Tag - Sicilia - Caltanissetta, Pian del Lago

L’omessa informativa sull’asilo viola e interrompe la procedura accelerata, anche in frontiera
La decisione della Corte d’Appello di Palermo, in accoglimento del reclamo cautelare ex art. 35 ter d.lgs 25/2008, dispone il ripristino della procedura d’asilo ordinaria quando la procedura accelerata sia stata eseguita in violazione del pieno rispetto dei diritti dello straniero nel corso dell’iter amministrativo.  Il ricorrente è un richiedente asilo proveniente dal Pakistan a cui, una volta sbarcato a Lampedusa, era stata applicata la procedura accelerata di frontiera a Porto Empedocle ex art. 28 bis co. 2 bis d.lgs 25/2008. Il Prefetto, inoltre, aveva disposto nei suoi confronti un obbligo di dimora nel centro Villa Sikania, nella provincia di Agrigento, per il tempo necessario ad espletare la procedura accelerata di frontiera. Al momento della formalizzazione della domanda di protezione, il richiedente aveva ricevuto una informativa sulla procedura d’asilo svolta solo in lingua italiana, alla presenza di un mediatore di nazionalità bengalese. La Commissione Territoriale di Agrigento rispettava i termini di procedura accelerata e dichiarava la domanda manifestamente infondata per avere il richiedente sollevato questioni non attinenti alle ipotesi di protezione. Il richiedente presentava ricorso ex art. 35 ter d.lgs 25/2008 con istanza di sospensiva, lamentando, tra i diversi motivi, la violazione degli obblighi informativi di cui all’art. 10 ter d.lgs 286/98. Sulla base del principio emesso dalle SS.UU. n. 11399/2024, la difesa chiedeva di dichiarare automaticamente sospeso il provvedimento impugnato, per violazione delle garanzie procedurali della domanda accelerata, nello specifico appunto, il diritto all’informativa. Il Tribunale di Palermo rigettava la domanda cautelare limitandosi a ritenere rispettati i termini di cui all’art. 28 bis d.lgs 25/2008 per lo svolgimento della procedura accelerata. Pertanto, la Questura operava il trattenimento del richiedente ai sensi dell’art. 14 d.lgs 286/98 presso il CPR di Caltanissetta, successivamente convalidato dal Giudice di Pace. La difesa proponeva reclamo cautelare in Corte d’Appello ex art. 35 ter d.lgs 25/2008 avverso il rigetto del Tribunale di Palermo, reiterando dinanzi alla Corte le medesime tesi difensive.  La Corte d’Appello, in accoglimento del reclamo e in applicazione del principio espresso dalla Sezioni Unite, ha motivato nel senso che “Occorre, pertanto, valutare la regolarità della procedura accelerata da vagliare tenendo conto di ogni passaggio amministrativo e del pieno rispetto dei diritti dello straniero in ogni momento del relativo iter, il quale deve essere informato, deve poter narrare la propria storia e il proprio vissuto, debitamente assistito da un interprete e/o mediatore che, nella lingua al medesimo comprensibile, veicoli ogni notizie utile all’esercizio delle prerogative del diritto di asilo, senza che, la ristrettezza e la celerità dei tempi amministrativi possa giammai comprimerli o ancor più violarli“. Il principio enunciato dalla Corte pone un argine importante allo svuotamento di garanzie nel corso delle procedure accelerate. La portata della decisione, come si evince, non è limitata solo all’ipotesi di violazione degli obblighi informativi ma è molto più ampia e spiega effetti in tutte le ipotesi di compressione delle garanzie del richiedente asilo sottoposto a procedura accelerata e di frontiera. Nel caso di specie, l’obbligo di dimora imposto al richiedente era legato alla procedura di frontiera e adottato “per il tempo strettamente necessario all’esame della domanda in procedura di frontiera“. Il ripristino della procedura ordinaria, pertanto, ha reso inoperante l’obbligo di dimora originario. Tuttavia, continua ad essere importante monitorare l’applicazione dell’obbligo di dimora sul territorio nazionale. Ciò soprattutto agli arbori dell’introduzione del nuovo Patto Europeo sull’Asilo e Immigrazione, con il quale è prevedibile che il ricorso all’obbligo di dimora avrà applicazione massiccia, funzionale all’espletamento delle procedure accelerate e di frontiera. Corte d’Appello di Palermo, ordinanza del 13 febbraio 2026 Si ringrazia l’Avv. Martina Stefanile per la segnalazione e il commento. Il caso è seguito con il fondamentale supporto del team InLimine di ASGI.
