Tag - Genere e femminismi

Essere o diventare Comunità competente, capace di ri-cucire e ri-connettere
Oggi 7 Febbraio a Firenze, al Parterre nella  Sala dei Marmi si è tenuta la Presentazione del libro “Luna dell’altro” di e con Giacomo Grifoni. In un pomeriggio che anticipa una giornata di lotta per le donne e per tutte le soggettività che richiedono percorsi di emancipazione, in un pomeriggio che accade mentre non lontano da noi, a Prato, le piazze parlano di lotta contro il linguaggio e contro le prassi che riportano indietro nella storia respingendo proprio quelle persone che avrebbero bisogno e speranza di essere accolte e sostenute, nel calore emotivo di una sala piena di attenzione e com-partecipazione Giacomo Grifoni, in dialogo con Federico Fabbri, ci racconta la scrittura di un libro, un romanzo, il suo terzo, che si colloca, ad uno sguardo attento, in uno scenario di stretta contiguità tra questo dentro (la narrazione di storie) e quel fuori (la contro-narrazione di parole e fatti). Il romanzo “Luna dell’altro” nasce da un bisogno, porta fuori l’anima poetica e al tempo stesso politica di chi, già anni fa, aveva contribuito a mettere in gioco strumenti per poter incidere nella de-escalation di violenza (maschile): socio fondatore del CAM (Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti), psicologo psicoterapeuta, Giacomo si interroga sui determinanti di salute relazionale, cercando di smontare, smontandola, la logica vittima – carnefice (non lo fa direttamente, ma se ne evince il significato nel lavoro che promuove) e sostiene le persone – gli uomini – che agiscono comportamenti violenti nell’assumersi le proprie responsabilità, perché, al netto di storie anche drammatiche all’origine dei gesti, “Non esiste giustificazione”. Perché un romanzo? Forse proprio per poter fare prevenzione passando attraverso, per de-patologizzare o forse meglio per ri-umanizzare le relazioni, a partire da letture che, coinvolgendo tutte e tutti, abitui ad usare un linguaggio che riporti in profondità anche dentro le solitudini individuali e restituisca un senso collettivo (di comunità) dentro la società, l’odierna che, afferma Giacomo, manca spesso di luoghi di incontro. Chi abita le piazze, chi vive la dimensione della partecipazione alla cosa pubblica ben sa che in realtà esistono gli spazi, ma forse rischiano di non essere abitati abbastanza, soprattutto quando sia tardi – troppo tardi. Ed allora il dialogo tra Giacomo e Federico com-muove, perché ricompone, perché ri-cuce la comunità quale “luogo di cura”, che magari in età giovanile non si sceglie con la consapevolezza che sia elemento salvifico (sentirsi parte – appartenere come elemento di con-tenimento quando si inizia a vacillare), eppure si parte da una prima comunità, quella familiare (anche quando mono-genitoriale – a partire dal grembo materno), idealizzata o condannata, perfetta o imperfetta, perduta o mai profondamente sentita, per andare verso seconde, terze, molteplici dimensioni di appartenenza, che possano restituire il senso delle esperienze. Quando tramonta la stagione dell’idealità e si entra dentro la realtà, comunque residua sempre il desiderio di sentirci nelle inter-connessioni che tengano insieme i frammenti di esperienze perdute. Giacomo, che nel precedente romanzo “I signori del silenzio” parlava di relazioni che nascondono le verità, qui si mostra attento all’importanza del disvelamento, che rispetta le solitudini, che pur si possono incontrare; è delicato nell’affrontare il passaggio dalle vite anonime delle soggettività in ricerca alle domande di scopo, significato condiviso che dentro la comunità restituisce valore al sentirsi appartenere. Non è nota la trama (ancora il romanzo è in crowdfunding su bookabook), si provano ad immaginare i personaggi, Luna e Cristiano, si sentono persone comuni, che abitano spazi contigui, somiglianti per risonanza… o forse è il desiderio che possano le lettrici e i lettori ritrovarsi per riconnettersi, la scrittura funzionale quale veicolo terapeutico che aiuta a trasformare i dolori o più semplicemente i disagi che separano, nell’unione di menti e corpi pensanti. Perché su Pressenza? Perché invita a decostruire il linguaggio della violenza, a disinnescare le prassi che conducono alla escalation della violenza, perché invita ad essere o, se possibile, provare a diventare parte di Comunità capace di ri-cucire e ri-connettere. Emanuela Bavazzano
March 7, 2026
Pressenza
Cagliari: sit-in contro il Ddl Bongiorno. Senza consenso è stupro
Il consenso non si cancella e senza consenso è stupro! Realtà femministe e transfemministe, centri antiviolenza, collettivi e soggettività singole scenderanno in piazza con un sit-in contro il DDL Bongiorno, che interviene sulla definizione giuridica di violenza sessuale cancellando la parola consenso, che deve essere libero e attuale e introduce la formula del dissenso come “volontà contraria” della vittima. Non si tratta di una semplice variazione lessicale: è uno spostamento politico e giuridico che cambia il modo in cui la violenza sessuale viene riconosciuta. Il NO non deve essere “abbastanza chiaro”, ma è il SÌ a dover essere libero e volontario. Si torna indietro nel tempo, ai processi che interrogano la condotta delle donne, la loro reazione, la loro credibilità, la coerenza del loro racconto. Una cultura giuridica che giudica se la donna sia stata “abbastanza contraria”, “abbastanza resistente”. Sit-in contro il DDl Bongiorno, 9 marzo 2026, Ore 10:00 presso Consiglio Regionale, Via Roma 25 – Cagliari Organizza: Coordinamento femminista e transfemminista sardo Arestas Più info: https://associazioneliberas.org/sit-in-contro-il-ddl-bongiorno/ Redazione Cagliari
March 7, 2026
Pressenza
Un otto marzo per ricordare il cammino verso i diritti
