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Il senso della giustizia è innato?
> «La giustizia e l´ingiustizia sono stati inventati per impedire alle persone > di riprendersi ciò che è stato loro rubato.»  (John Dutton, del ranch > Yellowstone). Con questa frase l’attore Kevin Costner (che interpreta Dutton nella serie TV Yellowstone, N.d.r.) vuole intendere che non esiste un diritto naturale a qualcosa. Se il diritto in quanto tale non esiste, perché dovremmo difenderlo? Perché il senso della giustizia è naturale e innato? In questo articolo non intendo lamentarmi dell’ingiustizia. Si tratta piuttosto di capire se esiste un “diritto”, da dove proviene e se ha qualcosa a che fare con la “giustizia”. Dall’invasione della Russia nel 2022, nei dibattiti politici è stato ripetutamente invocato il “diritto internazionale”. Lo stesso vale per i bombardamenti attuati da Israele nei paesi vicini. Evidentemente si presume che esista un “diritto” internazionale. Il ‘diritto’ senza una forma di “giustizia” implode, è privo di senso. Il simbolo della giustizia, però, è la bilancia. La giustizia è innanzitutto uno strumento per pacificare i gruppi. Impedisce conflitti aperti e prolungati per beni, potere e posizioni. Senza di essa, ci sarebbe il rischio di una lotta permanente di tutti contro tutti, distruttiva e improduttiva. In realtà, però, tutte le civiltà conosciute si basano su disuguaglianze strutturali. Già le prime città-stato della Mesopotamia – Ur e Uruk – erano organizzate in modo rigorosamente gerarchico, cioè ingiusto. Ed è proprio lì che troviamo la prima raccolta completa di leggi dell’umanità. L’ingiustizia di fatto è stata tradotta in forma di legge: intoccabile, apparentemente neutrale, per grazia di Dio. La legge garantiva a ciascuno il proprio posto, ma non la propria libertà. La più grande appropriazione di terre della storia antica ebbe luogo probabilmente sotto Alessandro Magno. Tuttavia, il suo impero durò solo circa 15 anni nella sua massima espansione. L’Impero Romano, invece, che si espanse lentamente, durò più o meno 500 anni. A differenza di Alessandro, i Romani portarono la legge, il diritto romano. Tutti gli abitanti dei territori conquistati divennero romani. Si potrebbe dire che i Romani conquistarono con l’esercito e assicurarono il loro dominio con la legge. Gli inglesi impararono dai Romani e applicarono lo stesso principio nelle loro colonie. L’appropriazione delle terre negli Stati Uniti è stata accompagnata da un genocidio senza precedenti, legittimato giuridicamente proprio come la schiavitù. Gli Stati Uniti disponevano di soldati, giudici e leggi, mentre le vittime avevano solo lo status di “bande”. In Canada non andó molto diversamente. Negli anni tra il 1960 e il 1970, il genocidio aperto e sanguinario era ormai bandito, ma la sterilizzazione forzata delle donne indigene veniva fortemente promossa dalla legge. Si stima che fino al 50% delle indigene ne sia stato colpito, mentre il mondo celebrava i Beatles e i Rolling Stones. Ciò che per gli Stati Uniti e il Canada è storia, in Palestina è il presente. La politica di Israele si differenzia da quella degli Stati Uniti soprattutto per il fatto che gli Stati Uniti hanno concluso la loro fase di espansione, dopo l’appropriazione delle terre del Texas e della California. Analogamente ai coloni invasori in Nord America, i coloni ebrei arrivarono in Palestina all’inizio del XX secolo, istituirono un parlamento, le leggi, un sistema giudiziario e un esercito, dichiarando cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato. Fino ad oggi questo Stato continua a sottrarre terreni a privati cittadini. I soldati di uno Stato di diritto costringono le persone ad andarsene e impongono la “loro” giustizia. Le organizzazioni di apolidi vengono rapidamente dichiarate illegali e quindi prive di diritti. L´esecrabile attacco del 7 ottobre sarebbe stato valutato diversamente a livello internazionale se la Palestina fosse