Un viaggio lungo 400 anni. La maschera del diritto internazionale tra principio di sovranità degli Stati e vocazione imperialeIN OCCASIONE DELLA SETTIMANA DI MOBILITAZIONE PER LA LIBERTÀ D’INSEGNAMENTO
(CLICCA QUI PER LA PAGINA), PREVISTA DAL 9 AL 13 SETTEMBRE 2026, L’OSSERVATORIO
CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ INSIEME A DOCENTI PER
GAZA HA ORGANIZZATO UNA SERIE DI INIZIATIVE E PERCORSI DIDATTICI PER LE SCUOLE.
IN QUESTA PAGINA VI PRESENTIAMO IL VIDEO E IL MATERIALE RELATIVO ALL’INTERVENTO
DIDATTICO DI MARCO MEOTTO, DOCENTE DI STORIA E FILOSOFIA, COAUTORE DEL MANUALE
DI STORIA PER LE SCUOLE SECONDARIE DI SECONDO GRADO TRAME DEL TEMPO, E ATTIVISTA
DI SCUOLE PER LA PACE TORINO E PIEMONTE.
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INTRODUZIONE
È il 1648 e nelle stanze dei palazzi di Münster e Osnabrück, i diplomatici di
mezza Europa per mesi e mesi si scambiano documenti, disputano su protocolli,
negoziano in sale separate. Alla fine, firmano. Pongono fine alla Guerra dei
Trent’anni, un conflitto devastante che aveva dissolto molte certezze.
Ma cosa nasce davvero in quelle stanze? Il principio di sovranità dello Stato. È
l’autorità del principe su un territorio. È un’idea nuova e potente: entro
questi confini, comando io. La mia legge. La mia, persino, religione. È il
principio della sovranità territoriale. Ma guardiamo tutto questo da un’altra
angolazione. Quel principio non nasce dal nulla, e non nasce puro. Nasce come
soluzione a una crisi dell’impero. L’impero universale, quello degli Asburgo di
Spagna e Austria – così come il potere universale della Chiesa di Roma – ha
fallito nel suo tentativo di imporre un unico ordine. La sovranità è la formula
giuridica che cristallizza la sua frammentazione.
E qui sta il paradosso che ci accompagnerà per quattro secoli. Quel principio,
che promette ordine e limite (“entro questi confini”), diventa immediatamente lo
strumento per un nuovo, illimitato disordine. Perché se io sono sovrano nel mio
regno, e tu sei sovrano nel tuo, tra di noi non c’è più un’autorità superiore
che ci giudica. Ci sono solo il trattato e la forza. La sovranità non cancella
l’ambizione imperiale. La rilocalizza. La trasforma da sogno universale in
progetti concorrenti.
Nasce così un sistema. Un sistema i cui attori principali non sono certo i
popoli, ma, in prima battuta, le dinastie regnanti e i loro apparati. Un sistema
che ha una doppia anima, una schizofrenia costitutiva. In “casa” (in Europa): la
logica della sovranità. Questa si fonda sul riconoscimento formale, equilibrio,
diplomazia, trattati tra (quasi) pari. Fuori “casa” – vale a dire, nel resto del
mondo – è la logica dell’impero. Espansione, conquista, dominio, assoggettamento
senza pari diritti. Il diritto internazionale che inizia in Westfalia non è la
legge che mette fine al caos. È il linguaggio giuridico che codifica un doppio
standard. È il codice che le potenze si danno per gestire i loro conflitti tra
di loro, mentre insieme si spartiscono il mondo. Quella che comincia dalle paci
di Westfalia in avanti è la storia di una tensione strutturale tra il principio
formale della sovranità (che dice: siamo tutti uguali, autonomi) e la pratica
materiale dell’impero (che dice: io comando, tu obbedisci).
