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[2025-12-13] Non ci arruoliamo nella guerra dei padroni @ Parco Sangalli
NON CI ARRUOLIAMO NELLA GUERRA DEI PADRONI Parco Sangalli - Parco sangalli - Torpignattara (sabato, 13 dicembre 16:00) Non ci arruoliamo nella guerra dei padroni Sabato 13 Dicembre a Torpignattara Mentre dilaga la miseria e le nostre vite sono sempre più difficili, per farci distogliere lo sguardo dai veri responsabili, i fascisti corrono in aiuto dello Stato fomentando le divisioni sociali. Le difficoltà esistono e vanno affrontate. Con il confronto, la solidarietà reciproca e la lotta. NON VOGLIAMO LA VIOLENZA FASCISTA E RAZZISTA NELLE NOSTRE STRADE NE' ALTROVE Pratichiamo autodifesa collettiva - Appuntamento ore 16 al Parco Sangalli
[2025-12-13] Carcere e Guerra - incontro con Mansoor Adayfi @ Casa del Parco delle Energie
CARCERE E GUERRA - INCONTRO CON MANSOOR ADAYFI Casa del Parco delle Energie - Via Prenestina, 175, 00176 Roma RM (sabato, 13 dicembre 19:00) Carcere e guerra, incontro con Mansoor Adayfi  SABATO 13.12 H 19 PARCO DELLE ENERGIE – VIA PRENESTINA 175 – ROMA  Mansoor Adyfi è un ex prigioniero del campo di concentramento di Guantánamo, dove è stato  detenuto per oltre 14 anni senza che fosse mai formulata nei suoi confronti nessuna accusa.  Guantánamo è un carcere di guerra statunitense attivo dal 2002, per la lotta al cosiddetto terrorismo, dove vige un perenne stato di eccezione, si opera in condizioni di extra territorialità ed extra  legalità, ed i detenuti subiscono torture, privazioni, e una detenzione arbitrarie.  Nel 2016 Mansoor Adyfi è stato consegnato alla Serbia e ha iniziato una lotta per costruirsi una nuova vita e per liberarsi dalla classificazione di sospetto terrorista.  Oggi è  uno scrittore ed avvocato ed  è l’autore del libro don’t forghet us here, lost and found at  Guantánamo. A partire dalla sulla sua esperienza di prigioniero a Guantánamo ha pubblicato  articoli, rilasciato interviste,  partecipato a documentari  programmi radio e podcast. Mansoor  Adayfi è inoltre un attivista di CAGE international, organizzazione che sta supportando Prisoners  for Palestine.  A dimostrazione della censura in vigore verso chi difende la causa palestinese è stato bloccata la spedizione del suo libro in Italia e gli è stato concesso un visto di solo 5 giorni, motivo  per il quali potrà tenere un numero limitato di incontri. Con questo incontro vogliamo approfondire la conoscenza dei dispositivi contro-insurrezionali usati dagli Stati colonialisti per supportare le loro aggressioni. L’utilizzo di questi strumenti viene sempre giustificato tramite la narrazione della “lotta al terrorismo”. Vediamo, ad esempio, come riguardo alla situazione in Palestina i governi occidentali, mentre non compiono alcun atto concreto contro il genocidio attuato da sionisti, sono sempre pronti a delegittimare la resistenza palestinese ed a censurare, criminalizzare, reprimere ogni forma di solidarietà verso il popolo palestinese che vada al di la dell’umanitarismo di facciata. L’accusa di terrorismo è quindi sempre pronta per essere utilizzata contro chi sostiene la Palestina. Noi invece vogliamo ribadire che liberazione dal colonialismo passa attraverso l’autodeterminazione degli oppressi e quindi tramite la lotta che assume la forma della resistenza. Per noi solidarietà verso la Palestina significa quindi dare legittimità alla resistenza, contrastare ogni forma di collaborazionismo con Israele e smascherare tutta la narrazione mistificatoria a partire appunto da quella della ”lotta al terrorismo”. Dobbiamo inoltre considerare come i dispositivi repressivi sperimentati ed utilizzati nei territori  colonizzati possono “tornare indietro” ed essere utilizzati per la repressione all’interno  dell’occidente. Basti pensare a quel vero e proprio carcere di guerra che è il 41 bis in Italia  (utilizzato anche per la repressione politica) ed alle sue analogie con strutture di tortura e annientamento quali Guantánamo; oppure alla detenzione amministrativa usata tanto