Tag - stato

Tecnofascismo senza maschera
La storia dei manifesti politici è anche la storia dei momenti in cui una élite smette di mascherarsi e si mostra per quello che è, convinta di avere già vinto abbastanza da potersi permettere la verità. I ventidue punti diffusi da Palantir Technologies il 18 aprile, sintesi dichiarata del volume […] L'articolo Tecnofascismo senza maschera su Contropiano.
April 22, 2026
Contropiano
CASO MAGHERINI, MORTO DOPO UN FERMO DI POLIZIA. RICORSO DELL’ITALIA CONTRO LA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO
Si protrae ancora la chiusura definitiva della vicenda legata alla morte di Riccardo Magherini, avvenuta a Firenze nella notte tra il 2 e il 3 marzo del 2014, in seguito ad un fermo da parte dei carabinieri. L’avvocatura dello Stato italiano ha deciso di presentare ricorso contro la Corte Europea dei diritti dell’Uomo, la CEDU, che a gennaio aveva condannato l’Italia per violazione del diritto alla vita. Il 39 enne Riccardo Magherini, ex promessa del calcio e padre di un bambino, fu colto da una crisi di panico e deliri paranoici mentre camminava per il quartiere di Borgo San Frediano. Credendo di essere inseguito da qualcuno che voleva ucciderlo, l’uomo entrò in un ristorante chiedendo aiuto e poi corse in strada urlando. All’arrivo di due pattuglie dei carabinieri, Magherini non oppose una resistenza violenta o offensiva, ma si inginocchiò chiedendo protezione. Nonostante fosse disarmato e incensurato, venne bloccato a terra in posizione prona, ammanettato con le mani dietro la schiena. In questa posizione, mentre continuava ad urlare “aiuto, ho un figlio, sto morendo”, fu tenuto schiacciato a terra per circa 20 minuti. Alcuni testimoni riferirono che durante il fermo, Riccardo Magherini ricevette dei calci. All’arrivo dell’ambulanza l’uomo era già in arresto cardiaco e dichiarato morto alle 2.45 del mattino. Tre i gradi di giudizio, in una battaglia legale portata avanti dalla famiglia che dura da allora. In primo grado e in appello, nel 2016 e nel 2017, tre carabinieri furono condannati per omicidio colposo a pene tra i 7 e gli 8 mesi. Secondo i giudici, che si basarono sulla perizia medica, il protrarsi dell’immobilizzazione prona per una ventina di minuti, era stata determinante nel concorrere a decesso per asfissia, in combinazione con l’intossicazione da cocaina e lo stress psicofisico. La Cassazione invece, nel 2018, annullò le condanne e assolse i militari perché “il fatto non costituisce reato”. Secondo i giudici della suprema corte, i carabinieri non avrebbero potuto prevedere che la tecnica di contenimento avrebbe portato alla morte, ritenendo l’evento non evitabile date le conoscenze tecniche dei militari in quel momento. Il caso arriva poi alla CEDU che il 15 gennaio di quest’anno emette una sentenza storica, condannando lo Stato Italiano per aver violato l’articolo 2 della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali – la CEDU appunto. Secondo i giudici di Strasburgo lo Stato non ha protetto adeguatamente la vita di una persona sotto la sua custodia e non ha fornito una legislazione chiara per prevenire tali tragedie, facendo appunto riferimento al fatto che i carabinieri non erano adeguatamente formati sulle tecniche di contenimento. I giudici della CEDU hanno invitato l’Italia alla revisione della legislazione in materia, condannandola a risarcire con 140 mila euro la famiglia di Magherini e al pagamento delle spese legali. Lo Stato Italiano, tramite il governo di Giorgia Meloni, invece di adeguare le norme sulle tecniche di contenimento o di promuovere maggiore trasparenza nelle indagini che coinvolgono le forze dell’ordine, oltre che a non risarcire la famiglia, fa ricorso contro la CEDU. Nel frattempo, nella giornata di ieri, 20 di aprile, il Consiglio comunale di Firenze ha approvato all’unanimità una mozione per intitolare un luogo della città a Riccardo Magherini. È stato deciso che luogo in questione sarà nel rione di Borgo San Frediano, con una targa che si ribadisca l’importanza della tutela dei diritti umani e della dignità di ogni persona. L’atto era stato depositato da Sinistra Progetto Comune. Il commento dell’avvocato della famiglia Magherini, Fabio Anselmo. Ascolta o scarica
April 21, 2026
Radio Onda d`Urto
La fusione tra FiberCop e Open Fiber potrebbe salvare i fondi ma gravare sui lavoratori
La proposta di fusione tra FiberCop e Open Fiber, sostenuta dal Governo italiano nell’ambito del progetto della rete unica nazionale in fibra ottica, viene delineata come una decisione strategica per il Paese. Gli obiettivi principali includono la razionalizzazione degli investimenti, l’accelerazione nella diffusione della tecnologia FTTH e il pieno rispetto […] L'articolo La fusione tra FiberCop e Open Fiber potrebbe salvare i fondi ma gravare sui lavoratori su Contropiano.