Nel percorso seguiremo questa tensione. Vedremo come deforma ogni tentativo di
creare un ordine globale pacifico. Vedremo alcuni esempi di ipocrisie eclatanti,
ma anche forme di resistenza. Questo viaggio dovrebbe permetterci di capire che,
in fondo, il diritto internazionale è stato spesso un modo per camuffare
esigenze di dominio. Allo stesso tempo proveremo a cogliere le possibilità
datesi storicamente di respingere o contenere queste logiche.
1. IL DIRITTO DEI SOVRANI
Le paci di Westfalia sono un patto di non interferenza. In fondo si ribadisce
ancora il principio “Cuius regio, eius religio“, sancito già cento anni prima ad
Augusta, limitatamente alla Germania e ai rapporti tra cattolici e luterani.
Questa volta diventa un principio diffuso per tutta l’Europa centro-occidentale:
nella sua regione, decide il sovrano la religione. È la fine delle guerre di
fede universali. Ma attenzione: non è la fine dei tentativi di conquista di
nuovi territori. È solo la sua razionalizzazione.
La sovranità è il nuovo codice del club dei sovrani. Definisce chi è dentro e
chi è fuori. Il Sultano ottomano, ad esempio, ne è fuori. E lo stesso vale per i
popoli indigeni delle Americhe, che, di norma, non sono contemplati. I sovrani
dei regni africani? Buoni solo per accordi capestro per appropriarsi di risorse,
come fanno portoghesi e olandesi che cercano di monopolizzare la tratta degli
schiavi.
Insomma, il diritto internazionale tra Seicento e Settecento è un manuale di
convivenza per predatori. Stabilisce come spartirsi la preda – cioè il mondo
coloniale – senza azzannarsi troppo sul Vecchio Continente. La lezione è che il
riconoscimento reciproco della sovranità in Europa serve a rendere più ordinata
la corsa imperiale fuori dall’Europa. Basta pensare alle vicende della pirateria
e della guerra dei corsari nell’area dei Caraibi e non solo.
Anche quando in Europa le grandi potenze coloniali (Francia, Spagna,
Inghilterra, Paesi Bassi, Portogallo) sono in pace e i loro rapporti sono
regolati da accordi sottoscritti dai rispettivi governi, sui mari e nel mondo
coloniale, vale il principio “no peace beyond the line”, nessuna pace oltre la
linea. Significa che, al di là di una mutevole e immaginaria linea
dell’ammiragliato, che passava nell’Atlantico nei pressi dei Tropici, la guerra,
il saccheggio, i massacri erano sempre possibili.
2. LA POLITICA CON ALTRI MEZZI
Il Settecento affina il gioco. Le guerre hanno una valenza esclusivamente
politica, mai ideologica: che sia la successione al trono, il monopolio
commerciale di qualche bene (gli schiavi, ed esempio) o il controllo delle
colonie. La parola d’ordine in Europa è “equilibrio”. Quando una potenza – la
Francia del Re Sole, ad esempio – diventa troppo minacciosa, tutte le altre si
coalizzano per riportare l’ordine.
Prendiamo la Guerra di Successione Spagnola. Decine e decine di migliaia di
morti per stabilire se un Borbone può sedere sul trono di Madrid. La vera
questione, in realtà, è un’altra: si possono unire la Francia e la Spagna sotto
una sola corona? No, l’equilibrio sarebbe rotto: nascerebbe un impero in Europa.
Alla fine, i trattati di Utrecht e Rastadt altro non sono che l’ennesima
riproposizione del principio di equilibrio: un Borbone va a Madrid, ma le corone
non si uniranno mai. E l’Inghilterra si prende Gibilterra e la tratta degli
schiavi dei portoghesi: è la rincorsa per spiccare il salto e diventare la più
grande potenza commerciale e coloniale. In modo simile si svolgeranno le altre
guerre europee del Settecento. Quando sarà la Prussia a diventare una minaccia
per gli interessi di Austria e Francia, ecco che le due tradizionali nemiche si
coalizzeranno per ridimensionare le ambizioni prussiane. Ancora una volta
l’Inghilterra, in competizione globale con la Francia, ne approfitterà per
impadronirsi di nuovi territori coloniali.