Presidio al Pian del Lago (CL): «Solidarietà ai reclusi, chiudere subito tutti i CPR»
Un presidio davanti al Centro polifunzionale di Pian del Lago, a Caltanissetta, per denunciare le condizioni di detenzione e accoglienza delle persone migranti e chiedere la chiusura definitiva di tutti i Centri di Permanenza per il Rimpatrio. È l’iniziativa convocata per sabato 31 gennaio alle ore 11 dal Movimento Right2Be insieme alle realtà alleate di Caltanissetta, Palermo, Catania e Messina. Il Centro polifunzionale di Pian del Lago è attivo da circa 25 anni ed è descritto come «un luogo di detenzione, controllo e deportazione di persone migranti». Al suo interno convivono l’ufficio immigrazione della Questura, un CARA – formalmente destinato all’accoglienza – e un CPR, «un edificio recintato in cui vengono confinate le persone migranti, per facilitarne la deportazione». Nel CPR di Caltanissetta sono trattenute persone prive di un titolo di soggiorno. Una condizione, spiegano, che viene considerata dallo Stato «una ragione sufficiente per privarle di ogni forma di libertà». Le condizioni di vita all’interno della struttura sono definite gravissime: «Non è rispettata nessuna norma igienica, molto spesso non c’è elettricità, cibo e acqua scarseggiano». A questo si aggiunge «il completo abbandono sanitario», con la negazione di cure mediche essenziali e la «somministrazione di quantità allarmanti di psicofarmaci». > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Right TO BE (@movimento_right2be) Secondo il Movimento Right2Be, «gli abusi a cui sono stati sottoposti da parte delle forze dell’ordine», hanno innescato numerose rivolte «organizzate da parte chi tenta ogni giorno di resistere a questi trattamenti disumani». Nei giorni scorsi, è stata inoltre denunciato dalla rete Mai più lager – No ai CPR, che durante una perquisizione all’interno del CPR, «un agente avrebbe strappato un Corano trovato in una cella». Un gesto definito una provocazione grave, che avrebbe innescato una rivolta. A denunciare l’accaduto sono stati gli stessi detenuti, che hanno chiesto di raccontare quanto avvenuto. Le testimonianze non sono accompagnate da immagini perché nel CPR di Pian del Lago non sono ammessi smartphone. La vicenda è stata ripresa dal Fatto Quotidiano. Il comunicato della mobilitazione, in aggiunta, collega la situazione di Pian del Lago alla deriva autoritaria delle politiche in materia di immigrazione. «Il Governo Meloni si è attivato per aumentare il limite massimo di tempo in cui una persona può essere trattenuta in un CPR fino a 18 mesi» e sta lavorando «per aumentare il numero e la capienza dei CPR in tutta Italia». Nel frattempo, l’ultima circolare del ministro Piantedosi, indirizzata alle prefetture, esercita una forte pressione affinché i CPR vengano riempiti, dando indicazioni per ritardare la visita medica di idoneità dopo l’ingresso nei centri detentivi. Comunicati stampa e appelli/CPR, Hotspot, CPA LA SALUTE NON È UNA VARIABILE DELL’ORDINE PUBBLICO Appello dei professionisti della salute per la tutela delle persone migranti, in risposta alla Circolare del Ministero dell’Interno del 20/01/2026 28 Gennaio 2026 A Caltanissetta, però, accanto al CPR è presente anche un centro di accoglienza. Una vicinanza che, per gli organizzatori, non è casuale. A novembre, spiegano, il Movimento Right2Be ha ricevuto «moltissime segnalazioni di denuncia sulle condizioni degradanti nelle quali molte persone attualmente residenti nel CARA di Pian del Lago sono costrette a vivere». Insieme ad Arci Sicilia, il movimento ha deciso di rafforzare queste segnalazioni con l’obiettivo di «continuare a monitorare la situazione rimanendo in contatto con i residenti del centro di accoglienza e le realtà del territorio». Secondo Right2Be, la coesistenza nello stesso spazio di un CPR e di un CARA rappresenta «un esempio importante di come oggi, in Italia, il sistema di accoglienza e quello di detenzione siano pensati come strumenti complementari per raggiungere lo stesso obiettivo: confinare (fisicamente e giuridicamente) i corpi delle persone migranti perché possano essere più facili da controllare e opprimere». Da qui la decisione di tornare a denunciare pubblicamente quanto avviene all’interno di entrambe le strutture e di coinvolgere l’intera comunità siciliana: «Avvertiamo l’esigenza forte, ancora una volta, di denunciare pubblicamente ciò che avviene dentro entrambe le strutture». Le richieste «sono la chiusura definitiva di tutti i CPR e una gestione dignitosa del CARA e di tutte le strutture di accoglienza». Una mobilitazione che proseguirà finché non saranno raggiunti questi obiettivi, nel nome della libertà e della dignità di tuttə. Al presidio aderiscono, l’Arci Porco Rosso, Non una di meno, Officina del Popolo, Arci Sicilia, Carovana Migranti, LasciateCIEntrare, Ragazzi Bayefall, Lhive diritti e prevenzione, Mem.Med Memoria Mediterranea, il Coordinamento provinciale Palestina di Caltanissetta e Maldusa Project.
