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Tassazione delle grandi fortune: non “patrimoniale”, solo buon senso – di Andrea Fumagalli
La raccolta delle firme a favore di una proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo “Imposta sui grandi patrimoni” (che avevamo già presentato qui lo scorso 10 maggio) si fonda sui principi costituzionali di capacità contributiva (art. 53, primo comma, Costituzione); progressività del sistema tributario (art. 53, secondo comma, Costituzione); eguaglianza sostanziale (art. [...]
June 8, 2026
Effimera
A margine del 2 giugno
La democrazia liberale è agli sgoccioli. La strada che ha imboccato in Europa dopo il 1992 con la progressiva neutralizzazione del conflitto sociale e della rappresentanza, in favore della governance tecnocratica, ha portato i paesi europei, e in primis l’Italia, a una condizione oramai insostenibile. L’Italia è un paese fermo […] L'articolo A margine del 2 giugno su Contropiano.
June 3, 2026
Contropiano
Al Centro Malaguzzi di Reggio Emilia: esercito israeliano, principessa del Galles e parmigiano
PARTE 1. LA REGGIO CHILDREN INTERNATIONAL NETWORK E L’ESERCITO ISRAELIANO La segnalazione all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università relativa a diversi post pubblicati sulla sua pagina Facebook dall’antropologo e attivista Cosimo Pederzoli, ci porta a Reggio Emilia. Il problema, oggetto dell’invio, me lo spiega Pederzoli stesso, in risposta a una e-mail in cui gli chiedo approfondimenti. Riporto le sue parole: > «In sintesi la questione è la seguente: quali rapporti ha ReggioChildren Srl > con istituti e insegnanti pro-Israele? In che modo vengono organizzate queste > relazioni? Ovviamente, il giudizio non è rivolto a scuole ebraiche in quanto > tali ma al coinvolgimento in attività di supporto all’esercito. Il mio focus è > stato diretto, negli ultimi due anni, verso il network “Narea”, ossia il North > American Reggio Emilia Alliance. > La rete delle scuole, ma anche di organizzazioni più ampie, che si ispira al > Reggio Approach e che si forma a Reggio Emilia, ospiti al Centro > Internazionale Loris Malaguzzi, sotto forma di “Study Groups”, facendo > ufficialmente parte del “Reggio Children International Network” (creato nel > 2006). All’interno di questo Network ci sono, prima e dopo il 7 ottobre, > scuole ebraiche statunitensi molto attive nella propaganda pro-israeliana, a > volte schierate direttamente con l’IDF. > Avevo già fatto notare l’anno scorso le stesse dinamiche, venne sospesa una > collaborazione (solo perché a ridosso della visita in città dell’Albanese, la > mia segnalazione era precedentemente caduta nel vuoto 6 mesi prima). [ndr: qui > i link agli articoli di allora RaiNews, Il Resto del Carlino, Reggionline]» Sembra, ad un certo punto, che da Reggio Children arrivi una tenue smentita, soprattutto in relazione alla vendita del marchio alle scuole israeliane, eppure Pederzoli segnala nuovamente alcune foto sulla sua pagina che documentano la presenza di soldati israeliani a Reggio. Continua il giornalista: «Ho svolto poi una ricerca per capire se la “revisione delle collaborazioni” che era stata promessa fosse avvenuta ma è emerso che all’interno del “Reggio Children International Network“, proprio nello Study Group Narea, sono presenti scuole americane ebraiche che continuano a sponsorizzare Israele e l’IDF. Questi istituti comprendono la fascia early childhood / superiori, quindi la foto [nota mia: con due ragazzine di età superiore alla fascia 0/6] che ho pubblicato è stata scattata recentemente in una di queste scuole facenti parte del network Reggio Children.» Pederzoli, impegnato in vari campi (i senza fissa dimora; i minori non accompagnati; le situazioni di sfruttamento del lavoro; il genocidio in Palestina), sottolinea la disattenzione della sinistra – in una città e in una regione storicamente legate alla sinistra storica – verso i temi che stanno al cuore del suo lavoro e nello specifico per il caso riguardante il fiore all’occhiello dell’Amministrazione Comunale, le scuole Reggio Children 0/6, compromesse con le quelle israeliane. Aggiunge che la pubblicazione sul nostro sito lo farà sentire meno solo in una città e in una regione sempre più indifferenti, a quanto pare anche nel partito Sinistra Italiana, in cui ha militato negli ultimi anni. Certamente criticare Reggio Children non torna facile, così come denunciare le complicità con lo Stato di Israele in Italia, e in Emilia in particolare. La sinistra, il Pd in particolar modo, si muove con molta ambiguità rispetto al genocidio in atto e alla questione riguardante la diade culturale e storica sionismo-semitismo, e il prefisso anti (si veda qui la proposta di decreto Romeo e Del Rio sulla prevenzione delle forme di opposizione allo stato di Israele di taglio antisemita). Provo a curiosare sul sito Reggio Emilia Approach. Si può trovare accesso alle informazioni sulle scuole, sulla filosofia dell’approccio educativo, sulle occasioni formative, sulla documentazione delle attività, sull’elenco delle pubblicazioni. C’è un ma: tutto si vende e tutto si compra, se non ci si iscrive ufficialmente non si vedono e non si ricevono i materiali informativi. PARTE 2. CENTRO INTERNAZIONALE LORIS MALAGUZZI, PRINCIPESSA DEL GALLES E… PARMIGIANO Ho visitato – quando dirigevo, in un Istituto Comprensivo di Roma, anche la scuola dell’infanzia statale, il Centro Internazionale Loris Malaguzzi di Reggio, aperto nel 2006, intitolato al maestro e pedagogista che ha ispirato con le sue idee – e creato – quello che oggi sono le scuole 0/6, contribuendo alla fama internazionale). Ne ricavai un forte impatto: struttura e idee-guida pedagogiche e didattiche degli atelier, cura degli spazi, quantità di materiali, tutto era effettivamente impressionante, i 100 linguaggi c’erano tutti. Ma provai anche il retrogusto che viene quando quel che vedi è troppo luccicante, ti sa di un po’ fasullo e, se poi si rivela autentico, troppo gridato e soprattutto profondamente ingiusto. Nella nostra scuola di periferia cercavamo di essere all’altezza dei bisogni di una zona popolare, dei molto minori non italiani, con i pochi mezzi a nostra disposizione, in locali squallidi che le maestre inventavano con fantasia e professionalità, perché la bellezza e la cura sono importanti quanto una buona pedagogia (anche le parole-chiave di Malaguzzi erano relazione, bambini, luoghi). Oggi, per approfondire lo sfondo relativo alla segnalazione di Cosimo Perdezoli, entro virtualmente in una delle loro scuole, l’istituto Diana. A ridosso di un parco pubblico, è un edificio magnifico: intorno a una piazza centrale si posizionano le aule, le pareti riproducono immagini favolose, le vetrate aggettano su due giardini. Apro la Carta dei Servizi, 83 pagine in cui tutto, ma proprio tutto, sembra spiegato, anche se non trovo quel che mi piacerebbe sapere alla voce valutazione della qualità del servizio, soprattutto dei percorsi educativi. Forse dovrei iscrivermi – pagando – a qualche a pista offerta dal sito ufficiale o dal Centro Malaguzzi (vedi qui). Una maestra di Reggio ben informata mi fa notare che anche queste scuole, come del resto la maggior