La guerra è un calcolo spietato, ma lucido. Non è casuale che un secolo dopo il
generale prussiano Von Clausewitz, dirà che la guerra è “la politica con altri
mezzi”. L’equilibrio tra gli Stati non è garanzia di vera pace: non lo è nel
Settecento e non lo sarà in seguito. Nel Settecento è solo il modo per gestire
la competizione, il modo con cui i giocatori più importanti – gli Stati più
forti – si accordano per rimanere in partita, mentre fuori dall’Europa la vera
sfida – quella per le ricchezze del globo – si gioca senza regole. Il diritto è
bifronte: tendenza all’uguaglianza tra pari in Europa, licenza di saccheggio nel
resto del mondo.
3. UNA RIVOLUZIONE ANTICOLONIALE: IL DIRITTO NON È PER TUTTI
Poi i nodi vengono al pettine e le contraddizioni esplodono nel 1789. La
Rivoluzione Francese, attingendo al lessico dell’illuminismo più radicale, fa
esplodere il vocabolario giuridico. La sovranità non è più del re, ma del
popolo. I diritti sono universali. È un terremoto.
E la guerra in Europa riesplode in modo diverso: guerra prima per difendere e
poi, con Napoleone – e non senza mille contraddizioni -, per esportare la
rivoluzione sulla punta delle baionette. Dall’altra parte – quella delle teste
coronate – la guerra è per fermare, cancellare, estirpare la rivoluzione. Torna,
in apparenza, a essere una guerra ideologica: diffondere la rivoluzione o
riportare l’ordine?
Eppure, il terremoto arriva anche dove la Francia meno se lo aspetta: nella sua
colonia più ricca, Saint-Domingue, oggi Haiti. Qui, ci sono mezzo milione di
schiavi neri, che lavorano nelle piantagioni che rendono la Francia il più
importante esportatore di zucchero in tutta Europa. Gli schiavi accolgono le
parole universali della Rivoluzione – libertà, uguaglianza – e le rivolgono
contro i loro sfruttatori, i piantatori bianchi, i padroni dei latifondi
coltivati a canna da zucchero.
Nel 1791 insorgono. La loro lotta è così potente che costringe la Convenzione di
Parigi, nel 1794, a un atto incredibile: l’abolizione totale della schiavitù.
Sembra il trionfo dell’universalismo. Ma la maschera cade presto. Quando
Napoleone prende il potere, il suo progetto è ricostruire l’impero coloniale
francese e la sua macchina da soldi caraibica: la piantagione schiavista. Nel
1802 manda un esercito a Haiti con un ordine chiaro: ripristinare la schiavitù e
sterminare i capi della rivolta. Catturano il leader Toussaint Louverture con
l’inganno e lo deportano a morire in una prigione francese.
La risposta haitiana, guidata da Dessalines, è una guerra di liberazione totale,
cruenta e senza tregua, come saranno sempre, da allora, le guerre di liberazione
contro i padroni coloniali. Nel 1804, Haiti dichiara l’indipendenza. L’esercito
che in tutta Europa trionfa, quello napoleonico, nei Caraibi è stato sconfitto.
Haiti nasce come la prima repubblica nera del mondo, la prima repubblica
composta in prevalenza di ex schiavi. La prima vera rivoluzione anticoloniale
trionfa, ma il cammino è subito in salita. Nessuna potenza europea la riconosce,
gli Stati Uniti si rifiutano di commerciare con Haiti.
Il chiaro messaggio, sul piano del diritto internazionale, è questo: la
sovranità rivoluzionaria, quando minaccia il cuore economico dell’impero, deve
essere schiacciata. L’universalismo si ferma dove iniziano i profitti. Haiti
diventa in fretta uno stato paria, boicottato, costretto a pagare un debito
mostruoso alla Francia per il “danno” della sua libertà. La sua sovranità non
sarà mai considerata uguale. La rivoluzione haitiana mostra chiaramente la
tensione tra l’ambizione imperiale europea e il diritto alla sovranità. Al
contempo, ha chiarito un nuovo, sovversivo principio: l’autodeterminazione dei
popoli è un atto di forza, non arriva come un dono. E questo incrina una volta
per tutte il diritto internazionale pensato come equilibrio tra Stati europei.