April 21, 2026
Contropiano
PALESTINA: CONVIVERE SENZA UNO STATO
Riprendiamo un articolo di Guido Viale su un tema che ha affrontato già altre volte CONVIVERE SENZA UNO STATO di Guido Viale   In ottant’anni di esistenza lo Stato di Israele ha trasformato una moltitudine di migranti e profughi alla ricerca di un ”focolare” in una falange di criminali. Israele è la Sparta del terzo millennio: tutti i suoi cittadini,
Convivere senza uno Stato
-------------------------------------------------------------------------------- Berlino. Foto di Moises Gonzalez su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- In ottant’anni di esistenza lo Stato di Israele ha trasformato una moltitudine di migranti e profughi alla ricerca di un ”focolare” in una falange di criminali. Israele è la Sparta del terzo millennio: tutti i suoi cittadini, maschi e femmine, sono coinvolti direttamente o indirettamente nelle attività militari. Nonostante l’impegno ammirevole di alcune organizzazioni, per lo più israelo-palestinesi contrarie oggi, dopo la ripresa della guerra all’Iran e al Libamo (quella contro Gaza non è mai cessata), i sondaggi dicono che tra il 78 e il 92 per cento dei suoi cittadini approva l’operato di Netanyahu, condivide le guerre che ha scatenato e ritiene necessario che si “finisca il lavoro”. Finire il lavoro significa eliminare i palestinesi dai territori occupati e da Gaza: sterminandoli, terrorizzandoli, deportandoli o costringendoli a fuggire altrove; sistemi che, alternati o abbinati nel corso degli anni, erano iscritti fin dall’inizio nelle parole che hanno presieduto alla costituzione in Stato delle comunità ebraiche emigrate o rifugiatesi in Palestina: “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”. La Palestina doveva essere o deve diventare una terra senza popolo. Negli ultimi due anni e mezzo ha prevalso il massacro: delle persone e del territorio. Ma nei prossimi anni, quale che sia l’esito di quella guerra guerreggiata contro una popolazione inerme, balzeranno in primo piano le sue conseguenze: su quella terra “senza popolo” dovrà sopravvivere una popolazione in larga parte invalida, terrorizzata, debilitata dalla denutrizione e dalla mancanza di cure, soprattutto quelle sottratte ai bambini di oggi: un’intera generazione senza salute, senza istruzione di base, senza casa, senza istituzioni di riferimento, senza edifici che ne tramandino la memoria. Ma non ci sarà vittoria per chi si è reso responsabile di questo scempio. Nelle guerre non vince mai nessuno. Nella diaspora ebraica – che per anni ha avuto in Israele un punto di riferimento, spesso “passando sopra” le evidenze di un percorso dall’esito e dalle premesse sempre più chiare – si è ormai aperta una frattura incolmabile che non tarderà a riproporsi tra la popolazione di Israele mano a mano che si faranno sentire le conseguenze economiche, sociali, morali e materiali, di questo stato di guerra permanente. Soprattutto quando diventerà chiaro a tutti che quel “lavoro” da terminare al più presto, costi quel che costi, non avrà mai termine; che la strada intrapresa non ha sbocco; che uno stato di guerra sempre più intenso e generale non è sostenibile a lungo, quali che siano gli appoggi internazionali di cui si può godere. È quello che è stato chiamato “il suicidio di Israele”, la sua dissoluzione: che può tradursi in uno scontro tra fazioni che lo investa dall’interno, mettendone a rischio l’esistenza in un contesto privo di molti degli amici su cui era abituato a contare; oppure, in alternativa, nell’esperimento di un ritorno alle origini, quelle di un popolo senza Stato, in un territorio non da dominare, ma da condividere pacificamente con la popolazione che lo abita da secoli, una confederazione di comunità e di reti in parte miste (dove possibile), in parte costituite su basi etniche, ma comunque aperte e disposte a convivere pacificamente. Certo è difficile anche solo pensare a un esito simile; ma, riflettendoci, appare comunque una prospettiva più sensata e realistica di quella di “due popoli e due Stati”: uno ricco, armato fino ai denti, ben inserito nel contesto internazionale; l’altro povero, devastato, sovraffollato dal ritorno dei tanti esuli, privo di continuità territoriale, disarmato e depredato delle sue risorse più importanti. Ma è anche più realistica dell’utopia di uno Stato unico: e non solo per i problemi, comuni anche alla soluzione senza Stato, di una convivenza tra comunità che hanno così tanti motivi per detestarsi e così pochi per amarsi (anche se il lavoro di pochi in questo ambito è straordinario e se le donne potranno in futuro giocare un ruolo determinante per rovesciare la situazione); ma soprattutto perché Stato significa tante cose indivisibili: un nome (quale?), delle strutture burocratiche, delle armi (in questo caso anche atomiche), un esercito, degli impianti, dei saperi