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Salari stagnanti divorati dall’inflazione ,regali ai padroni
Stagnazione dei salari reali e aumento delle retribuzioni nominali lorde incapace a compensare l’aumento dell’inflazione, in parte anche per la lentezza dei rinnovi contrattuali (il tempo medio è di oltre due anni) e per gli anomali livelli di crescita dei prezzi registrati nel biennio 2022-2023. È quanto emerge dall’Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti in Italia, appena presentata a Roma e realizzata dal Coordinamento generale Statistico attuariale e dalla direzione centrale Studi e ricerche dell’Inps. Nel settore privato le donne continuano ad avere retribuzioni medie effettive molto più basse di quelle degli uomini. “Si conferma la forbice tra le retribuzioni in base al genere. La retribuzione media annua delle donne, infatti, è circa il 70% di quella degli uomini. A fronte della stagnazione dei salari e alla crescita dell’inflazione senza piu’ meccanismi automatici di protezione del potere d’acquisto dei lavoratori ,si assiste dal 2014 ad un trasferimento di risorse a vario titolo alle imprese per quasi 40 miliardi. Ne parliamo con l’economista Andrea Fumagalli
La Corte Costituzionale dichiara illegittimo articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori che consentiva il “monopolio” della rappresentanza
Il 30/10/25 La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 156, ha dichiarato la illegittimità dell’art. 19 dello Statuto dei Lavoratori (L. 300/70), che disciplina la costituzione delle RSA aziendali, selezionando i sindacati che hanno diritto alle prerogative descritte nel titolo III, come i permessi retribuiti, la bacheca, l’assemblea e il […] L'articolo La Corte Costituzionale dichiara illegittimo articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori che consentiva il “monopolio” della rappresentanza su Contropiano.
Sciopero studentesco a Berlino: «Il vostro dovere è la nostra morte»
> Venerdì scorso a Berlino migliaia di studenti hanno partecipato allo sciopero > scolastico nazionale contro il servizio militare obbligatorio. Secondo i dati forniti dai gruppi partecipanti, a partire dalle ore 12 si sono radunati quasi diecimila scioperanti. Da Halleschen Tor il corteo ha proseguito verso Oranienplatz. Lì, a partire dalle ore 16, si sono uniti sempre più adulti solidali, tra cui molti sindacalisti. Da Oranienplatz, dopo una pausa piuttosto lunga, il corteo ha proseguito verso Neukölln. Il corteo era guidato dal nucleo duro degli studenti, che sembravano non risentire del freddo. Accompagnato da slogan di lotta di classe, il corteo ha superato Kottbusser Tor. Dal tetto del “Zentrum Kreuzberg” la manifestazione è stata accolta con uno striscione. Chi guardava il cielo notturno sopra di sé poteva leggere a grandi lettere: “No al servizio militare obbligatorio” sopra la strada, mentre sotto si intonavano i cori appropriati. Alcuni passanti hanno manifestato il loro consenso, altri hanno guardato con interesse i cartelloni. A Hermannplatz c’è stato un ulteriore ritardo e la manifestazione si è ridotta al nucleo duro, che alla fine di una lunga giornata di sciopero ha raggiunto con successo il municipio di Neukölln. Durante la manifestazione pomeridiana si è formato un blocco sindacale. I membri di Junge GEW (Sindacato del settore educazione e scienza) e Arbeitskreis Internationalismus hanno sfilato insieme nella manifestazione, mostrando la loro solidarietà agli studenti. GLI STUDENTI PARLANO CHIARO Secondo la televisione tedesca ARD, il ministro SPD Pistorius “nel suo discorso al Bundestag non ha preso posizione contro gli scioperi” e li ha definiti ‘fantastici’, perché oltre a