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“Per un Iran Libero” , presidio a Firenze : le foto
Con la partecipazione di Amnesty Intenational Toscana, Ampi Firenze, CGIL Firenze, Movimento Vita donna libertà Fi, Donna Vita Libertà ass CulturaleFi , ed altre assocazioni fiorentine, si è tenuto ieri in tardo  pomeriggio  in piazza Sant’Ambrogio nel cuore storico di Firenze un presidio di solidarietà con il popolo iraniano. Le varie associazioni  hanno testimoniato  la tragedia di quel  popolo  che vive da decenni sotto l’oppressione del regime teocratico islamico attuale, come di  quello precedente dittatoriale dello Shah  e che in cicli periodi di rivolte come questultima tenta  faticosamente di trovare  nonostrante la frantumazione e la repressione feroce di ogni forma di resistenza ed  opposizione una propria via verso la libertà. A metà presidio sono comparsi un gruppo di sostenitori del figlio dello Shah, sventolando bandiere monarchiche , creando un certo imbarazzo.  Il giovane Reza Pahlavi, principe in esilio, è proposto dagli gli Stati Uniti  come possibile figura sostitutiva in un cambio di regime da loro sostenuto. In una intervista Reza Pahlavi ha sostenuto “Necessari attacchi di Usa o Israele per il collasso del sitema iraniano”. Una prospettiva che le associazioni iraniane presenti  al presidio rifiutano con forza affermando che sta al popolo Iraniano in una necessaria unione delle forze di opposizione raggiungere la propria libertà ed mancipazione senza l’ingerenze  esterne. Si è chiesto inoltre un  incisivo intervento di tutte  le istanze istituzionali internazionali per condannare e mettere al bando gli atti criminali che il regime degli Attollhah stanno compiendo. foto di Cesare Dagliana Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi iran fi 2001026Donna Vita Libertà Fi   Redazione Toscana
#WeWantThemBack, popolo venezuelano invia lettere al presidente Nicolás Maduro e a Cilia Flores
Il ministro degli Esteri della Repubblica, Yván Gil, ha accolto con favore le mobilitazioni degli attivisti nelle strade di Ginevra, in Svizzera, per denunciare l’aggressione alla sovranità territoriale e politica del Venezuela, nonché il sequestro del presidente Nicolás Maduro e della first lady, Cilia Flores, da parte degli Stati Uniti. Attraverso un messaggio pubblicato sul loro canale Telegram, hanno offerto “un caloroso abbraccio e i nostri più sinceri ringraziamenti” per questo significativo atto di solidarietà con il popolo venezuelano. “Attenzione, attenzione, attenzione, la spada di Bolívar marcia attraverso l’America Latina! Questo potente slogan risuona oggi in tutto il mondo, chiaro riflesso della solidarietà e dell’unità che unisce i nostri popoli”, ha affermato. Nel frattempo in tutto il Venezuela, da giovedì 15 gennaio, da Plaza Bolívar a Puerto la Cruz, il popolo venezuelano sta aderendo alla campagna #WeWantThemBack, inviando lettere di sostegno al presidente Nicolás Maduro e alla primera combatiente Cilia Flores. Quindici giorni dopo il rapimento della coppia presidenziale, la popolazione continua a scendere in piazza per chiedere la liberazione dei due leader venezuelani. Con la campagna #WeWantThemBack, la popolazione è scesa in piazza per esprimere il proprio amore e la propria solidarietà di fronte a un evento senza precedenti, condannato da governi e popoli di tutto il mondo. L’attività si sta svolgendo anche in Plaza Bolívar a Barcellona e contemporaneamente vengono realizzati murales in tutto lo Stato di Anzoátegui per respingere il sequestro e chiedere la liberazione del Presidente. PSUV Anzoátegui Con clamoroso successo e un’enorme partecipazione, anche gli abitanti dello Stato di Apure si sono riuniti per la Grande Giornata Nazionale della Raccolta delle Lettere.   PSUV Apure In egual modo, nello Stato di Cojedes, hanno partecipato movimenti sociali, donne, bambini, personalità della cultura, contadini, fronti operai, studenti e strutture politiche del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), scrivendo lettere di sostegno e solidarietà di fronte al rapimento del presidente Nicolás Maduro e di Cilia Flores, perpetrato dagli Stati Uniti.   PSUV Cojedes Nel Parco Generalissimo “Francisco de Miranda” della città di Maturín, la Gioventù Bolivariana di Monagas del Partito Socialista Unito del Venezuela (JPSUV) si è unita in preghiera per chiedere la pace in Venezuela e la pronta liberazione del presidente costituzionale, Nicolás Maduro, e della prima combattente, Cilia Flores, rapiti il 3 gennaio da mercenari appartenenti all’impero nordamericano. All’attività religiosa hanno partecipato migliaia di giovani provenienti da tutti gli strati dello Stato, che con gli occhi chiusi hanno alzato le mani al cielo chiedendo a Dio l’armonia nel Paese e il ritorno della coppia presidenziale. “Ricevere la notizia del rapimento del nostro presidente è stato per me un momento di nostalgia; nessuno si aspettava che accadesse una cosa del genere. Per questo oggi preghiamo per il suo ritorno e per quello di sua moglie, per i combattenti caduti nel vile atto perpetrato nel nostro Paese dagli Stati Uniti e per la pace per tutti i venezuelani” – ha sottolineato Jesús Eleno, un devoto cristiano e giovane della parrocchia di San Simón. Allo stesso modo, Camila Alvarez, una giovane residente di Maturín, ha dichiarato che continueranno questa campagna di preghiera fino al ritorno della coppia presidenziale. “Sappiamo che il nostro amato Dio imporrà le sue mani sul Venezuela e ci restituirà il nostro presidente e non permetterà la guerra, perché siamo un popolo nobile, pieno di amore per il nostro territorio e per il mondo” – ha affermato.   