esclusivi, una valuta e molte altre cose. Difficile pensare che chi le controlla oggi possa accettare di condividerle alla pari. Meglio dunque dissolverle, ove possibile, o neutralizzarle sotto il controllo di una entità internazionale super partes (un nuovo mandatario) che non può essere che l’Onu, se sopravviverà all’assedio che lo sta distruggendo. Se il primo modello di convivenza di comunità moderne senza Stato comparso sulla scena internazionale è stata la Confederazione democratica del Rojava, sorta in condizioni di gravissime difficoltà (leggi anche Una luce nell’oscurità, ndr), la prospettiva di una confederazione democratica dei popoli della Palestina, che certamente avrebbe da affrontare difficoltà ben maggiori, potrebbe tracciare però, proprio per questo, la strada del superamento di un’organizzazione del mondo basata sugli Stati. Un percorso difficile anche solo da concepire, ma ineludibile per chi intende lavorare a una reale alternativa all’assetto sociale attuale, in cui gli Stati, nonostante la globalizzazione oggi in crisi, restano gli incubatori o il carapace tanto dei sistemi più feroci di dominio, dal patriarcato al razzismo e al capitalismo, quanto delle forme più devastanti di violenza: dalle guerre tra Stati e quella contro l’ambiente e la Terra. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Lo Stato è una forma di organizzazione brutale, razzista e disumana -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GIORGIO AGAMBEN: > Lo Stato e la guerra -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche all’Agenzia Pressenza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Convivere senza uno Stato proviene da Comune-info.
April 14, 2026
Comune-info
Mamma li anarchici!!
di Agricoltori educati Dalla “pista anarchica” alle leggi speciali: come il potere crea nemici per legittimarsi Poco importa che nemmeno la Storia sappia dirci con sicurezza se fu proprio Anteo …
Le ragioni della sottrazione di minori: i volti e i nomi delle vittime
Continuiamo a fare luce sul fenomeno delle sottrazioni in Italia. Oggi vorrei fare un quadro generale sulle cause di queste sottrazioni; parlerò di motivazioni ricorrenti, di prassi e di scollamento frequente fra i Tribunali ordinari e quelli dei minori. Ma parlerò soprattutto di nomi e di volti, volti che soffrono, nomi che avranno nella loro storia familiare per sempre impresso il segno di questo strappo. Citerò esclusivamente famiglie che hanno fornito esplicita autorizzazione e/o che hanno diffuso pubblicamente la loro storia affinché fosse portata alla consapevolezza dell’opinione pubblica. Ma andiamo al dunque: quali sono le ragioni di questi allontanamenti? Non mi soffermo qui sulla percentuale di sottrazioni legittima, quella cioè dove lo Stato allontana un minore dal proprio nucleo familiare perché qui subisce abusi e incuria gravi (circa il 20%). Mi concentrerò su tutte le altre circostanze (che stimerei intorno all’80%) in cui i professionisti che lavorano per le istituzioni si preoccupano – alla carta – di segnare una linea educativa migliore, di monitorare e garantire un percorso di “guarigione” da alcuni traumi passati, di migliorare il percorso di istruzione e apprendimento, di gestire alcune problematiche di salute e così via. Dai miei tanti anni di studi e di ricerche come giurista, meditatrice familiare e come consulente psicopedagogico su minori e famiglia, emergono delle situazioni ricorrenti.   Famiglie con qualche fragilità: economica, culturale, sociale, linguistica, sanitaria. Penso a Miriam, diplomatico del Vaticano proveniente dal Sudan e mamma di tre ragazzi, a cui circa un anno fa è stato portato via soltanto uno di loro, Amaretu. Lei lavora per il Vaticano, dove vive e usufruisce di una carta servizi, ha delle disponibilità economiche che le consentono di seguire suo figlio, di garantirgli una buona istruzione e di curarlo. Nello specifico, aveva percorsi di cura avviati presso il Bambin Gesù e il Policlinico Gemelli. Tutti i suoi figli sono iscritti a scuole parificate di prestigio. È stata accusata di non seguire adeguatamente il figlio portatore di spettro autistico, nonostante lei abbia le prove del percorso terapeutico in corso. La causa dell’allontanamento si ravvisa in un’incomprensione linguistica provocata dal tribunale stesso che non ha attivato le procedure per garantire una traduzione professionale a Miriam che non parla italiano. Io mi chiedo: si può sottrarre un figlio sulla base di un errore comprovato e/o per una falla amministrativa? Può avere senso un provvedimento che sottrae un figlio su tre, a riprova del fatto che le capacità genitoriali non sono messe in discussione? Come possiamo noi cittadini non considerare pretestuosa questa motivazione? Perché Amaretu non può tornare da sua madre e dai suoi fratelli?   