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Gli istituti professionali sono scuole che già creano marginalizzazione sociale
Abanoub Youseff è morto in un aula di un istituto professionale di La Spezia, accoltellato da Zouhair Atif, la motivazione apparente la gelosia per una ragazza. Gli e le studenti nei giorni seguenti hanno denunciato il ruolo della scuola e la sua incapacità di prevenire quello che è accaduto. La destra e i suoi giornali hanno utilizzato questa morte per alimentare una narrazione razzista e il ministro dell’Istruzione ha promesso metal detector in tutte le scuole che lo richiederanno. Ma quali sono queste scuole? Vi immaginate un liceo classico del centro storico che richiede il metal detector? Gli istituti professionali in Italia sono scuole che strutturano e supportano la marginalizzazione sociale, la divisione di classe, e la riproduzione della povertà. In Liguria, dove si è verificato il mortale accoltellamento, poco più del 13% degli e delle studenti si iscrive in queste tipologie di scuole, una cifra non distante da quella nazionale, che si attesta intorno al 10% della popolazione scolastica. E forse non è un caso che 10% è anche la percentuale di povertà assoluta nel nostro Paese. In queste scuole vengono indirizzate tutte le persone che non sono considerate capaci di affrontare un percorso tecnico e liceale, e che nella maggior parte dei casi ha condizioni socio-economiche particolarmente svantaggiate. > Chiunque vi abbia insegnato conosce le difficoltà che vivono i ragazzi e le > ragazze che frequentano questi istituti, dove si possono trovare classi in cui > più del 40% delle e dei discenti ha piani di studio personalizzati per > motivazioni varie, dai disturbi dell’apprendimento alle difficoltà > linguistiche, o a situazioni socio-economiche difficili. Qui vengono spinte la > maggior parte dei ragazzi e delle ragazze di seconda generazione, le persone > più povere, con disabilità e con difficoltà di apprendimento. Ho insegnato in una classe del professionale con 30 studenti, di cui quattro persone con disabilità, otto studenti con disturbi dell’apprendimento, e due seguiti dagli assistenti sociali per situazioni familiari fortemente a rischio. Insomma delle vere e proprie classi ghetto. La marginalizzazione e la discriminazione che esiste in queste scuole crea comportamenti aggressivi nei confronti del corpo docente e tra gli e le studenti. E la risposta della scuola è controllo e repressione. Nei primi due anni di scuola la percentuale di abbandono è molto elevata, e sono tanti i ragazzi e le ragazze che non tornano più a scuola dopo provvedimenti disciplinari gravi. Negli istituti professionali ho visto eliminare la ricreazione negli spazi esterni, o delimitare gli spazi per ogni classe per evitare promiscuità e incontro tra le diverse classi. Ho lavorato in plessi dove erano presenti più indirizzi e, per evitare di far incontrare chi frequentava il professionale con gli altri indirizzi, erano stati previsti orari di ricreazione scaglionati ed entrate differenziate. Le assemblee di classe sono controllate a vista dai docenti, se non annullate dalla presidenza, e le assemblee d’istituto dove si organizzano sono deserte. Abbiamo ascoltato in questi anni, e non solo dalla destra, decantare l’importanza di un’educazione tecnica e professionale, ma queste scuole cadono a pezzi, con laboratori vecchi e insegnanti non aggiornati. Negli istituti professionali il personale docente cambia velocemente perché sono in pochi, se non pochissimi, quelli che vogliono rimanere a insegnare qui. Mancano educatori ed educatrici, insegnanti di sostegno, supporto psicologico adeguato. > E soprattutto la scuola è sola. Non ci sono doposcuola, attività sportive o > artistiche gratuite, non ci sono politiche sociali e sostegno adeguati, non > esistono politiche abitative. La povertà è una colpa anche quando sei > adolescente, anzi è proprio in questa età in cui devi assimilare. I sentimenti > di rabbia e rassegnazione sono un misto inestricabile tra i corridoi e sotto i > banchi di queste scuole. Qui i corpi sembrano da mettere in sicurezza in classi chiuse, seduti sui banchi, stretti in regolamenti stringenti o a lavoro nei percorsi di formazione scuola-lavoro. Non c’è spazio per una riflessione sui corpi che cambiano, sul loro piacere, desiderio, e non c’è spazio per una discussione sulle relazioni, amicali, familiari, o di coppia. C’è solo l’avviamento al lavoro e due ore di scienze motorie a settimana. Un pallone in una palestra scrostata. E 210 ore di formazione scuola lavoro, che spesso interrompe il percorso pedagogico-didattico che si prova a portare avanti nelle classi. A questa realtà ora aggiungiamo i metal detector, la militarizzazione, il (quasi) divieto di educazione sessuo-affettiva, la retorica sui maranza, l’islamofobia crescente, anche nel corpo docente, e fondi sempre più carenti. Che scuola stiamo immaginando per i ragazzi e le ragazze più fragili del nostro Paese? La copertina è di Pixnio SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Gli istituti professionali sono scuole che già creano marginalizzazione sociale proviene da DINAMOpress.
