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«Waking Hours»: il confine europeo nel buio della notte
C’è un’Europa che prende forma solo di notte, lontano dai riflettori e dalle narrazioni ufficiali. Un’Europa di foreste attraversate al buio, di fuochi accesi tra gli alberi, di spari che rimbombano in lontananza e di un confine – quello tra Serbia e Ungheria – che smette di essere una linea sulle mappe per diventare spazio vissuto, attraversato, temuto. Waking Hours, film documentario di Federico Cammarata e Filippo Foscarini 1, nasce proprio da lì, da quello che gli autori definiscono «un teatro oscuro e una dimora provvisoria», dove «la materia del visibile si sfalda» e il confine europeo si manifesta come esperienza concreta di attesa, sopravvivenza e invisibilità. Selezionato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia e da oggi nelle sale italiane 2, è girato interamente di notte lungo una delle tratte più battute della rotta balcanica. Gli autori seguono la vita quotidiana di alcuni passeurs afgani che vivono nascosti nelle foreste, in attesa di accompagnare le persone migranti oltre la soglia dell’area Schengen. Non un’inchiesta tradizionale né un racconto esplicativo: «Alla logica dell’investigazione istituzionale – spiegano – opponiamo una contro-investigazione poetica e civile, che non cerca colpevoli ma crea ascolto». Il film affida così al suono, alle luci intermittenti e all’oscurità il compito di raccontare ciò che resta ai margini dello sguardo e della rappresentazione. Coprodotto da Volos Films Italia con Cosma Film e Rai Cinema, e distribuito da Luminalia, Waking Hours ha ricevuto due premi alla Mostra di Venezia e un’attenzione critica significativa. La sua forza sta in una scelta radicale di messa in scena: «La foresta non è sfondo né cornice, ma il corpo vivo e il cuore pulsante del film». Il buio non è assenza, ma «condizione esistenziale: buio di foresta, buio di paura, buio di desiderio, buio dell’invisibilità politica». In questo spazio sospeso, cinema del reale e teatro si fondono, mentre la rotta balcanica resta «una presenza persistente che lavora ai margini dell’inquadratura», senza mai essere mostrata frontalmente. Waking Hours arriva ora nelle sale italiane con una distribuzione diffusa che attraversa il paese, invitando il pubblico a un’esperienza cinematografica rara e immersiva. Un attraversamento, come lo definiscono gli stessi Cammarata e Foscarini: «La foresta è la nostra barca. Il cinema, il nostro attraversamento». INTERVISTA A FEDERICO CAMMARATA E FILIPPO FOSCARINI a cura di Dario Zonta IN CHE MODO SIETE ARRIVATI A FILMARE AL CONFINE TRA SERBIA E UNGHERIA? COME SIETE INCAPPATI NEI CLAN DI PASSEUR? Questo film è nato completamente per errore. Ci trovavamo a viaggiare nella regione a nord della Serbia perché volevamo filmare la “fioritura del Tibisco”, un fenomeno naturale unico nel suo genere che avviene una volta l’anno appunto sulle rive del fiume Tibisco. Centinaia di migliaia di insetti, chiamati “effimere”, dopo una gestazione di tre anni passati sul letto limaccioso del fiume, escono in massa dall’acqua durante il tramonto e cominciano a volare. La loro vita è effimera, dura solo poche ore e in questo tempo volano freneticamente sopra l’acqua nel tentativo di riprodursi. Il fiume Tibisco è circondato da fitti boschi che in estate ricordano quasi una giungla. Il caso ha voluto che mentre ci addentravamo attraverso la vegetazione, in cerca del punto più adatto da cui filmare la “fioritura”, ci imbattessimo in uno dei tanti gruppi che presidiava la foresta. Eravamo partiti solo per 3 o 4 giorni, giusto il tempo di filmare gli insetti. Siamo finiti per restare lì quasi un mese. NELLA SCENA INIZIALE DEL FILM SI VEDE UN VIA VAI DI MACCHINE E TAXI CHE PORTANO GRUPPI DI PERSONE. IL NUMERO COSPICUO DI PERSONE CHE GESTISCONO QUESTE ATTIVITÀ LASCIA IMMAGINARE CHE TUTTO QUESTO SIA CONOSCIUTO, SE NON ADDIRITTURA TOLLERATO, E CHE GENERI ADDIRITTURA UN INDOTTO. CI DITE QUALCOSA SU QUESTO ASPETTO? È un fenomeno complesso, raccontato poco, che tra l’altro cambia in base al tipo di confine. Le informazioni relative a queste organizzazioni non sono tante. Noi abbiamo visto un tassello di qualcosa di enorme, sfiorando appena la punta di un iceberg. Sulle prime non è stato immediato distinguere un passeur da chi non lo era. È un fenomeno stratificato: tendenzialmente quelli che vivono dentro le foreste sono coloro che lavorano e che organizzano i passaggi. I migranti arrivano nei modi più disparati: alcuni arrivano nei centri di accoglienza vicino alle città, ma noi abbiamo visto anche intere famiglie arrivare nella cittadina più vicina al border e sistemarsi in una struttura ricettiva, tipo un b&b, in attesa della