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La scuola dei talenti: per i poveri soft skills, filiera e sane regole di vita militare
Nonostante la neolingua apparentemente inclusiva, la “scuola dei talenti” è la scuola delle differenze e della canalizzazione sempre più precoce, mascherate da personalizzazione. Contare i “dispersi”, i “fragili” , gli studenti “a rischio” diventa l’obiettivo centrale, e con esso l’espansione dell’infrastruttura tecnologica e di raccolta/analisi dei dati. L’ INVALSI ci assicura che è possibile “prevedere” già dalle elementari se i bambini saranno “a rischio” alle scuole medie, grazie ai dati dei test standardizzati e agli algoritmi che li analizzano. Il ministro Valditara scrive ai genitori degli studenti di terza media di concerto “con le associazioni datoriali” orientando le famiglie verso le esigenze immediate del mercato del lavoro. Il Ministro Crosetto completa il quadro offrendo ai giovani “dei territori difficili” la leva volontaria come opportunità di riscatto. A chi è povero, fragile, a chi i pronostici danno del “disperso”, bastano le soft skills, la filiera corta e le sane regole della vita militare.  -------------------------------------------------------------------------------- Le parole-mito del lessico scolastico si trasformano e si aggiornano ciclicamente. Essendo parole estranee al luogo a cui si tenta di adattarle, seguono l’agenda che le produce.  Orientamento, filiera, soft skills, intelligenza artificiale sono quelle del momento. Rappresentano la versione più aggiornata di un armamentario di idee e riforme di cui nessuno chiede mai il conto, ma che progressivamente si stratificano e si intrecciano alle necessità imposte dal presente. La neolingua della scuola ha una precisa funzione, che non è semplicemente quella di aggiornare e innovare, come pure ci viene continuamente ripetuto. Serve soprattutto a veicolare distinzioni tra ciò che è giusto dire e fare rispetto a ciò che non deve esserlo. Serve a dare forma all’idea di futuro che dal presente si fa discendere meccanicamente. Per comprendere il significato e gli effetti concreti della neolingua bisogna sempre guardare al di là del perimetro scolastico e provare a inserire le parole correnti su uno sfondo, oltre le pareti delle aule. È un esercizio che abbiamo imparato a fare da tempo. Il fatto che politiche e lessico scolastico siano disegnati su principi e bisogni estranei al mondo educativo non è certo recente. Che una serie di attori e portatori di interesse secondari, più o meno influenti e organici[1], contribuisca poi a rendere politiche e lessico “pedagogicamente” sostenibili o addirittura desiderabili, allo stesso modo non è una novità. Oggi non ci indigniamo neanche più, o forse ci appare del tutto normale, che a 10 o 13 anni maestri e insegnanti “certifichino” la competenza imprenditoriale dei loro studenti. Se questo accade deve pur esserci una ragione.  La lenta assuefazione al discorso dominante sull’istruzione, insieme al silenziamento e alla delegittimazione della voce degli insegnanti, che possono parlare solo per interposta persona (sindacati o “esperti” di varia provenienza), durano da decenni e portano i loro frutti.   IL MERITO DEL MINISTRO Se c’è un merito che va riconosciuto al Ministro Valditara e a questo governo, è quello di aver reso meno elusivi processi in corso da tempo. La torsione disciplinare e la cultura di controllo ideologico  dell’attuale esecutivo sono l’ esito prevedibile dei decenni di politiche neoliberali, le cui conseguenze emergono però oggi con toni ben più preoccupanti, e forse appaiono chiare anche a chi non le ha viste preparare o le ha semplicemente assecondate. Se dovessimo cercare una parola che contenga in sé la sintesi delle scelte di governo, potremmo proporre differenziazione, che nella neolingua vale per personalizzazione. La personalizzazione offre un duplice vantaggio. Da un lato consolida l’idea del percorso di studio come investimento individuale, dall’altro sostiene la retorica della digitalizzazione, che prevede uno spostamento sempre più massiccio di fondi pubblici dalle risorse umane in carne ed ossa (docenti, personale) all’infrastruttura tecnologica e di raccolta/analisi dati. La differenziazione dei percorsi degli studenti in un quadro solo all’apparenza aperto e inclusivo non è un’invenzione di Valditara. È conseguenza di un processo di privatizzazione e frammentazione  lento e strisciante dell’istruzione pubblica. Oggi l’indirizzamento e la separazione degli studenti in funzione di quelli che il Ministro ama chiamare “talenti” è un obiettivo evidente.  Dopo l’introduzione dei docenti tutor, che aiutano ciascun alunno a compilare il proprio portfolio digitale, dopo il ritorno della formazione scuola-lavoro e l’auspicio di un orientamento fin dalla scuola d’infanzia, la finanziaria di fine anno inserisce per la prima volta il buono scuola nel sistema nazionale di istruzione in nome della “libertà di scelta” delle famiglie (la School Choice americana) che possono godere di fondi pubblici per le iscrizioni nelle scuole private più adatte alle loro esigenze. Intanto, si preme sui collegi docenti per l’attivazione affrettata del primo percorso di studio breve co-gestito da scuola e imprese, chiamato senza alcun imbarazzo filiera 4+2.   CROSETTO, VALDITARA E INVALSI: LA COSTRUZIONE DI UN’IDEA DI FUTURO Ma oltre alla chiarezza dell’interlocutore politico, ci sono due elementi significativi: la tecnologia di gestione del processo di personalizzazione e la prospettiva a venire, che oggi diventa una prospettiva di guerra. Per comprendere questi due aspetti partiamo da tre documenti recenti. 1) Intervista al Ministro Crosetto (Avvenire, 7 Dicembre 2025):   > “Io chiedo una “riserva” di persone che, ampliata e organizzata, è pronta, ove > e se richiamata, a servire il Paese. Ma sempre e solo su base volontaria. [..] > Una riserva – prosegue il ministro – che abbia anche un ruolo sociale: l’anno > di leva volontaria può essere un’occasione di riscatto peri giovani di tanti > territori difficili che non hanno offerto loro nessuna alternativa di riscatto > o di crescita. E allora quei giovani potranno scegliere tra i tentacoli delle > mafie e le sane regole di vita delle forze armate.” 2) Intervista al Ministro Valditara,  salone Job e Orienta, novembre 2025 >   > > “Filiera [4+2]. C’è necessità di un collegamento sempre più stretto tra scuola > e mondo dell’impresa. È un’esigenza comune a tutti gli ordinamenti scolastici > dei paesi europei. [..]Noi abbiamo fatto di più. La costruzione del curricolo > [scolastico] avviene con l’ITS [Istituto tecnico superiore] e l’impresa > collegata. L’impresa non è soltanto il luogo della formazione, ma anche della > progettazione e della strutturazione. > > Soft skills, anche a Bruxelles è stato inserita come formazione > nell’istruzione tecnico professionale. Io ho potuto dire che nella nostra > legge [….]questo è già previsto. > > Orientamento. Ho mandato alle famiglie dei ragazzi di terza media una lettera > scritta insieme con le associazioni datoriali, grazie ai suggerimenti delle > associazioni datoriali, per far capire quali sono i percorsi e le necessità > del mondo del lavoro. Aggiungo che gli stipendi di primo ingresso sono > straordinariamente interessanti.” 3) Editoriale INVALSI – Prevedere insuccesso scolastico si può, maggio 2025, con approfondimento allegato. > “È possibile prevedere l’insuccesso, già dalla scuola primaria, per ridurre e > se possibile eliminare questo fenomeno? [..] Grazie ai risultati delle prove è > possibile conoscere alla scuola primaria quali studenti saranno a rischio alla > fine delle medie. [..]Non occorre attendere il fallimento per agire: la > prevenzione può essere guidata da strumenti di analisi dei dati già > disponibili e utilizzabili in modo responsabile. [C’è la] necessità di dotare > scuole, dirigenti e insegnanti di strumenti predittivi e diagnostici per > identificare gli studenti a rischio il prima possibile.” Le tre istituzioni – Ministero della Difesa, dell’Istruzione e Merito, Istituto Nazionale di Valutazione -disegnano lo sfondo di un discorso organico che ci consente di aggiornare le interpretazioni delle riforme in atto.   L’INTERLOCUTORE PRINCIPALE: GLI STUDENTI “DISPERSI” Innanzitutto, cerchiamo di individuare l’interlocutore principale. Ministro della Difesa, dell’Istruzione e Istituto di valutazione si rivolgono a un destinatario ben preciso. Crosetto disegna il nuovo scenario di guerra e di leva volontaria, presentandola come un “opportunità” per i giovani “dei territori difficili”, ai quali offre, oltre a mafia e camorra, anche una sana prospettiva di vita militare. Valditara scrive ai genitori degli studenti di terza media, di concerto “con le associazioni datoriali”, e indica “le necessità lavorative” immediate. L’ INVALSI ci assicura che è possibile “prevedere” già dalle elementari se i bambini saranno “a rischio” alle scuole medie, grazie ai dati dei test standardizzati e agli algoritmi che li analizzano. Le tre istituzioni parlano a una precisa fascia sociale: le classi popolari, meno abbienti o povere, i giovani del meridione, delle periferie o delle aree più deprivate, i figli dei disoccupati, degli immigrati o di tutte le famiglie che hanno necessità di lavoro prima possibile. Per tutti questi ragazzi, possibili “dispersi”, la scelta di un percorso con sbocchi immediati più che opportunità sono frutto di mancanza di prospettive. Ma la retorica in atto ha proprio questo scopo: concentrando l’attenzione sugli individui e sull’obiettivo del “successo scolastico” maschera le condizioni che lo determinano. Con questo spostamento di sguardo sui soggetti in difficoltà, ogni misura sociale preventiva non è più né visibile né necessaria. I temi della dispersione e dell’abbandono scolastico non nascono oggi. Diventano onnipresenti a partire dalla svolta neoliberale delle politiche europee e nazionali. L’abbandono scolastico (o universitario) mobilita risorse e ricerche. Le sue implicazioni, essenzialmente economiche, legittimano riforme educative volte a ridurlo. Il caso italiano, unico nel panorama europeo, è ancora più singolare. Oltre al parametro della dispersione scolastica condiviso a livello internazionale, godiamo del peso di un ulteriore indicatore: la “dispersione scolastica implicita”, definita autonomamente dall’INVALSI come la percentuale di coloro che falliscono nei test standardizzati,  misurabile ovviamente solo attraverso i dati INVALSI. Come ormai è noto, tali dati possono solo essere assunti, riaggregati, correlati, ma mai falsificati. Nessuno, nemmeno i soggetti misurati, sono infatti in grado di verificarne la significatività né in termini statistici né strettamente didattici.  