4. IL TRIONFO DEL DIRITTO INEGUALE E LA SPARTIZIONE DEL MONDO
Dopo Waterloo, dove cade definitivamente Napoleone, il Congresso di Vienna non
vuole solo ridisegnare la mappa, ancora una volta, in nome dell’equilibrio.
Vuole imbrigliare la storia. Nasce il “Concerto d’Europa”: una sorta di
direttorio delle grandi potenze che si autoproclama in diritto di intervenire
ovunque, per spegnere sul nascere le eventuali fiamme rivoluzionarie. Nel 1820,
questo principio diventa dottrina: le potenze della Santa Alleanza (Russia,
Austria, Prussia) hanno il “diritto di intervento” per salvare un monarca
legittimo dai suoi stessi sudditi ribelli. È una violazione palese della
sovranità dei paesi, ma con una causa ben precisa: preservare il sistema
reazionario. Il diritto internazionale diventa qui il guardiano armato di un
ordine sociale. Le spinte alla trasformazione sono più forti e, in Europa,
l’ordine della Restaurazione, sempre più debole, crollerà definitivamente dopo
il 1848
Ma c’è un’altra faccia di questo ordine. Se all’interno dell’Europa il Concerto
mantiene l’ordine e tutela l’equilibrio reazionario sancito a Vienna,
all’esterno promuove l’espansione dei mercati, un sistema che ormai inizia a
essere governato dalle leggi del mercato capitalistico. E quando i mercati non
si aprono da soli, li si apre con la forza.
Guardiamo al caso della Cina. Per secoli, l’Impero Qing aveva regolato
rigidamente il commercio con l’Occidente. La bilancia commerciale era fortemente
in suo favore: l’Europa comprava tè, seta, porcellana, pagando in argento. Fino
a quando la British East India Company non trovò la merce perfetta per ribaltare
i flussi: la droga. Così l’oppio, prodotto nell’India sotto il controllo
britannico, inizia a essere contrabbandato in massa in Cina.
Quando la Cina tenta di fermare questo flusso di sostanze stupefacenti – un vero
e proprio flagello per la stabilità interna del paese – confiscando e
distruggendo tonnellate di carichi di oppio britannico, la risposta di Londra è
la guerra. Anzi, due guerre: una nel 1839 e l’altra nel 1856. Non sono più
guerre per conquistare terre, ma per imporre i propri beni commerciali. A
vincere sono i cannoni della flotta britannica.
I trattati che ne seguono – Nanking nel 1842, Tientsin nel 1858 – sono il
manuale di un diritto internazionale asimmetrico: non a caso gli storici li
hanno chiamati i “trattati ineguali”. Al saccheggio inglese si aggiunge quello
di Francia, Russia e Stati Uniti: oltre una decina di porti cinesi sono aperti
forzatamente al commercio straniero, Hong Kong viene ceduta alla Gran Bretagna,
la Cina perde il controllo sulle sue tariffe doganali – cosa che manda in
fallimento il suo settore manifatturiero – e, infine, viene imposta
l’extraterritorialità giuridica per i cittadini britannici, che in Cina non sono
più soggetti alla legge cinese, ma a corti consolari britanniche. Lo stesso
privilegio verrà esteso in seguito ad americani, francesi, russi. La sovranità
cinese viene svuotata: sul suo territorio, in parti delle sue città, vigono
leggi europee. Il suo governo non può decidere con chi e a quali condizioni
commerciare. Il “libero scambio” smette la maschera del principio astratto
economico e svela il suo volto reale: un atto di dominio, sancito da un
trattato.