chiamata. SI TRATTA QUINDI DI UN EVENTO, QUELLO DEL PASSAGGIO, CHE COINVOLGE DIVERSI LIVELLI E SFERE, COMPRESI GLI AFFITTACAMERE E I TASSISTI, E TUTTO QUELLO CHE C’È INTORNO. Si, è cosi. Ma non bisogna immaginare un taxi che passa ogni tanto, ma una vera e propria orda, sempre notturna; taxi che si muovono avanti e indietro in mezzo al nulla, in prossimità del bosco lasciano i gruppi di persone che vengono prese in consegna dai clan che li nascondono tutta la notte dentro la foresta e con le prime luci dell’alba vengono portate dall’altro lato. Naturalmente c’era molta polizia, noi abbiamo incontrato nel secondo viaggio anche Frontex, la polizia europea di frontiera, dispiegata sempre dal lato serbo. Il fenomeno dei taxi veniva più o meno ostacolato, nel senso che c’erano dei posti di blocco che periodicamente li fermavano… senza però arrestare il flusso. È logico immaginare che ci fosse un indotto, un sistema economico che permettesse tutto questo. Poi c’è stata una operazione massiccia di Frontex e della polizia serba che ha fatto piazza pulita. Si parla di una situazione che si era stratificata negli anni, quindi era sicuramente a beneficio di tanti, questo lo si percepiva, era tangibile. QUANTO COSTA ATTRAVERSARE IL CONFINE? Per attraversare un confine le cifre sono simili, sia per quanto riguarda l’attraversamento dalla Libia, che per quanto riguarda gli attraversamenti nei vari confini nell’area balcanica, che sia la Bulgaria, la Grecia, la Serbia o la Bosnia… In media un migrante, un rifugiato, spende all’incirca 10.000 euro in tutto, distribuendo il denaro nei vari passaggi e confini. Non è però un percorso lineare, nel senso che ci sono poi i respingimenti, per cui ci sono persone che vengono ricondotte nel posto da cui hanno provato ad entrare, ci riprovano anche tre, quattro, cinque, sei, sette, otto volte. Ci sono persone che provano e riprovano e poi finiscono per non entrare mai. ALCUNI DEI MIGRANTI POI SONO DIVENTATI PASSEUR: DA CHI SONO COMPOSTI QUESTI CLAN, NON SOLTANTO DAL PUNTO DI VISTA DELLE ETNIE? Non è sempre chiaro quale sia la soglia tra il contrabbandiere e il migrante; uno dei protagonisti del film lo racconta esplicitamente, dicendo di aver provato più volte l’attraversamento, di essere stato all’interno dell’area Schengen, di essere stato in Bosnia piuttosto che in Austria o in Italia, e poi a causa dei respingimenti si è trovato costretto a tornare indietro. Nelle foreste abbiamo incontrato molti afghani, persone che fuggivano dal regime talebano, la maggior parte di lingua Farsi, persone che per lunghi anni sono stati migranti e poi a un certo punto, non potendo più rientrare nei loro luoghi d’origine e non potendo più stare in Europa, per i respingimenti o per le condizioni lavorative inadatte per poter sopravvivere, hanno deciso di fare proprio questa scelta forzata di vivere ai margini, lungo i confini tra i vari stati per aiutare altri ad entrare in Europa. Ci sono però anche gruppi di persone che vanno lì per fare questa specifica attività di organizzazione del passaggio, quindi non occasionalmente… Alcuni vanno lì apposta per fare quello, per collocarsi proprio sulla soglia e guadagnare, altri ci finiscono. Ci sono vari motivi per cui un singolo fa una scelta così pericolosa, vivendo in condizioni simili a quelli che fanno la rotta, sebbene in un altro ruolo. È un sistema stratificato, vanno immaginate veramente come delle agenzie di viaggio, divise per clan di appartenenza. Ci saranno anche dei gruppi sporadici che nascono autonomamente, ma la maggior parte sono tutti molto organizzati. Ci sono afghani, siriani, pakistani, marocchini o tunisini: a volte si identificano proprio con dei nomi, spesso tratti da veri battaglioni militari considerati d’elite. LO SCONTRO TRA BANDE DENTRO ALLE FORESTE È STATO UNO DEI MOTIVI PER CUI IN QUELLA ZONA IL FENOMENO È STATO INTERROTTO. I clan, confrontandosi tra di loro, hanno per un lungo periodo generato una guerra a bassa tensione costante, per cui tutte le notti in quel confine si sparava. Di conseguenza la gendarmeria serba, coordinata da Frontex, ha deciso di intervenire, di rompere questa economia, che comunque era un’economia che non riguardava soltanto i clan, ma anche i locali, gli stessi serbi. Anche l’impennata numerica degli arrivi in Serbia nel biennio 2022/23 è stata la causa dell’interruzione. E c’era poi anche un motivo di geopolitica locale, perché la Serbia concedeva un visto temporaneo che permetteva alle persone provenienti dagli stati che non riconoscevano l’autonomia del Kosovo di entrare nel paese. Quello era il motivo per cui tante persone dal Marocco, dall’Afghanistan o dalla Siria entravano in Serbia senza troppe difficoltà per poi provare ad attraversare. Una