Gli esperti di educazione o i pedagogisti non pare abbiano interesse a problematizzare l’uso della “dispersione implicita”, che pure ha condotto a definizioni aberranti come quella di “studente fragile” e “a rischio fragilità”, con tutto ciò che ne consegue. L’indicatore continua ad essere impiegato correntemente nei lavori di ricerca e nel dibattito pubblico. Il fenomeno della dispersione è quindi percepito nel nostro paese come un problema sociale ancora più importante, una questione di salute pubblica: l’abbandono è sistematicamente connesso al rischio di esclusione del mercato del lavoro, alla disoccupazione, alla mancanza di partecipazione e pieno esercizio della “cittadinanza attiva”, altra locuzione ormai assimilata nel quadro della “società della conoscenza”.  Uno studente che abbandona la scuola non è soltanto un investimento non redditizio, perché non in grado di partecipare alla produttività del paese, o di farlo solo minimamente; è anche un futuro cittadino a metà, incapace per tutta la vita di “imparare a imparare”, un semi-analfabeta il cui destino è a rischio, ce lo dicono i dati INVALSI.  Il carattere sempre più centrale che l’orientamento ha assunto nelle politiche scolastiche a livello nazionale (e internazionale) testimonia proprio questa modalità di ragionamento: non conseguire un diploma nei tempi previsti è un punto di inefficienza del sistema. L’idea della nuova carta valore del governo Meloni solo per i giovani diplomati non bocciati è un perfetto esempio di stigmatizzazione pubblica del problema.   MARGINI SOCIALI E STATISTICI: IL RUOLO ESSENZIALE DEI DATI La devianza rispetto alla norma scolastica è centrale nel discorso pubblico. Risulta quindi necessario utilizzare strumenti statistici per contare con regolarità la percentuale di dispersi e ridurla. Nel nostro caso, grazie all’ulteriore forma quantificabile di “dispersione implicita” le politiche educative per ridurre l’abbandono diventano ancora più stringenti ed oltre alla percentuale di alunni che interrompono il percorso di studio, l’Istituto di Valutazione conta anche tutti coloro che falliscono nei test[2], anno dopo anno. Grazie alla sua capacità di raccolta e gestione capillare dei dati di tutti gli studenti (circa 8 milioni di test raccolti ogni anno, oltre a 2,5 milioni di questionari di contesto) alla sua autoreferenzialità definitoria (“i fragili” come margine statistico) e all’impiego di tecniche di analisi basate sulla cosiddetta intelligenza artificiale, l’INVALSI produce continue aggregazioni e analisi, accreditate come evidenze. Da queste evidenze si fanno discendere decisioni in modo automatico, senza l’onere della responsabilità politica diretta. E’ il caso delle varie missioni del Piano di Ripresa e Resilienza votate alla lotta contro la dispersione scolastica. I dati diventano prove non verificabili a sostegno di un’agenda di governo e consentono affermazioni oltraggiose come quelle per cui il numero di studenti per classe nell’insegnamento non conta o studiare 4 anni anziché 5 non fa differenza. Lo direbbero i dati INVALSI. Peccato che nessuno possa vederli e controllarli. Ma l’affidamento tecnocratico e la depoliticizzazione non sono gli unici problemi: in gioco ci sono aspetti che toccano concretamente gli studenti, e prevalentemente i più svantaggiati. Cosa significa ridurre l’abbandono scolastico in un sistema sempre più iniquo e sempre più sottofinanziato? Significa rinunciare all’ambizione di una scolarizzazione pubblica di qualità per tutti, oggi senza nemmeno più l’ambiguità del discorso riformista. Canalizzare “i talenti” è il modo più efficiente per ridurre ogni dispersione. È questa la rivoluzione del buon senso di Valditara. Non un artificio retorico, ma l’applicazione della teorizzazione di una precisa funzione sociale della scuola, sviluppata in ambito economico, che oggi si mostra con tutta la sua chiarezza. L’ orientamento sempre più precoce,  i tutor artificiali nelle scuole “fragili” , la  riduzione di un anno di scuola nei tecnici e professionali sono pezzi di uno stesso programma: dare meno scuola a chi ha meno, perché in fondo non ne ha bisogno. Raggruppare simili con simili, su base geografica e socioculturale, consentire sempre meno deviazioni dal solco assegnato dalla sorte, differenziare con sempre maggiore efficacia. Per questo, la copertura teorica offerta dai dati è fondamentale. Non c’è orientamento migliore di un pronostico statistico che indichi fin dalle elementari il rischio di abbandono o insuccesso scolastico con il crisma apparente dell’oggettività. Altro che consiglio orientativo  degli insegnanti classisti: se fossero i dati a parlare per ciascuno studente, nessuno li discuterebbe.  E se poi oltre ai dati cognitivi pensassimo di misurare e incrociare anche quelli non cognitivi, il profilo dello studente diventerebbe ancora più preciso e la predizione più incisiva. Non sono fantasie, è già realtà. Il primo rapporto INVALSI del novembre scorso sulla misura standardizzata delle competenze socio emotive di studenti undicenni è una lettura molto istruttiva in tal senso. I dati INVALSI, con la loro funzione di screening sempre più ampia, rappresentano l’infrastruttura portante della scuola della personalizzazione, la base di partenza di una serie di procedure che svuotano culturalmente e reimpostano il nuovo lavoro docente, che in alcune realtà diventa essenzialmente di tipo diagnostico[3] e correzionale. Per i poveri più che saperi e conoscenza basta una buona educazione di tipo socio-comportamentale e civica. Questo poi tornerà utile a tutti, anche ai più ricchi, infatti “nel contesto delle crisi globali, come il cambiamento climatico e il declino democratico, si è osservato che le competenze socio-emotive emergono come elementi fondamentali anche per la resilienza sociale”[4]. Assunte le premesse di collasso democratico-istituzionale, scrivono i ricercatori INVALSI nel rapporto sulle soft skills, l’importante è che il paese abbia sempre una riserva di giovani resilienti.   NUOVE OPPORTUNITÀ PER GLI ULTIMI E qui veniamo al nodo conclusivo. Bisogna chiedersi: una volta individuati e indirizzati i possibili “dispersi” e “fragili”, cosa li attende? Incertezza economica e precarizzazione sembrano oggi parole del passato, assimilate con rassegnazione. Il quadro è decisamente più cupo. Il Ministro della difesa torna a parlare di leva militare, ci viene detto da più parti che “siamo in guerra”, che la deterrenza armata non ha alternative. Nei prossimi mesi gli  acquisti di armi da parte del governo italiano saranno pari a circa 20 miliardi di euro, quanto un’intera finanziaria. Sembrano non esistere argomenti contrari. Più che delegittimati, questi vengono semplicemente ignorati. Le istituzioni nazionali e sovranazionali lavorano alla costruzione della percezione di un mondo sempre più ostile e del pericolo imminente. Serve innanzitutto un cambiamento antropologico: una popolazione consapevole dell’esistenza di un rischio concreto e prossimo. “I soldi per l’Ucraina oggi o il sangue domani”, sono le parole del premier polacco al consiglio europeo del 17 dicembre scorso. Paesi come Svezia e Danimarca reintroducono la coscrizione obbligatoria, estendendola alle donne, la Germania prevede un massiccio ampliamento delle forze armate. In Francia, il ministro degli esteri ha dichiarato che “Per riarmare le menti si comincia dalla scuola” e  il Ministero dell’Istruzione ha reso pubblica una guida intitolata “Introdurre i giovani alla difesa”, rivolta alle scuole primarie e secondarie. In Italia  la recente consultazione del Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza sul tema “Guerre e conflitti” è un invito esplicito a normalizzare un’idea di futuro armato attraverso un questionario a risposta chiusa. Secondo te la violenza e la guerra sono insite nella natura dell’uomo? Se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e mi arruolerei. Sei d’accordo? In caso di guerra cosa ti preoccuperebbe di più? Morire o compromettere i tuoi piani futuri?  La guerra diventa un orizzonte pensabile e una prospettiva possibile in Europa. La scuola svuotata di qualsiasi principio egualitario e collettivo resta solo un potente strumento di indottrinamento e di selezione delle opportunità individuali. A chi è povero, fragile, a chi i pronostici danno del “disperso”, il governo propone le soft skills, la filiera o la militarizzazione. Meglio abituarsi all’idea fin da subito, imparando semplicemente a credere “nei dati” ma mai a domandarsi chi li ha decisi, perché, e come rovesciarli.   Note [1] Associazioni, fondazioni, esperti accademici dell’educazione. [2] La definizione di “fallimento nei test” è associata ad una soglia di adeguatezza fissata sempre dall’INVALSI. Sui 5 livelli di “competenza” di uscita possibili, che il test misura statisticamente, gli studenti classificati al di sotto del livello 3 sono considerati fragili. [3] La logica dell’individuazione precoce implica la cultura del sospetto precoce: per gli studenti “fragili nell’apprendimento” si cercheranno sempre più facilmente concause connesse a disturbi comportamentali, cognitivi etc. [4] Rapporto INVALSI “Le competenze socio-emotive in Italia”, pag. 43, https://progettoenrich.it/risultati/.   Questo post è stato pubblicato dal blog Le Parole Le cose il 12 Gennaio 2026.