parte dei nidi, dei gradi infanzia e primaria, sono tenute in piedi dal lavoro di maestre, di donne, sia nelle attività di aula che in quelle organizzative. Così, cercando ancora, incrocio il nome di Loretta Giaroni, comunista, moglie di un partigiano, figura importante dell’Unione Donne Italiane (UDI). Oggi, a circa tre anni dalla sua morte, le è stato dedicato un archivio contenente le sue carte, i suoi lavori, le riflessioni e i resoconti degli incontri (vedi qui). Ma, come icona della Reggio Children, non fa testo e non può competere con Malaguzzi. Maestre, donne, nate in famiglie umili che hanno studiato spesso da autodidatte, hanno lavorato senza troppa risonanza e costruito quel che ora vediamo sotto le pagliuzze luccicanti. È un aspetto della storia della scuola democratica in Italia che non fu un’impresa solo di grandi Maestri (da Milani, a Ciari, a Dolci, a Rodari, a Malaguzzi, ecc) ma di donne di poca istruzione e di grandi capacità, soprattutto nella lettura socio-politica dei territori in cui lavoravano e vivevano. Chi oggi dirige Reggio Children non bada a spese (anche perché sostenute dal Comune di Reggio che firma le convenzioni con le cooperative che costituisco il sistema integrato pubblico-privato). Così la macchina pubblicitaria non si ferma. Nei giorni scorsi è andata in visita anche la principessa del Galles, Catherine Middleton, moglie di William primogenito di Carlo III e di Diana Spencer. La missione era volta a rendere più performativa l’offerta Centro per la Prima Infanzia Royal Fundation (vedi qui). Gli scopi della fondazione inglese consistono nel prestare un aiuto nei percorsi di crescita ai minori di famiglie svantaggiate perché si sa, è scientificamente provato (leggo dal sito inglese), che i primi 6 anni di vita decidono del futuro. Lo sa anche l’INVALSI che su questa fascia di età investe nelle sue ricerche sulle soft skills… I cui obiettivi sono più chiari se esploriamo le pagine della rivista on line ROARS: è il mercato (anche militare…) bellezza!. Nel caso dell’istituzione della principessa Kate i denari li mette la corte, il suo patrimonio famigliare, altre istituzioni private: un caso di sgocciolamento verso il basso della ricchezza? La classica carità e generosità dei grandi filantropi. Sempre per non farsi incantare da tanto luccicare di cristalli aggiungo due annotazioni. Alcune insegnanti di Reggio Children hanno confidato alla mia informatrice, maestra e sindacalista, quanto sia forte la pressione su di loro di tutta questa fama. Registrazioni, video, report, visite illustri, incontri di formazione a tamburo battente, riunioni, il carico e l’ansia di prestazione possono sembrare l’anticamera del burnout. Ma nessuna paura, sempre sulla carta dei servizi della scuola Diana, leggo che il personale viene fatto girare per una sana alternanza dei ruoli e delle relazioni: non so bene cosa voglia dire. A seguire ascolto anche lo sconforto con cui la mia amica racconta lo stato deplorevole in cui versano le scuole d’infanzia e primarie statali a Reggio, dagli edifici alle mense. Del resto, in un plesso nella periferia della città che conosco per esserci stata diverse volte a incontrare, su tematiche educative e politiche, insegnanti e genitori, le classi sono per il 50% formate da alunni non italiani e italiani di seconda generazione, le famiglie sono disfunzionali, faticano a crescere i loro figli, la scuola rappresenta il solo luogo dove riporre qualche speranza di futuro. Ma questi aspetti non li conosce la principessa e li misconosce il Ministro Valditara. Cosmopolitismo e parmigiano: tutto sta nel proteggere il marchio. Ah, viene a fagiolo: il Centro Malaguzzi è all’interno dell’edificio di bella archeologia industriale Locatelli, acquisito e donato dal Comune della Città. Ancora latte e formaggi, pur passati i noti marchi Locatelli, Galbani, Parmalat a miglior vita nel gruppo francese Lactalis (qualcuno ricorda lo scandalo del fallimento Parmalat, nel 2003?). Nell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sappiamo che tutto si tiene sotto la voce mercato: l’istruzione, l’educazione, la guerra e la relativa propaganda incantatrice. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Bringing the State Back In (Afresh)
di SANDRO CHIGNOLA. Pubblichiamo il testo della relazione introduttiva di Sandro Chignola al seminario di Euronomade No maps for these territories. Fine della razionalità neoliberale? Stato, capitale e svolta autoritaria nel regime di guerra globale (Padova, 9 maggio 2026) Era la metà degli anni ’80 quando Theda Skopcol registrava il significativo passaggio in corso nelle scienze storico-sociali e riteneva fosse giunto il momento di reintrodurre il tema dello Stato nell’agenda di ricerca di quelle politiche. Nel farlo, già in quel momento Skopcol segnalava come le formule organizzative dello Stato operassero sul punto di giunzione tra logiche territoriali e logiche di mutua implicazione e di competizione internazionale che andavano assunte come cruciali e che andavano studiate nella loro complessità. Strutture sociali, relazioni transnazionali e costanza di iniziativa e di azione politica dello Stato erano i tre poli che andavano tenuti in debita considerazione e che nella loro reciproca tensione non potevano essere slegati l’uno dagli altri anche qualora, ed era necessario farlo, ci si ponesse il problema di rimettere lo Stato e i suoi apparati al centro della scena. Si tratta, io credo, di compiere un’operazione non dissimile, dato che è ormai assodato che, almeno a partire dalla crisi del 2008, il neoliberalismo ha cambiato le sue logiche operative e che, nel dibattito scientifico, ci si è tornati a interrogare sul ruolo che lo Stato, con le decisive trasformazioni che lo coinvolgono, viene a svolgere rispetto a quest’ultime. Non è il caso, in questa sede di tornare sulla genealogia del neoliberalismo e sul rapporto che, a dispetto delle sue retoriche mercatiste, lo Stato, come dispositivo autoritario, ha sempre rivestito nell’impianto e nell’implementazione dei meccanismi di valorizzazione neoliberale. Ciò che mi sembra rilevante, piuttosto, è il mettere a tema qualche elemento utile a complicare il quadro con il quale pensiamo e dentro il quale agiamo politicamente e a reindirizzare l’analisi su processi la cui rilevanza mi sembra decisamente significativa. Nel corso degli ultimi decenni – dal 2008, ma alcuni importanti esperimenti avevano già avuto luogo nella risposta alla crisi dei mercati asiatici del 1997 – il neoliberalismo ha profondamento ristrutturato i suoi dispositivi operativi e il capitalismo ha assunto un volto più immediatamente politico. Al punto che, nel dibattito internazionale, si è progressivamente venuto generalizzando il termine «capitalismo di Stato», in genere riservato a Russia e Cina, in quanto sistemi politico-economici eccentrici o marginali rispetto a quello che ha trainato la fase espansiva della globalizzazione finanziaria e dei mercati, per denotare le caratteristiche mutanti di un neoliberalismo zombie, in grado di sopravvivere alla propria catastrofe e di adattarsi alla congiuntura di policrisi che caratterizza la fase attuale dei rapporti capitalistici. Per