parte della violenza invisibile del posto era legata all’economia, come in qualsiasi altro posto sulla terra; lì le persone venivano considerate come merce da contrabbandare, da portare da un posto ad un altro, ma c’erano anche altre merci che giravano, come le armi. I clan non si portavano le armi da casa: ogni qual volta spuntava un kalashnikov nascosto tra gli alberi, quasi sempre proveniva dalla guerra in ex-Jugoslavia. Da dove arrivavano queste armi? Un giornalista di Balkan Insight ha parlato di una forte presenza della mafia albanese, per quanto riguardava il discorso del controllo delle rotte, così per il traffico di armi. Ciò fa capire che la dinamica è molto più articolata di quanto si potrebbe immaginare. IN CHE MODO I VARI GRUPPI DI MIGRANTI ATTRAVERSANO QUELLA PARTE DI CONFINE? Dipende dal budget di cui si dispone, avere più soldi significa attraversare nascosti dentro ai veicoli, e costa qualche migliaio di euro. Nel caso, invece, dell’attraversamento “povero”, quello da poche centinaia di euro, si tratta di attraversare con delle lunghe scale che loro fabbricano e buttano sulle reti della recinzione ungherese. La prima recinzione, quella principale, è alta tre metri e mezzo, piena di filo spinato, dietro ce n’è un’altra, per cui è un doppio attraversamento che deve essere fatto. In alcuni punti i passeur riescono a rompere la recinzione, in altri invece si scavalca proprio con le scale, come se fosse una cinta medievale. QUANTO SONO DURATE LE RIPRESE? In altri progetti abbiamo avuto il tempo di fare delle ricerche, dei test per capire come muoverci. In questo caso non c’è stato il tempo, abbiamo iniziato subito a filmare. In totale siamo stati sul posto per cinque settimane. Le prime a cavallo tra giugno e luglio del 2023, poi siamo tornati in Italia, abbiamo guardato il materiale e abbiamo deciso di tornare in un’altra stagione, a ottobre. In Vojvodina c’è un’escursione termica piuttosto importante, siamo passati da una estate caldissima a una situazione in cui faceva già molto freddo, cinque gradi di media. In autunno siamo stati tre settimane e siamo riusciti a porre le basi di una relazione con il gruppo di persone che stavamo filmando, cosa fondamentale, con l’idea di tornare nuovamente. Eravamo in una fase crescente della relazione con loro, avevamo pianificato di rientrare a dicembre per continuare la nostra ricerca, per continuare a girare, ma già in ottobre avevamo visto che l’area si stava a poco a poco militarizzando, avevamo notato una presenza più cospicua di Frontex, avevamo un po’ letto il fatto che lì le cose stavano per cambiare, ma non immaginavamo così rapidamente. Invece, una settimana dopo il nostro rientro in Italia, ai primi di novembre, ci arriva una telefonata da uno dei ragazzi del gruppo chiedendoci aiuto; un messaggio molto allarmante in cui si diceva che erano nascosti da tre giorni lungo il confine ungherese, in mezzo ai boschi, senza poter mangiare né bere. Anche l’organizzazione che all’inizio ci aveva aiutato, No Name Kitchen, ci disse che per loro era diventato impossibile raggiungere le aree delle foreste perché la zona era stata completamente militarizzata; in un weekend, si immagina di violenza, la polizia ha sostanzialmente ripulito tutto, tutti i boschi dell’area, portando poi le persone in centri di detenzione a sud della Serbia. Durante l’operazione Frontex e la stessa Gendarmerie serba non ha fatto praticamente distinzione tra gruppi di trafficanti e migranti nel momento che sono intervenuti per ripulire queste zone. Quasi tutte le persone che hanno catturato sono state criminalizzate automaticamente e messe nei centri di detenzione. Nel caos di quel fine settimana qualcuno è riuscito a fuggire ma dei ragazzi non ne abbiamo saputo più nulla. Per noi il montaggio è stato anche una specie di elaborazione del lutto, l’elaborazione di una relazione che ci è stata completamente tolta: la nostra idea era quella di continuare il nostro sviluppo, continuare a riprendere, ma la realtà ci ha risposto diversamente. Ci siamo allora detti di provare a tradurre il materiale, cercando di capire che cosa avevamo raccolto nelle ore di girato, e da lì abbiamo deciso di restituire quella che è stata la nostra esperienza. DA QUELLO CHE SAPETE, ADESSO IL PASSAGGIO, CIOÈ LA ROTTA, DOVE SI È DIREZIONATA? I punti di passaggio sono sempre in movimento perché le cose mutano velocemente, come i confini stessi perché il punto è entrare dentro Schengen; quindi, il confine è tra un paese che è dentro Schengen e uno che non lo è; e come sappiamo c’è una evoluzione perché i paesi, quelli che sono stati tradizionalmente di confine, iniziano a entrare in Schengen anche loro… Varie cose cambiano, soprattutto negli ultimi anni, ma