contro migliaia di prigionieri palestinesi quanto contro i “senza documenti” nei CPR italiani, oppure ai  ai dispositivi di spionaggio, schedatura e controllo, all’utilizzo dell’intelligenza artificiale come  strumento poliziesco e militare, che Israele sviluppa grazie alla collaborazione con le università occidentali, sperimenta contro i palestinesi e poi rivende all’estero. Riteniamo importante quindi  conoscere questi dispositivi anche per difendersi qui. In particolare in un periodo in cui si  manifestano una crescente crisi economica ed una tendenza alla guerra, alimentata da politiche  militariste (vedi l’aumento delle spese militari e di il ritorno della leva obbligatoria). In questa  situazione la normalizzazione del fronte interno, l’aumento di repressione, controllo e censura,  l’attacco agli sfruttati, agli esclusi, ai movimenti di lotta è più che probabile. Riteniamo necessario  per le classi sfrutate comprendere questa realtà ed attrezzarci per contrastarla.  Nel corso di questo incontro parleremo dello sciopero delle prigioniere e dei prigionieri di Palestine Action nelle carceri britanniche. Al momento vi sono sette “Prisoners For Palestine” in sciopero della fame, di cui tre ospedalizzati, ed alcuni di loro hanno annunciato di volerlo portare avanti ad oltranza. Altri trentatré prigionieri si uniranno allo sciopero, uno di loro Sean Midddlebrough ha colto l’occasione di un permesso di qualche giorno per darsi alla macchia  ed è al momento irrintracciabile, ha rilasciato dichiarazioni con cui rivendica il suo gesto come il rifiuto di essere «un prigioniero di guerra dello Stato d’Israele in una prigione britannica». Fuori dalle carceri ci sono state manifestazioni di solidarietà, mentre proseguono le azioni dirette contro le aziende legate a Elbit Systems (fabbrica che produce droni e sistemi di sorveglianza) di cui gli scioperanti chiedono la chiusura degli stabilimenti nel Regno Unito. Lo sciopero della fame dei detenuti inglesi ha assunto un carattere internazionale, sono entrati in sciopero della fame anche Jakhy McCray negli Stati Uniti (recluso per l’incendio di mezzi della polizia di New York) e Dimitris Chatzivasileiadis prigioniero in Grecia. Hanno fatto arrivare la loro solidarietà i prigionieri palestinesi e Georges Ibrahim Abdallah. In Italia hanno supportato lo sciopero, con varie modalità di protesta, i prigionieri anarchici Luca Dolce (Stecco) –  che ha tenuto  uno sciopero della fame dal 8 al 29 novembre – , Juan Sorroche e Massimo Passamani.  A dimostrazione che Israele è l’avanguardia della repressione e che nello Stato sionista si sviluppano e sperimentano le pratiche e le tecnologie repressive che in seguito si esportano altrove,  parleremo anche dello sciopero dei prigionieri comunisti turchi, rinchiusi nelle celle pozzo. Si tratta di cubicoli interrati, introdotti recentemente in Turchia come forma di isolamento estremo e  di tortura psicologica, e che sono lo stesso tipo di cella che da anni Israele utilizza per annientare i prigionieri palestinesi. In questo incontro affronteremo inoltre la questione della repressione che lo Stato italiano sta  conducendo – con crescente aggressività – verso i palestinesi ed solidali con il popolo palestinese.  L’Italia è un paese che da tempo ha adottato misure sempre più spudoratamente filo-sioniste ed una politica estera eterodiretta dagli Stati uniti, questa sudditanza si manifesta anche nel fare lo sbirro per conto di Israele. Tra i vari casi di questa attività poliziesca ricordiamo la condanna di Tarek Didri a 4 anni e 8 mesi di carcere, per avere difeso i manifestanti caricati dalla polizia al  corteo del 5 ottobre 2024 di Roma; Ahmad Salem, un richiedente asilo di 24 anni rinchiuso da 6 mesi nel carcere di Rossano calabro, con il capo di accusa di 270 quinquies (il cosiddetto terrorismo della parola introdotto recentemente), questo per dei semplici video che circolano liberamente in rete e in TV che gli sono stati trovati sul telefonino al momento della richiesta di asilo con un invito al popolo