stata riconosciuta come Stato. Senza essere meno orribile, sarebbe stato considerato giuridicamente come un tentativo da parte di uno Stato di riconquistare il territorio occupato. La storia dimostra che raramente la disuguaglianza e la miseria portano da sole alla ribellione: * Irlanda 1845-1852: un milione di morti per fame, nonostante l’esportazione di cereali. * India 1943: da due a tre milioni di morti. * Ucraina 1932-1933: da tre a quattro milioni di morti per fame. * Cina 1959-1961: da 15 a 45 milioni di morti. * Etiopia 1983-1985: un milione di morti per fame. Senza che si sfociasse in rivolte! E tuttavia, le persone si oppongono alle “ingiustizie”. Alla fine degli anni ’80, la chiusura di alcuni stabilimenti minacciava l’industria siderurgica tedesca. I lavoratori sapevano cosa sarebbe accaduto. Ma ciò che determinò la loro resistenza non fu la prospettiva di perdere il lavoro, bensì la scoperta del doppio gioco politico. Quando si venne a sapere che il partito SPD prometteva pubblicamente solidarietà, ma internamente agiva in modo contrario, scoppiò una sommossa. Ció che seguì fu molto più di uno sciopero. Vi fu una rivolta intorno all’acciaieria Krupp di Rheinhausen, come non se ne erano mai viste prima. Dall’autunno del 1987 alla primavera del 1988 Rheinhausen rimase bloccata. La popolazione sostenne la resistenza. I media tacquero. Non è stata la necessità, bensì la perdita di legittimità a portare al conflitto. Lo stesso schema si è ripetuto nelle rivolte della fame nei paesi arabi: Egitto 1977, Tunisia 1983-1984, Marocco 1981 e 1984, Sudan 1985-1986, Algeria 1988, Giordania 1989. Non è stato solo il prezzo del pane a essere determinante, ma la sensazione di essere vittime di un ordine ingiusto e determinato da altri. Il candidato alla presidenza Trump era detestato e temuto dai vertici europei, non per la sua aggressività, ma per la sua schiettezza. Senza peli sulla lingua rendeva noto quello che lui e i suoi predecessori – Biden e Obama – facevano, ma che questi ultimi non avevano mai dichiarato apertamente. Questa sua franchezza ha ostacolato l’élite di potere europea nello sforzo di mantenere l’illusione di una politica giusta agli occhi della gente. L’invasione militare in Venezuela, durante la quale sono state uccise oltre 100 persone e il presidente è stato rapito insieme alla moglie, è stata definita dai principali media tedeschi come un “arresto”. “Arresto” è un termine del diritto di polizia. Implica già che l’azione sia legalmente legittima e giustificata. Il cancelliere federale Merz si è affrettato a giustificare diligentemente l’evidente violazione della legge. Cosa possiamo imparare da questo? Primo: l’élite al potere fa quello che vuole. Secondo: ha bisogno del “diritto” per giustificare il proprio agire. Il potere moderno non può basarsi solo sulla forza bruta. Ha bisogno di certezza giuridica e accettazione. È proprio qui che sta la sua vulnerabilità. Le leggi promettono giustizia – ed è proprio in base a questa promessa che dobbiamo giudicare i loro creatori, senza cadere nell’illusione che queste leggi siano espressione di vera giustizia. Non dobbiamo credere alle leggi tanto quanto non dobbiamo credere a coloro che le creano. Ma è proprio sulla base delle leggi che promettono diritto e giustizia che si può smascherare l’ingiustizia. L’élite dominante deve essere giudicata in base ai criteri con cui essa stessa crea legittimità. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI ANNA SETTE. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Jürgen Adriaans
Cinque tesi sulla situazione in Nepal
Se la tua casa non è pulita, le formiche entreranno dalla porta e attireranno i serpenti. La crisi in Nepal si è aggravata all’inizio di settembre, facendo cadere il governo di centro-destra del primo ministro KP Oli. Lo stimolo immediato è stata la regolamentazione e il divieto dei social media il […] L'articolo Cinque tesi sulla situazione in Nepal su Contropiano.