sicuramente il fenomeno non si arresta. Quello che noi sappiamo è che in Serbia, che nel 2023 era veramente una sorta di autostrada, ora non lo è più, si è molto ridotto il fenomeno; quello che è successo in un primo momento è che c’è stata una spaccatura, come nei tubi il liquido è andato a ingrossare le fila di altre rotte già esistenti, dalla Bosnia e dalla Croazia. Ciò che sappiamo è che la situazione a seguito di questo rubinetto chiuso in Serbia, si è spostata in Bosnia e in Bulgaria. PERCHÉ AVETE FILMATO SEMPRE DI NOTTE? Il bosco fa più paura di notte che di giorno, però di fatto era un contesto più sicuro. Poi loro la sera si radunavano intorno al fuoco negli accampamenti ed era per noi importante stare con loro e la sera era il miglior momento, era il momento di lavoro perché stavano costantemente in comunicazione con altri, ma era anche un momento di raccoglimento, non ci si poteva spostare, quindi un mix di questi fattori è il motivo per cui abbiamo girato di notte. VI SIETE TROVATI IN SITUAZIONI PERICOLOSE? Qualsiasi operazione artistica è tale se ti sottopone a dei rischi, è sempre un viaggio verso l’ignoto. Rispetto alla nostra esperienza, eravamo in uno stato di allerta continua, chiaramente, ma nell’accampamento, intorno al fuoco, si era riusciti a creare una specie di bolla che ci distanziava dal resto del contesto, che era molto violento, non soltanto per gli scontri tra i clan, ma perché i confini, per loro stessa natura, sono contesti di pericolo e di violenza. Con i passeur non abbiamo mai percepito direttamente un senso di pericolo o di paura, ed è stato un elemento fondamentale anche per le riprese, perché in situazioni di paura eccessiva modifichi il linguaggio del film: diventa più un mestiere da reporter d’assalto. Il film, nella sua forma, restituisce un contesto che ci permettesse di restare, di posizionarci con un treppiede, di dare spazio non soltanto alla questione migratoria, ma anche a un loro spazio di intimità. Posizionare un treppiede in un contesto simile, racconta già qualcosa. All’inizio del film ci sono i taxi, luci nella notte che illuminano questa massa oscura… non lo so se si percepisce, forse esiste solo nell’universo dell’invisibile, però quello era uno spazio in cui avevamo costantemente paura: paura, prima di tutto, di essere visti. I taxi non erano consapevoli che stavamo filmando: quelle immagini sono state girate con un teleobiettivo molto spinto. Era quella un’area in cui c’erano i clan più violenti, clan che abbiamo avuto modo di incontrare, perché avevamo tentato un accesso anche con altri gruppi. Avevamo paura della polizia, perché non eravamo autorizzati. È importante sottolineare che non eravamo autorizzati a stare lì, tanto quanto i migranti e i passeur. C’è stata una testata giornalistica locale, nel periodo in cui stavamo facendo le riprese, che voleva realizzare un servizio per il telegiornale: sono stati presi a sassate dai clan del bosco. Questo è interessante, perché racconta il nostro posizionamento. Al di là di come noi percepiamo loro, è anche molto interessante capire come noi siamo stati percepiti da loro: noi stessi potevamo risultare un pericolo. 1. Federico Cammarata (1993) e Filippo Foscarini (1990) iniziano la loro collaborazione al Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo, dove si diplomano nel corso di Documentario. Sin dal primo lavoro insieme, Tardo agosto (2021), adottando un approccio personale che vale loro l’attenzione dei festival internazionali, da DocLisboa ai Popoli, da Beldocs allo Yamagata International Documentary Film Festival. Waking Hours è il loro primo lungometraggio documentario. ↩︎ 2. Le date previste (in aggiornamento): 2 febbraio – Bologna, Cinema Modernissimo 3 febbraio – Modena, Sala Truffaut 9 febbraio – Roma, Cinema Troisi 10 febbraio – Torino, Cinema Massimo 13 febbraio – Genova, Cinema Nickelodeon 16 febbraio – Roma, Cinema Tibur 17 febbraio – Vicenza, Cinema Odeon (da confermare) 18 febbraio – Venezia, Cinema Giorgione 18 febbraio – Livorno, Cinema 4 Mori 19 febbraio – Padova, Cinema Fronte del Porto 20 febbraio – Verona, Circolo del Cinema 21 febbraio – Roma, Azzurro Scipioni 24 febbraio – Torino, Piccolo Cinema 25 febbraio – Milano, Cinema Anteo 4 marzo – Pesaro, Cinema Solaris (da confermare) 4 marzo – Fano, Cinema Masetti 4 marzo – Senigallia, Cinema Gabbiano 9 marzo – Bergamo, Cinema del Borgo 10 marzo – Brescia, Nuovo Eden 11 marzo – Mantova, Cinema Mignon (da confermare) 12 marzo – Pordenone, Cinema Zero 13 marzo – Trieste, Cinema Ariston (da confermare) 18 marzo – Rovigo, Cinema Duomo 23 marzo – Pisa, Cinema Arsenale ↩︎
Status di rifugiata alla richiedente asilo LGBTQ+ di etnia rom con cittadinanza serba