dirlo in forma schematica, il neoliberalismo può essere ricostruito seguendo almeno tre differenti assi analitici. Il primo è quello della storia delle idee e della teoria economica (Hayek, Fiedmann, la Mont Pèlerin Society), senza slegarlo dalla pressoché indiscussa egemonia conquistata dal paradigma neoclassico in università e istituzioni accademiche. Il secondo è quello dell’azione di smantellamento del compromesso fordista in pressoché tutti i paesi del globo dove esso ancora reggesse, con la conseguente riarticolazione dei dispositivi di potere a vantaggio dei processi di immediata valorizzazione del capitale. Il terzo è quello che concerne le differenti modalità di risposta, o di adattamento, del neoliberalismo alle crisi da esso stesso sollevate e dalle sue crescenti difficoltà nel reagire alle proprie contraddizioni. È su questo terzo asse, che permette di mettere a tema ruolo e trasformazioni dello Stato neoliberale, che intendo condurre il mio intervento. Va da sé che il rapporto tra neoliberalismo e Stato non è mai stato improntato, se non nelle retoriche degli economisti, a una drastica separazione tra logiche politiche e logiche di mercato. La finanziarizzazione dei mercati non ha implicato l’esaurimento delle funzioni dello Stato, quanto piuttosto una trasformazione dello Stato e dei compiti che gli sono ascritti in uno scambio che dà adito a inediti processi organizzativi nella stessa misura in cui dispiega potenti effetti politici. Nello scenario della composizione contemporanea del capitale un ruolo significativo lo svolgono, ad esempio, i fondi sovrani di investimento. Nella cui dicitura è a sua volta implicata una decisa torsione di ciò che significa «sovrano». È in risposta alle fluttuazioni dei mercati internazionali e alla volatilità dei capitali finanziari che, nei primi decenni degli anni 2000, prende l’avvio la nuova fase del neoliberalismo, quella fase che è possibile definire l’«era dei fondi di investimento sovrani». Il loro numero si moltiplica e la loro capitalizzazione cresce in modo esponenziale. Lo Stato torna come Stato imprenditore, ma con significative mutazioni rispetto ai suoi precedenti storici. La scossa che mette in movimento questa trasformazione è la crisi del 2008 e ciò che la accelera è la crisi pandemica. Si tratta di un processo nel quale le logiche organizzative dello Stato sul terreno dell’economia non confliggono, ma, al contrario, si coordinano con quelle del libero mercato. Non soltanto lo Stato detiene direttamente quote, maggioritarie o di minoranza, di imprese nelle quali investe capitale pubblico derivato dai fondi pensione, dal surplus fiscale, dai capitali a disposizione nelle banche di sviluppo e dagli stessi fondi di investimento sovrani, ma, dopo averle in gran parte privatizzate, ne modifica la ragione sociale trasformando, anche in questo caso, il proprio ruolo e finendo con l’agire come investitore paritario più che come garante pubblico. Questa prima forma del capitalismo politico, quella dello Stato-impresa, concerne assets strategici e coinvolge settori – dall’acciaio, alle telecomunicazioni, dall’elettricità, alle produzioni militari e alle infrastrutture digitali – che sin dagli anni ’80 e ’90 vengono progressivamente finanziarizzate, ristrutturate quanto a governance e ragione sociale, organizzate secondo criteri di valorizzazione per gli shareholders e di socializzazione delle perdite, allineandosi alle tendenze apicali di rimodulazione degli interessi del capitale transnazionale. Oltre al proprio ruolo come imprenditore – una costante nel processo storico di nazionalizzazione dei mercati e, in particolare nella fase postcoloniale, ciò che permette allo Stato di rivendicare il proprio compito di modernizzazione e di custodia dei propri assets strategici –, lo Stato, finanziarizzando nel corso degli ultimi decenni i propri profili di gestione, viene dotandosi di strumenti di investimento che ne ristrutturano forma e ruolo annidandolo nelle traiettorie descritte dai flussi di capitale finanziario e risignificandone posizione e funzioni nel complesso sistema di fattori all’opera nel quadro dei mercati globali. Per questo motivo, e cioè per i processi che mentre lo trasformano dall’interno, contemporaneamente lo proiettano nel sistema di relazioni internazionali che determina lo sviluppo ineguale e combinato degli assetti capitalistici, lo Stato, per come qui ne parlo, va inteso come Stato globale. Che Stato e azione dello Stato non siano mai declinati nel contesto della globalizzazione, ma che, al contrario, lo Stato sia stato investito da significativi processi di trasformazione lo dimostra la rapida, esponenziale crescita dei fondi sovrani di investimento e la loro proiezione transnazionale come apportatori di risorse e componente fondamentale del capitale aggregato messo globalmente a valore. Attualmente ne esistono 94 e gestiscono capitali per circa 15 trilioni di dollari con significative concentrazioni nel fondo pensioni norvegese, nei diversi fondi sovrani Cinesi (il principale tra di essi è la China Investment Corporation) e negli Emirati Arabi (Abu Dhabi Investment Authority). Nati per sopperire all’instabilità dei mercati finanziari con compiti di assicuratori in ultima istanza, con finalità di messa a valore dell’enorme rendita petrolifera o con compiti di solidarietà intergenerazionale (pensioni o tutela ambientale), e perciò molto differenziati quanto alle loro tipologie, essi si sono rapidamente allineati alla strategia di investimento e di uso finanziario delle risorse pubbliche che ha ristrutturato missione e posizionamento degli Stati al punto di incrocio tra le tensioni che percorrono i processi globali e i limiti di manovra assegnati dalla loro pressione sulle singole politiche nazionali. Da questo punto di vista, il concetto di «sovranità» coinvolto dalla loro definizione, non implica, nella proliferazione dei fondi sovrani di investimento, una difesa o una resistenza dell’interesse o della ricchezza nazionale nel quadro della concorrenza sui mercati globali, quanto piuttosto lo stringersi del nodo tra deterritorializzazione e riterritorializzazione dei flussi finanziari che produce lo spazio operativo del capitale aggregato su scala mondiale. Da questo è possibile trarre un paio di conseguenze. La prima riguarda un autentico paradosso. I fondi sovrani di investimento, pienamente allineati, nonostante la loro diffusione globale, a modelli di governance di impresa occidentale e indirizzati da strategie di messa a valore che sono le stesse che guidano gli investimenti della finanza globale, avrebbero invece la loro ragione sociale originaria in quella di attutire, a livello dei territori dai quali estraggono le risorse che investono, l’impatto delle forze e dei poteri che trainano proprio la finanza globale. Viene così serrandosi un curioso circuito. Da un lato, l’invenzione dei fondi sovrani di investimento come strumento anticrisi e per la difesa «sovrana» degli interessi nazionali rispetto alla volatilità dei mercati finanziari e alla matrice anonima di circolazione del capitale, dall’altro il fatto che essi operano come investitori sullo stesso ciclo deterritorializzato