Il lavoro povero aumenta le diseguaglianze di genere, territoriali e intergenerazionali
Una ricerca inedita dell’IREF, l’Istituto di ricerca delle Acli, realizzata grazie ai dati di circa 800 mila dichiarazioni anonime dei redditi fornite dal Caf Acli, mette in luce ancora una volta come la diseguaglianza retributiva e i lavori a basso reddito siano due fenomeni strettamente correlati, che hanno visto un trend di crescita negli ultimi 15 anni. I dati raccolti, rigorosamente anonimi, che riguardano 785.466 contribuenti che si sono rivolti al Caf Acli per la compilazione e la consegna del modello 730 del 2024, evidenziano che quasi il 90% ha un lavoro continuo, cioè almeno 9 mesi di lavoro nell’anno dichiarato e ci raccontano di un Paese dove l’uguaglianza salariale di genere è ancora molto lontana: le donne con lavoro a basso reddito sono il 54% in più rispetto agli uomini. Le diseguagliane, oltre che di genere, sono anche tra generazioni: gli under30 con un lavoro povero sono il 70% in più rispetto agli under50. E il divario tra Nord e Sud purtroppo permane anche a livello di salario: la probabilità di firmare un contratto a bassa retribuzione in Basilicata è tre volte più probabile che firmarlo in Lombardia. Questa differenza può diventare ancora più significativa se da un polo urbano si va verso le aree interne. Un altro dato significativo riguarda i single: la percentuale di occupati a basso reddito è del 11,3%, quasi doppia rispetto ai coniugati (6,5%). Su questo gruppo pesa l’impossibilità di compensare la condizione individuale con le forme di solidarietà economica tra partner. Ovviamente la condizione dei single è connotata in termini generazionali. Ma il lavoro a bassa retribuzione, come si diceva, è soprattutto una questione meridionale: sono soprattutto le regioni del Sud a mostrare una quota di lavoratori che percepiscono retribuzioni sotto la soglia dei 726 euro al mese. Nella Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI), le “aree Interne” sono territori caratterizzati da una significativa distanza dai Poli, intesi come centri di offerta di servizi essenziali (salute, istruzione, mobilità). Questi territori sono caratterizzati da declino demografico e scarso sviluppo socio-economico. Risulta quindi probante verificare la consistenza del lavoro a basso reddito in queste zone. Ci sono circa 4.000 € di differenza tra i redditi medi da lavoro nell’Italia dei “poli”, ossia nei comuni che hanno una dotazione di servizi essenziali tale da attrarre i flussi di popolazione dalle altre aree, e i comuni interni, l’Italia dei paesi dalla quale occorre spostarsi per avere accesso a salute, educazione e mobilità. Occupazione remunerative e buoni servizi vanno, dunque, di pari passo. “L’interazione tra territorio e penalizzazioni retributive delle donne, si legge nel Report, origina una differenza di 14.000 € di reddito medio tra una lavoratrice che risiede nell’Italia “interna” e un lavoratore che vive nell’Italia “dei poli”. Per una lavoratrice donna spostarsi da un paese in città produce un guadagno di salario medio di circa 3.500 euro, pur non annullando il differenziale con i lavoratori di sesso maschile. La combinazione di territorio e genere è la disuguaglianza maggiore nei redditi da lavoro registrati nella base dati Caf Acli”. Ma quali sono le conseguenze del lavoro “a basso reddito”? E’ il contingentamento della spesa per la salute la conseguenza più grave. L’accesso alle detrazioni sanitarie rappresenta un altro importante indicatore delle disuguaglianze economiche e sociali. Secondo l’Osservatorio dei conti pubblici italiani dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, i contribuenti con redditi più bassi (fino a 15.000 € annui) costituiscono il 44% del totale, ma beneficiano solo dell’11% delle detrazioni sanitarie complessive, con una media di 196 € di spese sostenute per dichiarazione. Al contrario, i contribuenti con redditi più alti (oltre 120.000 € annui) usufruiscono dell’85% delle detrazioni totali. Inoltre, solo il 20% dei contribuenti con redditi fino a 15.000 € usufruisce delle detrazioni, rispetto all’85% dei contribuenti con redditi superiori a 120.000 €. “Questo squilibrio, sottolinea l’IREF, riflette non solo la disparità economica, ma anche un accesso problematico ai benefici