Il Tribunale di Napoli riconosce lo status di rifugiata alla richiedente asilo di etnia rom appartenente al gruppo sociale LGBTQ+ e con cittadinanza serba. La Commissione Territoriale pur riconoscendo i presupposti per il riconoscimento dello status, applicava l’art. 12 lett. c) d.lgs 251/07 in quanto la richiedente era gravata da plurime sentenze di condanna definitive per reati ostativi (tra cui 624-bis c.p.), scontate in regime detentivo per 7 anni e poi in affidamento al servizio sociale (sosteneva infatti l’audizione con autorizzazione del Tribunale di Sorveglianza).  Il Tribunale riconosce l’ineccepibile reinserimento sociale della ricorrente e conclude nel senso che: “(…) la conclusione che precede non può essere revocata dalle vicende giudiziarie della ricorrente, le quali non suggeriscono l’esistenza di ragioni di sicurezza nazionale ovvero di ordine e sicurezza pubblica ostative alla permanenza sul territorio italiano. Sul punto, è appena il caso di osservare che il fatto di reato rientra tra quelli di cui all’art. 5, comma 5 bis, del d.lgs. n. 286 del 1998 (…) E’ noto però che il giudizio di pericolosità del richiedente rispetto all’ordine pubblico non può farsi discendere in via automatica dalla mera esistenza della sentenza di condanna (…) Una conclusione diversa non solo si scontra con il chiaro disposto normativo, ma finirebbe altresì per configurare il diniego di riconoscimento alla stregua di una pena accessoria, conseguente alla sentenza penale di condanna, in contrasto con il principio di legalità”. Tribunale di Napoli, decreto del 19 giugno 2025 Si ringraziano le avv.te Martina Stefanile e Stella Arena per la segnalazione e il commento. Il caso è stato seguito con l’avv. Vincenzo Sabatino. * Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali”
SERBIA: “NUOVA E RADICATA FASE DELLA DISOBBEDIENZA CIVILE DELLA PIAZZA”, REPRESSA DURAMENTE NEL FINE SETTIMANA. L’ANALISI DI GIORGIO FRUSCIONE
In Serbia la polizia è intervenuta durante la notte tra domenica e lunedì per togliere una serie di blocchi stradali a Belgrado e in numerose altre località del paese. I blocchi erano stati attuati dagli studenti e studentesse in agitazione che protestavano contro l’arresto di decine di loro colleghi nel corso degli scontri di piazza al termine della manifestazione antigovernativa di sabato 28 giugno nella capitale, che ha provocato decine di feriti e almeno 77 arresti. Contro di loro annunciate “dure punizioni” dal presidente conservatore Aleksandar Vučić, alleato di ferro di Mosca, che con il ministro degli esteri Lavrov minaccia: “l’Occidente non intervenga sostenendo l’ennesima rivoluzione colorata”. L’intervista con Giorgio Fruscione, ricercatore dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI). Ascolta o scarica
June 30, 2025
Radio Onda d`Urto
Serbia: Vučić rafforza l’alleanza con Putin
Nonostante gli avvertimenti dell’UE il presidente serbo Aleksandar Vučić ha deciso di recarsi a Mosca per partecipare alle celebrazioni della Giornata della Vittoria, in occasione degli 80 anni di sconfitta del nazifascismo. Fallito il tentativo di incontrare il presidente americano Donald Trump in Florida qualche giorno prima, l’ipotesi di mancare anche la visita a Mosca non era contemplabile, tanto più alla luce del motivo principale della sua trasferta moscovita ventilato da molti: rafforzare l’immagine di alleato russo del presidente serbo. Vučić sembra quindi essere convinto del fatto che per ora l’unica mossa a disposizione dell’UE sia la sospensione dei negoziati di adesione, già congelati a causa del rifiuto del presidente serbo di aderire alle sanzioni occidentali contro Mosca, e in forte stallo anche a causa dei mancati miglioramenti nel processo di normalizzazione delle relazioni con il Kosovo. Vučić deve avere anche pensato che la maggior parte dei cittadini serbi, e in particolare la sua base elettorale, non si curi troppo delle ripercussioni in arrivo da Bruxelles. Forse il presidente serbo dà per scontato che nonostante il suo ammiccamento a Mosca l’UE non adotterà misure radicali come il congelamento dei fondi o degli investimenti dell’unione. Da sempre fautore del doppiogiochismo, con un piede in Europa e lo sguardo verso Mosca, il presidente serbo vola da Putin sperando che le potenze europee continuino a mantenere relazioni pragmatiche e a concludere vantaggiosi accordi bilaterali (come la vendita degli aerei da combattimento Rafale da parte della Francia di Emmanuel Macron o il potenziale sfruttamento del litio per alimentare la transizione elettrica dell’industria automobilistica tedesca). Tuttavia, il fatto che Vučić sia stato l’unico leader europeo presente alla parata di Mosca insieme al primo ministro slovacco Robert Fico, rischia di apparire una provocazione