Famiglie segnalate da varie figure (maestre, suore) per un disegno, un racconto, una situazione ambigua mai chiarita e mai accertata Si tratta di situazioni caratterizzate da un grave scollamento tra i due tribunali, quello per i Minorenni e quello ordinario, con decisioni contraddittorie. Il caso più paradossale è quello del genitore prosciolto o assolto in sede ordinaria, che si ritrova comunque privato della frequentazione dei figli perché il Tribunale per i Minorenni mantiene i propri provvedimenti restrittivi indipendentemente dall’esito dell’altro procedimento e il minore rimane intrappolato in un limbo istituzionale che può durare anni. Penso a Giada, il cui figlio di 8 anni, Diego, è stato prelevato dalla scuola e portato in una comunità. Il bambino la sera precedente aveva visto un film e aveva chiesto ai genitori di realizzare la stessa scena che capita ad un personaggio e di essere per gioco legato ad una sedia. Il bambino racconta l’episodio alla maestra e parte dalla scuola la segnalazione al Tribunale dei minorenni. Il Tribunale ordinario indaga e non trova alcun elemento di abuso o violenza verso questi genitori. Due anni dopo dal racconto, il Tribunale dei minori dispone la sottrazione del bambino con prelevamento forzato a scuola, all’insaputa dei genitori che vengono avvisati telefonicamente. Viene loro detto che non possano sapere neppure dove sia stato collocato. Quel mattino la mamma lo aveva accompagnato al pullmino come tutte le mattine, non sapendo che il loro rapporto sarebbe stato di lì a poco interrotto brutalmente.   Uomini che denunciano alle autorità o ai servizi sociali atteggiamenti ostruzionistici da parte della moglie/ex moglie. Penso a Gianluigi Matta di Torino, padre di una ormai ragazza, che ha subìto un lungo percorso di allontanamento dalla figura paterna. Sin dalla nascita della bambina, nel 2007, la madre nonché moglie di Gianluigi non gli consente di avere una relazione libera con la figlia, con cui coabitava. La moglie arriva formalmente ad accusarlo di abuso sessuale e violenze psicologiche e fisiche e a descriverlo come un padre inadeguato e pericoloso. Il padre viene così allontanato dalla figlia e costretto a incontrarla in uno spazio protetto per cinque anni. I servizi sociali hanno poi avviato l’iter volto alla sottrazione della bambina dal nucleo familiare per trasferirla in una casa famiglia. Il padre, terrorizzato da questa possibilità, propone e riesce a farla dare in affidamento alla zia paterna, ma ben presto anche lei matura condotte alienanti sia per via di un carattere a sua volta possessivo e manipolatorio, sia a seguito di possibili legami poco trasparenti con i servizi sociali di Chivasso. La zia della bambina, oggi ragazza, le ha impedito di avere un rapporto normale con suo padre e con i nonni, sia materni sia paterni. Nonostante il tribunale ordinario abbia assolto l’uomo da tutte le accuse, la Corte d’Appello di Torino abbia dato l’ok agli incontri padre-figlia e la Commissione Parlamentare di indagine sugli Affidi abbia denunciato le irregolarità dell’intera pratica, non è stato mai predisposto un percorso di riavvicinamento tra loro. La ragazza, ancora oggi ha difficoltà evidenti anche a pronunciare la parola “papà”. Chi la risarcirà dalla privazione di un padre vivo?   Conflittualità tra marito e moglie uniti o in via di separazione Il nostro Paese, anziché accogliere e promuovere percorsi di mediazione familiare a supporto delle coppie in difficoltà nella gestione della loro relazione o del drammatico percorso della separazione, preferisce inasprire il conflitto deviandolo verso separazioni conflittuali che durano anni, o in alcuni casi addirittura allontanando i minori dal loro nido. Penso a Valeria De Luca, signora di Rosciano (PE), a cui sono stati sottratti due figli, con modalità violente: si sono presentati in casa sua ben 17 carabinieri, alcuni in uniforme da lavoro. Qui, appurate le resistenze dei due minori a lasciare la casa, la madre è stata immobilizzata e sottoposta ad un trattamento violento e degradante, usato con i criminali per impedire loro la fuga o l’aggressione, con una pressione sulla vescica che l’ha costretta ad urinarsi addosso. I carabinieri l’hanno scortata persino in bagno, mentre cercava di provvedere al recupero di una forma dignitosa. L’operazione di sottrazione è stata gestita dalla Cooperativa Orizzonte e dai servizi sociali di Rosciano. Da allora, per lunghi 5 mesi, la madre non ha visto né sentito i figli, ed è riuscita finalmente a “rivederli” in un incontro in videochiamata, con un tempo a scadenza e in un luogo protetto. La convivenza tra i due genitori si è frattanto interrotta, ma i ragazzi continuano a vivere in un istituto: possiamo sapere perché?   