arabo aobilitarsi e scendere nelle trade a fianco dei loro fratelli e sorelle palestinesi; Mohamed Shahin, imam della moschea di S. Salvario a Torino, colpito da decreto di espulsione e trattenuto nel CPR di Caltanissetta, per le sue dichiarazioni a sostegno della resistenza palestinese e dell’attacco del 7 ottobre. Tramite questa iniziativa daremo il nostro contributo alla giornata nazionale di mobilitazione dislocata in sostegno ad Anan Alì e Mansour. I tre palestinesi sono sotto processo a l’Aquila con l’accusa di terrorismo internazionale, ma per noi sono persone che hanno giustamente difeso la loro terra dal colonialismo. Il loro è un processo farsa, istruito dalle autorità italiane per esaudire la richiesta di Israele di colpire Anan, storico e dichiarato membro della resistenza della Cisgiordania.  Nelle ultime udienze abbiamo assistito alla presenza di funzionari dello Stato sionista in sostegno dell’accusa, ovvero i tribunali italiani chiamano i responsabili di un genocidio a testimoniare contro chi  lotta contro questo genocidio. Questo odioso atto di servilismo è ben rappresentato dalla dichiarazione, rilasciata in videoconferenza dal carcere di alta sicurezza di Melfi, da Annan: “É successo in passato, e mi sono trovato di fronte a testimoni israeliani, ma era in un tribunale militare israeliano,di fronte alla giustizia militare all’interno di Israele. Ma non mi aspettavo, ne attendevo, di dovermi trovare ancora una volta ad ascoltare la testimonianza dell’esercito israeliano che occupa la nostra terra e che pratica la pulizia etnica contro il nostro popolo palestinese, e che il loro Primo Ministro, condannato dalla Corte Internazionale come criminale di guerra, fosse un testimone contro di me in un tribunale italiano. Non so più se mi trovo in un tribunale Israeliano e se vengo processato in base alla legge militare israeliana, e se il pubblico ministero sia israeliano o lavori per conto di Israele. Sarà forse un processo militare israeliano, Israele ha davvero così tanta influenza in Italia?” Si è inoltre tenuta la requisitoria della pubblico ministero, la quale nonostante nel dibattimento non è mai riuscita a dimostrare nulla delle accuse rivolte ai tre ha richiesto pesanti condanne, 12 anni per  Anan, 9 per Alì, 7 per Mansur.  Di fatto queste pesanti pene sono quelle che richiede il codice per le accuse loro rivolte, la questione che si pone è che queste accuse sono infondate. Va inoltre ricordato che in Italia esistono le leggi antiterrorismo ( ad esempio l’art, 270 bis ed i suoi derivati) che permettono di infliggere pesanti pene a partire da accuse fumose ed aleatorie, l’Italia in fatto di repressione politica non ha nulla da  invidiare a nessuno.  Il processo farsa dell’Aquila, è la dimostrazione dell’asservimento della magistratura italiana agli assassini israeliani e della complicità del governo italiano con il genocidio in corso in Asia  occidentale. Difendere la Palestina significa anche difendere i Palestinesi in Europa colpiti dalla  longa manus di Israele e sostenere il diritto dei palestinesi a difendere la loro terra con i mezzi  necessari.  Il 13 dicembre si terrà una giornata nazionale di mobilitazione diffusa in solidarietà con  Anan, Alì e Mansour.  Il 19 Dicembre si terrà al tribunale di l’Aquila un importante udienza del processo ad Anan,  Alì e Mansour. In questà data parlerà la difesa e potrebbe essere emessa la sentenza.  Invitiamo da ora tutti i solidale a partecipare al presidio che si terrà a partire dalle ore 9.30
La Nato dichiara di voler cominciare la III guerra mondiale contro la Russia!
Il 1° dicembre l’ammiraglio italiano Dragone (foto sopra), presidente del comitato militare NATO, che nel corso della sua carriera ha comandato svariati reparti militari deviati (la Gladio, i nuclei clandestini dello stato ecc.), sia navali, terrestri e aerei, è stato anche capo di stato maggiore della Marina militare, come ha dichiarato in questi giorni al … Leggi tutto "La Nato dichiara di voler cominciare la III guerra mondiale contro la Russia!"