troppo grande perché Bruxelles possa fingere di nulla, tanto più ora che i 21 maratoneti serbi sono giunti al Parlamento europeo per portare la loro lotta alle istituzioni del vecchio continente, sempre più consapevole di quanto sia necessario agire in Serbia per cambiare lo status delle cose. Dopo sei mesi di blokade, un governo caduto, università occupate, risse in parlamento, manifestazioni gigantesche, maratone e biciclettate a Bruxelles e Strasburgo, sembra che sia rimasto solo il presidente serbo l’unico a non capire quanto la sua leadership sia corrosiva per il paese che si ostina a guidare. Ma Vučić capisce benissimo, solo non vuole mollare la poltrona. Ed è proprio questa sua ostinazione che l’ha spinto ad azzardare tanto, volando a Mosca: Vučić pare convinto che l’integrazione della Serbia all’UE non sia più una leva politica necessaria per garantire la continuità del suo potere. Gli ultimi sei mesi di avvenimenti nel suo paese hanno infatti rivelato la vera natura del suo regime e l’inconsistenza del suo filo-europeismo. Vučić vuole solo una cosa: continuare ad essere Vučić. E per farlo deve boicottare le riforme dello Stato di diritto e della libertà dei media richieste dall’UE per il processo di integrazione, altrimenti il monopolio del potere sarebbe messo a repentaglio. Esemplificativa di questa strategia è la questione della creazione di un organismo indipendente per la regolamentazione dei media audiovisivi (REM), una delle richieste principali di Bruxelles. Se Vučić accettasse, la presa del governo sui media diventerebbe troppo debole, e questo è un elemento che il regime non è disposto ad accettare. Vučić sa anche che non può contare sul sostegno dell’UE per reprimere le proteste interne o applicare misure repressive contro i cittadini. In tal senso l’appoggio di Mosca e Pechino risulta essere fondamentale. La retorica anti-occidentale e le risposte dell’UE La Russia ha nuovamente dimostrato la propria solidarietà al fratello serbo quando i suoi servizi segreti, su richiesta delle autorità di Vučić, hanno pubblicato un rapporto secondo cui alla maxi-protesta del 15 marzo a Belgrado nessuna arma proibita (il cannone sonico) è stata utilizzata, nonostante le testimonianze di centinaia di cittadini affermassero il contrario. La visita a Mosca è quindi accompagnata da un inevitabile rafforzamento della retorica antioccidentale, come espresso da Vučić stesso nella Piazza Rossa in merito alle ingiustizie dell’Occidente nei confronti della Serbia, dalle guerre degli anni Novanta alle attuali pressioni per imporre sanzioni alla Russia. Dopo aver sfilato accanto a Putin, sono in molti a credere che Vučić abbia oltrepassato il limite e non sia più nella posizione di aprire nuovi capitoli di negoziati a tempo indeterminato. Oltre a ribadire gli impegni di Belgrado verso l’Europa, la Commissione europea ha espresso un “profondo rammarico” per la presenza di Vučić a Mosca, presenza che “legittima l’aggressione della Russia contro l’Ucraina”. I Socialisti e Democratici europei si spingono oltre e chiedono una rivalutazione dei negoziati di adesione con Belgrado. L’eurodeputato croato Tonino Picula, relatore per la Serbia al Parlamento europeo, ritiene che questa visita rappresenti un “chiaro allineamento con Putin”, dal momento che la politica di Vučić “congela” il cammino del paese verso l’UE. Dal primo novembre 2024 la Serbia è percorsa da una movimento di protesta senza precedenti, che è diventato una vera e propria rivendicazione nazionale e transnazionale, investendo anche altri paesi della regione che appoggiano la lotta alla corruzione e chiedono il rispetto dello stato di diritto. Come sostengono da mesi gli attivisti, la lotta non riguarda più soltanto la Serbia, ma interessa l’impegno di tutta Europa per la democrazia, la giustizia e la dignità. Per ora le reazioni di Bruxelles sono state molto blande. Per ottenere quanto richiesto da buona parte della popolazione serba in protesta da sei mesi è essenziale il sostegno dell’Unione Europea. Gli unici che sembrano averlo capito davvero sono ancora una volta gli studenti serbi. E ancora una volta è tutto nelle loro mani. East Journal
May 26, 2025
Pressenza
La lunga strada verso il cambiamento: le proteste in Serbia tra speranza e stanchezza
