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Lottare nell’Antropocene: tossicità, grandi opere e conflitti territoriali@1
Se la crisi ecologica è una crepa nel sistema, quali strumenti di pratica e d’analisi possiamo usare per forzare la breccia? Quali categorie ci permettono una lettura del presente che colga nella catastrofe reali possibilità di conflitto? In questo primo episodio di Cicorie, cominciamo ad affrontare il problema della periodizzazione e dei termini che usiamo per designare il nostro tempo inaugurando una delle rubriche che ci accompagnerà nelle varie puntate: “Indovina chi viene a Cene?”. 
Capitalocene, Plantagiocene,Tecnocene, Cthulucene, Proletariocene: tantissimi sono stati i neologismi che hanno caratterizzato il dibattito accademico dell’ecologia politica. Nonostante questa iper-produzione di termini specifici non ci convinca, vogliamo comunque partire da alcune riflessioni che questi stimolano per approfondire il punto di vista sulla realtà. Per iniziare ci inoltriamo nel dibattito più classico: quello tra Antropocene e Capitalocene. Un dibattito che caliamo nel contemporaneo e che facciamo interagire con ciò che è successo e succede al di fuori delle aule universitarie. Ne parliamo nella prima parte dell’episodio insieme a Emanuele Leonardi, Professore di sociologia all’Università di Bologna e compagno storico dei collettivi di Ecologia politica. 
 Segue un approfondimento sul volume “Tossicità. Voci, saperi e conflitti in una zona di sacrificio” (Orthotes, 2026), lavoro di ricerca di comunità incentrato su vita e lotta nei territori limitrofi al polo chimico di Spinetta Marengo in Alessandria, segnati dall’avvelenamento da PFAS. A chiaccherare con noi di conricerca e inquinanti eterni Eleonora Bechis, ricercatrice, compagna e curatrice del testo insieme a Vittorio Martone, Rosalba Altopiedi e Andrea Filippo Ravenda.
 Nell’ultima sezione del programma, ci rivolgiamo direttamente ai territori e alle forme di mobilitazione che continuano ad animarli, conquistando spazio e assumendo dimensioni sempre più conflittuali. Ripercorriamo la marcia in Bassa Val di Susa “Fermiamo insieme l’Avigliana-Orbassano” del 3 ottobre attraverso i contributi e le voci di chi vi ha preso parte per poi spostarci a Reggio Emilia, dove la mobilitazione cittadina di Bosco Ospizio si trova a un punto di svolta. A fare il punto della situazione in collegamento con noi da Reggio Alessio, dell’Assemblea Permanente per la difesa del Bosco. Concludiamo con una breve panoramica sull’attualità – tra ritorno all’atomo in Italia, crisi energetica e caro carburanti – mettendo in focus le recenti mobilitazioni degli agricoltori del Centro e Sud Italia, che tra nuovi blocchi stradali e vecchie rivendicazioni tornano a prendere la parola e a scendere in strada. Qui sotto l’audio integrale dell’episodio!
October 6, 2026
Radio Blackout - Info
Lottare nell’Antropocene: tossicità, grandi opere e conflitti territoriali@0
Se la crisi ecologica è una crepa nel sistema, quali strumenti di pratica e d’analisi possiamo usare per forzare la breccia? Quali categorie ci permettono una lettura del presente che colga nella catastrofe reali possibilità di conflitto? In questo primo episodio di Cicorie, cominciamo ad affrontare il problema della periodizzazione e dei termini che usiamo per designare il nostro tempo inaugurando una delle rubriche che ci accompagnerà nelle varie puntate: “Indovina chi viene a Cene?”. 
Capitalocene, Plantagiocene,Tecnocene, Cthulucene, Proletariocene: tantissimi sono stati i neologismi che hanno caratterizzato il dibattito accademico dell’ecologia politica. Nonostante questa iper-produzione di termini specifici non ci convinca, vogliamo comunque partire da alcune riflessioni che questi stimolano per approfondire il punto di vista sulla realtà. Per iniziare ci inoltriamo nel dibattito più classico: quello tra Antropocene e Capitalocene. Un dibattito che caliamo nel contemporaneo e che facciamo interagire con ciò che è successo e succede al di fuori delle aule universitarie. Ne parliamo nella prima parte dell’episodio insieme a Emanuele Leonardi, Professore di sociologia all’Università di Bologna e compagno storico dei collettivi di Ecologia politica. 
 Segue un approfondimento sul volume “Tossicità. Voci, saperi e conflitti in una zona di sacrificio” (Orthotes, 2026), lavoro di ricerca di comunità incentrato su vita e lotta nei territori limitrofi al polo chimico di Spinetta Marengo in Alessandria, segnati dall’avvelenamento da PFAS. A chiaccherare con noi di conricerca e inquinanti eterni Eleonora Bechis, ricercatrice, compagna e curatrice del testo insieme a Vittorio Martone, Rosalba Altopiedi e Andrea Filippo Ravenda.