Mohamed Shahin libero: smontata la tesi del Viminale sulla “pericolosità sociale”
Mohamed Mahmoud Ebrahim Shahin, l’imam di Torino, è libero. Ieri mattina la Corte d’Appello di Torino ha disposto il rilascio immediato dal CPR di Caltanissetta, dove era trattenuto in attesa di espulsione. Shahin potrà finalmente tornare a casa e riabbracciare i suoi familiari nella città in cui vive da oltre vent’anni. Attorno a lui si è mossa un’ampia e forte campagna di solidarietà, che nel contempo ha contribuito a rendere visibile la violenza del sistema di detenzione amministrativa italiano. La decisione arriva al termine del procedimento di riesame del trattenimento e rappresenta una netta smentita delle motivazioni su cui si fondava il decreto firmato dal ministro Piantedosi di espulsione con la revoca del permesso di soggiorno UE di lungo periodo. Nell’ordinanza, il giudice afferma con chiarezza che non sussiste alcuna concreta e attuale pericolosità sociale a carico di Shahin, disponendo così la cessazione immediata della misura. Al centro del provvedimento vi sono le nuove informazioni emerse in sede processuale, a partire dall’esito dei procedimenti penali richiamati dalle autorità. In particolare, il procedimento relativo alle frasi pronunciate da Shahin durante una manifestazione del 9 ottobre 2025 – elemento chiave nella costruzione del presunto profilo di pericolosità – è stato archiviato dalla Procura di Torino. Secondo quanto riportato nell’ordinanza, si tratta di dichiarazioni che costituiscono una “espressione di pensiero che non integra gli estremi di reato”, pienamente lecite perché rientranti nell’ambito di tutela dell’articolo 21 della Costituzione e dell’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il Tribunale chiarisce inoltre che ogni valutazione sul contenuto politico, etico o morale di quelle parole “non compete in alcun modo a questa Corte e non può incidere di per sé solo sul giudizio di pericolosità in uno Stato di diritto”, smontando così uno degli assunti centrali sostenuti dalla Questura nelle fasi precedenti. Analoghe conclusioni vengono tratte anche in relazione a un altro episodio citato, il non meglio precisato blocco stradale del maggio 2025. Anche in questo caso, il giudice rileva che la condotta di Shahin non è mai stata connotata da violenza, limitandosi a una presenza sul posto insieme ad altre persone, senza elementi idonei a dimostrare una minaccia concreta. A pesare nella decisione è poi il radicamento sociale di Mohamed Shahin: oltre vent’anni di vita in Italia, i la presenza di familiari, l’assenza di precedenti penali e un impegno documentato in attività sociali, culturali e di dialogo religioso. La sentenza richiama espressamente la documentazione prodotta dalla difesa, che dimostra un “concreto e attivo impegno nella salvaguardia dei valori sociali e costituzionali”, anche attraverso iniziative di divulgazione della Costituzione italiana all’interno della comunità islamica. «Questa ordinanza ristabilisce un principio fondamentale: la libertà di espressione non può essere trasformata in un indice di pericolosità», commenta l’avvocato Gianluca Vitale, che ha assistito Shahin insieme all’avvocato Jama Fairus. «Il Tribunale ha riconosciuto che, in assenza di fatti concreti, non è possibile privare una persona della libertà sulla base di valutazioni ideologiche o suggestioni securitarie. È una decisione che parla non solo del caso di Mohamed, ma dello stato di diritto nel nostro Paese». Soddisfazione anche dalla campagna Free Mohamed Shahin, che in una nota parla di una vittoria collettiva: «Oggi ha vinto la solidarietà. Ha vinto la lotta dal basso. Ha vinto la verità». Il ringraziamento va «agli avvocati, alle associazioni, alle comunità religiose, alle personalità pubbliche e a tutte le persone che hanno scelto di metterci la faccia per difendere la libertà di espressione e i diritti fondamentali di un uomo ingiustamente recluso, tanto più in un CPR che è ingiusto per sua natura». La vicenda, tuttavia, non è ancora del tutto conclusa. Il procedimento di espulsione resta formalmente in vigore ed è oggetto di ulteriori ricorsi. «Festeggiamo questa prima vittoria – avverte la campagna – ma non abbassiamo la guardia. L’attenzione su questo caso deve restare alta». Corte d’Appello di Torino, ordinanza del 15 dicembre 2025 > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da @free.mohamed.shahin