May 19, 2026
ROARS
Proteste contro militarizzazione a Pisa: un movimento crescente di contestazione
COMUNICATO STAMPA L’escalation bellica dilagante mostra in modo sempre più evidente che la guerra parte anche da qui. Lo vediamo con la logistica sempre più coinvolta sul piano bellico: strade, porti, ferrovie in cui transitano mezzi e materiali militari a testimonianza del coinvolgimento di infrastrutture produttive nel grande business della guerra. Tuttavia, sta crescendo la coscienza del grande impatto della militarizzazione nelle nostre vite e nella nostra quotidianità. E con la coscienza crescono le forme di lotta e di coordinamento tra quanti hanno ben chiaro il no alle politiche e all’economia di guerra. Giovedì 12 marzo un treno carico di mezzi militari ed esplosivi proveniente da Piombino e diretto a Palmanova, in Friuli, ha impiegato oltre 12 ore per fare la tratta Piombino Pisa, appena 100 chilometri, trovando sul proprio percorso presidi di boicottaggio a Livorno Calambrone e Collesalvetti e un blocco dei binari a Pisa Centrale. Il giorno seguente, venerdì 13 marzo, un presidio del Coordinamento Antimilitarista livornese presso l’Accademia navale di Livorno ha voluto esprimere la protesta verso l’attacco di USA e Israele all’Iran – ennesimo focolaio di guerra imperialista che incendia il Golfo Persico – ma anche denunciare il coinvolgimento di aziende locali nella produzione di alcune armi usate in questa guerra. La Wass Fincantieri, che a Livorno ha un’importante sede produttiva specializzata in siluri e sistemi di lancio militari, ha ricevuto una commessa per la realizzazione di siluri leggeri MU90 destinati alla Marina Reale Saudita; da notare che l’accordo risulterebbe stipulato a Dubai proprio nei giorni della tanto discussa presenza del Ministro Crosetto in quell’area. E sempre a Dubai, nei medesimi giorni, Crosetto risulterebbe aver curato un contratto di centinaia di milioni con la Marina Indonesiana che vede il coinvolgimento della ditta livornese Drass, fornitrice di sistemi subacquei militari. Da notare – dato estremamente importante per l’Osservatorio, che ha come nucleo centrale della propria attività il contrasto alla militarizzazione del sistema scolastico – che queste sono anche aziende che attivano percorsi di formazione scuola – lavoro (ex pcto), coinvolgendo molti studenti. E allora facciamoci sentire nei collegi docenti, nelle commissioni di lavoro per l’alternanza e l’orientamento, nel dialogo educativo con gli studenti. Mettiamo paletti rigorosi al dilagare della guerra, ostacoliamo le convenzioni fra scuole e aziende legate alla produzione bellica. LA GUERRA PARTE ANCHE DA QUI, DAI NOSTRI TERRITORI, DAI LUOGHI DI LAVORO, DALLE SCUOLE. FERMIAMO LA GUERRA! Pisa mezzi militari Coordinamento Antimilitarista Livornese -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
All’IIS “Antonio Bello” di Molfetta il progetto “Valori in divisa”: cosa ne avrebbe pensato il vescovo pacifista?
Chissà cosa avrebbe pensato mons. Antonio Bello, protagonista indiscusso e purtroppo dimenticato del pacifismo pugliese, fondatore della Rivista Mosaico di Pace, davanti alla notizia che nella scuola a lui dedicata, l’IIS “Mons. Bello”, proprio a Molfetta (BA), città nella quale don Tonino aveva svolto il suo vescovato, si è svolta ieri, giovedì 26 febbraio 2026, l’iniziativa “Valori in divisa” con l’Esercito italiano e l’Associazione Eredi della Storia benemerita, che si scapicolla per portare nelle scuole vicende di combattenti e decorati al valor militare di Molfetta. E così, dopo la vicenda del Liceo “Scacchi” di Bari con le scolaresche portate nella caserma dell’Esercito a farsi raccontare la vicenda delle foibe e la Marina Militare in scena ad Altamura, a Taranto e a Lecce, la Puglia si conferma la regione privilegiata per l’operazione di reclutamento per le future generazioni da mandare a fare la guerra. Non ci stupiamo del fatto che a Molfetta, presso l’IIS “Mons. Bello” sia stato il Rotary a sostenere l’iniziativa, che ha poi postato le foto con la Dirigente (clicca qui), e nemmeno che a sponsorizzare l’evento nell’istituto ci fosse l’Associazione Eredi della Storia benemerita, già protagonista di un Protocollo d’intesa siglato tra diverse scuole e la Caserma “Domenico Picca” di Bari, giacché l’Associazione si prefigge lo scopo di ricordare eventi bellici ed “EROI MOLFETTESI” con un memoriale di cimeli delle diverse «guerre 15-18, 40-45 e di quelle meno note (Guerra italo-turca, Guerra d’Africa)», come si legge dalla loro pagina Facebook (clicca qui). Ciò che, invece, ci stupisce è che la comunità scolastica dell’IIS “Bello”, con tutti i suoi docenti e le sue docenti, rimanga impassibile davanti a chiare operazioni di reclutamento, infatti non a caso l’iniziativa è stata svolta con il Tenente Colonnello La Mura, Capo Ufficio Reclutamento del CME Puglia, circostanza che da anni denunciamo in questo sito. Non solo, come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, ci chiediamo quali possano essere gli orizzonti educativi e pedagogici che spingono i docenti e le docenti dell’IIS Bello a svolgere iniziative con l’Esercito per «condividere riflessioni profonde sul valore del servizio, della legalità e della fedeltà alle istituzioni». Siamo sicuri che, dal punto di vista pedagogico, le scuole e gli eserciti abbiano gli stessi obiettivi e i medesimi orizzonti semantici in relazione al “valore del servizio” e alle “fedeltà alle istituzioni” da trasmettere ai ragazzi e alle ragazze? Non è il caso di scomodare don Lorenzo Milani sul significato del servizio, della fedeltà e dell‘obbedienza, che, evidentemente, non possono essere delle virtù, se esse vengono veicolate dagli eserciti, che hanno come scopo principale quello di fare la guerra, oggi sempre più vicina, considerato anche il ritorno della leva obbligatoria prevista per marzo per i nostri ragazzi e le nostre ragazze. E non è il caso di scomodare don Milani, perché a Molfetta, all’IIS “Bello in particolare, dovrebbe essere abbastanza chiaro il ricordo del pensiero, ma soprattutto l’impegno attivo e nonviolento di don Tonino Bello nella smilitarizzazione nella nostra Puglia, invasa da basi militari e poligoni di tiro, e il suo sogno di convertire le spade in vomeri. Dovrebbe essere meno sbiadito alla comunità molfettese il rifiuto della guerra di don Tonino, definita come una “follia” e un atto ingiusto, così come la condanna della corsa al riarmo con la produzione e la vendita di armi, interpretata come un’offesa a Dio e all’umanità. Quello di don Tonino non era, semplicemente, un pacifismo passivo, che magari si esauriva ieri come oggi con la mera esposizione di uno stendardo o di un semplice discorso, ma un impegno antimilitarista attivo e personale contro la logica del tornaconto e della violenza che la guerra porta con sé e per la promozione del disarmo culturale ed economico (qui il suo ricordo tracciato su il Manifesto). Vorremmo, allora, rinfrescare la memoria alla comunità educante molfettese con un episodio nel quale don Tonino mostrò ancora una volta il suo piglio provocatorio e dissidente davanti alla retorica militaresca, sperando che sia da esempio per il futuro: “Qualche mese fa, ero appena tornato dall’ospedale, mi invitano a celebrare per l’inaugurazione di una nuova nave militare… Io ascolto l’ufficiale che legge tutti i compiti a cui è chiamata questa nave: soccorrere i dispersi in mare, portare aiuti, ecc.. Allora io dico nella preghiera: ‘Fa, o Signore, che se questa nave manterrà fedelmente questi impegni, la sua bandiera sventoli sul pennone come tovaglia di altare; ma se non manterrà questi impegni la sua bandiera cada a terra come uno strofinaccio da cucina’. Sentivo i commenti di qualcuno ‘…e dire che sta male, è molto malato ed è appena tornato dall’ospedale, guai se stesse bene! ’. Poi al termine della messa, mentre mi tolgo i paramenti, mi si avvicina un alto ufficiale, fa il saluto militare e aggiunge ‘Eccellenza, le devo dire che questa sera andrò di nuovo a un’altra messa’; bene, sono contento, gli dico io. Sì, conclude l’ufficiale, perché la sua messa mi ha disgustato” (da Mosaico di Pace). Proprio per questo, dunque, per mostrare l’impegno concreto e individuale che ciascuno di noi, da educatori/trici e cittadine/i, dovrebbe opporre alla guerra e alle logiche belliciste che, mascherate da spirito di servizio e di fedeltà alle istituzioni, invadono retoricamente le nostre scuole, si è deciso di firmare personalmente questa denuncia, dichiarando la propria disponibilità a mostrare il progetto che da qualche anno prevede la militarizzazione delle scuole (clicca qui per i dettagli del Corso di Formazione presso il Liceo “Cartesio” di Triggiano). Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Molfetta -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