Dopo la grande protesta del 15 marzo, che da un lato ha portato catarsi e dall’altro delusione, le manifestazioni in tutta la Serbia sono continuate su una scala relativamente simile. Le grandi azioni studentesche sono diventate meno frequenti, ad eccezione di un gruppo che ha percorso 1.300 km in bicicletta da Novi Sad a Strasburgo – un atto che metà dell’opinione pubblica ha visto come eroico, mentre i sostenitori di proteste più radicali lo hanno liquidato come una carnevalata. A prescindere da questi sentimenti, i sondaggi mostrano che oltre il 60% dei cittadini sostiene la protesta. Crescono intanto le aspettative di un’articolazione politica, anche se non è ancora chiaro quale forma assumerà. Si è sicuramente manifestata una certa stanchezza, ma questo non è necessariamente un male. Si tratta solo di una domanda che è diventata sempre più frequente nelle ultime settimane: E adesso? Il nuovo “governo della vendetta” Nel frattempo, è stato formato un nuovo governo sotto la guida del professor Dr. Đuro Macut, una figura nominalmente apartitica, ma in nrealtà con chiari legami con il regime. Tuttavia, la nomina più controversa è stata quella a Ministro dell’Istruzione di Dejan Vuk Stanković – meglio conosciuto come analista filo-governativo, alle prese con accuse di molestie sessuali. Piuttosto che offrire soluzioni, il nuovo gabinetto sembra progettato per reprimere il dissenso. Gli attacchi alle figure accademiche sono culminati nell’interrogatorio del rettore dell’Università di Belgrado da parte della polizia, in seguito alle accuse del gruppo “Studenti che vogliono imparare” per presunto abuso d’ufficio. Il rettore ha anche incontrato il nuovo Primo Ministro, ma ha dichiarato che mancava chiaramente la volontà politica di risolvere la crisi. Allora, come si può risolvere questa situazione che dura da sei mesi (o tredici anni?)? Aumentare la pressione: il blocco delle emittenti pubbliche Alcuni analisti ritengono che solo uno sciopero generale abbinato a mezzi di comunicazione liberi possa davvero fare pressione sul regime. In questo contesto, la questione della Radio Televisione della Serbia (RTS) è diventata centrale. Dal 14 aprile gli studenti hanno bloccato la RTS, chiedendo un concorso pubblico per selezionare i membri dell’Organismo di regolamentazione dei media elettronici (REM), come previsto dalla legge ma ripetutamente ignorato. Il blocco è terminato dopo 14 giorni, quando la Commissione parlamentare per la cultura e l’informazione ha finalmente annunciato un concorso per l’elezione dei membri del REM, dopo quasi sei mesi di inattività istituzionale. La RTS, pur essendo un’emittente pubblica, è stata a lungo un importante pilastro della propaganda governativa: “Nessun regime nella storia moderna della Serbia ha fatto così tanto affidamento sulla costruzione di un’immagine che non ha nulla a che fare con la realtà”, afferma il professore di sociologia Dalibor Petrović, aggiungendo che “il regime sa che se perde la battaglia per la narrazione, perderà anche tutte le altre, ed è per questo che ora ricorre a imitazioni scadenti delle azioni degli studenti”. Ecco perché la liberazione della RTS è un passo fondamentale per garantire che un giorno le elezioni – che prima o poi si terranno – possano essere considerate legittime. Un momento del blocco della televisione pubblica. Foto di Gavrilo Andrić Percorsi di risoluzione: “Questo è l’ultimo treno per il cambiamento” Mentre il governo organizza contro-manifestazioni, contro-studenti, contro-camminatori, trova contro-professori e diffonde contro-propaganda attraverso i suoi contro-media, gli studenti rimangono fermi nelle loro richieste originarie, anche se ciò significa perdere un anno accademico. Ma il mantenimento dello status quo non mette a rischio solo un anno? La situazione attuale potrebbe mettere in pericolo anche lo stesso movimento studentesco e portare all’esaurimento? È tempo di uno sciopero generale, di un governo esperto di transizione? È tempo di elezioni anticipate? Sciopero generale e governo di transizione Nonostante il fallimento di due tentativi di sciopero generale, gli studenti sono convinti che esso rimanga la forma di pressione più efficace. Uno di quelli che hanno partecipato alla marcia fino a Strasburgo sottolinea che gli studenti non vogliono solo il sostegno, ma l’impegno attivo di altri cittadini: “A volte sembra che la gente dica: ‘Ok, c’è una protesta, mi presenterò come se fosse una fiera. Farò qualcosa, sosterrò gli studenti, ammirerò la loro lotta e basta. Poi tornerò nella mia zona di comfort mentre gli studenti lotteranno per me”. Credo che sia giunto il momento di smetterla. Solleviamoci a livello nazionale e facciamo la cosa giusta dopo decenni e decenni di errori”. Tuttavia, uno sciopero generale potrebbe essere difficile da realizzare, in parte perché un terzo dei membri del sindacato appartiene al partito SNS al potere. Allo stesso modo, l’opzione di un governo di transizione composto da esperti appare lontana, poiché le autorità al potere – un fattore essenziale in questo processo – non mostrano alcuna volontà di percorrere questa strada. Convocazione di elezioni anticipate La convocazione di elezioni