del capitale del quale alimentano i flussi contribuendo direttamente al suo allargamento. Viene così definendosi quell’ibridazione tra capitale e Stato che marca, non la fine del neoliberalismo, ma quella sua trasformazione che, riconfigurando le geografie della produzione e della circolazione del capitale modula in forma inedita e riorganizza su scala globale spazi e tempi dell’accumulazione. Per quanto riguarda la dimensione spaziale, le traiettorie di investimento, circolazione e redditività del capitale messo a valore dai fondi di investimento sovrani non vengono contenute nel perimetro della tradizionale dimensione territoriale dello Stato, che al contrario programmaticamente eccedono; per quanto riguarda la dimensione temporale, essa si sviluppa in termini molto differenti rispetto al ciclo crisi-sviluppo che aveva caratterizzato fasi storicamente precedenti dello Stato-impresa e, nel quadro del farsi permanente della crisi, quelle stesse traiettorie assegnano un ruolo diverso allo Stato, inteso come attore – contemporaneamente promotore, detentore e gestore di capitale – nel quadro in costante ridefinizione dei mercati globali: sia per quanto riguarda la loro finanziarizzazione, sia per quanto materialmente riguarda gli investimenti relativi alla posa in opera di infrastrutture e alla piattaformizzazione logistica delle catene di fornitura dalle quali quest’ultimi dipendono quanto alla loro espansione. Si assiste, potrebbe essere detto, a un vorticoso e contraddittorio ciclo di mutua costituzione tra formazione ibride di Stato e capitale (dai fondi sovrani di investimento alle banche centrali, dalle imprese partecipate dallo Stato alle banche di sviluppo) e statismo «muscolare» di ritorno (neomercantilismo e reintroduzione di politiche daziarie, competizione per il mantenimento o la ridefinizione dell’egemonia monetaria per gli scambi commerciali o per il consolidamento del debito, capitalizzazione e controllo delle grandi aziende tecnologiche) che determina la costante ridefinizione degli spazi di accumulazione e che produce, attraversandole e colmandole di tensioni, le nuove geografie globali. Particolarmente significativo, da questo punto di vista e per il ruolo che viene incrementalmente a svolgere nel quadro di tensioni e di aperto confronto bellico degli ultimi anni, è il nesso tra piattaforme e complesso militare indotto dalla progressiva digitalizzazione della guerra. In questo caso l’ibridazione tra Stato globale e capitale privato è assoluta. Tanto negli Stati Uniti quanto in Cina, pur con le differenze e le specificità che caratterizzano i due antagonisti che si contendono l’egemonia sulle sfere di influenza globali, sono i grandi oligopoli «privati» a detenere i dati e le infrastrutture (dai data center, alle reti satellitari a bassa quota, ai cavi sottomarini) dai quali dipendono tanto le tecnologie militari (missili a intelligenza artificiale, sistemi d’arma a geolocalizzazione globale, robotica bellica) quanto quelle di sorveglianza interna (estrazioni e tracciatura dei dati personali, dispositivi per il riconoscimento facciale) e sono apparati e strategie politiche a istruire situazioni per addestrare l’intelligenza artificiale (la guerra a Gaza, quelle in Medioriente, almeno a partire dalla guerra all’Iraq), a consentire l’uso di infrastrutture civili (telecamere urbane, semafori, piattaforme come quelle sanitarie, delle anagrafi, delle università) per fornire i dati che potranno, di ritorno, essere sfruttati a fini di controllo o di targeting per gli omicidi mirati diventati strumenti di guerra a bassa intensità o a garantire l’approvvigionamento di terre rare per l’industria dei microchips. Il rapporto tra Big Tech e Stato, nel quale le prime non possono più essere definite imprese «private» in senso classico, il secondo non può più essere inteso come detentore sovrano della decisione politica, e la dipendenza reciproca tra le une e l’altro è la misura dell’ibridazione irrecuperabile intervenuta tra di essi, è fatto di oscillazioni nei rapporti di forza tra i due attori, Big Tech e Stato globale, ed è una delle caratteristiche definitorie dell’ingresso in una fase politico-economica altamente differente da quelle che la hanno preceduta. Lo Stato, risignificato quanto alla sua «sovranità», dato che essa, quanto alle sue caratteristiche definitorie non può più essere detta coincidere né con la detenzione del monopolio della violenza su di un territorio, né volta a scavare e a conservare la differenza tra pubblico e privato, o tra politica e mercato, si comporta come impresa ibrida e contribuisce alla realizzazione dell’insieme di mediazioni, giuridiche e di potenza, che ristrutturano sul piano transnazionale le sfere della produzione, della circolazione, dell’estrazione e della distribuzione del valore. Si tratta del processo contraddittorio, frenetico e complicato che, molto più in generale, ridisegna ininterrottamente le geografie dell’accumulazione e muove la geopolitica, patente e nascosta, tra attori regionali del multipolarismo imperiale con i differenti e reciprocamente contraddittori interessi che le tengono in tensione. Il concetto di «capitalismo politico» di recente introdotto da Sandro Mezzadra e Brett Neilson, che ha anche il pregio di disambiguare l’espressione «capitalismo di Stato» circolante in parte della letteratura internazionale, fotografa con precisione la complessiva trasformazione che segna se non la fine del neoliberalismo, quantomeno il suo ingresso in una nuova fase, nella quale le logiche del capitalismo estrattivo, la centralità assunta dalle infrastrutture logistiche e il controllo dei flussi di uomini, merci e denaro, diventano imprescindibili e rendono di nuovo significativo il ruolo dello Stato come sincronizzatore, come dispositivo di scambio e come apportatore di risorse finanziarie per le operazioni aggregate del capitale e per l’inedita produzione di assemblaggi tra territori, potere e diritti nel quale esse possono circolare. Lo Stato, deterritorializzato dai processi che lo attraversano e che non può ostacolare (movimento dei capitali finanziari, tensioni sui mercati valutari, investimenti a scopo di riarmo nel quadro delle alleanze internazionali o richiesti dalla creazione di infrastrutture transnazionali) può così rientrare nel campo analitico come polo di attrazione per i flussi finanziari globali grazie alle funzioni di coordinamento, di accelerazione o di disciplinamento che è localmente in grado di realizzare contribuendo alla loro riterritorializzazione. In un libro oggettivamente importante, Ilias Alami e Adam D. Dixon hanno fissato quattro diverse funzioni assunte dal capitalismo politico negli ultimi decenni. Una fase, peraltro anticipata rispetto alla crisi finanziaria del 2008 e alla crisi pandemica, segnata dalla ripresa di compiti regolatori dello Stato in economia. Basti ricordare la politica monetaria e il nuovo ruolo assunto dalle Banche centrali negli USA e in Europa o gli enormi piani di stimolo in Cina evidentemente stridenti con la presunta ortodossia del neoliberalismo e con l’idea di una spontanea autoregolazione dei mercati. La prima è una funzione immediatamente produttiva. In