[2026-02-08] Sabotiamo la Guerra e la Repressione @ Auditorium Spazio Eventi, Viterbo
SABOTIAMO LA GUERRA E LA REPRESSIONE Auditorium Spazio Eventi, Viterbo - Via Treviso, 44/50, 01100 Viterbo VT, Italia (domenica, 8 febbraio 10:30) Sabotiamo la guerra e la repressione Manifestazione e convegno a Viterbo il 7 e 8 febbraio 2026 Da almeno quattro anni la guerra è prepotentemente il marchio del nostro tempo. Non che essa se ne fosse mai andata, anzi si può dire che il secolo nato sotto il segno della cosiddetta “Guerra infinita” – a partire dall’11 settembre 2001 – sta mantenendo tutte le sue promesse. Una strategia, quella lanciata all’epoca dall’amministrazione Bush, che si è manifestata in un quarto di secolo di aggressioni imperialiste da parte del blocco NATO-sionista, in Afganistan, in Iraq, in Palestina. Il genocidio tuttora in corso a Gaza ne è l’ultima e più drammatica espressione. Con l’esplosione del conflitto su larga scala tra NATO e Federazione Russia in Ucraina a partire dal febbraio del 2022, la dinamica si allarga e cambia natura, diventando in quella regione un confronto diretto fra blocchi di Paesi capitalisti e altamente industrializzati, di dimensioni continentali e dotati di migliaia di armi nucleari. Il tutto avviene sullo sfondo dell’attrito tra gli USA e il loro principale concorrente, la Cina. In questo senso la guerra da allora è diventata non solo un fatto esotico, relegato nell’immaginario alle popolazioni che l’Occidente in questi anni ha massacrato e provato a sottomettere, ma una lugubre incombenza anche a quelle latitudini, come le nostre, dove non la si credeva immaginabile. Centrale come sempre nella guerra è il ruolo della propaganda. Sfacciata, inqualificabile l’operazione mediatica di chi, dopo aver per un quarto di secolo mostrificato chi si oppone alle truppe occidentali come un terrorista, dopo aver giustificato Guantanamo, i rapimenti extragiudiziali, le torture e le esecuzioni, dopo aver incensato le invasioni statunitensi ed europee come campagne di liberazione, ora, nel conflitto ucraino, dove si combatte effettivamente una guerra simmetrica, una guerra altamente tecnologica con droni, missili e satelliti e al contempo una guerra di carri armati e di trincee, lì ci si inventa l’operazione della “resistenza” ucraina e si cantano le ballate della legittima lotta contro l’invasore. Il tema della propaganda di guerra è evidentemente connesso con quello della censura. Ce lo testimonia da ultimo una serie di misure liberticide che anche in Italia uniscono destra e sinistra del campo borghese; dal ddl Gasparri (Forza Italia) a quello Del Rio (PD) parliamo di progetti di legge tesi all’equiparazione, dalle scuole alle aule di tribunale, dell’antisionismo con l’antisemitismo. Il Pacchetto-Sicurezza (ex ddl 1660) già approvato introduce il cosiddetto “terrorismo della parola”, insieme a un vasto pacchetto di norme dal sapore esplicitamente classista tese a schiacciare con anni di galera le rivolte nelle carceri, le manifestazioni di piazza, i picchetti operai e i blocchi stradali che da sempre sono espressione della lotta di classe, persino in un ambito sindacalistico e contrattualistico. Quindi, più in generale, è il tema della guerra a essere connesso con quello della repressione. Innanzitutto in termini generali, come repressione sociale. Quando lo Stato si prepara alla guerra, quella che prepara è soprattutto la guerra della borghesia contro il proletariato. La guerra permette al capitalismo internazionale di travasare immense ricchezze dal welfare al warfare nel fronte interno, avviando una gigantesca corsa al riamo finanziata attraverso politiche di macelleria sociale e manovre economiche di “lacrime e sangue”, tese esclusivamente a ingrassare le oligarchie padronali, moltiplicandone i profitti. E l’ex ddl 1660 mira esattamente a questo ambito del fronte interno: nel momento in cui si profila un’enorme espropriazione delle ricchezze dai salariati alla macchina militare (sintetizzabili nell’obiettivo del 5% del PIL da investire in armamenti), bisogna preventivare la necessità di reprimere le possibili opposizioni sociali a questo salasso, tappare la bocca a chi potrebbe sobillarne la dinamica in termini di radicalità, quindi preventivare di dover schiacciare sommosse in prigioni che ovviamente saranno sempre più piene. Contemporaneamente alla repressione sociale che riguarda tutta la classe sfruttata, si delinea una repressione specifica contro i rivoluzionari affinando degli appositi strumenti di annientamento. In particolare contro il movimento anarchico gli ultimi quattro anni sono stati caratterizzati da uno stillicidio di operazioni repressive, spesso incentrate proprio sul tema della censura: dall’operazione Sibilla contro il giornale anarchico “Vetriolo” all’operazione Scripta Scelera contro il giornale anarchico internazionalista “Bezmotivny”, passando per l’operazione “Diana”, incentrata in larga parte su iniziative editoriali (il giornale anarchico “Beznachalie”, la rivista “i giorni e le notti”, l’opuscolo “Nel vortice della guerra”, il sito ilrovescio.info), che vedrà l’udienza preliminare a Trento il prossimo 26 gennaio. L’apice di questo tipo di attacchi al movimento anarchico è stato raggiunto con la decisione sciagurata di trasferire l’anarchico Alfredo Cospito in 41 bis, dopo 10 anni di prigione in alta sicurezza, espressamente motivata con l’esigenza di impedire al compagno di continuare a leggere e a scrivere contributi dal carcere. Se l’obiettivo dichiarato del trasferimento del compagno in 41 bis risiede nella necessità per lo Stato di tappargli la bocca, ci sembra un bel gesto quello di rilanciare alcune sue parole, tratte dall’ultima occasione nella quale ha potuto parlare (durante l’udienza preliminare dell’operazione Sibilla, il 15 gennaio 2024 collegato in videoconferenza dal lager di Sassari al tribunale di Perugia): «Se la guerra imperialista dell’Occidente tracimerà per reazione dai confini dell’Ucraina irrompendo nelle nostre case, se i conflitti sociali supereranno il limite sostenibile di un meccanismo traballante, o anche solo se la transizione morbida e graduale in regime non sarà praticabile, il 41-bis grazie proprio alla sua patina di legalità sarà lo strumento repressivo ideale per un’anestetizzazione sociale forzata, una sorta di olio di ricino per rimettere in riga i recalcitranti, un golpe graduale e a norma di legge». Parole che in qualche modo delineano i contorni di quello che stiamo trattando, dalla geografia dei vari fronti alla dinamica guerra repressione sul fronte interno. D’altro canto non possiamo e non vogliamo dimenticare come in 41 bis resistono da quasi vent’anni tre prigionieri comunisti della BR-PCC, e una quarta si è suicidata dopo anni di tortura in questo terribile regime di annientamento. Il 41 bis si delinea quindi come un moderno lager controinsurrezionale, espressione topica di quello che è un carcere di guerra. Un’altra vicenda giudiziaria, fra le innumerevoli che potremmo citare, ci parla in particolar modo del legame tra gli apparati repressivi dello Stato italiano e Israele: si tratta del processo in corso all’Aquila contro Anan, Alì, Mansour. Un vero e proprio processo alla resistenza palestinese, laddove, in particolare contro Anan, si tenta di criminalizzare il suo contributo alla lotta per la liberazione della propria terra. Un processo nel quale non sono sotto accusa eventuali crimini commessi in Italia, ma episodi che sarebbero stati programmati nella Palestina occupata. Se pensiamo che persino per l’odioso diritto internazionale la resistenza armata palestinese è da considerarsi legittima, ci rendiamo conto del grado di collaborazione degli apparati dello Stato italiano col regime sionista. Un processo che è a tutti gli effetti un’espressione della complicità italiana nel genocidio dei palestinesi. E non lo diciamo in senso retorico e figurato: letteralmente il materiale acquisito dalla Digos dell’Aquila nel corso dell’indagine è stato utilizzato