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Leggi elettorali e governi
La fiducia è una cosa seria, così come la legge elettorale. Invece, la serietà manca all’attuale governo Meloni, così come è mancata a quelli precedenti guidati da Renzi (nel 2015) e Gentiloni (nel 2017). Perché questi tre governi hanno posto la questione di fiducia sulla legge elettorale che avevano confezionato. In questo modo si è creata una sorta di ricatto: approvare la legge elettorale o far cadere il governo (e probabilmente anche il parlamento)? La legge elettorale stabilisce le regole del gioco democratico. Di fatto condiziona la composizione del parlamento e di conseguenza anche del governo, della presidenza della repubblica, della corte costituzionale, del consiglio superiore della magistratura, ecc. Dovrebbe essere una norma condivisa e non divisiva. Invece, ogni volta si riproduce lo scenario nel quale la maggioranza del momento confeziona le regole che meglio le si addicono. Un abito adatta a conservare il potere acquisito. In questo modo si rischia di dare ragione a chi sostiene che i politici sono tutti uguali: al primo posto c’è la conservazione della “poltrona”. Oltre ad essere palesamente incoerenti. Infatti, in occasione dell’approvazione dell’Italicum (governo Renzi) e del Rosatellum (governo Gentiloni), Giorgia Meloni e gli esponenti del suo partito intervennero dai banchi dell’opposizione, criticando giustamente l’abuso dello strumento della questione di fiducia sulle leggi elettorali. Oggi che Meloni si trova sui banchi del governo fa esattamente la stessa operazione di coloro contro i quali aveva polemizzato. E siamo certi che adesso dai banchi dell’attuale opposizione, facendo finta di ignorare le analoghe scelte del passato, fioccheranno le critiche contro chi oggi pone la fiducia sulle norme che regolano il gioco democratico. Purtroppo da decenni la legge elettorale è diventata bottino dei vincitori, anziché modalità condivisa per scegliere i rappresentanti del popolo. Il progressivo aumento della diserzione dalle urne ha un nesso evidente con questa degenerazione della classe politica, della quale oggi è alquanto difficile avere fiducia. Più volte i giudici della consulta sono intervenuti per correggere le norme incostituzionali delle leggi elettorali, dal Porcellum (Calderoli) all’Italicum (Renzi e Boschi). I promotori di quelle leggi avrebbero dovuto prendere atto della propria incapacità e incompetenza nella materia più importante per chi fa politica: la Costituzione. Invece, sono ancora tutti in parlamento e recitano come comparse nella solita commedia all’italiana della politica tra governo e opposizione a seconda dei casi. Così, nel 2027 si voterà per il parlamento con l’ennesima legge “truffa”, consapevoli che i “truffatori” non sono soltanto quelli attualmente al governo. A tal proposito viene in mente il discorso agli elettori che Edmund Burke tenne nel 1774: “Il parlamento non è un congresso di ambasciatori di opposti e ostili interessi, interessi che ciascuno deve tutelare come agente o avvocato; il parlamento è assemblea deliberante di una nazione, con un solo interesse, quello dell’intero, dove non dovrebbero essere di guida interessi e pregiudizi locali, ma il bene generale”. Parole che oggi non capita più di ascoltare. Rocco Artifoni
October 7, 2026
Pressenza
Il Parlamento ridotto a tappetino del Governo
La fine di un anno è un tempo di bilanci. Bene ha fatto Angelo Greco nel sito laggepertutti.it a riportare e commentare i dati delle norme approvate nella legislatura corrente, verificandone la provenienza. Il risultato dell’analisi è già chiarissimo nel titolo dell’articolo: “Parlamento esautorato: il Governo comanda e le Camere obbediscono”. I dati del servizio studi di Montecitorio rivelano che – dall’inizio dell’attuale legislatura (13 ottobre 2022) ad oggi – il Parlamento ha approvato 269 leggi. Il Governo Meloni ha firmato 200 di questi provvedimenti, che corrispondono al 74,3% del totale: 98 sono leggi di conversione di decreti-legge governativi e 102 disegni di legge di iniziativa ministeriale. Le proposte presentate dai parlamentari che sono riuscite a completare l’iter legislativo sono appena 65, ovvero il 24,2%. Soltanto 4 sono leggi di iniziativa popolare o mista. È evidente che siamo in presenza di un ribaltamento delle funzioni dei poteri sancite dalla Costituzione. Il potere legislativo è per lo più esercitato dal Governo, mentre il Parlamento è spesso ridotto a mero esecutore. A confermare questa prevaricazione governativa sono i tempi dell’iter legislativo: un progetto di legge di iniziativa parlamentare richiede mediamente 384 giorni per essere approvato, mentre i testi presentati dal Governo viaggiano su una corsia preferenziale con una media di 239 giorni. Di fatto in Italia non esiste più il bicameralismo parlamentare, perché il Governo è diventato la prima Camera. Infatti, oltre il 90% delle leggi approvate non subisce alcuna modifica nel secondo passaggio parlamentare: un dato clamoroso che riguarda 97 decreti-legge su 98 e ben 96 leggi di iniziativa governativa su 102. Il confronto tra deputati e senatori è stato sostituito da un sistema “alternato”, dove a turno una delle due Camere viene totalmente esautorata della sua funzione di revisione legislativa. «Si tratta – scrive giustamente Angelo Greco – di una violazione sostanziale dello spirito costituzionale, che richiederebbe una doppia deliberazione meditata». A peggiorare la situazione si possono indicare due questioni: l’abuso dei decreti-legge e della questione di fiducia. La Costituzione prevede la possibilità che il Governo emani decreti-legge, ma soltanto “in casi straordinari di necessità e d’urgenza” (art. 77 Cost.). Spesso i decreti presentati non mostrano queste caratteristiche. Inoltre, durante l’iter parlamentare subiscono un incremento del numero di commi pari al 61,9% durante la loro conversione in legge, trasformandosi in provvedimenti “omnibus”. Infine, va segnalato che 54 dei 98 decreti-legge sono stati approvati con la questione di fiducia posta dal Governo, di fatto un diktat ai parlamentari che devono ratificare le decisioni prese dal Consiglio dei Ministri. Questa impostazione distorce la dialettica parlamentare, in particolare quando si tratta della legge di bilancio, che non è più relativa al merito delle norme in discussione, ma viene trasformata in un test di fedeltà alla coalizione di maggioranza, pena la caduta del Governo stesso. In questo scenario, nel quale il decisionismo governativo ha sostituito la democrazia parlamentare, è opportuno ricordare il monito di Montesquieu: «Se il potere esecutivo fosse affidato a un certo numero di persone tratte dal corpo legislativo, non vi sarebbe più libertà, perché i due poteri sarebbero uniti, le stesse persone avendo talvolta parte, e sempre potendola avere, nell’uno e nell’altro». Rocco Artifoni
December 31, 2025
Pressenza