Parco Generalissimo “Francisco de Miranda” nella città di Maturín e ha visto la partecipazione attiva dei giovani del PSUV In un atto di profonda lealtà e resistenza antimperialista, in collaborazione con l’Istituto Simón Bolívar per la Pace e la Solidarietà tra i Popoli (ISB), la Brigata Internazionalista per la Sovranità, l’Autodeterminazione dei Popoli e la Pace giunge dal paese gemello Colombia all’Università Internazionale delle Comunicazioni (LAUICOM) per esprimere la propria solidarietà al Venezuela di fronte all’intensificarsi della guerra di quinta generazione. Nell’attuale contesto di aggressione mediatica e politico-militare contro il Venezuela da parte dell’amministrazione di Donald Trump, organizzare un cineforum con l’opera “Nicolás: da Yare a Miraflores” diventa un atto necessario di resistenza comunicativa. Il film, diretto dal collettivo giovanile “Artisti per il Futuro”, ripercorre la traiettoria di un leader nato dalle fila del popolo, forgiato nella lotta per la giustizia sociale e la sovranità nazionale. Di fronte alle campagne volte a distorcere la realtà venezuelana e a isolarne le figure chiave, questo film offre una narrazione autentica, costruita sulla memoria collettiva e sull’esperienza popolare. In un momento in cui narrazioni straniere vengono imposte per giustificare l’ingerenza e frantumare l’unità continentale, LAUICOM assume il suo ruolo di baluardo vivente della comunicazione popolare, utilizzando il cinema come strumento per riaffermare la verità, rafforzare l’identità e forgiare legami di solidarietà internazionale. Brigata Internazionalista per la Sovranità, l’Autodeterminazione dei Popoli e la Pace Cittadini brasiliani e altri latinoamericani si sono riuniti sabato 17 gennaio alla Fiera Agroecologica di Punta Norte per scrivere lettere indirizzate al presidente venezuelano Nicolás Maduro e alla first lady Cilia Flores, chiedendone il rilascio dopo il “rapimento” avvenuto il 3 gennaio da parte degli Stati Uniti. L’iniziativa è stata organizzata dalla Brigata Bolivariana per la Pace in America Latina e nei Caraibi e dal Plano Piloto del Partito dei Lavoratori (PT), con l’obiettivo di raccogliere messaggi di solidarietà da inviare alle autorità venezuelane. L’azione fa seguito a un precedente appello di Nicolás Maduro Guerra, figlio del presidente venezuelano.   Giovedì 15 gennaio, centinaia di persone si sono radunate in piazza Bolívar a La Asunción, capitale dello stato di Nueva Esparta, per inviare messaggi di amore, solidarietà e sostegno al presidente costituzionale Nicolás Maduro Moros e alla prima combattente, Cilia Flores. L’attività, organizzata dalla governatrice Marisel Velázquez insieme ai 10 sindaci bolivariani dello Stato, ha riunito ragazze, giovani, adulti e anziani, che hanno espresso in lettere il loro incrollabile impegno nella difesa della sovranità nazionale e nella pronta liberazione del presidente e del deputato Flores. Un messaggio chiaro: “Non siete soli”.     PSUV La Asunción Negli 11 comuni dello Stato di Bolivar, la gente è scesa con affetto in Plaza Bolívar per unirsi alla grande giornata nazionale di raccolta di lettere. La governatrice e responsabile di collegamento del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) nello stato di Bolívar, Yulisbeth García, accompagnata dai sindaci, si è unita a questa giornata straordinaria piena di amore, sentimento e fede in Dio, nella quale presto il presidente Nicolás Maduro e la prima combattente, Cilia Flores, torneranno in Venezuela.   Yulisbeth García, governatrice dello Stato di Bolivar In un atto di profonda lealtà e impegno, la forza rivoluzionaria di Mérida si è riunita negli spazi di Plaza Bolívar nella città di Mérida, municipio di Libertador, per scrivere lettere d’amore e solidarietà indirizzate al presidente Nicolás Maduro e alla prima combattente, Cilia Flores. All’evento ha partecipato il governatore dello stato di Mérida, Arnaldo Sánchez, che, insieme al popolo di Mérida, ha affermato che si tratta di un gesto di amore, rispetto e solidarietà nei confronti del presidente costituzionale e dell’eroina Cilia Flores de Maduro.   Stato di Mérida Questa domenica, 18 gennaio, per il secondo giorno consecutivo, la popolazione di Monagas si è riunita in Piazza Bolívar a Maturín per continuare il processo di scrittura e raccolta di lettere indirizzate al presidente costituzionale del Venezuela, Nicolás Maduro, e alla prima combattente, Cilia Flores, in merito al sequestro effettuato dal governo degli Stati Uniti. In un clima di profonda pace e orgoglio civico, uomini, donne e giovani provenienti da vari settori dello Stato restano in piazza per alzare la voce presso la comunità internazionale, chiedendo il rapido ritorno del leader della nazione. Attraverso lettere scritte a mano dagli stessi cittadini, vengono espressi sentimenti e ragioni per cui ritengono essenziale il ritorno della coppia presidenziale, al fine di preservare la stabilità e il futuro della nazione.   attiviste a Monagas Lorenzo Poli
Venezuela, 8 gennaio 2026: 5.000 comunas nelle strade di Caracas in difesa della sovranità, la pace e la liberazione di Nicolas Maduro e Cilia Flores
Mentre il mondo eurocentrico gioiva in modo isterico per il sequestro illegale e in totale violazione del diritto internazionale del Presidente Costituzionale del Venezuela Nicolas Maduro Moros e di sua moglie Cilia Flores da parte degli USA, pensando addirittura che questo fosse un “possibile spiraglio di luce” verso la “liberazione del popolo venezuelano dal chavismo”, oltre che uno “spiraglio di democrazia”, il potere popolare in Venezuela (ovvero il popolo chavista) è sceso in piazza per dimostrare cosa pensava in merito al rapimento di Maduro. Innanzitutto ha ribadito chiaramente che la democrazia in Venezuela è stata portata da Chavez nel 1998 con l’avvento del proceso bolivariano e del potere popolare (fondato sull’orizzontalità del potere e non sulla sua verticalità) e non da nessun altro personaggio esterno. Il risultato è stato ecclatante: il popolo venezuelano ha risposto al sistema mediatico occidentale, che ha sempre  la pretesa di dire cosa dovrebbe fare un popolo a lui estraneo. Con manifestazioni oceaniche in tutto il Paese in sostegno alla sovranità nazionale, al socialismo bolivariano, al suo governo e alla pace, il popolo venezuelano è sceso in piazza per la liberazione di Maduro e sua moglie. L’8 gennaio 2026 più di 5.000 Comunas di tutto il Paese si sono riunite nel Parco Alí Primera, alzando la voce in difesa della sovranità nazionale, chiedendo la liberazione del presidente Nicolás Maduro e della primera combatiente Cilia Flores