in Israele per sterminare tutti i contatti sospetti individuati. Viceversa, da Israele sono giunti elementi di indagine a supporto dell’inchiesta italiana, prove ottenute il più delle volte attraverso l’uso della tortura e in assenza di avvocati. Come se questo non bastasse, in Italia si moltiplicano le detenzioni o i tentativi d’espulsione di palestinesi o, più in generale, di immigrati che non si piegano. Per “reati d’opinione” (come nei casi di Mohamed Shahin e Ahmed Salem) o per la loro partecipazione a moti di piazza (come nella vicenda di Tarek Dridi, condannato a 4 anni e 8 mesi per la manifestazione del 5 ottobre 2024 a Roma). Il messaggio è chiaro: l’unica libertà che lo Stato concede ai rifugiati è tacere, sotto la perenne minaccia di essere riconsegnati ai vari torturatori che infestano i loro Paesi, al soldo o in combutta con l’imperialismo occidentale. Indagini e procedimenti diversi, quelli di cui abbiamo fatto cenno e i molti che per ragioni di spazio siamo costretti a tralasciare, tutti coordinati da quel dispositivo repressivo strategico che è la DNAA (Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo), in barba alla favola tanto cara a quel mondo della sinistra giustizialista cresciuto per reazione al berlusconismo, che da trent’anni ci propina il ruolo della magistratura come forza di bilanciamento rispetto al potere politico delle destre e che vede in particolare nell’Antimafia l’impero del bene. Un merito della mobilitazione a fianco di Alfredo Cospito di cui si è fatto cenno, è stato proprio di aver incrinato il mito dell’Antimafia e il suo principale strumento inquisitoriale (il 41 bis) a un livello di decibel che non era stato mai osato in precedenza. Va quindi ribadito che è lo Stato borghese come sistema nella sua interezza – al di là delle beghe tra le sue fazioni – che è mobilitato in una riconfigurazione bellica generale, tanto verso l’esterno quanto verso il nemico interno. Sabato 7 febbraio saremo in piazza a Viterbo contro la guerra e la repressione, siamo compagne e compagni che si uniscono in corteo a partire da una chiara posizione internazionalista: - A quattro anni dall’esplosione su vasta scala della guerra in Ucraina, torniamo in piazza a sostegno del disfattismo rivoluzionario, della fraternizzazione fra i proletari coscritti e mandati al fronte con la forza, all’insubordinazione nei confronti dei superiori. Supportiamo tutti i disertori delle guerre dei padroni. Denunciamo la natura anti-proletaria dei governi europei che nel sostenere questa guerra impoveriscono la nostra classe drenando risorse dalle tasche dei salariati a quelle degli industriali. Mettiamo i bastoni tra le ruote al “nostro” imperialismo occidentale e alle sue manovre guerrafondaie, alle “nostre” classi dirigenti e sfruttatrici, al “nostro” Stato! - A sostegno della resistenza palestinese contro il colonialismo di insediamento sionista. Riaffermiamo contro ogni tentativo di ammutolirci la natura rivoluzionaria degli eventi del 7 ottobre 2023. Quando gli Stati si combattono o si accordano fra loro, siamo contro la loro guerra e contro la loro pace. Quando un’entità coloniale artificiale stermina un popolo senza Stato e senza amici fra le grandi potenze, noi stiamo dalla parte della resistenza di quel popolo contro i piani genocidari dell’imperialismo. Il 7 ottobre non solo rappresenta una legittima risposta al piano secolare di insediamento coloniale sionista, ma anche una variabile sovversiva nella pace fra borghesie mediorientali sintetizzabile nella fase degli “Accordi di Abramo”. - Siamo contro la menzogna insanguinata dei “due popoli, due Stati”; non solo perché il sionismo non ha lasciato alcuno spazio realistico di istituzione di uno Stato palestinese, ma perché uno Stato di colonizzati al fianco di uno Stato di colonizzatori sarebbe soltanto un amministratore delegato dell’oppressione, con l’elezione dei collaborazionisti a nuova classe dirigente. La parabola dell’ANP ne è davvero una triste e infame dimostrazione. - Contro la repressione, quale manifestazione della guerra sul fronte interno. Contro le politiche economiche di macelleria sociale e il loro legame con la guerra. Contro le leggi liberticide, anti-sociali e finanche tese alla soppressione delle opinioni rivoluzionarie, necessarie a supportare quelle politiche. Contro le operazioni repressive anti-anarchiche e contro la repressione dei movimenti sociali. - Ricordando che nel maggio del 2026 scadranno i primi quattro anni di 41 bis nei confronti del compagno anarchico Alfredo Cospito, a seguito dei quali il ministro della “giustizia” dovrà decidere sul rinnovo o meno della misura, torniamo in piazza con uno spezzone che gridi “Fuori Alfredo dal 41 bis”, inserendoci anche con questa manifestazione nella mobilitazione a sostegno del compagno. Domenica 8 febbraio terremo sempre a Viterbo un convegno internazionalista, nel quale tenteremo di dare la parola alla resistenza palestinese e ai disertori ucraini, ma anche ai protagonisti delle lotte qui in Italia sul posto di lavoro, approfondiremo alcune vicende giudiziarie come quella del processo all’Aquila contro la resistenza palestinese, delineeremo la dimensione del 41 bis come carcere di guerra e altri argomenti inerenti il connubio guerra-repressione. Un convegno che vogliamo sia a carattere militante, non intellettuale o professorale, dove a parlare saranno innanzitutto i protagonisti delle lotte. Assemblea “sabotiamo la guerra” Rete dei Comitati e Collettivi di Lotta
February 4, 2026
Gancio de Roma
[2026-02-07] Sabotiamo la Guerra e la Repressione @ Via Cattaneo, Viterbo
SABOTIAMO LA GUERRA E LA REPRESSIONE Via Cattaneo, Viterbo - Via Carlo Cattaneo, 01100 Viterbo VT, Italia (sabato, 7 febbraio 15:00) Sabotiamo la guerra e la repressione Manifestazione e convegno a Viterbo il 7 e 8 febbraio 2026 Da almeno quattro anni la guerra è prepotentemente il marchio del nostro tempo. Non che essa se ne fosse mai andata, anzi si può dire che il secolo nato sotto il segno della cosiddetta “Guerra infinita” – a partire dall’11 settembre 2001 – sta mantenendo tutte le sue promesse. Una strategia, quella lanciata all’epoca dall’amministrazione Bush, che si è manifestata in un quarto di secolo di aggressioni imperialiste da parte del blocco NATO-sionista, in Afganistan, in Iraq, in Palestina. Il genocidio tuttora in corso a Gaza ne è l’ultima e più drammatica espressione. Con l’esplosione del conflitto su larga scala tra NATO e Federazione Russia in Ucraina a partire dal febbraio del 2022, la dinamica si allarga e cambia natura, diventando in quella regione un confronto diretto fra blocchi di Paesi capitalisti e altamente industrializzati, di dimensioni continentali e dotati di migliaia di armi nucleari. Il tutto avviene sullo sfondo dell’attrito tra gli USA e il loro principale concorrente, la Cina. In questo senso la guerra da allora è diventata non solo un fatto esotico, relegato nell’immaginario alle popolazioni che l’Occidente in questi anni ha massacrato e provato a sottomettere, ma una lugubre incombenza anche a quelle latitudini, come le nostre, dove non la si credeva immaginabile. Centrale come sempre nella guerra è il ruolo della propaganda. Sfacciata, inqualificabile l’operazione mediatica di chi, dopo aver per un quarto di secolo mostrificato chi si oppone alle truppe occidentali come un terrorista, dopo aver giustificato Guantanamo, i rapimenti extragiudiziali, le torture e le esecuzioni, dopo aver incensato le invasioni statunitensi ed europee come campagne di liberazione, ora, nel conflitto ucraino, dove si combatte effettivamente una guerra simmetrica, una guerra altamente tecnologica con droni, missili e satelliti e al contempo una guerra di carri armati e di trincee, lì ci si inventa l’operazione della “resistenza” ucraina e si cantano le ballate della legittima lotta contro l’invasore. Il tema della propaganda di guerra è evidentemente connesso con quello della censura. Ce lo testimonia da ultimo una serie di misure liberticide che anche in Italia uniscono destra e sinistra del campo borghese; dal ddl Gasparri (Forza Italia) a quello Del Rio (PD) parliamo di progetti di legge tesi all’equiparazione, dalle scuole alle aule di tribunale, dell’antisionismo con l’antisemitismo. Il Pacchetto-Sicurezza (ex ddl 1660) già approvato introduce il cosiddetto “terrorismo della parola”, insieme a un vasto pacchetto di norme dal sapore