Donne vittime di violenza in codice rosso Quante volte, donne che si rivolgono alle istituzioni per essere aiutate a gestire una situazione di violenza da parte del compagno, si ritrovano irretite nelle diaboliche maglie della sottrazione minorile? Troppe, decisamente troppe, per un Paese che si professa femminista e in prima linea per il supporto alle vittime di violenza domestica: pensiamo alle panchine rosse, alle serate tematiche e ai cartelloni pubblicitari. Eppure… la realtà appare ben diversa. Penso a Veronika che dopo aver denunciato alle autorità i maltrattamenti e le violenze da parte del marito su di sé e sulle figlie, Emily e Alissa, ha subìto anche l’allontanamento di queste ultime dalla loro casa, allo scopo dichiarato di aiutarle a superare tutti i traumi subiti. Uno scopo curativo e rieducativo, dunque, per il quale le istituzioni si arrogano il diritto di sradicare le persone dal loro nido, dal loro ambiente e dalla propria madre? Di cosa parliamo? Poi fra qualche anno qualcuno dovrà invece curarle anche da questo trauma, o quelli provocati dalle istituzioni non sono mai tali? Attualmente il marito ha una nuova relazione e un altro figlio e la madre si trova da sola. Non meno importante: al momento della sottrazione, le due bambine sono state portate via con la violenza, la più grande in manette, come un assassino colto nell’atto stesso di uccidere. Non è forse previsto per legge che quando i minori si rifiutano di allontanarsi, si debba tornare dal giudice a discutere la questione? Lasciatemi dire che ammanettare una ragazzina è un atto estremo di inciviltà e disumanità. Qualcuno può dirmi che sbaglio?   Famiglie che impartiscono, con metodi legittimi, un’educazione diversa da quella dominante. Pur non sostenendo alcun partito politico, ci tengo a precisare che questa circostanza nulla c’entra il decreto Caivano (d.l. 15 settembre 2023, n. 123, convertito in legge il 13 novembre 2023) che nasce da un caso di criminalità minorile — gli stupri di gruppo a Caivano, in provincia di Napoli — e che ha come obiettivo dichiarato il contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile. Qui parliamo di famiglie che seguono e curano i figli, adempiendo ai loro obblighi sostanziali, anche se lo fanno attraverso metodi diversi da quelli dominanti, mentre il decreto punisce genitori che non prevedono affatto percorsi di istruzione e cura, seppure alternativi. Come non parlare di loro, Nathan e Catherine e dei loro tre figli, Bluebell, Utopia Rose e Galorian, entrati ormai a ragione nel cuore di tanti di noi. A novembre scorso sono stati loro sottratti i tre figli a causa del loro di stile autonomo e realmente ecologico, e per la loro scelta di impartire un’istruzione parentale alla figlia di 8 anni, dacché i gemelli non avevano ancora iniziato il ciclo scolastico obbligatorio. Ricordiamo che l’istruzione parentale è legittima in Italia, nonostante loro ne svolgessero una forma particolare e minoritaria: l’unschooling, un approccio educativo autodiretto e naturale. Questi bambini leggevano ogni sera, conoscevano due lingue, seppure l’italiano in modo meno spontaneo dell’inglese che è la lingua madre dei genitori, conoscevano le materie prime, i processi di lavorazione dei materiali e della terra, i cicli della natura, l’allevamento degli animali, e avevano così acquisito molteplici abilità utili all’indipendenza futura. Venivano educati al rispetto, alla cura dei propri spazi, alla condivisione, alla gioia e a dire sempre il vero. Ma soprattutto avevano una casa, l’amore e una famiglia unita, sicura, protettiva. Oggi i bambini mostrano gli effetti del trauma da sradicamento dalla loro casa e dai loro animali, dalla convivenza con il loro padre, e oggi dall’allontanamento forzato dalla madre, che si trovava nei primi mesi costretta a stare nella casa famiglia di Vasto per stare accanto ai figli, seppure tenuta ad abitare in un piano diverso della casa. Come ampiamente prevedibile la donna è stata, infine, allontanata, e le motivazioni dell’ordinanza sono a mio avviso ridicole: si enunciano normali reazioni di una donna solida, forte e protettiva con i figli, nonché di una madre che versa in una situazione psicologica estrema. Ma soprattutto si enumerano tutte le conseguenze dello sradicamento stesso: la donna prima era serena e i bambini non erano aggressivi. Lo sono diventati a seguito dell’azione dello Stato e ora queste stesse conseguenze diventano a loro volta la causa della rottura del loro rapporto primario con la madre? Ma che Paese è mai questo? Rientra in questo ambito anche il caso di Harald Leo Valentin e di sua moglie Nadia (Nadzeya Paulovic), una coppia residente a Caprese Michelangelo (Arezzo), i cui due figli di 4 e 8 anni, Liam e Nathan, sono stati sottratti dai servizi sociali di San Sepolcro e da circa 10 agenti armati e in tenuta antisommossa, il 16 ottobre 2025. L’impianto di videosorveglianza mostra il bambino più piccolo, Liam, gridare “No! Via via!! Aiuto!!” ed essere trascinato in pigiama e senza ciabatte. La mamma riferisce