e respingendo con fermezza gli attacchi del governo degli Stati Uniti contro il popolo venezuelano. Le Comunas  sono organizzazioni sociali e politiche di autogoverno popolare, create da Chavez per gestire direttamente i bisogni delle comunità (strade, sanità, istruzione) e hanno un Ministero apposito di riferimento: Il Ministero del Potere Popolare delle Comunas. Le Comunas sono considerate la sintesi del socialismo territoriale, il pensiero del Comandante Hugo Chávez il quale affermava che prima della Rivoluzione Bolivariana “non eravamo un popolo (…) Oggi abbiamo un progetto comune, condiviso con il socialismo bolivariano”. Chávez ha tracciato un percorso chiaro verso il vero socialismo, ed è questa forma di società che secondo i bolivaristi “deve prevalere in ogni Comunas e Consiglio Comunale” insieme all’organizzazione politica, la partecipazione comune e comando nelle mani del Potere Popolare. Tutto il processo storico venezuelano e internazionale ha portato il territorio nazionale a un sentimento comune, ad approfondire il modello delle Comunas per avere una società in cui il popolo è colui che comincia a governare. “Il Governo di Strada deve emergere, e questo non può essere decretato. L’importante è che questo sia il governo centrale, questo sia l’epicentro (della Rivoluzione). Questo è il livello di coscienza che abbiamo raggiunto dopo tutti questi anni (…) Comune o niente, diceva Chávez” – affermava il rettore dell’Università Nazionale dei Comuni, Jorge Arreaza, presso la Scuola Internazionale di Leadership Giovanile, nello stato di Miranda, sottolineando che è il popolo ad avere il potere, “non il sindaco, non il governatore”. Il popolo organizzato delle comunas ha mostrato coscienza viva e dignità nelle strade: nulla che sia stato riportato dai mass media mainstream occidentali.   Fonte foto – Associazione Nazionale d’Amicizia Italia-Cuba Lorenzo Poli
L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta: un ponte fotografico tra Gaza e Napoli
Ci sono immagini che non chiedono di essere guardate in fretta. Chiedono attenzione. Presenza. Responsabilità. Between Gaza and Naples. A Childhood Story è una di queste. Il progetto nasce dall’incontro tra due fotografi e due luoghi lontani: Gaza e Napoli. A realizzarlo sono Mahmoud Abu Al-Qaraya, fotografo di Gaza, e Raffaele Annunziata, fotografo e artista napoletano. Attraverso fotografie parallele raccontano la quotidianità di due bambine: Soso, che cresce sotto assedio a Gaza, e Dede, che vive la sua infanzia a Napoli. Le immagini non cercano l’eccezionale, ma l’ordinario. I gesti semplici, i tempi lenti, la vita che scorre. Ed è proprio in questa semplicità che il progetto trova la sua forza. Fare colazione, giocare, stare in casa, affacciarsi, dormire. Azioni che altrove appaiono naturali e che, sotto assedio, diventano fragili. Precari equilibri. Diritti messi in discussione. La guerra non è quasi mai mostrata direttamente, ma è ovunque. Sta negli spazi, nei corpi, nei silenzi, nella luce. Sta soprattutto in ciò che può venire meno da un momento all’altro. Le fotografie non cercano lo shock visivo. Lavorano piuttosto su un piano più profondo, mostrando ciò che resiste: la normalità come atto di coraggio, l’infanzia come spazio violato ma non cancellato, la vita quotidiana come luogo in cui i diritti umani dovrebbero essere più evidenti e risultano invece più drammaticamente negati. Napoli e Gaza non vengono poste in contrapposizione, ma in relazione. Due città di mare, due infanzie immerse in condizioni radicalmente diverse, unite però dagli stessi bisogni fondamentali: protezione, cura, gioco, futuro. Between Gaza and Naples. A Childhood Story non è solo un progetto fotografico. È un ponte narrativo ed etico. Un tentativo di restituire volto e tempo a ciò che rischia di essere ridotto a cronaca. Le immagini non chiedono di essere consumate, ma attraversate. Accanto al lavoro artistico, il progetto sostiene anche una campagna concreta a supporto di Mahmoud Abu Al-Qaraya e della sua famiglia, oggi sfollati a Gaza. Un elemento che rafforza ulteriormente il senso di questo lavoro: non raccontare da lontano, ma restare in relazione. È in questo spazio che abbiamo incontrato Raffaele Annunziata e, attraverso di lui, Mahmoud Abu Al-Qaraya. Nell’intervista che segue, le loro voci si incontrano per raccontare dall’interno la nascita e il senso di Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Guardando oggi queste immagini, viene naturale pensare che, se fossero scattate adesso, sarebbero forse più scure, più invernali, più fragili. Non sappiamo se in questo momento Soso abbia un tetto, se abbia freddo, dove dorma. Sappiamo invece che Dede è nella sua casa, dentro una quotidianità protetta. È in questa distanza concreta che le fotografie continuano a parlarci. E ci ricordano che ogni infanzia, oggi, non chiede solo di essere raccontata. Chiede di essere difesa. Abbiamo raccolto le voci di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya in un’intervista a due voci, lasciando che il dialogo tra Napoli e Gaza proseguisse anche nelle parole. Ne emerge un racconto che parla di fotografia, ma soprattutto di relazione, responsabilità e infanzia. Come è nato Between Gaza and Naples. A Childhood Story e come si è costruito l’incontro e il dialogo tra voi? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto è nato da un desiderio autentico di creare un dialogo umano che andasse oltre la geografia, l’assedio e i confini. Non è iniziato come un progetto pianificato, ma piuttosto come un bisogno di connettersi e di comprendere. Attraverso immagini, conversazioni e momenti condivisi, ha lentamente preso forma un ponte tra due luoghi molto diversi, uniti dall’infanzia come linguaggio comune. Il dialogo non è stato solo artistico o tecnico, ma profondamente umano. Raffaele Annunziata: Mi sono imbattuto per la prima volta nelle foto di Mahmoud a fine agosto, quando già stavo collaborando con altri ragazzi palestinesi. Sono rimasto impressionato dalla bellezza delle sue foto e gli ho scritto per dirgli che ammiravo il suo lavoro. Di lì è partito un dialogo, prima tra fotografi e poi tra amici, quali siamo diventati, che ci ha portato a elaborare il nostro primo progetto fotografico Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Che cosa rappresenta oggi per voi questo progetto, dopo il percorso che ha già compiuto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi questo progetto rappresenta molto più di una serie di fotografie. È la prova che la connessione umana è ancora possibile, anche nelle condizioni più dure. È diventato parte della mia memoria personale e della mia vita quotidiana, uno spazio sicuro in cui torno per ricordarmi perché continuo a credere nelle immagini e nel loro potere di avvicinare le persone, invece di separarle. Raffaele Annunziata: La dimostrazione che singole persone possono dare un aiuto concreto ad altre singole persone, nei momenti di bisogno. Senza intermediari, senza interessi, senza secondi fini. La restituzione alla fotografia di una valenza politica, umanitaria e concreta. Che responsabilità sentite quando scegliete di raccontare l’infanzia attraverso le vostre immagini? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Sento una responsabilità molto profonda, perché l’infanzia non è solo un soggetto visivo, ma vite reali. Cerco sempre di essere onesto e di non sfruttare mai il dolore o l’innocenza. La mia responsabilità è proteggere queste storie dalla semplificazione o dalla distorsione e presentare l’infanzia con dignità e complessità, esattamente per ciò che è, non per come il mondo si aspetta o vuole vederla. Raffaele Annunziata: Io ho scelto di fotografare direttamente mia figlia Dede, per restituire un racconto quanto più reale possibile. Un modello non avrebbe mai avuto la stessa spontaneità di mia figlia quando si sveglia al mattino. Questo mi ha fatto sentire la responsabilità di un padre che sceglie di pubblicare delle foto di sua figlia, di renderla protagonista di una storia che poi è diventata pubblica. Dede è stata ben felice di aiutarci in questa storia e siamo felici di averlo fatto. Mahmoud, puoi raccontarci in che condizioni stai vivendo oggi e cosa significa continuare a fotografare a Gaza in questo momento? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi vivo a Gaza in condizioni estremamente difficili e instabili, dove non esiste una vera sicurezza e non esiste una vita normale. Ho perso la mia casa e gran parte della mia attrezzatura di lavoro, ma non ho perso il desiderio di raccontare la nostra storia. Continuare a fotografare qui non è solo una scelta professionale, è un atto di sopravvivenza e di resistenza. La macchina fotografica è diventata il mio modo di dire: siamo qui, e siamo ancora vivi, continuiamo a sognare, nonostante tutto. Quali sono state le difficoltà più grandi che hai affrontato nella realizzazione delle immagini di questo progetto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: La parte più difficile è stata fotografare nella paura costante: paura per me stesso, per i bambini che fotografo e per i loro momenti fragili. Ci sono state anche forti limitazioni negli spostamenti, mancanza di elettricità, blackout di internet e la perdita dell’attrezzatura. Ma la sfida più grande è sempre stata il peso psicologico: documentare l’infanzia sapendo che in ogni momento tutto può essere portato via. Cosa significa per te fotografare Soso e l’infanzia mentre distruzione e instabilità circondano tutto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Fotografare Soso è un tentativo di proteggere l’infanzia dall’essere dimenticata. Lei non è solo un simbolo, ma una bambina reale che vive le sue giornate tra il gioco e la paura, tra le risate e domande difficili. Quando la fotografo, sento di aggrapparmi a un frammento puro di vita, cercando di dire che l’infanzia a Gaza non è solo vittimismo, ma uno spirito che continua a resistere e a respirare. Qual è oggi il tuo rapporto con questo progetto? È solo un lavoro o è diventato qualcos’altro? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto non è più solo un lavoro artistico. È diventato una relazione umana e una responsabilità morale. Fa parte della mia vita quotidiana e della mia memoria personale. Mi sento legato a questo progetto prima come essere umano che come fotografo, perché porta con sé storie reali di bambini che conosco e tra i quali vivo. Cosa vorresti che il mondo capisse guardando le tue fotografie? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Vorrei che il mondo vedesse oltre la distruzione e oltre i titoli politici, per vedere l’essere umano, il bambino e la piccola vita quotidiana che lotta per continuare. Le mie immagini non chiedono pietà, ma comprensione e riconoscimento della nostra umanità e del nostro diritto a una vita normale e sicura. Per quanto puoi dirci, come sta oggi Soso e quanto è importante per te continuare a seguirla e a raccontare la sua infanzia? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Soso è ancora una bambina che cerca di vivere la sua infanzia in condizioni dure, crescendo più in fretta di quanto dovrebbe. Seguirla è estremamente importante per me, perché è un promemoria costante che l’infanzia non è un momento fugace, ma un percorso che deve essere protetto. Continuare a raccontare la sua storia è un impegno per fare in modo che la sua vita non venga ridotta a una sola immagine o a un momento di dolore, ma venga narrata come una vita piena e in continuo divenire. In che modo questo progetto si inserisce nel tuo percorso personale e artistico, e cosa ha aggiunto al tuo modo di intendere la fotografia? Raffaele Annunziata: Between Gaza and Naples. A Childhood Story per me rappresenta un continuo di ciò che ho sempre fatto: raccontare attraverso la fotografia semplicemente la realtà, senza mezzi termini, senza finzione. Ho realizzato documentari e reportage fotografici da quando avevo diciotto anni e gli studi di cinema mi hanno portato ad approfondire questi ambiti. Per me la fotografia ha valore solo se ha un impatto concreto sulla realtà, altrimenti è un mero esercizio estetico, che rispetto ma non mi interessa. Com’è stato lavorare in relazione con un fotografo che vive sotto assedio, e cosa ha cambiato in te, come