esplicitamente classista tese a schiacciare con anni di galera le rivolte nelle carceri, le manifestazioni di piazza, i picchetti operai e i blocchi stradali che da sempre sono espressione della lotta di classe, persino in un ambito sindacalistico e contrattualistico. Quindi, più in generale, è il tema della guerra a essere connesso con quello della repressione. Innanzitutto in termini generali, come repressione sociale. Quando lo Stato si prepara alla guerra, quella che prepara è soprattutto la guerra della borghesia contro il proletariato. La guerra permette al capitalismo internazionale di travasare immense ricchezze dal welfare al warfare nel fronte interno, avviando una gigantesca corsa al riamo finanziata attraverso politiche di macelleria sociale e manovre economiche di “lacrime e sangue”, tese esclusivamente a ingrassare le oligarchie padronali, moltiplicandone i profitti. E l’ex ddl 1660 mira esattamente a questo ambito del fronte interno: nel momento in cui si profila un’enorme espropriazione delle ricchezze dai salariati alla macchina militare (sintetizzabili nell’obiettivo del 5% del PIL da investire in armamenti), bisogna preventivare la necessità di reprimere le possibili opposizioni sociali a questo salasso, tappare la bocca a chi potrebbe sobillarne la dinamica in termini di radicalità, quindi preventivare di dover schiacciare sommosse in prigioni che ovviamente saranno sempre più piene. Contemporaneamente alla repressione sociale che riguarda tutta la classe sfruttata, si delinea una repressione specifica contro i rivoluzionari affinando degli appositi strumenti di annientamento. In particolare contro il movimento anarchico gli ultimi quattro anni sono stati caratterizzati da uno stillicidio di operazioni repressive, spesso incentrate proprio sul tema della censura: dall’operazione Sibilla contro il giornale anarchico “Vetriolo” all’operazione Scripta Scelera contro il giornale anarchico internazionalista “Bezmotivny”, passando per l’operazione “Diana”, incentrata in larga parte su iniziative editoriali (il giornale anarchico “Beznachalie”, la rivista “i giorni e le notti”, l’opuscolo “Nel vortice della guerra”, il sito ilrovescio.info), che vedrà l’udienza preliminare a Trento il prossimo 26 gennaio. L’apice di questo tipo di attacchi al movimento anarchico è stato raggiunto con la decisione sciagurata di trasferire l’anarchico Alfredo Cospito in 41 bis, dopo 10 anni di prigione in alta sicurezza, espressamente motivata con l’esigenza di impedire al compagno di continuare a leggere e a scrivere contributi dal carcere. Se l’obiettivo dichiarato del trasferimento del compagno in 41 bis risiede nella necessità per lo Stato di tappargli la bocca, ci sembra un bel gesto quello di rilanciare alcune sue parole, tratte dall’ultima occasione nella quale ha potuto parlare (durante l’udienza preliminare dell’operazione Sibilla, il 15 gennaio 2024 collegato in videoconferenza dal lager di Sassari al tribunale di Perugia): «Se la guerra imperialista dell’Occidente tracimerà per reazione dai confini dell’Ucraina irrompendo nelle nostre case, se i conflitti sociali supereranno il limite sostenibile di un meccanismo traballante, o anche solo se la transizione morbida e graduale in regime non sarà praticabile, il 41-bis grazie proprio alla sua patina di legalità sarà lo strumento repressivo ideale per un’anestetizzazione sociale forzata, una sorta di olio di ricino per rimettere in riga i recalcitranti, un golpe graduale e a norma di legge». Parole che in qualche modo delineano i contorni di quello che stiamo trattando, dalla geografia dei vari fronti alla dinamica guerra repressione sul fronte interno. D’altro canto non possiamo e non vogliamo dimenticare come in 41 bis resistono da quasi vent’anni tre prigionieri comunisti della BR-PCC, e una quarta si è suicidata dopo anni di tortura in questo terribile regime di annientamento. Il 41 bis si delinea quindi come un moderno lager controinsurrezionale, espressione topica di quello che è un carcere di guerra. Un’altra vicenda giudiziaria, fra le innumerevoli che potremmo citare, ci parla in particolar modo del legame tra gli apparati repressivi dello Stato italiano e Israele: si tratta del processo in corso all’Aquila contro Anan, Alì, Mansour. Un vero e proprio processo alla resistenza palestinese, laddove, in particolare contro Anan, si tenta di criminalizzare il suo contributo alla lotta per la liberazione della propria terra. Un processo nel quale non sono sotto accusa eventuali crimini commessi in Italia, ma episodi che sarebbero stati programmati nella Palestina occupata. Se pensiamo che persino per l’odioso diritto internazionale la resistenza armata palestinese è da considerarsi legittima, ci rendiamo conto del grado di collaborazione degli apparati dello Stato italiano col regime sionista. Un processo che è a tutti gli effetti un’espressione della complicità italiana nel genocidio dei palestinesi. E non lo diciamo in senso retorico e figurato: letteralmente il materiale acquisito dalla Digos dell’Aquila nel corso dell’indagine è stato utilizzato in Israele per sterminare tutti i contatti sospetti individuati. Viceversa, da Israele sono giunti elementi di indagine a supporto dell’inchiesta italiana, prove ottenute il più delle volte attraverso l’uso della tortura e in assenza di avvocati. Come se questo non bastasse, in Italia si moltiplicano le detenzioni o i tentativi d’espulsione di palestinesi o, più in generale, di immigrati che non si piegano. Per “reati d’opinione” (come nei casi di Mohamed Shahin e Ahmed Salem) o per la loro partecipazione a moti di piazza (come nella vicenda di Tarek Dridi, condannato a 4 anni e 8 mesi per la manifestazione del 5 ottobre 2024 a Roma). Il messaggio è chiaro: l’unica libertà che lo Stato concede ai rifugiati è tacere, sotto la perenne minaccia di essere riconsegnati ai vari torturatori che infestano i loro Paesi, al soldo o in combutta con l’imperialismo occidentale. Indagini e procedimenti diversi, quelli di cui abbiamo fatto cenno e i molti che per ragioni di spazio siamo costretti a tralasciare, tutti coordinati da quel dispositivo repressivo strategico che è la DNAA (Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo), in barba alla favola tanto cara a quel mondo della sinistra giustizialista cresciuto per reazione al berlusconismo, che da trent’anni ci propina il ruolo della magistratura come forza di bilanciamento rispetto al potere politico delle destre e che vede in particolare nell’Antimafia l’impero del bene. Un merito della mobilitazione a fianco di Alfredo Cospito di cui si è fatto cenno, è stato proprio di aver incrinato il mito dell’Antimafia e il suo principale strumento inquisitoriale (il 41 bis) a un livello di decibel che non era stato mai osato in precedenza. Va quindi ribadito che è lo Stato borghese come sistema nella sua interezza – al di là delle beghe tra le sue fazioni – che è mobilitato in una riconfigurazione bellica generale, tanto verso l’esterno quanto verso il nemico interno. Sabato 7 febbraio saremo in piazza a Viterbo contro la guerra e la repressione, siamo compagne e compagni che si uniscono in corteo a partire da una chiara posizione internazionalista: - A quattro anni dall’esplosione su vasta scala della guerra in Ucraina, torniamo in piazza a sostegno del disfattismo rivoluzionario, della fraternizzazione fra i proletari coscritti e mandati al fronte con la forza, all’insubordinazione nei confronti dei superiori. Supportiamo tutti i disertori delle guerre dei padroni. Denunciamo la natura anti-proletaria dei governi europei che nel sostenere questa guerra impoveriscono la nostra classe drenando risorse dalle tasche dei salariati a quelle degli industriali. Mettiamo i bastoni tra le ruote al “nostro” imperialismo occidentale e alle sue manovre guerrafondaie, alle “nostre” classi dirigenti e sfruttatrici, al “nostro” Stato! - A sostegno della resistenza palestinese contro il colonialismo di insediamento sionista. Riaffermiamo contro ogni tentativo di ammutolirci la natura rivoluzionaria degli eventi del 7 ottobre 2023. Quando gli Stati si combattono o si accordano fra loro, siamo contro la loro guerra e contro la loro pace. Quando un’entità coloniale artificiale stermina un popolo senza Stato e senza amici fra le grandi potenze, noi stiamo dalla parte della resistenza di quel popolo contro i piani genocidari