 Nell’ultima sezione del programma, ci rivolgiamo direttamente ai territori e alle forme di mobilitazione che continuano ad animarli, conquistando spazio e assumendo dimensioni sempre più conflittuali. Ripercorriamo la marcia in Bassa Val di Susa “Fermiamo insieme l’Avigliana-Orbassano” del 3 ottobre attraverso i contributi e le voci di chi vi ha preso parte per poi spostarci a Reggio Emilia, dove la mobilitazione cittadina di Bosco Ospizio si trova a un punto di svolta. A fare il punto della situazione in collegamento con noi da Reggio Alessio, dell’Assemblea Permanente per la difesa del Bosco. Concludiamo con una breve panoramica sull’attualità – tra ritorno all’atomo in Italia, crisi energetica e caro carburanti – mettendo in focus le recenti mobilitazioni degli agricoltori del Centro e Sud Italia, che tra nuovi blocchi stradali e vecchie rivendicazioni tornano a prendere la parola e a scendere in strada. Qui sotto l’audio integrale dell’episodio!
October 6, 2026
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Lottare nell’Antropocene: tossicità, grandi opere e conflitti territoriali@2
Se la crisi ecologica è una crepa nel sistema, quali strumenti di pratica e d’analisi possiamo usare per forzare la breccia? Quali categorie ci permettono una lettura del presente che colga nella catastrofe reali possibilità di conflitto? In questo primo episodio di Cicorie, cominciamo ad affrontare il problema della periodizzazione e dei termini che usiamo per designare il nostro tempo inaugurando una delle rubriche che ci accompagnerà nelle varie puntate: “Indovina chi viene a Cene?”. 
Capitalocene, Plantagiocene,Tecnocene, Cthulucene, Proletariocene: tantissimi sono stati i neologismi che hanno caratterizzato il dibattito accademico dell’ecologia politica. Nonostante questa iper-produzione di termini specifici non ci convinca, vogliamo comunque partire da alcune riflessioni che questi stimolano per approfondire il punto di vista sulla realtà. Per iniziare ci inoltriamo nel dibattito più classico: quello tra Antropocene e Capitalocene. Un dibattito che caliamo nel contemporaneo e che facciamo interagire con ciò che è successo e succede al di fuori delle aule universitarie. Ne parliamo nella prima parte dell’episodio insieme a Emanuele Leonardi, Professore di sociologia all’Università di Bologna e compagno storico dei collettivi di Ecologia politica. 
 Segue un approfondimento sul volume “Tossicità. Voci, saperi e conflitti in una zona di sacrificio” (Orthotes, 2026), lavoro di ricerca di comunità incentrato su vita e lotta nei territori limitrofi al polo chimico di Spinetta Marengo in Alessandria, segnati dall’avvelenamento da PFAS. A chiaccherare con noi di conricerca e inquinanti eterni Eleonora Bechis, ricercatrice, compagna e curatrice del testo insieme a Vittorio Martone, Rosalba Altopiedi e Andrea Filippo Ravenda.
 Nell’ultima sezione del programma, ci rivolgiamo direttamente ai territori e alle forme di mobilitazione che continuano ad animarli, conquistando spazio e assumendo dimensioni sempre più conflittuali. Ripercorriamo la marcia in Bassa Val di Susa “Fermiamo insieme l’Avigliana-Orbassano” del 3 ottobre attraverso i contributi e le voci di chi vi ha preso parte per poi spostarci a Reggio Emilia, dove la mobilitazione cittadina di Bosco Ospizio si trova a un punto di svolta. A fare il punto della situazione in collegamento con noi da Reggio Alessio, dell’Assemblea Permanente per la difesa del Bosco. Concludiamo con una breve panoramica sull’attualità – tra ritorno all’atomo in Italia, crisi energetica e caro carburanti – mettendo in focus le recenti mobilitazioni degli agricoltori del Centro e Sud Italia, che tra nuovi blocchi stradali e vecchie rivendicazioni tornano a prendere la parola e a scendere in strada. Qui sotto l’audio integrale dell’episodio!
October 6, 2026
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Se la crisi ecologica è una crepa nel sistema, quali strumenti di pratica e d’analisi possiamo usare per forzare la breccia? Quali categorie ci permettono una lettura del presente che colga nella catastrofe reali possibilità di conflitto? In questo primo episodio di Cicorie, cominciamo ad affrontare il problema della periodizzazione e dei termini che usiamo per designare il nostro tempo inaugurando una delle rubriche che ci accompagnerà nelle varie puntate: “Indovina chi viene a Cene?”. 