essa lo Stato investe i capitali che è in grado di attrarre dalla finanza globale o che ha a disposizione come risparmio pubblico per rafforzare il posizionamento delle proprie industrie nel quadro di networks transnazionali ad alto valore aggiunto o a favore di progetti strategici di innovazione tecnologica. Significativi, in questo senso, sono il progetto tedesco National Industrial Strategy 2030, i progetti France 2030, Saudi Vision 2030, Singapore Economy 2030, Made in China 2025 o gli ambiziosi progetti europei REPowerEU, EU Green Deal, EU Chips Act. Ma altrettanto significativi sono altri progetti in Africa, Asia e America Latina volti a finanziare la connettività intra e interregionale, a stimolare sviluppo e competitività delle industrie locali e a costruire le condizioni per l’inserimento di imprese e nodi infrastrutturali specifici nelle catene di fornitura globale, contribuendo con ciò alla costante ridefinizione degli spazi operativi del capitale. La seconda funzione è una funzione assorbente. Lo Stato, attraverso significative trasformazioni delle sue istituzioni economiche, assorbe e reinveste capitale pubblico trasformandolo in capitale finanziario che mette in movimento, e quindi a valore, su diversi livelli e su differenti scale geografiche contribuendo alla composizione allargata e aggregata del capitale globale. Facendolo, esso svolge anche la funzione di assorbire crediti deteriorati o assets in sofferenza, socializzando le perdite e mettendo finanziariamente a valore il saldo che è possibile trarre da questo scambio. La terza funzione è una funzione di stabilizzazione, che viene svolta, tanto in funzione anticiclica quanto in funzione permanente, ad esempio dalle Banche centrali (politiche dei tassi di interesse o creazione di moneta) o, ad esempio in America Latina, Africa o Asia, dalle Banche di sviluppo che hanno agito rispetto ai rischi di contrazione del credito e di erosione del risparmio privato susseguenti alla crisi del 2008 e alla crisi pandemica. Vanno inquadrate in questa funzione anche l’ampia diffusione di strumenti finanziarizzati e digitalizzati di assistenza sociale o di credito al consumo – mi riferisco in particolare ai programmi G2Px («Government to Personx») incentivati, su scala nazionale, dalla Banca Mondiale, in particolare in Africa e in America Latina, allo scopo di privatizzare e di spoliticizzare le tensioni e i conflitti che rilevano da povertà e marginalità sociale. La quarta e ultima funzione del capitalismo politico è una funzione immediatamente disciplinare. Essa viene svolta tanto all’interno quanto all’esterno dei singoli Stati, contribuendo alla costante ritracciatura delle frontiere dell’accumulazione capitalistica. All’interno, addomesticando la produzione di soggettività e assicurando il filtraggio della frazione migrante del lavoro vivo, per allineare l’una e l’altra agli imperativi di competitività del capitalismo globale. Precarietà e debito, ma anche forme inedite di colonialismo interno, sono i perni di questa operazione, un’operazione che si potrebbe qualificare come diretta operazione di «counterinsurgency» contro le lotte condotte su questo stesso terreno che hanno ritmato gli ultimi decenni, che attacca frontalmente i processi della riproduzione sociale. Sul piano esterno, la funzione disciplinare si esercita invece scaricando aggressivamente altrove il peso degli aggiustamenti strutturali o cercando di ridefinire muscolarmente la divisione internazionale del lavoro per mezzo di strumenti di ricatto (dalle politiche tariffarie, ai dazi, alle guerre monetarie) o per mezzo di strumenti di finanziamento e di incentivazione di ricerca e innovazione nei settori tecnologicamente più avanzati, che a loro volta rilanciano e alimentano rivalità inter e infrarimperiali. Lo Stato ritorna in auge come perno per operazioni molteplici e multiscalari del capitale e, in forza degli apparati giuridici, disciplinari e di dominio dei quali esso resta garante pur nell’ampia ristrutturazione che lo modifica nel quadro neoliberale, torna anche come strumento per canalizzare e mettere a valore i flussi del capitale finanziario globale, sia nei territori di prossimità dove insiste immediatamente la sua azione, sia nel sistema allargato di rapporti geoeconomici e geopolitici al quale apporta le risorse che investe attraverso i suoi fondi di investimento sovrano. L’infrastrutturazione logistica del mondo e l’estrattivismo che essa rende possibile – dalle risorse naturali o fossili, ai dati, al lavoro vivo che si muove sulle rotte migratorie – sono ampiamente finanziati a livello globale da capitali che si muovono e che vengono messi a valore da logiche di investimento che passano anche per gli Stati e che si rimodulano in relazione alle specifiche occasioni o congiunture strategiche che vengono offerte alla loro territorializzazione. In questo senso, lo Stato, assieme a una molteplicità di altri attori politici, dalle organizzazioni internazionali ai grandi players privati, inquadra, modella e orienta accumulazione e valorizzazione del capitale nel contesto di operazioni che agiscono su differenti livelli, su differenti scale geografiche e che fanno perno (anche) sulle istituzioni economiche e politiche dello Stato per allargare il loro ciclo. Espropriato delle sue capacità di regolazione e di gestione della circolazione del capitale per mezzo degli strumenti di pianificazione, di welfare e fiscali dei quali esso era tradizionalmente dotato, lo Stato si trova a proiettare le sue politiche su scala nazionale ed extranazionale, acuendo le tensioni e i conflitti che da ciò derivano, sia ai fini della captazione e del controllo dei flussi finanziari e di investimento che può mettere a terra, sia ai fini del modellamento delle reti sulle quali si muovono uomini, merci e capitali; reti che striano e che ritagliano, tra cooperazione transnazionale e conflitto, le nuove geografie dell’accumulazione. Da un lato l’uso di tecnologie giuridiche che permettano l’affondo su quanto residua come inceppo al dispiegarsi del «libero» mercato sul territorio nazionale – l’assoluta continuità e costanza dello smantellamento del welfare e dello Stato sociale, la privatizzazione della sanità e dell’istruzione, la messa in carico disciplinare al singolo individuo della responsabilità della riproduzione –; dall’altro la proiezione dello Stato oltre i suoi confini, allo scopo di filtrare, controllare e organizzare i flussi dai quali dipendono approvvigionamento energetico, catene di fornitura, lavoro umano, capitali e denaro. È questa doppia modalità di intervento, che, è forse banale ricordarlo, non riguarda principalmente le dimensioni economiche dello Stato, ma la sua azione immediatamente politica, che consente di mettere a tema un ultimo, centrale elemento che guida la sua riattivazione. Lo Stato non controlla fino in fondo i processi che lo attraversano e il ridefinirsi in senso autoritario della sua azione accende una spia sulla centralità acquisita dalle lotte che si producono sul piano di circolazione e riproduzione della forza lavoro e sulle tensioni che attraversano il controllo sulla moneta. Per quanto riguarda la prima delle