molte arche, che uniscano resistenza, protezione collettiva dalla tormenta e creazione di un mondo non capitalista. Non è una ricetta, né una linea da seguire. È semplicemente una verifica di ciò che la gente sta facendo. La più nota e più estesa, sia per estensione che per profondità, si trova nello stato del Chiapas, guidata dall’EZLN. Ne conosco altre, come i consigli e le riserve di Nasa e Misak a Cauca, in Colombia; le comunità Guaraní Mbya in Brasile e le comunità Garifuna in Honduras; i quilombos e gli spazi di Teia dos Povos e del popolo Mapuche, e molte altre su cui riceviamo commenti e informazioni. Le guerre e le distruzioni in corso sono già parte del collasso/tormenta. Il mondo che conoscevamo sta giungendo al termine. Prima che un altro mondo possa nascere, vivremo un caos sistemico che durerà decenni. Solo l’organizzazione collettiva può illuminare quel futuro. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada (qui con l’autorizzazione dell’autore, che da oltre dieci anni di prende cura anche di Comune). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Create due, tre, molte arche proviene da Comune-info.
June 27, 2025
Comune-info