January 28, 2026
DINAMOpress
Dal caffè sospeso al giocattolo sospeso: Napoli e l’Italia unite da un gesto di solidarietà
A Napoli la solidarietà non è mai stata un concetto astratto. È un modo di vivere, una forma di cura reciproca che nasce dal basso e attraversa i secoli. La tradizione del caffè sospeso racconta proprio questo: chi poteva permetterselo lasciava pagato un caffè in più, destinato a chi non avrebbe potuto ordinarlo. Un gesto anonimo ma profondissimo, capace di ricordare che la comunità viene prima delle difficoltà individuali. È da questa cultura che, nel 2016, il Comune di Napoli trae ispirazione per una nuova forma di solidarietà: il Giocattolo Sospeso. Se un caffè può regalare un momento di calore a un adulto, un giocattolo può regalare un sorriso a un bambino che vive una condizione di fragilità economica. Nasce così un’iniziativa che, anno dopo anno, diventa un appuntamento atteso da molte famiglie e un simbolo della città durante il periodo natalizio. Anche per il 2025 il Comune rinnova il progetto, attivo dal 6 dicembre al 6 gennaio. Chi desidera partecipare può recarsi in uno dei negozi aderenti e acquistare un gioco da lasciare in sospeso. Sarà poi la rete del volontariato cittadino a distribuire i doni alle bambine e ai bambini che vivono situazioni di difficoltà. Per molte famiglie questo Natale sarà complesso. L’aumento del costo della vita, i redditi insufficienti e le nuove forme di povertà emerse negli ultimi anni fanno sì che un semplice giocattolo possa rappresentare molto più di un regalo. Secondo gli ultimi dati Istat, più di un milione e trecentomila minori vivono oggi in Italia in condizioni di povertà assoluta. Nel Mezzogiorno la situazione è ancora più grave e coinvolge una percentuale crescente di famiglie con figli. La povertà minorile non riguarda solo il reddito, ma limita l’accesso a opportunità educative, culturali e ricreative. Durante il periodo natalizio questa mancanza si traduce spesso nell’assenza di un dono, di un momento di gioia da condividere. Il Giocattolo Sospeso non risolve le cause strutturali delle disuguaglianze, ma rappresenta una risposta immediata, concreta e umana. È la forma più semplice e più autentica con cui una città decide di non lasciare indietro i più piccoli. Negli ultimi anni l’intuizione napoletana ha ispirato progetti analoghi in molte altre regioni italiane. Grazie al lavoro di Assogiocattoli e della campagna Gioco per Sempre, il Giocattolo Sospeso è oggi una pratica nazionale, con centinaia di punti vendita coinvolti e una rete di associazioni che si occupa della distribuzione dei doni. Da Napoli a Palermo, da Torino a Bari, il gesto di lasciare un regalo in sospeso è diventato parte di un movimento culturale che unisce le persone attorno all’idea che il gioco sia un diritto e non un privilegio. A incoraggiare la cittadinanza a contribuire è l’Assessora ai Giovani e al Lavoro, Chiara Marciani, che sottolinea il valore dell’iniziativa con queste parole: «Giocattolo Sospeso è l’iniziativa del Comune di Napoli che vuole aiutare, grazie a una raccolta di giocattoli, i bambini e le bambine che vivono un momento di difficoltà. Insieme alle associazioni, alle parrocchie e ai volontari, a breve inizieremo a distribuire i giocattoli, ma per farlo abbiamo bisogno di raccoglierli. Grazie alle cartolibrerie, ai negozi e ai giocattolai che hanno aderito alla nostra iniziativa, possiamo contribuire a questa raccolta e chiediamo il vostro aiuto. Grazie per quello che farete, per gli acquisti che farete e buon Natale a tutti». Le sue parole ricordano che ogni gesto, anche minimo, può diventare fondamentale per costruire una città più giusta e più attenta ai bisogni dei bambini. Negozi aderenti al Giocattolo Sospeso 2025 – Napoli Cartolibreria Gianfranco Lieto, Viale Augusto 43/51 Fanta Universe, Via San Biagio dei Librai 65 Junior Giocattoli, Via Maurizio Piscicelli 25 La Girandola Srl, Via Toledo 400 La Girandola Giocattoli, Via Edoardo Nicolardi 158/162 Leonetti Giocattoli, Via Toledo 350/351 Libreria Mancini, Via Nuova Poggioreale 11 Natullo Toys (tre sedi): Via A. Ranieri 51, Corso Garibaldi 301, Via Nazionale 52 Toys Fate e Folletti Srls, Via Pasquale del Torto 45 IoCiSto – Libreria, Via Domenico Cimarosa 20 Il Fuori Orario, Via Girolamo Giusso 11 G. Guerretta Srl, Corso Ponticelli 23H Raffaello Srl, Via Michelangelo 80 Lucia Montanaro
December 10, 2025
Pressenza