dimostrare “l’interesse e l’impegno degli studenti”, gli scioperi dimostrano che essi sanno “di cosa si tratta”. Si può concordare con questa affermazione, in quanto gli studenti hanno effettivamente dimostrato ottime capacità di analisi in diverse interviste. Hanno ripetutamente chiarito che ritengono che la situazione di minaccia sia stata esagerata. In questo modo dimostrano una maggiore lucidità rispetto a molti commentatori dei grandi media, i cui spettatori sembrano in parte credere ciecamente alle narrazioni del governo. Gli studenti in sciopero hanno inoltre sottolineato di non sentirsi affatto in dovere morale di “difendere” un Paese che non ha nulla da offrire loro se non delusioni e ingiustizie sociali. Dopo una domanda tendenziosa, il dodicenne Carl ha chiarito in un’intervista alla radio berlinese RBB che persone come il cancelliere Friedrich Merz dovrebbero assumersi personalmente il compito di difendere il Paese. LA CONFEDERAZIONE SINDACALE TEDESCA (DGB) DEVE SCOPRIRE LE SUE CARTE Il dibattito è appena iniziato. I socialdemocratici al governo continuano a sottolineare quanto siano benvenute le proteste democratiche. Tuttavia, le lusinghe di Pistorius e dell’SPD difficilmente avranno effetto, vista la linea dura adottata. Allo stesso modo, la fuga nella produzione di armamenti non garantirà l’occupazione e il tenore di vita, ma finirà per diventare una minaccia per tutti noi. Il vento quindi presto diventerà molto più forte. A quel punto sarà fondamentale il ruolo della base dei sindacati, che dovrebbe già ora richiamare i propri leader alle loro responsabilità. Il DGB deve finalmente schierarsi in modo chiaro e senza compromessi dalla parte dei lavoratori dipendenti e guardare in faccia la realtà. Con questo governo e con questo SPD non c’è parità di condizioni. Solo gli scioperi potranno ottenere qualcosa. Le azioni di massa dei lavoratori possono portare a un ripensamento da parte dei capitalisti, che spingono sempre più apertamente per una partecipazione dell’AfD al governo. Se i sindacati tedeschi non si preparano finalmente con determinazione agli scioperi generali, corrono il rischio di arrivare ancora una volta troppo tardi. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Forum Gewerkschaftliche Linke Berlin
La lezione di Genova
Da quasi 60 anni le cariche contro gli operai in una manifestazione con CgilCislUil segnano il superamento di una linea rossa che quasi nessun governo ha osato oltrepassare. L’ultimo episodio rilevante erano state le cariche contro i metalmeccanici della Fiom, a Roma, guidati da Maurizio Landini, il 30 ottobre del […] L'articolo La lezione di Genova su Contropiano.
Donne d’Eritrea al centro del cambiamento
Nei mercati di Asmara e nei villaggi rurali, le donne eritree reggono l’economia familiare tra agricoltura, artigianato e cura domestica. Un progetto di cooperazione internazionale offre formazione e strumenti per trasformare resilienza in autonomia, aprendo nuove opportunità di lavoro dignitoso, inclusione sociale ed empowerment femminile. In Eritrea il lavoro delle donne è molto più di una necessità economica: è un atto quotidiano di resilienza, di costruzione del futuro e di partecipazione silenziosa allo sviluppo del Paese. Nei mercati di Asmara, nei villaggi rurali del Gash Barka e nelle regioni montuose del nord, le donne sono protagoniste della sopravvivenza delle famiglie, combinando la cura dei figli e della casa, con il lavoro nei campi, le attività artigianali di piccolo commercio e l’allevamento di animali. Le testimonianze raccolte restituiscono un quadro complesso: da un lato la fierezza di contribuire al benessere della comunità, dall’altro la consapevolezza delle difficoltà