Ma la Cina non è un caso isolato. Lo stesso accade al Giappone che, dopo due
secoli e mezzo di isolamento, viene costretto ad aprirsi nel 1854 a colpi di
cannone dal commodoro americano Matthew Perry. Il trattato di Kanagawa segue lo
stesso copione: porti aperti ed extraterritorialità. C’è poi il caso dell’Impero
Ottomano, soprannominato “il malato d’Europa”. Il Sultano è ridotto, già dal
Settecento, a concedere le famose “Capitolazioni”: privilegi commerciali e
giurisdizionali alle potenze europee, che ne erodono l’autorità fino a renderlo
una semi-colonia finanziaria. Non è diversa la sorte di paesi formalmente
indipendenti come la Persia o il Siam, che sono costretti a firmare trattati con
clausole di extraterritorialità e controllo sulle dogane.
Questo è il vero volto del “Concerto” fuori dall’Europa. Non c’è equilibrio. C’è
una gerarchia razziale e giuridica. Le potenze europee si riconoscono tra loro
come sovrani uguali, ma negano quella stessa piena sovranità alle grandi civiltà
d’Asia. Il diritto internazionale, in questo momento storico, non è certo
universale, è invece un sistema di caste giuridiche: ci sono stati sovrani
(europei), stati semi-sovrani (ad esempio Cina, Giappone, Persia, Impero
ottomano), e poi c’è il resto del mondo, già spartito, o pronto per la
spartizione coloniale.
Il principio di Westfalia – l’autorità esclusiva sul proprio territorio – viene
così brutalmente smentito appena si varcano i confini d’Europa. Dimostra di
valere solo per chi ha sufficienti cannoni e navi da guerra per farlo
rispettare. Per tutti gli altri, la sovranità è negoziabile, violabile,
svendibile a colpi di trattati ineguali. La forza che straccia le regole non è
un’eccezione. È la premessa stessa del sistema.
La fine dell’Ottocento è un grande dispiegarsi di questa tendenza e ci mostra la
grande corsa all’Africa. Per evitare che la concorrenza sfoci in una guerra tra
Stati europei, le potenze fanno una cosa straordinaria: indicono una Conferenza
a Berlino nel 1884.
Quattordici stati, nessun africano presente. Con riga e squadra, i partecipanti
alla Conferenza si spartiscono un intero continente. Stabiliscono regole: per
rivendicare un territorio, questo va effettivamente occupato. Burocratizzano la
conquista. Formalmente, si impegnano a combattere la schiavitù. In pratica,
instaurano il lavoro forzato. Dicono di voler civilizzare popoli arretrati. Nei
fatti sfruttano, sottomettono, annientano intere civiltà.
È il trionfo della tensione tra il principio della sovranità dello stato e la
vocazione imperiale. È proprio questa l’epoca definita dell’imperialismo: la
sovranità delle potenze europee – il loro diritto a riunirsi, riconoscendosi
reciprocamente e stipulando trattati – viene esercitata per costruire imperi
coloniali e negare ogni sovranità ai popoli africani. Il diritto internazionale
fornisce così la facciata legale al saccheggio più spudorato. È la perfetta
sintesi di forma giuridica e violenza imperialista.
5. DALLA SOCIETÀ DELLE NAZIONI ALL’ONU
Ma gli spazi coloniali a un certo punto si esauriscono. La concorrenza tra le
potenze europee, invece, non si arresta. A quel punto anche l’equilibrio salta.
L’esito è la Prima guerra mondiale. Possiamo dire che è la bancarotta dei
princìpi che avevano governato l’Europa sino ad allora. La guerra è un massacro
enorme, inimmaginabile prima. Dalle macerie del primo conflitto mondiale nasce
la Società delle Nazioni. Il sogno sembra nobile: sicurezza collettiva,
arbitrato, disarmo, principio di autodeterminazione nazionale. Ma anche qui
esiste un doppio standard.
L’autodeterminazione – dichiarata a gran voce e poi applicata alla bell’e meglio
nella ridefinizione dei confini europei – non vale ovunque. L’Impero ottomano è
spartito tra Francia e Inghilterra. Stesso destino per le colonie tedesche.