[2025-12-04] Diserta! Reading antimiltarista @ Zazie nel metrò
DISERTA! READING ANTIMILTARISTA Zazie nel metrò - Via Ettore Giovenale 16, Roma (giovedì, 4 dicembre 19:00) Prosegue il nostro percorso contro l’economia di guerra, le politiche europee di riarmo e i conflitti fatti da re e tiranni sulla pelle dei popoli. QUESTA SERA ATTRAVERSO UN READING PARLEREMO DELLA COSIDDETTA “TREGUA DI NATALE 1914”. Nei giorni attorno al Natale del 1914 truppe britanniche, tedesche e francesi sul fronte occidentale della Prima Guerra Mondiale attuano spontaneamente alcuni cessate il fuoco parziali. Per qualche ora quei soldati – perlopiù contadini, studenti, insegnanti e semplici lavoratori – riescono a riconoscersi come esseri umani accomunati da condizioni di vita analoghe, sia in pace che in guerra, trascinati in una “inutile strage” e a vedere nella solidarietà internazionalista tra simili l’unico antidoto alla guerra. Introduzione storica e lettura di lettere e testi a cura di : ALTERNATIVA LIBERTARIA, CENTRO DI DOCUMENTAZIONE P. MARTIGNETTI E PUNTOCRITICO.INFO
Germania, i giovani contro un servizio militare sempre meno “volontario”
IL GOVERNO DI BERLINO VUOLE AUMENTARE GLI EFFETTIVI DELL’ESERCITO. LA CONTESTAZIONE GIOVANILE FATICA A TROVARE SPONDE POLITICHE (THOMAS SCHNEE) Questo articolo è stato tradotto da Mediapart, media indipendente francese Per costruire “il più grande esercito d’Europa”, in grado di dissuadere la Russia da qualsiasi grave violazione, un obiettivo fissato dal cancelliere conservatore Friedrich Merz subito dopo il suo insediamento, non bastano cannoni, carri armati o aerei. Servono anche sufficienti soldati e soldatesse formati per usarli. Soprattutto se si punta a essere “pronti al combattimento nel 2029”, come ha auspicato di recente il ministro socialdemocratico della difesa, Boris Pistorius. Eppure, allineandosi ai livelli di forze richiesti dalla Nato, la Germania è ben lontana dal conto. Nei suoi piani di rafforzamento, l’Alleanza atlantica conta a lungo termine su un esercito tedesco con circa 260.000 militari e 200.000 riservisti. La Bundeswehr, però, da oltre vent’anni si ferma a 180.000 soldati e 50.000 riservisti. Questo livello si spiega con diversi fattori. Con l’evoluzione del contesto strategico dopo la fine della guerra fredda, l’idea di un vasto esercito di difesa territoriale è stata abbandonata in favore di un esercito più ridotto, concepito per interventi limitati nell’ambito di missioni multinazionali. Negli anni 2010, una politica di rigore ha ridotto il budget della difesa di diversi miliardi all’anno. La carenza di manodopera qualificata ha inoltre portato il settore civile a moltiplicare le offerte di lavoro più allettanti. Dopo diverse settimane di trattative, i partiti di governo, l’Unione conservatrice (CDU e CSU) e il Partito socialdemocratico (SPD), hanno trovato mercoledì 12 novembre un accordo per un ritorno progressivo al servizio militare volontario, quattordici anni dopo l’interruzione della coscrizione obbligatoria generale. Le tappe previste includono un censimento generale di una classe d’età e l’introduzione di un’opzione di sorteggio obbligatorio qualora il numero di volontari non corrisponda ai bisogni. Questo sistema dovrebbe permettere di attirare molte più reclute rispetto alla formula attuale, che già prevede un servizio volontario ma senza censimento preliminare. Nel 2024, il dispositivo ha riguardato undicimila uomini. VISITE MEDICHE E TEST SPORTIVI Dall’inizio del prossimo anno, tutti i diciottenni (nati nel 2008), circa 680.000 ragazze e ragazzi, riceveranno dunque un questionario in cui verrà chiesto loro se desiderano servire. In conformità con la Costituzione, le donne non saranno obbligate a rispondere. Poi, dal 1° luglio 2027, tutti gli uomini della stessa classe di nascita saranno convocati per una visita medica e un test sportivo. La visita medica sarà effettuata sotto controllo dell’esercito solo progressivamente: nel 2011 la Bundeswehr ha infatti smantellato la sua rete di centri di reclutamento. Il ministero della difesa ha quindi stanziato 3,5 miliardi di euro per costruire ventiquattro nuovi centri, capaci di accogliere 300.000 giovani in un “ambiente luminoso e accogliente”, precisa il ministero. Al termine del