legate alla mancanza di strumenti, di formazione e di accesso a opportunità lavorative, dignitose e stabili. La trasmissione di competenze e l’accesso a percorsi di formazione professionale diventano quindi leve fondamentali per garantire sicurezza alimentare e nuove prospettive occupazionali. Allo stesso tempo, la formazione diventa anche uno strumento di empowerment che rafforza la consapevolezza dei propri diritti e che favorisce una partecipazione più attiva e inclusiva ai processi di cambiamento. Questo concetto diventa ancora più fondamentale per le donne, maggiormente escluse dalle opportunità educative e formative e quindi dal mondo del lavoro, in particolare per coloro che fanno parte del 75% della popolazione del Paese che vive in zone rurali, lontane dalla capitale Asmara. È in questo contesto che si inserisce il progetto di cooperazione internazionale “Miglioramento della sicurezza alimentare e dell’accesso al mercato del lavoro in Eritrea”, promosso da Nexus Emilia Romagna ETS con l’obiettivo di migliorare le condizioni di inclusione socio-economica delle fasce di popolazione più vulnerabili. Attraverso interventi di formazione tecnico-professionale e dotazione di materiali, il progetto intende migliorare la sicurezza alimentare, la consapevolezza e la possibilità di lavoro dignitoso per le persone più vulnerabili e residenti nelle aree rurali del Paese, con un’attenzione particolare a donne, giovani e persone con disabilità. l progetto pone grande enfasi sulla parità di genere e sull’inclusione sociale. La maggioranza dei beneficiari dei corsi di formazione professionale sono donne, in particolare provenienti da piccoli villaggi rurali. Donne con voglia di apprendere e avere alternative per il futuro che non siano solo la cura dei figli e della casa: un desiderio di empowerment economico che va oltre al desiderio di inclusione sociale. Le attività formative pratiche e teoriche sono state pensate per creare prospettive professionali concrete per chi in genere è escluso da tali opportunità. I moduli proposti garantiscono loro l’acquisizione delle competenze necessarie per l’accesso al mondo del lavoro e per raggiungere un’autonomia economica. Una beneficiaria del progetto ha raccontato quanto sia difficile conciliare vita lavorativa e familiare in un contesto che richiede forza, sacrificio e una costante capacità di adattamento. Grazie al corso di formazione in cucina ha trovato lavoro in una mensa dotata di asilo, che le permette di lavorare e contemporaneamente accudire il figlio. Altre beneficiarie, impegnate in attività agricole informali, hanno sottolineato come spesso il loro contributo non venga riconosciuto come “lavoro vero e proprio”, pur rappresentando una parte essenziale del reddito familiare. Una giovane donna, che ha partecipato al corso di formazione in agricoltura, ha trasformato il suo campo in una fonte affidabile di cibo per la sua famiglia e riesce a vendere l’eccedenza al mercato locale; ha raccontato che questo nuovo lavoro le ha permesso non solo di guadagnare un reddito che prima non aveva, ma anche di rivendicare diritti e riconoscimento sociale. Inoltre, la partecipazione al corso le ha permesso di conoscere altre donne, confrontarsi e scambiare idee. Queste testimonianze mettono in luce il cuore della questione: in Eritrea, come in molti altri Paesi del mondo, il lavoro femminile è imprescindibile, ma resta ancora fragile e necessita tutele. Il progetto si inserisce nel percorso intrapreso dall’Eritrea nel 1995 con la ratifica della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW) che, pur complesso, sta aprendo nuovi spazi di partecipazione femminile. Uno degli attori principali di questo