Nel frattempo, le contraddizioni della guerra hanno portato in Russia a una
rivoluzione di ispirazione socialista, la prima che abbia mai avuto successo
nella storia dell’umanità. Nella Russia rivoluzionaria i bolscevichi, giunti al
potere, prendono a picconate le ipocrisie del diritto internazionale vigente:
rendono pubblici i trattati segreti che lo Zar aveva stipulato con le altre
potenze europee e svelano che, dietro alle dichiarazioni di facciata dei
governi, la guerra nascondeva precisi interessi di spartizione del mondo.
La Russia rivoluzionaria, oltre a invitare gli operai di tutto il mondo a unirsi
per prendere il potere, persegue il principio internazionalista dell’amicizia
tra i popoli, ma allo stesso tempo invita all’autodeterminazione le popolazioni
sottomesse al giogo coloniale. Non deve allora stupire che gli Stati vincitori
della Prima guerra mondiale, quegli stessi che stanno dando vita alla Società
delle Nazioni, si premurino di inviare soldati a supporto delle forze
controrivoluzionarie, impegnate in una sanguinosa guerra civile contro la Russia
socialista. Il principio di autodeterminazione non vale laddove uno Stato possa
mettere a rischio il sistema.
La Società delle Nazioni nasce così con il respiro corto, perché i fantasmi del
passato sono al tavolo. Troppi interessi materiali da tutelare per i vincitori
della guerra. La Francia vuole umiliare la Germania, l’Inghilterra vuole tenersi
l’impero, gli Stati Uniti (che poi non entreranno mai nella Società) sono
isolazionisti. Di ammettere la Russia sovietica non se ne parla sino al 1934.
L’ammissione dell’Urss è giusto di un anno successiva al ritiro volontario della
Germania di Hitler, che non vuole accettare le limitazioni all’esercito imposte
dai trattati di pace successivi alla Prima guerra mondiale, e del Giappone che,
nella sua campagna espansionistica, aveva occupato la regione della Manciuria.
D’altra parte, la Società può solo raccomandare, non obbligare i suoi membri. Un
episodio che ne segna il destino è nel 1935. L’Italia fascista di Mussolini
invade l’Etiopia. L’Imperatore Hailé Selassié denuncia da Ginevra, sede della
Società delle Nazioni, l’aggressione fascista e chiede giustizia. La Società
decreta delle sanzioni, ma molti Stati non le rispettano e, soprattutto,
petrolio e carbone sono esclusi dall’embargo. Sono, in fondo, sanzioni di
facciata. Dimostrano che gli interessi di espansionismo imperialista dei singoli
stati contano più del diritto collettivo. La sovranità egoistica affonda il
primo tentativo di una regolamentazione mondiale dei rapporti tra Stati.
La strada per la Seconda Guerra Mondiale è ormai tracciata. La stessa Italia
fascista si ritirerà dalla Società delle Nazioni nel 1937, pronta a stringere
un’alleanza con la Germania e il Giappone. La Società delle Nazioni, silente e
attendista anche nel caso della guerra civile spagnola, riguardo alla quale si
trincera dietro l’equidistanza tra fascismo e democrazia, non saprà in nessun
modo evitare la guerra più distruttiva di sempre.
Il secondo conflitto mondiale rappresenta l’implosione di quel sistema nato a
Westfalia trecento anni prima. La sovranità assoluta, svincolata da qualsiasi
limite sostanziale, degenera in progetti imperiali totali e inconciliabili. Non
è più solo competizione tra Stati, ma scontro tra visioni del mondo che
pretendono di ridisegnare con la violenza l’ordine globale, spazzando via
persino l’ipocrisia formale del diritto. È la negazione di ogni principio,
persino di quello, puramente procedurale, dell’equilibrio. La guerra totale, il
genocidio, la sottomissione di interi popoli non come “effetto collaterale” ma
come obiettivo politico, mostrano il volto estremo della sovranità quando,
spogliatasi di ogni finzione giuridica, si erge a unico fondamento. Il conflitto
diventa così la cartina di tornasole di una verità sempre presente ma spesso
camuffata: il sistema degli Stati sovrani, senza un sistema di regolazione che
ne contenga gli eccessi, porta in sé il germe della propria distruzione.