autore e come persona? Raffaele Annunziata: Quello che accade a Gaza da due anni è per me moralmente inaccettabile. In quanto essere umano ho scelto di non restare indifferente di fronte a un genocidio compiuto sotto i nostri occhi, che si è materializzato in tempo reale sui nostri schermi, attraverso i racconti dei palestinesi. Loro sono degli eroi. Mahmoud e Soso sono degli eroi. Guardando Gaza da Napoli, hai scoperto qualcosa di nuovo sulla tua città o sul modo in cui racconti l’infanzia? Raffaele Annunziata: Guardare Soso costretta ad abbandonare la sua casa e fuggire verso il sud di Gaza è stata per me un’esperienza tristissima. Eppure quella bimba continuava a sorridere, a vivere ogni giorno la sua infanzia fatta di bombardamenti, piedi scalzi, traslochi forzati, giornate senza mangiare, tende che volano via, freddo che non si può riscaldare in nessun modo. Chi cresce nel nostro ovattato Occidente capitalista, i nostri bambini, ignora cosa siano la fame, la sofferenza, il desiderio di un pasto caldo, la felicità per un giocattolo nuovo. Guardare i palestinesi dovrebbe insegnarci a rispettare la vita privilegiata che viviamo ogni giorno, in quanto persone fortunate. Che tipo di cammino immagini per questo progetto? In quali spazi, contesti o luoghi senti che questo lavoro dovrebbe arrivare? Raffaele Annunziata: Ad oggi abbiamo portato il progetto in spazi che riflettono il senso profondo di ciò che abbiamo fatto, come l’ex OPG Je so’ pazzo a Napoli, Can Batlló a Barcellona, Scomodo a Milano, l’Asilo a Napoli e tanti altri. Vorremmo continuare a raccontare questa storia e contiamo di farlo in altre realtà importanti nei prossimi mesi. Nel frattempo stiamo sviluppando altri due reportage fotografici, sempre Between Gaza and Naples. Cosa speri che resti a chi guarda queste fotografie? Raffaele Annunziata: Ho visto alcune persone guardare le foto e iniziare a piangere d’istinto. Ho visto altre persone passarci accanto disinteressate. Le foto provocano qualcosa soltanto in chi è disposto a guardarle, in chi riesce a decifrarne i codici, che nel nostro caso non sono così espliciti, perché non abbiamo voluto spettacolarizzare in nessun modo l’infanzia delle protagoniste. Cerchiamo sguardi disposti a capire cosa c’è dietro, cosa c’era prima e cosa non c’è ora. Se lo capisci, dovrebbe restarti addosso una profonda tristezza. E la voglia di cambiare l’attuale stato delle cose. Se doveste racchiudere questo progetto in una sola frase, quale sarebbe? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Tra Gaza e Napoli c’è una storia di infanzia che si racconta da due città. Un’infanzia sotto la guerra e un’infanzia nella pace, unite da un solo cuore umano. Raffaele Annunziata: Un giorno Soso e Dede si incontreranno. Ringraziamo Mahmoud Abu Al-Qaraya e Raffaele Annunziata per il tempo, le parole e le immagini che ci hanno affidato. Between Gaza and Naples. A Childhood Story Reportage fotografico di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya Una selezione di immagini dal progetto fotografico. Video del progetto Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Due sguardi, due città, due infanzie in dialogo:  https://drive.google.com/file/d/1o6wKkB3PfRFiGDHB_mG2XRcBfDKx5YuO/view?usp=sharing   Lucia Montanaro
Primo evento del Comitato Fiorentino per il No al referendum con Margherita Cassano
Al circolo Arci di Piazza dei Ciompi  a Firenze si è  dato inizio, martedì  13 Gennaio, alla campagna per il No al prossimo referendum sulla riforma della giustizia. Un pubblico attento e numeroso ha ascoltato Margherita Cassano, già presidente della Corte di Cassazione  e Alessandro Nencini coordinatore del Comitato giusto dire no per la Toscana, con introduzione di Augusto Cacopardo del Coordinamento per la democrazia costituzionale e Paolo Solimeno di Giuristi Democratici. foto di Cesare Dagliana Margherita Cassano Com.No Referendum Com.No Referendum Com.No Referendum Com.No Referendum Margherita Cassano Margherita Cassano Com.No Referendum Com.No Referendum   Cesare Dagliana
USA, cartelli contro l’ICE sui cavalcavia: una forma di protesta creativa e potente
Un movimento di resistenza in continua crescita si sta sviluppando lungo le strade e le autostrade americane, dove i cittadini utilizzano ponti e cavalcavia per esporre cartelli con messaggi politici. In tutto il Paese, gruppi organizzati in modo informale come le Visibility Brigades stanno trasformando viadotti, ponti e cavalcavia in cartelloni pubblicitari politici. Ciò che rende queste proteste diverse dalle forme tradizionali non è solo il formato, ma anche il pubblico. Una manifestazione spesso si rivolge a persone già convinte, mentre i cartelli sui cavalcavia attirano l’attenzione di tutti: pendolari, camionisti, genitori che vanno a prendere i figli a scuola, persone che non parteciperebbero mai a una manifestazione, ma che devono comunque tornare a casa. Da quando Trump è tornato in carica, queste azioni si sono diffuse rapidamente. Nei giorni successivi all’uccisione di Renee Nicole Good da parte di un agente dell’ICE a Minneapolis, nel giro di poche ore sono apparsi cartelli di protesta sui cavalcavia in Montana, New Jersey, California, Minnesota e Kentucky. Le proteste sui cavalcavia sono spesso gioiose, strane, creative. Costumi. Musica. Simboli invece di slogan. Rifiutano l’idea che la resistenza debba essere cupa per farsi prendere sul serio. Gli organizzatori affermano che l’obiettivo non è solo esprimere l’indignazione, ma anche ricordare alle persone che non sono sole e isolate, che l’opposizione esiste in luoghi che i media ignorano. Le proteste sui cavalcavia sono la prova che gli americani continuano a inventare modi per farsi vedere, anche quando il sistema preferirebbe che rimanessero invisibili. E forse questa è la parte più potente: niente grandi leader, niente permessi, niente attese per le prossime elezioni. Solo gente in piedi sopra il traffico, che dichiara ciò che milioni di persone pensano e si assicura che venga visto. Fonti: Pagina Facebook The Other 98% Pagina Facebook Visibility Brigade Redazione Italia
No Wars, No Kings, No ICE, Hands Off Venezuela, Hands Off Our Cities. Corteo a New York