Alla vigilia dell’otto marzo Alba Bonetti, presidente di Amnesty International Italia, ha diffuso la seguente dichiarazione “Quella che nel 1977 le Nazioni Unite hanno istituito come Giornata internazionale delle donne non è una ‘festa’, come spesso viene proposta in termini commerciali, ma un’occasione per ricordare quanto ancora resta da fare per garantire i diritti delle donne. Tre milioni di pagine di documenti pubblicati sul caso Epstein mostrano come sessismo, patriarcato e suprematismo si intreccino e si saldino come strumenti di potere all’interno di una rete mondiale sostenuta da violenze, abusi e torture sui corpi di donne, soprattutto minorenni. La consapevolezza che questa rete abbia funzionato per decenni ci costringe a guardare all’8 marzo 2026 in modo più che mai lontano da ogni ritualità. Le donne non godono ancora di pari diritti in molti ambiti: consenso, educazione sessuo-affettiva, salute sessuale e riproduttiva sono campi in cui i diritti delle donne non sono ancora sufficientemente tutelati. Amnesty International Italia continua a chiedere una modifica del codice penale che introduca una definizione di stupro basata sull’assenza di consenso liberamente prestato, informato e revocabile, in linea con gli standard internazionali: solo un approccio basato sul consenso può garantire un accesso effettivo alla giustizia. I dati dimostrano che questo approccio migliora i tassi di denuncia, di condanna e di recupero. È inoltre necessario introdurre linee guida in materia di prevenzione, protezione e sostegno alle sopravvissute. Sappiamo che la violenza non nasce all’improvviso né dal nulla: è il risultato di pregiudizi che trovano espressione nel linguaggio, nelle battute e nei modi di dire. L’investimento sull’educazione e sulla formazione è fondamentale per contrastare gli stereotipi di genere e le diverse forme di violenza, per combattere i miti sullo stupro e la propaganda misogina online, inclusi i contenuti anti-gender e la propaganda incel che normalizzano la violenza contro le donne. Chiediamo anche una formazione specifica per agenti di polizia, giudici, pubblici ministeri, operatori sanitari e servizi in prima linea, al fine di prevenire la vittimizzazione secondaria ed eliminare gli stereotipi di genere dannosi. L’attuazione di un’educazione sessuale completa, sebbene riconosciuta dall’Unione europea come essenziale, continua a incontrare una crescente resistenza. Si tratta di un’opposizione strutturata, finanziata e transnazionale che influenza con successo il dibattito pubblico e le decisioni politiche. Questa opposizione fa parte di un più ampio movimento ‘anti-gender’ che mette in discussione i diritti a livello europeo, minando i principi di uguaglianza di genere, non discriminazione e promozione della salute e dei diritti umani, in particolare quelli delle ragazze, delle donne e delle persone Lgbtqia+. In Italia non esiste una legge nazionale che renda obbligatoria l’educazione sessuale. Le iniziative in materia restano quindi a discrezione delle scuole ed è richiesto il consenso dei genitori per la partecipazione dei figli e delle figlie a tali attività. Per quanto riguarda l’interruzione volontaria di gravidanza, in Italia il ministero della Salute è in grave ritardo nella diffusione dei dati: gli ultimi pubblicati sono relativi al 2022, sebbene il ministero sia tenuto per legge a fornirli attraverso una relazione annuale sull’attuazione della Legge 194. La mancanza di dati aggiornati non consente un’analisi completa del fenomeno, ad esempio su chi ricorre all’aborto, dove, con quale metodo e con quali difficoltà. Alcune difficoltà sono tuttavia note. Una delle principali è l’elevato numero di personale sanitario obiettore di coscienza (in media il 60 per cento, con punte dell’80 per cento in alcune regioni), che rende di fatto impossibile o molto difficile accedere all’interruzione volontaria di gravidanza per molte donne. Oltre a non intervenire su questo problema, individuando modalità per conciliare la libertà di coscienza del personale sanitario con l’accesso a un diritto sancito dalla legge per le donne, il governo italiano giustifica le limitazioni al diritto all’aborto nell’ambito della retorica sulla ‘protezione dei valori legati alla famiglia’, oppure con argomentazioni legate alla natalità. Sono state inoltre adottate iniziative legislative che consentono a gruppi antiabortisti e a ‘sostenitori della maternità’ di accedere ai consultori frequentati da persone incinte in cerca di un aborto legale. Grazie alla pressione della campagna europea My Voice, My Choice, alla quale anche Amnesty International ha collaborato, la Commissione europea ha espresso parere positivo sulla proposta di utilizzare fondi europei per sostenere il diritto all’aborto. Non sono state stanziate nuove risorse, ma la Commissione sosterrà attivamente gli stati membri nell’utilizzo dei fondi dell’Unione europea per questa importante questione di salute sessuale e riproduttiva. Se qualche risultato arriva, tuttavia, la strada è ancora lunga”. Amnesty International
March 7, 2026
Pressenza
Guerra è patriarcato
Alla vigilia della Giornata Internazionale della Donna, è apparsa a Roma una nuova opera della street artist Laika dal titolo “War Is Patriarchy” (La Guerra è Patriarcato). Il poster, affisso in via Boncompagni, a pochi passi dall’Ambasciata USA, raffigura una militante transfemminista che spezza in due un missile con un calcio. L’artista spiega che questa giornata di lotta arriva in un momento terribile per l’umanità, in cui “venti di guerra su larga scala soffiano sempre più forte”. Parla di un conflitto allargato frutto di anni di investimenti per la spesa bellica e tagli a salute, istruzione e diritti civili e sociali. “Una guerra voluta da leader dispotici, che se ne infischiano del diritto internazionale e si rendono responsabili della morte di migliaia di vite, spesso donne e bambini, solo per i propri interessi economici e per le loro dinamiche di potere”, dichiara Laika. Secondo l’artista, sono gli stessi responsabili e complici del genocidio del popolo palestinese, della spartizione di Gaza, dell’attacco al Venezuela, al Rojava, delle stragi continue in Iran e della Terza Guerra del Golfo, dei massacri in Congo e Sudan, della minaccia a Cuba, delle violenze e gli omicidi dell’ICE, della repressione del dissenso, delle politiche anti-migranti. “‘La guerra è patriarcato’ perché del patriarcato è l’espressione più estrema. Con la logica del dominio, della violenza e della sottomissione, la guerra applica su scala globale la gerarchia patriarcale, dove la forza, la violenza e il controllo prevalgono su diplomazia, cooperazione e diritti”. Laika punta poi il dito contro il Governo italiano: “Guerra è anche quella che il nostro governo ha deciso di fare alle donne, alle soggettività femminilizzate, alle persone trans e non binarie attraverso il DDL Bongiorno, che ha come obiettivo minare la credibilità di chi subisce violenza e tutelare chi abusa, aggravando la vittimizzazione nei tribunali”. E cita Non Una di Meno: “’Dire no alla guerra significa rifiutare un sistema patriarcale che impone il sacrificio dei molti per il profitto di pochi’; significa rivendicare che le nostre vite non sono strumenti di morte, ma la base stessa della vita. Per eliminare la guerra è necessario scardinare le basi stesse del patriarcato e del militarismo, visti come due facce della stessa medaglia”. L’artista conclude poi con un appello: “Oggi più che mai è importante scendere in piazza domenica 8 marzo e partecipare allo sciopero di lunedì 9 marzo. Essere contro guerra e patriarcato significa stare dalla parte giusta della storia”.   Redazione Italia
March 7, 2026
Pressenza
ROMA 8 – 9 marzo 2026 Le nostre vite valgono. Noi scioperiamo!