Dalla lezione del fallimento della Società delle Nazioni nasce l’ONU,
l’Organizzazione delle Nazioni Unite.
Gli stati fondatori sono però cinici realisti. Sanno che senza le grandi
potenze, tutto crolla. Così, accanto all’Assemblea Generale, dove siedono tutti
i paesi indipendenti e sovrani, creano un Consiglio di Sicurezza ristretto (solo
15 membri) e danno ai vincitori del secondo conflitto mondiale – USA, URSS, Gran
Bretagna, Francia e Cina – un’arma suprema: un seggio permanente e il diritto di
veto.
È la codificazione della disuguaglianza. L’articolo 2 della Carta proclama la
sovranità uguale di tutti gli stati. Ma il veto dice il contrario: alcuni stati
sono più sovrani di altri. L’ONU non nasce per superare l’impero, ma per gestire
la competizione tra due “blocchi” – quello a guida statunitense e quello a guida
sovietica – e prevenirne lo scontro nucleare. È un sistema basato sulla paura,
che cristallizza il potere dei vincitori del 1945.
A rendere teso questo equilibrio sarà la decolonizzazione, un fenomeno che
dilagherà nei decenni successivi alla fine della guerra. L’Assemblea Generale
dell’Onu vedrà crescere in modo esponenziale il numero dei propri membri (che
quasi quadruplicano dalla nascita dell’Onu a oggi), ma il vero potere resterà
nella stanza del Consiglio di Sicurezza.
7. IL BIPOLARISMO E LA SFIDA DEL TERZO MONDO
Se l’ONU nasceva con l’ambizione di “salvare le generazioni successive dal
flagello della guerra”, la realtà della Guerra Fredda la trasforma rapidamente
in un’arena congelata. Il diritto internazionale diventa l’arma diplomatica di
un mondo bipolare.
Il Consiglio di Sicurezza, paralizzato dal gioco dei veti incrociati tra USA e
URSS, non riesce a fermare i conflitti, ma solo a “gestire” la reciproca
convivenza tra le due superpotenze, evitando la distruzione assicurata da un
eventuale conflitto atomico. Mentre in Europa regna una pace armata e apparente,
il resto del pianeta diventa il teatro di guerre per procura (Corea, Vietnam,
Afghanistan). In questi scenari, la sovranità degli stati minori è pura
finzione: i confini vengono decisi o violati in base alla fedeltà a uno dei due
blocchi.
Il diritto internazionale di questo periodo è un codice di coesistenza tra due
imperi ideologici ed economici. Non si tratta di giustizia, ma di “stabilità”.
La legalità viene invocata solo quando serve a denunciare l’avversario, mentre
le violazioni proprie vengono giustificate come “difesa della libertà” o
“solidarietà socialista”. Sotto la superficie dei trattati sul disarmo, il
motore resta lo stesso: il controllo delle zone d’influenza e delle risorse
strategiche.
Ma mentre i due giganti si sfidano, accade qualcosa di imprevisto: i “popoli
senza storia” – alcuni sono quelli di Berlino del 1884 – iniziano a riprendersi
la parola. Tra gli anni ’50 e ’70, la decolonizzazione travolge i vecchi imperi
europei.
Nel 1955, con la Conferenza di Bandung, nasce il movimento dei “Non Allineati”:
un Terzo Mondo, oltre a quello del blocco occidentale liberal-capitalista e
quello del blocco sovietico comunista. Per la prima volta, il diritto
internazionale non è più solo un monologo europeo. I nuovi stati usano
l’Assemblea Generale dell’ONU come megafono per rivendicare il vecchio principio
dell’autodeterminazione dei popoli, ma declinandola in una nuova modalità. La
rivendicazione non si limita all’indipendenza politica, ma richiede anche una
“decolonizzazione economica”.
È qui che lo scontro si fa durissimo. Questi paesi denunciano che la libertà
politica è inutile se i prezzi delle materie prime sono fissati a Londra o New
York, e se il debito estero diventa la nuova catena che li lega ai vecchi
padroni imperiali. Tentano di proporre un diverso ordine economico
internazionale basato sulla sovranità permanente sulle proprie risorse. La
risposta dei mercati e delle potenze occidentali sarà brutale: colpi di stato,
sanzioni e l’arma del debito. Il diritto dei popoli si scontra contro il muro
invalicabile della proprietà e del profitto globale. La sovranità riconquistata
con il sangue viene spesso svuotata dalla dipendenza finanziaria.
8. L’ILLUSIONE DI UN “SOLO GENDARME” MONDIALE
Il crollo dell’URSS nel ’91 sembra aprire un’era unipolare. Ne è una
dimostrazione la guerra del Golfo del 1991, dove l’ONU autorizza una coalizione
a guida USA che muove guerra all’Iraq, responsabile dell’invasione del Kuwait.
Si capisce subito che, dietro il movente della sovranità del piccolo ma ricco
stato del Golfo, c’è l’interesse economico.
Nei primi anni ’90, il disastro jugoslavo mostra una realtà. Tentennante,
contraddittorio, quando non controproducente, è il ruolo dell’ONU in Bosnia.
Tutto questo induce a un maggior protagonismo da parte della NATO che agisce
fuori dal mandato ONU: bombardamenti unilaterali in Bosnia nel ’95 e,
soprattutto, in sulla Serbia nel ’99, senza mandato del Consiglio di Sicurezza.
Si invoca una “legittimità umanitaria” superiore alla legalità internazionale. È
la vecchia ambizione imperiale che ora si veste dell’abito buono delle ragioni
umanitarie. Altrettanto impotente si rivela l’ONU nel 1994, quando in Rwanda si
consuma il genocidio dei Tutsi.
Il passo finale lo compie l’amministrazione Bush nel 2003: l’invasione dell’Iraq
basata su prove false, un atto di pura aggressione che il Segretario Generale
Kofi Annan definirà “illegale”. Il gendarme unipolare agisce dove vuole, usando
l’ONU se comodo, ignorandola se di intralcio.
La reazione a questo momento unipolare è il mondo di oggi: multipolare e
caotico. Russia e Cina, avendo imparato la lezione, usano il veto per bloccare
interventi occidentali e invocano la sovranità nazionale come scudo per tutelare
i loro spazi d’influenza, praticando a loro volta, però, un imperialismo
regionale. L’UE è paralizzata e succube della tradizionale alleanza con gli USA.
Intanto, nuovi attori sorgono.
Il diritto internazionale non è morto. È più vivo che mai nei tribunali, nei
trattati climatici, nelle dispute commerciali. Ma è diventato il campo di
battaglia di questa nuova competizione. Tutti ne parlano, tutti lo usano, ma la
sua forza dipende ancora, come nel 1648, dalla volontà di rispettarlo da parte
di chi detiene il potere. La tensione tra sovranità e impero non è stata
risolta. Si è moltiplicata.
CONCLUSIONI
Abbiamo seguito lo spettro di Westfalia per quattro secoli. Ha preso la forma
dell’equilibrio, del concerto, del mandato coloniale, del veto. È la storia di
come il potere cerca costantemente una veste legale, e di come quella veste sia
sempre troppo stretta, sempre lacerata dalla volontà di dominio.
Il diritto internazionale non è la legge che governa il mondo. È il linguaggio
con cui il mondo cerca, spesso invano, di governare la forza. Comprenderne la
storia non ci dà ancora la soluzione, ma ci toglie l’illusione. E forse, in un
mondo di sovranità confliggenti e nuove ambizioni imperiali, non illudersi è
l’unico punto da cui partire, per pensare un diritto internazionale che sia, in
primo luogo, il diritto dei popoli e non il diritto degli Stati o degli
interessi economici che li manovrano.
Marco Meotto, Scuole per la Pace di Torino e Piemonte
Meotto, Un viaggio di 400 anniDownload
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