New York, domenica 11 gennaio: stavolta ci siamo tutti. Sfilano i gruppi per la Palestina che hanno lottato e denunciato il genocidio negli ultimi due anni, “Refuse Fascism” e “Hands Off Venezuela”, il movimento “No Kings”, la base che ha sostenuto Zohran Mamdani (DSA, Democratic Socialists of America), oltre a diverse sigle sindacali. Ma ciò che più balza all’occhio sono le migliaia di persone scese in piazza spontaneamente. Hanno scritto cartelli e disegnato vignette; alcuni si sono travestiti, altri per fare rumore hanno rispolverato bonghi, tamburi e violini, oppure attinto allo scomparto delle pentole. Stavolta non ci sono solo giovani; vedo marciare persone di ogni età. A causa di un problema in metropolitana entro nel corteo dalla coda; devo raggiungere Laura e Dzafer, due amici conosciuti al comizio di “Tax the Rich”, che si sono messi giustappunto dietro lo striscione dell’SDA, che apre il corteo. Di buona lena e con il telefonino aperto sulla macchina fotografica, m’incammino nella folla. È talento d’un popolo denunciare il male con operazioni creative. Siamo tutti arrabbiati per le operazioni criminali compiute dall’ICE e dal governo Trump, ma trovare il modo di canalizzare i nostri sentimenti in un’espressione potente e pacifica ci renderà ancora più travolgenti, inarrestabili.  O il governo ascolta il popolo e cambia le sue politiche o cadrà. Questa la mia sentenza. Mentre cammino vedo cartelli che associano l’ICE alla Gestapo e al Ku Klux Klan, mettono i famigerati agenti nel nono girone dell’inferno dantesco, s’interrogano su quale debba essere la forma del fascismo se non questa, domandano un minimo di decenza (frase tratta da un evento storico che seppellì McCarthy), chiedono l’impeachment di Trump, ironizzano sulla distorsione della realtà (2 + 2 = 5), ridicolizzano il presidente nelle vesti di un bambino viziato che gioca a fare la guerra e l’ICE come un pezzo di ghiaccio destinato a sciogliersi miseramente. Chiedono l’apertura completa dei documenti Epstein, ricordano che New York è la città degli immigrati, che gli Stati Uniti sono stati costruiti dal loro lavoro e dalle loro speranze e che la Groenlandia appartiene ai groenlandesi. Qualcuno si è limitato a un lapidario “Enough!”. Mi muovo a fianco di famiglie con bimbi piccoli, orgogliosi di tenere anche loro un cartello in mano. Tantissime sono le coppie azzimate in marcia. Alcuni si riposano brevemente sulle panchine delle fermate degli autobus o sui gradini delle chiese. Tra questi scorgo un simpatico anziano che si è auto-incoronato re degli Stati Uniti – qualcosa mi suggerisce che potrebbe dimostrare maggior competenza e umanità dei leader ufficiali. Un distinto signore cammina con un cartello di risulta in una mano, mentre con l’altra trascina un’enorme valigia – avrà fatto i salti mortali per essere qui ad esprimere la propria indignazione? Un altro si è travestito da morte e tiene la testa di Trump e il nome ICE in mano. Gettonatissimo per una fotografia molto “off grid” è il resident alien (l’alien nel senso di extraterrestre). Il corteo è colorato da coppie arcobaleno e da gruppi etnici di ogni dove. Incontro persino le signore della cioccolata – le chiamo così con affetto perché, instancabili dalla mattina alla sera, spesso con un neonato portato in spalla, vendono cioccolata sui treni della metropolitana. Diverse musiche mi colpiscono. M’intrattengo con un gruppo di mariachi che cantano “Stand by me”, li lascio per inseguire un gruppetto punk che da grandi casse esprime bello forte e chiaro ciò che un po’ tutti qui pensiamo “Fuck Trump, Fuck ICE, Fuck Maga”. Finalmente vedo lo striscione del DSA. Sono arrivata alla testa del corteo dopo circa un’ora. Stiamo entrando a Times Square; un ragazzo capisce la situazione, prende il megafono e ci invita a disperderci: “È finita. Andate a casa, andate al bar. Grazie! Davvero grazie mille! Dietro ci sono migliaia di persone che altrimenti non possono arrivare fino alla piazza”.   Marina Serina
Manifestazione a Firenze ricordando Piombo Fuso e tutti i prigionieri politici
Manifestazione  corteo + presidio ieri pomeriggio a Firenze  indetta da Firenze per la Palestina e Casa dei Diritti dei Popoli, rete internazionalista,  per ricordare  l’eccidio israeliano di Piombo Fuso  del 2008 e insieme tutti i prigionieri politici. Partito da piazza S.Marco  con in apertura lo striscione di Firenze della Palestina   il corteo dopo un breve percorso si è fermato in Piazza San Lorenzo per costituire un presidio. Una piazza aperta  dove rappresentanti delle varie comunità presenti a Firenze dei popoli che sono soggetti a feroci dittatature , alla negazione dei loro diritti  o comunque soggette all’imperialismo ed ingerenze neocoloniali , hanno preso la parola per denunciare i propri regimi che reprimono brutalmente  con il carcere e la detenzione  chi dissente e si ribella. Per la Palestina  si è ricordato  Marwan Barghuti   e tutti i detenuti amministrativi senza processo presenti nelle carceri israeliane,  per il Kurdistan  Abdullah Ocialan  in isolamento in una isola turca  ispiratore del processo del Confederalismo Democratico del Rojavà,  per la Turchia  gli innumerevoli giornalisti e  oppositori politici al regime di Erdogan. Anche l’associazionismo Saharawi ha ricordato  i prigionieri politici e i detenuti in Marocco dei militanti che chiedono il riconoscimento del Sahara Occidentale indipendente e decolonizzato. Infine  la comunità peruviana ha raccontato della feroce repressione militare e poliziesca  a seguito di golpe che ha incarcerato il legittimo presidente Pedro Castillo  e insediando poi  governi   filo americani,  un processo che è diventato  ormai drammaticamente  comune nei paesi sudamericani. Foto di Cesare Dagliana FixPal e Prigionieri Politic FixPal e Prigionieri Politic FixPal e Prigionieri Politic FixPal e Prigionieri Politic FixPal e Prigionieri Politic FixPal e Prigionieri Politic FixPal e Prigionieri Politic FixPal e Prigionieri Politic FixPal e Prigionieri Politic FixPal e Prigionieri Politici Redazione Toscana
Venezuela e Stati Uniti, “Quando è troppo è troppo!”