Capitalocene, Plantagiocene,Tecnocene, Cthulucene, Proletariocene: tantissimi sono stati i neologismi che hanno caratterizzato il dibattito accademico dell’ecologia politica. Nonostante questa iper-produzione di termini specifici non ci convinca, vogliamo comunque partire da alcune riflessioni che questi stimolano per approfondire il punto di vista sulla realtà. Per iniziare ci inoltriamo nel dibattito più classico: quello tra Antropocene e Capitalocene. Un dibattito che caliamo nel contemporaneo e che facciamo interagire con ciò che è successo e succede al di fuori delle aule universitarie. Ne parliamo nella prima parte dell’episodio insieme a Emanuele Leonardi, Professore di sociologia all’Università di Bologna e compagno storico dei collettivi di Ecologia politica. 
 Segue un approfondimento sul volume “Tossicità. Voci, saperi e conflitti in una zona di sacrificio” (Orthotes, 2026), lavoro di ricerca di comunità incentrato su vita e lotta nei territori limitrofi al polo chimico di Spinetta Marengo in Alessandria, segnati dall’avvelenamento da PFAS. A chiaccherare con noi di conricerca e inquinanti eterni Eleonora Bechis, ricercatrice, compagna e curatrice del testo insieme a Vittorio Martone, Rosalba Altopiedi e Andrea Filippo Ravenda.
 Nell’ultima sezione del programma, ci rivolgiamo direttamente ai territori e alle forme di mobilitazione che continuano ad animarli, conquistando spazio e assumendo dimensioni sempre più conflittuali. Ripercorriamo la marcia in Bassa Val di Susa “Fermiamo insieme l’Avigliana-Orbassano” del 3 ottobre attraverso i contributi e le voci di chi vi ha preso parte per poi spostarci a Reggio Emilia, dove la mobilitazione cittadina di Bosco Ospizio si trova a un punto di svolta. A fare il punto della situazione in collegamento con noi da Reggio Alessio, dell’Assemblea Permanente per la difesa del Bosco. Concludiamo con una breve panoramica sull’attualità – tra ritorno all’atomo in Italia, crisi energetica e caro carburanti – mettendo in focus le recenti mobilitazioni degli agricoltori del Centro e Sud Italia, che tra nuovi blocchi stradali e vecchie rivendicazioni tornano a prendere la parola e a scendere in strada. Qui sotto l’audio integrale dell’episodio!
October 6, 2026
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Se la crisi ecologica è una crepa nel sistema, quali strumenti di pratica e d’analisi possiamo usare per forzare la breccia? Quali categorie ci permettono una lettura del presente che colga nella catastrofe reali possibilità di conflitto? In questo primo episodio di Cicorie, cominciamo ad affrontare il problema della periodizzazione e dei termini che usiamo per designare il nostro tempo inaugurando una delle rubriche che ci accompagnerà nelle varie puntate: “Indovina chi viene a Cene?”. 
Capitalocene, Plantagiocene,Tecnocene, Cthulucene, Proletariocene: tantissimi sono stati i neologismi che hanno caratterizzato il dibattito accademico dell’ecologia politica. Nonostante questa iper-produzione di termini specifici non ci convinca, vogliamo comunque partire da alcune riflessioni che questi stimolano per approfondire il punto di vista sulla realtà. Per iniziare ci inoltriamo nel dibattito più classico: quello tra Antropocene e Capitalocene. Un dibattito che caliamo nel contemporaneo e che facciamo interagire con ciò che è successo e succede al di fuori delle aule universitarie. Ne parliamo nella prima parte dell’episodio insieme a Emanuele Leonardi, Professore di sociologia all’Università di Bologna e compagno storico dei collettivi di Ecologia politica. 
 Segue un approfondimento sul volume “Tossicità. Voci, saperi e conflitti in una zona di sacrificio” (Orthotes, 2026), lavoro di ricerca di comunità incentrato su vita e lotta nei territori limitrofi al polo chimico di Spinetta Marengo in Alessandria, segnati dall’avvelenamento da PFAS. A chiaccherare con noi di conricerca e inquinanti eterni Eleonora Bechis, ricercatrice, compagna e curatrice del testo insieme a Vittorio Martone, Rosalba Altopiedi e Andrea Filippo Ravenda.