anticipate è molto probabilmente il prossimo passo, ma ci sono grossi problemi con le liste elettorali, la manipolazione e l’acquisto di voti. Tuttavia, il 25 aprile, l’assemblea della Facoltà di Scienze Tecniche ha votato a favore della richiesta di indire elezioni parlamentari anticipate, proponendo agli studenti coinvolti nel blocco di compilare una lista elettorale indipendente. È stata anche avanzata la proposta di creare un Fronte sociale, un’ampia rete di gruppi che sostengono gli studenti e combattono la corruzione. Le reazioni delle autorità suggeriscono che considerano questa proposta una minaccia reale ed è certo che, anche nel caso di un maggiore controllo, ci saranno tentativi di manipolare il voto in vari modi. Un altro ostacolo è l’avversione degli studenti per i partiti politici, risultato di anni di tattiche di regime. Essi ritengono che qualsiasi futuro governo o lista elettorale da loro sostenuta debba includere membri senza affiliazioni partitiche pregresse – un’idea che, per quanto nobile, sembra utopistica nell’attuale realtà politica. A questo proposito, lo scrittore e attivista Vladimir Arsenijević afferma: “Un anello mancante fondamentale in tutto questo è il contatto diretto con i veri attori politici. Che piaccia o no, gli unici che possono incanalare l’energia scatenata dagli studenti, e poi sostenuta da vari gruppi sociali, attraverso gli strumenti istituzionali sono i partiti politici. Senza di essi, non ci può essere alcun cambiamento. Tranne, forse, uno puramente rivoluzionario per il quale, direi, nessuno è pronto”. Raduno dei cittadini. Foto di Stefan Kostić Pluralismo di opinioni e ascesa della destra Mentre cittadini e studenti cercano di trovare la soluzione migliore alla crisi, le tensioni ideologiche stanno diventando più visibili all’interno degli stessi gruppi di protesta. Sebbene le loro richieste formali siano ideologicamente neutre, le ultime settimane hanno messo a fuoco le differenze di valore sottostanti. A proposito di valori, Arsenijević avverte che mentre le proteste si bloccavano, i gruppi di estrema destra hanno sfruttato la pausa, infiltrandosi nei raduni sotto la bandiera dell’unità. “Ora vediamo ogni sorta di simboli iper-ortodossi, insegne cetniche, nostalgie territoriali imperialiste, slogan sul recupero del Kosovo, bandiere e simboli russi – mentre allo stesso tempo c’è una forte e tacita censura di altri simboli”. Sembra esserci un’aspettativa di tolleranza e comprensione da parte della sinistra: “Molti cittadini sembrano credere che questo sia un sacrificio che vale la pena fare, perché presumibilmente nulla è peggiore del regime di Aleksandar Vučić, nemmeno questo sincretismo revisionista o il sogno di un’utopia nazionalista post-Vučić in cui tutti i serbi vivono insieme felici e contenti”. Ciò solleva la questione di come cittadini così divisi possano trovare un terreno comune nel “giorno dopo”. Può un movimento sostenere il pluralismo interno senza un chiaro quadro di valori? Oppure è giunto il momento di tracciare linee chiare tra coloro che lottano per il cambiamento democratico e coloro che cercano un nuovo autoritarismo? E adesso? Tra sogni di libertà e realtà “Ogni nazione ha il governo che si merita. Non possiamo limitarci a parlare di quanto siano insensate le azioni del regime. Ognuno di noi deve dire: non lo accetto”, afferma Miodrag Zec, professore di economia in pensione, aggiungendo che l’esito finale dipende da ognuno di noi. Qualunque sia la strada da seguire, è chiaro che la soluzione non è a portata di mano, ma richiede la decisione quotidiana e persistente di non accettare l’ingiustizia. Isidora Cerić, laureata in filologia, sottolinea che la forza del movimento studentesco sta nell’organizzazione orizzontale, nella perseveranza e nella mancanza di desiderio di soluzioni preconfezionate. La loro pazienza non è una debolezza, ma una decisione consapevole di non impegnarsi in meccanismi che hanno fallito più volte con i cittadini: “In una società in cui ogni forza politica si misura in base ai numeri, alla portata, all’intensità e ai risultati immediati, questo tipo di resistenza sembra improduttivo. Ma forse è proprio questo il suo vero valore: rifiutarsi di giocare al gioco della produttività”. E così, anche se il cammino da percorrere è incerto, forse la vera risposta non sta nel quando o nel come, ma nella quotidiana domanda: Lo accetto? Perché dalla risposta dipende se il sogno di libertà si sposterà un giorno dagli anfiteatri studenteschi alle istituzioni statali e alla vita quotidiana di tutti i cittadini. E nel frattempo, tutto ciò che possiamo sperare è una perseveranza radicale. Foto di Gavrilo Andrić, Lav Boka, Stefan Kostić Dijana Knežević
April 29, 2025
Pressenza