8 MARZO – ORE 17.00 CORTEO PIAZZA UGO LA MALFA 9 MARZO – ORE 9.30 SCIOPERO PIAZZALE OSTIENSE Non una di meno chiama a un nuovo “weekend lungo” di lotta e di sciopero per l’8 e il 9 marzo, articolando le due giornate con cortei e mobilitazioni per l’8 marzo e con lo sciopero generale del 9 marzo. Sono diversi i sindacati che hanno proclamato lo sciopero, Non Una Di Meno ha predisposto un vademecum per fornire informazioni e supporto per scioperare. Le mobilitazioni saranno dislocate in più di 60 città in tutta Italia  con lo slogan “le nostre vite valgono. Noi scioperiamo” Le giornate mettono al centro l’opposizione alle politiche del governo Meloni in tema di contrasto alla violenza sessuale ed economica rivolte alle donne e alle categorie più colpite dall’inflazione dovuta alla guerra: la propaganda di governo getta la maschera e diventa guerra aperta alle donne e alle persone trans, alle persone razzializzate, alle persone disabili e povere.   In particolare, le conseguenze dell’approvazione del DdL Bongiorno, di modifica della attuale legge sulla violenza sessuale, sarebbero molto gravi nei contesti familiari e coniugali, per le giovani e giovanissime che con le loro denunce fanno registrare un aumento vertiginoso dei casi (dati Istat 2025), nei contesti lavorativi e in condizioni di ricattabilità, nei tribunali dove chi denuncia è già esposta a vittimizzazione secondaria. “il DdL Bongiorno va bloccato con ogni mezzo: anche con lo sciopero. Rilanciamo l’agitazione permanente contro l’approvazione del DdL sul Dissenso: Sorella, io ti credo! Senza consenso è stupro!” La bocciatura del congedo retribuito ai padri, l’eliminazione di Opzione Donna e i dati sul gender pay gap, smascherano un governo che fa propaganda sulla natalità e la conciliazione vita-lavoro ma non le sostiene. Le donne, le persone giovani e giovanissime, trans, razzializzate, disabili vengono espulse dal mondo del lavoro e pagano la guerra e il riarmo con l’aumento del lavoro povero e precario, il part time imposto, l’aumento dei prezzi e la distruzione del welfare. “Vogliamo uscire dalla falsa alternativa tra l’utopia fallita dell’emancipazione attraverso il lavoro e il ritorno a casa per svolgere lavoro di cura gratuito per il bene della nazione. Vogliamo salari adeguati al costo della vita, reddito di autodeterminazione per uscire da situazioni di violenza e per non entrarci, diritto alla casa e al welfare” Questo 8 marzo si svolgerà mentre si apre un nuovo fronte di guerra contro l’Iran e la popolazione civile continua a pagare un prezzo altissimo per la repressione da parte del Regime e per l’attacco israelo-americano. “Scioperiamo. Contro la guerra all’Iran e i bombardamenti sul Libano, fuori da ogni legalità internazionale, che stanno provocando un’escalation dagli esiti imprevedibili. Contro l’utilizzo delle basi italiane ed europee e qualsiasi coinvolgimento italiano nel conflitto.” La guerra è sempre più vicina: la respiriamo nella nostra quotidianità, nell’incertezza del futuro, nella precarietà delle nostre esistenze, nelle crisi industriali della riconversione bellica. “Vogliamo ricostruire reti di solidarietà internazionale e di lotta comune. Raccogliamo la sfida dello sciopero globale transfemminista, che tiene insieme lo sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo, dal consumo e dai ruoli di genere, per Fermare la guerra, non vogliamo essere né vittime né complici”.   Ufficio stampa Nonunadimeno Redazione Italia
March 6, 2026
Pressenza
Audre Lorde: La poesia non è un lusso
LA VISIONE DELLA POETESSA STATUNITENSE AUDRE LORDE RIGUARDANTE LA POESIA FEMMINILE NERA NEL SUO SAGGIO “LA POESIA NON È UN LUSSO” Audre Lorde, poetessa, militante e pensatrice, nata nel 1934 ad Harlem e deceduta nel 1992 a Saint Croix, US. Virgin Islands, è “una figura che segna la sua epoca e i decenni successivi, impronta l’azione politica di molte donne, suscita risvegli di coscienza, lascia una traccia profonda nel pensiero femminista e precorre una serie di tematiche oggi più che mai attuali”. (Fonte: “Enciclopedia delle donne”). Qui di seguito Milena Rampoldi analizza il suo noto saggio sulla poesia intitolato “Poetry is not a luxury”. Il punto di partenza delle riflessioni della Lorde sulla poesia che non è un lusso e sulla sua importanza per la lotta per la giustizia sociale e l’affermazione della forza primordiale femminile è la luce che mette in discussione la vita stessa. Il punto di partenza di qualsiasi poesia consiste nell’occuparsi della propria biografia, un’auto-riflessione che ha un’influenza diretta sulla nostra vita e sul suo potenziale di cambiamento. > “La qualità della luce con cui mettiamo in discussione la nostra vita > influisce direttamente sul prodotto che viviamo e sui cambiamenti che vogliamo > apportare attraverso quelle vite.” La creazione poetica permette alla donna di mettere in pratica la sua magia. La poesia è quindi mistica e allo stesso tempo dinamica. La poesia viene dotata di nome e forma che costituiscono la sua forma estetica. > “È in questa luce che plasmiamo quelle idee con cui perseguiamo e realizziamo > la nostra magia. Si tratta di poesia come illuminazione, perché attraverso la > poesia diamo un nome a quelle idee che sono senza nome e senza forma fino alla > creazione della poesia e stanno per nascere, sebbene vengano già sentite in > anticipo”. La poesia è il risultato dell’esperienza femminile che genera pensieri. I sogni femminili generano i concetti, mentre le idee sono il risultato dei sentimenti e la comprensione è il risultato della conoscenza. La conoscenza femminile di sé porta al riconoscimento della forza primordiale femminile. L’autrice parla dell’”intimità della prova” che una donna forte deve “sostenere”. Una volta superata la prova, la donna ha un potere che deve sfruttare nella sua vita per bandire due nemici. Il primo nemico è la sua paura, il secondo il silenzio. La poesia ricollega la donna al cosiddetto “luogo oscuro” ove si trova la forza primordiale dell’anima femminile. La poesia diviene dunque nel pensiero della Lorde l’essenza del coraggio per tutte le donne nella loro biografia collettiva. Le donne attivano le proprie forze originarie, i potenziali sopravvissuti grazie all’oscurità. All’inizio l’autrice affronta la tematica della luce esterna che interroga la nostra vita, mentre in un secondo momento ci presenta un’oscurità interna in cui si cela la nostra forza creativa. Ed è a questo punto che entra in gioco la donna nera, emarginata e in lotta, contrapposta alla donna bianca e superficiale. L’autoaffermazione della donna nera prospera in questa dialettica radicale, rifiutando la “modalità europea”. Non si tratta di un processo psicologico e cognitivo, ma di potere e conoscenza che generano azioni che cambiano la biografia collettiva femminile. Lorde definisce la poesia femminile nera come  “rivelazione o distillazione dell’esperienza”, contrapposta alla poesia bianca, che chiama “gioco di parole sterile”. Non si tratta però solo di tensione dialettica tra bianco e nero, ma anche tra uomo e donna. La poesia è compito, vocazione e necessità esistenziale. Ma soprattutto non è un lusso perchè è vitale per l’esistenza delle donne. La luce è il prodotto della poesia. In questa luce noi donne ancoriamo le nostre speranze e i nostri sogni che generano poi azione e cambiamento. La poesia produce uno sconvolgimento radicale della nostra biografia, della nostra esistenza e del nostro mondo come donne che non si percepiscono più come vittime ma come combattenti forti. Esiste dunque un legame indissolubile tra pedagogia femminile della forza primordiale e terapia della poesia. Entrambe partono dalla luce dell’autoriflessione, sfociando poi nella conoscenza di sé e nell’affermazione della forza primordiale della donna, che si trasformano in azione e sconvolgimento dei rapporti sociali di emarginazione, oppressione e discriminazione. > “Gli orizzonti estremi delle nostre speranze e delle nostre paure sono > lastricati dalle nostre poesie, scolpite dalle esperienze rupestri della > nostra vita quotidiana”. Le speranze e le paure femminili sono dure come rocce. Perché le esperienze femminili sono esperienze scolpite nella roccia. E la poesia femminile è capace di intagliare le rocce. A questo punto l’autrice aggiunge un altro termine, quello del presupposto, unito alla conoscenza. Ogni donna è parte di una storia di femminilità e allo stesso tempo di oppressione ed emarginazione della forza primordiale del femminile. Le idee più radicali seguono lo sconvolgimento e il cambiamento attraverso un’azione significativa. Questa dimensione del significato però non è un dono, ma il risultato di un processo di dotazione semantica. Mediante la mia poesia attribuisco un significato a delle cose che prima non sembravano averne, perché spaventavano ed erano incomprensibili. > “Al momento potrei citare almeno dieci idee che una volta avrei considerato > insopportabili o incomprensibili e spaventose se non avessero seguito i sogni > e le poesie”. La poesia non rimane intrappolata nel mondo della fantasia. La poesia è azione e come suggerisce la Lorde è “l’architettura dello scheletro della nostra vita”. Poesia significa potenziale credibile e dunque vita. Ci opponiamo alla morte delle donne come unità collettiva. Le donne vengono costantemente accusate, ma soprattutto vengono considerate inferiori e deboli, infantili, sensuali e troppo poco universali. Ed è l’azione a generare la trasformazione femminile. L’azione non è secondo la Lorde né “temporanea” né “reattiva”. Non reagisco, ma agisco. La mia azione è radicale e costante e provoca il mio cambiamento autentico. La donna nera grazie alla sua azione supera il dettame cartesiano “Cogito, ergo sum”, sostituendolo con il motto delle madri-poetesse nere “Sento, quindi posso essere libera”. Questa libertà, frutto del movimento rivoluzionario delle donne, non si esprime solo nel linguaggio poetico, ma viene anche ancorata in esso. Il riferimento alle madri nere ci porta dunque all’utopia futura dell’autrice. Se vivo come madre, mio figlio vive. Se sogno come madre, mio figlio sogna perché viene nutrito in modo autentico. La dimensione onirica simboleggia l’alimento della nuova generazione. La salvezza non viene mai dalla ragione, ma dall’autoriconoscimento e dal coraggio di agire in modo creativo e di osare. L’azione “eretica” e coraggiosa e la realizzazione dei sogni sono ciò di cui la nostra generazione femminile ha bisogno. E questo cambiamento avviene attraverso la poesia, che colma le paure e traduce in realtà le speranze. In questo contesto si colloca anche la messa in discussione radicale del capitalismo come “disumanizzazione istituzionale”. Tuttavia, la forza primordiale della donna le ha permesso di sopravvivere perché è poetessa. Lorde sottolinea  nuovamente come i sogni e la libertà siano collegati in modo indissolubile. E questi sogni e questa libertà si ritrovano nelle poesie, “che ci danno la forza e il coraggio di vedere, di sentire, di parlare e di osare”. Il cerchio si chiude con la riflessione finale dell’autrice sull’impossibilità di una visione della poesia come lusso. > “Se ciò che dobbiamo sognare per muovere la nostra mente nel modo più profondo > e diretto verso e attraverso la promessa è un lusso, allora abbiamo > abbandonato il nucleo – il pozzo – della nostra forza, della nostra > femminilità, sì, il futuro dei nostri mondi”. Infine, la Lorde ci mostra che le donne sono forti, resistono alle loro paure e sperimentano nelle loro nuove potenzialità la loro forza creativa che trova espressione nel coraggio poetico. Milena Rampoldi
March 4, 2026
Pressenza
L’8 marzo corteo transfemminista a Pesaro
In occasione della Giornata internazionale della donna, il collettivo Casamatta e il collettivo studentesco Pesaro Antifascista, insieme allo Spazio Popolare Anna Campbell e a realtà transfemministe del territorio promuovono un corteo cittadino, con ritrovo alle 16.00 in Piazzale della Libertà, davanti alla Palla di Pomodoro. L’iniziativa nasce dalla volontà di restituire all’8 marzo il suo significato originario di giornata di lotta, memoria e presa di parola collettiva. Il corteo vuole riportare nello spazio pubblico le esperienze concrete di sfruttamento, discriminazione e violenza che attraversano le vite di donne, persone trans e soggettività marginalizzate, sottolineando come queste condizioni non siano accidentali ma radicate nell’attuale sistema economico-sociale. In Italia, secondo i dati più recenti, ogni anno oltre un centinaio di donne viene uccisa in ambito familiare o affettivo, mentre migliaia di denunce (il più delle volte inascoltate dalle autorità competenti) riguardano maltrattamenti e violenze domestiche. Parallelamente, il lavoro femminile resta segnato da forti disuguaglianze strutturali. Secondo le ricerche condotte dall’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) in Italia il tasso di occupazione femminile resta significativamente più basso di quello maschile (circa 53% contro oltre il 70%), mentre le donne sono più frequentemente impiegate in lavori precari o part-time. Anche quando lavorano a tempo pieno, persistono differenze salariali: il divario retributivo medio si aggira intorno al 5–8%, ma cresce sensibilmente tra i laureati e nelle posizioni dirigenziali, dove può superare il 30%. Se si considerano le retribuzioni complessive, che riflettono anche la minore continuità lavorativa e la segregazione nei settori meno remunerati, gli stipendi femminili risultano mediamente molto inferiori a quelli maschili. A ciò si aggiunge il persistente squilibrio nel lavoro di cura (accudimento dei figli, presa in carico di genitori anziani e tutto il “lavoro invisibile” e non retribuito di supporto emotivo, igiene, alimentazione e gestione quotidiana), che continua a gravare in modo sproporzionato sulle donne, limitandone autonomia economica, possibilità di carriera e libertà di scelta. Nelle Marche, inoltre, la situazione dei servizi territoriali di prevenzione e contrasto alla violenza di genere appare fragile e disomogenea. Negli ultimi anni si è registrato un aumento degli accessi ai centri antiviolenza regionali, segnale di una domanda crescente di supporto e protezione, mentre allo stesso tempo persistono criticità legate alla distribuzione dei servizi, alle risorse disponibili e alla loro accessibilità concreta nei territori. I consultori pubblici, che dovrebbero rappresentare presidi fondamentali di salute, autodeterminazione e prevenzione della violenza, continuano a soffrire carenze di personale, strutture insufficienti e difficoltà di accesso. Il loro indebolimento non significa soltanto la riduzione di un servizio sanitario, ma incide direttamente sulla possibilità delle donne e delle soggettività marginalizzate di esercitare una scelta libera sul proprio corpo, sulla salute e sulle condizioni della propria vita. Il corteo dell’8 marzo rifiuta una visione provinciale della condizione femminile e, con una prospettiva internazionalista, rivolge la propria solidarietà alle donne che nel mondo subiscono discriminazione, violenza, guerra e sfruttamento. Colleghiamo le nostre condizioni locali a un quadro più ampio di crisi geopolitica, in cui l’aumento delle disuguaglianze e i conflitti internazionali, spesso alimentati da interessi coloniali ed economici, incidono direttamente sulle possibilità di autodeterminazione delle persone. Dalla Palestina al Kurdistan, dall’Iran ai paesi del Sudamerica, le donne sono tra le prime a subire gli effetti di guerra, militarizzazione e impoverimento, ma anche tra le protagoniste delle resistenze sociali e delle lotte per l’emancipazione. Per questo riteniamo necessario leggere la violenza patriarcale non come fenomeno esclusivamente culturale, ma come intrecciata a strutture economiche e politiche che producono sfruttamento e marginalizzazione. Per questo rivendichiamo anche a Pesaro un 8 marzo che sia giornata internazionale di mobilitazione femminista, capace di tenere insieme i problemi locali e la solidarietà globale. La manifestazione è aperta a tutta la cittadinanza, alle associazioni, ai sindacati e alle realtà sociali del territorio. Per informazioni e contatti stampa: collettivo.casamatta@gmail.com pesaroantifascista@gmail.com spaziopopolareannacampbell@autistici.org Social: @collettivocasamatta @pesaro_antifa @spazio_popolare_anna_campbell Redazione Marche
March 2, 2026
Pressenza
Si chiama guerra
C’è un momento, prima di ogni guerra, in cui le parole cambiano funzione. Non servono più a comprendere la realtà, ma a renderla accettabile. È in quel momento — invisibile, quasi silenzioso — che la violenza diventa pensabile. Le escalation militari degli ultimi mesi sono state raccontate con un lessico che sembra progettato per neutralizzare il dubbio: “deterrenza”, “difesa preventiva”, “minaccia esistenziale”, “risposta necessaria”. Sono parole che non descrivono soltanto gli eventi: li preparano. Trasformano decisioni politiche in automatismi, scelte in inevitabilità, esseri umani in fattori strategici. Basta leggere le dichiarazioni che accompagnano ogni attacco, ogni deportazione, ogni chiusura di confine. Il vocabolario è sempre lo stesso: “diritto inalienabile di difesa”, “risposta precisa e proporzionata”, “obiettivi militari legittimi”, “invasione”, “minaccia all’ordine”. Nessuna di queste formule nomina le persone che muoiono o vengono espulse. Nessuna lascia spazio al dubbio. Tutte costruiscono un’inevitabilità che toglie alla politica la sua dimensione morale. “Chiarire le nozioni, screditare le parole congenitamente vuote, definire l’uso delle altre con delle analisi precise: ecco un lavoro che — per strano che questo possa sembrare — potrebbe preservare delle vite umane”. Così scriveva Simone Weil nel saggio Non ricominciamo la guerra di Troia. Descriveva qualcosa che si ripete con ogni generazione, con lessici diversi ma con la stessa logica: la parola che diventa ordine di esecuzione. Simone Weil: il meccanismo della forza Per comprendere cosa accade è utile tenere insieme due saggi di Weil che di solito vengono letti separatamente. In Non ricominciamo la guerra di Troia, Weil fa un’analisi politica diretta: mostra come le nazioni vadano in guerra non per difendere valori reali, ma per difendere parole — “la Nazione”, “l’Onore”, “la Sicurezza” — diventate feticci vuoti che nessuno si cura di definire. Le guerre moderne, scrive, sono spesso combattute per slogan che non corrispondono ad alcuna realtà concreta verificabile. In L’Iliade o il poema della forza, la prospettiva si allarga fino a diventare quasi antropologica. La forza è ciò che trasforma l’essere umano in “cosa”: prima di colpirlo fisicamente, lo annulla simbolicamente. E questa trasformazione comincia già nel linguaggio: non si vedono più persone, ma obiettivi; non vite, ma funzioni; non scelte, ma necessità. Vale per i corpi sui campi di battaglia. Vale ugualmente per i corpi nei centri di detenzione, per le famiglie separate alle frontiere, per le popolazioni civili contate come “danni collaterali”. I due saggi si integrano: il primo offre gli strumenti per smascherare il linguaggio politico della guerra; il secondo ne mostra la radice più profonda, quasi antropologica. Oggi abbiamo bisogno di entrambi. La grammatica della paura La guerra non avanza solo con missili e droni. Avanza con formule linguistiche che spostano l’attenzione dall’esperienza concreta alla giustificazione astratta. Quando si parla di “sicurezza assoluta”, si tace su chi paga il prezzo di quella sicurezza. Quando si invoca la “necessità”, si sospende il giudizio morale. La responsabilità si diluisce e la violenza appare come un passaggio tecnico, quasi amministrativo. Questo meccanismo non riguarda solo le guerre tra Stati. Riguarda anche le guerre interne: la criminalizzazione dei migranti, le deportazioni di massa presentate come “ripristino dell’ordine”, la costruzione del nemico interno attraverso parole come “invasione” o “infestazione”. Il linguaggio è lo stesso: trasforma persone in categorie, scelte in necessità, violenza in amministrazione. Se oggi i conflitti si moltiplicano e si intersecano — guerre militari, guerre ai confini, guerre commerciali — è anche perché si è ristretto il vocabolario del limite. Le parole che un tempo indicavano prudenza — negoziato, mediazione, responsabilità condivisa… — suonano deboli in un discorso pubblico dominato dall’urgenza e dalla paura. E quando la paura diventa la grammatica della politica, la guerra appare non più come fallimento, ma come prova di determinazione. Il linguaggio della pace sopravvive come formula rituale — cerimonie, accordi, dichiarazioni — mentre quello della guerra diventa operante: ordini, missili, confini chiusi. La pace si proclama; la guerra si organizza. E il linguaggio che le separa è sempre più sottile. In questa logica teleologica — la violenza come mezzo necessario alla pace — rientrano dichiarazioni come quelle di Donald Trump: “i bombardamenti intensi e mirati continueranno senza interruzione… finché sarà necessario per raggiungere il nostro obiettivo di pace”. La pace viene così posta come fine che assorbe ogni mezzo, e il mezzo smette di essere giudicato. Il meccanismo funziona perché nessuno si presenta come aggressore. Ogni parte è in difesa. Ogni attacco è una risposta. Ogni escalation è una reazione. In questo gioco di specchi linguistici, l’inizio della violenza diventa impossibile da localizzare — e quindi impossibile da interrompere. La resistenza comincia dalle parole. Ma non finisce lì Rifiutare le parole che oscurano la realtà è il primo gesto di resistenza. Significa dire “persone” dove si dice “obiettivi”, dire “scelte” dove si dice “necessità”, dire “sofferenza” dove si dice “danno collaterale”, dire “espulsione” dove si dice “gestione dei flussi”. Weil non era una pacifista assoluta: sapeva che la forza esiste nel mondo e che a volte è necessario opporvisi con forza. Ciò che rifiutava non era la resistenza, ma la cecità — la volontà di non vedere ciò che si sta facendo, di non nominare chi si sta colpendo, di non contare i costi reali di ciò che si chiama difesa. Se questa logica si consolida, il rischio è evidente: ogni aggressione potrà essere narrata come risposta necessaria a una minaccia, e ogni violazione come precedente che normalizza la successiva. In questo scenario, il diritto internazionale non scompare formalmente, ma perde forza normativa: diventa linguaggio rituale, non limite effettivo. La chiarezza del linguaggio non è una soluzione in sé: è la condizione perché qualsiasi soluzione sia possibile. Se la guerra comincia nel linguaggio, anche la sua interruzione deve cominciare lì. Non è una soluzione rapida, né spettacolare. È un lavoro lento, esigente, spesso solitario. Ma è forse l’unico modo per non consegnare il futuro alla logica della forza. La domanda resta aperta e urgente: non solo dove andiamo a finire, ma con quali parole ci stiamo portando fin lì — e chi, in quel linguaggio, è già scomparso. Comune-info
March 1, 2026
Pressenza
Il caso Lollobrigida, donna madre campionessa
È arrivata fino a Sanremo la polemica messa, in piedi da alcune femministe, sulla insistenza da parte dei media nel sottolineare il ruolo di madre della campionessa olimpica Francesca Lollobrigida, in quanto sminuirebbe i suoi meriti sportivi, riportandola alla condizione obbligata e subordinata del suo essere donna. Si tratta di una polemica che ritengo sterile e senza fondamento. Preciso subito, onde evitare di essere linciato per lesa maestà, che la definizione di “femminista”, se non specificata da ulteriori precisazioni, significa poco, visto che esistono molteplici “femminismi”, attestati su posizioni molto diverse e spesso tra loro in aperta ed aspra polemica.  Personalmente il “femminismo” che trovo più vicino alla mia sensibilità è il cosiddetto femminismo della “etica della cura”, all’interno del quale anche “l’essere madre” della donna, come vedremo, può trovare un suo senso “rivoluzionario”. Si tratta di un indirizzo di pensiero sviluppatosi a partire dagli anni Settanta principalmente negli Usa e che può contare su grandi figure di studiose e di attiviste, tra le quali possiamo citare C. Gilligan, S. Ruddick, V. Held, N. Noddings, N. Fraser, E. Feder Kittay ecc. Tutte autrici alle quali mi sono ispirato nel volume che ho dedicato all’argomento dal titolo “Del femminile e delle rivoluzioni” (naturalmente snobbato da tante femministe, perché non sia mai che un uomo si occupi di certe cose… giusto a proposito di discriminazioni!). Cominciamo col precisare, a scanso di equivoci, che la condizione di madre è stata effettivamente sfruttata dal dominio maschile, fin dal suo nascere nell’Olocene più di diecimila anni fa, per segregare le donne nella dimensione invisibile del privato e della famiglia patriarcale. La donna era intesa come espressione della natura e della pura materialità, che Aristotele vedeva incarnata nel sangue mestruale, mentre l’uomo si poneva come trascendenza e spiritualità che, andando oltre i limiti della nostra specie, si materializzava infine come l’ordine sociale progressivo fondato sul diritto del più forte. Una visione di presunto realismo naturalista che ha anche influenzato gli stessi movimenti femministi moderni, fin dal pensiero di Simone de Beauvoir che considerava l’essere madre della donna come uno svantaggio di ordine naturale. Un’idea poi ripresa da altre pensatrici (vedi per esempio E. Badinter e B. Friedan). È dunque fuori discussione che il punto di partenza di ogni battaglia femminista non può che essere quello del completo affrancarsi della donna da qualsiasi obbligo naturale, andando verso l’affermazione della maternità solamente se voluta e consapevole (si pensi  a questo proposito alla difesa del diritto all’aborto, oggi sempre più spesso rimesso in discussione). Un diritto alla maternità (anzi più in generale alla genitorialità, anche adottiva, e a prescindere dal sesso e dal genere dei soggetti coinvolti) che sia anche necessariamente supportata dall’ampliarsi dei diritti economici e assistenziali garantiti dalla mano pubblica (ampliamento dei congedi parentali, attivazione di asili nido ecc.) Nell’etica della cura tuttavia c’è qualcosa che va oltre. C’è innanzitutto la constatazione che la differenza sessuale non può essere azzerata del tutto perché, oltre ogni parità ed eguaglianza, solo alla donna è concesso il privilegio di poter essere madre. Questa realtà, tuttavia, deve servire come punto di partenza, non per creare una separazione tra i sessi, ma per un radicale processo di trasformazione sociale che veda l’affermazione del “femminile” come parte essenziale del modello sociale di riferimento che descrive la condizione umana. Questo modello, secondo la femminista nordamericana Judith Butler, è oggi (e da sempre) rappresentato dal “maschio adulto autosufficiente”, ed è dunque fondato sul rapporto di forza e sulle gerarchie di potere che ne derivano. Si tratta in gran parte di un palese inganno poiché la condizione dell’essere umano, proprio in quanto “animale sociale” che per sua natura ha bisogno degli altri per la propria sopravvivenza, non può che essere caratterizzata dalla comune fragilità, che con maggior forza si manifesta nella vecchiaia, nella malattia, ed in modo emblematico nella prima infanzia. Si impone dunque un cambiamento che vede l’ordine simbolico della madre come necessario fondamento di una società della cura, basata sul riconoscimento dell’altro e dei suoi bisogni; sull’attenzione relazionale; sulla reciprocità e sulla affettività. Un nuovo ordine che deve essere condiviso come parte della dimensione universale dell’umano, in quanto relazione dialettica tra l’etica della cura  del femminile e il principio di realtà di origine maschile. Porre con forza la questione della “differenza del femminile” è a mio avviso essenziale per avere un’idea di reale trasformazione sociale in senso radicale e rivoluzionario dell’esistente. Se si toglie questo aspetto si restringono notevolmente le prospettive di lotta e di cambiamento. È quello che oggi fanno, a mio parere, il transfemminismo e anche i movimenti LGBTQIA+, che sono arrivati all’assurdo di definire la donna come “essere umano con utero” e che, ancora più colpevolmente, danno il loro appoggio alla gestazione per altri, anche detta “utero in affitto”, che rappresenta una delle forme più aberranti di sfruttamento delle donne del terzo mondo, costrette a mercificare il proprio corpo e a umiliare la propria natura di madri in ragione della loro povertà. Più in generale possiamo dire che la negazione della specificità del femminile finisce col ridurre le battaglie delle donne (ma anche quelle di tutti i sessualizzati e i razzializzati) ad una semplice questione di lotta di emancipazione e di riconoscimento dei diritti. Naturalmente è bene sottolineare con forza, anche per non essere fraintesi, che è del tutto ovvio che le rivendicazioni che riguardano le condizioni di parità e il riconoscimento dei diritti sono questioni essenziali e prioritarie, anche nel senso che devono necessariamente precedere, anche in senso logico, qualsiasi altro tipo di battaglia. In sostanza se non c’è emancipazione e riconoscimento dei diritti essenziali non può esserci nessun’altra forma di liberazione.  Se tuttavia la battaglia per i diritti si conclude in se stessa, allora essa si pone come lotta per il raggiungimento di uno status che esiste già nell’ordine sociale, e che in mancanza di parità si pone nel presente come condizione privilegiata. Ma questa condizione, nel nostro mondo capitalista occidentale, è esattamente quella che abbiamo già considerata del “maschio adulto autosufficiente”, come descritta dalla Butler (che tra l’altro è, per ironia della sorte, un punto di riferimento obbligato anche di chi sostiene il transfemminismo).  In sostanza: la donna perfettamente emancipata e assolutamente in grado di fruire e di gestire i diritti che le sono riconosciuti, in un mondo che non ha mutato i propri valori di riferimento, finirebbe col divenire, per ipotesi, un duplicato del maschio dominante. Una conferma, ed anzi un paradossale rafforzarsi, delle logiche dello homo oeconomicus. Il trionfo della competizione egoistica e di un esasperato individualismo possessivo che pone tutti contro tutti, compreso donne, sessualizzati e razzializzati, ipoteticamente ormai del tutto emancipati. Dal maschio dominante, insomma, al generico individuo dominante, senza alcun altro tipo di cambiamento sociale. Certo sto semplificando. So perfettamente che l’oppressione e l’esclusione sociale delle donne insieme a tutte le forme di schiavitù, sfruttamento ed emarginazione, sono stati strumenti fondamentali per determinare le gerarchie su cui si è costruito il dominio capitalista, in una logica in cui il dato strutturale interagisce e si completa attraverso le dinamiche culturali. Si dà tuttavia il caso che il modo di produzione capitalista è caratterizzato da una grande capacità camaleontica, in grado di sopravvivere alla emancipazione degli esclusi, purché si creino sempre nuove forme di discriminazione e di sfruttamento. Al momento, comunque, ciò che abbiamo definito come il femminile dell’etica della cura mi pare una alternativa forte e credibile. L’eventualità di andare da una possibile, anche se parziale, “mascolizzazione delle donne” ad una auspicabile (e relativa) “femminilizzazione degli uomini”. In ogni caso onore a Francesca Lollobrigida: donna, grande campionessa, e se mi permettete anche “madre deliziosa”. Daniela Musumeci
February 28, 2026
Pressenza
Il silenzio non è consenso. A difesa delle donne più fragili
Il gran numero di donne (e di uomini) che ha riempito l’aula consiliare del Comune di Catania nel pomeriggio di lunedì 23 febbraio dimostra che il tema è molto sentito. Hanno partecipato movimenti femministi e transfemministi, associazioni, forze politiche, forze sindacali, aderendo ad una mobilitazione unitaria pur nelle differenze che permangono. A fare gli onori di casa la consigliera del M5S Gianina Ciancio, che aveva richiesto l’aula. Assenti le altre e gli altri consiglieri, ad eccezione di Graziano Bonaccorsi e Maurizio Caserta. Assenti anche le assessore e gli assessori, e il sindaco, espressamente invitati a partecipare ad un momento di confronto su un tema estremamente delicato che riguarda tutte e tutti, anche nella nostra città. Moderatrice dell’incontro è stata Anna Agosta, presidente del Centro Antiviolenza Thamaia, principale promotore delle manifestazioni e delle attività di protesta cittadine. “Senza consenso è stupro”, un consenso che deve essere attuale (non dedotto da comportamenti passati) e libero, chiaro e sempre revocabile, espressione di una volontà consapevole: questo il principio che, secondo un accordo bipartisan, doveva essere inserito nell’articolo 609 bis del codice penale riguardante la violenza sessuale. L’emendamento proposto da Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia del Senato, sostituisce al principio del consenso quello della volontà contraria, del dissenso che deve essere manifestato dalla vittima. Un modo per spostare nuovamente su quest’ultima l’onere della prova, per concentrare l’attenzione sulla condotta di chi ha subito il reato anziché sulla responsabilità dell’autore della violenza. Si tornerebbe indietro non solo rispetto ai progressi fatti sul piano culturale ma anche rispetto a molte delle sentenze della Cassazione degli ultimi 30 anni, che hanno riconosciuto come l’inerzia della vittima non possa essere interpretata come consenso, soprattutto nelle situazioni di paura o shock che impediscono alla persona aggredita di opporsi attivamente. Nel corso dell’assemblea è stato ripercorso il travagliato iter che ha portato, nel 1996, a collocare la violenza sessuale tra i delitti contro la persona e non più contro la morale. Sono state raccontate esperienze di processi per stupro e descritte le forme di assistenza offerte alle donne dai centri antiviolenza (oltre a Thamaia, il consultorio autogestito Mi cuerpo es mio). Si è parlato della violenza istituzionale che si subisce nei tribunali e negli ospedali e di quella esercitata sui luoghi di lavoro, ma anche del peso che viene scaricato sulle donne nella cura dei figli e degli anziani, soprattutto oggi in un frangente in cui le politiche belliciste e il riarmo sottraggono risorse allo stato sociale. E’ stata ribadita anche la centralità dell’educazione sessuo-affettiva e sollecitato il sostegno ai centri antiviolenza e ai consultori, luoghi di ascolto e di presa di coscienza da parte delle donne. La complessità delle situazioni in cui si verifica la violenza sessuale, spesso agita tra le mura domestiche, emerge soprattutto quando le donne sono in condizioni di particolare vulnerabilità. E’ il caso delle donne con disabilità, di cui si è fatta portavoce – in assemblea – Simonetta Cormaci dell’UICI (Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti). Cormaci ha ricordato che le donne con disabilità sono esposte al rischio di subire violenza tre volte in più delle donne senza disabilità e che spesso esse “vivono in contesti di maggiore fragilità relazionale, assistenziale o sociale, che influiscono sulla loro capacità di reagire, opporsi o denunciare tempestivamente, una capacità fortemente limitata da paure, condizionamenti, difficoltà comunicative, dipendenze assistenziali o timore di ritorsioni”. Ha, inoltre, fatto presente che – nell’emendamento presentato dalla senatrice Bongiorno – viene abbandonato il riferimento all’abuso nei confronti delle persone in condizioni di particolare vulnerabilità. Questo significa che vengono ignorate le persone più fragili, tra cui le donne con disabilità che, sulla base di quanto previsto dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e dalla Convenzione di Istanbul, dovrebbero ricevere una considerazione specifica. Ed insieme alle donne con disabilità vengono ignorate altre donne in situazione di particolare fragilità, le donne straniere e quelle senza fissa dimora, le donne trans e quelle che fanno uso di sostanze. Tutte quelle che per difficoltà fisiche, comunicative, relazionali, culturali, ma anche per stigma sociale, sono maggiormente esposte a rischio di abuso. Ed hanno inoltre, a causa di questi condizionamenti, maggiori difficoltà a far valere i propri diritti nelle aule dei tribunali. La mobilitazione per bloccare l’approvazione dell’emendamento Bongiorno continua. Prossimi appuntamenti: 28 febbraio, manifestazione nazionale a Roma, 3 marzo, ore 11.30, assemblea nell’aula magna della Corte d’Appello, Palazzo di Giustizia, Catania. Redazione Sicilia
February 25, 2026
Pressenza