che l’assistente sociale, in casa, le avrebbe detto di tacere altrimenti non avrebbe più rivisto i figli. Oggi la suddetta è stata incaricata del ruolo di giudice onorario. Le cause della sottrazione risiedono nell’assenza di scolarizzazione convenzionale (homeschooling non adeguato), nel mancato rispetto delle vaccinazioni obbligatorie che nel nostro Paese espongono i genitori al massimo a multe o difficoltà nella frequenza scolastica tradizionale ma in alcun caso possono portare alla sottrazione di minori, e la presunta appartenenza a quella che dalle istituzioni viene definita una setta (“Noi è, io sono”) che conta migliaia di iscritti e che si fonda sui principi dell’autodeterminazione e dall’indipendenza dalle autorità statale. Pur non facendone parte, da giurista mi chiedo alcune cose: 1) Come differenziare l’aderenza a questa associazione e alle sue regole da chi professa alcune altre credenze religiose e non? 2) Esse sono un problema in sé o solamente quando gli adepti si allontanano dalle istituzioni e dalla relativa, sempre più asfissiante propaganda e corruzione? Ossia, se abbiamo una famiglia ben inserita nel sistema con credenze minoritarie solide andiamo comunque a mettere in crisi le loro capacità genitoriali? 3) L’inadeguatezza genitoriale non deve manifestarsi in fatti concreti o va presunta? Ad esempio, per considerare non rispettato l’obbligo di cura non dovremmo avere prove di bambini malati e/o trasandati o è sufficiente non avere l’abbonamento fisso al pediatra di Stato? 4) In che modo lo sradicamento coatto e la deprivazione familiare andrà a favore dello sviluppo armonico di questi bambini? Secondo quali teorie psicopedagogiche questo sarebbe meno grave della crescita con i loro genitori, pur con le loro imperfezioni come quelle di tutti noi? 5) I bambini – che erano sani – erano in pericolo di vita al punto da non poter neppure riferire ai genitori dove siano stati collocati oppure siamo solo dinanzi ad un brutale atto intimidatorio? Eppure parliamo di genitori che persino dinanzi al rapimento istituzionalizzato dei figli, e dunque ad una situazione psicologica estrema, non hanno reagito, né continuano a reagire con la violenza. Qualcuno può darci delle risposte su dove siano questi bambini e come stiano, o costringere chi di dovere a darcele?   Vittime causali dove non è possibile tracciare una linea precisa Ci sono poi vittime casuali del sistema. Penso alla confessione della ex assistente sociale a Bibbiano, Cinzia Magnarelli, che ha dichiarato in sede processuale di aver falsificato le documentazioni, mentendo su case fatiscenti, disordinate e piene di muffa, e su atteggiamenti dei bambini sessualizzati, dichiarazioni false che hanno portato a sottrazioni illecite di minori. La professionista ha motivato tutto questo con la pressione subìta dai propri superiori, atmosfera molesta e violenta a cui riferisce di essere sottoposta da tempo e a cui, a suo dire, aveva cominciato a fare l’abitudine. Tutto questo non è residuale né mai potrebbe esserlo, ma è segno di fenomeni ben collaudati e ben estesi all’interno delle istituzioni. Tutte storie diverse ma con un filo conduttore in comune: tutto avviene molto spesso saltando in tronco una serie infinita di norme sia sostanziali sia procedurali e andando, senza prova alcuna, ma solo con in tasca alcuni giudizi e pregiudizi sulle personalità coinvolte, a distruggere per sempre la vita dei bambini che capitano in queste maglie. Mi rivolgo ai cittadini che leggono, che sono convinti che i bambini una volta condotti in questi luoghi entrino in un magico mondo fatato e che pensano che in Italia tutto avvenga solo in casi di particolare inettitudine genitoriale. Si può essere anche d’accordo con le sottrazioni, purché nel piatto si metta tutto e non ci si convinca di essere davanti a qualcosa di molto diverso da quello che è. Sicuramente ci sono poi alcuni casi in cui la sottrazione è lecita, ma questi casi sono, a loro volta, danneggiati essi stessi da tutto ciò che ne ha preso le forme, essendo però tutt’altro. Io capisco che sia una realtà piuttosto dura da accettare e credere possibile, e che tutto sommato sia molto più semplice pensare che capiti solo a chi lo ha meritato, ma il fatto che per noi sia una realtà più dolce da digerire non la renderà vera. Qui ci sono vittime dello Stato reali, da anni. Ma ad essere coinvolti non sono solo i nomi che vi ho detto né gli altri 30.000, no, sono i nomi dei nostri figli, perché tutti questi bambini sono nostri figli. Nel dramma, che porto con me da tanto tempo, devo pensare che il caso di Palmoli sia stato benefico perché sta portando all’attenzione di tanti ciò che accade in quelle lande e sta mettendo in contatto tante persone e realtà tra loro. Ne uscirà qualcosa di buono, lo sento. Questo è il momento della rivelazione.   “All’universo non piacciono i segreti. Cospira per rivelare le verità, per portarvi a conoscerle.” -Lisa Unger- Rosanna Pierleoni