percorso, l’esercito farà un’offerta a chi riterrà più idoneo, ma l’offerta potrà essere rifiutata. In un Paese che si è votato alla pace e alla non-intervento per oltre cinquant’anni (1945-1999), e dove le minacce dirette al territorio restano ipotetiche, il governo federale non ha potuto reintrodurre la coscrizione di una volta e tenta piuttosto la via della seduzione. Oltre all’ambiente “luminoso”, la paga dei coscritti passerà da 1.800 a 2.600 euro lordi per un servizio minimo di sei mesi, svolto vicino al domicilio. Oltre i dodici mesi, sarà concessa un’assistenza per la patente di guida e lo stipendio sarà nuovamente aumentato. I militari sperano che 20.000 giovani optino per un servizio volontario già nel 2026. Basterà? In futuro, il ministro della difesa dovrà presentare al Bundestag, ogni sei mesi, i dati sulla crescita degli effettivi. Il ministero prevede un aumento che porti a 38.000 coscritti dal 2030. Ma se i numeri non seguiranno, il Bundestag potrebbe attivare un servizio obbligatorio “di necessità”, che comporta un sorteggio obbligatorio tra le persone idonee. I leader dei partiti di governo hanno elogiato un compromesso che mantiene il carattere volontario del servizio, come richiesto dallo SPD, pur integrando un’opzione obbligatoria “in caso di necessità”, come desiderato dalla CDU. “Più saremo in grado di difenderci e dissuadere il nemico, più diminuiranno i rischi di un conflitto”, ha spiegato Boris Pistorius, intento a rassicurare. Ma tra i giovani, primi interessati dalla misura, il compromesso è molto meno apprezzato. RISCHIO DI ROTTURA CON LA GIOVENTÙ Sul canale regionale SWR (Baden-Württemberg), lo studente del liceo Emile Hammacher, cofondatore del gruppo “Studenti contro il servizio militare”, riassume lo stato d’animo di molti: “Se mi arruolassi nell’esercito tedesco, dovrei anche combattere, il che significa che probabilmente dovrei uccidere e mettere a rischio la mia vita… Ma considerando quanto poco il governo federale attuale o quello precedente hanno fatto per la giovane generazione, non capisco perché dovrei rischiare la vita per questo governo.” Sulla rete ZDF, l’esperto Simon Schnetzer critica la mancata partecipazione al progetto di una generazione a cui si chiede, peraltro, di mettere da parte le proprie paure sulla crisi climatica o di prepararsi a sopportare il peso della crisi del finanziamento delle pensioni. “Durante la pandemia — ricorda l’autore di un rapporto annuale sulle aspirazioni dei giovani — è stato il governo a decidere gli orari delle lezioni e degli incontri con gli amici.” “Un sentimento del tipo ‘ci avete privato di una parte preziosa della nostra giovinezza e non abbiamo potuto partecipare alle decisioni’ esiste da tempo. Il malcontento si vede nel voto dei giovani”, prosegue l’esperto. Nella fascia 18-24 anni, i partiti arrivati primi alle ultime elezioni sono AfD tra gli uomini e Die Linke tra le donne, partiti piuttosto ostili alla guerra in Ucraina e/o al servizio militare. “Il servizio militare obbligatorio è ormai percepito come una decisione che si inserisce in questo sentimento: ‘Voi prendete le decisioni, ma siamo noi a doverne sopportare le conseguenze’.” Invitato a testimoniare in audizione pubblica davanti alla commissione difesa del Bundestag, lunedì 10 novembre, Quentin Gärtner, segretario generale della Conferenza federale degli studenti, deplora la mancanza di ascolto e un compromesso “a cassetti”. Ritiene che questo progetto di legge dovrebbe essere accompagnato da un’iniziativa da 100 miliardi di euro per l’istruzione e la salute mentale dei giovani. “Nulla indica, nemmeno lontanamente, che lo Stato sia pronto ad assumersi le proprie responsabilità nei nostri confronti”, ha lamentato. TIMIDE ALTERNATIVE Sul piano politico, le critiche sono relativamente timide. Il partito di estrema destra AfD è diviso sulla questione e per una volta tace. Il conservatore Michael Kretschmer, ministro-presidente della Sassonia e vicepresidente della CDU, ritiene che si sia persa l’occasione di aprire un ampio dibattito sociale: “Avrei trovato più opportuno che la popolazione votasse sui diversi modelli e che il Bundestag si esprimesse in seguito.” La direzione dei Verdi critica l’iniquità del sorteggio, la mancanza di consultazione