fiscali legati alla salute. Una divaricazione simile si riscontra considerando i dati messi a disposizione da Caf Acli. I lavoratori del 1° quintile di reddito portano, in media 749 € in dichiarazione dei redditi per spese sanitarie; i lavoratori più ricchi (5° quintile) quasi il doppio, 1.369 €. L’andamento del grafico mostra in modo evidente come, tra i lavoratori dipendenti, la capacità di portare in detrazione le spese sanitarie sia legata al reddito disponibile; tuttavia, la salute non è un costo “elastico”, ossia dipendente dalle risorse del consumatore, ma una spesa che secondo i casi della vita riguarda in maniera indistinta tanto i lavoratori a basso reddito quanto quelli con retribuzioni più alte. A queste differenze, si aggiungono poi i consueti fattori territoriali. Nel volume di spese sanitarie portate in detrazione dai lavoratori che hanno presentato il Mod. 730 al Caf Acli, si osserva una proporzione di 1,5 a 1 tra Lombardia (1.134 € di spesa media portata in detrazione al 19%) e Basilicata (809 €)”. In conclusione, la ricerca dell’IREF mette in evidenza come la povertà lavorativa non sia un fenomeno isolato, ma interconnesso con questioni generazionali, di genere e territoriali: le donne e i giovani sono i più vulnerabili per i redditi che riescono a ottenere nel mercato del lavoro, mentre le aree interne soffrono di un progressivo abbandono e di una crescente difficoltà a trattenere i giovani talenti. Per contrastare efficacemente le disuguaglianze e migliorare le condizioni di vita di milioni di italiani, occorrerebbero – è l’auspicio dei ricercatori dell’IREF – misure mirate sul reddito, sulle opportunità lavorative, sull’accesso ai servizi e sulla valorizzazione del capitale umano. Qui la ricerca dell’IREF Giovanni Caprio
LAVORATORI E LAVORATRICI SEMPRE PIÙ POVERI: NON SOLO NUMERI, DISUGUAGLIANZE CRESCENTI…E SALARI DA FAME
Lavoratrici e lavoratori sempre più poveri: un problema che viene da lontano e di cui si è accorto anche il presidente della Repubblica, Mattarella: citando l’ultimo rapporto 2024-2025 dell’Organizzazione internazionale del lavoro, commenta: “Salari inadeguati sono un grande problema per l’Italia. Tante famiglie non reggono l’aumento del costo della vita”. L’impoverimento progressivo non è un fenomeno nuovo, ma un processo che si manifesta da decenni di “moderazione” salariale e di distanza rispetto alla situazione europea. La situazione ha tuttavia subito un rapido significativo peggioramento a partire dal 2022 con l’impennata dell’inflazione (in particolare con l’aumento dell’energia e delle materie prime) che non è mai rientrato. A questo si somma il fatto determinante che dal 2022 i salari non sono cresciuti altrettanto e molti contratti nazionali (per chi ce l’ha) sono rimasti fermi e anche quelli rinnovati spesso non hanno seguito l’andamento dell’inflazione. In Italia, cinque milioni di persone faticano a sostenere anche le spese essenziali. Un aspetto fondamentale, spesso trascurato, infatti riguarda l’impoverimento dello stato sociale. Quando la sanità pubblica è a pezzi e per curarsi si deve pagare, questo rappresenta poi una perdita ulteriore di quello che viene definito “salario cosiddetto indiretto”. Non è perciò una novità il rischio di povertà tra le persone che lavorano anche se impegnate a tempo pieno: nel 2024 gli occupati con un reddito inferiore al 60% di quello mediano nazionale al netto dei trasferimenti sociali sono il 9%, in aumento dall’8,7% registrato nel 2023. A soffrire di più sono i giovani: tra i 16 e i 29 anni, è in condizione di povertà l’11,8% degli occupati, mentre tra i 55 e i 64 anni la percentuale scende al 9,3%. I dati Eurostat mostrano inoltre come l’Italia si collochi in una posizione ancor peggiore rispetto ad altri Paesi europei. In Italia, la quota di lavoratori full-time in condizione di povertà è più del doppio rispetto alla Germania, dove si attesta al 3,7% ed è in calo anche tra gli occupati over 18. In Spagna la situazione è simile a quella italiana, con il 9,6% dei lavoratori a tempo pieno considerati poveri. Molto meglio la Finlandia, dove la percentuale scende al 2,2%. Il commento, ai microfoni di Radio Onda d’Urto di Eliana Como, portavoce de “Le radici del sindacato”, opposizione interna di sinistra della Cgil. Ascolta o scarica