 Nell’ultima sezione del programma, ci rivolgiamo direttamente ai territori e alle forme di mobilitazione che continuano ad animarli, conquistando spazio e assumendo dimensioni sempre più conflittuali. Ripercorriamo la marcia in Bassa Val di Susa “Fermiamo insieme l’Avigliana-Orbassano” del 3 ottobre attraverso i contributi e le voci di chi vi ha preso parte per poi spostarci a Reggio Emilia, dove la mobilitazione cittadina di Bosco Ospizio si trova a un punto di svolta. A fare il punto della situazione in collegamento con noi da Reggio Alessio, dell’Assemblea Permanente per la difesa del Bosco. Concludiamo con una breve panoramica sull’attualità – tra ritorno all’atomo in Italia, crisi energetica e caro carburanti – mettendo in focus le recenti mobilitazioni degli agricoltori del Centro e Sud Italia, che tra nuovi blocchi stradali e vecchie rivendicazioni tornano a prendere la parola e a scendere in strada. Qui sotto l’audio integrale dell’episodio!
October 6, 2026
Radio Blackout
L’allarme di cui nessuno parla: un rapporto ONU dettaglia il pericolo PFAS
Vietare subito tutti gli usi non essenziali e aprire il negoziato per un trattato internazionale vincolante: è la richiesta che Marcos Orellana, relatore speciale delle Nazioni Unite sulle sostanze e i rifiuti pericolosi, ha depositato al Consiglio dei Diritti Umani, in discussione a Ginevra fino al 9 ottobre. Orellana si era già occupato di PFAS nel 2021, all’interno di un rapporto più ampio sull'inquinamento. Questa volta però il documento tratta del tema in maniera più approfondita, interrogando direttamente i motivi per i quali tali tipi di sostanze continuino a essere prodotti. Il testo, ... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra. ABBONATI / SOSTIENI L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. The post L’allarme di cui nessuno parla: un rapporto ONU dettaglia il pericolo PFAS appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 5, 2026
L'INDIPENDENTE
PFAS: livelli record di TFA, tossico per la riproduzione, nel sangue dei cittadini europei
Centodieci volontari, nove Paesi europei, nessuna eccezione: in ognuno dei campioni di sangue raccolti tra Italia, Belgio, Francia, Croazia, Germania, Lussemburgo, Spagna, Danimarca e Finlandia c’è il TFA, l’acido trifluoroacetico, il più piccolo dei PFAS e uno dei più persistenti. Lo ha certificato lo studio esplorativo promosso dall’eurodeputata Cristina Guarda e dal gruppo dei Verdi/ALE, presentato oggi al Parlamento europeo di Bruxelles. La concentrazione mediana è di 21,2 nanogrammi per millilitro, da quattro a cinque volte la somma dei quattro PFAS “storici” (PFOS, PFOA, PFHxS e PFNA), già colpiti dai divieti europei. Da solo, il TFA vale oltre l’80% di tutti i PFAS misurati. Per anni è rimasto ai margini dei controlli: troppo piccolo per accumularsi nell’organismo, dicevano le aziende di settore dell’inquinante che nasce dalla degradazione di pesticidi, gas refrigeranti, farmaci e altri PFAS, viaggia nell’acqua e finisce nelle colture. Poi, in pochi mesi, il quadro si è ribaltato. Il 5 giugno il comitato di valutazione dei rischi dell’ECHA ha raccomandato di classificarlo come tossico per la riproduzione di categoria 1B: può nuocere al feto ed è sospettato di compromettere la fertilità. A luglio l’EFSA ne ha ridotto di circa tre volte e mezzo la dose giornaliera accettabile, per gli effetti sugli ormoni tiroidei osservati negli animali. «Solo un paio di studi hanno misurato il TFA nel siero umano», ha spiegato Majorie van Duursen, tossicologa della Vrije Universiteit di Amsterdam, che ha interpretato i dati dello studio. I valori emersi da questa campagna si collocano tra i più alti mai riportati: soltanto un’altra ricerca europea, di qualche anno fa, ne aveva registrati di superiori. Che il TFA stia aumentando nell’ambiente è noto; secondo la ricercatrice, questi risultati suggeriscono che lo stesso stia accadendo dentro di noi. Una prima stima colloca l’assunzione dei partecipanti tra il 20 e il 90% di quella che l’EFSA considera sicura. Una forbice larga, perché nessuno sa ancora con quale velocità il corpo se ne liberi. Nemmeno i vecchi PFAS se ne sono andati: almeno un partecipante su quattro supera la soglia di sicurezza fissata dall’EFSA per i quattro composti a catena lunga (6,9 ng/ml), almeno tre su quattro oltrepassano i 2 ng/ml oltre i quali le National Academies statunitensi raccomandano un follow-up clinico. Nel campione ci sono quarantasei donne in età fertile, una trentina delle quali reclutate perché incinte, in allattamento o in cerca di