In meno di dodici ore dal rapimento del capo di Stato venezuelano Nicolas Maduro da parte del governo americano guidato da Trump si sono mobilitate oltre cento città sparse per gli Stati Uniti;  nella giornata di domenica 4 gennaio, altre quaranta si sono unite alle proteste. Sono da poco tornata da un presidio molto partecipato di fronte al Metropolitan Detention Center a Brooklyn, dove hanno rinchiuso Maduro. L’appuntamento era per le 11. All’inizio si è tenuto un breve comizio, più di rito e per la folta stampa presente che per altro – non ci sono quasi parole per esprimere il disgusto verso la vergognosa aggressione al popolo venezuelano e l’ardire delle menzogne che si ostinano a propinarci. Poco dopo ha preso forma un picchetto in fila indiana che girava su se stesso; il cerchio si allungava di minuto in minuto accogliendo sempre più partecipanti. Sui cartelli c’era scritto: “Hand off Venezuela” “No Blood for Oil” “US out of the Caribbean” e tutti insieme ripetevamo gli slogan classici della protesta come “No boots, no bombs! Venezuela isn’t yours”, con qualche new entry come “USA out of everywhere” o “We Ask for Justice, You Say How. Free Maduro Right Now”. Molti erano giovani, ma non mancavano anziani ed esponenti della comunità venezuelana-caraibica con cartelli a sostegno del loro presidente imprigionato. La giornata di protesta degli americani è ancora lunga. Per domenica pomeriggio era stata annunciata una convocazione di massa, a cittadini/e e lavoratori, per partecipare a un webinar d’emergenza. L’incontro, a cui hanno aderito studiosi, sindacalisti e molti altri relatori, si è concluso annunciando l’intenzione di promuovere uno sciopero generale perché “quando è troppo è troppo!” Ci sono già date papabili. Attendiamo fiduciosi di saperne di più. Nessuno pare credere alla teoria ufficiale del presidente narcotrafficante. Il Venezuela è uno tra i Paesi più ricchi al mondo: possiede giacimenti di petrolio da far impallidire l’Arabia Saudita, miniere d’oro e pure terre rare. Perché dovrebbe darsi al narcotraffico? E questa potrebbe essere la punta dell’iceberg. A molti di noi, me inclusa, il Venezuela sembra essere saltato fuori dal cappello del mago l’altro ieri; in realtà da oltre vent’anni il Paese è in un processo di emancipazione e recupero di democrazia – la migliore, quella partecipativa – dopo quasi un secolo di dominazione coloniale fedele alla dottrina Monroe imposta dagli USA. Chi, senza andare a cercare su Google, si ricorda della protesta di “Caracazo”, sedata nel sangue nel 1989 (più di 3.000 persone uccise) dall’allora Presidente Carlos Andrés Pérez? Questo è il tipo di governo che piace agli States di Trump, il quale, nella sua sfacciataggine, da una parte pretende che noi popolino crediamo alla bugia della droga, dall’altra ha inviato un chiaro messaggio-minaccia ai Paesi nei dintorni: “Il dominio americano dell’emisfero occidentale non verrà mai più messo in discussione.” Chi sarà il prossimo? Come spiega un professore al webinar, l’avviso è diretto alla Colombia, al Messico e al Brasile… E non è finita. O perché sei uno studioso e capisci dove puntano le mosse del governo, o perché non arrivi più a fine mese (e qui non c’è la pensione dei genitori che ti aiuta), comunque sia, ti è sempre più chiaro che qualcosa di molto potente ti sta inesorabilmente schiacciando. Il signor Trump, che ha incentrato buona parte della sua campagna elettorale sulla parola “pace”, oggi probabilmente, tra una partita di golf e l’altra, se la ride di aver gabbato i suoi elettori. Fomenta conflitti in giro per il mondo (in un solo anno ha bombardato direttamente lo Yemen, l’Iraq, la Siria, la Nigeria, la Somalia, l’Iran, il Venezuela e indirettamente la Palestina e la Russia); al contempo in patria ha dato avvio a una spietata guerra contro i migranti, i lavoratori e l’intero popolo americano, che da qualche giorno, insieme al caro vita, deve affrontare la spesa triplicata dell’assicurazione sanitaria causata dal taglio di un trilione di dollari imposto dal governo all’ObamaCare. Questo, si sa già, costerà la vita a migliaia di persone che si vedranno costrette a rinunciare alle cure mediche. Negli ambulatori, lo dico per esperienza, ancora prima di salutarti la segretaria ti chiede se possiedi un’assicurazione, poi ne controlla la categoria e finalmente ti sorride. Per inciso Maduro l’hanno rinchiuso nello stesso carcere dove è detenuto Luigi Mangione. Vi dice qualcosa questo nome? È il giovane che ha ucciso l’Amministratore Delegato di una delle principali compagnie di assicurazioni mediche e ora rischia la condanna a morte. Più volte l’ho sentito definire un “eroe”. È il clima di rabbia e frustrazione, sempre più palpabile, che fa esprimere così malamente, dalla pancia; al contrario, per bloccare la deriva dello strapotere delle élite, bisogna rispondere con intelligenza e civiltà, soprattutto unendoci. Solidarietà al popolo venezuelano e a tutti i popoli sotto embargo.         Marina Serina
Sgombero annunciato per La “Polveriera” spazio autogestito Fiorentino.