Appello di docenti, ricercatori e ricercatrici universitari/e per la liberazione di Mohamed Shahin
Mohamed Shahin è trattenuto nel CPR di Caltanissetta e a rischio di espulsione verso l’Egitto, Paese in cui sarebbe esposto al rischio concreto di persecuzioni, detenzione arbitraria e persino alla pena di morte. La sua colpa è di essersi mobilitato a fianco del popolo palestinese e di aver pronunciato delle opinioni, poi ritrattate, ritenute sufficienti dal ministero dell’Interno per disporre la revoca del suo permesso di soggiorno, il trattenimento e l’avvio della procedura di espulsione. Attorno alla vicenda di Mohamed Shahin si è mobilitata una vasta rete di realtà sociali, religiose e politiche torinesi e non solo, che sono scese in piazza per chiedere la sua liberazione ricordando come la moschea di via Saluzzo, da lui guidata, sia da sempre un presidio di apertura, cooperazione e dialogo interculturale. Si è mossa anche la comunità accademica, che ha pubblicato un appello per la sua liberazione: «Noi docenti, ricercatori e ricercatrici delle università italiane esprimiamo profonda preoccupazione per la situazione di Mohamed Shahin, imam della moschea Omar Ibn al-Khattab di Torino, attualmente trattenuto nel Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Caltanissetta a seguito di un decreto di espulsione emesso dal Ministero dell’Interno. La revoca del suo permesso di soggiorno di lungo periodo, e il conseguente rischio di rimpatrio forzato in Egitto, sollevano interrogativi gravi sul rispetto dei diritti fondamentali della persona. È noto che il sig. Shahin, prima del suo arrivo in Italia oltre vent’anni fa, era considerato oppositore politico del regime egiziano. La prospettiva di un suo ritorno forzato in Egitto lo esporrebbe concretamente a rischi di persecuzione, detenzione arbitraria e trattamenti inumani. Le motivazioni alla base della revoca del permesso appaiono collegate alle sue dichiarazioni pubbliche sulla situazione a Gaza e alle sue posizioni critiche rispetto all’operato del governo israeliano. Se così fosse, ci troveremmo di fronte a un precedente estremamente preoccupante: l’uso di strumenti amministrativi per colpire l’esercizio della libertà di opinione, tutelata dall’articolo 21 della Costituzione e da convenzioni internazionali cui l’Italia aderisce. Casi analoghi, registrati negli ultimi anni, confermano una tendenza a sanzionare cittadini stranieri per opinioni politiche o per manifestazioni di solidarietà nei confronti del popolo palestinese. L’impiego dei CPR in questo quadro rischia di trasformarsi in una forma di repressione indiretta del dissenso e di limitazione arbitraria dello spazio democratico. È importante ricordare che Mohamed Shahin è da lungo tempo impegnato in pratiche di dialogo interreligioso e cooperazione sociale. Numerose comunità religiose, associazioni civiche e gruppi interconfessionali hanno pubblicamente attestato il suo contributo alla costruzione di relazioni pacifiche tra diverse componenti della città di Torino, evidenziando la natura collaborativa e aperta della sua attività. In particolare, la Rete del dialogo cristiano islamico di Torino, in un comunicato indirizzato al Presidente delle Repubblica e al Ministro dell’Interno, ha evidenziato il ruolo centrale di Mohamed Shahin nel dialogo interreligioso e nella vita associata del quartiere San Salvario. Alla luce di tutto ciò, riteniamo indispensabile un intervento immediato per garantire il pieno rispetto dei principi costituzionali, della Convenzione di Ginevra e degli obblighi internazionali dell’Italia in materia di diritti umani e protezione contro il refoulement. Chiediamo pertanto: * La liberazione immediata di Mohamed Shahin e la sospensione dell’esecuzione del decreto di espulsione. * La revisione del provvedimento di revoca del permesso di soggiorno di Mohamed Shahin, garantendo un esame imparziale e conforme agli standard giuridici nazionali e internazionali. * La tutela del diritto alla libertà di espressione in ambito accademico, culturale e religioso, indipendentemente dalla provenienza o dalla fede delle persone coinvolte. * La chiusura dei CPR, luoghi di lesione dei diritti umani. Come docenti e ricercatori riconosciamo la responsabilità civica dell’università nel difendere i valori democratici, promuovere il pluralismo e opporci a ogni forma di discriminazione o compressione illegittima delle libertà fondamentali». Clicca qui per firmare e leggere le adesioni