una gravidanza, rispondendo all’appello lanciato in primavera dalla stessa Guarda. Quattro superano il limite europeo, la più esposta di due volte e mezzo, ed è proprio pensando a loro che quella soglia è stata costruita: serve a proteggere il sistema immunitario dei figli. Cristina Guarda è veneta e di Lonigo, nel Vicentino, uno dei comuni travolti dalla contaminazione dell’ex Miteni di Trissino, e di PFAS si occupa da dodici anni. «Le interrogazioni parlamentari non bastavano, servivano dati concreti per rompere il muro di silenzio», ha detto. Il bersaglio sono le lobby, che hanno sempre sostenuto l’innocuità del TFA perché non si accumulerebbe nel corpo. «Questi risultati dimostrano che non è vero». Rispondendo ai giornalisti, l’eurodeputata ha parlato apertamente di una «manipolazione della conoscenza politica e pubblica sui PFAS»: si racconta che siano indispensabili, ignorando i comparti europei già pronti a farne a meno, dai gas fluorurati all’agroindustria fino all’energia, e che oggi non ricevono alcun sostegno. Una convinzione maturata, ha raccontato, anche ascoltando i colloqui tra alcuni lobbisti italiani e i suoi colleghi. Chi decide, è la sua richiesta, deve poter contare sui dati di ricercatori indipendenti e università, non soltanto su quelli dell’industria che difende i PFAS. Secondo una stima del Consiglio nordico dei ministri, i PFAS costano ogni anno tra i cinquantadue e gli ottantaquattro miliardi di euro in danni sanitari nello Spazio economico europeo, mentre lo studio pubblicato a gennaio dalla Commissione calcola che il conto possa arrivare fino a millesettecento miliardi entro il 2050. Vietarli, è la tesi, costa meno che non farlo. La proposta di restrizione universale presentata nel 2023 da cinque Paesi è ancora all’esame dell’ECHA, ma l’ultima parola spetterà a Commissione e Stati membri. «Se voteranno contro – ha avvertito Guarda – saranno ricordati come complici di un crimine ambientale e sanitario». Intanto annuncia un vertice dei comuni alle prese con la contaminazione, spesso lasciati soli da Regioni e governi: i PFAS, dice, non sono un tema verde, ma politico. Il croato Gordan Bosanac ha portato in sala il caso di Gospić, dove circa 37mila tonnellate di rifiuti sono state smaltite illegalmente, in gran parte interrate, e una perizia della procura anticorruzione USKOK ha rilevato PFAS nelle acque sotterranee. Bonificare serve, ha detto, ma poi bisognerà agire sui divieti. Da qui la richiesta di una strategia europea sui rifiuti contenenti PFAS e di fondi per la ricerca in tutti i ventisette Stati membri. Lo studio ha limiti evidenti, e chi lo ha condotto non li nasconde. Il campione è piccolo e volontario, comprende anche residenti nei pressi di impianti chimici e i questionari compilati da settantanove partecipanti non bastano a risalire alle fonti di esposizione: ecco perché servono indagini più ampie. Ma aspettarle a braccia conserte, ha avvertito van Duursen, significa arrivare sempre in ritardo: «Se i livelli continuano a crescere, mancheremo sempre il bersaglio».   The post PFAS: livelli record di TFA, tossico per la riproduzione, nel sangue dei cittadini europei appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 1, 2026
L'INDIPENDENTE
A Spinetta Marengo i cittadini pagano per sapere quanti PFAS hanno nel sangue
A Spinetta Marengo, nell’Alessandrino, dove lo stabilimento Syensqo (ex Solvay) è da anni al centro della contaminazione da PFAS, i cittadini che vogliono sapere autonomamente quanti di questi composti hanno nel sangue devono pagare di tasca propria. Chi non rientra nel biomonitoraggio gratuito avviato dalla Regione Piemonte può infatti sottoporsi alle analisi soltanto a pagamento: nei mesi scorsi, prima dell’attivazione del servizio a Torino, alcuni residenti erano stati costretti persino a recarsi a Milano. Una situazione che torna al centro delle proteste dei comitati locali proprio mentre la Regione ha concesso allo stabilimento una nuova autorizzazione ambientale, contestata dagli ambientalisti anche per i ritardi sulla bonifica e sulla presa in carico sanitaria della popolazione esposta. La situazione è tornata a scaldarsi in seguito all’incontro pubblico del 17 settembre al Marengo Museum, dove l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi ha illustrato insieme alla task force sui PFAS il nuovo quadro autorizzativo. La Conferenza dei servizi si era conclusa il 5 agosto stabilendo, tra le altre cose, la cessazione della produzione di cC6O4 dal 1° gennaio 2027, nuovi limiti alle emissioni e ulteriori monitoraggi ambientali