Negli ultimi atti  dell’amministrazione regionale  il presidente Giani e la Regione,  che ne è propretaria, ha chiesto lo sgombero del plesso universitario di Santa Apollonia,  la cosi detta Polveriera, spazio autogestito  dal movimento studentesco fiorentino. Sembra che dopo il caso eclatante del Leoncavallo a Milano anche in altre parti d’italia ed anche qui a Firenze le giunte regionali e comunali  indipendentemente dalla colorazione si apprestino a reprimere o comunque a riportare nel solco di una pelosa legalità quelle realtà di autogestione che spesso si configurano piuttosto come custodia di bene comuni . Beni immobiliari che spesso sono stati lasciati abbandonati in attesa di un adeguato inserimento in un piano urbanistico di mercificazione e speculazione edilizia .  A Firenze questo processo è in atto da tempo e le criticità recenti hanno messo in   luce  una evidente complicità delle amministrazioni che si sono succedute a favorire la speculazione privata. Firenze ha visto  sorgere miriadi di alberghi di lusso, studentati difficilmente abbordabili da studenti comuni, ristrutturazioni edilizie per pura rendita turistica. Processo che ha espulso i residenti dal centro storico. Abbiamo intervistato un attivista dell “Polveriera”, questo il suo racconto: L’esperienza della Polveriera va avanti da molti anni,la possibilità di essere sfrattati è nata di recente, ve l’aspettavate? Non è una novità. Nel mio caso specifico sono militante in Polveriera da almeno tre anni e già due anni fa abbiamo avuto la netta sensazione che potesse avvenire uno sgombero. Erano state addirittura pubblicate su alcuni giornali come la Repubblica le dichiarazioni di Gianni che parlavano di riqualificare il plesso, perché era in stato di abbandono. Quindi è un processo che va avanti da prima, da anni addirittura. Gli occupanti subentrati nel 2014 erano consapevoli che questo plesso fosse interessato da dei possibil lavori di ristrutturazione. Quindi già nel 2015 si tentò di creare un processo partecipato con una tavola rotonda che comprendesse realtà studentesche, regione, l'ente privato che gestisce la mensa e i servizi vari all’interno del plesso, architetti, per costruire un progetto che mettesse d'accordo tutti sostanzialmente. Questo tavolo è stato avviato? Questo tavolo è stato avviato più volte, addirittura si parla del 2015 come primo approccio, poi un altro approccio nel 2019 e in seguito in altri momenti in cui la giunta regionale era totalmente diversa, infatti Giani si è insediato nel 2020. Una trattativa che è partita,ma è morta subito,un po'per i classici motivi: ovviamente la differenza fra le varie parti che in qualche modo non ha fatto decollare la cosa. Ora a che punto siamo? Eh, questa è un'ottima domanda. Permane la sensazione che si sia isolati, che non ci sia interesse di nell'instaurare un dialogo con gli occupanti, ma più che con gli occupanti direi con gli utenti o i possibili utenti. Questo è un plesso pubblico attraversato da studenti, da cittadini, da lavoratori. Abbiamo visto che le varie mail, sia quelle che abbiamo mandato, che quelleche arrivavano a nome dei frequentatori dello spazio,vengono ignorate. Quando invece arrivano da altre realtà studentesche o comunque da quelle realtà che fanno parte del consiglio studentesco come possono essere gli SDS che attualmente fanno parte del consiglio universitario,allora c'è dialogo. L’assemblea dell'altro giorno, quella pubblica di movimento, ha raccolto solidarietà da varie realtà fiorentine, c'erano anche rappresentanti del Collettivo di fabbrica della exGKn e il dato fondamentale che ne è uscito è quello di cercare una convergenza di lotte contro la mercificazione di bene comuni a Firenze. Voi, su questo cosa potete dire? Noi ci troviamo del quartiere uno di Firenze che è vittima di uno spietato processo di mercificazione e speculazione. Il fiorentino lo sa,non esistono più fiorentini nel centro. Questo è un fenomeno che ci tocca, particolarmente. Noi,ovviamente, andiamo in controtendenza cercando di mantenere vivo uno spazio accessibile. Che non sia per il privilegio di chi ha i soldi a permettere di frequentare i luoghi del centro che sono costosissimi e quindi inaccessibili. Prendiamo per esempio, gli affitti che sono proibitivi nella maggior parte dei casi. Quindi noi ci troviamo in questa posizione: nella consapevolezza di essere all’inizio di un lavoro fortissimo, strutturatissimo e che dobbiamo lavorare insieme a realtà com Salvi-Amo Firenze per Viverci, che si occupano esattamente solo di questo e con cui abbiamo contatti e a cui proviamo a dare una mano e a fare da supporto. Quale tipo di attività si svolgono in questo spazio? Questa è un spazio che ha una offerta di attività socio culturali di ogni tipo e anche attività più semplici di svago. Le attività, le realtà musicale, le arte performative che avvengono qua hanno un denominatore comune quello dell'accessibilità. Sono gratuite: workshop, corsi, mostre tutto gratuito. Nella Polveriera c’è una palestra popolare con ,se non sbaglio, sei corsi a cadenza settimanale, improvvisazioni teatrale ecc. Sono tantissime cose, e oltre a questo c'è tutta la parte della divulgazione e della informazione, quindi assemblee, riunioni e poi comunicazione. Nella assemblea, dell'altro giorno,si è parlato anche anche della repressione, A Firenze come da altre parti è in atto un processo governativo che vuole mettere fine a tutte l'esperienze di autogestione e a tutto quello che viene considerato, non allineato al pensiero unico dominante. Ecco,la Polveriera, insieme altre esperienze fiorentine si trova nella condizione di dover rispondere collettivamente. Secondo i voi qual è il percorso che è possibile intraprendere? Sì,ovviamente c’è la consapevolezza che se restiamo da soli siamo debolissimi,e se unissimo tutte le realtà, tutte le forze, forse non basterebbero. Poi c'è un discorso di legittimità,ogni lotta dal basso, ha legittimità ad esistere. Sarebbe bellissimo,ma questa è più una speranza: la speranza che questo tipo di lotta venga compresa dalla popolazione. Sarebbe bellissimo se nel quartiere uno si capisse l'importanza di uno spazio del genere e si supportasse la lotta in modo attivo, che non vuol dire necessariamente scendere in piazza a fare scontri, ma che serve però anche un supporto, una presenza, una raccoltafirme, dei pranzi popolari…. ph. Cesare Dagliana La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze La Polveriera Firenze     Redazione Toscana