dell’imperialismo. Il 7 ottobre non solo rappresenta una legittima risposta al piano secolare di insediamento coloniale sionista, ma anche una variabile sovversiva nella pace fra borghesie mediorientali sintetizzabile nella fase degli “Accordi di Abramo”. - Siamo contro la menzogna insanguinata dei “due popoli, due Stati”; non solo perché il sionismo non ha lasciato alcuno spazio realistico di istituzione di uno Stato palestinese, ma perché uno Stato di colonizzati al fianco di uno Stato di colonizzatori sarebbe soltanto un amministratore delegato dell’oppressione, con l’elezione dei collaborazionisti a nuova classe dirigente. La parabola dell’ANP ne è davvero una triste e infame dimostrazione. - Contro la repressione, quale manifestazione della guerra sul fronte interno. Contro le politiche economiche di macelleria sociale e il loro legame con la guerra. Contro le leggi liberticide, anti-sociali e finanche tese alla soppressione delle opinioni rivoluzionarie, necessarie a supportare quelle politiche. Contro le operazioni repressive anti-anarchiche e contro la repressione dei movimenti sociali. - Ricordando che nel maggio del 2026 scadranno i primi quattro anni di 41 bis nei confronti del compagno anarchico Alfredo Cospito, a seguito dei quali il ministro della “giustizia” dovrà decidere sul rinnovo o meno della misura, torniamo in piazza con uno spezzone che gridi “Fuori Alfredo dal 41 bis”, inserendoci anche con questa manifestazione nella mobilitazione a sostegno del compagno. Domenica 8 febbraio terremo sempre a Viterbo un convegno internazionalista, nel quale tenteremo di dare la parola alla resistenza palestinese e ai disertori ucraini, ma anche ai protagonisti delle lotte qui in Italia sul posto di lavoro, approfondiremo alcune vicende giudiziarie come quella del processo all’Aquila contro la resistenza palestinese, delineeremo la dimensione del 41 bis come carcere di guerra e altri argomenti inerenti il connubio guerra-repressione. Un convegno che vogliamo sia a carattere militante, non intellettuale o professorale, dove a parlare saranno innanzitutto i protagonisti delle lotte. Assemblea “sabotiamo la guerra” Rete dei Comitati e Collettivi di Lotta
February 4, 2026
Gancio de Roma
[2026-02-12] Hackerare i dispositivi digitali per restituirli all’uso @ Vivero
HACKERARE I DISPOSITIVI DIGITALI PER RESTITUIRLI ALL’USO Vivero - via Antonio Raimondi 37 (giovedì, 12 febbraio 19:00) Giovedì 12 febbraio alle 19 - Dal Laboratorio Palestina alle strategie di sabotaggio e consapevolezza digitale Giovedì 12 febbraio, dalle 19:00 alle 21:30, nell’ambito dell’iniziativa 100x100gaza , per rispondere collettivamente alla catastrofe provocata dal genocidio, Rotta Genuina e Vivèro ospitano una serata di approfondimento su cybersicurezza, controllo digitale e tecnologie conviviali. Le tecnologie digitali non sono mai neutre: tracciano, profilano, monitorano e spesso replicano disuguaglianze che esistono offline. Sono strumenti di dominio con impatti sociali e politici molto concreti. Partendo dal “Laboratorio Palestina”, dove le tecnologie digitali vengono sperimentate come strumenti di controllo, sorveglianza e guerra, allargheremo lo sguardo alla dimensione geopolitica globale, fino ad arrivare all’Italia, per capire come le tecnologie controllano e attraversano i nostri territori. Proveremo a immaginare modelli tecnologici e pratiche alternative a quelli grandi piattaforme, costruendo insieme una nuova “cassetta degli strumenti”. Ne parleremo insieme a * Dario Guarascio - docente di economia a La Sapienza, autore del libro Imperialismo Digitale, Laterza * Graffio - del gruppo di ricerca C.I.R.C.E. * GazaWeb – Gli alberi della rete 📌 Di cosa discuteremo: 🔹 come i dispositivi digitali possono essere usati per controllare, sorvegliare e normalizzare forme di violenza 🔹 il “Laboratorio Palestina”: sperimentazione di strumenti digitali di controllo 🔹 il ruolo delle Big Tech e dei finanziamenti europei nel mantenimento di questi sistemi 🔹 pratiche di boicottaggio e alternative tecnologiche conviviali 🔹 strumenti concreti di consapevolezza digitale 🔹 come sostenere progetti di tecnologie solidali e di lotta 🍷Aperitivo, banchetti di GazaWeb e Women for Gaza + raccolta fondi per la settimana 100x100 Gaza. 📍 Vivero –via Antonio Raimondi 37 | 12 febbraio | 19:00–21:30 A seguire concerto benefit da zazienelmetro_bar
February 3, 2026
Gancio de Roma
[2026-02-01] Molte Guerre, Un Solo Sistema @ CIP Alessandrino
MOLTE GUERRE, UN SOLO SISTEMA CIP Alessandrino - Via delle Ciliegie, 42 (domenica, 1 febbraio 11:00) MOLTE GUERRE, UN SOLO SISTEMA Vieni a riflettere, a discutere, ad organizzarti, a resistere Domenica 1 Febbraio PROGRAMMA Mattina - ore 11:00 Dibattito: L'imperialismo risolve la crisi con la guerra, tutti gli scenari di guerra attuali sono collegati, discutiamone con Fabrizio Casari, giornalista direttore di altrenotizie.org Pranzo - ore 13:00 Pomeriggio - ore 15:00 Report da Palestina, Venezuela e gli altri scenari di guerra. La lotta e la solidarietà che possiamo sviluppare in Italia, con Unione Democratica Arabo-Palestinese, e Circ Internazionale. Aiutateci a sfamarvi prenotando al 3938619200
January 30, 2026
Gancio de Roma
[2025-12-13] Non ci arruoliamo nella guerra dei padroni @ Parco Sangalli
NON CI ARRUOLIAMO NELLA GUERRA DEI PADRONI Parco Sangalli - Parco sangalli - Torpignattara (sabato, 13 dicembre 16:00) Non ci arruoliamo nella guerra dei padroni Sabato 13 Dicembre a Torpignattara Mentre dilaga la miseria e le nostre vite sono sempre più difficili, per farci distogliere lo sguardo dai veri responsabili, i fascisti corrono in aiuto dello Stato fomentando le divisioni sociali. Le difficoltà esistono e vanno affrontate. Con il confronto, la solidarietà reciproca e la lotta. NON VOGLIAMO LA VIOLENZA FASCISTA E RAZZISTA NELLE NOSTRE STRADE NE' ALTROVE Pratichiamo autodifesa collettiva - Appuntamento ore 16 al Parco Sangalli
December 13, 2025
Gancio de Roma
[2025-12-13] Carcere e Guerra - incontro con Mansoor Adayfi @ Casa del Parco delle Energie
CARCERE E GUERRA - INCONTRO CON MANSOOR ADAYFI Casa del Parco delle Energie - Via Prenestina, 175, 00176 Roma RM (sabato, 13 dicembre 19:00) Carcere e guerra, incontro con Mansoor Adayfi  SABATO 13.12 H 19 PARCO DELLE ENERGIE – VIA PRENESTINA 175 – ROMA  Mansoor Adyfi è un ex prigioniero del campo di concentramento di Guantánamo, dove è stato  detenuto per oltre 14 anni senza che fosse mai formulata nei suoi confronti nessuna accusa.  Guantánamo è un carcere di guerra statunitense attivo dal 2002, per la lotta al cosiddetto terrorismo, dove vige un perenne stato di eccezione, si opera in condizioni di extra territorialità ed extra  legalità, ed i detenuti subiscono torture, privazioni, e una detenzione arbitrarie.  Nel 2016 Mansoor Adyfi è stato consegnato alla Serbia e ha iniziato una lotta per costruirsi una nuova vita e per liberarsi dalla classificazione di sospetto terrorista.  Oggi è  uno scrittore ed avvocato ed  è l’autore del libro don’t forghet us here, lost and found at  Guantánamo. A partire dalla sulla sua esperienza di prigioniero a Guantánamo ha pubblicato  articoli, rilasciato interviste,  partecipato a documentari  programmi radio e podcast. Mansoor  Adayfi è inoltre un attivista di CAGE international, organizzazione che sta supportando Prisoners  for Palestine.  