e sanitari. Durissima la lettura della Rete Ambientalista, che ha definito la nuova AIA una «licenza di uccidere», contestando anche il biomonitoraggio portato avanti dalla Regione, giudicato troppo limitato rispetto alla popolazione potenzialmente interessata. Gli attivisti del Comitato Stop Solvay hanno denunciato come nemmeno l’atto definitivo dell’autorizzazione sia stato ancora reso pubblico: una circostanza che impedisce di verificare nel dettaglio prescrizioni, scadenze e obblighi imposti alla società. Nel novembre 2025 il Tar Piemonte aveva riconosciuto il diritto di accedere ai dati completi sulle emissioni dello stabilimento, ordinando la pubblicazione di documenti precedentemente oscurati per ragioni legate alla riservatezza industriale. Per il Comitato, dopo sei anni di procedimento non bastano gli impegni annunciati: servono «date, quantità, controlli e responsabilità verificabili». Un altro punto sollevato dagli ambientalisti riguarda la bonifica interna del polo. Secondo Stop Solvay, il problema non può essere circoscritto alle emissioni presenti e future: occorre intervenire anche sull’eredità lasciata da decenni di attività industriale nei terreni, negli impianti e nelle matrici contaminate. Il Comitato chiede quindi di conoscere tempi, risorse, interventi e responsabilità previsti per il risanamento del sito. Al centro delle contestazioni rimane soprattutto la salute dei residenti. Al 17 settembre risultavano 1.120 cittadini aderenti al biomonitoraggio, con una cinquantina di campioni ancora da analizzare. Per concentrazioni superiori ai 20 ng/ml della somma dei PFAS considerati dal protocollo, le indicazioni regionali prevedono un intervento attivo del medico e ulteriori approfondimenti. Stop Solvay chiede però di sapere quando saranno effettivamente contattate tutte le persone interessate, quali esami verranno garantiti e con quali tempi, oltre a sollecitare l’allargamento del monitoraggio oltre i tre chilometri dal polo (stabilito nell’aprile 2025, mentre prima riguardava i residenti entro i soli 500 metri). A questo si aggiunge la questione degli esami richiesti autonomamente dai cittadini. A maggio alcuni cittadini di Spinetta Marengo avevano denunciato di non poter effettuare le analisi dei PFAS nel sangue presso il laboratorio pubblico di Tossicologia di Torino e di essere quindi costretti a rivolgersi a strutture di Milano, sostenendo personalmente il costo degli esami. La polemica era stata alimentata anche dal fatto che nel capoluogo piemontese esisteva già la strumentazione necessaria per eseguire questo tipo di analisi, acquistata con fondi pubblici. La Regione aveva spiegato che si trattava di una sospensione temporanea, legata alla necessità di definire le modalità di accesso e le relative tariffe. Poche settimane dopo, il 29 maggio, la stessa Regione annunciò che i cittadini avrebbero potuto effettuare prelievi e analisi anche presso il laboratorio di Tossicologia dell’Università di Torino, alla Città della Salute e della Scienza–CTO. L’accesso, tuttavia, non è gratuito: il comunicato regionale aveva specificato che il servizio è disponibile «secondo il tariffario che sarà predisposto». Diverso resta il percorso di biomonitoraggio organizzato dalla Regione, gratuito per i soggetti arruolati nel programma istituzionale. Lo scorso giugno, la giudice per l’udienza preliminare Arianna Ciavattini ha rinviato a giudizio due ex direttori di stabilimento di Syensqo Solvay di Spinetta Marengo, accusati di disastro ambientale colposo per l’inquinamento da PFAS. Il processo si aprirà il prossimo 16 novembre. Insieme a due manager, la gip ha chiamato in causa anche la Solvay Specialty Polymers spa come responsabile civile. Negli ultimi due anni Syensqo Solvay ha versato oltre 2,5 milioni di euro a titolo di risarcimento ad alcune delle circa 300 parti civili costituitesi nel procedimento avviato nel 2024. Gli accordi economici hanno progressivamente ridotto il numero dei soggetti presenti nel processo: tra questi anche Medicina Democratica, che ha accettato 50mila euro, e i Comuni di Alessandria e Montecastello, ai quali sono stati riconosciuti 100mila euro ciascuno. Hanno inoltre lasciato il procedimento numerosi cittadini, risarciti con somme comprese tra 3.500 e 8mila euro. The post A Spinetta Marengo i cittadini pagano per sapere quanti PFAS hanno nel sangue appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 23, 2026
L'INDIPENDENTE
Pacifismo e nonviolenza: il ‘caso esemplare’ di Alessandria e dintorni / 1 – UNA STORIA EMBLEMATICA