March 27, 2026
Pressenza
Lo Stato che rapisce i bambini per dar loro un vita migliore
Pubblichiamo di seguito la riflessione che la giurista Rosanna Pierleoni ha scritto per Pressenza Italia sul tema delle sottrazioni di figli in Italia. Un riflessione intrisa di umanesimo che fornisce un parere critico ed esplicativo da parte di una persona competente in materia. Seguivo, come consulente su minori e famiglia, l’adozione di un bambino africano da parte di una facoltosa famiglia italiana senza figli. Avevano adibito per lui una cameretta stupenda piena di giochi, una bella tinta, molto spaziosa. Il bambino però aveva tanta paura la notte: lui era abituato a dormire su un giaciglio di fortuna accanto ai fratellini, scaldato dai loro corpi. Una bambina albanese abituata a lavorare sin dalla tenera età ebbe vissuti di vuoto incolmabili a vivere come i nostri bambini, de-responsabilizzata, come un peso per il proprio nucleo anziché un supporto. Sono trascorsi tanti anni e tante riflessioni son state fatte. La pedagogia vera, non quella che si dà in pasto all’ideologia del momento e alle logiche partitiche o economiche, ha potuto toccare con mano il divario abissale tra un’idea astratta di giusto e la realtà. La realtà ci racconta che i bambini, ancorché rimasti orfani e dunque senza alternative, dovrebbero essere inseriti in contesti familiari quanto più prossimi alle loro condizioni di partenza. Dunque una casa con meno spazi, ove la prossimità sia più forte, o una famiglia che porti avanti la piccola azienda di famiglia con la collaborazione di tutti potrebbero essere, a uno sguardo aperto e vigile, più adatte alla crescita dei bambini di cui vi ho parlato. Quando mi occupavo di conflitti durante le separazioni era tipico vedere due modelli educativi cozzare tra loro: i bambini sono così destinati ad aderire ad uno dei due, avendo parti di sé scisse, oppure a sviluppare veri e priori deliri identitari. Ci sono bambini che recependo due modelli educativi molto rigidi si adattano a entrambi: dalla mamma sono ordinati, vegetariani, religiosi, dal papà mangiano a terra, consumano carne e sono atei (gli esempi sono inventati e si possono invertire). Il sapere pedagogico ci insegna è meglio un cattivo accordo di una buona soluzione finale. Tra i due genitori non deve vincere il migliore ma deve vincere l’accordo educativo, un accordo anche fatto di falle e compromessi ma che sarà l’unico a dare pace, fiducia e sostanza al percorso di crescita del figlio. Oggi, invece, nel nostro Paese si sta affermando una prassi che presenta dei tratti molto inquietanti: può accadere che lo Stato sottragga i bambini al proprio nucleo familiare per garantire loro una vita migliore. Di fatto, un gruppo di persone estraneo al suddetto nucleo familiare – i cosiddetti “esperti” o operatori dei servizi sociali – si arrogano il diritto di imporre la soluzione giusta a delle famiglie, scavalcando l’accordo educativo dei genitori, attraverso la violenza istituzionalizzata e un’inquietante operazione di rieducazione anche verso gli altri cittadini. Epurazione e rieducazione del diverso, attraverso metodi simil mafiosi: alla famiglia si dice “o cambi metodo educativo o ti rapiamo i figli”; a tutti gli altri cittadini si manda un messaggio sottotraccia: “vedi cosa potrebbe succederti se fai come loro?”. Ecco spiegato il perché della mia presa di posizione netta sulle sottrazioni facili di minori; in tutte le mie vesti, come giurista, come scrittrice, come mamma e come cittadina io dico “no” a queste sottrazioni arbitrarie, senza muovere accuse particolari ai singoli operatori: se anche i bambini sottratti al proprio nucleo in casa famiglia incontrassero Mary Poppins in persona sarebbero distrutti per sempre, lontani dal loro nucleo familiare, dal contatto quotidiano con il proprio mondo, senza un padre e una madre, senza la possibilità di contribuire all’equilibrio familiare e di vivere la propria casa, nonché di fare una vita normale e libera, ancorché imperfetta, come tutti sulla terra. Nei discorsi del mondo culturale di questi ultimi mesi colgo una falla troppo grande: strappare i bambini da una famiglia non significa mai avere quella stessa famiglia un poco migliorata (se mai ci fosse qualcosa da migliorare in queste famiglie!) ma spalancare un abisso di traumi, errori, mancanze irreparabili nella vita di queste persone. Si può davvero immaginare il benessere di un bambino in modo astratto scindendo il suo destino da quello dei suoi familiari? Si può volere bene ad un bambino cancellando la sua storia, le sue origini, il volto dei suoi genitori di cui è frutto? E poi… Quale famiglia, presa sotto la lente di ingrandimento, non avrebbe cose da sistemare, altre da migliorare, e altre da cancellare? Esistono un padre e una madre