due cose, ampio è stato negli ultimi anni il ciclo di lotte globali per le pensioni, l’istruzione, la salute e l’ambiente. Ma, più in generale, la definizione dei lavori essenziali nel contesto della crisi pandemica, oltre a medici e sanitari, ha fotografato anche la centralità dei lavoratori della logistica dell’ultimo miglio, di fattorini e riders, degli operatori nelle catene di fornitura e negli hubs all’interno dei quali vengono organizzate circolazione e sincronizzazione dei flussi di merci globali. Si tratta di una tendenza cruciale che intensifica le risposte autoritarie dello Stato accentuando le trasformazioni del suo profilo giuridico indotte dal suo riorganizzarsi come regime di guerra nel contesto di tensioni che attraversano le relazioni internazionali. Lo Stato si ristruttura in senso apertamente autoritario sia per quanto riguarda le sue dimensioni costituzionali – si tratta di una tendenza ampiamente diffusa a livello globale, che determina l’indebolimento della divisione dei poteri e dei meccanismi di controllo giurisdizionale, ma anche la secca esecutivizzazione delle funzioni di governo –, sia per quanto riguarda l’insieme di condizioni che permettono di competere con le altre potenze in termini di estrazione di plusvalore, controllo sulla circolazione di uomini, merci e dati, organizzazione e difesa delle infrastrutture e dei nodi che connettono gli Stati a networks globali in via di costante ridefinizione e ritracciatura. La seconda delle due cose è altrettanto rilevante. Non solo perché uno dei poli principali di accelerazione delle tensioni internazionali riguarda i tentativi di dedollarizzazione degli scambi commerciali perseguiti da differenti attori internazionali e perché una delle forme di ritorno dello Stato è anche la battaglia per il controllo delle criptomonete e della moneta digitale – dalle «stablecoins» private alla «Central Bank Digital Currency» garantita dalle banche centrali, che di fatto disintermediano la funzione della finanza privata –, ma anche perché una delle costanti dell’azione degli Stati nel quadro neoliberale, in controtendenza con l’ortodossia di quest’ultimo, sono state, sin dagli anni precedenti la crisi del 2008, le politiche monetarie di stimolo all’economia. Si tratta di un punto particolarmente rilevante. In momenti di acuta crisi economica, la moneta viene deliberatamente sganciata sia dall’ancoraggio a un valore esistente sia dalla promessa di valorizzazione futura, e la creazione di denaro viene usata per colmare gli squilibri strutturali che ciclicamente sfociano in crisi finanziarie oppure per intervenire su situazioni emergenziali, qual è ad esempio stata la crisi del debito sovrano del 2012. Si tratta di una creazione di moneta ex-nihilo e senza contropartita che viene immessa nel circuito economico in maniera del tutto indipendente dalla relazione debito-credito e che esprime in massimo grado la funzione di comando che è ad essa immanente. Essa non serve (ma evidentemente questa è la posta in gioco) a scopo di redistribuzione della ricchezza o per finanziare interventi sulla crisi climatica e, in particolare nella congiuntura di guerra che attraversiamo, l’accesso alla liquidità viene riservato a soggetti privilegiati, ad esempio monopoli digitali o industria militare, consolidando le gerarchie esistenti e riproducendole a fini di valorizzazione. La spesa militare, si tratta di un caso paradigmatico, mette in sospensione le politiche di pareggio di bilancio (apripista in questa direzione è la riforma costituzionale tedesca del 2025, ma se ne discute in altri paesi europei), così come mai è successo a favore delle politiche sociali o di welfare. Anche in quest’ambito, il ritorno dello Stato attesta una certa continuità nel combinato disposto tra politiche monetarie, proiezione internazionale e riproduzione delle funzioni di controllo del mercato, della ricerca e dell’innovazione, della mobilità. Lo Stato ritorna anche come regime di guerra, e cioè come veicolo di una militarizzazione della vita politica ed economica che eccede l’effettivo dispiegamento delle forze militari e che può esistere del tutto indipendentemente dalla loro effettiva mobilitazione. Controllo delle infrastrutture logistiche transnazionali, disciplinamento per mezzo dell’alternanza tra definanziamento e incentivazione di università e centri di ricerca, sorveglianza delle frontiere e loro proiezione oltre i confini nazionali, sviluppo di più efficaci tecnologie di vigilanza digitale, richiedono investimenti per i quali la funzione di comando della moneta sono essenziali e i processi di riorganizzazione dei poteri dello Stato decisivi. Ma i processi sono tali, perché sempre contrastati e conflittuali. Lo sono nel quadro di evidente crisi delle relazioni internazionali, lo sono anche perché molti di questi processi di trasformazione sono stati resi necessari dalla necessità di rispondere alla continuità delle lotte globali. È su questo terreno che ci muoviamo. A noi la sfida di organizzarci dentro il sistema di coordinate che queste trasformazioni ci offrono. Riferimenti: Alami I. – Dixon A. D., The Spectre of State Capitalism. Critical Frontiers of Theory, Research and Policy in International Development Studies, Oxford, Oxford UP, 2024. Alami I. – Copley J. – Moraitis A., The “Wicked Trinity” of Late Capitalism: Governing in an Era of Stagnation, Surplus Humanity, and Environmental Breakdown, «Geoforum», 153, 2024, pp. 1-13. Alami I., State Theory in the Age of State Capitalism 3.0, «Science and Society», 85, 2, 2021, pp. 162-170. Bhorat Z. (ed.), Decoding Digital Authoritarianism, Report Prepared for Global Affairs Canada, 2023. Brandt U. – Sekler N. (eds.), Postneoliberalism. 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May 31, 2026
EuroNomade
Sawe e il nuovo ritmo della corsa
Sebastian Sawe è un maratoneta keniota. Fino a poco tempo fa il suo nome circolava soprattutto tra lə appassionatə più attentə. Il 26 aprile 2026 ha vinto la Maratona di Londra in 1h59’30”, diventando la prima persona a correre in una competizione i 42 chilometri e 195 metri sotto le due ore. Questa performance ha proiettato lui – e la pratica della maratona – in un’altra dimensione. Per anni quella soglia è stata rappresentata come una specie di confine biologico. Nel 2019 Eliud Kipchoge – altro gigante della corsa keniota — era riuscito a scendere sotto le due ore, ma in condizioni non valide per un record ufficiale: un evento costruito appositamente, con lepri che si alternavano, auto schermanti e supporti tecnici dedicati. Da allora la domanda è rimasta sospesa: quando sarebbe successo davvero, dentro una gara normale? > La risposta è arrivata a Londra. E non riguarda soltanto la maratona. Ogni > volta che un limite sportivo cade, infatti, non travolge solo una specifica > classifica. Trasforma l’immaginario di ciò che è diffusamente rappresentato > come possibile. La corsa è una delle pratiche sportive più diffuse al mondo. > Dentro convivono motivazioni molto diverse: correre stare bene, per > gareggiare, per passare del tempo con altre persone, per stare da solə. Per > molto tempo ha conservato un’immagine di sport relativamente semplice e > apparentemente democratico. Un paio di scarpe, un po’ di tempo libero, il > corpo che attraversa lo spazio. Negli ultimi vent’anni, però, questa presunta innocenza ha subito una radicale torsione. Ad esempio, le scarpe sono diventate strumenti altamente ingegnerizzati. I modelli di fascia alta integrano raffinate piastre in fibra di carbonio e schiume capaci di restituire energia a ogni passo. Costano centinaia di euro e promettono una maggiore efficienza biomeccanica. Lo stesso vale per gli strumenti di misurazione. Orologi GPS come quelli prodotti da Garmin non registrano soltanto tempo e distanza. Calcolano frequenza cardiaca, VO2 max stimato, carico di allenamento, capacità di recupero, qualità del sonno, livello di stress. La corsa, così, è diventata una produzione di dati senza soluzione di continuità. Peraltro, raramente questi dati restano privati. Piattaforme come Strava permettono di pubblicare allenamenti, confrontare prestazioni, competere sui segmenti, costruire reti sociali. Le performance esposte e comparate.  