ESAMINANDO I MATERIALI DOCUMENTALI CUSTODITI NELL’ARCHIVIO DALL’ASSOCIAZIONE PER LA PACE E LA NONVIOLENZA DI ALESSANDRIA CHE LE DESCRIVONO E ILLUSTRANO, ALBERTO DRERA HA ANALIZZATO LE ATTIVITÀ PRATICATE E ORGANIZZATE DAI GRUPPI PACIFISTI LOCALI NELL’ULTIMO DECENNIO DEL XX SECOLO. Subito salta all’occhio il nesso tra pace ed ecologia, due questioni fortemente correlate tra loro nelle attività dei movimenti nonviolento e ambientalista ai loro esordi 1  e oggi, proprio in queste giornate in cui è in svolgimento la terza Settimana di azione globale per la Pace e la Giustizia climatica. La collezione di volantini, manifesti e articoli di giornale e di opuscoli e riviste conservata all’Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea in provincia di Alessandria (ISRAL) fornisce informazioni sulle attività svolte dai pacifisti alessandrini dal 1968 fino al 2013 e, in specifico, nelle tre fasi epocali in cui nella città e nella provincia si è sviluppato il movimento di protesta nonviolenta. La prima fase, dal ’68 al 1975, quando si formano il Comitato per la pace di Acqui Terme e il Comitato Italia-Vietnam alessandrino; la seconda (1976-1986) in cui i collettivi pacifisti proliferano in tutto il Piemonte e si aggregano nel Coordinamento regionale dei Comitati per la pace; la terza (1987-2001) in cui i numerosi gruppi territoriali accrescono e, coagulati in coordinamenti nazionali e reti globali, si rafforzano a vicenda. Tre periodi in cui l’agenda dei pacifisti alessandrini, italiani, europei e americani era fitta di impegni: iniziative di solidarietà con i movimenti di liberazione da apartheid e colonialismo e con il popolo palestinese e le popolazioni indigene di Africa, Asia e America Latina e manifestazioni di protesta contro le guerre delle grandi potenze ‘occidentali’ nei cosiddetti ‘paesi del terzo mondo’ e la ‘crociata in Iraq’ condotta dagli USA insieme agli alleati NATO e Israele… Tra il 1990 e il 1991, mentre la prima guerra del Golfo riportava il conflitto armato al centro della scena internazionale, anche in provincia di Alessandria si levò una voce diversa: quella di cittadini, movimenti, associazioni, studenti e credenti che scelsero di opporsi alla guerra in nome della pace. Questo libro ricostruisce lo sviluppo del movimento pacifista alessandrino in uno dei momenti più delicati della storia contemporanea. Emerge il racconto di una mobilitazione civile capace di unire sensibilità diverse attorno a un obiettivo comune: affermare il valore del dialogo contro la logica delle armi  – 2 “La guerra del Golfo (1990-1991) ha rappresentato un momento spartiacque  – evidenzia l’ISRAL presentando la ricerca  3 – A poco meno di un anno dalla caduta del muro di Berlino, quando i conflitti sembravano solo un lontano ricordo, l’Iraq invase il Kuwait, producendo una serie di reazioni a livello internazionale, che poi sfociarono nell’operazione Desert Storm“. Intanto, parallelamente alla fondazione dell’Associazione per la pace (ASSOPACE), dal 1988 ad Alessandria cominciava a operare il collettivo che “nel 2002, dopo i fatti del G8 a Genova e l’attentato alle Torri Gemelle, si costituì come Associazione per la pace e la nonviolenza per meglio specificare la vicinanza ad una cultura che rifiuta la violenza, e ritiene che la riduzione delle armi, il disarmo nucleare, una democratizzazione delle Nazioni Unite, un’economia di giustizia, una distribuzione delle risorse più equa e un rispetto dell’ambiente più responsabile possano davvero assicurare una pace stabile fra i popoli e una vita dignitosa per i singoli abitanti del pianeta”. Ad Alessandria e dintorni il decennio 1990-2000 era anche il periodo delle lotte sindacali, poi civili e adesso giudiziarie contro i dirigenti delle multinazionali Eternit a Casale Monferrato e Solvay a Spinetta Marengo… … e mentre è attesa la sentenza finale del processo Eternit bis 5 all’udienza del 16 novembre prossimo al Tribunale di Alessandria comincerà la fase cruciale del procedimento contro gli imputati accusati responsabili della contaminazione del territorio alessandrino con sostanze chimiche tossiche 6. * Quali problematiche o istanze ambientaliste riverberavano nelle idee e iniziative dei gruppi pacifisti attivi ad Alessandria e dintorni nel decennio 1990-2000? > Alberto Drera  – Negli anni Novanta, per molti pacifisti alessandrini la > difesa della pace cominciò a intrecciarsi sempre più con la difesa > dell’ambiente. La guerra non veniva considerata soltanto come distruzione di > vite, città e infrastrutture, ma anche come una delle forme più estreme di > devastazione