processo, e partner del progetto, è NCEW (National Confederation of Eritrean Workers), l’organizzazione sindacale nata ufficialmente nel 1994, ma con radici che affondano nella lunga storia del movimento operaio eritreo. La parità di genere è uno degli ambiti fondamentali del lavoro sindacale: NCEW promuove momenti di formazione, sensibilizzazione e iniziative volte a prevenire discriminazioni, molestie e violenze. Attraverso corsi, seminari e programmi di empowerment, l’organizzazione fornisce strumenti concreti alle lavoratrici per accedere a differenti opportunità professionali e, quindi, contribuire attivamente alla vita sociale ed economica del Paese. La parità di genere – insieme ad altri temi cruciali, quali lavoro dignitoso, salute e sicurezza sul lavoro – è stata inoltre al centro della campagna di advocacy, promossa nell’ambito del progetto e portata avanti da NCEW, che ha raggiunto un ampio pubblico attraverso incontri e iniziative comunitarie. Una tematica trasversale a tutto il progetto è la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Tutte le attività formative prevedono infatti un modulo di base sugli aspetti principali in materia, tra cui la prevenzione di rischi e infortuni. Il progetto prevede inoltre la realizzazione di un percorso formativo specifico su salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. La formazione è organizzata da esperti dei sindacati italiani ed è rivolta a persone appartenenti a unità sindacali di base; è prevista anche la distribuzione di dispositivi di protezione individuale e di toolkit di diversa natura per poter replicare la formazione a cascata nei luoghi di lavoro. L’attenzione alle questioni di genere, alle disabilità e alla sicurezza nei luoghi di lavoro dimostra come l’iniziativa stia andando oltre l’obiettivo immediato della sicurezza alimentare, ponendo le basi per un cambiamento strutturale, in grado di incidere nel lungo periodo sulle dinamiche del mercato del lavoro in Eritrea. In un Paese complesso come l’Eritrea, dove la memoria della lotta per la libertà si intreccia con le sfide dello sviluppo contemporaneo, il lavoro femminile e giovanile diventa non solo un mezzo di sostentamento, ma anche uno strumento di emancipazione e coesione sociale. E proprio qui, nelle storie delle donne e nella capacità di valorizzarne il contributo, si intravede la speranza di un futuro più giusto, stabile e sostenibile. Medeber, Asmara, Eritrea Lavoro, diritti e inclusione Il progetto “Miglioramento della sicurezza alimentare e dell’accesso al mercato del lavoro in Eritrea” (AID 012848/01/0)intende promuovere lo sviluppo sostenibile attraverso il miglioramento delle condizioni di lavoro e l’integrazione socio-economica di gruppi vulnerabili, con un’attenzione particolare a donne, giovani e persone con disabilità. Finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) – sede di Addis Abeba, è realizzato da Nexus Emilia Romagna ETS con Progetto Sud ETS e ISCOS e il partner locale NCEW, in collaborazione con CGIL, CISL e UIL. Nexus Emilia Romagna ETS Per sostenere Nexus Emilia Romagna ETS Codice Fiscale: 92036270376 Via Marconi 69, 40122 Bologna Tel.: 051 294775 Sito: www.nexusemiliaromagna.org Email: er.nexus@er.cgil.it Iban: IT85 O053 8702 Africa Rivista
A Milano corteo per la Palestina e non solo
E’ il 29 novembre 2025, Giornata Mondiale della Solidarietà col popolo palestinese e mi avvio a piedi da Piazza del Duomo a Piazza XXIV maggio in pieno quartiere Ticinese a Milano; arrivato in corso di Porta Ticinese mi rendo subito conto che la partecipazione al corteo è numerosa proprio come lo sventolio delle bandiere palestinesi ed i cartelli che gridano “Libertà per Marwan Barghouti”, l’unico palestinese veramente temuto dal governo d’Israele e dai capi di Hamas, perché in grado di mettere fine al genocidio in atto a Gaza ed ai crimini dei coloni appoggiati dall’esercito israeliano nei confronti delle famiglie palestinesi in Cisgiordania. Tanti gli striscioni e i cartelli per la liberazione dell’imam Shahin, attualmente prigioniero nel Cpr di Caltanissetta, che rischia di essere consegnato all’Egitto, con il quale il dialogo del nostro Paese continua a essere più che aperto, nonostante i pianti per l’assassinio di Giulio Regeni. Almeno in 15mila sfilano per le strade della città; non mancano numerose sigle dei sindacati di base, che oltre a gridare “Free Palestine” non tacciono sul governo Meloni e sulle condizioni sempre peggiori di lavoro, sulla precarietà, sui morti del lavoro, sulla schiavitù e sullo sfruttamento. Come ai vecchi tempi ricompaiono anche i “volantinatori” e di conseguenza i volantini fronte e retro scritti fitto fitto perché tutto stia su un foglio di carta. (avete letto bene …..di carta!). Uno di questi “piccolino nel formato” titola “Contro il piano di Trump su Gaza e i sacrifici per la guerra, per l’embargo a Israele e per buttare giù il governo Meloni con la piazza!” Su un altro volantino si legge “Contro lo sfruttamento e il riarmo! Per l’unità d’azione dei sindacati e dei lavoratori” ed io non posso che continuare a sperare che i sindacati facciano “pace con il cervello” e comincino a capire che prima dei loro piccoli interessi ci sono quelli degli sfruttati, dei poveri e della gente comune che chiede lavoro e dignità. L’unità d’azione sarebbe già un gran bel segnale! Redazione Milano
Il pessimo contratto dei metalmeccanici rafforza le ragioni dello sciopero generale il 28 novembre
Se si vuole cogliere dal vivo una delle principali ragioni per cui il sistema salariale italiano da anni precipita verso il basso ed è il peggiore tra i paesi più sviluppati, basta guardare al rinnovo del contratto dei metalmeccanici, appena sottoscritto tra FimFiomUilm e Federmeccanica. Negli ultimi anni la perdita […] L'articolo Il pessimo contratto dei metalmeccanici rafforza le ragioni dello sciopero generale il 28 novembre su Contropiano.
Persino Francesco Giavazzi scopre “la questione salariale”
Francesco Giavazzi, economista bocconiano, utraliberista convinto e orgoglioso, nel 2013 ha firmato la prefazione della nuova edizione italiana di Liberi di scegliere, testo classico di Milton Friedman ripubblicato in quell’occasione dall’Istituto Bruno Leoni, think  thank dell’ultraliberismo italiano e, recentemente, anche del negazionismo climatico. Editorialista e  commentatore del Corriere della Sera e de LaVoce.info, Francesco Giavazzi è, […] L'articolo Persino Francesco Giavazzi scopre “la questione salariale” su Contropiano.
EX-ILVA: “PRESENTATO UN PIANO DI CHIUSURA SENZA SOLUZIONI PER I LAVORATORI”. SINDACATI ABBANDONANO IL TAVOLO CON IL GOVERNO
I sindacati Fiom Cgil, Fim-Cisl, Uilm-Uil, Ugl metalmeccanici, Usb e Federmanager hanno abbandonato ieri, martedì 11 novembre 2025, il tavolo di discussione sulla situazione dell’ex-Ilva con il governo, i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia e i commissari straordinari del gruppo Ilva al termine di una giornata di discussione dalla quale è emerso che le cassa integrazione, a gennaio 2026, potrebbero arrivare a quota 6.000. “Il piano di decarbonizzazione presentato dal governo è in realtà un piano di chiusura dell’ex-Ilva senza alcuna soluzione per i lavoratori e le loro famiglie”. Così Francesco Rizzo, dell’Usb di Taranto, spiega ai microfoni di Radio Onda d’Urto il motivo della rottura della trattativa da parte delle organizzazioni sindacali. Ascolta o scarica.
Dallo sciopero di tutt3 allo sciopero per tutt3
Nelle ultime settimane, il dibattito pubblico è stato dominato dallo sciopero, inteso come un evento dai molteplici significati. Lo sciopero è stato: spauracchio del Governo, occasione di convergenza per le lotte, ma anche affermazione di “potere” e autonomia per le organizzazioni sindacali. Per quanto mi riguarda, lo sciopero mi coinvolge profondamente per tre motivi che ne definiscono la centralità nel mio percorso di vita: 1. Biografico: essendo figlio di un sindacalista, questa parola è sempre risuonata in casa, e lo sciopero, nella mia fantasia di bambino, era il supremo strumento di difesa contro i “cattivi” (i padroni). 2. Militante: ricordo chiaramente che uno dei primi dibattiti a cui mi approcciai nel 2008, durante il movimento dell’Onda, riguardava la possibilità di generalizzare lo sciopero, chiedendo già allora una convocazione unitaria alla Cgil e ai sindacati di base. 3. Professionale: come giuslavorista che si posiziona esclusivamente dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori (e che si occupa, tra l’altro, del settore legale e contenzioso delle Clap – Camere del Lavoro Autonomo e Precario), l’irruzione dello sciopero come momento costituente di un diritto “partigiano” (ossia contrapposto agli interessi di un’altra parte) è un ossessivo campo di studio e ricerca. > Da sempre, dunque, cerco di trovare un punto di incontro con la potenza dello > sciopero. Punto di incontro che si è concretizzato nelle giornate di lotta del > 22 settembre e, soprattutto, del 3 ottobre 2025. Per centinaia di migliaia di persone, lo sciopero, oltre a essere generale e generalizzato, è stato il primo tentativo riuscito di sciopero sociale e intersezionale — nella definizione data da Angela Davis, in cui a intersecarsi sono le lotte e non le identità. Ciò è avvenuto mediante la pratica concreta (e non la semplice evocazione) della convergenza, come momento di incontro e, allo stesso tempo di moltiplicazione e sintesi di pratiche e parole d’ordine. Le giornate di settembre e ottobre sono state a tutti gli effetti una “irruzione improvvisa in un momento imprevisto” (per fare proprie le parole di Bensaid) in grado di rompere la ciclicità e la liturgia degli scioperi generali degli ultimi tempi. Lo hanno strappato via dal ruolo di mera testimonianza in cui spesso era ricaduto negli ultimi anni, affermandone invece la propria originaria potenza. Hanno re-introdotto nel dibattito pubblico la legittimità dello sciopero “politico” (avversato per anni da politici, addetti ai lavori e settori della magistratura, che ancora oggi puntano a limitarne la forza propulsiva e trasformativa), in cui l’azione non si limita ad agire solo sul piano dell’economico, ma diventa leva di trasformazione sociale, nonché formidabile arma collettiva in grado di assicurare l’emancipazione delle subalterne e dei subalterni, mettendo in discussione il rapporto sociale di sfruttamento che ordina le nostre vite. LA POTENZA DELLO SCIOPERO IN GRADO DI DISARTICOLARE LA LEGGE La forza dirompente di queste mobilitazioni è nata dalla combinazione di rivendicazioni di portata globale e nazionale: * L’opposizione al genocidio e la richiesta di liberazione di Gaza. * La pratica della violazione dell’illegittimo blocco navale imposto dallo stato di Israele (attraverso l’azione della Global Sumud Flottilla) e il blocco dei flussi e delle stazioni. * Le lotte contro il cosiddetto regime di guerra imposto nel nostro Paese, che si manifesta mediante la militarizzazione della società, il controllo sui corpi, la guerra in ottica familista e patriarcale alle soggettività transfemministe lgbtqia+, nella gestione delle risorse per la riconversione bellica, e dallo spostamento delle risorse pubbliche sulle politiche di riarmo a scapito di salari da fame, assenza di welfare e un processo di impoverimento generale della società. Tutte queste ragioni hanno dato vita alla eccezionale piazza del 22 settembre, promossa da alcune organizzazioni sindacali. In quell’occasione, la grande assente è stata la Cgil, la quale, costretta a rimediare a tale sottovalutazione, ha proclamato anch’essa il successivo sciopero generale del 3 ottobre. Questo ha permesso di realizzare il primo sciopero unitario e convergente della storia repubblicana su temi così ampi. Espressioni del sindacalismo conflittuale e di base (Clap, Adl Cobas, Cobas, Sial Cobas) e, ovviamente, Usb hanno proclamato e/o aderito allo sciopero generale unitamente alla Cgil, sfidando anche i veti della Commissione di garanzia. > Si è fatto in modo che questo strumento, sebbene prerogativa delle > organizzazioni sindacali, diventasse davvero esercizio concreto di un diritto > a lottare da parte di lavoratrici e lavoratori, studentesse, studenti, > migranti, di tutte le oppresse e gli oppressi. In quanto scioperi politici, quelli del 22 settembre e 3 ottobre sono stati anche momenti di lotta in grado di disarticolare la cogenza della legge e porre le basi per la (ri)affermazione di diritti. La loro efficacia è risieduta anche nella capacità di bloccare o rendere impraticabile l’attuazione di leggi regressive, come la Legge 146 del 1990 che limita lo sciopero generale nei servizi essenziali, inibendo altresì il potere di precettazione solo minacciato da Salvini, nonché la liberticida Legge “Sicurezza”. Insomma, gli scioperi del 22 settembre e del 3 ottobre hanno determinato una cesura, un prima e dopo da cui da più parti e in più occasioni si è detto di “non voler tornare indietro”. SFUGGIRE ALLA RESTAURAZIONE Tuttavia, il dibattito e lo scontro che si è realizzato subito dopo il 3 ottobre è noto e sta rischiando di cancellare la potenza espressa dalle mobilitazioni contro il Genocidio a Gaza e il regime di guerra in corso. Oggi, infatti, ci troviamo con due date di sciopero generale proclamate: 1. 28 novembre: proclamato dapprima da Cub e Usb contro la Legge di Bilancio, con un piglio “avanguardistico” che ha agito, in maniera dissonante, al di fuori dei meccanismi di organizzazione che hanno permesso la riuscita degli scioperi unitari. Altre realtà sociali (tra cui le stesse Clap, Cobas, Adl Cobas, Sgb, Sial Cobas), singole e singoli, hanno scelto responsabilmente e lucidamente di confluire e costruire il 28 novembre, per mantenere aperto il processo di mobilitazione, cosi come richiesto a gran voce da quel complesso mondo di realtà associative, spazi sociali, singole e singole che si sono ritrovate sotto il nome di “equipaggi di terra”. 2. 12 dicembre: Nonostante gli appelli a confluire e “ripetere il 3 ottobre”, la Cgil ha deciso di convocare uno sciopero generale contro la Legge di Bilancio in questa data, presumibilmente a legge già approvata. > I motivi di tale divaricazione sono vari e, visti dalla prospettiva del > conflitto sociale aperto nel mese di settembre, e tutt’ora attuali, davvero > poco validi e ragionevoli. Indubbiamente, ha ragione il prof. Antonio Di Stasi quando sostiene che molti quadri delle organizzazioni sindacali di base e la Cgil si portano dietro una ferita storica risalente sia alla nascita del sindacalismo di base come scissione “a sinistra”, sia a quanto accaduto nel movimento del ’77 con la cacciata di Lama. Una ferita evidentemente non ancora rimarginata e tramandata. Da questo punto di vista forse aiuterebbe tutte e tutti noi, e soprattutto la possibilità di sviluppo delle lotte in questo paese, liberarci di un pezzo di memoria che evidentemente agisce come un fardello e impedisce l’azione e il cambiamento. Ma c’è dell’altro: il rapporto controverso tra organizzazione sindacale e sciopero. * Le organizzazioni sindacali (dalle più grandi alle più piccole) sono meccanismi complessi, rivolti per costituzione al loro interno (iscritte e iscritti), e la loro azione e rappresentanza riguarda soprattutto quest’ultimi. Di ciò bisogna tener conto quando si valutano le loro scelte. È innegabile che ogni organizzazioni sindacali risponda a una propria legittima autonomia, basata su logiche interne, identità specifiche e percorsi decisionali. * Invece, lo sciopero, la cui convocazione spetta alle organizzazioni sindacali, è in verità di tutte e tutti quelli che vogliono aderire, a prescindere dall’iscrizione. Dunque, la proclamazione ha ragioni “interne”, legate alle piattaforme varate in seno all’organizzazione, e da questo punto di vista potremmo dire che lo sciopero è di tutt3, ma non è detto che sia per tutt3. > Tuttavia, le ultime settimane lo hanno indicato chiaramente: lo sciopero in > grado di invertire la rotta e togliere certezze agli attori politici ed > economici di questo paese è lo sciopero “per tutt3”. Affinché lo sciopero sia per tutt3, è necessario fare come si è fatto il 3 ottobre: mettere lo sciopero a disposizione, convergere su un’unica data, e agire come moltiplicatori della “potenza” richiesta da molt3 attivist3, sindacalist3, realtà associative e singoli. Far dialogare le ragioni “interne” con quelle esterne è possibile. È possibile che sulla stessa data convergano organizzazioni sindacali differenti con parole d’ordine e pratiche diverse. Serve individuare un minimo comune denominatore fatto di rivendicazioni unificanti, pratiche e linguaggi funzionali allo sviluppo della mobilitazione, misurandosi con una presa di parola che va ben oltre i luoghi di discussione dell’organizzazione, relazionandosi con quelle soggettività che agli scioperi contribuiscono a dare corpo, gambe e anche parola. Nulla vietava, ad esempio, che le piattaforme rivendicative venissero poste in discussione in tavoli di confronto, non solo intersindacali, ma anche in processi ampi coinvolgendo associazioni, realtà sociali, singole e singole al fine di trovare delle questioni unificanti su cui rilanciare la mobilitazione. Continuare a opporsi al genocidio a Gaza, chiedere l’interruzione degli accordi commerciali con lo Stato di Israele interrompere l’esportazione di armi, rivendicare un utilizzo della spesa pubblica per potenziare la sanità, l’istruzione, il welfare a fronte dell’aumento del Pil del 5% per il programma di riarmo, aumentare i salari, rivendicare una tassa patrimoniale, poteva essere quel programma minimo su cui dare sostanza ad una mobilitazione che al momento rischia di arenarsi. Se ciò non è accaduto, è perché le ragioni interne e di natura soggettiva sono prevalse. Si è optato per la costruzione di scioperi di organizzazione e programmatici, scioperi che potremmo definire “ordinari” e in continuità con quelli che ci sono stati prima del 22 settembre 2025. Scioperi che invece di tenere aperti e alimentare spazi di conflitto, si limitano ad affermare se stessi. È forse superfluo (ma non inutile) dirsi come questa scelta, sebbene legittima e utile per il rafforzamento del ruolo dell’organizzazione sindacale, rischia pericolosamente di cancellare l’innovazione, la dirompenza e soprattutto l’efficacia degli scioperi moltitudinari del 22 settembre e 3 ottobre 2025. IL FUTURO NON È SCRITTO… Tuttavia, una strada è stata tracciata e il finale rimane “aperto”. Sappiamo bene che i processi sono meccanismi complessi, fatti di avanzamenti, errori, deviazioni e interruzioni, siamo destinate e destinati a fallire, fallire meglio. Nonostante questa battuta d’arresto, è necessario continuare a lavorare sui meccanismi di convergenza che hanno portato a fare dello sciopero generale, sociale e convergente lo strumento di organizzazione e di lotta in grado di riaprire una stagione di conflitto in questo Paese. Affinché ciò accada è necessario continuare a far si che lo sciopero continui a essere per tutt3. Su questo aspetto, tutte le organizzazioni sindacali che si sono messe a disposizione nelle settimane passate hanno una responsabilità, da cui non possono sfuggire, nei confronti di quelle centinaia di migliaia di persone che hanno attraversato le piazze del 22 settembre e 3 ottobre. Perciò, il 28 novembre, sebbene rischi di essere depotenziato dalle dinamiche sino ad ora descritte, rimane comunque un banco di prova importantissimo per continuare a navigare in acque alte e non arenarsi su logiche che rischiano di chiudere quello che potrebbe essere il prologo di una importante stagione di lotta. La copertina è di Gabriele Campanale SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Dallo sciopero di tutt3 allo sciopero per tutt3 proviene da DINAMOpress.