Convivere senza uno Stato--------------------------------------------------------------------------------
Berlino. Foto di Moises Gonzalez su Unsplash
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In ottant’anni di esistenza lo Stato di Israele ha trasformato una moltitudine
di migranti e profughi alla ricerca di un ”focolare” in una falange di
criminali. Israele è la Sparta del terzo millennio: tutti i suoi cittadini,
maschi e femmine, sono coinvolti direttamente o indirettamente nelle attività
militari. Nonostante l’impegno ammirevole di alcune organizzazioni, per lo più
israelo-palestinesi contrarie oggi, dopo la ripresa della guerra all’Iran e al
Libamo (quella contro Gaza non è mai cessata), i sondaggi dicono che tra il 78 e
il 92 per cento dei suoi cittadini approva l’operato di Netanyahu, condivide le
guerre che ha scatenato e ritiene necessario che si “finisca il lavoro”. Finire
il lavoro significa eliminare i palestinesi dai territori occupati e da Gaza:
sterminandoli, terrorizzandoli, deportandoli o costringendoli a fuggire altrove;
sistemi che, alternati o abbinati nel corso degli anni, erano iscritti fin
dall’inizio nelle parole che hanno presieduto alla costituzione in Stato delle
comunità ebraiche emigrate o rifugiatesi in Palestina: “Una terra senza popolo
per un popolo senza terra”. La Palestina doveva essere o deve diventare una
terra senza popolo. Negli ultimi due anni e mezzo ha prevalso il massacro: delle
persone e del territorio. Ma nei prossimi anni, quale che sia l’esito di quella
guerra guerreggiata contro una popolazione inerme, balzeranno in primo piano le
sue conseguenze: su quella terra “senza popolo” dovrà sopravvivere una
popolazione in larga parte invalida, terrorizzata, debilitata dalla denutrizione
e dalla mancanza di cure, soprattutto quelle sottratte ai bambini di oggi:
un’intera generazione senza salute, senza istruzione di base, senza casa, senza
istituzioni di riferimento, senza edifici che ne tramandino la memoria.
Ma non ci sarà vittoria per chi si è reso responsabile di questo scempio. Nelle
guerre non vince mai nessuno. Nella diaspora ebraica – che per anni ha avuto in
Israele un punto di riferimento, spesso “passando sopra” le evidenze di un
percorso dall’esito e dalle premesse sempre più chiare – si è ormai aperta una
frattura incolmabile che non tarderà a riproporsi tra la popolazione di Israele
mano a mano che si faranno sentire le conseguenze economiche, sociali, morali e
materiali, di questo stato di guerra permanente. Soprattutto quando diventerà
chiaro a tutti che quel “lavoro” da terminare al più presto, costi quel che
costi, non avrà mai termine; che la strada intrapresa non ha sbocco; che uno
stato di guerra sempre più intenso e generale non è sostenibile a lungo, quali
che siano gli appoggi internazionali di cui si può godere. È quello che è stato
chiamato “il suicidio di Israele”, la sua dissoluzione: che può tradursi in uno
scontro tra fazioni che lo investa dall’interno, mettendone a rischio
l’esistenza in un contesto privo di molti degli amici su cui era abituato a
contare; oppure, in alternativa, nell’esperimento di un ritorno alle origini,
quelle di un popolo senza Stato, in un territorio non da dominare, ma da
condividere pacificamente con la popolazione che lo abita da secoli, una
confederazione di comunità e di reti in parte miste (dove possibile), in parte
costituite su basi etniche, ma comunque aperte e disposte a convivere
pacificamente.
Certo è difficile anche solo pensare a un esito simile; ma, riflettendoci,
appare comunque una prospettiva più sensata e realistica di quella di “due
popoli e due Stati”: uno ricco, armato fino ai denti, ben inserito nel contesto
internazionale; l’altro povero, devastato, sovraffollato dal ritorno dei tanti
esuli, privo di continuità territoriale, disarmato e depredato delle sue risorse
più importanti. Ma è anche più realistica dell’utopia di uno Stato unico: e non
solo per i problemi, comuni anche alla soluzione senza Stato, di una convivenza
tra comunità che hanno così tanti motivi per detestarsi e così pochi per amarsi
(anche se il lavoro di pochi in questo ambito è straordinario e se le donne
potranno in futuro giocare un ruolo determinante per rovesciare la situazione);
ma soprattutto perché Stato significa tante cose indivisibili: un nome (quale?),
delle strutture burocratiche, delle armi (in questo caso anche atomiche), un
esercito, degli impianti, dei saperi esclusivi, una valuta e molte altre cose.
Difficile pensare che chi le controlla oggi possa accettare di condividerle alla
pari. Meglio dunque dissolverle, ove possibile, o neutralizzarle sotto il
controllo di una entità internazionale super partes (un nuovo mandatario) che
non può essere che l’Onu, se sopravviverà all’assedio che lo sta distruggendo.
Se il primo modello di convivenza di comunità moderne senza Stato comparso sulla
scena internazionale è stata la Confederazione democratica del Rojava, sorta in
condizioni di gravissime difficoltà (leggi anche Una luce nell’oscurità, ndr),
la prospettiva di una confederazione democratica dei popoli della Palestina, che
certamente avrebbe da affrontare difficoltà ben maggiori, potrebbe tracciare
però, proprio per questo, la strada del superamento di un’organizzazione del
mondo basata sugli Stati. Un percorso difficile anche solo da concepire, ma
ineludibile per chi intende lavorare a una reale alternativa all’assetto sociale
attuale, in cui gli Stati, nonostante la globalizzazione oggi in crisi, restano
gli incubatori o il carapace tanto dei sistemi più feroci di dominio, dal
patriarcato al razzismo e al capitalismo, quanto delle forme più devastanti di
violenza: dalle guerre tra Stati e quella contro l’ambiente e la Terra.
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> Lo Stato è una forma di organizzazione brutale, razzista e disumana
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> Lo Stato e la guerra
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Inviato anche all’Agenzia Pressenza
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