dei territori e di sfruttamento delle risorse. > > La guerra del Golfo del 1990-1991 rappresentò, da questo punto di vista, un > passaggio particolarmente significativo. Il ruolo strategico del petrolio, gli > incendi dei pozzi e le conseguenze ambientali del conflitto rendevano evidente > il legame tra guerra, interessi economici e risorse naturali. > > Da questa consapevolezza derivavano anche battaglie come quella per il > disarmo, contro la crescita della spesa militare e per la riconversione > dell’industria bellica. > > L’idea era che le risorse destinate alla produzione e alla preparazione della > guerra potessero essere orientate verso finalità sociali, civili e, in > prospettiva, anche ambientali. Proprio questa ‘contaminazione’ contribuì ad > allargare l’idea stessa di pace, non più soltanto come assenza di guerra, ma > come ricerca di un modello di società fondato sulla giustizia sociale, sulla > tutela dell’ambiente e su un rapporto diverso con le risorse del pianeta. > > Nel territorio alessandrino queste sensibilità entrarono inoltre in contatto > con un associazionismo sempre più attento alla tutela dell’acqua, dell’aria, > del suolo e della salute. > > È importante, però, non immaginare un movimento perfettamente omogeneo. > > Pacifismo e ambientalismo rimanevano esperienze distinte, ma con importanti > zone di sovrapposizione. * Quali esperienze o vicende memorabili avvenute ad Alessandria e provincia sono emblematiche della storia del pacifismo italiano, o del pacifismo in generale? > Alberto Drera  – Credo che una delle vicende più emblematiche sia il lungo > digiuno contro la guerra del Golfo, durato 42 giorni e organizzato ad > Alessandria in piazza della Libertà, dove era stata allestita la Tenda per la > pace, una sorta di quartier generale permanente dei pacifisti. > > Fu un’esperienza importante non soltanto per il suo valore simbolico e per la > radicalità della scelta nonviolenta, ma soprattutto perché trasformò > Alessandria in un punto di riferimento per il movimento pacifista nazionale. > Durante quei 42 giorni i pacifisti alessandrini mantennero infatti un contatto > costante con numerosi gruppi presenti in altre città italiane, da Bologna a > Cagliari, da Torino a Sestu, da Piacenza ad Asti, contribuendo al > coordinamento delle iniziative contro la guerra. > > Altrettanto significativa fu l’esperienza del Telefono contro la guerra. > > I pacifisti alessandrini mettevano a disposizione delle famiglie e delle > persone che ricevevano la cartolina di preallerta per la chiamata alle armi un > servizio di ascolto e di assistenza molto concreto. Non si limitavano a dare > sostegno morale a chi si trovava improvvisamente di fronte alla possibilità di > partire per il fronte, ma fornivano anche informazioni sulle possibilità di > obiezione e sulle modalità per sottrarsi alla chiamata alle armi.  Fu > un’iniziativa che ebbe anche un costo politico e giudiziario, perché > l’Associazione per la pace venne denunciata e dovette affrontare pesanti > accuse, tra cui quella di istigazione a delinquere. > > Infine, penso sia importante ricordare il ruolo che alcuni pacifisti > alessandrini ebbero direttamente nelle strutture nazionali dell’Associazione > per la pace. > > Alcuni membri dell’associazione locale facevano infatti parte del Gruppo > Operativo Nazionale, il GON, e questo permetteva ad Alessandria di partecipare > non soltanto alle mobilitazioni del territorio, ma anche alla progettazione e > all’organizzazione di iniziative di carattere nazionale. > > In questo senso, la storia del pacifismo alessandrino è interessante proprio > perché mostra come una realtà provinciale potesse diventare un laboratorio di > partecipazione, organizzazione e nonviolenza con una dimensione che andava ben > oltre i confini locali. 1. Pace ed ecologia: un ‘binomio’ indissolubile, e imprescindibile 2. Pacifismo locale, conflitto globale. Il movimento pacifista alessandrino e la guerra del Golfo (Impressioni Grafiche, 2026), di Alberto Drera, ricercatore in “Ecologia dei sistemi culturali e istituzionali” al Dipartimento di Giurisprudenza e Scienza Politiche, Economiche e Sociali dell’UPO / Università del Piemonte Orientale 3. Un contributo di Alberto Drera alla storia del movimento pacifista Alessandrino 4. L’appello del processo Eternit bis coincide con il 118° anno dall’inizio della produzione a Casale Monferrato 5. Pfas, due dirigenti della Solvay di Spinetta Marengo a processo per disastro ambientale Maddalena Brunasti
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