È in questo contesto che il risultato di Sawe assume un significato più ampio. Scendere sotto le due ore non è soltanto una straordinaria impresa atletica individuale. È anche un’accelerazione culturale. Un evento del genere modifica le aspettative collettive: influenza direttamente percezioni e posture di allenatorə, aziende, media, atletə professionistə e amatorə. Nella corsa contemporanea, del resto, la ricerca della performance non riguarda soltanto l’élite. > Le stesse logiche governano gran parte dello sport amatoriale: ottimizzazione, > comparazione, miglioramento continuo, trasformazione del tempo libero in > spazio produttivo, ottimizzazione. La corsa, in questa dimensione, non è > separata dal mondo che la circonda. Nella pratica del podismo riecheggia la > razionalità dominante: competizione permanente, necessità di auto misurarsi, > produzione continua di risultati visibili. Eppure questa non è l’unico modo possibile di pratica la corsa. Nonostante la pervasività di questa razionalità, la corsa ha una dimensione più ambivalente, complessa. Può favorire una relazione più diretta con il proprio corpo, determinare un tempo sospeso e indefinito, riformulare il modo di attraversare la città in maniera improduttiva, persino inutile. È forse questa tensione a rendere la corsa affascinante e in parte misteriosa. Dopo Sawe è probabile che l’attenzione verso la performance cresca ancora, spinta dall’industria sportiva, dalla tecnologia e dai media. La barriera delle due ore, una volta caduta, smette di apparire eccezionale e diventa un nuovo orizzonte da inseguire, ciascunə con i propri mezzi. Ma proprio perché la corsa è una pratica così diffusa e potenzialmente accessibile, il suo significato resta aperto. Può trasformarsi facilmente in efficace dispositivo di ottimizzazione individuale. Oppure restare, almeno in parte, uno spazio di sottrazione: qualcosa che non serve a produrre valore, ma ad attraversare il mondo alla ricerca del proprio ritmo. Immagine di copertina da Pixabay Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Sawe e il nuovo ritmo della corsa proviene da DINAMOpress.
May 28, 2026
DINAMOpress
Carcere degenere
Sovraffollamento cronico, rivolte nei penitenziari, suicidi, autolesionismo, droga, le carceri italiane stanno perdendo le grandi conquiste di civiltà giuridica a causa di un apparato burocratico stereotipato e politiche reazionarie. Non può esserci salute mentale in ambienti dominati dalla frustrazione, dall’umiliazione … Leggi tutto L'articolo Carcere degenere sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Trump di fronte alla crisi di fiducia tra neoliberismo,protezionismo ed autoritarismo
Riprendiamo le nostre conversazioni sui temi economici con Dario Togati professore di economia politica presso la scuola di Management ed Economia dell’università di Torino ed autore di un libro intitolato “il capitalismo fragile “ in cui affronta i temi della crisi di fiducia che attraversano oggi le società capitalistiche avanzate e le contraddizioni del modello Trump negli Stati Uniti . La crisi della fiducia nel caso di Trump ,si manifesta con la difficoltà degli Stati Uniti a sostenere il ruolo di egemone globale ,ereditato dalle conseguenze del 1989 con la fine della guerra fredda. L’aumento dell’incertezza globale provocata dagli scossoni del tycoon all’ordine globale rende ancora più problematico per gli U.S.A. mantenere il privilegio del dollaro come moneta di riferimento degli scambi internazionali ed al contempo bene rifugio. A differenza delle opinioni di alcuni economisti non si può definire Trump un pazzo ma c’è un metodo nella sua follia ,non capirlo è la manifestazione di un limite evidente degli economisti che si basano su modelli avulsi dalla realtà ,dimostrando l’incapacità della teoria economica dominante di spiegare ciò che accade. Spesso l’accademia fa riferimento ad agenti economici che agiscono come Robinson Crusoe in un’isola deserta, l’economia teorica ha fatto grandi passi indietro mettendo da parte le idee di Keynes . Keynes viene riscoperto solo in occasione delle crisi, invocando l’intervento statale ,tanto vituperato dai neoliberisti, per affrontare le conseguenze catastrofiche provocate dalle stesse politiche neo liberali Trump rappresenta un tentativo rozzo e incoerente di rispondere alle difficoltà del capitalismo americano, ha vinto le elezioni perché ha interpretato la crisi di fiducia degli elettori che nasce da problemi strutturali del modello capitalista americano e dagli effetti della crisi finanziaria del 2008. Il declino del modello neoliberista, abbracciato dalle classi dominati americane dalla metà degli anni 70, è ormai ammesso da vari economisti .Si è passati da un modello inclusivo che vedeva tassi di crescita elevati ,aumento del salario reale,espansione del welfare ad un modello neoliberista dominato dalle teorie monetariste di Milton Friedman sperimentate sulla pelle viva dei cileni con il golpe del 1973 . Con la crisi petrolifera che è seguita alla guerra del Kippur e la reazione dell’Opec con la crescita del prezzo del petrolio è saltato il modello dominante keynesiano. L’aumento dell’inflazione ,la fine degli accordi di Bretton Woods e della convertibilità in oro del dollaro sono stati alcuni dei fattori che hanno permesso al modello monetarista di prendere il sopravvento nella politica economica e nell’accademia . Si è fatta strada l’idea che la politica del “laissez faire” portasse ad una crescita per tutti ,come quando la marea fa alzare le barche piccole e grandi,invece le diseguaglianze sono aumentate e i profitti si sono concentrati in poche mani . Con la crisi del 2008 il turbocapitalismo si è inceppato, il modello di crescita continua si è rivelato un incubo, ha prodotto disuguaglianze, aumento dei profitti finanziari ,compressione dei salari, crescita della povertà. La crescita di Wall street è stata superiore a quella dell’economia reale, nel 2008 molti colossi finanziari sono stati salvati a differenza dei piccoli risparmiatori che hanno perso la casa ed i propri risparmi. Trump ha cavalcato questo scontento, ha dato una risposta alle istanze del popolo MAGA che lo ha sostenuto mirando ad accontentare la sua base con una risposta di tipo autoritario che si indirizzava su due direzioni: l’attacco contro chi sta in basso come migranti, stranieri e contro chi sta in alto alle élite,i giornali,le università, alla ricerca scientifica. Due modi di rispondere alla base che forniscono un “salario ideologico” per compensare la perdita del potere d’acquisto reale causato dalle sue politiche che aggravano le condizioni dei lavoratori americani . Con lo sfoggio di autorità religiosa, il coinvolgimento dei vari pastori ,la polemica con il Vaticano ,la costituzione dell’Ufficio della fede vuole sfruttare la religione per vendere un modello di supremazia americana in cui il suo è l’unico potere al mondo capace di dettare l’agenda a qualsiasi altro potere. Anche la tecnologia diventa messianica , trova testimonial come Peter Thiel che va in giro a fare conferenze sull’Anticristo ,si sta producendo una narrazione pericolosa che occulta la realtà del declino del potere d’acquisto reale delle famiglie americane ,come dimostra molto più prosaicamente l’aumento della benzina a 5 dollari al gallone. L’operazione narrativa cozza però con il problema reale dell’enorme debito pubblico americano e le difficoltà a rendere appetibile il dollaro. La disarticolazione delle organizzazioni multilaterali e la politica dei dazi mirano ad accrescere l’afflusso di capitali e la richiesta sul mercato dei dollari. I cinesi hanno per anni comprato debito americano, ma negli ultimi tempi stanno riducendo la loro esposizione ai treasury americani, Trump vuole evitare che nasca una moneta alternativa al dollaro, ridurre l’appeal dell’euro, attraverso questo stato di guerra continua vuole impedire la nascita di una seria alternativa al dollaro considerando che lo yuan non è convertibile ed ancora non è diventata una moneta universalmente utilizzata negli scambi commerciali. Il modello di capitalismo casinò messo in piedi da Trump con i monumentali conflitti d’interessi suoi e del suo clan è estremamente fragile ed esposto ad oscillazioni vertiginose . Se cambia il vento a Wall street la finanza è molto veloce a cambiare cavallo e il progetto delle criptovalute rappresenta il tentativo di trasferire sulla Fed l’onere di proteggere i suoi investimenti dalla volatilità , altro che la visione ultraliberale di von Hayek ,di una valuta che esiste senza banche centrali e solo con lo scambio fra privati . Trump è legato alle lobbies del fossile ,il mondo della old economy ,vorrebbe reindustrializzare l’economia americana ma non è facile ritornare indietro dopo aver delocalizzato in giro per il mondo la produzione manifatturiera. Con il modello protezionista dei dazi dovrebbe essere più conveniente investire negli Stati Uniti , ma questo impasto di protezionismo ,neoliberismo autoritarismo non sembra convincere i potenziali investitori. Il capitalismo è un sistema plastico e proteiforme che cambia pelle di continuo, l’idea forte è che la competizione globale puo’ essere vinta da un sistema che abbia capacità di centralizzazione ,dirigismo dall’alto. Trump è divenuto il collettore delle istanze dei grandi tecnocapitalisti ,orientanti verso il comparto bellico , perseguendo un coordinamento delle strategie industriali già iniziato da Biden di natura più dirigista che neoliberista. Si va verso una sorta capitalismo di stato, generando anche una divergenza d’interessi tra i grandi fondi e le politiche di Trump che implicano la fine del soft power, la cui perdita se dovesse tracimare nel sistema finanziario comporterebbe seri rischi per il fondi finanziari che controllano i flussi d’investimento. https://www.spreaker.com/episode/trump-di-fronte-alla-crisi-di-fiducia–72134988
Intervista a Radio Onda d’Urto sulla scuola neoliberista tra militarizzazione e riforma del 4+2
Nella puntata del 16 maggio 2026di Scuola Resistente, Mario Sanguinetti, promotore del giovane sindacato SSB (Sindacato Sociale di Base) e tra i fondatori dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, torna a parlarci della stretta connessione tra professionalizzazione in chiave “confindustriale” dei tecnici e professionali ridotti a quattro anni e la scuola vista ormai anche come luogo di addestramento più che di formazione critica ed educazione ad una cittadinanza attiva. L’enfasi perdurante data alle cosiddette competenze digitali, le recenti dichiarazioni di un ex-rappresentante delle industrie armiere, Guido Crosetto, l’ossessione nel voler cavalcare l’onda dell’artificiale nella vana speranza di contrastarne le sue ingerenze anchilosanti nei processi di apprendimento e memorizzazione sono tutti segnali che indicano, come rotta futura, una mobilitazione culturale, calata dall’alto, intorno ad una “cultura della difesa” che necessita, appunto, di un reclutamento anche e soprattutto tra i banchi scolastici. Se da un lato, tra le varie aziende che vampirizzano il sistema scolastico negli ITS Academy Leonardo SpA spesso fa capolino, non va mai dimenticato che a Roma, da tre anni scolastici, va avanti indisturbato un liceo pubblico, il Matteucci, direttamente sponsorizzato e finanziato da Leonardo SpA con la sua Fondazione Leonardo – La Civiltà della Macchine, con tanto di “tutor aziendale” e continui andirivieni degli studenti, tra scuola e azienda. Questo liceo è stato inaugurato in pompa magna da Luciano Violante. In tal proposito Mario Sanguinetti, a più riprese, ha ricordato come proprio gli ambienti cosiddetti progressisti, nel corso degli ultimi decenni, siano stati i veri protagonisti della creazione di un sistema educativo asservito all’economia neoliberista, in ultima analisi diremo anche all’economia di guerra, tendente alla standardizzazione tramite, ad esempio, sistemi di valutazione come l’INVALSI, ed una visione economicistica del processo educativo. Si tratta di elementi tutti molto coerenti con, appunto, un’economia di guerra che richiede come atteggiamento, un rispetto a critico delle norme, (la cosiddetta “educazione alla legalità”), una citazione passiva di tutti gli elementi repressivi che si sperimentano in tutte le scuole ormai da anni a partire dai presidi-sceriffo. Dal Berlinguer del sistema dei crediti e del 3+2, ad un Renzi della “buona scuola” in buon compagnia anche di altri ministri sempre del centro-sinistra, sono innumerevoli gli esempi di deriva neoliberista e liberale nell’impostazione generale del sistema formativo ed educativo. Da questo punto di vista, anche la recente ordinanza ministeriale che sistematizza rendendola più operativa e concreta, la possibilità di anticipare al quarto anno l’esame di Stato, rappresenta un passo in avanti inaugurato, appunto, dalla “buona scuola” di Renzi, ma ideato da gestioni precedenti che va nella direzione di un individualismo competitivo e performante: una sorta di corsa verso il mondo del lavoro improntata ad una velocità che rappresenta l’antitesi della formazione non solo culturale ma anche come cittadino-persona consapevole in stretta relazione/collaborazione con altre persone. Ascolta qui l’intervista a Mario Sanguinetti per Radio Onda d’Urto. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente