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Contro la fascistizzazione della riproduzione sociale
Prendersi del tempo per scrivere è una tregua in mezzo a giornate turbolente dovute all’intensificarsi delle politiche fasciste negli Stati Uniti e ci consente di creare spazi per la circolazione di un altro tipo di prospettiva, di continuare un dialogo tra di noi con il desiderio di costruire altri luoghi da cui parlare, ricordare e costruire possibilità.  La militarizzazione si intensifica e negli Usa continuano le sparizioni e l’impunità. Potere esecutivo e stato di polizia L’intensificazione delle politiche autoritarie attuate dal potere esecutivo del presidente Donald Trump mira a smantellare la possibilità stessa di vita per tutto ciò che eccede la logica della supremazia bianca eteropatriarcale colonialista e imperiale. La nostra prospettiva è fondamentale per comprendere il contesto storico che sostiene la natura reazionaria dell’espansione fascista che stiamo vivendo oggi. Sebbene le varie ondate di movimenti negli Stati Uniti negli ultimi quindici anni non si siano concretizzate in forme di organizzazione coerenti e durature, in grado di costruire un panorama politico alternativo, è importante comprendere che hanno toccato una serie di nervi scoperti che ci aiutano a comprendere l’attuale intensificazione di politiche razziste ed eterosessiste-patriarcali volte a ristabilire un’identità nazionale colonialista e imperialista. Nei primi giorni del suo secondo mandato, gli obiettivi sono diventati chiari: Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti erano stati “invasi” dal Messico, ha anche emanato un ordine esecutivo per il riconoscimento di due soli sessi (maschio e femmina) con il pretesto di “difendere e proteggere” le donne dall’“estremismo dell’ideologia di genere” e ha attaccato direttamente ciò che la lunga storia delle mobilitazioni LGBTQIA2S+ aveva ottenuto, nonostante i tentativi di cattura istituzionale dei movimenti. I decreti presidenziali hanno comportato una reintegrazione suprematista contro ciò che le lotte antirazziste avevano stabilito nelle strade ma anche nell’ordine istituzionale: la piazza Black Lives Matter a Washington DC è stata smantellata e tutto ciò che era legato all’attuazione di una maggiore equità razziale e di genere è stato privato di fondi e perseguitato. Trump ha anche dichiarato lo stato di emergenza al confine con il Messico. La sua amministrazione ha sospeso l’app utilizzata per poter inoltrare le richieste di asilo al confine, e gli inseguimenti e le retate dei migranti sono diventati più drammatici e intensi, compresi gli arresti effettuati al momento dell’arrivo per gli appuntamenti concordati. Gli arrestati vengono trasferiti in centri di detenzione in altri stati, e persino in altri paesi, in attesa di espulsione senza nemmeno l’apparenza di un giusto processo. Le conseguenze delle rivolte Negli ultimi quindici anni negli Stati Uniti si sono avuti diversi momenti di lotta che hanno generato mobilitazioni sotto forma di esplosioni che hanno poi avuto un impatto importante a livello sia istituzionale che organizzativo, in grado di amplificare un altro tipo di orizzonte politico. Il potere patriarcale e razzista che oggi vuole riorganizzare “casa sua” e cerca di mettere tutti al posto che ritiene giusto è anche, in parte, una reazione a questa serie di mobilitazioni. C’è stato Occupy Wall Street (2011), come forma diretta di scontro con la finanziarizzazione della vita; movimenti contro il razzismo sistemico a partire da Black Lives Matter (2014); la marcia di massa delle donne, in diverse parti del Paese, come risposta al primo insediamento di Trump (2017). Queste e altre proliferazioni di proteste contro la natura quotidiana degli abusi hanno portato alla luce tensioni e complessità della violenza del sistema che stavano diventando palpabili. Nonostante le varie forme di “sussunzione” istituzionale e le divisioni interne seguite al primo Sciopero Internazionale delle Donne del 2017, i metodi di lotta contro il legame tra capitalismo ed eteropatriarcato sono stati riattivati e portati avanti attraverso il femminismo antirazzista e anti-carcerario. Da allora in poi, sono emerse diverse linee di lotta, che riflettono la necessità di ampliare la nostra comprensione dell’oppressione: il movimento #MeToo nelle carceri, organizzato da persone trans e non binarie detenute nelle prigioni; la lotta contro la sterilizzazione delle donne nei centri di detenzione per migranti; le reti di difesa collettiva e di mutuo soccorso come protezione dei quartieri contro l’intensificazione di retate, arresti e deportazioni dei migranti. Parte di questo ha portato alla creazione di quella che è stata poi dichiarata una rete di stati e città santuario [che si oppongono alla applicazione delle leggi sull’immigrazione e proteggono dalle incursioni dell’ICE, ndt]. La sequenza, che è culminata nello slogan “Defund the police” [meno finanziamenti alla polizia e più finanziamenti per i servizi sociali, ndt] per le strade, a partire dalla pandemia e poi in seguito agli omicidi di George Floyd e Breonna Taylor per mano della polizia [e oggi dovremmo aggiungere Renee Good, ndt], ha inserito la parola abolizione (delle carceri e della polizia) nel linguaggio quotidiano di milioni di persone. La guerra in casa   Negli Stati Uniti, dove vivo, non abbiamo mai usato così tanto la parola “guerra” per riferirci alle dinamiche che governano tutte le dimensioni della vita. Quando abbiamo iniziato a usare l’espressione “guerra” per nominare tutti i fronti dell’espropriazione della vita, uno dei pericoli è stato che questa parola porta sempre con sé un senso di impotenza, a causa della sua eccessiva e incommensurabile portata. Veronica Gago suggerisce che c’è un passo avanti rispetto a ciò che eravamo soliti chiamare guerra e crisi della riproduzione sociale, guardando a ciò che oggi sta emergendo come fascistizzazione della riproduzione sociale. Penso che questa sia una chiave importante che dobbiamo approfondire e che possiamo collegare a ciò che il Palestinian Feminist Collective ha chiamato “genocidio riproduttivo” per comprendere la portata delle politiche di morte e cancellazione di possibilità future che sono state messe in atto nel lungo attacco alla possibilità di vita palestinese. Il genocidio riproduttivo, elemento chiave del potere coloniale, implica la difficoltà di sostenere la vita in mezzo a meccanismi di assedio, criminalizzazione, prigionia e sparizione che erodono la capacità di intere comunità di rimanere in vita. Dimostra come il futuro, sia come possibilità per i popoli sia come strategia colonialista di mutilazione dell’infanzia e di creazione di traumi intergenerazionali, venga anch’esso ucciso. L’attacco alle migrazioni è direttamente collegato alla fascistizzazione della riproduzione, perché il bersaglio sono le persone che svolgono il lavoro riproduttivo che sostiene la vita: cura, cibo, assistenza infermieristica e istruzione, tra gli altri. Oggi, la possibilità di vivere al di fuori del ciclo di sparizione-detenzione-espulsione implica una logica di impossibilità: andare a lavorare potrebbe significare essere arrestati dagli agenti della sicurezza nazionale (ICE), ma rimanere chiusi a casa significa non avere mezzi per sopravvivere. Andare in tribunale significa rischiare l’arresto, e non andarci significa rischiare l’espulsione per mancata comparizione. L’importanza dei femminismi Dal femminismo impariamo a diffidare del senso di impotenza che nasce dall’idea di confrontarci con un contesto di guerra, perché siamo ferme in un mondo, e spesso intrappolate in un linguaggio, progettato per denigrarci e svalutarci. C’è qualcosa di radicalmente incommensurabile nello scontro tra la capacità di sostenere la vita collettiva e l’espansione delle guerre su tutte le scale. Di fronte all’avanzare della logica della guerra e della crudeltà, tutto sembra insufficiente . Tuttavia, è necessario attivare la conoscenza generata dai transfemminismi e dai movimenti antirazzisti in lotta, dove un meticoloso controllo quotidiano, la segregazione e i tentativi di addomesticamento sono stati storicamente parte di una storia che ora si sta dispiegando e intensificando. Come afferma la pensatrice e attivista Alessandra Chiricosta: “Nella logica della guerra opera la logica del mito della forza virile. Questo momento è il grande spettacolo del mito”.  Il suo dispiegamento ci fa supporre che sia molto radicato perché su quella scacchiera siamo sempre lasciati dalla parte dei “deboli” e degli insignificanti: si tratta di un mito indiscusso e di un mega “dispositivo di controllo” dell’eteropatriarcato che vediamo ingigantirsi nel presente e di fronte al quale sembra che tutto ciò che facciamo sia quasi niente . La nostra forza nasce da altrove: dal perfezionamento e dalla moltiplicazione della nostra capacità organizzativa. Dobbiamo coltivare altre forme di azione, differente e dissidente, su una scala diversa ma non meno importante. La chiave sta nella nostra capacità di agire in modo unito e organizzato, come quando vediamo piccoli gruppi di vicini organizzati che riescono a cacciare gli agenti dell’ICE dal loro isolato e cioè ci troviamo di fronte all’immagine di una sproporzione sorprendente perché si tratta della difesa della vita portata avanti proprio dai nostri vicini contro agenti dello Stato, vestiti e preparati come per la guerra. Cerco le soluzioni in questi gesti perché credo che ci permettano di vedere che anche in quell’immenso eccesso, abbiamo bisogno di rendere visibile un’altra logica che, in realtà, non è affatto insignificante. Susana Draper (traduzione di Cristina Morini) QUESTO ESTRATTO, TRATTO DAL PERIODICO DIGITALE OJALA, CHE RINGRAZIAMO, APPARTIENE A UN DIALOGO COLLETTIVO CURATO DA LA LABORATORIA. SPAZIO DI INCHIESTA FEMMINISTA, COLLETTIVA FEMMINISTA INTERNAZIONALISTA. IL CONFRONTO MUOVE DALLA DOMANDA SU QUALI STRUMENTI DEL FEMMINISMO SIANO STATI INVENTATI E APPLICATI CON SUCCESSO NELL’ULTIMO DECENNIO. L’INTERA RACCOLTA DI TESTI È DISPONIBILE NEL NUMERO DI DICEMBRE 2025. LA LABORATORIA È UNA RETE TRANSTERRITORIALE E INTERNAZIONALISTA COMPOSTA DA COMPAGNE DI MADRID/CADICE, BUENOS AIRES, QUITO,   SAN PAOLO, PORTO ALEGRE, CITTÀ DEL MESSICO E NEW YORK CHE, IN MEZZO A MOLTEPLICI URAGANI GEOLOCALIZZATI, CERCA DI COSTRUIRE PRATICHE E PENSIERO POLITICO ; COMPRENDENDO LE PARTICOLARITÀ TERRITORIALI ALL’INTERNO DELLO STESSO QUADRO DI ESISTENZE TRANSFEMMINISTE E ANCHE PENSANDO, SOPRATTUTTO QUEST’ULTIMO ANNO, ALL’ATTUALE CONTRORIVOLUZIONE E RESTAURAZIONE PATRIARCALE, COME PARTE DI UNA REAZIONE AI PROGRESSI DELL’ULTIMO DECENNIO DI MOBILITAZIONI SOCIALI, IN PARTICOLARE QUELLE FEMMINISTE, ANTIRAZZISTE E ANTICOLONIALI.   Redazione Italia
Sigonella sotto assedio pacifico: le donne in piazza  per smilitarizzare la Sicilia
 Manifestazione coraggiosa davanti alla base militare di Sigonella: donne e cittadini chiedono la  fine dell’uso bellico del territorio siciliano e la trasformazione dell’isola in ponte di pace nel  Mediterraneo  Ieri, domenica 18 gennaio 2026, decine di donne e attivisti si sono radunati in un  presidio pacifico davanti alla base militare di Sigonella, storica infrastruttura italo-statunitense nel  cuore della Sicilia, per lanciare un forte messaggio contro la guerra e la militarizzazione dei  territori. L’iniziativa, promossa dal movimento “Le donne contro tutte le violenze”, si inserisce nel  35° anniversario dell’inizio della Guerra del Golfo e nella mobilitazione nazionale delle “10,  100, 1000 piazze di donne per la pace”, contro i conflitti ancora in corso nel mondo.   Un presidio tra protesta e cultura  La manifestazione — iniziata alle ore 10.30 davanti la base militare di Sigonella, ha visto la  presenza di cittadini, attiviste e musicisti. Tra slogan, canti e performance, le partecipanti hanno  espresso la loro contrarietà alla presenza militare e al suo ruolo nei conflitti globali.   Durante l’evento sono stati eseguiti canti per la pace e momenti di riflessione in solidarietà con le  donne iraniane che stanno protestando contro regimi autoritari. Una delle esibizioni di maggiore  impatto è stata una rilettura del Monologo di Lisistrata, rivisitato dai celebri autori Franca Rame e  Dario Fo, simbolo di ribellione femminile contro la guerra e il patriarcato.   Perché questa protesta  Le attiviste hanno elencato una serie di motivazioni alla base della protesta. Sigonella, secondo le  partecipanti, non può essere vista come una semplice base logistica, ma è profondamente inserita  nelle dinamiche belliche globali: operazioni di intelligence, sorveglianza e supporto a missioni  internazionali partono regolarmente da qui, collegando la Sicilia a teatri di guerra in Europa, Medio  Oriente e oltre.   Tra le richieste principali:  * La smilitarizzazione della Sicilia e la restituzione del territorio alla sua vocazione civile,  culturale e pacifica;  * La conversione della base di Sigonella in struttura aeronautica civile per uso educativo e  commerciale;  * La fine delle influenze militari nelle scuole e nella vita quotidiana dei giovani, percepite  come propaganda e presenza invadente.   Secondo le organizzatrici, la presenza militare — inclusa quella di droni e velivoli in missioni di  intelligence — rende il territorio siciliano sempre più esposto a possibili ripercussioni dovute ai  conflitti internazionali, con un impatto sociale, istituzionale e culturale che va ben oltre il semplice  ruolo operativo della base.   Ricordi storici e prospettive future “Verde Vigna” di Comiso. Nel corso della manifestazione non sono mancati riferimenti storici alle battaglie pacifiste nel  nostro Paese, come le mobilitazioni contro l’installazione dei missili Cruise nella base NATO di  Comiso negli anni ’80, che portarono alla creazione di progetti per centri di vita nonviolenta e alla  diffusione di una cultura disarmista nell’isola.   Conclusione in musica  La manifestazione si è conclusa in modo pacifico e partecipato sulle note della celebre canzone  Blowin’ in the Wind di Bob Dylan, intonata da tutte le presenti come messaggio di speranza e invito  alla riflessione sulle ingiustizie, le guerre e il valore della pace. Tra i versi cantati, che hanno  risuonato alla base di Sigonella, spiccavano parole profonde ed evocative:  “Quante strade deve percorrere un uomo, prima di chiamarlo uomo?”  “Quante volte possono volare le palle di cannone, prima che siano bandite per sempre?” “Quante volte può un uomo voltare la testa e fingere di non vedere?”  “Quante morti ci vorranno prima che capisca che troppe persone sono morte?” “La risposta, amico mio, soffia nel vento.”  Questi versi — interrogativi aperti e potenti — hanno accompagnato la conclusione del presidio,  sottolineando la richiesta di pace, giustizia e ascolto tra i popoli, mentre il coro collettivo si perdeva  nel vento del Mediterraneo, simbolo stesso di libertà e di dialogo. Redazione Sicilia
“La forza del popolo e il femminismo bolivariano riporteranno in patria Cilia e Nicolás”. Intervista a Gladys Requena
di Geraldina Colotti In un momento cruciale per il Venezuela, segnato dal sequestro del presidente Nicolás Maduro e della “prima combattente”, la deputata Cilia Flores da parte delle forze speciali statunitensi, Gladys Requena, figura storica della rivoluzione, analizza la situazione attuale. Requena, dirigente delle Red de Mujeres de Vargas e rappresentante presso la Federazione Democratica Internazionale delle Donne (FEDIM), delinea la strategia di resistenza fondata sull’organizzazione popolare e sulla prospettiva di governo fino al 2030. Dalla sua prospettiva, quella di dirigente politica e femminista, come si deve intendere quel che sta accadendo e su quali basi disegnare un’agenda di lotta? È fondamentale il modo in cui guardiamo al processo rivoluzionario per poter collocare l’analisi dei fatti che stiamo vivendo. Questo ci permette di disegnare l’agenda di lotta, di mobilitazione, di organizzazione e di formazione del nostro popolo. Questo drammatico momento deve essere un’opportunità per parlare in profondità di cosa significhi la nostra lotta contro l’imperialismo nordamericano. Lo abbiamo sempre compreso attraverso le lezioni che ci sono arrivate dalla rivoluzione cubana, nicaraguense e da quel che è accaduto nel Cile di Allende. Ora, con gli eventi più recenti e contemporanei, vediamo le cosiddette guerre giuridiche e i golpe parlamentari. Questi procedimenti ci insegnano che l’imperialismo non è affatto un nemico di poco conto. Ha risorse e meccanismi per agire in molti modi, e i popoli devono prepararsi ad affrontarlo in termini integrali. Non dobbiamo averne paura, ma disegnare la strategia corretta per avanzare nel processo rivoluzionario e al contempo nel riportare Nicolás e Cilia con noi, perché li riporteremo con la forza del nostro popolo. In questo contesto di assedio, quanto è importante mantenere costante la mobilitazione popolare e quali sbocchi ci si possono attendere? Dal 1999, è iniziato un progetto nuovo in Venezuela basato sulla mobilitazione del popolo organizzato e cosciente. Abbiamo rifondato la Repubblica, ma questo processo è ancora in costruzione; è di lungo respiro e ha attraversato varie fasi che, dal golpe contro Hugo Chávez, nel 2002, hanno portato a questo nuovo metodo di aggressione armata diretta e di sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores. Dobbiamo continuare a prepararci e preparare le generazioni future, perché l’imperialismo non riposa. Gli interessi delle grandi corporazioni economiche, per le quali governano Trump e tutti i presidenti degli Stati Uniti, e quelli dei paesi loro sudditi, sono puntati sul Venezuela, sui Caraibi e sull’intera America latina. Vogliono abbattere Cuba perché è un faro per i popoli che hanno deciso di essere liberi. Sanno che, nonostante le difficoltà vissute in Argentina, Cile, Paraguay o Uruguay, quei popoli sono svegli e assetati di sovranità e pace. La nostra lotta è per l’autodeterminazione e contro l’ingerenza internazionale. Vogliamo decidere in che modo governarci. In Venezuela abbiamo vinto quasi tutte le elezioni, tranne due, e questo dimostra la nostra forza democratica. Ora guardiamo al 2030, come diceva il comandante Chávez. Deve essere l’anno della nostra indipendenza definitiva, a 200 anni dal 1830: il riscatto storico di quel tragico 1830, anno del “tradimento”, della fine del sogno bolivariano. Bolívar muore a Santa Marta, e le oligarchie locali, come quella guidata da José Antonio Páez in Venezuela, separano il paese dalla Gran Colombia. Come diceva Chávez, anche se non vedremo la patria come la sogniamo, ci basta sapere che pulsa il nostro sangue negli occhi di chi la vedrà. Supereremo presto questo momento con il ritorno di Nicolás e Cilia, ma la lotta continua. C’è un tema centrale che riguarda la sovranità sulle risorse naturali, in primo luogo il petrolio, su cui l’imperialismo vuole mettere le mani direttamente. Com’è da intendersi in questo quadro la prospettiva bolivariana Qual è la visione bolivariana su questo, specialmente riguardo al petrolio e alla solidarietà internazionale? Le risorse naturali dovrebbero un bene comune al servizio di tutta l’umanità e per questo trattate con adeguato rispetto. Il Comandante Chávez, con il suo grande apporto alla costruzione di una nuova geometria internazionale e con i diversi Piani della Patria, ha inteso mettere le risorse naturali al servizio dei popoli e non delle oligarchie. Non c’è egoismo nel progetto bolivariano. Se il popolo nordamericano ha bisogno di petrolio, che il suo governo lo compri, non c’è problema, ma non può pretendere di soggiogarci perché chi lo guida si sente padrone del petrolio venezuelano. Questa è la sciocchezza più grande della storia. Il nostro progetto è “nostroamericano”, si fonda sulla solidarietà e sulla complementarietà. È una visione egemonica dei diritti umani in cui le risorse sono al servizio di chi ne ha bisogno, mediante scambi solidari come quelli effettuati con Haiti e Cuba. Da soli non costruiamo il socialismo; saremmo isolati. Il nostro è un progetto che vincola tutto il Sud globale con uno sguardo umanista, non invasivo e di non espropriazione. Il presidente Maduro aveva ipotizzato scenari di approfondimento della rivoluzione in caso fosse stato ucciso. Ora che è stato preso in ostaggio dagli Stati uniti, come è da intendersi questa indicazione? Tra la guerra e la pace non possiamo che scegliere la pace. Tra sovranità o dipendenza, scegliamo la sovranità. Tra libertà e schiavitù, scegliamo la libertà. In questi 13 anni dalla scomparsa del comandante Chávez, la rivoluzione ha guadagnato moltissimo in termini di organizzazione. Nicolás si è aggrappato al progetto di Chávez e ha saputo territorializzare il governo. Oggi le autorità locali sono integrate in una struttura globale di governo popolare; abbiamo fatto grandi passi avanti con le comunas e le “mappe dei sogni” costruite dal popolo. Tutto questo è scritto nei Piani della Patria, dal 2013 fino al 2031, che sono tutti interconnessi. Con le Sette Trasformazioni (7T), Maduro ha trasformato il piano da dichiarativo a esecutivo, auditabile e supervisionato. Abbiamo una diplomazia di pace e siamo interconnessi con CELAC e Petrocaribe. L’aggressione continuerà perché non c’è stato presidente USA che non sia stato aggressore, ma come dicono i cubani dal 1977: sappiano i nordamericani che non abbiamo un briciolo di paura. Il piano è intatto e il chavismo resterà a lungo, con Nicolás Maduro come suo architetto. Come si sta muovendo l’opposizione estremista che vorrebbe imporre la sua “transizione” guidata da Trump? L’opposizione che fa vita parlamentare nell’Assemblea Nazionale, ha preso nettamente le distanze da Maria Corina Machado, rimanendo nell’ambito democratico, e ha dichiarato di voler lavorare, pur con un progetto antagonista a quello socialista, per gli interessi della patria. Jorge Rodríguez, presidente del Parlamento, ha fatto un appello categorico affinché pensino bene da che parte stare, e ha invitato all’unità nazionale. Dal punto di vista costituzionale, abbiamo nominato Delcy Rodríguez come presidente incaricata. Il sequestro di un presidente non è tipizzato come “mancanza assoluta” nella nostra Costituzione; nessuno lo aveva previsto. È diverso dal caso della malattia di Chávez. Qui la mancanza di Nicolás è temporanea. La Costituzione prevede un termine di 90 giorni, prorogabile dall’Assemblea. Non c’è stata una qualifica di mancanza assoluta perché il presidente non si è dimesso né è malato. La designazione di Delcy, avallata dal Tribunale Supremo di Giustizia, serve a mantenere la pace, la sovranità e le garanzie costituzionali per evitare che il fascismo scateni il caos. Spero che l’opposizione parlamentare non cada nel gioco dei settori estremisti e che possiamo fare un blocco comune per la difesa della nazione. Cosa risponde a chi sostiene che la rivoluzione si sia lasciata sorprendere da questo attacco asimmetrico? L’asimmetria e la sproporzione di mezzi bellici impiegati, è innegabile. Anche l’Iran, con i suoi sistemi di difesa, è stato colto di sorpresa. Dobbiamo assumere questa asimmetria e dare battaglia con la coscienza di trovarsi in una posizione asimmetrica. Dobbiamo fare guerriglia comunicativa perché i media servono gli interessi corporativi. Non dobbiamo temere chi ha più risorse. La battaglia giuridica va certamente data perché è di significato globale, ma Nicolás e Cilia sanno bene che non possono riporre la loro sorte in una risoluzione dell’Unione Europea. La questione è più profonda: serve un nuovo ordine internazionale. Il sistema attuale, nato nel 1945, è vetusto e risponde solo ai grandi capitali. Se funzionasse, Trump sarebbe già in prigione per il genocidio a Gaza o per le invasioni. I popoli devono passare sopra questi sistemi e proporre un sistema contro-egemonico di giustizia mondiale. Ci stiamo incontrando in una grande marcia delle donne in appoggio al governo bolivariano. Oggi, la rivoluzione continua a essere anche femminista o c’è stato un arretramento? Chávez si dichiarò femminista e comprese la nostra agenda di liberazione lungo il cammino. Noi donne inserimmo l’agenda politica nella Costituente del 1999. Il linguaggio di genere e la Carta dei Diritti Umani (articoli da 19 a 135) sono conquiste trasversali nate da quella comprensione. Sono nati l’Istituto Nazionale della Donna, il Ministero, il Banco dello Sviluppo della Donna. Nicolás Maduro ha allargato questo panorama, ha approfondito il femminismo socialista. Ha creato programmi come il Parto Umanizzato e ha sostenuto l’economia delle donne attraverso il sistema Patria, nonostante il calo del 90% delle entrate petrolifere dovuto alle sanzioni. Ha capito che sui figli e sulle spalle delle donne, spesso sole a capo del nucleo familiare, poggia la vittoria della rivoluzione. Le donne imprenditrici sono rinate in questo periodo. La forza della rivoluzione è la lotta permanente; nessuno cada nell’inganno della “normalità”. La nostra forza è la mobilitazione, ed è ciò che l’impero teme di più. Geraldina Colotti
Le ragazze ardenti per il pane e le rose
Il 25 marzo 1911 la fabbrica di camicette Triagle di New York, al nono piano di un edificio in piazza Washington, va a fuoco: è una strage! centoquarantasei le vittime. La notizia fa il giro del mondo. Nell’estremo sud d’Europa il Giornale di Sicilia titola: Spaventevole incendio a New York. I morti sono operai di ambo i sessi provenienti dall’Italia, dalla Germania e dalla Russia – riporta il quotidiano dell’Isola. In verità nell’incendio hanno perso la vita diciassette uomini e centoventinove donne, giovani cucitrici, di età sotto i vent’anni, impiegate nell’opificio dei signori Isaac Harris e Max Blanck, i quali, invece, sono riusciti a mettersi in salvo. Molte delle vittime erano italiane o di famiglie emigrate dall’Italia, tra cui ventiquattro di origini siciliane, come documenta Ester Rizzo in Camicette bianche (Navarra editore, 2014), che ha rintracciato per ciascuna delle decedute nel rogo un nome e, dove possibile, un profilo. Maria Rosa Cutrufelli nel suo ultimo romanzo Il cuore affamato delle ragazze (Mondadori, 2025) ci restituisce le lotte delle donne nella New York del primo decennio del secolo scorso mediante i ricordi della protagonista Etta, infermiera professionista, che dalla provincia di Palermo era giunta bambina negli Stati Uniti col nome di Marietta assieme alla madre diplomata maestra e al padre medico e socialista. Non tutti gli emigrati lasciavano la Sicilia alla ricerca di lavoro e di una prospettiva di vita più umana, alcuni, come il padre di Etta, fuggivano per non dover abiurare alle proprie idee politiche. Ricordiamo a tal proposito che intorno al 1891 i fasci siciliani dei lavoratori iniziarono a organizzare i grandi scioperi contro lo sfruttamento e i soprusi delle classi dominanti dell’Isola, ma già nel 1894 le rivendicazioni dei contadini e degli operai insorti erano state brutalmente soffocate nel sangue dal governo Crispi. E tra le prime pagine del romanzo ritroviamo proprio a New York uno dei capi dei fasci, Nicola Barbato. Ma non erano solo uomini gli scampati alla repressione dei fasci che si erano rifugiati negli Stati Uniti, come ha documentato Elisabetta Burba in Da arbëreshë a italo-americani (Pitti edizioni, 2013), per la comunità albanese di Piana – il paese natio di Barbato in provincia di Palermo –, « le donne arbëreshe aderirono con entusiasmo al fascio » anzi  ebbero un ruolo di primo piano nell’organizzazione delle mobilitazioni, come quando per protesta contro le autorità ecclesiastiche che condannavano le rivendicazioni dei fascianti decisero di non prendere parte alla processione del Corpus Domini. E nel romanzo di Cutrufelli incontriamo una fasciante in un laboratorio sartoriale, una « maestra con le forbici e il gessetto » che parla un inglese storpiato dalla pronuncia siciliana – non certo famosa come il dottor Barbato! – che nel suo paese d’origine aveva organizzato « manifestazioni, lagnanze in municipio e, una volta, persino uno sciopero delle donne alla processione del venerdì santo ». In questo modo la nostra autrice, tra gli orditi degli avvenimenti storici, intreccia le vite delle sue personagge d’invenzione con le azioni di figure storiche ben identificate, come le attiviste impegnate nelle rivendicazioni dei diritti delle donne nei sindacati e nelle leghe suffragiste Jane Addams, Mary Dreier, Alice Frances Kellor, Clara Lemlich, Pauline Newman, Frieda Miller e Frances Perkins. Signore dell’alta società o comunque di condizione borghese che decisero di supportare le lotte delle operaie dell’industria tessile. Il loro appoggio non mancò nel grande sciopero del 1909 che prese avvio proprio dalle proteste delle camiciaie degli ultimi piani dell’Asch Building, occupati dalla fabbrica di Isaac Harris e Max Blanck , per cui il New York Herald aveva ironizzato: «Anche i pulcini ora alzano la cresta?». A riguardo non possiamo non ricordare lo sciopero del 1902 a Milano delle piscinine, le schiave-bambine impiegate nelle sartorie milanesi della Belle Époque, protagoniste del romanzo La piccinina di Silvia Montemurro (Edizioni E/O, 2023). I pulcini o più propriamente le pulcine newyorchesi, le più giovani avevano quindici anni, «trovarono, il coraggio, alla fine. Svitarono le Singer dalle postazioni (persino alla Triangle, la più moderna delle fabbriche, le macchine dovevano fornirle le operaie) e, con il loro tesoro tra le braccia, scesero per strada» tant’è che l’Herald dichiarava : «È la rivolta delle ragazze». «Le trovavi dappertutto […] Ovunque c’erano cucitrici, là c’era un picchetto. E insieme ai picchetti comparvero i poliziotti con i manganelli e gli agenti della Pinkerton con i revolver e i gangster assoldati dagli industriali e i ruffiani con il seguito di prostitute da affittare al posto delle operaie». Ma le scioperanti non demordevano mentre ad un certo punto la repressione «era sfuggita di mano al sindaco e agli altri caporioni, perché i poliziotti, nella loro spavalderia, avevano commesso un errore madornale: assieme alle operaie, avevano ammanettato una signora della buona società. La bionda signora Dreier, presidente » della sezione di New York della Women’s Trade Union League. Infatti – commenta Cutrufelli – «quegli stupidi scimmioni, oltretutto, l’avevano arrestata nel momento meno opportuno: con il rinnovo a breve delle cariche municipali bastava niente per perdere il proprio elettorato». Probabilmente era stata la stessa astuta Miss Dreier a cogliere «a volo l’opportunità». Lo sciopero era terminato dopo mesi, e poteva vantare una prima vittoria perché quasi tutte le imprese avevano accettato la richiesta più importante per le operaie ovvero l’ingresso del sindacato nelle fabbriche a tutela dei loro diritti. Ma la Triangle si era dissociata è non aveva acconsentito a nessuna delle rivendicazioni delle impiegate. Così quando scoppiò l’incendio all’Asch Building, Miss Perkins che «si occupava di riforme sociali: regolamenti sanitari, riduzione dell’orario di lavoro per donne e bambini» e non ultima «la prevenzione degli incendi nelle fabbriche» dovette avvertire «il rogo della Triangle come uno scacco personale. Il fallimento del suo impegno». Nessun dubbio vi era  infatti che al nono piano dello stabile, «il reparto dove si tagliava e si cuciva in lunghe file parallele, la porta era bloccata, chiusa a chiave per timore che le operaie scappassero con qualche ritaglio di stoffa» e pertanto « non c’erano vie di fuga, in barba alle norme di sicurezza previste dalla legge». Una grave «negligenza» che però andava dimostrata in sede processuale e la testimonianza di Kate Alterman, sopravvissuta all’incendio, sembrava aver convinto la giuria che era stata attraversata assieme al pubblico presente in aula da un moto di commozione generale. Tuttavia con il verdetto finale Harris e Blanck venivano assolti, il loro avvocato era riuscito a neutralizzare la deposizione di Alterman chiedendole  di riconfermare una prima, una seconda e una terza volta la medesima versione dei fatti: perché «a forza di ripeterle, le parole smarriscono il loro significato, perdono valore, e ogni testimonianza finisce col tradire sé stessa». Il cuore affamato delle ragazze è un romanzo avvincente e, inoltre, ci invita a riflettere sul nostro presente. In merito alla sicurezza nei luoghi di lavoro, ad esempio, continuiamo ad assistere a tragedie che non possono essere tollerate. Già la regista Costanza Quatriglio nel film Triangle (2014) aveva messo in relazione la strage di New York del 1911 e, a cento anni, il disastro di Barletta del 2011, in cui persero la vita cinque operaie tessili sotto le macerie di una palazzina fatiscente. Mentre il rogo dell’Asch Building in cui perirono così tante giovani vite ci ricorda tristemente la strage dello scorso capodanno a Crans Montana. Anche in questo caso, pare che – così come emerge dalle cronache (fermo restando gli accertamenti sulle responsabilità della magistratura ancora in corso) – il cinismo e l’avidità abbiano portato a risparmiare sull’applicazione delle norme di prevenzione e sui dispositivi previsti dalla legge per la sicurezza, mentre rimane ancora da capire perché  l’unica porta d’emergenza fosse sbarrata. Per concludere, diciamo che le mobilitazioni newyorchesi del 1909 «per il pane e le rose» delle «ragazze ardenti» – così come le chiamò la stampa, quasi a prefigurare la drammatica fine alla Triangle –  rimandano oggi agli scioperi di operaie/i del settore del tessile soggette non soltanto allo sfruttamento servile, ma subiscono puntualmente minacce e repressioni, cancellando di fatto oltre un secolo di lotte: pensiamo a cosa di recente è avvenuto a Prato. Ketty Giannilivigni
Cercare Storie Invisibili di Donne Incredibili
Molte donne hanno contribuito alla crescita culturale, sociale ed economica del nostro Paese, pur rimanendo spesso “invisibili”. Sono donne che hanno lasciato un segno profondo nelle comunità locali, nelle arti, nello sport, nell’imprenditoria e in molti altri ambiti della vita pubblica. L’iniziativa del Dipartimento delle Pari Opportunità denominata “L’Italia delle donne” vuole far conoscere queste vite ad un pubblico più ampio, attraverso un viaggio alla riscoperta di biografie di donne che hanno saputo cambiare il destino di intere comunità. Con la prima edizione sono state recuperate le storie di tante donne provenienti da ogni angolo d’Italia che hanno trovato spazio sul sito e sui canali social del Dipartimento per le Pari Opportunità (Instagram e Facebook). L’obiettivo è quello di offrire alle nuove generazioni modelli femminili di coraggio e determinazione. Come, per esempio, Ninetta Bartoli, la prima Sindaca d’Italia, che ha lavorato sodo per superare l’arretratezza della sua comunità, il Comune di Borutta, costruendo infrastrutture e proteggendo il patrimonio architettonico, o Alma Fragiacomo Dorfles, pioniera del teatro d’avanguardia a Trieste, che ha salvato numerose vite durante la Seconda Guerra Mondiale, falsificando i registri parrocchiali. Per la seconda edizione dell’Avviso “L’Italia delle donne” (2025) per l’individuazione di figure femminili da promuovere a livello nazionale e locale sono ancora aperte le candidature. Il nuovo Avviso “L’Italia delle donne” II Edizione (2025) prevede nuovi e diversi settori invitando i soggetti proponenti (Regioni e Province autonome, Enti locali, Archivi di Stato, Biblioteche, Enti di ricerca e Università, Istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado) a presentare biografie di donne che si sono distinte nei campi del lavoro e dell’impresa (“Donne imprenditrici”), delle discipline sportive (“Donne dello Sport”) e delle arti creative (“Donne delle arti”), valorizzando l’identità dei territori e le memorie locali, a partire dall’XI secolo e fino al 31 dicembre 2018. Le proposte devono essere presentate, utilizzando il modello allegato all’Avviso, a mezzo PEC all’indirizzo: politichepariopportunita@pec.governo.it, entro le ore 16.00 del 31 gennaio 2026. Queste alcune altre donne della prima edizione dell’Avviso “L’Italia delle donne”. Enrica Molfino, donna delle istituzioni proposta dal Comune di Caiazzo. Una figura chiave della politica locale nel dopoguerra, il cui impegno politico si concretizzò nel 1946, quando fu eletta tra le file del partito liberale nell’amministrazione comunale di Caiazzo. Ricoprì i ruoli di assessore, vicesindaco e sindaco facente funzioni durante. Rieletta nel 1952 e nel 1960 con la Democrazia Cristiana, fu tra le prime donne a guidare un’amministrazione comunale in un’epoca di grandi cambiamenti e con impegno e determinazione, continuò a servire la sua comunità fino al 1964, lasciando un segno indelebile nella storia politica di Caiazzo. Carmen Artocchini, la donna “di penna” proposta dall’Archivio di Stato di Piacenza. Esperta di tradizioni popolari, giornalista, scrittrice e storica, Carmen Artocchini partecipò alla Resistenza e promosse il diritto di voto alle donne, contribuendo anche alla fondazione del Soroptimist a Piacenza. Dedicò la sua vita a raccogliere, preservare e valorizzare le sue conoscenze sul territorio piacentino, attraverso un lavoro instancabile tra biblioteche, musei, archivi storici statali e parrocchiali e tramite ricerche sul campo a contatto con i cittadini e le loro tradizioni. Le sue pubblicazioni costituiscono una preziosa mappa storica del piacentino, in cui spicca l’attenzione dedicata alle donne. Francesca Baggio, la protettrice delle donne di Asti, proposta dalla Regione Piemonte. Attivista instancabile, fu presidente del Centro Italiano Difesa Donna di Asti, aiutando le donne in difficoltà dopo la chiusura delle case di tolleranza nel 1958. Nel 1975 apre il consultorio famiglia del Centro Italiano Femminile ad Arti e Mestieri, fondando inoltre la Scuola Comunale Femminile di Arti e Mestieri, la cui evoluzione negli anni ha portato all’Istituto Statale d’Arte e all’attuale liceo Artistico. Il suo impegno ha lasciato un segno indelebile nella comunità. Maria Accascina, la storica dell’arte siciliana, proposta dal Museo regionale interdisciplinare di Messina “Maria Accascina”. Tra le figure più rappresentative della storiografia siciliana, Maria Accascina fu direttrice di Musei, tra cui il museo nazionale di Messina, e professoressa nelle Università di Roma, Cagliari e Messina. Tra le più autorevoli studiose dell’arte siciliana, ha saputo superare il tradizionale divario tra “arti maggiori” e “arti minori”, valorizzando anche gioielleria, argenteria, oreficeria, coralli e ricami sacri con giudizi critici e tutt’ora di grande attualità. Qui le “20 prime donne incredibili” Qui tutte le info per partecipare al 2° Avviso Questo lo spot della Campagna Redazione Italia
Il contrasto alla violenza di genere nelle periferie di Dakar
In data 10 gennaio 2026, nell’ambito delle attività promosse da Energia per i Diritti Umani, si è tenuto a Malika un incontro virtuale tra Senegal e Pakistan: dall’altra parte dello schermo e in collegamento diretto dal Pakistan il professor Hussain Mohi-ud-Din Qadri, Vicepresidente del Consiglio di amministrazione dell’Università Minhaj di Lahore (MUL), sede della Scuola di Religione e Filosofia fondata dallo stesso prof. Qadri nel 2016. Il professore si era già collegato con il Senegal un anno fa, per instaurare un dialogo con animatrici e animatori del progetto “Voix des femmes – Autonomisation féminine, droits et santé” in relazione ai contenuti del Corano relativi alla condizione femminile e alla loro corretta interpretazione. Stavolta l’incontro si è strutturato come una tavola rotonda composta dal professor Qadri, l’imam Soumaré di Yeumbeul Nord (Dakar) e l’imam Keïta di Malika (Dakar). Presenti anche le animatrici delle campagne di sensibilizzazione di “Voix des femmes” insieme a volontarie e volontari di Energia per i Diritti Umani, per ascoltare la trattazione dei relatori sui temi della violenza domestica ed economica interpretati alla luce di Corano, Sunnah e Hadith. La discussione si è aperta con l’intervento del prof. Qadri, il quale ha trattato il tema della violenza domestica evidenziando come quest’ultima sia condannata dalla religione islamica e considerata inammissibile, a discapito di quelle interpretazioni (distorte) che la vedrebbero come giustificabile in determinate circostanze. La famiglia islamica, basata sull’equilibrio e sulla parità tra marito e moglie, non risulta caratterizzata da un potere unilaterale, bensì da una partnership che consente alla coppia di sostenersi reciprocamente. Molti, infatti, gli aneddoti e i riferimenti alla vita del Profeta citati che rimandano alla cura maritale nei confronti della moglie e al giudizio di valore secondo cui un uomo probo è colui che sa trattare con amorevolezza e rispetto il genere femminile. Anche l’autonomia economica femminile appare valorizzata dai testi sacri del Corano: la donna deve poter lavorare se lo desidera, così come faceva la prima moglie del Profeta Maometto dedicandosi al commercio (con il completo sostegno del marito); numerose, anche in questo caso, le storie citate tratte dai testi sacri relative a donne impegnate in una professione. In ogni caso, il denaro non può costituire un elemento di controllo sulla vita della donna e il marito non può monitorarne le spese; inoltre, sebbene l’uomo debba offrire una dote quanto più possibile generosa per il matrimonio, non per questo egli può vantare qualche potere sulla propria moglie, dal momento che la dote si offre con amore e non per “comprare” la donna e renderla una schiava. Riprova ne è il fatto che le faccende domestiche non sono una prerogativa femminile, anzi, l’uomo secondo l’Islam e tenuto a contribuire alla gestione domestica. Sugli stessi temi sono successivamente intervenuti anche l’imam Soumaré e l’imam Keïta, rispettivamente sul tema della violenza domestica ed economica, aggiungendo alcuni spaccati della società senegalese. Ad esempio è emerso come, ancora oggi, la nascita di un figlio mschio sia accolta con maggiore partecipazione e gioia riseptto a quella di una figlia femmina, retaggio culturale di una società patriarcale del tutto in contrasto con la religione islamica, secondo cui ogni bambino/a che nasce è da considerarsi un dono di Dio, indipendentemente dal sesso di appartenenza. Le opinioni degli Imam su entrambi i temi sono risultate in gran parte coincidenti con quella del professor Qadri, raggiungendo la conclusione per cui molte donne risultano discriminate in nome della religione solo perché questa non viene studiata e, di conseguenza, le donne stesse non conoscono i propri diritti. Su alcuni punti si è registrata invece una distanza interpretativa, colmata comunque da un ascolto reciproco attento e rispettoso delle differenze di vedute. Un esempio particolarmente rilevante in tal senso è rappresentato dal controverso tema della poligamia: secondo il prof. Qadri, essa sarebbe addirittura scoraggiata dal Corano, poiché nelle scritture si dice che, per quanto un uomo possa prendere in moglie fino a quattro donne, si ritiene molto difficile che riesca a farlo garantendo a tutte parità di trattamento. Secondo gli imam, invece, l’interpretazione corretta sarebbe data dalla possibilita per l’uomo di rimanere poligamo fino a trovare la donna che raccoglie in sé tutte le caratteristiche ideali. A seguire, si è aperta una lunga sessione di domande da parte delle animatrici presenti, che hanno toccato svariati temi, dal posizionamento religioso sul tema della pianificazione familiare, al diritto all’eredità per le donne, alle possibili soluzioni per sopperire ad una scarsa educazione religiosa sia nella fascia di popolazione adulta che in quella più giovane. Su quest’ultimo punto è emerso il ruolo fondamentale dei capi religiosi che, facendosi portavoce del dettato religioso e della sua corretta interpretazione, possono fungere da cassa di risonanza per la diffusione di un’educazione religiosa che si faccia vettore di una cultura dei diritti umani e della parità di genere. A questo proposito, i relatori si sono lasciati sull’impegno di promuovere dei momenti di divulgazione comunitaria sul territorio, all’interno delle comunità religiose locali, per parlare nello specifico di diritti di genere e contrasto alle discriminazioni. Il 10 gennaio non si è tenuto solo un seminario, ma un tentativo commovente di trascendere ciò che di più complesso caratterizza la società umana, cioè le differenze di vedute, culturali, di pensiero e geografiche, tutto in nome di una intenzionale opera di umanizzazione interna ed esterna, con la volontà e il proposito di trasmettere ad altri/e le stesse aspirazioni. Dietro questo incontro ci sono centinaia, se non migliaia di persone potenziali beneficiarie di queste comprensioni, dalla comunità religiosa alle persone che le animatrici avranno l’opportunità di sensibilizzare in scuole e case nell’ambito delle campagne di contrasto alla violenza di genere. In conclusione, il significato di questa giornata è tutto qui: lanciare azioni intenzionali può sembrare una minuscola goccia, ma è proprio dalla goccia che nasce l’oceano… E questo restituisce speranza e senso al domani di tutti/e. Federica De Luca
La FAO lancia l’Anno internazionale della donna agricoltrice 2026
Sono oltre 200.000 le aziende agricole gestite da donne in Italia, quasi il 32% del totale, e stanno rivoluzionando il settore con creatività, innovazione, competenza e visione sostenibile. E le donne più giovani stanno dando una svolta importante all’agricoltura nell’innovazione e nella tecnologia. Un’agricoltura moderna non può fare a meno delle donne, che dimostrano una forte propensione verso pratiche agricole più sostenibili e innovative. In particolare, le imprese agricole a conduzione femminile, nel 2024, rappresentavano il 32%, contro una media UE del 29%. Anche tra i lavoratori autonomi, la presenza femminile è cresciuta: dal 34% del 2010 al 36% attuale. Un dato interessante è l’età: il 64,8% delle imprenditrici ha meno di 49 anni e, tra le under 30, la quota di titolari di impresa è passata dal 14% al 33,76% in dieci anni. Un segnale positivo di rinnovamento, rete e intraprendenza femminile. Le regioni con il maggior numero di imprese agricole femminili sono Sicilia, Puglia e Campania, confermando un forte dinamismo imprenditoriale nel Sud Italia. E secondo l’indice di parità di genere nel lavoro, l’Italia è tra i Paesi europei in cui l’eliminazione delle disuguaglianze avrebbe il maggiore impatto economico. Colmare il divario potrebbe infatti generare un aumento del PIL stimato intorno al 12% entro il 2050. In tema di emancipazione femminile nei sistemi agroalimentari c’è ancora tanto da fare, in Italia come in gran parte del mondo. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) ha lanciato l’Anno internazionale della donna agricoltrice 2026, una campagna globale volta a riconoscere il contributo indispensabile ma spesso trascurato delle donne ai sistemi agroalimentari globali e a stimolare gli sforzi per colmare i persistenti divari di genere. Istituito dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2024, l’Anno Internazionale mira a mettere in luce le realtà affrontate dalle donne agricoltrici e a promuovere riforme politiche e investimenti per rafforzare la parità di genere, l’emancipazione femminile e la costruzione di sistemi agroalimentari più resilienti. La FAO, insieme alle altre agenzie delle Nazioni Unite con sede a Roma – il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD) e il Programma Alimentare Mondiale (PAM), coordinerà le attività per tutto il 2026. Le donne rappresentano una quota significativa della forza lavoro agricola mondiale e sono indispensabili in tutte le filiere agroalimentari, dalla produzione e trasformazione alla distribuzione e al commercio, svolgendo un ruolo centrale nella sicurezza alimentare e nella nutrizione delle famiglie. Nel 2021, i sistemi agroalimentari impiegavano il 40% delle donne lavoratrici a livello globale, una percentuale quasi pari a quella degli uomini. Nonostante ciò, il contributo delle donne rimane sottovalutato e le loro condizioni di lavoro sono spesso più precarie: irregolari, informali, part-time, sottopagate, ad alta intensità di manodopera e altamente vulnerabili. Continuano a scontrarsi con barriere sistemiche, tra cui un accesso limitato a terra, finanza, tecnologie, istruzione, servizi di divulgazione e partecipazione al processo decisionale a tutti i livelli. L’Anno è stato ufficialmente inaugurato durante una cerimonia tenutasi a margine della recente 179ª sessione del Consiglio della FAO. Il discorso di apertura è stato pronunciato dall’economista capo della FAO, Maximo Torero, che ha sottolineato come i progressi in materia di emancipazione femminile nei sistemi agroalimentari siano rimasti stagnanti nell’ultimo decennio. “Il costo dell’inazione è enorme. Sappiamo da stime recenti che colmare il divario tra uomini e donne in agricoltura potrebbe aumentare il PIL globale di mille miliardi di dollari e ridurre l’insicurezza alimentare per 45 milioni di persone“. Nel corso del 2026, l’Anno Internazionale passerà dall’attuale condivisione di storie e discussioni personali al lavoro pratico: politiche nazionali, partnership comunitarie, ricerca, investimenti e dialogo tra agricoltori, cooperative, governi, istituzioni finanziarie, reti giovanili e università. L’obiettivo è semplice: trasformare l’impegno in pratica e la pratica in un impatto misurabile. I recenti rapporti della FAO “La condizione delle donne nei sistemi agroalimentari” (https://www.fao.org/gender/the-status-of-women-in-agrifood-systems/en)  e  “Il clima ingiusto“, sottolineano la portata della disuguaglianza di genere e gli sproporzionati rischi climatici a cui sono esposte le donne. Insieme, i rapporti evidenziano le barriere strutturali che limitano la produttività, il reddito, l’accesso alle risorse e la resilienza delle donne. Le donne agricoltrici lavorano in genere su appezzamenti di terreno più piccoli rispetto agli uomini. Anche quando gestiscono aziende agricole delle stesse dimensioni, il divario di genere nella produttività della terra è del 24%. Ogni giorno di temperature estremamente elevate riduce il valore totale dei raccolti prodotti dalle donne contadine del tre percento rispetto a quelli degli uomini. Un aumento di 1° C nelle temperature medie a lungo termine è associato a una riduzione del 34 per cento del reddito totale delle famiglie con a capo una donna, rispetto a quello delle famiglie con a capo un uomo. Le donne impiegate in lavori salariati nei sistemi agroalimentari guadagnano 78 centesimi per ogni dollaro guadagnato dagli uomini. Il lavoro di cura non retribuito svolto da donne e ragazze contribuisce all’economia globale con almeno 10,8 trilioni di dollari all’anno. Ridurre le disparità di genere in termini di occupazione, istruzione e reddito potrebbe eliminare il 52 per cento del divario di insicurezza alimentare, che è costantemente più elevato tra le donne. L’emancipazione delle donne rurali attraverso interventi di sviluppo mirati potrebbe aumentare il reddito di altri 58 milioni di persone e rafforzare la resilienza di 235 milioni di persone. Qui il video dell’Anno internazionale della donna agricoltrice 2026 – Food and Agriculture Organization of the United Nations – FAO: https://www.youtube.com/watch?v=7ASMJRU2Q_w. Giovanni Caprio
Maschi in guerra
E’ in corso su giornali e social (ne seguo pochissimi) un dibattito sul rapporto tra guerra e maschilismo. E’ questo la causa principe di quella? La confutazione più cretina di un nesso evidente è che a promuovere, guidare e combattere guerre ci sono state e ci sono anche tante donne. La questione non sta lì, perché a mediare il rapporto tra la guerra e le posture aggressive attribuite al genere maschile c’è un sistema di dominio diffuso, gerarchico e flessibile, che ha fatto da supporto alle più diverse formazioni sociali sia nel tempo che nello spazio: schiavismo, feudalesimo, capitalismo, socialismo… Ma è un sistema che ha le sue radici profonde nel dominio degli uomini sulle donne, storicamente connesso alla rivendicazione della paternità biologica, garantita solo dal possesso in forma esclusiva di una o più donne: modello, peraltro, di tutte le altre forme di possesso, proprietà o dominio – sugli animali, su altri uomini, sulle terre, su beni, materiali e non, su interi popoli… E’ per sostenere tutte quelle forme dominio che si fanno le guerre. Nelle società matrilineari (dove figlie e figli crescono nella famiglia o clan della madre) del Neolitico soppresse dal sopravvento del patriarcato e in quelle sopravvissute fino ai giorni nostri violenza e guerra sembrano essere state eccezioni. E nelle guerre in corso come in quelle del passato sono state sì coinvolte tante o tutte le donne, ma in quanto oppresse e “possesso” altrui – pur ai diversi livelli gerarchici della loro collocazione sociale. Le donne hanno quasi sempre vissuto le guerre più come imposizione che come scelta e con ben poche possibilità di far valere la loro contrarietà. E’ questo uno dei dati costitutivi del patriarcato, il sistema di dominio di cui il femminismo degli ultimi decenni ha svelato l’attualità (non è solo un retaggio del passato) e la pervasività (impronta di sé tutti i rapporti sociali). La cultura femminista lo ha minato e indebolito, pur con pesanti contraccolpi, come la moltiplicazione dei femminicidi e la riscossa dei fondamentalismi sia islamici che cristiani, dichiaratamente maschilisti. Per questo è una battaglia destinata a protrarsi ancora a lungo: un rovesciamento radicale del sistema non è certo alle viste. Di questa insorgenza gli uomini sono il bersaglio, ma la strada per minare la cappa di un sistema di dominio che, ai rispettivi livelli gerarchici, imprigiona anche tutti loro non è certo quella di “diventare femministi”. Possiamo e dovremmo impegnarci a cercare di dissolvere il “mandato di virilità”: la pressione, sia reale che immaginaria, che ciascuno di noi subisce (ma al tempo stesso esercita) da parte di un collettivo di altri maschi, anch’esso sia reale che immaginario, perché esibisca i tratti connessi al genere a cui siamo ascritti. Una pressione sottoposta a continue “verifiche”, spesso inconsapevoli, che includono ostentazione e pratica, anche solo simboliche, di varie forme di violenza contro le donne. E’ lì che risiedono anche le radici della guerra. Sradicarle è un compito infinito di cui non si vede per ora la fine. “Ma le guerre ci sono sempre state! C’è sempre un aggressore e un aggredito, un nemico da cui difendersi, degli amici con cui coalizzarsi; perché dovrebbero scomparire proprio ora?” Per due ragioni di fondo: perché con le armi di oggi la guerra ha prima o poi per sbocco obbligato la distruzione dell’umanità, che mai prima era stata prospettata. E perché è un’arma di distrazione di massa che azzera lo sforzo di contenere la crisi climatica e ambientale, una minaccia che mai si era presentata prima. Femminismo e cultura postcoloniale hanno fornito a oppressi e oppressori gli strumenti per tentare un’inversione di rotta. Il rapporto tra violenza sulle donne e guerra è stato riproposto da Adriano Sofri come metafora dell’aggressione all’Ucraina, come rivalsa di un marito tradito che, a costo di sopprimerla, continua a considerare sua la nazione che lo vuole abbandonare. Certo, c’è un uomo al comando, Putin, maschio, bianco, narciso, con una schiera di cortigiani che lo sostengono, ma dall’altra parte non c’è una donna violata, non c’è “una nazione”, e meno che mai una patria, bensì una congerie, non molto diversa da quella di Putin (d’altronde hanno le stesse origini, non molto lontane…) contrassegnata dalla massiccia presenza di ladri di Stato, nazisti di Stato, oppressori di Stato delle minoranze, reclutatori di Stato impegnati a catturare per strada – con metodi non diversi da quelli di Trump con gli immigrati –  giovani renitenti per spedirli al fronte senza addestramento, senza attrezzatura, senza armi adeguate, con poche speranze di sopravvivere. Poi, accanto ai molti soldati, ma sempre meno, impegnati da quattro anni al fronte in una resistenza senza futuro, ci sono migliaia di vedove e orfani di guerra e altre migliaia di donne e bambini che vorrebbero evitare la stessa sorte e milioni di persone fuggite all’estero decise a non tornare. L’alternativa alla guerra è la dissoluzione di quella falsa unità nazionale. Dall’altra parte del fronte c’è chi lavora allo stesso fine, con difficoltà anche maggiori, ma qualcuno deve pur cominciare! Qui da noi, con il privilegio (ma potrebbe durare poco) di non esserne direttamente coinvolti, l’impegno in quella direzione dovrebbe essere anche maggiore.     Guido Viale
Donne al potere, Europa in armi: il tradimento della vocazione femminile alla pace
Negli ultimi tempi, spesso l’Europa parla con voce di donna, ma purtroppo non con un cuore di donna. Ai vertici delle istituzioni europee siedono infatti figure femminili di massimo rilievo – la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, quella del Parlamento Roberta Metsola, l’alta rappresentante Kaja Kallas, e la nostra premier Giorgia Meloni – che, sostenendo il piano di riarmo continentale noto come Rearm Europe e la linea politica del Rearm Europe Now, di fatto promuovono un’Europa sempre più militarizzata, ostacolano percorsi di negoziato e irrigidiscono il dialogo con la Russia.  In nome della deterrenza e di una narrazione russofoba, l’Europa ha smesso di essere madre politica e si è fatta arsenale geopolitico. Una scelta che stride con la vocazione più profonda del pianeta donna: ripudiare la guerra, rigettare la violenza, proteggere i figli di tutte come propri. La politica riarmista non difende i figli: li espone alla guerra, o li massacra – con le loro madri – a Gaza, in Yemen, in Siria, in Sudan. Un neofemminismo autentico, al contrario, dovrebbe fare della pace la propria bandiera morale, culturale e politica. In direzione opposta al Papa Nei giorni in cui la voce del Pontefice si alza contro la mentalità della guerra, in Europa chi dovrebbe incarnare l’alternativa femminile alla violenza promuove invece il suo contrario.  Von der Leyen parla di “sicurezza europea” e “rafforzamento della difesa”, Metsola di “unità e deterrenza”, Meloni di “ruolo atlantico dell’Italia” e “interessi strategici”, ma tutte convergono su un punto: l’Europa deve armarsi, spendere, produrre, competere militarmente. Una scelta che tradisce la differenza come valore e la donna come soggetto di pace. Il pensiero del neofemminismo Hannah Arendt, già nel secolo scorso, aveva colto l’inganno profondo: “E’ vano cercare un senso nella politica o un significato nella storia quando tutto ciò che non sia comportamento quotidiano o tendenza automatica è stato scartato come irrilevante”.  E la guerra, oggi, è diventata proprio questo: una tendenza automatica, una normalità mai messa in discussione, un destino accettato come inevitabile. Il pensiero del neofemminismo – che abbiamo sempre difeso come elaborazione culturale, sociale e politica – parte invece da un’altra radice: riconoscere la soggettività della donna significa riconoscere la differenza come valore. La pari dignità non nasce dall’omologazione dei sessi, ma dall’identificazione della differenza come ricchezza. Una ricchezza che dà diritto di cittadinanza a tutte le altre differenze: etniche, culturali, generazionali, sociali. Un pensiero che si fa ponte, non trincea. La donna, per vocazione, non può essere neutrale davanti alla guerra. Per natura storica, atavica, esperienziale, la donna “sa”: conosce la vita e la morte, eros e tanatos, la cura, la fragilità, la responsabilità verso i più deboli. Ha costruito percorsi di tutela verso bambini, anziani, disabili, ha portato l’ecologia al centro dell’agenda pubblica, ha denunciato violazioni dei diritti umani quando il potere non voleva guardare. Ha sempre saputo che la pace non è un concetto astratto, ma un atto quotidiano di protezione dell’altro. E allora la contraddizione diventa insopportabile quando proprio donne al comando promuovono miliardi per armi, blocchi diplomatici, narrative di scontro, e impediscono trattative che potrebbero salvare i figli di tutte. La guerra non è un campo astratto: è il luogo dove si massacrano figli e madri, dove si spezza la famiglia, dove la cura si trasforma in lutto. Un’Europa e un’Italia che ignorano gli appelli al disarmo tradiscono non solo il Vangelo, ma anche l’archetipo più profondo del pianeta donna. La vocazione femminile non è guidare gli arsenali, ma spegnere le fiamme della guerra prima che raggiungano i figli. Difenderli, non consegnarli al fronte. Proteggerli, non giustificarne la morte con la propaganda. Come scriveva Hannah Arendt, il senso dell’esistenza si gioca nella quotidianità, non nelle architetture metafisiche del potere. E la quotidianità della guerra è il fallimento della politica. Soprattutto di quella che si spaccia per cristiana e femminista, ma ha smarrito la sua unica possibile verità: il ripudio della guerra, la difesa dei figli, la pace come destino dell’umanità emancipata grazie al pianeta donna.   Laura Tussi
Trame di luce e di colore per una cura solidale
Lo scorso venerdì 19 dicembre le socie della Biblioteca delle donne di Palermo, presso la sede di via Lincon 121, abbiamo ascoltato il racconto di Nunzia La Rosa, che ha portato una luce di speranza a questo Natale segnato dai colori cupi delle guerre e dal genocidio a Gaza. Sembrerebbe, infatti, che anche in Italia sia «necessario alzare le spese militari» per la difesa a fronte della popolazione sempre più povera, della sanità alla deriva e della riduzione a lumicino dei finanziamenti per l’istruzione.   La storia di Nunzia, docente di lettere in pensione, prende avvio sei anni fa dalla malattia di due giovani allieve in chemioterapia: Eleonora portava la parrucca e Miriana indossava «un turbante grigio molto triste». «Perché porti quel brutto colore!» – chiese un giorno durante la lezione, «non riesco a trovare turbanti di colori pastello» – rispose l’alunna. Si fece strada in Nunzia la considerazione che cura è anche colore nella malattia, cura è anche adornarsi nelle sofferenze. Così, tornata a casa, riprese l’arte del cucire che sua madre aveva tramandato a lei e alle sue sorelle. Con un mela e un tovagliolo realizzò il prototipo di un turbante, che poi ripropose in un tessuto di fibre naturali e soprattutto colorato. «Ho deciso che il mio turbante dovesse essere un dono di amore che partendo dal mio cuore giungesse al cuore della donna che lo avrebbe ricevuto» – spiega Nunzia. Un dono senza passaggio di denaro, da offrire alle singole malate che lo richiedono e alle strutture ospedaliere che la contattano, perché non può esserci speculazione nella malattia, un turbante di buona fattura costa oltre 80 euro. Il dono, in queste circostanze, non ha prezzo e l’atto del donare senza secondi fini può essere contagioso. Come quando i consuoceri di Nunzia che vivono a Prato, Antonella e Fabrizio, venendo a conoscenza della sua iniziativa, si rivolsero a due loro amici, Maria e Alessandro, produttori e distributori di tessuti pregiati che da allora periodicamente inviano a Palermo le stoffe con cui realizzare «turbanti coloratissimi e confortevoli».  Ma la produzione di manufatti non si è fermata ai turbanti perché  Maria, dell’Associazione Aurora di Prato, un giorno chiese se si potessero confezionare per i pazienti in chemioterapia anche «le borsette porta drenaggio che tanta dignità danno al malato e che sono diventate preziose da quando Elena», anche lei insegnante, propose a Nunzia di farle decorare ai suoi ragazzi diversamente abili, idea condivisa da altre due docenti, Katia e Luigia. In seguito, Sara, un’alunna di Nunzia, si offrì di realizzare a filet e all’uncinetto «gli orecchini da donare in corredo al turbante», iniziativa che oggi porta avanti con Silvia, Mariolina, Ignazia e Lilly mentre altre amiche, Anna e Antonella, eseguono cappellini in lana che durante l’inverno scaldano più del turbante e che vengono utilizzati anche dagli uomini in chemioterapia . Insomma Trama solidale, questo è il nome dell’associazione di volontarie, può contare sull’apporto di molte donne accomunate dalla gioia di donare tempo, maestria e competenze per «portare il sorriso a chi voglia di sorridere non ne ha». Nunzia ci tiene a nominarle tutte: «Lucia, Rosa Maria, Anna, Elena, Laura, realizzano le borsette porta drenaggio; io, Giusy e Laura realizziamo i turbanti; Giusy porta le macchine per cucire alla manutenzione; Michela impacchetta tutto ciò che produciamo; Marianna cura la pagina Instagram»; mentre rileva il contributo anche di amici e familiari. E qui entrano in campo gli uomini, Elio che provvede alla distribuzione e spedizione dei manufatti e Fabrizio che si occupa dell’invio del tessuto per le borsette porta drenaggio. Le volontarie di Trama solidale regalano annualmente circa 200 turbanti, 300 borsette porta drenaggio, decine di orecchini, che distribuiscono in Sicilia e in Toscana a ospedali, associazioni di donne in chemioterapia, medici, psicologi e singole malate che ne facciano richiesta. In una società corrotta dalla logica del profitto dove anche la malattia è soggetta alla logica dell’impresa che lucra sulla sofferenza e in cui i più pensano che con il denaro si può acquistare salute eterna e felicità, Nunzia riferisce: «nel donare riceviamo tantissimo e ciò ci rende felici e appagate».   Ketty Giannilivigni