dei giovani e il rischio di scivolare verso un servizio obbligatorio. E fa sapere, senza grandi clamori, di sostenere un’iniziativa interna proveniente dalla federazione di Amburgo a favore di un “anno sociale obbligatorio”, che includerebbe “ambiti di intervento militari, civili e sociali”. Solo Die Linke, il partito più a sinistra del Bundestag, è chiaramente ostile al ritorno del servizio militare obbligatorio in tutte le sue forme. Il capogruppo, Sören Pellmann, ha dichiarato che il compromesso penalizza pesantemente e ingiustamente la giovane generazione. “Die Linke lavora già alla creazione di servizi di supporto e consulenza per i giovani, in particolare per chi vuole rifiutare il servizio militare”, ha annunciato. Il ritorno dell’obiezione di coscienza sembra dunque programmato. Certo, grazie a un budget di comunicazione in forte crescita e a una presenza massiccia sui social network, la Bundeswehr ha ricevuto 51.200 candidature per il servizio militare lo scorso anno, il 19% in più rispetto all’anno precedente. Di queste, 20.300 si sono tradotte in reclutamenti nel 2024, l’8% in più rispetto al 2023. Tuttavia, il 25% dei firmatari si è già dimesso. L’esercito, invecchiato, si prepara inoltre all’impatto dell’uscita dalle forze delle numerose classi di età del baby boom. “È già prevedibile che le misure previste per rendere il servizio militare più attrattivo non basteranno a reclutare abbastanza volontari”, valuta lo storico militare Sönke Neitzel, professore all’università di Potsdam. A suo parere, l’arrivo del servizio militare obbligatorio è dunque imminente, per mancanza di risultati sufficienti con il volontariato. The post Germania, i giovani contro un servizio militare sempre meno “volontario” first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Germania, i giovani contro un servizio militare sempre meno “volontario” sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
[2025-11-13] L’ industria della guerra @ Zazie nel metrò
L’ INDUSTRIA DELLA GUERRA Zazie nel metrò - Via Ettore Giovenale 16, Roma (giovedì, 13 novembre 19:30) Giovedì 13 Novembre ore 19.00 da Zazie nel Metrò L’ INDUSTRIA DELLA GUERRA. Palestina paradigma dell' economia di guerra, boicottaggio come pratica di lotta, disarmo come prospettiva globale. “ Se l'Europa vuole evitare la guerra, deve prepararsi alla guerra… questo è il momento della pace attraverso la forza.” Ursula von der Laie In questa serata parleremo dell’industria della guerra, del caso Leonardo S.p.A. e dei percorsi possibili per costruire un’opposizione al riarmo globale. Presenteremo il dossier di BDS_Italia  "Piovono euro sull’industria “necessaria” di Crosetto e Leonardo S.p.A. Le relazioni con Israele " con  Rossana De Simone, attivista antimilitarista, in collegamento online. Sarà partecipe alla discussione Marco Bersani con cui parleremo dell’ opposizione alla politica di reArmEurope. Oggi la forza militare, la guerra e la violenza sono diventate strumenti legittimati dalle democrazie stesse: un nuovo paradigma che consente alle potenze mondiali di agire al di fuori di qualsiasi vincolo del diritto internazionale. La militarizzazione si presenta come risposta universale a crisi economiche, energetiche, climatiche e migratorie, segnando una trasformazione profonda del modello geopolitico e industriale: dal tradizionale concetto di difesa a quello di sicurezza globale. In questo scenario di “no-peace”, l’industria bellica si sostituisce alla politica degli stati, prosperando e non contemplando alternative al conflitto. Ma ciò di cui abbiamo davvero bisogno non è prepararci a nuove guerre: è costruire un modello diverso di “sicurezza” - sociale, ecologica - per l’Europa e per il mondo intero.
Da Ghedi (Brescia) alla Turchia, si è mosso il gigantesco aereo C-17 Globemaster USA
Il 6 novembre i mass media scrivono che da Ghedi (Brescia) alla Turchia si è mosso in tutta Europa il gigantesco aereo C-17 Globemaster americano (foto sopra), velivolo appartenente al reparto Usa, trasporta ordigni nucleari.              Le destinazioni sono tutte basi Nato dove sono custodite le bombe B-61. Il cargo C-17 Globemaster è atterrato martedì 4 … Leggi tutto "Da Ghedi (Brescia) alla Turchia, si è mosso il gigantesco aereo C-17 Globemaster USA"