A dimostrazione della censura in vigore verso chi difende la causa palestinese è stato bloccata la spedizione del suo libro in Italia e gli è stato concesso un visto di solo 5 giorni, motivo  per il quali potrà tenere un numero limitato di incontri. Con questo incontro vogliamo approfondire la conoscenza dei dispositivi contro-insurrezionali usati dagli Stati colonialisti per supportare le loro aggressioni. L’utilizzo di questi strumenti viene sempre giustificato tramite la narrazione della “lotta al terrorismo”. Vediamo, ad esempio, come riguardo alla situazione in Palestina i governi occidentali, mentre non compiono alcun atto concreto contro il genocidio attuato da sionisti, sono sempre pronti a delegittimare la resistenza palestinese ed a censurare, criminalizzare, reprimere ogni forma di solidarietà verso il popolo palestinese che vada al di la dell’umanitarismo di facciata. L’accusa di terrorismo è quindi sempre pronta per essere utilizzata contro chi sostiene la Palestina. Noi invece vogliamo ribadire che liberazione dal colonialismo passa attraverso l’autodeterminazione degli oppressi e quindi tramite la lotta che assume la forma della resistenza. Per noi solidarietà verso la Palestina significa quindi dare legittimità alla resistenza, contrastare ogni forma di collaborazionismo con Israele e smascherare tutta la narrazione mistificatoria a partire appunto da quella della ”lotta al terrorismo”. Dobbiamo inoltre considerare come i dispositivi repressivi sperimentati ed utilizzati nei territori  colonizzati possono “tornare indietro” ed essere utilizzati per la repressione all’interno  dell’occidente. Basti pensare a quel vero e proprio carcere di guerra che è il 41 bis in Italia  (utilizzato anche per la repressione politica) ed alle sue analogie con strutture di tortura e annientamento quali Guantánamo; oppure alla detenzione amministrativa usata tanto contro migliaia di prigionieri palestinesi quanto contro i “senza documenti” nei CPR italiani, oppure ai  ai dispositivi di spionaggio, schedatura e controllo, all’utilizzo dell’intelligenza artificiale come  strumento poliziesco e militare, che Israele sviluppa grazie alla collaborazione con le università occidentali, sperimenta contro i palestinesi e poi rivende all’estero. Riteniamo importante quindi  conoscere questi dispositivi anche per difendersi qui. In particolare in un periodo in cui si  manifestano una crescente crisi economica ed una tendenza alla guerra, alimentata da politiche  militariste (vedi l’aumento delle spese militari e di il ritorno della leva obbligatoria). In questa  situazione la normalizzazione del fronte interno, l’aumento di repressione, controllo e censura,  l’attacco agli sfruttati, agli esclusi, ai movimenti di lotta è più che probabile. Riteniamo necessario  per le classi sfrutate comprendere questa realtà ed attrezzarci per contrastarla.  Nel corso di questo incontro parleremo dello sciopero delle prigioniere e dei prigionieri di Palestine Action nelle carceri britanniche. Al momento vi sono sette “Prisoners For Palestine” in sciopero della fame, di cui tre ospedalizzati, ed alcuni di loro hanno annunciato di volerlo portare avanti ad oltranza. Altri trentatré prigionieri si uniranno allo sciopero, uno di loro Sean Midddlebrough ha colto l’occasione di un permesso di qualche giorno per darsi alla macchia  ed è al momento irrintracciabile, ha rilasciato dichiarazioni con cui rivendica il suo gesto come il rifiuto di essere «un prigioniero di guerra dello Stato d’Israele in una prigione britannica». Fuori dalle carceri ci sono state manifestazioni di solidarietà, mentre proseguono le azioni dirette contro le aziende legate a Elbit Systems (fabbrica che produce droni e sistemi di sorveglianza) di cui gli scioperanti chiedono la chiusura degli stabilimenti nel Regno Unito. Lo sciopero della fame dei detenuti inglesi ha assunto un carattere internazionale, sono entrati in sciopero della fame anche Jakhy McCray negli Stati Uniti (recluso per l’incendio di mezzi della polizia di New York) e Dimitris Chatzivasileiadis prigioniero in Grecia. Hanno fatto arrivare la loro solidarietà i prigionieri palestinesi e Georges Ibrahim Abdallah. In Italia hanno supportato lo sciopero, con varie modalità di protesta, i prigionieri anarchici Luca Dolce (Stecco) –  che ha tenuto  uno sciopero della fame dal 8 al 29 novembre – , Juan Sorroche e Massimo Passamani.  A dimostrazione che Israele è l’avanguardia della repressione e che nello Stato sionista si sviluppano e sperimentano le pratiche e le tecnologie repressive che in seguito si esportano altrove,  parleremo anche dello sciopero dei prigionieri comunisti turchi, rinchiusi nelle celle pozzo. Si tratta di cubicoli interrati, introdotti recentemente in Turchia come forma di isolamento estremo e  di tortura psicologica, e che sono lo stesso tipo di cella che da anni Israele utilizza per annientare i prigionieri palestinesi. In questo incontro affronteremo inoltre la questione della repressione che lo Stato italiano sta  conducendo – con crescente aggressività – verso i palestinesi ed solidali con il popolo palestinese.  L’Italia è un paese che da tempo ha adottato misure sempre più spudoratamente filo-sioniste ed una politica estera eterodiretta dagli Stati uniti, questa sudditanza si manifesta anche nel fare lo sbirro per conto di Israele. Tra i vari casi di questa attività poliziesca ricordiamo la condanna di Tarek Didri a 4 anni e 8 mesi di carcere, per avere difeso i manifestanti caricati dalla polizia al  corteo del 5 ottobre 2024 di Roma; Ahmad Salem, un richiedente asilo di 24 anni rinchiuso da 6 mesi nel carcere di Rossano calabro, con il capo di accusa di 270 quinquies (il cosiddetto terrorismo della parola introdotto recentemente), questo per dei semplici video che circolano liberamente in rete e in TV che gli sono stati trovati sul telefonino al momento della richiesta di asilo con un invito al popolo arabo aobilitarsi e scendere nelle trade a fianco dei loro fratelli e sorelle palestinesi; Mohamed Shahin, imam della moschea di S. Salvario a Torino, colpito da decreto di espulsione e trattenuto nel CPR di Caltanissetta, per le sue dichiarazioni a sostegno della resistenza palestinese e dell’attacco del 7 ottobre. Tramite questa iniziativa daremo il nostro contributo alla giornata nazionale di mobilitazione dislocata in sostegno ad Anan Alì e Mansour. I tre palestinesi sono sotto processo a l’Aquila con l’accusa di terrorismo internazionale, ma per noi sono persone che hanno giustamente difeso la loro terra dal colonialismo. Il loro è un processo farsa, istruito dalle autorità italiane per esaudire la richiesta di Israele di colpire Anan, storico e dichiarato membro della resistenza della Cisgiordania.  Nelle ultime udienze abbiamo assistito alla presenza di funzionari dello Stato sionista in sostegno dell’accusa, ovvero i tribunali italiani chiamano i responsabili di un genocidio a testimoniare contro chi  lotta contro questo genocidio. Questo odioso atto di servilismo è ben rappresentato dalla dichiarazione, rilasciata in videoconferenza dal carcere di alta sicurezza di Melfi, da Annan: “É successo in passato, e mi sono trovato di fronte a testimoni israeliani, ma era in un tribunale militare israeliano,di fronte alla giustizia militare all’interno di Israele. Ma non mi aspettavo, ne attendevo, di dovermi trovare ancora una volta ad ascoltare la testimonianza dell’esercito israeliano che occupa la nostra terra e che pratica la pulizia etnica contro il nostro popolo palestinese, e che il loro Primo Ministro, condannato dalla Corte Internazionale come criminale di guerra, fosse un testimone contro di me in un tribunale italiano. Non so più se mi trovo in un tribunale Israeliano e se vengo processato in base alla legge militare israeliana, e se il pubblico ministero sia israeliano o lavori per conto di Israele. Sarà forse un processo militare israeliano, Israele ha davvero così tanta influenza in Italia?” Si è inoltre tenuta la requisitoria della pubblico ministero, la quale nonostante nel dibattimento non è mai riuscita a dimostrare nulla delle accuse rivolte ai tre ha richiesto pesanti condanne, 12 anni per  Anan, 9 per Alì, 7 per Mansur.  Di fatto queste pesanti pene sono quelle che richiede il codice per le accuse loro rivolte, la questione che si pone è che queste accuse sono infondate. Va inoltre ricordato che in Italia esistono le leggi antiterrorismo ( ad esempio l’art, 270 bis ed i suoi derivati) che permettono di infliggere pesanti pene a partire da accuse fumose ed aleatorie, l’Italia in fatto di repressione politica non ha nulla da  invidiare a nessuno.  Il processo farsa dell’Aquila, è la dimostrazione dell’asservimento della magistratura italiana agli assassini israeliani e della complicità del governo italiano con il genocidio in corso in Asia  occidentale. Difendere la Palestina significa anche difendere i Palestinesi in Europa colpiti dalla  longa manus di Israele e sostenere il diritto dei palestinesi a difendere la loro terra con i mezzi  necessari.  Il 13 dicembre si terrà una giornata nazionale di mobilitazione diffusa in solidarietà con  Anan, Alì e Mansour.  Il 19 Dicembre si terrà al tribunale di l’Aquila un importante udienza del processo ad Anan,  Alì e Mansour. In questà data parlerà la difesa e potrebbe essere emessa la sentenza.  Invitiamo da ora tutti i solidale a partecipare al presidio che si terrà a partire dalle ore 9.30
December 10, 2025
Gancio de Roma