che insieme al pane e all’amore non lascino traumi? Esistono eredità scevre dal dolore e dalle mancanze? Siamo sicuri che se entrassimo nelle nostre case, la mia, la vostra che leggete, quella degli operatori, quella dei magistrati, non troveremmo cose da migliorare? Ecco che qualsiasi decisione sul futuro di una famiglia e di un bambino dovrebbe essere presa rispettando il principio del bilanciamento di benefici e di danni che scaturiscono dalla permanenza nella casa familiare con i danni che discendono dalla sottrazione del minore dalla famiglia. Ma di cosa accade dopo, importa davvero qualcosa a qualcuno? Pensiamo davvero che la storia finisca con i titoli di coda quando abbiamo appurato – anche fosse, e non è – che giustizia è stata fatta? Molte persone preferiscono abbracciare una posizione di superficie; si convincono che volta avviato l’iter, i bambini entrino in un magico mondo fatato fatto di saperi pedagogici, di istruzione adeguata e di socialità. I fatti ci raccontano cose diverse: i ragazzi usciti da questa esperienza presentano gravi compromissioni della vita sociale, relazionale, intima e culturale; hanno dei buchi enormi che, quando va bene, creano problematiche psicologiche complesse e, quando va male, anche tendenze alla violenza contro se stessi o contro gli altri. Io dico a queste persone, con il cuore in mano e con l’anima a brandelli: non fermiamoci a una visione ideale, guardiamo alla realtà concreta. La realtà è fatta di sfumature, ognuno di noi può dare e togliere molto agli altri. Ma se quando il genitore muore o abbandona non c’è altra strada e anzi l’adozione rappresenta la condizione ideale, almeno in potenza, quando invece i genitori sono vivi occorre fare di tutto per scongiurare l’allontanamento dei bambini dalla famiglia, con tutto il suo portato di storia, identità, conoscenza, appartenenza che nessuna casa famiglia potrà mai sostituire, anche a parità di adeguatezza delle persone coinvolte. Distruggere nuclei che garantiscono cure, assistenza, educazione, solo perché il loro assetto educativo non rientra nell’orientamento dominante, è inquietante. E dove si collocano in tutto questo la tutela delle minoranze e il rispetto della diversità? Io mi chiedo: dobbiamo ad ogni costo uscire dal recinto democratico e guardare in faccia fenomeni degni dei peggiori regimi dittatoriali o siamo ancora in tempo per trovare il bandolo della matassa, fare una veloce inversione a U e tornare nel recinto democratico?   Precedenti contributi: https://www.pressenza.com/it/2025/11/riflessione-sul-patto-di-fiducia-tra-stato-e-cittadini-a-partire-da-una-triste-sentenza/ > I figli: proprietà dello Stato o appartenenza alla propria famiglia?   ROSANNA PIERLEONI Rosanna Pierleoni nasce nel 1984 ad Avezzano. Dopo il liceo classico, consegue la laurea magistrale in giurisprudenza all’Università Tor Vergata di Roma. Completa poi tre master interdisciplinari che le forniscono competenze psico-educative e giuridiche nell’ambito dei minori e della famiglia, con abilitazione alla mediazione familiare e alla consulenza specialistica. È autrice di un saggio sull’adozione internazionale e di diversi romanzi.   Redazione Italia
March 12, 2026
Pressenza
CAPITALISMO – GUERRA – RIVOLUZIONE
Rispetto alla prospettiva di una nuova guerra mondiale nella quale gli Stati Uniti tenteranno di difendere con le armi la propria leadership mondiale, il proprio dominio più o meno incontrastato sul mondo, sarebbe importante tentare di agire fin da subito, con il metodo dell’Assemblea permanente, nella direzione di una lotta di liberazione mondiale dal giogo delle macchine Stato-capitale, per rovesciare l’attuale spinta verso una guerra mondiale in una rivoluzione mondiale permanente in cui i molti popoli si riconoscano finalmente in una sola moltitudine, nell’intera umanità, parte anch’essa di un ecosistema planetario che ne è condizione stessa di esistenza. Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica
Il tema del riarmo sul fronte interno
Quando parliamo di riarmo raramente riflettiamo su questo dato: non si tratta di una scelta arbitraria, di una volontà politica e culturale ma di un’esigenza strutturale delle classi dominanti – in particolare dell’oligarchia finanziaria che non riesce a trovare alcuna soluzione alla crisi. Da questo punto di vista non condivido affatto l’idea dell’Europa che agisce contro i propri interessi: si tratta di una visione che non tiene conto del punto di vista delle classi dirigenti e che si fissa su un dato reale – la subalternità politica, economica, militare dell’Unione Europea agli USA – ma secondario. Il problema del riarmo in Europa ed in Italia è in primo luogo un tentativo di uscire dalla gravissima crisi di sovrapproduzione attraverso la riconversione dell’apparato produttivo in apparato bellico. Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica