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Il soccer che ha scelto di stare con Trump
Trump sta cercando di egemonizzare il calcio negli USA e farne un importante strumento della sua propaganda: alcune note figure del soccer hanno deciso di stare dalla sua parte. di Valerio Moggia (*)     Una cosa che è cambiata drasticamente tra la prima e la seconda amministrazione Trump è il rapporto del Presidente con il calcio. Un tempo, era lo
February 25, 2026
La Bottega del Barbieri
USA “Come resistiamo all’ICE”
Per riaccendere i riflettori sulla resistenza in Minnesota, dopo lo spegnimento dei fari sulla vicenda operato dall’informazione italiana, riprendiamo da “Officina Primo Maggio” l’intervista a Janette Zahia Corcelius (sindacalista  dei Democratic Socialists of America) e Rafael Gonzales (rapper, insegnante) attivisti del “Ice Out”,  il movimento spontaneo mobilitatosi a Minneapolis contro l’offensiva anti-immigrati a seguito dell’uccisione a sangue freddo di Renée Good e di Walter J. Pretty. Le manifestazioni di piazza nella città americana «hanno dimostrato che si può resistere alla politica reazionaria di Trump non, come auspica qualcuno anche in Italia, aspettando la rivincita nelle urne a novembre o affidandosi a qualche magistrato illuminato, bensì ricorrendo ai mezzi storicamente più efficaci a disposizione dei lavoratori e delle classi subalterne: scioperi e manifestazioni»[accì]   Come si è sviluppata la vostra lotta e che esperienze avevate alle spalle? Janette: Prima di arrivare in Minnesota l’ICE era stato anche altrove – Los Angeles, Chicago ecc. – ma si trattava di grandi città. Minneapolis e Saint Paul, le Twin Cities, invece, hanno rispettivamente 400 e 300mila abitanti, il Minnesota in tutto meno di sei milioni. Qui Trump ha inviato circa 3mila agenti, un’enormità. L’altro aspetto decisivo è che qui nel 2020 c’è stata l’uccisione di George Floyd per mano della polizia e da qui è partita la reazione che ha infiammato tutto il paese. Alcuni monumenti identificati come simboli di ingiustizia razziale sono stati abbattuti. diversi edifici pubblici dati alle fiamme. La separazione tra destra e sinistra si è accentuata. Nel 2022 la Minneapolis Federation of Teachers ha proclamato uno sciopero, il primo dagli anni ‘70, durato 18 giorni. E in passato il Minnesota ha avuto una tradizione importante di movimenti progressisti, come quello dei nativi, e mobilitazioni sindacali, come lo sciopero dei Teamsters del 1934. Insomma una storia di resistenza in cui si intrecciano soggetti e motivi variegati. Rafa: Aggiungo che abbiamo anche una storia di attacchi alle comunità dei migranti. Qui, ad esempio, vive un’ampia comunità di somali, che sono stati anche loro presi di mira e sono emersi anche elementi di islamofobia. Nel 2020, quando fu ucciso George Floyd, molti membri delle nostre comunità si sono attivati e abbiamo maturato delle competenze. Ma la storia inizia prima, perché in passato avevamo già avuto dei neri uccisi dalla polizia. Insomma siamo stati costretti a organizzarci, vigilare sulle comunità e tenerle al sicuro. In che modo vi siete organizzati e che tattica avete adottato? J.: La mobilitazione non è stata spontanea. C’è stata una preparazione, perché sapevamo che saremmo stati nel mirino. Come ricordava Rafa la rivolta per George Floyd è avvenuta durante il primo mandato di Trump, che è un personaggio vendicativo. Inoltre il governatore del Minnesota Tim Walz nel 2024 è stato uno stretto collaboratore di Kamala Harris e candidato alla vicepresidenza e questa per Trump era un’altra ragione di vendetta. Perciò già prima che l’ICE arrivasse decine di migliaia di persone si erano preparate ad agire. Sono state create delle chat di quartiere usando l’app di messaggistica Signal per coordinarsi, discutere e segnalare l’arrivo delle unità dell’ICE. Chat divise per scopo: alcune di sostegno, altre per attivare le squadre di risposta rapida. L’ICE, ad esempio, utilizza auto senza contrassegni, a volte prese a noleggio, una prassi assolutamente illegale. Uno dei compiti degli attivisti è identificarle e segnalarle prima che piombino sui loro obiettivi. R.: Nei quartieri la gente si è attivata. Come ha detto Janette 30mila persone hanno seguito dei corsi di formazione per imparare a respingere l’ICE. E sono state incredibilmente efficaci. Le chat e i gruppi organizzati quartiere per quartiere agiscono non solo a Minneapolis, ma in tutta l’area delle Twin Cities e anche oltre. Nelle due città ci sono meno di un milione di residenti, ma se consideriamo periferie e aree extraurbane arriviamo a 3 milioni e 700mila persone e i team di intervento rapido coprono tutta l’area. A causa della gentrificazione molte comunità marginalizzate sono state espulse dal centro delle città e spinte nelle periferie. Qui l’ICE è stato particolarmente aggressivo e le squadre sono state molto efficaci. La gente appena arriva l’ICE esce fuori dalle macchine, usa i fischietti per attirare l’attenzione di chi sta nelle case e nei negozi lì attorno e farli accorrere e riprende col telefono. L’ICE ha la meglio quando le vittime sono da sole o in piccoli gruppi. L’azione dei rapid support team serve a ridurre i rischi. Insomma qui abbiamo creato una rete di comunicazione molto ramificata e capillare, al cui interno sono maturate delle competenze ed è un sistema replicabile in altre città dove l’ICE farà le stesse cose che ha fatto qui. Che ruolo hanno avuto il sindacato e i Democratici? J.: Oltre alle comunità, che hanno addestrato squadre di intervento rapido e osservatori legali, anche i sindacati hanno incoraggiato gli iscritti ad attivarsi, in particolare per impedire all’ICE di entrare nei posti di lavoro e nelle scuole. A dir la verità ha anche cercato di fare in modo che gli agenti di polizia ostacolassero o non collaborassero con l’ICE, ma la polizia non ha mosso un dito. Sono razzisti e non faranno mai nulla per proteggerci. Poi c’è la questione casa. Il Minnesota ha approvato una legge antisfratti, ma il governatore Tim Walz non la sta applicando, perciò siamo intervenuti anche su questo tema. Raccogliamo fondi per aiutare chi non riesce a pagare l’affitto e proprio in queste ore abbiamo lanciato uno sciopero degli affitti chiedendo una moratoria sugli sfratti e aiuti a chi non ce la fa. Anch’io smetterò di pagare l’affitto in segno di solidarietà con chi non ci riesce. R: Questa iniziativa del sindacato è un’ottima cosa, perché ci sono molte famiglie in cui c’era una sola persona che portava a casa i soldi per pagare l’affitto di casa ed è stata arrestata ed espulsa dall’ICE o dalla Guardia di Frontiera, altri hanno perso il lavoro o lavoravano in aziende gestite da immigrati, che sono stati costretti a vendere le proprie attività, per cui hanno subito contraccolpi dall’arrivo dell’ICE. I raid contro gli immigrati hanno avuto un impatto drastico sul reddito di molte famiglie, che oggi non sono più in grado di pagare l’affitto. Ma ritrovarsi per strada significa essere ancor più vulnerabili, perché la casa è anche una protezione dalle violenze degli agenti federali. Su questo, come diceva Janette, la autorità non stanno facendo molto. Parli del governo del Minnesota? R.: Sì, ma anche del sindaco. Mi stai dicendo che il sindaco di Minneapolis ha mandato a quel paese l’ICE davanti alle telecamere, ma non è andato oltre? R.: Sì, certo. A differenza del consiglio comunale, che si è mosso, il sindaco Jacob Frey ha mandato affanculo l’ICE, ha fatto conferenze stampa e dichiarazioni pubbliche in favor di telecamera, ma poi non ci ha dato un aiuto concreto. Hanno fatto molto più di lui i gestori di tanti coffee shop e negozi che, essendo di fatto dei community hub aperti 12 ore al giorno, sono diventati un punto di riferimento per le squadre di attivisti, organizzano raccolte di cibo e altre cose utili a chi sta ore e ore in strada a vigilare e sono a disposizione per tutto l’orario di apertura al pubblico. In questi mesi l’afflusso di donazioni è stato enorme, anche se ora i numeri, man mano che la copertura mediatica si riduce, diminuiscono. J: Volevo aggiungere ancora una cosa sullo sciopero generale del 23 gennaio, perché, come saprai, si è aperto un dibattito sul tema se sia stato o meno un vero sciopero generale. Forse bisogna dire a chi legge che negli USA fare sciopero per ragioni politiche, come è stato il caso del 22 gennaio, è illegale e si rischiano sanzioni severe fino all’arresto. Giusto? J.: Sì, puoi scioperare solo per ragioni legate al tuo contratto di lavoro e poi ci sono procedure lunghissime che qui nel Minnesota possono durare anche 60 giorni. Qui però puoi andare via dal posto di lavoro in qualsiasi momento per ragioni di salute. Noi abbiamo incoraggiato i lavoratori a fermarsi – lo slogan era “no work, no school, no shopping” – utilizzando metodi praticabili senza esporre nessuno a conseguenze legali. Alla fine anche in molte aziende dove il sindacato non è presente i dipendenti sono andati dai loro datori di lavoro e hanno detto che quel giorno non sarebbero andati a lavorare. Il 23 nel Minnesota un lavoratore su quattro non ha lavorato, perciò credo che sia stato un vero sciopero generale. Dopo l’assassinio di Alex Pretty, che era un operatore sanitario iscritto all’AFGE, un sindacato del pubblico impiego, i lavoratori hanno chiesto di andare avanti e intere assemblee hanno appoggiato questa proposta, ma i gruppi dirigenti del sindacato hanno deciso diversamente. Un atteggiamento che per un verso è stato criticato, per un altro riflette un quadro di oggettiva debolezza del sindacato. Nel Minnesota il tasso di sindacalizzazione è superiore a quello federale, ma non supera il 15%. In Italia l’informazione ci ha detto che dopo l’esecuzione di Renée Good e Alex Pretty l’ICE si sta ritirando a poco a poco. È davvero così? E più in generale cosa vi aspettate dal futuro qui e a livello federale e che lezioni avete ricavato da quanto è successo? R.: Su quanti agenti dell’ICE e del Border Patrol ci siano ancora in città ci sono varie ipotesi. Sappiamo che doveva partire un primo contingente di circa 700 agenti e che altri dovrebbero seguirli, ma non possiamo dire con certezza se tutti quelli che dovevano andarsene abbiano effettivamente abbandonato la città. In realtà ci sono ancora molte operazioni in corso. Le squadre dell’ICE sono ancora molto attive, in particolare nelle periferie, così come vengono segnalate molte attività e transito di mezzi dell’ICE e humvee militari nell’edificio che li ospita, dove probabilmente pianificano nuovi raid e si preparano a eseguirli. Quel che è certo è che così come mentono quando ci raccontano che a Gaza l’esercito israeliano ha smesso di sparare, possono mentire quando parlano dell’ICE a Minneapolis. Di sicuro ICE, Border Patrol e governo hanno cambiato tattica. Bovino era un personaggio che attirava le telecamere col suo stupido taglio di capelli, il suo look nazi, i lanci di lacrimogeni contro la gente. E faceva fare pessima figura al governo federale. Il suo sostituto Tom Homan è più esperto e soprattutto non cerca l’attenzione dei media. Dirà ai suoi uomini di essere più rapidi, di completare i raid in 7-8 minuti, in modo professionale e indolore, ma andrà comunque avanti. D’altra parte arrivano segnalazioni di agenti che tentano di infiltrarsi, si presentano in strada coi fischietti al collo e fanno intelligence, raccolgono informazioni. Per questo è fondamentale continuare a fare pressione. Le comunità in questo momento sono più vulnerabili, perché l’attenzione è scesa e se sei solo, come dicevo, il rischio di essere preso aumenta. Poi conosciamo Trump. Può ritirare l’ICE adesso e tra un minuto dire: “Hey, vi mandiamo altri 3mila agenti”. Più in generale come vedi il futuro? R.: Ci sono anche altre città su cui l’azione dell’ICE ha e avrà un impatto significativo. Del resto il problema non è iniziato con Trump. Il presidente che ha espulso più immigrati di chiunque è stato Obama, ma i media all’epoca non hanno dato tanto peso alla faccenda. Oggi il grosso dell’attenzione mediatica deriva dal fatto che c’è una crisi politica nazionale senza precedenti. In passato quando dei neri venivano uccisi dalla polizia non c’è stata la stessa attenzione. Due cose ancora prima di concludere: i raid dell’ICE con l’immigrazione non c’entrano nulla. Qui la posta in gioco è l’esercizio del potere in una società che protegge gli interessi delle aziende ma non quelli della gente comune. Perciò noi continueremo a lottare, per mandare via l’ICE e non solo, ma è chiaro che se vanno via da qui per andare a fare le stesse cose in altre città il problema non è risolto, cioè il problema va affrontato come una questione nazionale. Secondo: andremo avanti senza cadere nella trappola del governo. Trump vorrebbe che qui succedesse quello che è successo nel 2020, cioè che bruciamo gli edifici federali. Noi restiamo sul terreno della protesta pacifica, perché non vogliamo farci attirare su quel terreno. J.: Voglio aggiungere un’ultima cosa. Chiedevi se abbiamo tratto qualche lezione da quello che è successo. A mio avviso la lezione principale è che la sinistra deve creare un fronte unito per combattere il fascismo. Noi qui lo abbiamo fatto e pensiamo di poter essere di esempio per altri, anche se temo che altre città non siano altrettanto organizzate, perché viviamo in un paese in cui si è molto individualisti e isolati. In un fronte unitario, naturalmente, si possono applicare tattiche diverse, che non tutti condividono e nondimeno credo vadano rispettate. La cosa più importante, però, è cominciare a prenderci cura dei nostri vicini e dei nostri colleghi di lavoro. Qui lavoriamo con semplici mamme, molte politicamente liberal, senza alcuna esperienza di attivismo alle spalle. Ma è quello che serve per combattere il fascismo: creare un movimento di massa. E darsi obiettivi realistici. Sennò il rischio è cadere nella stessa trappola di Black Lives Matter, che chiedeva di abolire la polizia, ha fallito e ora abbiamo una società più militarizzata di prima. Io sono socialista. Credo che si debba lottare contro l’ICE, usare l’arma dello sciopero generale, ma credo anche che dobbiamo chiedere la pubblicazione degli Epstein files, non per colpire Trump, ma per mostrare come funziona il capitalismo. Non voglio “tornare alla normalità”, voglio una società nuova.   ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU PUNTOCRITICO Redazione Italia
February 21, 2026
Pressenza
A Minneapolis la nonviolenza ce l’ha fatta
Talvolta non ci accorgiamo dei successi delle strategie nonviolente. Ovvero non viene messo in evidenza quanto si è riuscito a ottenere grazie a movimenti popolari diffusi e organizzati che si sono opposti nonviolentemente agli abusi di potere e alla violenza. In questi giorni, Tom Homan, responsabile delle politiche di frontiera di Trump, ha comunicato ufficialmente che l’operazione che prevedeva la presenza dell’Ice in Minnesota è praticamente conclusa e che i poliziotti stanno smobilitando. Naturalmente l’amministrazione Trump parla di un successo per cui oggi il Minnesota “è meno uno Stato santuario per i criminali”, dicono. La verità è che la pressione popolare si era rafforzata e diffusa e ha costretto a battere in ritirata. Ora, però, non bisogna mollare anche perché, oltre a Renée Good e Alex Pretti, le due persone assassinate nel corso delle proteste, le operazioni hanno provocato gravi danni e traumi nella comunità di Minneapolis. Non bisogna mollare e fare in modo che quello che è successo lì non si ripeta altrove. Pensate che nel Congresso di quel Paese democratico, l’opposizione non riesce nemmeno a condizionare il sì al rifinanziamento delle missioni dell’Ice a criteri basilari come l’obbligo di mandati delle procure per effettuare i raid, l’identificabilità e la riconoscibilità degli agenti che devono essere a volto scoperto. Ma intanto a Minneapolis la nonviolenza ha segnato un punto a suo favore. Mosaico di pace
February 13, 2026
Pressenza
USA, Come viene organizzata l’autodifesa popolare contro l’ICE
È uscito in inglese (CrimethInc) e in francese (Lundimatin) un articolo che ricostruisce le tattiche di autodifesa contro l’ICE messe in atto dalla popolazione delle Twin Cities (Minneapolis-Saint Paul). Gabriele Battaglia lo ha tradotto in italiano per metterlo a disposizione, perché crediamo sia necessario cominciare a porsi il problema di come sia possibile esercitare forme di autodifesa popolare anche nelle nostre città, di fronte al graduale appiattimento del governo italiano sul trumpismo e al proliferare di decreti e “pacchetti” sicurezza che reprimono il dissenso e deresponsabilizzano, garantiscono impunità e quindi lasciano sempre più mano libera alle polizie. Questa testimonianza potrebbe servire da spunto. Come dicono gli autori, non si tratta infatti di copiare pari pari un modello di autodifesa popolare specifico per un contesto sociale e urbano diverso dai nostri, ma di coglierne lo spirito di autorganizzazione dal basso per adattarlo alle nostre realtà. (Effimera) * * * * * Le reti di risposta rapida, organizzate dalla popolazione per proteggere le proprie comunità dagli agenti federali che cercano di rapirle, brutalizzarle e terrorizzarle, si sono evolute rapidamente per stare al passo con i metodi in continua evoluzione dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Durante le ultime sei settimane di occupazione, i volontari delle Twin Cities (Minneapolis-Saint Paul) hanno costantemente perfezionato i loro metodi di risposta, dando vita a una struttura dinamica e solida. Questo rapporto esplora questo sistema con l’obiettivo di supportare altri gruppi in tutto il paese che potrebbero presto trovarsi ad affrontare pressioni simili. Il 2 dicembre, 100 agenti dell’Immigration and Customs Enforcement sono stati dispiegati nelle Twin Cities, nell’ambito di un’ondata di arresti e deportazioni che ha interessato diverse città. Da allora, le Twin Cities sono diventate città sotto assedio, irriconoscibili per molti residenti. Il numero di agenti federali che le occupano è aumentato di 30 volte, arrivando a quasi 3000. A titolo di paragone, il Dipartimento di Polizia di Minneapolis ha circa 600 agenti. L’omicidio di Renee Nicole Good, membro della rete di risposta rapida, il 7 gennaio, seguito una settimana dopo dal ferimento di un’altra persona, il 14 gennaio, ha catturato l’attenzione del paese. Tuttavia, la maggior parte delle persone presume che ciò che sta accadendo nelle Twin Cities sia simile alle misure di controllo che l’ICE attua in altre parti del paese, così come le forme di resistenza. Al contrario, la portata degli arresti, delle deportazioni e degli scontri è senza precedenti. L’onda Nei mesi che hanno preceduto il grande afflusso di agenti dell’ICE nelle Twin Cities, residenti e organizzazioni locali hanno creato un sistema di risposta rapida piuttosto centralizzato in cui eventuali testimoni [di violenze dell’ICE] avrebbero potuto inviare le loro segnalazioni – con diversi livelli di fondatezza – a un amministratore, tramite un sistema di messaggistica di massa. Una volta ricevute, standardizzate e verificate le segnalazioni, i coordinatori le diffondevano ampiamente attraverso il sistema, che a sua volta mobilitava le persone nelle vicinanze. Questo sistema sembrava efficace nel generare mobilitazione durante operazioni su larga scala, come un’irruzione in un caseggiato, ma ha cominciato a mostrare i suoi limiti quando l’ICE ha inaugurato interventi più rapidi e meno intensi. In seguito, intorno al 1° dicembre, i raid della polizia sono quasi scomparsi e gli agenti, giunti in massa, hanno avviato una serie di perquisizioni e arresti a tappeto. Il vecchio modello si è rapidamente rivelato obsoleto, perché la finestra di tempo per intervenire si è ridotta a pochi minuti. I membri della comunità che desideravano qualcosa di più conflittuale rispetto all’esistente sistema “osservatorio legale” – piuttosto inefficace – hanno iniziato a creare un sistema parallelo per colmare le lacune e muoversi più agilmente. Questo sistema è nato con una chat room su larga scala focalizzata su quanto succedeva nel Southside, dove chiunque poteva pubblicare qualsiasi tipo di avviso. Con l’intensificarsi e l’accelerazione delle operazioni dell’ICE, questa chat room, più aperta e reattiva, ha visto crescere i suoi iscritti ed è diventata uno spazio interessante per coloro che desideravano andare oltre la semplice documentazione delle operazioni dell’ICE. Inizialmente, i partecipanti hanno utilizzato il sistema di segnalazione esistente per avvisare le persone specificamente prese di mira dall’arrivo dell’ICE e infastidire gli agenti, poi hanno gradualmente cercato di contrastarli: bloccando i veicoli dell’ICE con le proprie auto, bloccando fisicamente gli agenti e mobilitando folle e squadre specifiche per intimidire piccoli gruppi di agenti e costringerli alla ritirata. Con l’aumentare delle dimensioni delle chat room, ne sono state aperte di nuove per suddividere la città in sezioni sempre più piccole, alcune delle quali coprono a malapena un raggio di quattro isolati. Questo consente agli utenti di monitorare le segnalazioni che li riguardano direttamente e di rispondere in modo rapido ed efficace alle segnalazioni nelle vicinanze. Contro-sorveglianza Queste reti hanno ampiamente beneficiato di un sistema di controsorveglianza istituito presso la sede locale dell’ICE. Il Whipple Building, un edificio federale situato a Fort Snelling, alla periferia di Minneapolis e Saint Paul, ospita da tempo il quartier generale regionale dell’ICE, dopo aver precedentemente ospitato altre agenzie federali. Il complesso si trova di fronte a una guarnigione della Guardia Nazionale, vicino a un’installazione militare e adiacente al forte stesso, che è ancora in piedi. Il forte sorge su un luogo sacro alla confluenza di due corsi d’acqua. Fu uno dei primi insediamenti coloniali della zona e, per un certo tempo, servì anche come campo di detenzione per i nativi Dakota. Il complesso Whipple comprende uffici amministrativi, strutture di smistamento e detenzione al piano interrato e un ampio parcheggio. I residenti hanno individuato questo sito come un punto strategico durante l’estate e vi hanno mantenuto una presenza costante dallo scorso agosto. L’edificio è circondato da due autostrade, due fiumi e un aeroporto. Con solo due punti di accesso veicolare, è facile monitorare gli spostamenti dei veicoli dell’ICE. L’operazione Whipple Watch – così come è conosciuta – mobilita attivisti e osservatori che stanno sul posto da mesi. Raccolgono informazioni sui convogli diretti in città o che trasportano i detenuti all’aeroporto, identificano modelli operativi, nonché giorni e orari di punta delle attività, e registrano meticolosamente le targhe dei veicoli. Questo database viene consultato quasi costantemente, consentendo alle squadre di intervento rapido, a piedi o a bordo di veicoli, di confermare la presenza di mezzi dell’ICE in tempo reale. L’ICE ha iniziato a cambiare regolarmente veicoli e targhe nel tentativo di contrastare questo sistema di controsorveglianza, ma il numero di segnalazioni ricevute continua ad aumentare. Whipple Watch persegue tre obiettivi principali: * Fornire alle reti di risposta rapida locali un sistema di allarme preventivo, in caso di massicci afflussi di truppe e convogli; * La raccolta di dati, in particolare tramite i registri di immatricolazione dei veicoli; * Assicurarsi che l’ICE sappia di essere monitorato, anche sul proprio territorio. Whipple Watch ha chiaramente raggiunto questi obiettivi, nonostante la presenza di una forza militarizzata più che ostile. Come funziona Ogni distretto della città (Southside, Uptown, Whittier, ecc.) dispone di team di coordinatori che, negli orari delle operazioni, si alternano alla gestione continua della comunicazione tramite la piattaforma Signal. Occasionalmente, diversi coordinatori operano contemporaneamente per condividere compiti aggiuntivi come il monitoraggio delle comunicazioni, l’inoltro delle segnalazioni ad altri canali o la verifica delle targhe. Questa distribuzione delle pattuglie garantisce inoltre una copertura uniforme dell’intera area, consente di raccogliere informazioni e facilita l’assistenza durante gli scontri. Tutti i pattugliatori, in auto e a piedi, rimangono in linea per tutta la durata del pattugliamento. Il flusso costante di informazioni consente alle altre auto di decidere se sono ben posizionate per unirsi, assumere il controllo di un’operazione di sorveglianza o continuare la ricerca di altri veicoli. Poiché l’organizzazione è stata suddivisa in zone di quartiere più precise, i residenti di molte aree hanno anche istituito un sistema di messaggistica istantanea giornaliero. Le chat vengono ricreate ed eliminate ogni giorno per mantenerne la leggibilità ed evitare sovraccarichi (il numero massimo di partecipanti per gruppo Signal è limitato a 1.000 persone). Diversi quartieri, sia nelle città sia nelle periferie, hanno replicato la struttura di base di questo sistema, ma con modelli, strutture di discussione, meccanismi di verifica e metodi di raccolta dati leggermente diversi. Un gruppo di raccolta informazioni raccoglie i dati anonimi inviati da Whipple Watch e da diversi gruppi locali di risposta rapida, quindi li organizza in formati utilizzabili, come mappe interattive delle aree ad alto rischio. Questo gruppo gestisce anche il database consultabile delle targhe, classificate come: “membri ICE confermati”, “membri ICE sospetti”, “non-membri ICE confermati” e altre. “I miei genitori erano in un bar quando hanno sentito fischi e clacson. All’improvviso tutti i clienti si sono alzati e si sono precipitati verso l’uscita.” Sono stati creati altri forum di discussione localizzati, in particolare in scuole, comunità religiose e servizi di consegna di generi alimentari locali. Un’altra novità è stata la chat di ammissione di Neighborhood Networks, che funge da punto di raccolta per i volontari in arrivo. Nuove persone provenienti da qualsiasi parte della città, o dello stato del Minnesota, possono registrarsi ed esplorare i vari forum disponibili. Gli amministratori li aggiungono quindi ai gruppi aperti o li indirizzano ai processi di selezione e formazione per gruppi più chiusi. Più di recente, i coordinatori hanno testato un “sistema di relé” [“ripetitori”, intesi non come dispositivi ma come persone, ndt] per cui i pattugliatori che pedinano i veicoli fino al limite della loro area possono comunicare tramite messaggistica istantanea e passare il veicolo a un pattugliatore della zona limitrofa. Ciò consente ai pattugliatori di concentrarsi su percorsi sempre più brevi, che possono padroneggiare rapidamente e quindi coprire meglio di qualsiasi agente ICE. Inoltre, i “relé” di lingua spagnola copiano gli avvisi dalle chiamate e dalle chat locali, li traducono e poi li distribuiscono alle vaste reti di lingua spagnola su Signal e WhatsApp. Ciò che dall’esterno potrebbe apparire come un’eccessiva formalizzazione dello scambio di informazioni, o al contrario come una mancanza di struttura nelle comunicazioni aperte a cui partecipano contemporaneamente tutte le pattuglie presenti nella stessa area, si rivela in realtà un sistema di comunicazione efficace, auto-organizzato e ben coordinato. Le informazioni vengono trasmesse in modo affidabile su più livelli tramite chat e coordinatori, e i pattugliatori adottano rapidamente pratiche culturali che consentono loro di evitare di sovrapporsi e di trasmettere le informazioni in modo chiaro e organizzato. I volontari si autoselezionano in turni di durata variabile, decidendo quali percorsi seguire in base alle proprie conoscenze, competenze, interessi e disponibilità. Questo sistema è in continua evoluzione, molto flessibile, un po’ difficile da spiegare a chi non è esperto, ma sorprendentemente facile da integrare, una volta superato lo shock di ricevere più di 1.500 messaggi al giorno, ovviamente. “Non hai idea di quanto sia pazzesca la roba qui” La reazione dell’ICE è stata tangibile. Hanno cambiato tattica. Sono stati cacciati da alcuni quartieri durante le operazioni. Sono stati sorpresi a parlare delle loro paure e del fatto che molti di loro avevano già marcato visita. Hanno anche costantemente intensificato i loro attacchi violenti contro gli osservatori. I pattugliatori che seguono l’ICE troppo da vicino o per troppo tempo si ritrovano spesso circondati, il che permette a quattro o dieci agenti di circondare il loro veicolo, battere contro le portiere, urlare, filmare e minacciare arresti. Pattugliatori che hanno bloccato l’ICE con le loro auto sono stati speronati, hanno avuto i finestrini rotti o sono stati estratti dai veicoli con la forza per essere fermati o arrestati. Alcune persone sono state costrette a salire sui veicoli dell’ICE, portate vie per diversi chilometri e poi abbandonate sul ciglio della strada. Gli agenti hanno estratto le persone fuori dalle auto, le hanno trascinate per diversi isolati e poi le hanno fatte scappare lungo la strada. Recentemente, gli agenti hanno usato spray al peperoncino contro le auto, a volte cercando di impregnare l’abitacolo per costringere gli occupanti a uscire, a volte semplicemente per marcare visibilmente le auto al fine di molestarle ulteriormente e prenderle di mira. Di recente, degli agenti dell’ICE hanno lanciato un candelotto lacrimogeno dal loro veicolo mentre guidavano in autostrada per cercare di dissuadere qualcuno dal seguirli. Gli agenti non solo hanno seguito alcuni pattugliatori fino a casa, ma hanno anche identificato autisti o veicoli che li seguivano per condurli ai loro indirizzi di casa come forma di intimidazione. Pattugliatori ci hanno raccontato che gli agenti li hanno picchiati, hanno cercato di investirli, si sono diretti minacciosamente contro i loro veicoli, li hanno tenuti sotto tiro, hanno sparato ai loro pneumatici e li hanno trascinati fuori dai veicoli in movimento. L’omicidio di Renee Nicole Good ha scioccato la nazione, ma non è stata una sorpresa per coloro che hanno calcato le strade delle Twin Cities nelle ultime sei settimane. Il modello Twin Cities: non copiarlo, ma impara Ciò che distingue la rete di risposta rapida delle Twin Cities e il suo intero ecosistema non è la rigorosa aderenza a una struttura specifica. Piuttosto, è un’analisi lucida della situazione, la volontà di adattarsi e il coraggio di rispondere all’escalation di violenza. Gli abitanti di Minneapolis e Saint Paul osservano attentamente i loro avversari. Conoscono i metodi di dispiegamento degli agenti dell’ICE, le loro posizioni, il loro aspetto, il loro comportamento e le loro reazioni. Vivono in un’area metropolitana relativamente piccola e densamente popolata, dove molti quartieri sono percorribili a piedi e la planimetria a griglia facilita gli spostamenti in auto. Le persone sono connesse, attingendo a legami ereditati da precedenti movimenti e rivolte. Il sindaco di Minneapolis cerca di preservare l’immagine progressista della sua amministrazione; è improbabile che la polizia venga schierata per rafforzare le operazioni dell’ICE. Si tratta di condizioni concrete e osservabili che hanno direttamente plasmato la progettazione e l’attuazione della resistenza locale. I soggetti coinvolti nel modello si impegnano a dimostrare flessibilità e adattabilità di fronte a circostanze in continua evoluzione. Poiché la città è composta da quartieri con caratteristiche e profili demografici diversi, il modello è stato progettato per adattarsi a ciascun quartiere. Dopo la fine delle retate, l’ICE ha condotto le sue operazioni quasi esclusivamente da una posizione centralizzata ad accesso limitato, spingendo gli organizzatori a investire massicciamente nella controsorveglianza in quel luogo. Con il passaggio ad arresti in strada e perquisizioni rapide e casuali, l’unico modo per anticipare i loro movimenti era identificare i veicoli in avvicinamento. La popolazione si è quindi concentrata sull’individuazione dei veicoli dell’ICE sulle strade e sul loro pedinamento. L’ICE ha dovuto fare affidamento su tattiche a sorpresa e agguato, quindi i soccorritori hanno utilizzato il rumore – fischietti e clacson – per dare rapidamente l’allarme a distanza. Gli agenti dell’ICE non amano operare in inferiorità numerica e non amano essere circondati, quindi i pattugliatori radunano le auto e formano blocchi stradali improvvisati. Poche di queste situazioni erano prevedibili. L’unico modo per adattarvisi efficacemente era creare un ambiente aperto e inclusivo, che favorisse l’iniziativa e l’auto-organizzazione. Il coraggio dei residenti delle Twin Cities merita un riconoscimento speciale. È facile criticare le reti di risposta rapida, poiché filmare o osservare l’escalation della violenza non è sufficiente per controllarla. Molte reti in tutto il paese si sono smobilitate prima ancora di iniziare, perché cercavano di controllare eccessivamente le azioni dei loro membri, nonostante ci fosse una generale disponibilità a partecipare attivamente al conflitto. Gli istruttori spesso enfatizzano la non interferenza; alcuni soccorritori si osservano a vicenda per strada, rimproverando chiunque lanci oggetti o urli. In alcuni casi, ciò deriva da un timore istintivo di rappresaglie contro le ONG coinvolte. In altri, si tratta di un’attenzione ben intenzionata ma fuorviante alla “sicurezza”, che si traduce in un approccio paternalistico che impone agli altri quale livello di rischio sia ritenuto accettabile. La stessa eccessiva cautela si osserva nelle Twin Cities. Alcuni istruttori e coordinatori, per abitudine, incoraggiano le persone a ritirarsi anziché sostenerle nelle loro iniziative. Altri, invece di contrastare l’ICE, ostacolano chi agisce. Ma la lotta qui è definita da quelli che oltrepassano i limiti, usano i loro veicoli e i loro corpi per immobilizzare gli agenti e liberare le persone prese di mira, lanciano palle di neve e pietre, calciano indietro i candelotti lacrimogeni, ricoprono auto e agenti di vernice e rompono i finestrini, continuano a urlare in faccia ai sequestratori anche quando vengono presi a pugni, spruzzati con spray al peperoncino o colpiti da proiettili di gomma. Assistono a rapimenti fatti da uomini mascherati, sparizioni non dichiarate e uccisioni senza precedenti fatte da questo nuovo ICE ringalluzzito e sono disposti a correre rischi reali per fermarli. Stanno subendo la violenza delle rappresaglie, e nonostante ciò sono più numerosi, più forti e più coraggiosi. Prepararsi all’imponente calata di agenti dell’ICE nella vostra città – e credetemi, è imminente – richiede una valutazione approfondita della situazione e un approccio creativo. Ciò che funziona meglio per la vostra città probabilmente non assomiglierà esattamente a queste unità di osservazione che quotidianamente sorvegliano il quartier generale dell’ICE o alle pattuglie mobili di pronto intervento. Richiederà un’analisi approfondita di come sfruttare al meglio i vostri punti di forza e i vostri punti deboli nelle vostre specifiche circostanze. Iniziate a studiare, pianificare, a connettervi e a sperimentare ora. Guardiamo alle Twin Cities non per replicarne i dettagli, ma per la chiarezza delle loro analisi, la rapidità e la decisione delle loro azioni, la loro agilità nella sperimentazione, la profonda cura reciproca e il loro coraggio contagioso. Questo resoconto è stato scritto da visitatori delle Twin Cities che hanno avuto il piacere di essere accolti nella rete per alcuni giorni. Grazie a tutti coloro che ci hanno mostrato la loro città, spiegato come funzionano i loro sistemi e ci hanno portati in pattuglia . Amore e rabbia . Tratto da Effimera. La Bottega del Barbieri
February 12, 2026
Pressenza
Come viene organizzata l’autodifesa popolare contro l’ICE
Le reti di risposta rapida di Minneapolis. Come viene organizzata l’autodifesa popolare contro l’ICE: guida a un modello aggiornato È uscito in inglese (CrimethInc) e in francese (Lundimatin) un articolo che ricostruisce le tattiche di autodifesa contro l’ICE messe in atto dalla popolazione delle Twin Cities (Minneapolis-Saint Paul). Gabriele Battaglia lo ha tradotto in italiano per metterlo a disposizione, perché
February 10, 2026
La Bottega del Barbieri
La Comune di Minneapolis e quella della Val di Susa
di Sergio Sinigaglia Karl Polany nel suo saggio più noto e importante “La grande Trasformazione”, nell’evidenziare la necessità di mettere un freno alla logica di mercato che può pervadere la società, propone la teoria del “doppio movimento”. In sostanza se il capitalismo diventa onnipresente, dall’altra parte si devono creare gli anticorpi per opporsi alla deriva. Ciò che sta accadendo a
February 9, 2026
La Bottega del Barbieri
“Effetto ICE” a Minneapolis: quando la repressione crea comunità
Dalle raccolte di cibo nelle chiese alle collette nei sexy shop: a Minneapolis il pugno duro dell’agenzia federale ha innescato una reazione opposta. La paura dei raid ha abbattuto le barriere tra sconosciuti, dando vita a un “care activism” che trasforma i vicini di casa in una rete di protezione informale. Consegnare un pacco di generi alimentari a chi ha paura di uscire di casa, fare una colletta per pagargli l’affitto se per lo stesso motivo ha perso il lavoro, sorvegliare orari di ingresso e uscita da scuola per assicurarsi che nessun bambino o genitore venga arrestato. Il tutto usando nomi in codice come “Redbeard”, “Green Bean” o ” Cobalt”, coordinandosi con app di messaggistica criptata come Signal. Qualcuno lo chiama care activism, cioè un attivismo che non si limita alla denuncia e alla sensibilizzazione ma si prende cura delle persone. Altri usano il termine neighborism, cioè l’impegno a proteggere le persone che vivono intorno a noi, a prescindere da qualsiasi appartenenza. È l’attivismo informale ma concreto nato in modo spontaneo a Minneapolis in risposta alla presenza violenta dell’Ice, – l’agenzia federale responsabile del controllo delle frontiere, dell’immigrazione clandestina, delle detenzioni e delle espulsioni di immigrati irregolari. Un modo per dire “no” dalla seconda fila. Al centro c’è quell’idea di comunità – tanto al singolare quanto al plurale – che Donald Trump vuole di disgregare. Non c’è un modo di resistere migliore dell’altro. L’agitazione continua di chi è in prima linea ha contribuito a tenere alta l’attenzione mediatica sulla violenza e la discrezionalità dei raid dell’ICE esplosa dopo l’omicidio di Renee Nicole Good e Alex Pretti. È anche per questo che Trump ha annunciato il ritiro di 700 agenti dalla città, preludio (forse) a un ulteriore passo indietro (a Minneapolis rimangono per ora circa 2mila tra agenti dell’ICE e della Border Patrol, cioè la polizia di frontiera, anche se si è soliti riferirsi a loro mettendoli sotto il cappello della prima). Dall’altro lato, il care activism si sostanzia di piccoli gesti quotidiani e si appoggia su chiese, bar, punti di riferimento della vita sociale. É il caso, per esempio, del Pow wow grounds, storico café di Minneapolis, luogo simbolo della comunità locale di nativi americani. La presenza dell’agenzia in città ha portato molti persone a non uscire più di casa per paura di essere intercettate. Niente più spesa, niente più visite mediche, niente più lavoro in presenza, niente più scuola per i bambini. Così, il Pow wow, come tanti altri locali, si è trasformato in un centro di raccolta e smistamento di generi alimentari e altri beni donati dalla comunità e distribuiti tra chi ne ha bisogno. «È un caos organizzato», ha detto il proprietario Bob Rice. Mentre scriviamo questo articolo, i beni più richiesti sono tessere per fare benzina, snack, beef stick (un “bastoncino” di carne da mangiare come fuoripista) bodycam e ramponi. Non distante dal Pow wow c’è lo Smitten kitten, un sexy shop di vecchia data. «È atroce, non necessario e malvagio quello che hanno creato», ha detto la proprietaria, JP. Per un breve periodo, lo Smitten kitten è stato un hub di aiuti, prima di cessare questo tipo di attività per motivi di sicurezza. Non ha, però, abbassato la guardia, promuovendo una raccolta fondi con Isuroon non-profit (un’organizzazione che lavora sul benessere delle donne somale in Minnesota) che ha raggiunto la cifra di 200mila dollari. «Abbiamo una relazione seria con la città di Minneapolis!», il commento del negozio sulle proprie pagine social. In circa un mese, la chiesa La Viña di Burnsville, 25 kilometri a sud di Minneapolis, grazie alle donazioni ricevute ha preparato oltre 25mila pacchi da destinare alle famiglie che stanno affrontando difficoltà a causa della presenza del’ICE. La chiesa è frequentata principalmente da latinoamericani e lavoratori. «La nostra comunità sta vivendo nella paura e nell’incertezza a causa dei recenti raid anti immigrazione», si legge sul sito web. «Come chiesa, crediamo che dobbiamo rispondere con compassione, coraggio e generosità». A consegnare i pacchi, e quindi ad avere un contatto diretto e continuo a chi non esce di casa, assicurandosi che stiano bene, è una schiera di volontari. Aspettano di ricevere le istruzioni e poi salgono a bordo delle proprie auto per il loro giro. «È qui che devo essere», ha detto con senso di responsabilità uno di loro. Per leggere l’articolo completo andare a questo link.       Redazione Italia
February 8, 2026
Pressenza
la Strategia di Sicurezza Nazionale di Donald Trump
Proprio nei giorni in cui l’attenzione dell’America e del mondo era concentrata sui misfatti di Minneapolis, il cosiddetto Dipartimento della Guerra statunitense pubblicava quasi in sordina il suo documento di “Strategia di Difesa Nazionale” a firma del ministro Pete Hegseth, che andava ad integrare e completare la National Security Strategy uscita nel novembre 2025 a firma di Donald Trump. La somma dei due documenti delinea un progetto altamente inquietante che, nell’insieme, non è stato adeguatamente compreso e interpretato. Molti vi hanno voluto vedere soltanto il manifesto di una rinnovata “dottrina Monroe”: gli Stati Uniti intenderebbero riaffermare il proprio dominio sull’emisfero occidentale, escludendo da questo ogni altra potenza, ma riconoscendo in cambio le sfere d’interesse altrui senza pretendere di sopraffarle. Si è parlato di una nuova “età degli imperi”. Sarebbe il progetto della spartizione del pianeta in un sistema di sfere d’influenza delle grandi potenze, con le quali gli Stati Uniti sarebbero pronti a convivere senza schiacciarle. Ma non è affatto questo il disegno. Non si progetta nessun ripiego. Al contrario, si prospetta un riarmo generale, spalmato su tutti i continenti. Quel che emerge con grande evidenza dall’analisi dei due documenti è l’intenzione degli Stati Uniti di difendere con le unghie e coi denti la loro posizione di predominio per tutto il pianeta. Non è esagerato definirli il vero e proprio Manifesto di una Dittatura Planetaria. Il richiamo esplicito alla dottrina Monroe è soltanto una componente del complessivo disegno globale, un disegno che discende evidentemente dalla malaugurata dottrina sullo “scontro di civiltà” propugnata da Samuel Huntington dopo la fine della guerra fredda, forse dimenticata in Europa, ma non certo in America. Delle nove “civiltà” immaginate da Huntington, tre erano indicate come potenziali avversari: quella islamica, quella “ortodossa” (la Russia), quella cinese. Sono esattamente questi gli “avversari” che emergono nei documenti della strategia trumpiana. Dalla National Defense Strategy si ricava un’indicazione molto chiara sul versante militare del confronto con questi avversari. Gli Stati Uniti riservano a se stessi il controllo dell’Emisfero Occidentale e quello dell’Indo-Pacifico, ossia il confronto con la Cina, mentre il resto è delegato alle forza alleate: all’Europa il contrasto alla Russia, a Israele il controllo sul Medio Oriente, alla Corea del Sud il confronto “convenzionale” con la Corea del Nord, mentre è scontato che il nucleare rimane responsabilità americana. A chi favoleggiava di un ripiego americano, dovrebbe bastare una frase: “le alleanze dell’America formano un perimetro difensivo attorno all’Eurasia […] una rete di gran lunga più ricca di tutti i nostri potenziali avversari messi insieme”. Russia e Cina sono strette in un assedio permanente, ma si chiama “perimetro difensivo”. Sostenere che dobbiamo difenderci da Russia o Cina che ci minacciano, quando siamo noi che li stiamo assediando è per lo meno ardito: ma questa è la orwelliana neolingua che si addice all’infantile bellicosità americana. Questo per quanto riguarda il versante militare: il quale però è solo uno degli apparati di portata planetaria su cui contano gli Stati Uniti. Ce ne sono almeno altri tre non meno poderosi. Innanzitutto l’ultimo arrivato, il colossale sistema informatico di produzione e trasmissione dei dati attraverso il quale si possono condizionare (e spiare) istituzioni e infrastrutture per il mondo intero; poi il grande apparato dei mercati finanziari, che la National Security Strategy apertamente rivendica come formidabile strumento di potere; e infine il più anziano, il sistema mondiale dei media sui quali l’influenza americana, occulta o meno, incombe dai tempi della guerra fredda. Ce n’è quanto basta per poter aspirare a tenere in pugno il pianeta. Soprattutto se si decide, come si è deciso, di scrollarsi di dosso l’ingombrante edificio del diritto internazionale a cui, dopo l’ultima guerra mondiale, tutti i governi del mondo avevano convenuto di affidarsi per bandire la guerra dalla storia e scongiurare il sopruso dei più forti. L’attacco frontale al diritto internazionale apertamente proclamato nei due documenti e forse l’aspetto più clamoroso di questo inquietante Manifesto. Il motto è peace through strength, pace attraverso la forza: che non è che un altro limpido esempio di neolingua per alludere alla legge babbuina del più forte, dalla quale la specie umana ha osato tentare di affrancarsi fin dagli albori della sua vicenda terrestre. L’America, sta scritto, vuole guidare il mondo con la “deterrenza”, ovvero mettendo paura. Dicesi dittatura una situazione politica in cui un soggetto pretende di imporre le sue decisioni ad una collettività dalla quale non è stato scelto e che non è in grado di rimuoverlo se fa cattivo uso del potere, un soggetto che per mantenere il suo predominio può fare affidamento su un ventaglio di mezzi, dalla manipolazione del consenso, all’illusione finanziaria, alla sorveglianza occulta, alla predoneria mascherata, ma in ultima istanza si affida soprattutto alla minaccia dell’uso della forza per imporre il suo potere. Se quella collettività è data dagli stati e dalle nazioni del mondo, oggi quel soggetto si incarna negli Stati Uniti d’America: e i documenti in questione sono il progetto, fortunatamente incompiuto, di edificare quella dittatura. Qui non c’è da accusare il capitalismo, non c’entra l’economia di mercato. Peggio: c’entra soltanto quella fame di potere che dalla notte dei tempi incombe su ogni forma di convivenza umana e che ha generato tutte le tirannidi, tutte le autocrazie, gli assolutismi, le dittature. Con una straordinaria aggravante: che ben pochi dittatori hanno osato proclamare apertamente l’intento di esercitare il potere nel proprio esclusivo interesse. Questo invece fanno gli Stati Uniti di Donald Trump. Dev’essere per questo che una delle parole più ricorrenti è unapologetically, “senza chiedere scusa”. Un’espressione che tradisce la consapevolezza che ci sarebbe da chiedere perdono, perché c’è da vergognarsi. L’America non si merita Donald Trump, è un paese capace di grande intelligenza e grande cuore. Proprio mentre Hegseth pubblicava i suoi deliri, la città di Minneapolis si ribellava al sopruso del potere scatenato dai bruti di ICE per le sue strade e Bruce Springsteen componeva un capolavoro come Streets of Minneapolis. Non è stato e non sarà l’unico canto. L’America si vergognerà di Donald Trump.  Non c’è bisogno di essere profeti per fidare che la Dittatura Planetaria americana non cadrà sotto il fuoco dei nemici immaginari paventati con l’inganno in queste pagine. E’ più facile che cada sotto il chiasso di quei canti, sotto il peso di questa vergogna. Un’analisi dettagliata dei due documenti è ora disponibile in dieci brevi puntate sul mio blog “Politics, Poetry and Peace” 1 – Un progetto altamente inquietante 2 – La colpa più grave fu non essere abbastanza cattivi 3 – Vogliamo essere i primi del mondo 4 – Ci interessano i nostri interessi 5 – Comandare mettendo paura 6 – Poteri spaventosi e segni di idiozia 7 – Signoria sull’emisfero americano 8 – Indo-Pacifico: patetiche prove di forza 9 – Europa e Russia, Medio Oriente, Africa: uno strano, incoerente balbettio 10 – Conclusione: il peso di questa vergogna Alberto Cacopardo
February 6, 2026
Pressenza
We the people a Minneapolis
Cosa fate se volete più informazioni sulle “streets of Minneapolis”, come dice, anzi canta, Bruce Sprinsteen? Leggete i grandi giornali italiani? Poca roba, per di più inquinata. Se un inviato, per esempio, ha gli occhiali sbagliati, non capirà come mai nella città del Michigan succede quel che succede, cioè una resistenza diffusa ed efficace ai miliziani di Trump armati come in guerra e con la faccia mascherata. Allora, siccome sono un vecchio giornalista con le sue astuzie del mestiere, vado a cercare reportage e commenti in giornali come La Jornada, che si pubblica a Città del Messico e che, siccome sono «tan cerca de los Estados Unidos» («…y lejos de Dios», dice l’antico adagio), conoscono bene lo Stato-predone del nord e ha un corrispondente dagli Usa molto bravo: si chiama David Brooks e, nonostante il nome anglosassone e l’aspetto rossiccio di un irlandese, è un vero messicano, ma conosce gli States come casa sua. Oppure ricorro a El Pais di Madrid, che, dato il passato coloniale della Spagna, è molto competente su quel che succede nell’America ispanica, e nel Paese dove ormai lo spagnolo è alla pari con l’inglese. Ed è sul giornale di Madrid che ho trovato un articolo illuminante. Autore ne è Michael J. Lansing, che si presenta così: «Sono uno storico della democrazia e della polizia, e la quarta generazione della mia famiglia vive e lavora a Minneapolis. La mia città torna a essere al centro di un dibattito nazionale sulla violenza di Stato, appena cinque anni e mezzo dopo che agenti della polizia di Minneapolis assassinarono un uomo nero chiamato George Floyd. E una volta ancora vedo la mia città rispondere con furia, dolore e speranza». Citando l’autore, El Pais presenta l’articolo con questo sommario: «Quel che sta accadendo nel Minnesota non riguarda solo l’immigrazione, ma l’avvento del fascismo statunitense, la democrazia e il futuro della nostra repubblica». > Oggi, scrive Lansing, «migliaia di agenti dell’Ice ci minacciano nelle nostre > strade, strappano con violenza persone dalle loro auto e dalle loro case senza > ordini giudiziari né ragione, e fanno retate negli ospedali, nelle scuole. Le > loro agenzie manipolano le immagini, si oppongono a investigazioni > indipendenti e ribadiscono che quel che si può vedere con i propri occhi non è > la verità». Ma le e gli abitanti di Minneapolis hanno complicato loro le cose: «Abbiamo visto video di persone comuni che fanno resistenza armati di chat nei telefoni, di fischietti e delle loro parole. Si vedono persone che portano da mangiare ai loro vicini, o appostate davanti alle scuole per avvisare studenti e professori quando appaiono agenti dell’Ice, che partecipano a proteste pacifiche e veglie solenni, che raccolgono soldi per pagare il cibo e l’affitto alle famiglie assediate, che hanno organizzato lo sciopero generale più grande del Paese da decenni. Vediamo persone che nonostante siano state picchiate, detenute e deportate continuano a partecipare appoggiandosi mutuamente. In altre parole, lo spettacolo della crudeltà messo in scena dal governo e che alimenta un autoritarismo poco statunitense è ostacolato da una espressione comunitaria di democrazia profondamente statunitense». Come si spiega tutto questo? «Osservatori esterni hanno tentato di spiegarlo sottolineando la storia liberale di Minneapolis, il suo orientamento civico e una cultura dell’occuparsi l’uno dell’altro in un clima difficile (Minneapolis ha gli inverni più rigidi del Paese, ndr). Senza dubbio, il Partito contadini-lavoratori (Il Partito democratico nel Minnesota si chiama così, ndt) ha modellato in maniera peculiare la cultura politica dello Stato. > Ma le radici della risposta di molte e molti abitanti a questa brutale > aggressione poliziesca si trovano in una storia più recente di organizzazione, > di relazioni silenziose, costanti e persistenti, che lavora intenzionalmente > attraverso ogni tipo di differenza e riunisce le persone attorno a valori > condivisi». Per esempio? «Nel 2012 un gruppo chiamato Minnesota United for Families è nato per bloccare l’approvazione di un emendamento alla Costituzione statale che avrebbe proibito il matrimonio LGBTQ. La coalizione non centrò il suo lavoro nel mobilitare una base liberale né nell’attaccare l’importante elettorato conservatore. Piuttosto si concentrò sul modo in cui le persone immaginano e sentono la famiglia. Riconoscendo le differenze individuali e allo stesso tempo appellandosi ai valori condivisi dalla maggioranza. Minnesota United for Families sconfisse l’iniziativa e l’anno seguente utilizzarono la stessa impostazione per far approvare una legge che garantì l’eguaglianza dei matrimoni. L’organizzazione delle relazioni attraverso le differenze, con un nucleo di valori condivisi, ha gettato radici in altri spazi. L’organizzazione religiosa Isaiah riunisce credenti di ogni tipo per provocare cambiamenti sociali e politici. Il suo lavoro tra moschee, sinagoghe e chiese rafforza la capacità di azione civica e ha aiutato a spianare la strada per una nuova legislazione sull’energia pulita, l’ampliamento del diritto di voto, l’accesso a patenti di guida indipendentemente dalla condizione migratoria. I sindacati delle lavoratrici e dei lavoratori dei servizi – con una presenza sproporzionata di persone immigrate – sono cresciuti di grandezza e forza nel Minnesota durante il decennio 2010. Hanno insegnato ai loro aderenti che la solidarietà dipende dall’identificare e adottare valori e esperienze condivise prima delle differenze di lingua, origine etnica e tipo di lavoro. Nel 2024 un giornalista intelligente ha chiamato questo “il modello del Minnesota” e ha suggerito che potrebbe essere il futuro della organizzazione della classe lavoratrice. Questo tipo di organizzazione ha disseminato nella popolazione persone che hanno cominciato a immaginare un aumento del potere cittadino allo stesso modo. Ha promosso il mutuo aiuto locale che ha caratterizzato la vita quotidiana di Minneapolis durante l’insurrezione del 2020 dopo la morte di Floyd. > Di fronte all’arrivo dei suprematisti bianchi e l’assenza di servizi di > sicurezza pubblici, le e gli abitanti scambiarono numeri di telefono, > organizzarono chat di gruppo e coordinarono servizi di vigilanza volontari per > proteggere abitazioni e negozi. Che gran parte di Minneapolis e Saint Paul (la città gemella di Minneapolis), così come i quartieri suburbani e diversi per etnie, contino ora su madri che fanno suonare fischietti quando appare l’Ice testimonia dell’importanza della costruzione di relazioni. L’azione diretta, alla cui testa ci sono le e i manifestanti di Black Lives Matter e chi chiede di abolire la polizia, non sempre ha ottenuto vittorie politiche, ma ha allargato l’immaginazione delle e degli abitanti del Minnesota. Ora, alleate con i gruppi storici di difesa dei migranti, queste molteplici correnti, dopo l’assassinio di Renee Good hanno ottenuto di mobilitare molti liberali bianchi che, fino a poco tempo fa, si erano mostrati ostinatamente restii a combattere l’intensa disuguaglianza razzializzata delle Città Gemelle. Vedendo l’omicidio di una madre bianca e cristiana come una delle loro, hanno riconosciuto se stessi nella lotta – e le e gli abitanti del Minnesota già organizzati lo hanno accolti tra le loro fila. Insieme stanno producendo una potente politica del “noi, il popolo” (sono le celebri prime parole della Costituzione statunitense: “We the people”) che sfida l’autoritarismo sfacciato promosso dal presidente Trump. La loro organizzazione scelta e decentrata – che può sembrare senza una leadership e che invece è piena di molte leadership– va oltre il tribalismo dei partiti. Sanno che la posta in gioco è enorme». Che si possa prendere esempio anche qui da noi? L’articolo di Michael J.Lansing è stato pubblicato da Zocalo public square e ripreso da El Pais La copertina è di Fibonacci Blue (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo We the people a Minneapolis proviene da DINAMOpress.
February 6, 2026
DINAMOpress